Un contributo alla verità

 

Opera, 23 marzo 2014

L’intervista di Stefania Limiti al generale dei carabinieri Francesco Delfino ha suscitato l’ira di qualche mentecatto bresciano, ex di Lotta continua oggi legato ad un propagandista della destra di regime romano di cui vanta la grande amicizia.
In realtà, la bravissima Stefania Limiti che non è solo una giornalista ma, anzitutto, una storica di elevato livello, ha permesso all’ex ufficiale dei carabinieri di riaffermare una sua verità, che risponde all’ottica difensiva e quindi non deve stupire né scandalizzare, ma è riuscita a fargli dare un contributo alla verità per quanto paradossale possa sembrare almeno ai sempliciotti ed ai mentecatti.
Cosa dice, difatti, Delfino?
Accusa i “veneti”, in particolare punta l’indice sui “veronesi” che facevano capo ad Elio Massagrande, Amos Spiazzi e Marcello Soffiati.
Un’affermazione, questa, che rafforza la validità della pista veneta perché i “veronesi” non erano autonomi ma dipendevano da Carlo Maria Maggi.
Il quale Maggi dirigeva tramite Marcello Soffiati, non a caso indicato come uno dei partecipanti alla strage di piazza della Loggia del 28 maggio 1974.
L’accusa, in questo caso, ai parastatali veneti non viene da un testimone dell’accusa bensì da un loro coimputato il quale, ovviamente, respinge ogni responsabilità ma non si sottrae al sottile piacere di dimostrare l’ampiezza del suo patrimonio conoscitivo chiamando esplicitamente in causa quelle forze che, a suo dire, gli hanno impedito di procedere contro i responsabili dell’eccidio di piazza della Loggia.
Noi prendiamo atto dell’assoluzione del generale Francesco Delfino, ma crediamo che il tribunale della Storia nei suoi confronti abbia già emesso una sentenza di condanna, tuttavia ci sembra interessante e degno di rilievo il fatto che costui chiami in causa gli americani, in modo esplicito quanti operavano all’interno delle basi militari.
Detto da uno che ha fatto carriera grazie all’appoggio degli americani, così che l’accusa infine si ritorce contro di lui, è meritevole di rilievo perché porta un contributo alla verità sulla sudditanza dei servizi segreti e delle forze di polizia italiane alla potenza egemone.
Insomma, Francesco Delfino conferma esplicitamente le responsabilità internazionali nella guerra politica e nei successivi depistaggi, giungendo all’autodenuncia del suo operato, al di là di quelle che erano le sue intenzioni.
Dichiara, difatti, di parlare “di un potere non italiano che ha determinato il caos nel nostro paese. Noi abbiamo scoperto quello che ei è stato consentito di scoprire”.
Il termine “caos” usato da Delfino ci riporta alla memoria la famigerata operazione “Chaos”, varata dalla Cia a partire dal 1967 e conclusasi nel 1973. E, forse, non è stato utilizzato a caso dall’ex ufficiale dei carabinieri.
In quanto al “potere non italiano” è evidente che ha potuto determinare il caos nel nostro Paese solo perché un potere italiano è ad esso subalterno ed asservito.
Ancora una volta, in questo caso da una fonte insospettabile, viene la conferma delle protezioni internazionali, americane in particolare, accordate ai militanti veneti di Ordine nuovo, non organizzazione neonazista (come creduto per anni dai mentecatti) ma struttura paramilitare e clandestina dello Stato.
E se l’ombra dei servizi segreti militari americani aleggia sulla strage di piazza della Loggia del 28 maggio 1974, a maggior ragione è presente su quella di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, con buona pace di mentecatti e della procura della Repubblica di Milano.
Non a caso, infatti, ad essere riconosciuto colpevole per la strage del 12 dicembre 1969, a Milano, è stato Carlo Digilio, informatore della Cia con il criptonimo “Erodoto”, e sempre lui è indicato come correo, con Marcello Soffiati, nell’eccidio di Brescia del 28 maggio 1974.
In effetti, per noi come per Stefania Limiti che queste cose le diciamo da decenni, Francesco Delfino non ha fatto una rivelazione sconvolgente ma, tuttavia, le sue affermazioni sono significative e rilevanti perché provenienti da un uomo che con i servizi segreti americani ha sempre lavorato, non certo a favore del Paese di cui è cittadino.
È una voce che viene dall’interno di quell’ambiente militare e poliziesco per il quale il giuramento di fedeltà alla Repubblica italiana vale quanto vale per presidenti della Repubblica, presidenti del Consiglio, ministri della Difesa e degli Interni, capi di Stato maggiore della Difesa e delle armi, cioè niente.
Oggi, Delfino pone l’accento sul binomio americani-ordinovisti, assestando un colpo durissimo a coloro che ancora si illudono di poter “provare” l’innocenza di costoro, cosi come riconosce implicitamente il depistaggio affermando di aver scoperto quello che gli hanno consentito di scoprire.
I mentecatti si intervistano fra di loro, si complimentano fra di loro per la comune opera di diffamazione a carico di quanti sono impegnati da oltre un trentennio ad affermare la verità, ma Stefania Limiti è una persona seria che anche in questo caso è riuscita strappare un brandello di verità ad un uomo che la verità l’ha sempre negata.
E se gli ordini venivano dall’alto e dagli americani, ai nostri occhi questo costituisce un’aggravante nei suoi confronti non mai un’attenuante.
Rimane da chiedersi quando in questo Paese qualcuno oserà levare la propria voce per pretendere dai governi e dal Parlamento un’inchiesta sull’operato degli americani – e dei loro alleati israeliani – in Italia denunciato sempre più di frequente anche da persone che si sono poste ai loro ordini.
Ormai, l’area stragista è ben delimitata ed individuata così come i servizi segreti stranieri che con la complicità di quelli italiani, hanno consentito ai suoi appartenenti di agire a Roma, a Venezia, a Milano, in Toscana salvo proteggerli e proseguire ancora oggi nella loro copertura anche utilizzando utili idioti, mentecatti e sempliciotti.
Per fortuna di questo popolo, ci sono persone come Stefania Limiti che non demordono, non si arrendono, non si rassegnano alla mancanza di verità e che, con intelligenza, apportano un contributo fondamentale alla ricostruzione della verità sulla guerra politica, che ci consentirà, più di altri strumenti, di riprendere indipendenza, sovranità, dignità e libertà.

Vincenzo Vinciguerra

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L’infiltrato

 

Opera, 17 febbraio 2013

Pubblicando questo articolo, rinviamo i lettori alla lettura di un contributo risalente al 2011 ma entrato solo ora nelle disponibilità del sito, intitolato Una diversione strategica: il circolo “22 marzo” nonchè di altri due articoli, risalenti al 2009: L’infiltrato e Il provocatore

Siamo ancora un popolo di furbi?
Se consideriamo la facilità irrisoria con il quale è stato costruito il mito dell’ “anarchico” Pietro Valpreda, dobbiamo dire a noi stessi che siamo un popolo di creduloni, in una parola, di fessi.
Pietro Valpreda è un “anarchico” che non è stato riconosciuto come tale dalla Federazione anarchica italiana, cioè dal solo organismo politico in grado di esprimere un’opinione certa e fondata sulla persona e sulla sua militanza fra gli anarchici.
A trasformarlo nell’ “anarchico” che tutti conosciamo sono stati quei partiti e quei movimenti di sinistra che con gli anarchici nulla hanno mai avuto a che vedere, a cominciare dal Partito comunista che, sia pure con un’iniziale prudenza, ha poi trovato conveniente eleggere Pietro Valpreda ad “anarchico” e “martire”.
Ad un giornalista che crede in Valpreda, ho chiesto di portarmi un documento che provi l’attività svolta fra gli anarchici da costui prima che abbia avuto inizio l’operazione “Chaos”, lanciata dalla Cia nella primavera del 1967 e che prevedeva l’infiltrazione sistematica di elementi al servizio proprio o di altri organismi di sicurezza alleati nei gruppi della sinistra extraparlamentare.
Non ho avuto risposta.
Una seconda giornalista e ricercatrice storica mi scrive che le è impossibile reperire questi documenti. In realtà, una documentazione del genere non esiste perché, in caso contrario, l’avrebbero già deposta da decine di anni ai piedi dell’altare eretto a Pietro Valpreda.
Da anni, attendo di leggere i nomi e le testimonianze degli anarchici che hanno svolto attività con Pietro Valpreda, che hanno con lui distribuito volantini antimilitaristi, affisso anche abusivamente manifesti antifascisti, partecipato a manifestazioni anticlericali, e così via.
Nessuno si è mai fatto vivo per vantarsi di essere stato a fianco di cotanto eroe e martire dell’anarchia nei primi anni Sessanta, negli ultimi anni Cinquanta quando Pietro Valpreda era uscito dalla galera dov’era finito per rapina.
Magari, si era convertito all’anarchia fra i “dannati della terra” o, forse, avevano compiuto la rapina per finanziare il movimento anarchico?
Nessuno ha rivendicato l’onore di essere stato accanto all’ “anarchico” Pietro Valpreda. Nessuno ci ha mai detto dove, come e quando costui ha iniziato la sua militanza, in quale gruppo, in quale città, in quale paese. Nessuno è mai riuscito a dire cosa ha fatto per l’anarchia Pietro Valpreda fino a quando prima di comparire al congresso della Fai, il 31 agosto 1969.
Anche in questa occasione però a scortare cotanto eroico “anarchico”, non c’erano anarchici ma i presunti fascisti di “Avanguardia nazionale”, primo Mario Merlino, che avevano ricevuto i soldi per la benzina ed il soggiorno nello stesso albergo dove alloggiava la delegazione francese, guidata da Daniel Cohn Bendit, da Guido Paglia.
Roma è una grande città, dove gli anarchici veri non mancavano, ma Pietro Valpreda gli unici che conosce e con i quali si reca a Carrara sono anarchici finti di “Avanguardia nazionale”.
Jellato proprio, Pietro Valpreda!
Roma è una grande città, ma non abbastanza per sostenere che quanti fanno attività politica non si conoscano o non si possano conoscere in tempo utile per evitare trappole.
Mario Merlino, in vita sua, non aveva mai svolto attività anarchica, ma solo “neofascista”, alla luce del sole, partecipando a manifestazioni, risse e perfino, nel mese di aprile, ad un viaggio nella Grecia dei colonnelli.
Come abbia fatto l’ “anarchico” Pietro Valpreda a riconoscere in Mario Merlino e nei suoi “camerati” i compagni dell’anarchia? E dove li ha conosciuti? In quale occasione?
Domande senza risposta, fino ad oggi.
E nel periodo di tempo che intercorre fra yl 31 agosto 1968 ed il 132 dicembre 1969, Pietro Valpreda non è stato in grado di conoscere il vero passato politico di Mario Merlino e dei suoi “camerati”?
17 mesi, tanti passano dall’agosto del 1968 al dicembre 1969, rappresentano un lasso di tempo sufficiente per sospettare qualcosa, tanto più che dei “compagni” che hanno accompagnato Valpreda a Carrara gli rimane accanto il solo Mario Merlino.
E gli altri? Valpreda non si è mai posto la domanda perché conosceva la risposta.
Se gli ingenui possono ritenere che il “povero” Valpreda effettivamente non abbia subodorato alcun tranello prima del 12 dicembre 1969, vediamo come ha reagito dopo essere venuto a conoscenza dagli altri che Mario Merlino era un “infiltrato” fra gli anarchici per conto di Stefano delle Chiaie, e che lo aveva incastrato per farne il capro espiatorio della strage di piazza Fontana.
Denuncia l’inganno, smaschera l’ingannatore? Grida al tradimento nei confronti dell’anarchia? Condanna Mario Merlino? Esprime orrore, ripugnanza, sdegno per l’operato ai suoi danni da parte di Merlino?
Tenendo presente che, in quei mesi, Pietro Valpreda rischiava seriamente di essere condannato all’ergastolo, sappiamo che sarà solo lui – unico e solo – a difendere Mario Merlino, negando il suo ruolo di “infiltrato”, avvalorando una sincera conversione agli ideali anarchici.
Insieme a Mario Merlino, Valpreda predispone la sua difesa giudiziaria, si fa vedere insieme a lui a pranzo nello stesso albergo in cui soggiornano i giornalisti, giusto per ribadire che per lui Merlino è un compagno innocente, ingiustamente accusato insieme a lui.
Merlino ha già rinnegato gli ideali anarchici fin dalla data del suo “fermo” la sera del 12 dicembre 1969, quando ha chiamato a sostenere il suo alibi il “fascista” Stefano Delle Chiaie, ma questo non turba Pietro Valpreda, non smuove la sua fede nella sincerità dell’ “anarhico” Mario Merlino.
Quando divengono pubbliche le dichiarazioni di Alfredo Sestili, Pietro Valpreda apprende che costui non è mai stato anarchico, che insieme a quelli che lo hanno accompagnato a Carrara il 31 agosto 1968 era sempre stato di “Avanguardia nazionale”, che i soldi li aveva dati per la benzina ed il soggiorno a Carrara Guido Paglia, vicepresidente dell’organizzazione di Junio Valerio Borghese.
Non basta, perché Sestili accusa esplicitamente Mario merlino di aver partecipato in prima persona agli attentati, a Roma, il 12 dicembre 1969, contro la sede della Banca nazionale del lavoro e l’Altare della patria.
Pietro Valpreda ostenta di non credere ad una sola parola di quello che afferma Alfredo Sesitili, anche quando appare evidente che Mario Merlino non è in grado di spiegare cosa abbia fatto quel pomeriggio del 12 dicembre 1969.
Per lui, per l’ “anarchico” Pietro Valpreda Mario Merlino rimane il compagno di fede e di lotta, come lui ingiustamente accusato per gli attentati stragisti, a Roma e a Milano, del 12 dicembre 1969.
Le dichiarazioni di Pietro Valpreda sono, poi, un autentico atto di accusa contro il mondo anarchico, coincidenti con quelle di Mario Merlino, presentato come coacervo di bombaroli dotati di esplosivo, micce e detonatori.
Definire valpreda un delatore sul piano giudiziario non è diffamatorio perché è esattamente come lui si presenta quando, ad esempio, accusa Ivo Della Savia.
Dalle dichiarazioni di Pietro Valpreda e Mario Merlino, congiunte, l’accusa lanciata dal ministro degli Interni, Franco Restivo, di un “estremismo anarcoide” quale responsabile della strage di piazza Fontana esce rafforzata, non certo indebolita.
Valpreda è un “anarchico” che accusa gli anarchici e riesce perfino nell’intento di mandarne in galera qualcuno come Tommaso Gino Liverani, e a far spiccare un mandato di cattura contro Ivo Della Savia.
Più che ad un eroe somiglia ad un infame, l’ “anarchico” Pietro Valpreda.
E da infame lo hanno trattato Veraldo Rossi, quando lo ha buttato fuori dalla sede del circolo “Bakunin” di Roma; Paolo Braschi, che lo accusa di averlo indicato al giudice Amati come autore di due attentati e detentore di esplosivo; Giuseppe Pinelli, che lo ha cacciato dal circolo milanese “Il Ponte della Ghisolfa”.
Chi è Pietro Valpreda?
Il 19 dicembre 1969, a Roma, nel corso di una riunione della direzione nazionale del Partito comunista, Sergio Segre dichiara:
“Ieri sera ho avuto un colloquio con il compagno del Psiup, Calvi, avvocato d’ufficio di Valpreda. Ha condotto una sua indagine parlando con gli amici del gruppo “22 marzo”. L’impressione è che Valpreda potrebbe averlo fatto benissimo. Gli amici hanno detto: dal nostro gruppo sono stati fatti attentati precedenti. Ci sono contatti internazionali. Valpreda ha fatto viaggi in Francia, in Inghilterra, Germania occidentale. Altri hanno fatto viaggi in Grecia. Alle spalle cosa c’è? L’esplosivo costava 800 mila lire e c’è uno che fornisce i quattrini. I nomi vengono fatti circolare. L’avvocato va probabilmente a rassegnare il mandato dopo un colloquio con Valpreda perché di orientamento diverso…”.
Affermazioni gravissime che non sono state mai smentite, e che dimostrano come la difesa di Pietro Valpredaè stata frutto di una scelta politica non del convincimento di servire la causa della verità, dell’innocenza e dell’anarchia.
Qualche magistrato ha indagato sugli asseriti viaggi in Francia, Inghilterra e Germania occidentale di Pietro Valpreda, ai quali fa esplicito riferimento Sergio Segre?
Possiamo ragionevolmente escluderlo.
Ci sentiamo, viceversa, autorizzati ad affermare come non i magistrati romani e, men che mai, quelli milanesi abbiano mai svolto indagini sulla figura di Pietro Valpreda, il suo passato, le sue amicizie, i suoi collegamenti, i suoi viaggi.
Nessuno, tantomeno quel Gerado D’Ambrosio che ancora oggi si gode dal Senato l’immeritata fama di “scopritore” della verità sulla strage di piazza Fontana, ha cercato di fare un’indagine per appurare se effettivamente Pietro Valpreda sia mai stato un anarchico.
A distanza di 43 anni dall’eccidio all’interno della Banca dell’agricoltura, il 12 dicembre 1969, Pietro Valpreda rimane un “anarchico” venuto dal nulla, con un passato di rapinatore, di ballerino, fallito, di delatore, sconfessato dagli anarchici italiani ma appoggiato da tutta la sinistra italiana affamata di miti e di eroi, tanto da doverli inventare di sana pianta.
Si è detto – e si continua a dire – che la morte di Giuseppe Pinelli è stata funzionale per la polizia per l’incastro dell’ “innocente anarchico” Pietro Valpreda.
Ma cosa avrebbe detto, se fosse vissuto, Giuseppe Pinelli sul conto di Pietro Valpreda?
Avrebbe creduto Giuseppe Pinelli all’innocenza ed alla conversione all’anarchia di Mario Merlino, l’amico difeso a spada tratta da Pietro Valpreda?
Crediamo di no.
Giuseppe Pinelli, sul conto di Pietro Valpreda, avrebbe confermato le accuse di delazione, spiegato le ragioni della sua cacciata dal circolo “Il ponte della Ghisolfa”, del suo allontanamento da Milano subito dopo essere stato interrogato dalla polizia dopo gli attentati stragisti del 25 aprile 1969 alla Fiera campionaria ed alla stazione ferroviaria di Milano, le ragioni del disprezzo del commissario di Ps, Antonino Allegra, nei confronti dello stesso Valpreda.
Ne sarebbe uscito, in modo autorevole e non smentibile, il ritratto di un provocatore inserito fra gli anarchici, di un delatore di compagni, di un individuo che nessun anarchico voleva frequentare.
Giuseppe Pinelli avrebbe detto, con maggiore ricchezza di dettagli, quello che dirà sua moglie, Licia, pochi giorni dopo la strage di piazza Fontana e l’arresto di Pietro Valpreda, come pubblicato sulla rivista “Vie nuove”, nell’articolo intitolato “L’idealista che è morto”, pubblicato il 23 dicembre 1969.
Una dichiarazione autorevole perché fatta dalla vedova di Giuseppe Pinelli, e alla quale è giunto il momento di dare il giusto risalto.
Sorge spontaneamente una domanda: la morte di Giuseppe Pinelli ha permesso alla polizia ed ai servizi segreti civili e militari di coprire la vera figura di Pietro Valpreda, la cui affermata e mai provata innocenza ha consentito di bloccare le indagini in direzione del Fronte nazionale e di Junio Valerio Borghese?
La risposta è nei fatti.
Se Giuseppe Pinelli avesse avuto il tempo di denunciare come “confidente di polizia” Pietro Valpreda, sarebbe stato impossibile negare la manovra di provocazione contro gli anarchici affidata agli uomini del Fronte nazionale per conto del ministero degli Interni.
Dalle rivelazioni di Giuseppe Pinelli sarebbe emersa la figura di Pietro Valpreda non come anarchico incastrato dalla polizia, ma come nemico degli anarchici al servizio della polizia.
E la storia avrebbe avuto un altro corso.

Vincenzo Vinciguerra

 

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L’ultimo ostacolo

 

Opera, 30 gennaio 2013

Oggi è possibile fare un primo bilancio della somma di prove inconfutabili emerse nel corso di oltre quarant’anni sulla guerra politica italiana.
Sappiamo quel che basta sulle operazioni di infiltrazione nella sinistra italiana, iniziate fin dal 1964, intensificate con il varo dell’operazione “Chaos” nel 1967, per creare una sinistra rivoluzionaria alla sinistra del Partito comunista italiano.
Nessuno, ormai, mette più in dubbio che “Ordine nuovo”, spacciata per diversi anni come organizzazione “neonazista”, sia stata in realtà una struttura clandestina dello Stato antifascista e democratico impiegata con sanguinaria spregiudicatezza nella battaglia contro il comunismo.
Altrettanto si può affermare per il “Fronte nazionale” di Junio Valerio Borghese e dei suoi gregari, decisi a salvare l’Italia dal bolscevismo per conto della Cia e di James Jesus Angleton.
Mentre sul conto del Movimento sociale italiano, è sufficiente ricordare che è l’unico partito italiano ad aver dato rifugio ed ospitalità a ben tre direttori del servizio segreto militare (De Lorenzo, Miceli e Ramponi) con buona pace dell’ ”alternativa al sistema” con la quale si presentava ai suoi elettori.
Sul banco degli imputati nei processi per le stragi italiane abbiamo visto sfilare solo confidenti ed informatori, spesso a pagamento, dei servizi segreti italiani, militare e civile, di quelli americani, israeliani, greci ecc.
I presunti colpi di Stato hanno visto come protagonisti civili e militari, questi ultimi provenienti dal servizio svolto nelle missioni militari alleate e nei reparti del regio Esercito che combattevano contro i tedeschi e i fascisti.
Qual’è, quindi, l’ostacolo che si è rivelato fino ad oggi insuperabile per far conoscere agli italiani la verità sulla guerra politica?
Uno solo: la falsificazione dell’immagine reale dei protagonisti e dei comprimari.
Prendiamo ad esempio la figura di Pino Rauti che, alla sua morte, è stato commemorato perfino dai consiglieri comunali del Partito democratico.
Per quanto anni costui è stato spacciato come un fervente “nazista”, seguace delle teorie hitleriane, quando viceversa era collega di Gianni Letta nella redazione del quotidiano clericale e democristiano “Il Tempo” di Roma e uomo dei servizi segreti militari alle dipendente dello Stato maggiore dell’Esercito e della Difesa?
Se di Pino Rauti si parlerà come di un uomo di questo Stato e di questo regime, affermando una verità documentata e non smentibile, non sarà possibile a un certo fango storico, politico giornalistico e giudiziario continuare ad ingannare gli italiani presentando i suoi subalterni del Veneto, i Carlo Maria Maggi, i Carlo Digilio ecc., ancora come “nazifascisti”.
Costoro erano agli ordini di Pino Rauti, di conseguenza non potevano essere contro lo Stato ed il regime che il loro indiscusso leader rappresentava e difendeva.
Non erano fascisti, non erano nazisti, non erano oppositori del regime. Erano, come il loro capo, uomini dello Stato e del regime i cui interessi hanno rappresentato anche con l’uso dell’arma delle stragi, cinicamente qualificate come “fasciste” perché compiute da chi fascista non è mai stato perché collaborava con il servizio segreto israeliano, fra gli altri.
L’uso ingannevole delle parole consente la manipolazione dell’immagine lasciando inalterati i fatti e le prove che non si possono più smentire.
Il trucco è banale, ma nessuno osa denunciarlo.
Si prende, ad esempio, uno screditato confidente della Questura come Marco Affatigato e gli si fa lanciare un appello: “Camerati, stragismo fallito. Chi sa parli!”.
Solo che costui non ha mai svolto attività politica ma solo informativa per conto della polizia e perfino per la Cia, quindi il termine “camerati” non lo può utilizzare, lo devo sostituire con quello di “colleghi”.
La stessa cosa si può dire di Mario Tuti.
Componente di un’organizzazione clandestina del ministero degli Interni, detentore autorizzato dalla Questura di armi da guerra in veste di collezionista, ha sparato contro tre persone con le quali andava a mangiare in trattoria e con le quali giocava a carte all’osteria, perché, secondo la sua versione, lo volevano incastrare deponendo una bomba a mano fra le armi regolarmente custodite per poterlo arrestare.
Tuti ha ucciso due colleghi e ne ha ferito un terzo.
Definirlo un “terrorista nero”, un “eversore fascista” è una falsità smentita perfino dall’ex ministro degli Interni, Paolo Emilio Taviani, che più propriamente lo ha definito “cellula impazzita” dell’organizzazione segreta del ministero degli Interni.
Mario Tuti è stato, quindi, un poliziotto ausiliario dello Stato, un confidente di Questura, un “terrorista” di regime agli ordini del ministero degli Interni.
Per giungere all’affermazione della verità e per renderla comprensibile agli italiani tutti, è sufficiente, come si vede, qualificare i personaggi per le funzioni che hanno svolto, per i ruoli che hanno ricoperto, per i compiti che hanno assolto nell’interesse dello Stato.
A scopo difensivo, personale ed istituzionale, molti di costoro strepitano ancora di essere “fascisti” ma, poi, con sprezzo del ridicolo scrivono perfino libri, come il “Caccola”, per fare sapere che lui in America latina non ha imitato Ernesto Che Guevara: lui, in quelle terre, ha combattuto (si fa per dire) a favore dell’imperialismo americano contro i popoli oppressi.
Mica fesso, il “Caccola”! Fessi sono, semmai, quelli che gli hanno comprato il libro, aumentando il suo conto in banca.
Perché chi combatte contro l’imperialismo soffre e, spesso, muore come Ernesto Che Guevara, mentre i “Caccola” campano, mangiano, bevono e defecano.
Del resto, il subalterno di Junio Valerio Borghese nel proclamarsi “fascista” continua a proteggere gli interessi dei servizi segreti che ne hanno coperta la latitanza fino al giorno in cui hanno ritenuto che uno come lui serviva qui, in Italia.
I Tuti, i Maggi, gli Affatigato, i Caccola funzionano con il metodo del “stura boton fora macaco”, si stura il tappo ed escono dalla bottiglia per proclamare il loro fascismo.
Non sono un problema: basta rimettere il tappo.
Non è così semplice con quanti, giornalisti, politici in perfetta malafede continuano a presentare costoro come “oppositori” del regime e dello Stato invece che come loro difensori, come fascisti quando viceversa sono stati solo anticomunisti.
È questa banda, sempre più ristretta ma ancora attiva e potente, che costituisce l’ostacolo da rimuovere per far conoscere agli italiani la verità sulla guerra civile che il regime benedetto dai Papi ha scatenato negli anni Sessanta e Settanta.
Tutto sommato, però, basterà provvedersi di tappi e bottiglie e anche il problema ultimo sarà risolto.

Vincenzo Vinciguerra

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Il “principe nero”

 

Opera, 22 settembre 2012

Fino alla data dell’ 8 settembre 1943, il capitano di fregata Junio Valerio Borghese era un eroe di guerra, decorato di medaglia d’oro al valor militare, comandante del reparto più segreto delle Forze armate, la Decima Flottiglia Mas.
Da quel giorno, per tutti gli anni a venire fino alla sua morte avvenuta a Cadice il 26 agosto 1974, l’Italia perde un ufficiale della Marina militare e acquista un uomo politico che vive nell’illusione di possedere il carisma e la capacità di guidare il Paese.
Borghese però non ha programmi né ideologie. Non è fascista e nemmeno antifascista. E’ un militare di grande coraggio fisico e di eccezionali capacità professionali che appartiene alla propria casta, quella degli aristocratici per i quali il bene della Nazione riposa sul rispetto dell’ordine pubblico e delle gerarchie politiche e sociali.
E’ un liberale che si nutre di anticomunismo, il nemico capace di sovvertire l’ordine sociale in nome e per conto dell’Unione sovietica di cui il Partito comunista è il braccio politico e, all’occorrenza, militare sul territorio nazionale, la “quinta colonna” composta dai “senza patria” e dai “senza dio”.
Per un uomo che crede in Dio, nella Patria e nella famiglia, il comunismo rappresenta la negazione di tutti i valori, la minaccia da sventare ad ogni costo.
E quella contro il bolscevismo ateo e sovversivo sarà la battaglia alla quale Junio Valerio Borghese dedicherà la sua esistenza ritenendo di poter riunire sotto la sua guida uomini di diverse ideologie, senza mai rendersi conto che il regime politico al quale aveva aderito senza riserve lo avrebbe utilizzato come una pedina da accantonare quando e come se ne fosse presentata la necessità.
Il “principe nero” in realtà non ha mai aderito, se non in maniera formale, alla Repubblica sociale italiana.
L’8 settembre 1943 lo coglie impreparato nel suo comando a La Spezia. L’armistizio rappresenta per lui, come per ogni altro, una pugnalata alla schiena per l’alleato germanico, un venire meno all’onore che impone ai singoli ed ai popoli di non tradire chi combatte a loro fianco, venendo meno alla parola data.
Non è possibile sapere cosa avrebbe fatto Junio Valerio Borghese se l’armistizio lo avesse colto nei territori già occupati dagli anglo-americani, ma è certo che non ha mai condannato l’adesione al Regno del Sud da parte degli ufficiali delle Forze armate per i quali il giuramento prestato a Casa Savoia era preminente sul rispetto dell’onore militare.
E’ un dato di fatto.
Il capitano di fregata Junio Valerio Borghese non riconosce come legittimo il governo guidato da Benito Mussolini.
Il 14 settembre 1943, due giorni dopo la liberazione di Mussolini dal Gran Sasso, Borghese firma, a La Spezia, con il tenente di vascello Max Berninghaus, rappresentante della Marina militare tedesca, un accordo che riconosce la Decima Mas “alleata delle FF.AA. germaniche con parità di diritti e di doveri”, ai suoi uomini è riconosciuto il “diritto all’uso di ogni arma”, ed “il comandante Borghese ne è il capo riconosciuto con i diritti e i doveri inerenti a tale incarico”.
Nell’accordo, infine, si precisa che la Decima flottiglia Mas dipende, per l’impiego operativo, “dal comando della Marina germanica”.
Il 24 settembre 1943, a Berlino, l’ammiraglio Karl Doenitz riceve Junio Valerio Borghese e il comandante Enzo Grossi. Benito Mussolini riceverà entrambi il 6 ottobre 1943.
Il rapporto con il governo della Repubblica sociale e i vertici del partito fascista repubblicano non sarà mai improntato da parte di Junio Valerio Borghese alla lealtà.
Non è fascista, non è repubblicano, non accetta la disciplina delle Forze armate della Rsi, è insofferente al comando del generale Rodolfo Graziani.
Borghese vuole agire come un antico capitano di ventura che, con la sua milizia, si è schierato con i tedeschi per ragioni attinenti esclusivamente all’onore militare.
L’11 dicembre 1943 la Guardia nazionale repubblicana redige una nota, indirizzata personalmente a Benito Mussolini, in cui denuncia le ambizioni ed i comportamenti politicamente poco ortodossi del comandante Junio Valerio Borghese.
Il nazionalismo non è un’ideologia, ma scaturisce dal senso di appartenenza ad un popolo e ad una terra, quindi Junio Valerio Borghese, che non ha ideologie né ideali politici, si sente autorizzato ad agire come meglio crede per la difesa dell’Italia presente e futura.
Così, nello stesso mese di dicembre del 1943, riceve il sottotenente di vascello Ezio Bortolotti che lo informa del progressivo processo di germanizzazione in atto in Alto Adige che i locali partigiani non hanno nulla contro il governo di Salò: “vogliono soltanto che nel caso di un crollo dello schieramento germanico a Bolzano sventoli la bandiera tricolore e che quelle terre rimangano italiane anche negli anni a venire” – e che s’impegni a rifornirli di armi da usare contro i tedeschi. E manterrà la promessa.
Il 10 gennaio 1944  Junio Valerio Borghese, con significativo ritardo, giura fedeltà alla Repubblica sociale, ma tradirà il suo impegno.
Il giuramento, difatti, è un atto motivato dalla necessità di mantenere il comando della Decima che il governo repubblicano ha deciso di togliergli.
Il giorno precedente, 9 gennaio 1944, a La Spezia, gli ufficiali della Decima avevano arrestato il capitano di vascello Nicola Bedeschi e il capitano di fregata Gaetano Tortora che il sottosegretario alla Marina, Ferruccio Ferrini, aveva inviato con l’incarico di assumere il comando dell’unità esautorando Junio Valerio Borghese.
Il giuramento di fedeltà alla Rsi del 10 gennaio appare, di conseguenza, un tentativo per scongiurare la reazione del governo repubblicano dinanzi ad un atto di insubordinazione che non poteva essere tollerato.
Il 13 gennaio Borghese, convocato a Gargnano, viene arrestato su ordine personale di Benito Mussolini, ma la Decima è ormai una realtà militare dalla quale non si può prescindere e, dinanzi all’impossibilità di reprimere la rivolta degli ufficiali e dei marò, il Duce dispone la remissione in libertà del suo capo ed il suo reintegro nel comando.
La personale guerra del capitano di fregata Junio Valerio Borghese può ora proseguire, senza incontrare altri ostacoli.
A differenza dei fascisti repubblicani, Borghese non è un nemico della borghesia: nel mese di marzo del 1944 Vittorio Valletta gli chiede di distaccare un reparto della Decima a protezione degli stabilimenti della Fiat a Torino, e il comandante acconsente.
Il 1° maggio 1944 è ufficialmente costituita le divisione di fanteria di marina “Decima”, al comando di Junio Valerio Borghese che nomina suo vicecomandante il tenente colonnello Luigi Carallo.
E’ storia nota perché gli stessi protagonisti se ne faranno merito e vanto nel dopoguerra, che Junio Valerio Borghese mantiene costanti rapporti con gli uomini del servizio segreto della Marina militare del Regno del Sud mandati in missione al nord, proteggendoli dai fascisti e dai tedeschi che vorrebbero arrestarli.
Con i “badogliani”, Junio Valerio Borghese tratta e trama in nome dell’interesse dell’Italia del dopoguerra alla quale si rivolge il suo pensiero perché ormai convinto che per la Germania la sconfitta sia inevitabile.
La sua lealtà nei confronti dei tedeschi è dubbia.
Il 15 aprile 1944 ufficiali della Decima s’impadroniscono di un mezzo navale germanico che renderanno solo dopo l’intervento della polizia militare tedesca.
Quello stesso giorno, il diario del Comando navale germanico segnala:
“”Gli italiani stanno facendo tutto il possibile per bloccare gli sforzi tedeschi per rivitalizzare i reparti dei mezzi d’assalto”.
Non sono i soli, i tedeschi, a nutrire legittimi dubbi sulla fedeltà alla Rsi del principe Junio Valerio Borghese.
Il 2 agosto 1944, il capo della provincia di Torino invia a Benito Mussolini un rapporto sul conto di Junio Valerio Borghese:
“Il comandante Borghese effettua guerra indipendente et incurante operazioni belliche germaniche provincia Aosta creando serie difficoltà. Secondo comando germanico principe Borghese aveva tentato farsi riservare fascia confine svizzero senza collegamento alcuno con altre forze italiane e germaniche. Ad Aosta tutti concordano nei seri dubbi sulla fedeltà del Borghese alla Repubblica sociale italiana e temono sorprese”.
Ma la guerra incalza, Roma è caduta, le truppe anglo-americane risalgono la penisola e si apprestano e conquistare Firenze per sferrare infine il colpe decisivo alla linea Gotica che dovrà travolgere la resistenza tedesca, così che per Benito Mussolini ed il suo governo il doppio gioco del capitano di fregata Junio Valerio Borghese passa in secondo piano rispetto all’immagine pubblica di un ufficiale che al comando di un reparto di élite combatte per la difesa del suolo italiano contro le armate alleate.
Borghese però non conduce solo un doppio gioco riuscendo a porsi in una linea di confine fra la Repubblica sociale italiana ed il Regno del sud, ma tratta direttamente con i servizi segreti alleati, in particolare con l’Oss americano, pur facendo parte dell’intelligence germanica, così come riuscirà a stabilire ottimi rapporti con i partigiani anticomunisti, primi quelle delle forze socialiste “Matteotti”, considerati i potenziali nemici del comunismo alla fine della guerra.
La storia della condotta del principe Junio Valerio Borghese nel corso della guerra civile in Italia è in gran parte inedita ma quello che si conosce è sufficiente a spiegare come sia riuscito ad essere un eroe per i reduci della Rsi e contestualmente, per quelli del Regno del sud e per gli Alleati, invece di essere fucilato dai fascisti per tradimento e dagli Alleati per i “crimini di guerra” commessi dai suoi uomini durante la repressione antipartigiana.
E’, questa del comandante della Decima, una storia tipicamente italiana, dove coraggio individuale, slealtà, eroismo e tradimenti, si mischiano e trovano la loro giustificazione nella necessità di “salvare l’Italia” dal comunismo.
Non è, però, solo la capacità di Junio Valerio Borghese di condurre un triplo e quadrupolo gioco a contare, perché a suo favore intervengo i vertici militari della Rsi rappresentati dal maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani e gli stessi tedeschi che si preparano a tradire Mussolini e i fascisti.
Nella primavera-estate del 1944 sono sempre meno quelli che credono nella vittoria tedesca.
Così nel mese di maggio del 1944 il maggiore Erwin Thunn von Hohenstein convoca nel suo ufficio il marò della Decima Bartolo Gallitto e gli chiede di recarsi al sud per concorrere all’organizzazione del movimento fascista clandestino che dovrà opporsi alla comunistizzazione del territorio.
Conclusa la sua missione, Gallitto dovrà presentarsi alle autorità della Regia marina e chiedere di essere riammesso in servizio. L’ufficiale germanico specifica che Junio Valerio Borghese e i capi della marina militare del Regno del Sud sono concordi nel compiere questa operazione proprio perché preoccupati per l’avanzata del comunismo nel sud d’Italia sono per primi i vertici delle Forze armate regie.
Bartolo Gallitto parteciperà alla missione, non sarà riammesso nei ranghi della regia Marina militare ma, nel dopoguerra, farà una brillante carriera professionale e politica, giungendo ai vertici del Movimento sociale italiano.
La lotta contro il comunismo sarà l’alibi per ogni tradimento. E mentre i capi tramano e si accordano per impedire congiuntamente, al di là della contrapposizione bellica ufficiale, che l’Italia cada in mano al comunismo, i subalterni combattono e muoiono.
La guerra contro le bande partigiane della Decima inizia solo l’8 agosto 1944, ma sarà condotta in maniera efficace e spietata e costerà un altissimo prezzo di vite umane durante e, soprattutto, dopo la guerra sia ai partigiani che agli uomini della Decima, che i tripli e i quadrupli giochi del loro comandante non salveranno dalle vendette e dalla repressione.
La guerra è in atto. E’ necessario salvare le apparenze, così Junio Valerio Borghese invia il battaglione “Lupo” sul fronte del Senio a combattere contro gli anglo-americani, e sposta i suoi reparti sul confine orientale per concorrere alla sua difesa ritardando l’avanzata del IX Korpus jugoslavo.
Al fronte si muore, negli uffici ci si accorda con il nemico per affrontare, dopo la fine del conflitto, il comunismo che si palesa sempre più come una forza in grado di conquistare il Paese.
Il tenente di vascello Mario Rossi, comandante del battaglione “Vega”, il più segreto della divisione “Decima” perché addetto all’addestramento e all’invio oltre le linee anglo-americane dei sabotatori, è al servizio dell’Oss americano.
Ad affidargli il comando del battaglione è stato personalmente Junio Valerio Borghese che, in apparenza, non sembra sospettare il ruolo di agente doppio del suo ufficiale, anche se a pensarlo sono i servizi di intelligence germanici che, però, non prendono provvedimenti.
Mario Rossi ha, comunque, le idee chiare sul futuro e le espone, nel mese di febbraio del 1945, al marò Elio Cucchiara che in seguito le riporterà agli Alleati.
Alla cessazione della ostilità, dice Mario Rossi, esiste il pericolo che i reduci disoccupati “se non fossero stati presi per mano, sarebbero stati fortemente attirati dal movimento comunista. Per evitare una tale eventualità era necessario creare un’organizzazione che potesse unire e guidare questo personale ex militare…La X flottiglia Mas doveva così creare una centralizzata ed organizzata organizzazione in tutta Italia con lo scopo primario di combattere il comunismo in particolare, e il fascismo, di sostenere un partito politico del centro e della destra. L’organizzazione non doveva costituire di per sé un partito… Il movimento di doveva organizzare durante l’occupazione degli Alleati, non doveva iniziare la sua attività fino alla partenza degli Alleati…”.
Mancano due mesi alla fine della guerra, ma Junio Valerio Borghese ha già il suo programma politico perché ha già fatto la sua scelta: vivere per salvare l’Italia dai comunisti.
Nel mese di aprile del 1945 i battaglioni della “Decima” sul fronte orientale vengono sommersi dalle armate jugoslave. Inviati su quel fronte dal comandante Junio Valerio Borghese, illuso dalla promessa alleata di uno sbarco britannico in Istria o in Dalmazia per affrettare la ritirata tedesca, i marò della “Decima” combattono e muoiono.
Il loro comandante non c’è.
Il 30 aprile 1945, a Torino, i marò della “Decima” respingono l’intimazione alla resa dei partigiani e combattono fino all’esaurimento delle munizioni.
Erano stati distaccati a Torino per proteggere Giovanni Agnelli e la Fiat, ma ora Giovanni Agnelli e la Fiat non intervengono per salvare loro la vita.
I 70 marò vengono fucilati all’interno della caserma, ormai inermi e disarmati. Dopo, i partigiani massacrano le ausiliarie.
Ragazzi e ragazze nel fiore degli anni che muoiono per ragioni ideali e per onore.
Il loro comandante non c’è.
Dal 25 aprile 1945, Junio Valerio Borghese vive nascosto, a Milano, a casa del partigiano socialista Nino Pulejo in attesa che gli americani dell’Oss vengano a salvarlo.
A differenza dei suoi marò e delle sue ausiliarie, Junio Valerio Borghese vuole vivere.
E gli americani vogliono che viva, perché Borghese gli serve e sanno di poter contare su di lui come testimonia il maggiore Francesco Putzolo che, il 1° maggio 1945, è convocato dal capitano della Marina militare americana, Titolo, che gli esprime il desiderio di “mettere Borghese al sicuro per evitare future rappresaglie violente”.
La salvezza per Junio Valerio Borghese giunge il 12 maggio 1945 quando, rivestito con un’uniforme militare americana, a bordo di una jeep nella quale siedono il capitano James Jesus Angleton, responsabile del controspionaggio dell’Oss, il capitano della Marina militare Carlo Resio e il commissario di Ps, Umberto Federico D’Amato, viene portato a Roma.
L’onore d’Italia si è dissolto. A custodirlo rimangono i morti, per i vivi è tempo di “salvare la civiltà cristiana” dal comunismo facendo pagare all’Italia ed al suo popolo un prezzo altissimo ed in gran parte, ancora, sconosciuto.
James Jesus Angleton, Umberto Federico D’Amato, Junio Valerio Borghese saranno fra i protagonisti delle pagine più tragiche dell’Italia del dopoguerra.
Angleton, destinato a fare una brillante carriera all’interno della Cia, sarà il costante punto di riferimento del “neofascismo” per quasi un trentennio, fino alla data della sua destituzione, il 26 dicembre 1974.
Il 9 gennaio 1975, il “neofascismo” si servizio segreto gli dedica un articolo elogiativo sul quotidiano missino “Il Secolo d’Italia”, a firma del confidente del questore Umberto Federico D’Amato, Giulio Caradonna.
Alla sua morte, sarà l’ex sergente della “Decima” Mario Tedeschi a ricordarlo con un’intervista al suo “amico” Umberto Federico D’Amato, pubblicata su “Il Borghese” il 12 luglio 1987.
Junio Valerio Borghese, giunto a Roma, sarà associato al carcere allestito dagli Alleati per i prigionieri di rango elevato a Cinecittà solo il 19 maggio 1945 dopo che avrà incontrato, anche se non si può affermarlo con fermezza per mancanza di riscontri sicuri, il ministro della Marina militare, ammiraglio Raffaele De Courten.
Il 28 maggio 1945 James Jesus Angleton redige un rapporto sull’interrogatorio a Borghese il quale, scrive, “è stato trasferito da Milano a Roma, dopo essere stato contattato da due agenti di questa unità in un periodo precedente all’offensiva alleata…”,confermando in questo modo il rapporto diretto stabilito fra l’Oss americano e Junio Valerio Borghese prima dell’attacco finale alleato alla linea Gotica.
Angleton, nello stesso rapporto, rassicura che Borghese ha dato “chiari segni di voler cooperare”, atteggiamento coerente con le scelte fatte dal comandante della “Decima” le cui attività politiche, e le cui ambizioni personali, sono già note all’Oss.
Il 2 giugno 1945, difatti, l’agente Frank Messina redige un rapporto nel quale scrive che “la Decima Mas sta cercando di organizzare un nuovo movimento politico per combattere le tendenze comuniste che dilagano in tutta la nazione, con l’obiettivo di raccogliere tutti i partiti anticomunisti in un’unica formazione e assicurarsi (in una seconda fase) il controllo del governo nazionale”.
La speranza di giungere al controllo del “governo nazionale”, Junio Valerio Borghese la coltiverà per l’intera esistenza, come prova il tentativo del “golpe” del 7-8 dicembre 1970, al quale prenderanno parte sia James Jesus Angleton che Umberto Federico D’Amato, ma non riuscirà mai a comprendere che il regime politico italiano non può consentirsi di riabilitarlo ufficialmente dinanzi all’opinione pubblica per la quale deve restare il reprobo che si era posto agli ordini di Benito Mussolini, che aveva condotto la repressione contro le formazioni partigiane, che aveva combattuto contro gli anglo-americani che “liberavano” l’Italia.
La Democrazia cristiana e le forze politiche anticomuniste non hanno alcuna intenzione di fare del “principe nero” un protagonista positivo dell’Italia antifascista.
Junio Valerio Borghese nell’agone politico italiano non tarda ad entrare, partecipando, per interposta persona essendo ancora detenuto, alla fondazione del Movimento sociale italiano, avvenuta a Roma, il 26 dicembre 1946, rappresentato da Nino Buttazzoni.
Il Movimento sociale nasce, mutuando nome e simbolo dal Movimento sociale francese, partito fondato nell’ottobre del 1935 e disciolto dal governo di Leon Blum nel giugno del 1936, che riuniva reduci ed ex combattenti, per gettare un ponte fra i militari che avevano aderito alla Rsi e quelli che avevano scelto i Regno del sud, in modo da ricomporre l’unità delle Forze armate raccogliendo i reduci di entrambi gli schieramenti in un solo movimento apartitico che avesse come fine la ricostruzione dell’Italia e la battaglia contro il comunismo.
Il Movimento sociale italiano si trasformerà in un partito politico diversi mesi dopo la sua costituzione alla quale hanno preso parte i servizi segreti americani, il Vaticano, la Confindustria e la stessa Democrazia cristiana, sotto la guida di Giorgio Almirante, mai processato per “collaborazionismo” perché aveva condotto il doppio gioco durante la Repubblica sociale italiana ottenendo quindi l’impunità sul piano giudiziario e l’immediata riabilitazione politica.
Borghese concorre, quindi, a fondare un movimento di cui, sopo la sua scarcerazione, diverrà anche presidente e dal quale non verrà mai espulso nemmeno quando fonderà, il 13 settembre 1968, il “Fronte nazionale”, dopo che nelle elezioni politiche del maggio dello stesso anno aveva condotto, insieme ad Ordine nuovo di Pino Rauti, la campagna per la scheda bianca sottraendo oggettivamente voti al partito ancora diretto da Arturo Michelini.
Ma cosa, in concreto, si propone Junio Valerio Borghese? Il suo è un programma semplice: dare forza ed autorità allo Stato sul piano interno, stringere sempre più i rapporti dei alleanza con gli Stati uniti, combattere senza tregua il comunismo sovvertitore.
A dare spessore ad un programma che avrebbe potuto essere formulato da qualsiasi “bempensante”, è l’incontro fra Junio Valerio Borghese e Julius Evola, studioso di esoterismo che si vanta di essere un “non-fascista”.
Evola lo dice esplicitamente nel corso della sua auto-difesa al processo che, nel 1951, lo vede imputato in concorso con altri quale ispiratore ed ideologo della “Legione nera”, fantomatica organizzazione i cui militanti si erano distinti per aver compiuto diversi attentati dinamitardi.
“Io ho difeso e difendo “idee fasciste” non in quanto sono “fasciste”, ma nella misura in cui riprendono una tradizione superiore e anteriore al fascismo, in quanto appartengono al retaggio della concezione gerarchica, aristocratica, tradizionale dello Stato, concezione avente carattere universale e mantenutasi in Europa fino alla Rivoluzione francese”.
Per Julius Evola la storia si è fermata il 14 luglio 1789 e da quella data deve riprendere il suo cammino.
Lo afferma a chiare lettere:
“Io nego tutto ciò che, direttamente o indirettamente, deriva dalla Rivoluzione francese e che secondo me ha come estrema conseguenza il bolscevismo, a ciò contrapponendo il ‘Mondo della Tradizione’ ”.
Per il fascismo, invece, la Rivoluzione francese rappresenta un evento positivo nel cammino della storia, così come la rivoluzione marxista che ad essa si è contrapposta e, senza condannare né retrocedere le lancette della storia, si propone come la “terza rivoluzione”, quella della sintesi che concilia in modo mirabile e definitivo la tesi (Rivoluzione francese) e l’antitesi (la rivoluzione marxista).
Ha ragione Julius Evola: è un “non-fascista”, esattamente come Junio Valerio Borghese che, non a caso, scriverà la prefazione a “Gli uomini e le rovine” in cui si richiama all’obbedienza nei confronti dello Stato.
Cosa può, quindi, fare un uomo dello Stato come Junio Valerio Borghese?
Lo rivela una nota confidenziale inviata al ministero degli Interni, in forma anonima, il 3 ottobre 1950, che riferisce che “lo stesso Borghese sta svolgendo un’attività veramente positiva: l’organizzazione della ‘Decima’ si va sviluppando sempre di più, affiancata dal ‘Meridiano d’Italia’ che, con la pubblicazione di una serie di articoli, mira a risvegliare gli animi assopiti degli ex organizzati richiamandoli alla Rsi…Dopo il comunicato del Consiglio dei ministri, relativo alla costituzione di una milizia civile – in caso di complicazioni interne – il comandante Borghese vagheggia l’idea di una collaborazione che, in avvenire, potrebbe essere attuate tra la Decima e le forze dell’ordine”.
L’idea di affiancare le “forze dell’ordine” è una costante di Junio Valerio Borghese che si ritiene – e lo è – un uomo dello Stato nelle cui Forze armate, nate dalla Resistenza, tenta di rientrare per riprendere la carriera interrotta l’8 settembre 1943.
Sarà la Corte di cassazione a respingere, il 26 maggio 1954, il ricorso presentato da Junio Valerio Borghese contro la sentenza della Corte di assise che aveva negato la sua “riabilitazione” che, se accolta, gli avrebbe consentito di rientrare nei ranghi della Marina militare dai quali era stato radiato.
Escluso dalle Forze armate, Junio Valerio Borghese rimane inserito nell’ambito delle strutture segrete dello Stato operando in ambito interno ed internazionale.
Ce lo dice il fatto, mai smentito, che la denominazione “Gladio” utilizzata per la struttura stay-behind italiana, costituita ufficialmente a fine ottobre del 1956, non importa se temporaneamente o definitivamente si rifà all’utilizzo nella stessa di uomini provenienti dalla Decima mas rimasti agli ordini del comandante Borghese.
Un segreto ancora oggi ben custodito.
James Jesus Angleton, in un suo rapporto redatto nel 1945, aveva profetizzato che Junio Valerio Borghese sarebbe stato utile allo spionaggio navale americano.
Il 29 ottobre 1955, a Sebastopoli (Crimea), è affondata la corazzata “Novorossijak”, già appartenente alla Marina militare italiana con il nome di “Giulio Cesare”, ceduta all’Unione sovietica a titolo di riparazione dei danni di guerra.
Negli anni Novanta, dopo la caduta dell’impero sovietico uno storico russo affermerà che autori del sabotaggio erano stati uomini della Decima flottiglia Mas, fra i quali Gino Birindelli, guidati da Junio Valerio Borghese.
La notizia non è mai stata confermata né smentita ma si presenta come verosimile, tenendo presente che i sabotatori della Decima flottiglia Mas operazioni come questa le avevano condotte con successo contro la flotta britannica all’interno dei porti assai ben difesi di Alessandria e Gibilterra nel corso del secondo conflitto mondiale.
Una bella rivincita sui sovietici l’affondamento della corazzata italiana di cui avevano preteso ed ottenuto la consegna, ma anche un grande favore alla Marina militare americana che temeva il rafforzamento della flotta sovietica ed il suo dispiegamento nel Mediterraneo.
I meriti di Junio Valerio Borghese nei confronti dello Stato italiano e degli Stati uniti non sono, evidentemente, di poco conto e fanno del personaggio un elemento fondamentale nella guerra civile che inizia a divampare in Italia negli anni Sessanta.
L’idea di creare un “Fronte nazionale” che riunisse uomini appartenenti a schieramenti politici e partitici diversi anche sul piano ideologico, Junio Valerio Borghese la nutriva da sempre, come segnala una nota della Central intelligence agency del 14 agosto 1951.
Negli anni Sessanta, quando inizia la controffensiva occidentale a quella che viene definita la “guerra rivoluzionaria” dei Soviet, Junio Valerio Borghese è in prima linea.
Nella primavera del 1967 la Cia vara l’operazione “Chaos” destinata a destabilizzare i Paesi europei a rischio per stabilizzarne il rapporto di alleanza con gli Stati uniti e la Nato, ed in Europa il suo massimo esponente è quel James Jesus Angleton di cui Borghese è fidato amico e sicuro referente.
Il 13 settembre 1968, a Roma, è ufficialmente costituito il “Fronte nazionale” di cui Junio Valerio Borghese è il presidente, finalmente pubblicamente in prima linea per difendere lo Stato dalla “sovversione rossa”.
Non serve, nell’economia di questo breve saggio dedicato alla figura del principe Junio Valerio Borghese, ripercorrere quanto già scritto sulla partecipazione sua, della sua organizzazione e dei suoi uomini all’operazione del 1969 destinata a concludersi il 14 dicembre 1969 con la proclamazione dello stato di emergenza.
Qui serve ribadire che uno dei protagonisti di quei tragici avvenimenti, Stefano Delle Chiaie, era suo fedelissimo collaboratore e che, per questa ragione, appare incomprensibile che il nome del comandante Borghese non sia mai apparso nei fascicoli processuali dei numerosi processi svoltisi per la strage di piazza Fontana.
La motivazione ci appare semplice.
Mentre i gregari, fra i quali Stefano Delle Chiaie, per lo loro pubbliche ostentazioni di “fede” fascista potevano essere comodamente essere spacciati per “eversori neri”, non altrettanto di poteva fare per il principe Junio Valerio Borghese la cui attività era stata, sempre e soltanto, improntata alla difesa ed alla salvaguardia dello Stato e, di conseguenza, del regime politico democristiano che lo dirigeva.
A rendere Junio Valerio Borghese intoccabile per la pavida magistratura italiana non c’erano solo i fatti, ma anche e soprattutto i testimoni a partire da James Jesus Angleton, per gli americani, dai vertici militari italiani, dal questore Umberto Federico D’Amato, per finire ad uomini politici del calibro di Giulio Andreotti e Giuseppe Pella.
L’inchiesta, voluta da Giulio Andreotti nel 1973-1974, sul “golpe Borghese” del 7-8 dicembre 1970, per lo zelo con cui fu condotta dal generale Maletti, responsabile all’epoca dell’ufficio “D” del Sid, ha illuminato in parte le complicità in quel golpe, politiche militari ed internazionali.
Dovrà morire Junio Valerio Borghese, fra le braccia di un agente femminile del Sid, il 26 agosto 1974 a Cadice (Spagna), ufficialmente per pancreatite, perché Giulio Andreotti, tramite il fido sostituto procuratore della Repubblica Claudio Vitalone, possa avviare il processo penale a carico dei “congiurati” opportunamente selezionati dallo stesso esponente democristiano.
La figura del “principe nero”, ancora oggi affermata da pseudo storici e pennivendoli di regime, non è mai esistita.
Eroe di guerra, travolto come tutti gli italiani dalla tragedia dell’8 settembre 1943, Junio Valerio Borghese ha maturato nel tempo il convincimento di essere un uomo del destino, capace di riscattarsi dall’onta della sconfitta di militare ma incapace di comprendere che tanto di poteva fare prendendo le distanze dai vincitori, mantenendo cioè il Paese in una condizione di neutralità che gli consentisse di essere equidistante dai blocchi.
Accecato, viceversa, dall’avversione per il comunismo, timoroso che l’inettitudine degli uomini politici democristiani potesse infine favorire la conquista del potere da parte del Pci con mezzi legali, per via elettorale, Borghese ha ritenuto che bisognasse stringere sempre più i legami con gli Stati uniti ed i suoi alleati, primo lo Stato d’Israele che, in Medio Oriente, rappresentava la sicura sentinella degli interessi occidentali contro al marea araba.
Non fascista, né abile uomo politico, ma militare da sempre introdotto negli ambienti dell’intelligence italiana, tedesca, americana, Junio Valerio Borghese rappresenta ancora oggi il mito di tanti che si illudono di essere “neofascisti” pur nutrendosi delle visioni della “rivoluzione conservatrice” di Julius Evola che con il fascismo come ideologia, dottrina e storia poco o nulla ha a che fare.
Avremmo preferito ricordare il principe Junio Valerio Borghese, mito della nostra giovinezza, come l’eroe protagonista delle leggendarie imprese belliche contro la “perfida Albione” nel corso della “guerra del sangue contro l’oro”.
L’ammirazione per la medaglia d’oro al V.M. Junio Valerio Borghese rimane, accompagnata però dal giudizio storico negativo su ciò che è stato e che ha fatto a partire dall’8 settembre 1943 data in cui ha, lentamente, smarrito il senso dell’onore fino a schierarsi decisamente con i vincitori della Seconda guerra mondiale che erano giunti in Italia per conquistarla, non per liberarla, in nome e per conto del sogno messianico della “terza Roma” destinata a conquistare il mondo.
Nella “guerra del sangue contro l’oro” è stato il primo a soccombere ma non è un buon motivo per schierarsi dalla parte dei detentori della ricchezza e della forza.
Migliaia sono stati gli italiani che hanno scelto di morire per un ideale e per l’onore della Nazione, compresi tanti marò della Decima, sacrificati dal loro comandante che, invece, aveva scelto di vivere.
E, vivendo, ha contribuito a portare l’Italia allo sfacelo in cui oggi versa.
Figura scomoda, da cancellare dalle pagine della nostra storia, Junio Valerio Borghese è quasi dimenticato perché il regime politico e lo Stato per i quali tanto ha fatto non si possono consentire di riabilitarlo da morto, dicendo la verità sul suo conto, così come gli avevano negato la “riabilitazione” da vivo.
Rimane da dissipare l’equivoco che Borghese, insieme ai Romualdi, agli Almirante, a tanti altri, ha contribuito a creare e che si pretende di perpetuare, quello dell’esistenza nel dopoguerra di un “neofascismo” ansioso di rivincita e di vendetta sui vincitori.
Ancora oggi, purtroppo, ci tocca assistere allo spettacolo di persone screditate che si vantano di essere “fasciste” e rivendicano con orgoglio il loro rapporto di obbedienza e di sudditanza con l’a-fascista Junio Valerio Borghese.
Personaggi che possono passeggiare impuniti ed impunibili solo perché i segreti di Junio Valerio Borghese sono quelli dello Stato italiano e dei suoi alleati internazionali, inconfessabili perché, se rivelati, proveranno che la classe dirigente ha tradito questo popolo e ne ha versato il sangue in nome degli interessi delle potenza egemone e propri, personali.
L’Italia che noi rispettiamo ed amiamo attende ancora di essere riscoperta, perché è rimasta lì, dove l’ha abbandonata Junio Valerio Borghese per recarsi in divisa americana a Roma, verso la salvezza e la vita, sul fronte del Senio, nella selva di Tarnova, sulla linea Gotica.
L’altra Italia è quella dolente incapace di liberarsi da un passato ed un presente di menzogne che rischiano di cancellare per sempre la verità e, con essa, ogni residuo di libertà.
Ed è questa la guerra che si conduce, disarmati, perché alla fine l’Italia ritrovi sé stessa, la sua storia e la sua verità.

Vincenzo Vinciguerra

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12 dicembre 1969

 

Opera, 2001 (scritto assieme a Michela Maffezzoni Cipriani)

La cronologia che presentiamo per ricordare la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 inizia dalla data del 27 febbraio 1969, giorno in cui s’incontrano al Quirinale il presidente americano Richard Nixon e quello italiano, il socialdemocratico Giuseppe Saragat. Come annota l’ambasciatore Ortona, i due parlano “a quattr’occhi” su argomenti che nessuno deve sentire. Se ne vedranno gli effetti, però, nel corso dei mesi successivi. La data del 27 febbraio 1969 rappresenta l’inizio dell’operazione che culminerà nella strage di piazza Fontana, la sua fase operativa, quella sulla quale sono stati scritti fiumi d’inchiostro, si sono accaniti alla ricerca dei responsabili materiali – e solo di quelli- decine di magistrati, si sono esercitati giornalisti e pseudo- storici esperti più che altro in disinformazione. Pochi (fra questi pochi vi è certamente Luigi Cipriani, di cui si leggano gli interventi sub Scritti di controinformazione) hanno tentato però di comprendere le motivazioni autentiche di un’operazione che, attraverso l’arma della strage, doveva consentire ai detentori del potere di proclamare lo stato di emergenza, premessa necessaria per la creazione di un regime autoritario di centro destra.

E’ vero che da anni era in corso il confronto Est-Ovest, Russia e Stati uniti, comunismo e mondo cosiddetto ‘libero’ ma esso si distingueva, in Europa, per essere circoscritto ad un conflitto di carattere economico, politico, propagandistico mentre lo scontro militare era lontano, in Asia e nulla faceva pensare che potesse verificarsi perfino nella paciosa Italia. Eppure, inavvertitamente la minaccia di una guerra si era fatta concreta , ma non palese, alla fine degli anni Sessanta. Non si paventava un’invasione sovietica nell’Europa centro-meridionale, nemmeno si ipotizzava un tentativo insurrezionale comunista appoggiato dalle armate sovietiche e titine. La propaganda teneva desto il “pericolo comunista” ma i vertici politici e militari erano perfettamente consapevoli che il maggior pericolo non era interno e che non proveniva dalle mire sovietiche sulla Germania o da quelle jugoslave su Trieste e Gorizia. Gli Stati maggiori della Difesa, italiani, atlantici ed americani temevano – con inespresso timore – la penetrazione sovietica nel Mediterraneo, quella politica mediante gli aiuti economici e militari agli Stati arabi e quella propriamente militare con la massiccia presenza della flotta russa nei porti del Mediterraneo. Questa era la minaccia da sventare e neutralizzare ad ogni costo. La Nato aveva predisposto il suo schieramento sul fronte centrale, ma aveva trascurato quello meridionale e marittimo. La VI flotta poteva costituire un deterrente solo fino a quando le unità militari sovietiche, prive di portaerei, potevano attraversare lo stretto dei Dardanelli solo per qualche crociera dimostrativa. Ma la flotta sovietica poteva contare ora su portaelicotteri, e quel che è peggio su basi navali nel Mediterraneo, fornite dai paesi arabi.

Gli Stati uniti avevano condotto una politica di decolonizzazione che, giustamente secondo i loro calcoli, era destinata ad indebolire i paesi europei ma, in Medio oriente, si erano sempre più sbilanciati in difesa dello Stato di Israele inimicandosi i paesi arabi, consapevoli che solo la protezione americana consentiva ai sionisti di mettere a ferro e fuoco la Palestina frustrando la loro reazione militare. La guerra dei sei giorni, iniziata il 5 giugno 1967, aveva fornito la prova evidente, l’ultima in ordine di tempo, che gli Stati uniti in Medio oriente contavano su un solo alleato ed amico, Israele. E che non lo sostenevano per garantire la sopravvivenza ma al fine di rafforzarlo e potenziarlo, a spese dei paesi confinanti, per farne una gigantesca base militare a difesa dei propri interessi nel controllo delle risorse energetiche dell’intera regione. C’è una data che segna una svolta cruciale nello scontro in atto fra Est e Ovest in Europa, in modo particolare in Italia, introducendovi la necessità di un inasprimento e di un incrudelimento che apparirà evidente solo nel 1969. Una data che gli storici e i magistrati non hanno registrato nei loro atti e non hanno mai collegato agli eventi tragici del 1969 e a quelli successivi degli anni ’70.

Il 10 giugno 1967, l’Unione sovietica e gli Stati che fanno parte del Patto di Varsavia, meno la Romania, rompono le relazioni diplomatiche con lo Stato di Israele. Un passo grave sul piano diplomatico che costituisce il preludio ad un impegno militare diretto, da parte sovietica, nel sostegno all’Egitto. Le reazioni sono immediate in Italia, il paese che più degli altri sarà coinvolto nello scontro fra Stati uniti ed Israele, da un lato, Egitto e Unione sovietica, dall’altro.

Già il 27 giugno 1967, “il responsabile del Kgb presso l’Ambasciata sovietica Gurgen Semenovic Agajan invia un telegramma a Mosca nel quale comunica la richiesta di Luigi Longo, segretario nazionale del Pci, di poter inviare tre uomini in Urss per addestrarli nelle tecniche di cospirazione, costruzione di documenti falsi, trasmissioni radio”. E’ un segnale preciso delle paure dei vertici del Pci, perfettamente consapevoli delle ripercussioni che la rottura dei rapporti diplomatici fra l’Unione sovietica ed Israele provocherà in Italia. Il Partito comunista si prepara a tempi duri.

Il secondo, e ancor oggi negletto segnale della gravità eccezionale del momento si evidenzia il 1 novembre 1967, quando a capo di Stato maggiore dell’Arma dei carabinieri viene nominato il colonnello Arnaldo Ferrara. Non è un personaggio da poco: fratello di un deputato repubblicano, di razza e religione israelita, Ferrara resterà fermo nel suo incarico per ben dieci anni, fino al 31 luglio 1977. Per dieci lunghi anni, sarà quest’uomo a dirigere l’Arma dei carabinieri ascendendo lentamente tutti i gradi della carriera militare senza mai muoversi dalla sua poltrona, fino al grado di generale di corpo d’armata. Nessuno ha mai protestato o posto domande, allora come dopo. Eppure, la permanenza nell’incarico di capo di Stato maggiore dell’Arma dei carabinieri è perentoriamente fissata in due anni; non oltre. Perché l’israelita Arnaldo Ferrara, ufficialmente senza titoli particolari, senza meriti di rilievo, senza una ragione apparente vi è rimasto invece per dieci lunghi anni, i peggiori della storia del dopoguerra italiano?

La risposta la troviamo nella situazione determinatasi nel Mediterraneo dopo la guerra dei sei giorni, nella necessità di sventare la minaccia politica rappresentata dal Pci, “quinta colonna sovietica” in Italia, nel coordinamento svolto dalla centrale Cia di Roma, responsabile per tutto il bacino del Mediterraneo della guerra clandestina in Europa, in particolare in Italia. E a capo della sezione Cia a Roma, troviamo un nome nefasto, quale responsabile delle operazioni speciali e del controspionaggio, per l’Italia e per gli italiani: James Jesus Angleton. Angleton ha due caratteristiche: è legato ai servizi segreti ebraici dal 1944, ed è il nume tutelare della cosiddetta destra neofascista in Italia, vale a dire il suo protettore nel senso deteriore del termine dal 1945, da quando si portò su una jeep, vestito in divisa americana, in compagnia del commissario di Ps Umberto Federico D’Amato, il principe Junio Valerio Borghese, comandante della divisione di fanteria di marina ‘Decima’ della Repubblica sociale italiana, che non volle morire per l’Italia ma scelse di vivere per l’America. I due poli della destra italiana: i carabinieri guidati dall’israelita Arnaldo Ferrara, gli americani rappresentati da James Jesus Angleton, ‘l’amico del neofascismo’. Perché non c’è ‘neofascista’ o presunto tale che non sia stato coinvolto, consapevolmente o meno, nella strategia del terrore in Italia, bisognerebbe chiederlo al generale Arnaldo Ferrara (Angleton è morto), vivo e muto come un pesce, dimenticato da tutti, primi quelli che hanno la pretesa di aver cercato la verità sulla strage di piazza Fontana e le successive.

Il 21 aprile 1967, due mesi e mezzo prima dell’inizio della guerra dei sei giorni, le forze armate greche assumono il potere in esecuzione di un piano della Nato. Il 15 agosto 1967, Thomas Karamessines invia a James Jesus Angleton “il primo documento autorizzativo della ‘operazione Chaos’ “, predisposto in primavera e le cui reali finalità rimangono segrete ancora oggi.

E’ la macchina della distruzione che si mette in moto, lentamente ma inesorabilmente. Non è agli americani ed agli israeliani che mancano strumenti già pronti per l’attuazione dei piani per sventare il pericolo che il Partito comunista italiano, strumento passivo della politica estera sovietica, possa condizionare in senso neutralistico la politica dei governi italiani, non abbastanza filoisraeliani anche se incapaci di assumere una decisa posizione filoaraba. Nel settembre del 1966 a Lisbona (Portogallo), è stata costituita l’Aginter Press diretta da Yves Guerin Serac; i rapporti di certa destra che si ammanta di neofascismo o, addirittura, di neonazismo con la destra israeliana risalgono addirittura al 1954. Sul piano internazionale e su quello interno, in Italia, gli strumenti non mancano, le marionette nemmeno, i piani si faranno adeguandoli alle esigenze della strategia che ha una precisa finalità: bloccare l’espansione sovietica nel Mediterraneo, neutralizzare la minaccia militare, fare dell’Italia la punta di diamante dello schieramento militare pro-israeliano e anti-arabo. Una necessità, quest’ultima, in una regione in cui agli americani è rimasta solo la Grecia come punto di riferimento affidabile. Il 25 maggio 1969 il senatore americano Steward Simmington afferma: “Il Libano nella primavera del 1967 ha impedito alla nostra flotta l’accesso ai suoi porti. Le ultime due volte che la nostra flotta ha visitato la Turchia si sono verificate violente manifestazioni antiamericane. Queste correnti divengono sempre più forti e se, in Grecia, le cose non andassero come vanno, nel Mediterraneo ci sarebbero pochissimi porti –se non nessuno- disposti ad accogliere le nostre navi senza azioni di disturbo. E siccome noi reputiamo necessario il mantenimento della nostra flotta in quel mare chiuso, questa è la ragione maggiore del nostro sforzo affinché le cose permangano stabili nel Paese in questione, cioè la Grecia”. Parole chiare. E molti, dopo la confusione degli anni precedenti, hanno collegato la strage di piazza Fontana al mantenimento del governo militare greco e alla manovra per obbligare il governo italiano, recalcitrante, a sostenerlo in sede atlantica ed europea. Ma non sono andati oltre, non hanno cioè intuito che la Grecia dei colonnelli era funzionale ai disegni americani, soprattutto per il sostegno allo Stato di Israele ed il controllo, quindi, del Mediterraneo.

La sola Grecia non bastava. La Francia era in aperta rottura con la Nato; la Spagna franchista non poteva essere utilizzata per ragioni di facciata; l’Algeria era perduta, guidata da quel Boumedienne che i servizi di sicurezza della Nato ritenevano un mero agente di Mosca; la Tunisia non era affidabile; la Libia era instabile, tanto che dopo la presa del potere il 1 settembre 1969, la giunta militare ordinerà agli americani ed agli inglesi di sgomberare le basi militari nel paese; il Libano e la Turchia non danno affidamento; in Egitto poi sono presenti almeno 12mila ‘consiglieri’ militari sovietici che sono in prima linea nella guerra non dichiarata contro Israele; rimane un inutile Marocco e, infine, la infida Italia. Cosa farà l’Italia? La domanda, gli Angleton ed i vertici politici e militari americani e Nato non se la pongono. Per loro esiste solo cosa dovrà fare l’Italia, volente o nolente, per rafforzare lo schieramento atlantico nel Mediterraneo a difesa di Israele e degli interessi statunitensi nella regione. L’Italia dovrà frenare l’influenza comunista suscettibile di condizionare il Parlamento ed il governo in senso filo- arabo e neutralista: cosa non facile in una democrazia parlamentare che non ha a sua disposizione quegli strumenti normativi che consentono ad un regime autoritario di tacitare l’opposizione, vietare le manifestazioni pubbliche, porre fuori legge partiti e movimenti contrari alla sua politica senza, per questa ragione, prendere esempio dalla Grecia dei colonnelli o dalla Spagna di Franco; basta pensare alla Germania federale dove il Partito comunista è fuorilegge ed ogni movimento che presenti caratteristiche “eversive” a parere discrezionale dei governi, può esserlo posto in ogni momento, senza alcuna difficoltà.

E’ la Germania federale, il modello al quale guardano i politici italiani. Una democrazia autoritaria, capace di essere fedele senza riserve agli Stati uniti, ossequiente alle sue direttive, disposta a proiettarsi nel Mediterraneo per assolvere quei compiti militari, politici, diplomatici ed economici che la strategia americana prevede. Un’Italia non più oscillante fra le ragioni degli arabi e degli israeliani, ma decisamente schierata con questi ultimi ad onta della ostilità della Chiesa cattolica, in nome dei valori giudaico- cristiani. Come trasformare una democrazia parlamentare in una democrazia autoritaria, in presenza di forze politiche avverse troppo forti per essere elettoralmente battute? Come trasformare l’infido alleato nel quale agisce il più forte Partito comunista occidentale, nel quale il neutralismo anche di marca cattolica avanza inesorabilmente, incalzano dal 1968 movimenti di opposizione sociale e politica e l’antiamericanismo, per questi fattori congiunti, è arrivato quasi al suo massimo storico? La risposta la troviamo in quella che è stata definita la ‘strategia della tensione’, quell’azione cioè intesa a destabilizzare l’ordine pubblico per stabilizzare quello politico, operativa in Italia da tempo, almeno dal 1964 ma senza quelle connotazioni sanguinose che la distingueranno a partire dalla primavera del 1969.

In quel momento, la catena di comando è ben salda e amalgamata: il generale Arnaldo Ferrara per l’Arma dei carabinieri, l’ammiraglio Eugenio Henke, passato dal comando del Servizio segreto militare alla direzione dello Stato maggiore della Difesa; il capo della polizia Angelo Vicari, in carica dal 1960 al 1973, e il questore Umberto Federico D’Amato, dirigente dei Servizi segreti civili e tramite unico con gli americani e la Nato. Pochi uomini al comando reale, moltissimi gli interpreti di secondo e terzo livello, comparse e burattini che la disinformazione giornalistica e giudiziaria ha trasformato nei principali protagonisti della stagione delle stragi. I Freda, i Delle Chiaie, i Maggi, gli Zorzi, i Rognoni, i Ventura, i servi fedeli ed ottusi delle altrui strategie. Mentre il silenzio è calato sulle responsabilità politiche. Paolo Emilio Taviani ha rotto parzialmente il muro dell’omertà, da morto, confermando nel libro di memorie pubblicato postumo che piazza Fontana fu strage di Stato, chiamando addirittura in causa (e non meraviglia) un colonnello dei carabinieri e il servizio segreto militare; ma invece di maledirne la memoria e la reticenza, lo hanno dichiarato uomo onesto ed illustre, a cominciare da quei post comunisti che tante cose sanno e tante hanno taciute: come Taviani ed i suoi colleghi democristiani.

Nella fase operativa iniziata il 27 febbraio 1969, vediamo come comprimari movimenti ed uomini che mai sono entrati nelle indagini sulla strage di piazza Fontana e nemmeno nelle ricostruzioni giornalistiche e storiche. Vediamo l’interlocutore di James Jesus Angleton, Junio Valerio Borghese ed il suo ‘Fronte nazionale’ essere presente in informative del Sid come attivo per giungere alla costituzione di un regime autoritario, ma nessuno lo ha mai collegato alla strage del 12 dicembre 1969. Ed appare grottesco come per anni- almeno venti anni- il nome del suo fedele braccio destro, Stefano Delle Chiaie, sia stato affiancato, insieme a quello di Mario Merlino, alla strage senza che nessuno abbia osato ricordare che costui prendeva ordini da Junio Valerio Borghese; e nessuno ha rilevato che Junio Valerio Borghese era ancora un militante del Movimento sociale italiano. E’ la destra unita, quella che compare nell’operazione che porta a piazza Fontana, con i suoi legami di dipendenza dagli apparati segreti dello Stato e dall’Arma dei carabinieri, non come appare a chi legge oggi la storia di quegli eventi, ora una ‘cellula nera’ padovana, ora un gruppo di ‘anarco-nazisti’ romani, ora un gruppo non bene definito di ordinovisti veneziani collegati ai servizi segreti americani ed israeliani.

Al di là della volontà e degli sforzi fatti dall’ultimo magistrato che si è occupato delle indagini sulla strage di piazza Fontana con onestà intellettuale e coraggio civile, come Guido Salvini (sottoposto per questo motivo ad un autentico linciaggio morale), bisogna convenire che la verità sulla strage del 12 dicembre 1969 è ancora lontana; non è stata scritta se non parzialmente; e anche quel poco non è stato ancora compreso. La partita fra Stati uniti ed Unione sovietica, giocata sulla pelle dei popoli del mondo, ha nel Mediterraneo il nome di Israele, la sua politica è l’imperialismo aggressivo, i suoi simboli la bandiera a stelle e strisce e la stella di David. Altre motivazioni, altri attori sono entrati nella strategia delle bombe come figure secondarie, benché rumorose o addirittura così rumorose da apparire come quei primi attori che non erano, né potevano essere: dai tanti predicatori d’ordine per il ristabilimento di una pace sociale che appariva sconvolta in quegli anni, al fronte padronale che vedeva la propria rappresentanza e sentinella nella Confindustria, buttatasi nella mischia per ottenere furbescamente la chiusura dei contratti dell’autunno caldo e la gigantesca repressione operaia che ne seguì; comprimari, attori di secondo ruolo, profittatori, non registi. Gli attori hanno creato semmai quel consenso diffuso, quell’omertà durevole ed infrangibile che il regista, da solo, non avrebbe potuto ottenere. Ma non ci hanno coinvolti solo per impedire un altro autunno, o che Longo e Berlinguer prendessero in Italia quel potere, che già i patti di Yalta rendevano impossibile. Ci hanno coinvolti in primo luogo per difendere gli interessi americani nello scacchiere medio orientale e perché Gerusalemme tornasse ad essere la capitale “eterna e indivisibile” dello Stato d’Israele.

Abbandonata la ‘soglia di Gorizia’ che mai nessun invasore avrebbe attraversato, gli americani hanno una base come Sigonella dalla quale possono controllare tutto il Medio oriente, e l’Italia è oggi la sentinella a presidio di un mare israeliano; un paese ostile al mondo arabo, ansioso di mandare a morire i suoi soldati per Gerusalemme e il ‘grande Israele’, governato da quella destra che oggi ha potuto – e dovuto – gettare la maschera e rendere omaggio ai rabbini. L’Italia è come hanno voluto che fosse a partire dall’estate del 1967, passando per piazza Fontana e le bombe successive, che ne hanno fatto la Palestina di Europa, dove gli attori erano italiani, i morti erano italiani, ma i burattinai americani ed israeliani. Non si offendano i morti affermando che “la verità c’è”, non si offendano con l’ostinato rifiuto di capire chi sono stati gli stragisti, gli stessi che continuano le stragi in quei paesi, come la Palestina in primo luogo, che si rifiutano di sottostare alla servitù devastante imposta dal colonizzatore. Ecco perché è terra anche nostra la Palestina, anche nostra la sua battaglia di resistenza e libertà. Chi vuole capire quanto è accaduto, e condivide queste espressioni, faccia dunque del 12 dicembre 1969 anziché la solita risibile invocazione di verità agli apparati di uno Stato che davvero non la può dare – mai la darà!- una giornata di lotta e ricordo dei caduti, italiani e palestinesi, vittime della stessa mano imperialista, dello stesso disegno di colonizzazione del Mediterraneo.

Cronologia degli avvenimenti

27 febbraio 1969

Giunge a Roma il presidente americano Richard Nixon. Egidio Ortona, ambasciatore italiano a Washington, annota: “Al Quirinale Saragat e Nixon si ritirano per un incontro a quattr’occhi: deplorevole dispregio dei diplomatici…”. A questo colloquio fra i due presidenti, svoltosi senza alcun testimonio, può esser fatta risalire la data d’inizio dell’operazione stragista che culminerà nell’eccidio di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, finalizzata alla proclamazione dello “stato di emergenza”.

28 febbraio 1969

A Roma, viene compiuto un attentato dinamitardo contro un ingresso secondario di Palazzo Madama in via della Dogana vecchia. Anche se non rivendicato, il gesto verrà successivamente considerato come uno dei primi atti della ‘strategia della tensione’.

febbraio 1969

Il generale Ernesto Cellentani, sulla “Revue militaire générale” scrive: “In seno alle forze politiche protagoniste dei disordini e delle sommosse si è andato rilevando specie negli ultimi tempi un processo crescente di osmosi, ideale e organizzativa, sul piano internazionale. Il problema potrebbe rappresentare, in un futuro prossimo, ulteriori complicazioni e difficoltà poste dall’intervento dell’assai importante componente giovanile studentesca. Sembra allora opportuno realizzare una stretta cooperazione civile e militare, sul piano europeo occidentale, tendente allo scopo di mettere a disposizione fattori comuni esperienze ed informazioni; potrebbe allo scopo essere concretata da una politica dell’ordine pubblico ed un’altrettanta comune politica di informazione ed azione psicologica, entrambe necessarie. La popolazione non interessata al disordine potrebbe – infine – essere chiamata in determinati casi limite a cooperare al ristabilimento dell’ordine. Oggi esiste, ormai, un fronte interno anche in tempo di pace”.

19 marzo 1969

A Viareggio, presso l’hotel Royal ha luogo la prima riunione pubblica del ‘Fronte nazionale’, alla presenza di Junio Valerio Borghese. Nella nota che il Sid stila sulla riunione si riferisce che nel suo corso “l’unico accenno di interesse è quello fatto da Borghese in merito alle Forze armate che, secondo il presidente del Fronte, non avrebbero fatto mancare il loro appoggio nella lotta al comunismo”.

21 marzo 1969

Da questa data e fino ai primi di giugno, Armando Cossutta, responsabile dell’organizzazione del Pci, invia 4 circolari alle federazioni provinciali invitandole ad assumere misure straordinarie di sicurezza e a tenere presente che i telefoni sono sotto controllo.

27 marzo 1969

A Roma, un potente ordigno è fatto esplodere contro la sede del ministero della Pubblica istruzione in viale Trastevere. Le caratteristiche dell’ordigno corrispondono a quello impiegato contro la sede del Senato del 28 febbraio precedente.

29 marzo 1969

A Padova, con sospetta concomitanza sono compiuti 2 attentati dinamitardi, uno contro la sede del Msi, in via Zabarella, l’altro contro la sede del Psiup in via Santa Sofia.

31 marzo 1969

A Roma, un ordigno ad alto potenziale viene fatto esplodere contro il Palazzo di giustizia. L’attentato è rivendicato con manifestini a firma di ‘Marius Jacob’, militante dell’Internazionale anarchica.

marzo 1969

Serafino Di Luia si trasferisce da Roma e Milano.

12 aprile 1969

A Genova, nella villa di Guido Canale, s’incontrano il principe Junio Valerio Borghese, l’armatore Alberto Cameli, l’avvocato Gianni Meneghini, il presidente Gianluigi Lagorio Serra.

14 aprile 1969

Una nota del ministero degli Interni informa che scopo dell’ “Aginter Press” “è quello di combattere il comunismo mondiale…e a tale fine disporrebbe anche di un apparato militare clandestino. Sarebbe guidato ed appoggiato finanziariamente da ambienti di destra francesi, belgi, americani, sudafricani e rodesiani…Per l’addestramento alla guerriglia e al sabotaggio, il movimento avrebbe costituito due campi: uno in Algorvia, (Portogallo) e l’altro a Windhock (Sudafrica)”.

15 aprile 1969

A Padova, è compiuto un attentato dinamitardo contro lo studio del rettore dell’Università, Enrico Opocher. Le indagini sull’episodio vengono affidate al dirigente della Squadra mobile, il commissario di Ps Pasquale Juliano.

18 aprile 1969

A Padova, si svolge una riunione operativa in vista dei prossimi attentati da compiere a cura dei gruppi coinvolti nella ‘strategia della tensione’. Vengono indicati come partecipanti alla riunione Franco Freda, Marco Pozzan, Marco Balzarini, Ivano Toniolo e Angelo Ventura.

19 aprile 1969

Secondo le dichiarazioni rese da Ruggero Pan al giudice istruttore di Treviso Giancarlo Stiz, nel pomeriggio di quel giorno “il Freda gli parlò nel suo studio di una serie di attentati che egli stava conducendo, in particolare di quello da lui commesso il 15 aprile nello studio del rettore dell’Università di Padova, e di avere in mente un ampio programma di attentati per la cui esecuzione gli occorreva l’apporto di altre persone, estremisti sia di destra che di sinistra; che non era il caso di prendersi cura della massa né di proporsi subito il problema della qualificazione politica del nuovo regime…”.

25 aprile 1969

A Milano, scoppiano bombe incendiarie alla Fiera campionaria e all’ufficio cambi della stazione ferroviaria, che provocano il primo 21 feriti, dei quali 2 gravi, e solo fortuitamente nessun morto; il secondo, danni e alcuni feriti lievi. Della mancata strage sono additati i colpevoli ancor prima dello svolgimento di indagini: gli anarchici. Saranno successivamente condannati Freda e Ventura per i quali, però, sarà ritenuta preminente l’azione di ‘associazione sovversiva’, in modo da contenere la pena nei limiti dei 15 anni mascherandone l’attività stragista.

27 aprile 1969

Marques Armando, dirigente di Ot, è presente a Milano come rilevato dalla Questura del capoluogo lombardo.

27 aprile 1969

A Padova, Guido Giannettini consegna a Giovanni Ventura e Freda rapporti ‘informativi’ costruiti ad arte per facilitare la loro opera di infiltrazione nei gruppi della sinistra extraparlamentare. Giannettini alloggia nella notte all’hotel Monaco di Padova.

4 maggio 1969

Nel rapporto inviato al Sid a questa data, il giornalista missino Guido Giannettini scrive: “In base a nuovi elementi raccolti nella zona operativa ‘c’, T ritiene che gli ambienti industriali del nord Italia disposti a finanziare attentati siano costituiti principalmente dal gruppo Monti, Z è d’accordo sulle conclusioni cui è pervenuto T”. Chiarirà, poi, al giudice D’Ambrosio che “Z ero io e T era Freda”; aggiungendo che “in effetti le notizie sul finanziamento di Monti ai gruppi estremisti di destra mi furono passate da Freda. Freda mi disse che non so chi aveva captato, durante un pranzo a cui partecipavano o Monti o i suoi collaboratori, che Monti avrebbe finanziato gruppi di destra per azioni provocatorie, non escluse azioni terroristiche”.

6 maggio 1969

Il direttore della divisione Affari riservati del ministero degli Interni, Elvio Catenacci, crea all’interno della stessa un servizio ‘unico per la trattazione della materia attinente alle attività dei partiti estremisti’, affidato al comando del vice questore Francesco D’Agostino, ed una ‘sezione investigativa’ alla cui direzione viene chiamato il vice questore Guglielmo Carlucci.

11 maggio 1969

A Roma, Mario Tedeschi, direttore de “Il Borghese”, annuncia la costituzione di “250 gruppi di Azione nazionale (Gan) costituitisi in tutta Italia rispondendo al nostro appello per l’unione delle forze nazionali”. Fra i punti programmatici dei Gan, Tedeschi enumera:” Bisogna provvedere a sabotare con tutti i mezzi possibili gli scioperi organizzati dai comunisti e dai clerico comunisti…Bisogna organizzarsi per essere vicini ai soldati in ogni momento; nel momento tranquillo e nel momento non tranquillo”. Conclude, infine: “Alle bombe senza sangue noi preferiamo le beffe sanguinose. Ormai chi vuol fare dell’anticomunismo sul serio deve porsi fuori del sistema e contro il regime”.

15 maggio 1969

Ad Atene, Michel Kottakis, direttore dell’ufficio diplomatico del ministero degli Esteri, invia all’ambasciatore greco a Roma, Antonio Puburas, un rapporto sulla situazione italiana stilato da un agente del Kyp, operante in Italia, e inviato al primo ministro greco Papadopulos. Nella lettera con la quale Kottakis accompagna l’invio del rapporto, si legge che “la situazione in Italia presenta per noi molto interesse e prova che gli eventi si evolvono in senso molto favorevole per la rivoluzione nazionale. Sua eccellenza il presidente ritiene che i difficili sforzi intrapresi da lunga data dal governo nazionale ellenico comincino a produrre frutti”. Kottakis, inoltre, raccomanda l’adozione di precauzioni “in modo da escludere che si possa individuare un legame tra l’azione dei notri amici italiani e le autorità ufficiali elleniche”. Il rapporto riferisce, fra l’altro: “Il signor P ha avuto un incontro con i rappresentanti delle forze armate e ha lungamente analizzato le opinioni del governo ellenico sulle questioni italiane…Abbiamo poi trattato la questione dell’azione futura ed abbiamo proceduto ad una precisa ripartizione dei compiti…Per quanto riguarda i contatti con rappresentanti dell’esercito e della gendarmeria, il signor P mi ha riferito che la maggior parte dei suoi suggerimenti sono stati accettati. Il solo punto di disaccordo riguarda la fissazione delle date precise e dell’azione…Sono già in grado di riferire che qui l’opinione prevalente è che l’intenso sforzo d’organizzazione deve cominciare con l’esercito. Ciò risulta dall’incontro del signor P con i rappresentanti delle forze armate italiane. E’ stato acquisito che i metodi utilizzati dalle forze armate elleniche hanno dato risultati soddisfacenti: perciò vengono accettati come base per l’azione italiana…Per quanto riguarda la gendarmeria italiana, il signor P mi ha detto che i suoi rappresentanti hanno studiato con grande interesse la sua proposta. Essi sono stati profondamente impressionati dalle informazioni sul ruolo assunto dalla polizia militare ellenica nella preparazione della rivoluzione. Hanno accettato unanimamente la sua opinione che in Itala soltanto la gendarmeria potrebbe assumersi analogo compito…Le azioni la cui realizzazione era prevista per epoca anteriore non hanno potuto essere realizzate prima del 20 aprile. La modifica dei nostri piani è stata necessaria per il fatto che un contrattempo ha reso difficile l’accesso al padiglione Fiat. Le due azioni hanno avuto un notevole effetto…Per quanto riguarda la stampa non sarei troppo soddisfatto. Attualmente oltre a ’Il Tempo’ ho continui contatti con ‘Il Giornale d’Italia’. Penso di essere in grado di ottenere su questi due giornali la pubblicazione di qualunque materiale che il governo nazionale giudicasse utile”.

16 maggio 1969

Guido Giannettini prepara il secondo rapporto sui ‘gruppi di pressione’.

25 maggio 1969

Il vice segretario nazionale del Msi, Pino Romualdi, sul periodico “L’assalto” scrive: “Crediamo nell’olio di ricino e nel santo manganello. Crediamo nella guerra civile. Poiché prima che il comunismo arrivi al potere è chiaro che si troveranno mezzo milione di uomini capaci di procurarsi le armi e di usarle. Nessuno deve dimenticarlo: oggi, mutati i tempi, l’olio di ricino e il santo manganello non basterebbero più”.

25 maggio 1969

A Verona, Pino Rauti tiene una riunione coi gruppi di Ordine nuovo del Triveneto.

maggio 1969

A Padova, nei primi giorni del mese si presenta al commissario di Ps Pasquale Juliano, Nicola Pezzato, pregiudicato e missino, che in cambio di denaro gli fornisce i nomi di Fachini, Brancato, Petraroli e Bocchini come componenti di un’organizzazione dedita al compimento di attentati.

7 giugno 1969

A Padova, agenti dell’ufficio politico della Questura al comando del commissario di Ps Saverio Molino, perquisiscono l’abitazione di Eugenio Rizzato, ispettore di zona per il Triveneto della Confederazione nazionale del commercio (Cnc) con sede a Treviso, sequestrando “una pistola automatica calibro 7,65 marca Beretta, con 15 pallottole complessive” per il cui possesso denunciano a piede libero il Rizzato per “detenzione e porto abusivo di armi e munizioni”, ma il funzionario segnala solo alla divisione Affari riservati, omettendo di farne cenno nel rapporto alla magistratura, il rinvenimento della documentazione relativa al ‘Comitato d’azione di risveglio nazionale’ (Carn), nella quale si legge che fra i suoi scopi vi è “la formazione di gruppi d’assalto, pronti a qualsiasi evenienza e disposti a qualsiasi impiego, che saranno a tempo opportuno attrezzati in pieno assetto di guerra”.

16 giugno 1969

Una nota del Sid informa: “Un esponente del Fronte nazionale ha informato alcuni dirigenti della Società metallurgica italiana (Smi) che il movimento ha in programma di attuare nel periodo da giugno a settembre 1969, un colpo di stato per porre fine alla precaria situazione politica che travaglia la vita del Paese. L’uomo di Borghese vorrebbe trattare l’acquisto di munizioni prodotte negli stabilimenti della Smi ma riceve un netto rifiuto”.

18 giugno 1969

A Padova, è arrestato il missino Giancarlo Patrese, all’uscita dello stabile in cui abita il consigliere comunale missino Massimiliano Fachini, che recava un pacchetto contenente esplosivo e pistole. Determinante nei suoi confronti sarà la testimonianza del portiere dello stabile, Alberto Muraro.

19 giugno 1969

Giorgio Almirante è eletto all’unanimità dal comitato centrale, segretario nazionale del Msi.

giugno 1969

In questo mese, secondo le dichiarazioni rese successivamente da Pino Rauti, è assunta la decisione di rientrare nel Msi, che verrà ufficialmente proclamata in autunno in modo che “l’operazione /abbia/ la maggiore risonanza presso l’opinione pubblica”.

giugno 1969

Viene fondato, a Milano, il ‘Fronte degli Italiani’, nato per “sensibilizzare l’opinione pubblica contro l’azione eversiva svolta da taluni partiti di estrema sinistra e dai vari movimenti contestatori e per costituire un sostegno morale per le forze di polizia”.

giugno 1969

Salvatore Ippolito viene infiltrato dalla polizia nel circolo Bakunin. Dirà: “il commissario Spinella mi disse che ero il solo in grado di svolgere questo incarico”.

6 luglio 1969

E’ decretato, secondo quanto scriverà il quotidiano comunista “l’Unità” il 7 settembre 1969, l’allarme Nato che prevede l’esecuzione di un piano di mobilitazione delle forze militari e l’occupazione dei ministeri, sedi di partito e di giornali da parte di unità speciali dell’esercito e dei carabinieri.

7 luglio 1969

Il giornalista Carlo Cavalli, in una lettera intestata ‘Camera dei deputati –giornalisti parlamentari’, spedita al ‘cavaliere del lavoro Attilio Monti presidente Poligrafici – Il resto del Carlino, Bologna’, scrive: “Illustre cavaliere Monti, dopo il colloquio con Dell’Amico e Rauti ho capito bene la natura e i limiti dell’iniziativa. Per il mio campo sono a disposizione felice soprattutto di collaborare con lei. Cordialmente. Avvocato Carlo Cavalli”.

18 luglio 1969

A Bologna, il sindaco comunista Fanti rende noto il testo di una circolare diffusa negli ambienti militari dall’Auca (Associazione ufficiali combattentistici attivi) con sede a Bologna, secondo cui “la situazione interna ci fa pensare all’eventualità che le Forze armate debbano entrare in azione per difendere la libertà democratica e la Costituzione impedendo violenze, distruzioni, sovvertimenti…Si tratterà di collaborare con le forze dell’ordine e di agire anzi con quelle, se necessario, alle dipendenze di un’unica autorità”.

24 luglio 1969

A Milano, è rinvenuto inesploso un ordigno all’interno del Palazzo di giustizia.

31 luglio 1969

La rivista “Il Borghese” pubblica la lettera di un gruppo di ufficiali indirizzata al generale Enzo Marchesi, capo di Stato maggiore dell’Esercito, con la quale sollecitano l’ordine di “reagire singolarmente e collettivamente, con i fatti e se necessario con le armi, a qualsiasi aggressione, a qualsiasi offesa alla Bandiera, all’uniforme, all’essenza spirituale e materiale dell’organismo militare”.

luglio 1969

Il Fronte nazionale diretto da Junio Valerio Borghese, partecipa ad un tentativo di ‘colpo di Stato’, secondo le dichiarazioni rese il 14 gennaio 1978, dal capo della polizia Angelo Vicari in sede giudiziaria.

luglio 1969

Esce nelle librerie un opuscolo di 14 pagine, scritto da Giangiacomo Feltrinelli, dal titolo “Estate 1969″ e con sottotitolo “La minaccia incombente di una svolta radicale a autoritaria a destra, di un colpo di stato all’italiana”. In un’appendice dello scrittore greco Vassakilos è scritto: “Anche noi non credevamo che in Grecia fosse possibile”. Nell’opuscolo, Feltrinelli rileva che le agitazioni sindacali e la crisi dell’economia americana “hanno indotto, a nostro avviso, già da alcuni mesi certe forze di destra a predisporre ed attuare un piano politico e militare preciso, volto ad imporre al Paese una radicale e autoritaria svolta a destra, un colpo di stato all’italiana. Questi piani e la loro parziale attuazione hanno preso nuovo impulso dalla visita di Nixon in Italia ed è possibile che trovino attuazione nel corso di quest’estate, facilitati dall’esodo estivo, dal generale disinteresse, dalla impreparazione delle tradizionali organizzazioni operaie (Pci e sindacati), e dalla sostanziale inefficienza di gruppi che si rifanno ad astratti estremismi ideologici o che, in ogni circostanza, rifiutano il discorso politico”. Il colpo di stato sarebbe “ideato e attuato con la compiacente collaborazione della Cia, della Nato e delle forze reazionarie italiane”.

6 agosto 1969

Ad Alba Adriatica, Freda alloggia all’hotel Lilian, dove si trova in vacanza Ivan Biondo. La località dista 200 chilometri da Riccione e 50 da Pescara.

6 agosto 1969

Si svolge sulla riviera romagnola una riunione segretissima sulla quale, successivamente, la Questura segnalerà che “il padre di Merlino Mario Michele è proprietario di una villa sita a Riccione in viale… Le chiavi della predetta villa sono custodite da tale Giovanni Sapucci, ivi domiciliato”.

8-9 agosto 1969

Vengono compiuti, contemporaneamente, 10 attentati a convogli ferroviari, 2 dei quali falliti. Il commissario Improta dell’ufficio politico della Questura di Roma dirà al giudice Cudillo: “Dopo gli attentati, chiesi a Pietro Valpreda di collaborare con la polizia ed egli rifiutò sdegnosamente”.

20 agosto 1969

A Roma, è trovato all’interno del Palazzo di giustizia un ordigno ad orologeria, non esploso per casualità.

23 agosto 1969

A Padova, presso il locale carcere il pregiudicato Livio Juculano dichiara al magistrato Anna Maria Di Oreste, da lui chiamata per lo scopo: “Sono venuto a conoscenza di altri particolari in merito ai recenti episodi di attentati con esplosivi a mezzo di un detenuto delle carceri giudiziarie di Padova, tale Pezzato Nicolò…Il mandante degli attentati a Roma è il già menzionato avvocato Fredda di Padova”. “In merito poi a quell’arsenale di armi che dovrebbe trovarsi fra Treviso e Vittorio Veneto, il Pezzato mi ha aggiunto che un libraio di Treviso, amico di Freda…detiene nello scantinato della libreria numerose armi”.

24 agosto 1969

A Massa Carrara, il questore informa con lettera il Viminale del passaggio in città del dirigente di Ot, André Fontaine.

30 agosto 1969

A Bologna, il centro Cs invia al Sid un appunto nel quale afferma che “gli autori degli attentati dinamitardi sui treni farebbero capo all’organizzazione studentesca di estrema destra Nuova caravella, che avrebbe sede a Roma e organizzerebbe corsi per sabotatori o dinamitardi diretti da certo Stefano Delle Chiaie….”

2 settembre 1969

A Genova, il questore, in risposta alla lettera del 19 agosto del ministero degli Interni, risponde definendo non meritevoli di attenzione, perché assolutamente non pericolosi per l’ordine democratico, i gruppi del Msi e quelli esterni (On, Giovane Europa, Costituente nazionalrivoluzionaria) e concentrando la sua attenzione sul ‘Comitato di difesa civica’ di cui “nell’ultimo incontro avvenuto a Genova fra il Borghese e noti locali industriali si è espressamente parlato…come organismo non clandestino, ma palese, i suoi programmi non dovranno essere tenuti riservati, e che costituirebbe il lato ‘pubblico’ dell’organizzazione, dietro la quale agirebbero persone economicamente facoltose, cioè i finanziatori. A tale associazione dovrebbe corrispondere altre di tipo ‘attivo’ formate prevalentemente da giovani simpatizzanti per la destra o comunque anticomunisti in senso assoluto; il tutto dovrebbe essere coordinato da Junio Valerio Borghese e dal suo ex aiutante Arillo”.

5 settembre 1969

A Rieti, presso l’albergo ‘Cavallino bianco’ di Monte Terminillo, si svolge un ‘corso di aggiornamento del Msi per dirigenti giovanili’ al quale partecipano 127 militanti fra i quali: Vincenzo Centorame, di Teramo; Graziano Gubbini e Luciano Lanfranco, di Perugia; Romolo Magnani, Pietro Paolo Lentini, Bruno Spotti, emiliani; Piergiorgio Marini, di Ascoli Piceno; Ugo Martinat, di Torino; Alessandro Floreani, Pietro Tondato, Giancarlo Patrese, Delfo Zorzi, Pier Giorgio Gradari, Piero Longo, Massimiliano Fachini, veneti.

6 settembre 1969

Da Ruvo di Puglia dove si è trasferito, il commissario di Ps Pasquale Juliano invia al giudice padovano, Ruberto, un puntiglioso memoriale difensivo nel quale riferisce di essere stato informato dal confidente Francesco Tomasoni che esisteva una organizzazione, responsabile di attentati, che faceva capo a “certo avvocato Freda da Padova”, e a un bidello del ‘Configliachi’ di Padova che va identificato in Marco Pozzan, responsabile dei volontari nazionali del Msi di Padova.

8-15 settembre 1969

A Roma, è presente il dirigente di Ot, Armando Marques, come segnala il Questore con nota successiva diretta al Viminale.

9 settembre 1969

A Padova, la valigeria ‘Al Duomo’ acquista con regolare fattura le borse di similpelle della ‘Mosbach & Gruber’.

9 settembre 1969

Federico D’Amato invia al colonnello Gasca Quierazza, capo dell’ufficio ‘D’, la copia della relazione che svolgerà alla riunione del coordinamento dei servizi di polizia due giorni più tardi. La relazione è ‘riservatissima’, scritta in francese ed intitolata “Les faites terroristes en Italie”, che sintetizza il contenuto di una prima relazione inviata il 15 agosto al ministro degli Interni Franco Restivo. In questa, con riferimento agli attentati ai treni dell’8-9 agosto si “ipotizza quali responsabili: a) gruppi austro-tedeschi-sudtirolesi; b) gruppi di estrema destra; c) gruppi anarcoidi, filocinesi, maoisti e contestatori. La prima ipotesi non trovava conforto; gli estremisti di origine nazionalsocialistico-fascista risultavano, all’epoca, aver adoperato solo cariche rudimentali con sistemi a micce; gli anarcoidi, invece, avevano rivelato nell’azione terroristica una migliore qualità ed efficienza tecnica”. Nell’esaminare, quindi, la figura dell’editore Gian Giacomo Feltrinelli, la relazione “contiene un capitolo nel quale era considerata l’eventualità che i terroristi potessero avere dei collegamenti segreti all’estero. E’ notorio infatti –afferma- che gli anarchici sono in collegamento tra loro sul piano internazionale attraverso l’Internazionale anarchica…”

12 settembre 1969

Nel corso della riunione del ‘Club di Berna’ si definisce la relazione conclusiva che riconosce: ‘l’autonomia dei gruppi di estrema sinistra dai Partiti comunisti; la realtà della contrapposizione di questi gruppuscoli con le confederazioni sindacali; il coordinamento internazionale, non riferibile ad una unica centrale bensì distinto fra esse, dei gruppi anarchici, trotzkjisti e marxisti-leninisti’.

13 settembre 1969

A Padova muore, precipitando inspiegabilmente nella tromba delle scale, Alberto Muraro, portiere dello stabile di piazza Insurrezione, dove abita Massimiliano Fachini, e testimone chiave dell’inchiesta condotta dal commissario di Ps Pasquale Juliano contro il gruppo Fachini-Freda. Avrebbe dovuto testimoniare due giorni dopo.

13 settembre 1969

A Padova, dalla sua utenza telefonica controllata dall’ufficio politico della Questura, Freda chiede a Tullio Fabris spiegazioni dettagliate sul modo di montare un congegno ad incandescenza.

14-18 settembre 1969

A Roma, il Questore, con nota successiva, segnala la ulteriore presenza in città del dirigente di Ot Armando Marques.

15 settembre 1969

Fallisce un tentativo di mediazione fra Grecia e Danimarca, condotto dagli ambasciatori francese e tedesco a Copenaghen.

15 settembre 1969

La divisione Affari riservati del Viminale dirama ai questori di Roma, Genova, Venezia, Milano e Torino una lettera, compilata sulla base delle informazioni fornite da ‘Aristo’, in cui segnala l’avvenuto incontro a Sintra (Portogallo) di ‘Convergenza occidentale’, spiegando che quest’ultima si propone di ‘favorire la reciproca conoscenza di quanti in Europa, si sentono impegnati nella difesa dei valori della civiltà cristiana occidentale, insidiati dai più diversi tentativi di sovversione. Ai lavori – organizzati e diretti dal portoghese Luis Fernandez, dal francese Henryde Roulex e dall’italiano Umberto Mazzotti (alias Sergio Poltronieri) ha partecipato anche una delegazione italiana composta dal prof. Primo Siena, del comitato centrale del Msi, da Gianfranco Di Lorenzo, in rappresentanza della direzione del Raggruppamento giovanile del Msi, dagli studenti universitari dell’Ateneo genovese Domenico Tringale e Dino Segantini in rappresentanza della direzione nazionale del Fuan”.

15 settembre 1969

A Padova, dalla sua utenza telefonica, Freda incarica Tullio Fabris di ritirare presso la ditta Elettrocontrolli di Bologna 50 interruttori a deviazione (timer) in precedenza ordinati.

Metà settembre 1969

A Padova, in una delle biblioteche dell’Ateneo viene collocato in uno scaffale di libri, mimetizzato fra essi, un ‘libro’ internamente cavo contenente un ordigno non esploso per ragioni tecniche.

16 settembre 1969

Secondo le dichiarazioni rese da Lando Dell’Amico il 24 ottobre 1974 a “Panorama”, l’industriale Attilio Monti gli telefonò da Milano invitandolo a prendere contatti con Pino Rauti per consegnargli 18 milioni e 500 mila lire. Se non avesse avuto liquido a sufficienza, specificò Monti, avrebbe dovuto rivolgersi agli uffici della Sarom a Roma che finanziava l’agenzia di stampa “Montecitorio” da lui diretta.

16 settembre 1969

L’ammiraglio Torrisi è nominato responsabile del 3° reparto piani dello Stato maggiore della Marina militare. Lascerà l’incarico il 10 settembre 1971.

17 settembre 1969

La Questura di Genova produce un nuovo rapporto sull’incontro fra Borghese e gli industriali genovesi (Cameli, Cambiaso e Perrino) di cui viene consegnata copia al ministro degli Interni.

17 settembre 1969

Secondo le dichiarazioni rese da Lando Dell’Amico il 24 ottobre alla rivista “Panorama”, in questo giorno alle ore 10, nella sede del Credito italiano in via del Corso a Roma, consegna personalmente a Pino Rauti, con il quale aveva preso appuntamento telefonico il giorno precedente, la somma di 18 milioni e 500 mila lire, come ordinatogli da Attilio Monti, in contanti perché Rauti così pretese rifiutando l’assegno.

18 settembre 1969

Il giornalista Lando Dell’Amico scrive una lettera all’ ‘egregio sig. comm. Bruno Riffeser, direttore generale Sarom, grattacielo Galfa, Milano’: “Carissimo Riffeser, ho versato come d’accordo lire 18.500.000 (diciottomilionicinquecentomila) al giornalista Pino Rauti con assegni ‘Credito italiano’ del 16 ultimo scorso. Se debbo conteggiare l’uscita per la ‘Montecitorio’ dovrei reintegrare la somma con la procedura normale di fine mese in conto Eridania. Va da sé, come ho fatto notare stamane per telefono al cavaliere Monti, che per esborsi straordinari di questa entità non sono (ancora) attrezzato. Per il giornalista Stinchelli, a Parigi, tutte le passate collaborazioni sono state saldate, chiuse. Ho spedito a Bologna le notizie per l’onorevole Preti che, dalla Poligrafici, aveva richiesto l’amico ingegner Zoni. Sono purtroppo incomplete, ma controllatissime. Cari saluti e a presto rivederci a Roma. Lando Dell’Amico”.

19 settembre 1969

A Rieti, il Gruppo carabinieri stila un rapporto ‘riservatissimo’ sul convegno organizzato dal Msi presso l’albergo ‘Cavallino bianco’ di Monte Terminillo. I carabinieri mettono in rilievo che “le lezioni” ai militanti sono state impartite “da parlamentari del partito, tra cui gli onorevoli Pino Romualdi, Giulio Caradonna, Gastone Nencioni, Stefano Menicacci, Franco Maria Servelllo, Franco Franchi e Antonio Guarra, da esponenti quali Pietro Cerullo, Massimo Anderson, Annibale Del Manzo, Giuseppe Tricoli, Antonio Fede e Raffaele Valensise. La chiusura del corso è stata presenziata dall’onorevole Giorgio Almirante, segretario nazionale del partito”. Fra i temi trattati, i carabinieri segnalano, fra gli altri, anche quello di “rovesciare l’attuale classe dirigente italiana, incapace di garantire la sicurezza nazionale, la pace sociale e il progresso civile”.

22 settembre 1969

Franco Freda acquista i 50 timer ordinati alla ditta Elettrocontrolli di Bologna.

27 settembre 1969

Il colonnello Federico Gasca Quierazza, capo del reparto D del Sid, invia una nota all’ammiraglio Eugenio Henke in cui scrive, fra l’altro: “L’accertata disponibilità di esplosivo e la competenza nella confezione di ordigni con caratteristiche analoghe a quelle riscontrate del 9 agosto, da parte di elementi di estrema destra, inducono a non dare più credito alla formulata ipotesi che sia da escludere l’estrema destra dai sospetti. La richiamata valutazione, fatta sulla base di uno studio autorevole, viene infatti a cadere alla luce degli elementi concreti forniti da due fonti diverse del centro controspionaggio di Bologna”.

29 settembre 1969

Giorgio Almirante illustra la piattaforma programmatica del Msi che poggia pressocchè esclusivamente sulla considerazione che è in corso una gravissima “crisi dello Stato”.

30 settembre 1969

Si svolge, in questa data, una riunione di appartenenti al Fronte nazionale di Junio Valerio Borghese, presieduta da Remo Orlandini, sulla quale riferisce una nota informativa del Sid nella quale si legge: “Un ufficiale (nome noto) si intrattiene con Prospero Colonna il quale, nel dirsi certo della riuscita del ‘colpo di Stato’, soggiunge che Valerio Borghese aveva già studiato un piano di ‘provocazione’ con una serie di grossi attentati dinamitardi per fare in modo che l’intervento armato di destra potesse verificarsi in un clima di riprovazione generale nei confronti dei criminali ‘rossi’; precisò inoltre che le vittime innocenti in certi casi sono purtroppo necessarie”. Le affermazioni del principe Colonna furono giudicate, ufficialmente, dai vertici del Sid poco attendibili.

settembre 1969

A Treviso, presso l’hotel Continental si incontrano, come dichiarato da Guido Lorenzon al sostituto procuratore Pietro Calogero il 23 gennaio 1970, Giovanni Ventura, Antonio Massari, “tre persone giunte da Roma” ed il senatore democristiano Caron che era stato interessato per far ottenere un mutuo di 20 milioni dalla Cassa di risparmio della Marca trevigiana allo stesso Ventura.

settembre 1969

In questo mese, secondo le dichiarazioni confidenziali fatte dall’informatore dell’ufficio Affari riservati del ministero degli Interni, Enrico Rovelli, l’8 gennaio 1970, si sarebbero incontrati alla stazione Termini di Roma Serafino Di Luia e Nino Sottosanti. Il primo avrebbe consegnato al secondo un pacchetto dicendogli “questi sono i libri che ti avevo promesso”, e allontanandosi subito dopo.

settembre 1969

L’anarchico Giorgio Spanò testimonierà successivamente che in questo mese Ivo Della Savia gli aveva proposto di compiere un attentato dimostrativo contro la sede della Fiat a Roma, utilizzando un ordigno “già pronto”.

4 ottobre 1969

A Trieste, è deposta una potente carica esplosiva sul davanzale della scuola elementare slovena, destinata ad esplodere alle ore 12.00 seminando morte fra allievi, genitori ed insegnanti. L’ordigno non esplode per un difetto tecnico; in caso contrario, avrebbe provocato una strage. Contestualmente era stato deposto un ordigno, a Gorizia, nei pressi del confine italo-jugoslavo che non esploderà per ragioni tecniche.

6 ottobre 1969

Guido Giannettini è al seguito del presidente della repubblica Giuseppe Saragat in visita ufficiale in Jugoslavia, come corrispondente del giornale missino “Il secolo d’Italia” e incaricato dal Sid di “prendere contatto con i giornalisti jugoslavi e d’oltre cortina che presentino aspetti di vulnerabilità dal punto di vista ideologico e che si dimostrino aperti al sistema di vita occidentale”. In questo ambito Giannettini si informa sul conto del giornalista jugoslavo Emanuel Mickovic, che era riparato in Italia nel 1968 dopo essere stato accusato di ‘appropriazione indebita’ a Zagabria.

6 ottobre 1969

A Trieste, è interrogato dal personale dell’ufficio politico della Questura, l’ordinovista veneto Martino Siciliano nell’ambito delle indagini sul fallito attentato alla scuola slovena di due giorni prima, 4 ottobre. Rivelerà successivamente il commissario di Ps Giulio Cesari, vice capo dell’ufficio politico della Questura, che a fargli il nome di Martino Siciliano era stato personalmente il questore D’Anchise.

10 ottobre 1969

Guido Giannettini, in un articolo apparso sulla rivista “L’italiano” diretta da Pino Romualdi, scrive: “I colpi di Stato, specie in un paese della nostra civiltà, sono un piatto che si serve caldo”.

15 ottobre 1969

A Roma, l’ambasciatore greco, Pompuras, si informa presso il ministero degli Esteri se sia mutato l’atteggiamento italiano in vista della riunione di dicembre del Consiglio d’Europa: la risposta è negativa.

17 ottobre 1969

A Roma, Emilio Bagnoli ritira le chiavi della cantina in via del Governo Vecchio, dove stabilisce la sua sede il circolo ‘22 marzo’. Il circolo è composto da Pietro Valpreda, una quindicina di giovani e giovanissimi anarchici e da Mario Michele Merlino che la sentenza di Catanzaro 23.2.1979 definirà “una delle figure più interessanti…per la sua singolare posizione di attivo elemento del circolo anarchico ’22 marzo’ nel quale esercitò attività direttiva e nel contempo, di uomo appartenente a quel movimento di estrema destra che faceva capo a Stefano Delle Chiaie- Innegabili sono i contatti fra lui e il Delle Chiaie, del quale era solerte procacciatore di notizie raccolte nei gruppi di opposto orientamento politico /al quale scopo/ fingeva identità di fede politica con coloro che in effetti, sottoponeva alla sua attività spionistica” . Prima del ’22 marzo’ il curriculum di Merlino prevede fra l’altro la partecipazione al viaggio in Grecia insieme agli altri militanti di destra, la presenza alla ‘battaglia di valle Giulia’ insieme ad un gruppetto di Avanguardia nazionale che cercò di provocare incidenti; un tentativo non riuscito di infiltrarsi nel gruppo maoista ‘Avanguardia proletaria’, poi nel ‘Partito comunista d’Italia’; infine nel movimento studentesco di Magistero dal quale viene allontanato dopo aver smarrito un’agendina contenente i recapiti di noti esponenti della destra; un ulteriore tentativo con l’Unione m-l finisce con una diffida da parte di questa organizzazione che lo ritiene autore di una ‘trappola’ ai danni di un aderente. A Merlino è anche attribuita una denuncia a carico di 3 studenti in relazione agli attentati ai distributori di benzina, rivelatisi estranei ai fatti (che verranno più tardi addebitati a Mario Palluzzi di Avanguardia nazionale e amico di Stefano Delle Chiaie). Gli anarchici romani, diversamente dai marxisti leninisti, non hanno alcun sospetto su di lui. Nel circolo viene infiltrato anche l’agente Salvatore Ippolito, camuffato da studente anarchico dal nome Andrea Politi.

20 ottobre 1969

A Coblenza, giungono i giornalisti italiani invitati dalla Bundeswehr, su indicazione dell’Ambasciata tedesca a Roma, per un viaggio nelle installazioni militari germaniche. Oltre a Gino Ragno, portavoce ufficiale del gruppo, gli altri giornalisti sono: Pino Rauti, Guidi Giannettini, Baldassarre Molossi, Armando Silvestri, Giancarlo Fortunato, Giancarlo Zanfrognini, Massimo Zamorani e Benedetto Pafi. In una successiva tappa a Bonn, saranno ricevuti dall’ambasciatore italiano e, quindi, dal cancelliere Willy Brandt.

23 ottobre 1969

Il quotidiano “Il Secolo d’Italia”, organo del Msi, intitola un proprio articolo in prima pagina: “L’Italia abbandonata al disordine”.

27 ottobre 1969

Negli Stati uniti, il “New York Times” descrive l’ambasciatore americano in Italia, Graham Martin, come “un uomo aggressivo, spietato che pur di arrivare ai suoi scopi si serve di tutti i mezzi, prima di tutto della Cia”.

28 ottobre 1969

A Torino, è compiuto un attentato al Palazzo di giustizia, fallito per motivi tecnici, ad opera di militanti di destra.

29 ottobre 1969

Il segretario nazionale del ‘Raggruppamento giovanile studenti e lavoratori’ del Msi invia ai subalterni un ‘foglio disposizioni straordinario’: “La drammaticità della situazione che presenta chiari sintomi preinsurrezionali, impone la mobilitazione generale e costante di dirigenti e gregari, per l’approntamento dei mezzi e delle misure corrispondenti. Inviati del centro prenderanno contatto diretto con i responsabili dei coordinamenti regionali per concordare iniziative e programmi. Intanto si dispone tassativamente: che i dirigenti provinciali siano a disposizione delle federazioni in continuità; che stabiliscano contatto con i coordinatori regionali e con la direzione nazionale giovanile; che nessuna iniziativa attivistica in loco o in trasferimento deve essere intrapresa senza preavviso o consenso della direzione nazionale giovanile, avuto riguardo al rapporto di forze con l’avversario, all’ambiente, agli impegni attivistici in atto altrove. Esprimendo e disciplinando tutte le nostre energie, saremo certamente in grado di replicare duramente all’offensiva dei sovversivi e dare un alt al comunismo”.

31 ottobre 1969

Giunge al Viminale una nota informativa da ‘fonte fiduciaria’, relativa ai preparativi della conferenza europea del 9 novembre 1969, promossa dal Msi in accordo con ‘Convergenza occidentale’.

31 ottobre 1969

Freda acquista dalla ditta Elettrocontrolli di Bologna altri 50 commutatori da 120 minuti ‘in deviazione’.

ottobre 1969

A Fiesole, ha luogo una manifestazione “con la partecipazione –scrive in un rapporto il Sid- di circa 300 persone tra cui il generale della riserva Marini, medaglia d’oro dell’Aeronautica militare, e dello staff del Fronte (Borghese, Guadagni, Rosa) che, al termine dell’assemblea, incontra i primi responsabili provinciali della Toscana e della Liguria nella hall dell’albergo Savoia per una messa a punto organizzativa. Una seconda, più ristretta, viene tenuta presso il Circolo forze armate di Firenze”.

ottobre 1969

A Roma, viene costituito il gruppo ‘Organizzazione lotta di popolo’ (Olp), di cui sono fondatori Enzo Maria Dantini, Ugo Gaudenzi e Ugo Cascella. Altri esponenti sono: Dante Polverosi (responsabile a Milano), Serafino Di Luia, Paolo Ceruti, Carlo San Vito, Gianni Prudenza, Sergio Kellerman, Stefano Peri, Tullio Lauro.

5 novembre 1969

Una nota del ministero degli Interni, che viene consegnata in copia al ministro in carica, riferisce che, “…numerosi dirigenti provinciali hanno segnalato alla direzione nazionale che elementi del ‘Raggruppamento giovanile’, della ‘Giovane Italia’, del ‘Fuan’ e del ‘Settore volontari’ avrebbero rassegnato le dimissioni e si starebbero organizzando al di fuori del partito per ‘reagire’ alle intimidazioni dei filocinesi e dei comunisti. I giovani dimissionari intenderebbero, in tal modo, dissociare la responsabilità del partito dalla loro futura attività, evitando di coinvolgerlo nelle loro iniziative di gruppo”. In precedenza, ‘Aristo’ aveva segnalato che appariva “singolare al riguardo il fatto che queste dimissioni avvengano tutte allo stesso modo, vale a dire trasmesse con lettere raccomandate”.

6 novembre 1969

A Gorizia, è ritrovato nei pressi del cippo di confine italo-jugoslavo, l’ordigno piazzato dagli ordinovisti veneti, in concorso con quelli triestini, il 4 ottobre 1969 e non esploso per ragioni tecniche.

7 novembre 1969

A Viareggio, presso lo studio dell’avvocato Giuseppe Gattai si svolge la riunione dalla quale scaturirà la decisione di fondare la ‘Lega Italia unita’ di cui l’avvocato Adamo Degli Occhi, successivamente, indicherà al giudice istruttore bresciano Giovanni Simoni come patrocinanti in modo ‘più o meno scoperto’, Amintore Fanfani e Randolfo Pacciardi. Partecipano: Carlo Fumagalli; Gaetano Orlando; Alberto Ciberti ‘partigiano apuano’; Antonio Fante; Gino Bibbi; Raffaele Bertoli; Giovanni Sabalich, presidente del Tribunale di Monza; Franco De Ranieri, militante missino; Aurelio Di Rella, avvocato genovese; Rodolfo Cerrina-Peroni, colonnello in congedo; Pietro Bianchi, avvocato milanese; Guido Pasquinucci, medico milanese; Aldo De Napoli, in rappresentanza degli ‘Arditi paracadutisti’ e dirigente della società Alden, ‘organismo internazionale’ per l’assistenza commerciale; Giuseppe Biagi, ammiraglio della riserva. Scopo della Lega, secondo Degli Occhi, era quello di “vedere se di fronte alla sconcertante avanzata socialcomunista e all’evidente crisi nazionale ‘uomini di buona volontà’, ‘onesti’, come li chiama Cicerone, potessero opporsi con i mezzi della democrazia al Catilina socialcomunista”.

7-9 novembre 1969

A Roma, si svolge una manifestazione internazionale ‘per l’Europa nazione’ promossa dal Msi e da ‘Convergenza occidentale’ alla quale partecipano portoghesi, greci, svizzeri, spagnoli, francesi, svedesi e numerosi esponenti dei paesi dell’Est. Presente anche Luis Manuel Ferandez e Jaime Nogueira di Convergenza occidentale.

8 novembre 1969

A Roma, insieme ai connazionali Komes Telemaque, segretario amministrativo del movimento ‘4 agosto’ e Stathopoulos Spiridion, presidente della Lega studenti greci in Italia (Esesi), alloggia fino al 10 novembre, presso l’hotel Quattro fontane, Kostas Plevris.

10 novembre 1969

Il ministro della Difesa, Mario Tanassi, in un discorso a Roma pone l’alternativa: o il centrosinistra o lo scioglimento anticipato delle Camere.

12 novembre 1969

A questa data i rapporti del Viminale segnalano il progresso dei rapporti fra il Msi e il Fronte nazionale, dopo l’incontro, avvenuto in ottobre, fra Giorgio Almirante e Junio Valerio Borghese.

13 novembre 1969

A Roma, apre pubblicamente la sede del circolo ‘22 marzo’.

14 novembre 1969

Sul quotidiano “Il Secolo d’Italia”, organo del Msi, appare un comunicato con il quale si annuncia che il Centro Ordine nuovo “ha chiesto l’onore” di rientrare nel Msi.

15 novembre 1969

A Monza, il comandante del Distretto militare afferma, in un pubblico discorso alla presenza di altre autorità fra le quali il procuratore della repubblica, che “stante l’attuale situazione di disordine nelle fabbriche e nelle scuole, l’esercito ha il compiti di difendere le frontiere interne del Paese; l’esercito è l’unico baluardo ormai contro il disordine e l’anarchia”.

17 novembre 1969

Il quotidiano britannico “Economist” scrive che i circoli dirigenti della Confindustria esigono che il governo regolamenti il diritto di sciopero, e proibisca gli scioperi a carattere politico.

17-19 novembre 1969

A Roma, si svolge una manifestazione promossa dal Msi presente, fra gli altri, il portoghese Luis Manuel Fernandez, esponente di ‘Convergenza occidentale’.

18 novembre 1969

Il confidente Armando Mortilla, alias ‘Aristo’, informa il Viminale che “il segretario del Msi ha diffidato alcuni dirigenti giovanili che avevano proposto di organizzare per il prossimo periodo estivo alcuni ‘campi’ per attivisti. L’iniziativa era partita da Alberto Rossi, il dirigente nazionale dei ‘Volontari’ che nello scorso anno aveva portato a termine un’iniziativa del genere. Per come venne riferito a suo tempo, le attività che si svolgevano nel ‘campo’ erano di carattere paramilitare”. Nella stessa nota, ‘Aristo’ informa che “sembra che il tentativo dei missini di ‘catturare’ il Comandante Borghese sia fallito. Risulta infatti che, alcune settimane addietro, a Borghese era stata offerta la presidenza della Consulta dei combattenti. In precedenza, si erano avuti incontri tra esponenti delle due parti e tutto sembrava promettere un accordo, al punto che si era addivenuti alla formulazione di proposte per l’inclusione di elementi del Fn nelle liste elettorali missine per le prossime consultazioni. Non si sa per quali motivi l’accordo è fallito: certo è che Borghese ha rifiutato di assumere la presidenza della Consulta mandando all’aria tutti i progetti che avevano fatto a Palazzo Drago”.

20 novembre 1969

Il quotidiano “Il Secolo d’Italia”, organo del Msi, intitola l’articolo sulla morte dell’agente di Ps Antonio Annarumma: “Un morto che fa gridare basta”.

21 novembre 1969

Una nota confidenziale diretta all’ufficio Affari riservati, a firma ‘Gal’ (Galleni) riferisce che “l’amico massone ci ha fatto sapere che gruppi fascisti si agitano, hanno armi e ci invita alla vigilanza. Una decina di gironi fa due missini ascoltati per caso da un nostro compagno, dicevano che il 14-15 dicembre p.v. ci sarebbe stata una “grossa cosa nazionale”, che dovrebbe “creare nel paese un grosso fatto nuovo”.

22 novembre 1969

Una nota ‘da fonte qualificata’ informa il Viminale sull’incontro fra esponenti del Fronte nazionale (quali Giachi e Adami Rook) ed il console americano a Firenze.

27 novembre 1969

Il confidente Armando Mortilla, in una nota al Viminale, riferisce che la rottura delle trattative fra il comandante Borghese e Almirante sono dovute al rifiuto di procedere all’unificazione fra l’Unione combattenti della Rsi e la Federazione combattenti della Rsi in un unico organismo.

28 novembre 1969

La rivista “Acropolis” dedica un ammirato commento ai campeggi organizzati da Loris Facchinetti di ‘Europa civiltà’: “Ufficialmente viene definito un gruppo di esercitazioni sportive. Le autorità italiane, però, sospettano che si tratti di attività più seria. Nel clima generale di anarchia che regna in Italia questi giovani non sono disturbati da nessuno ed hanno tutto il tempo per prepararsi per il ‘grande giro’ che – bisogna ammetterlo – molti attendono in Italia”.

30 novembre 1969

Il settimanale “Il Borghese”, riferendosi alla rivolta degli agenti della Celere a Milano, il giorno della morte dell’agente Antonio Annarumma, scrive: “Se il 19 novembre gli ufficiali delle caserme di Milano avessero deciso di occupare la città, anziché schierarsi a difendere il loro generale contro i loro uomini, non avrebbero incontrato resistenza e sarebbero stati applauditi dalla popolazione”.

30 novembre 1969

A Reggio Calabria, mentre in piazza Italia è in corso un comizio di Giorgio Almirante vengono fatti esplodere 2 ordigni a breve distanza di pochi minuti l’uno dall’altro e, dopo alcune ore, un terzo dinanzi alla chiesa parrocchiale di San Bruno. Un testimone, Ugo Serranò, interrogato dalla polizia successivamente, racconterà di essere venuto a conoscenza “da persone di cui si rifiutava di indicare i nomi che anche gli attentati del 30 novembre erano stati programmati dalla ‘solita cricca’ e cioè dal Dominici, da certo Sembianza Benito, da Genoese Zerbi Felice e dallo Schirinzi Giuseppe”.

novembre 1969

La Federazione nazionale combattenti della Rsi distribuisce volantini in cui si invitano gli ex combattenti a “non farsi strumentalizzare per un colpo di Stato reazionario”.

5 dicembre 1969

Pino Rauti scrive a Carlo Maria Maggi per ribadire che il rientro di Ordine nuovo non significa lo scioglimento del gruppo che continua a vivere come movimento autonomo all’interno del partito.

6 dicembre 1969

Da questa data, secondo quanto pubblicato successivamente dal periodico “Il Borghese”, viene decretato all’interno del Pci lo stato di massima vigilanza con il controllo notturno e diurno delle federazioni e della sede centrale di via delle Botteghe oscure.

6-7 dicembre 1969

Il giornale “The Guardian” pubblica il famoso ‘rapporto greco’ inviato dal direttore del dicastero degli Esteri greco al proprio ambasciatore a Roma Kottakis nel maggio 1969, in cui si parla dei rapporti che intercorrono fra ambienti politici e militari italiani e greci per un possibile colpo di stato in Italia e si cita il ‘rappresentante non ufficiale’ della giunta militare, ‘signor P’. L’ “Observer” aggiunge altre rivelazioni su documenti segreti inviati ad Atene da un agente dei colonnelli in Italia, dove si afferma la responsabilità della destra negli attentati del 25 aprile. In Italia, la difesa degli anarchici chiede subito che il rapporto sia allegato agli atti processuali, ma il giudice Amati rifiuta.

7-8 dicembre 1969

A Reggio Calabria, militanti di Avanguardia nazionale (successivamente identificati nei viaggiatori greci Pardo e Schirinzi) compiono un attentato dinamitardo contro la Questura provocando il ferimento di un appuntato di Ps.

8 dicembre 1969

Un appello firmato dai giovani democristiani sollecita la espulsione della Grecia dal Consiglio d’Europa in occasione della prossima sessione.

9 dicembre 1969

Il segretario nazionale del Psu Mauro Ferri, in un’intervista al quotidiano “La Stampa” di Torino, dichiara che è ipotizzabile una collaborazione fra democristiani, socialdemocratici e liberali, nel caso si prospetti la “drammatica necessità di garantire la libertà come dopo la crisi del luglio ‘60″.

9 dicembre 1969

Una nota confidenziale del Viminale riferisce che effettivamente Randolfo Pacciardi si è incontrato col ministro degli Esteri greco Pipinelis, dietro sua richiesta, per ottenere finanziamenti per il suo movimento come già ottenuti dal governo del generale De Gaulle, anche se poi “ne fa uso del tutto personale, ed anche famigliare”. Sarebbe quindi effettivamente lui il ‘signor P’ di cui ha parlato il giornale britannico “The Guardian”. La nota riferisce anche che “il direttore nominale di Nuova repubblica, Giano Accame, molto vicino alla corrente politica del Borghese, ha fatto un viaggio ad Atene anche lui, evidentemente in stretto collegamento col suo principale Pacciardi. Al ritorno egli ha cercato di spiegare che i colonnelli non sono fascisti…”. Le informazioni sono state attinte da Camillo Romiti, amministratore di ‘Nuova repubblica’.

10 dicembre 1969

Il ministro degli Interni Franco Restivo conclude alla Camera il discorso sull’ordine pubblico iniziato il giorno precedente, affermando che la gran parte degli atti di violenza verificatisi in Italia sono imputabili all’ “estremismo anarcoide”.

10 dicembre 1969

La direzione nazionale del Pci condanna con un duro comunicato il comportamento “avventuristico” dei dirigenti socialdemocratici.

10 dicembre 1969

Giorgio Almirante, in una intervista rilasciata al giornale tedesco “Der Spiegel” afferma che, a suo avviso, la battaglia contro il comunismo giustifica tutti i mezzi e che è venuto il momento di non fare più distinzioni fra mezzi politici e militari per definire, una volta per sempre, la situazione in Italia.

10 dicembre 1969

Giovanni Ventura giunge a Roma, dove si reca nella sede della casa editrice Ennesse per incontrarsi con Antonio Massari. Incontrerà anche Guido Giannettini.

10 dicembre 1969

A Venezia, dopo aver accompagnato il fratello Giovanni all’aeroporto, Angelo Ventura al ritorno informa Franco Comacchio che “tra poco sarebbe avvenuto qualcosa di grosso: in particolare una marcia di fascisti a Roma e qualcosa sarebbe avvenuto nelle banche”.

10 dicembre 1969

A Padova, un giovane “di statura media, bruno, senza barba né baffi” acquista, tra le ore 18 e le 19, 4 borse modello 2131, prodotte dalla ditta ‘Mosbach & Gruber’ di Offenbach (Germania federale), presso la valigeria ‘Al Duomo’ di Padova: tre del modello 2131 City marrone e una del modello 2131 Peraso nera.

10 dicembre 1969

A Roma, l’avvocato Vittorio Ambrosini partecipa ad una riunione nella sede di Ordine nuovo, in via degli Scipioni, presente un deputato del Msi, dove si parla di andare a Milano “e buttare tutto all’aria”.

11 dicembre 1969

A Roma, Stefano Sestili, dirigente della casa editrice Lerici, annota nella sua agenda alla pagina del giorno: “Ore 19 ha telefonato Ventura. Arriva domani”.

11 dicembre 1969

A Roma, s’incontrano in tarda serata Mario Merlino e Stefano Delle Chiaie.

11 dicembre 1969

A Milano, fra le vetture contravvenzionate dai vigili urbani di Milano l’11-12 dicembre nei pressi della Banca dell’agricoltura, in piazza Diaz a circa 400 metri dalla banca, vi è la autovettura Fiat 1500 targata PD 121532 di Dario Zagolin, padovano, esponente del Msi e informatore dei servizi di sicurezza. Lo Zagolin “aveva fornito le notizie dell’incontro a Padova tra il Freda e il Delle Chiaie” (atti della 4° istruttoria sulla strage del 12 dicembre).

11 dicembre 1969

Il settimanale “Epoca” compare nelle edicole con una appariscente copertina tricolore. Il giornalista Pietro Zullino, legato al socialdemocratico Italo De Feo, scrive al suo interno che se non verrà raggiunto un accordo politico e si dovesse, pertanto, ricorrere ad elezioni anticipate e il loro responso non fosse accettato dalle sinistre, “le Forze armate potrebbero essere chiamate a ristabilire immediatamente la legalità repubblicana”.

11 dicembre 1969

Alla vigilia della sessione del Consiglio d’Europa a Parigi, si delineano gli schieramenti pro e contro la espulsione della Grecia: voteranno per la espulsione Svezia, Norvegia, Danimarca, Olanda, Islanda, Inghilterra e Rft; sono propense a concedere una proroga Francia, Austria, Svizzera, Malta; Belgio e Lussemburgo non hanno precisato le loro intenzioni. Per quanto riguarda l’Italia, il sottosegretario Coppo, al momento di lasciare Roma per Parigi, ha dichiarato “la delegazione italiana non può non tenere presente lo statuto del Consiglio d’Europa e il complesso dei fatti che purtroppo lo contraddicono”.

12 dicembre 1969

A Milano, alle ore 16,37 nel salone della Banca dell’agricoltura a piazza Fontana, esplode un ordigno che provoca la morte immediata di 13 persone e 90 feriti, 2 dei quali decedono in seguito. Muoiono: Giovanni Arnoldi, Giulio China, Ennio Corsini, Pietro Dendena, Carlo Gaiani, Calogero Galatioto, Carlo Garavaglia, Paolo Gerli, Luigi Meloni, Mario Pasi, Carlo Perego, Oreste Sangallo, Angelo Scaglia, Carlo Silva, Attilio Valè. Qualche minuto prima, un commesso della Banca commerciale, Rodolfo Borroni, aveva rinvenuto una borsa depositata in un passaggio contiguo all’ingresso dell’istituto bancario che, come si accerterà, conteneva una bomba. Questa viene fatta esplodere alle 21.12 alla presenza del procuratore della repubblica di Milano, Enrico De Peppo, del suo sostituto Pasquale Carcasio, del vice questore Vittoria, del perito balistico Teonesto Cerri. Il maresciallo Bizzarri, artificiere, dichiarerà successivamente alla stampa: “L’avrei disinnescata io ma nessuno me lo ha chiesto. E’ stato più pericoloso farla brillare che aprirla”. Fra i reperti raccolti dalla polizia alla Banca dell’agricoltura e successivamente alla Banca commerciale, non compare alcun ‘frammento vetroso’. Ancora in piazza Fontana, dove si era recato dopo la strage, in serata viene aggredito il senatore comunista Gianfranco Maris.

12 dicembre 1969

A Roma, alle ore 16,45 nella sede della Banca nazionale del lavoro esplode un ordigno che ferisce 14 persone. Alle 17,16, una seconda bomba deflagra sotto un pennone portabandiera all’Altare della patria. Alle 17,24 un terzo ordigno esplode, sempre all’Altare della patria, davanti all’ingresso del Museo del risorgimento, provocando 3 feriti. Intorno alla capitale, sono in atto movimenti di truppe corazzate.

12 dicembre 1969

Il presidente della repubblica, Giuseppe Saragat, convoca al Quirinale il ministro degli Interni Franco Restivo, il ministro della Difesa Luigi Gui, il generale comandante dell’Arma dei carabinieri, Luigi Forlenza, il capo della polizia Angelo Vicari ed altri rappresentanti dei ‘corpi separati’ per esaminare la possibilità di dichiarare lo stato di ‘pericolo pubblico’ in base agli articoli 214 e seguenti del testo unico di Pubblica sicurezza, che comporterebbe la temporanea sospensione delle garanzie costituzionali.

12 dicembre 1969

A Milano, presso la sede della direzione provinciale della Democrazia cristiana in via Nirone n.15, viene istituito un servizio d’ordine che ha la direttiva di non far entrare chiunque non sia conosciuto. Arnaldo Forlani, segretario nazionale del partito, chiama telefonicamente il segretario provinciale Camillo Ferrari e gli dice: “Occorre tenerci in continuo contatto telefonico, scambiarci notizie di mezz’ora in mezz’ora”. Nella riunione svoltasi nella sede provinciale, il senatore Giovanni Marcora dichiara: “Questi attentati avvengono in concomitanza con la richiesta di espulsione della Grecia dal Consiglio d’Europa. Avvengono dopo che un autorevole giornale inglese ha fatto cenno a possibili collusioni tra il regime dei colonnelli ed ambienti reazionari italiani e all’esistenza di più o meno fantomatici ‘mister P’. Per me –prosegue Marcora- questi attentati si collocano in una precisa logica: svuotare sul piano politico le conquiste sindacali ottenute dai lavoratori dopo mesi di lotta condotta con esemplare coscienza civica e democratica; portare la battaglia politica del nostro paese al clima soffocante di un regime autoritario”.

12 dicembre 1969

Partono da varie località militanti del Msi e di Ordine nuovo, diretti a Roma per partecipare alla manifestazione indetta per la data del 14 dicembre, che sarà preceduta da una riunione dei quadri il mattino del 13 dicembre.

12 dicembre 1969

A Roma, in via Nazionale, qualche ora dopo gli attentati, gli attivisti del Msi distribuiscono volantini sui quali compare l’invito alle “Forze armate a ristabilire l’ordine”.

12 dicembre 1969

A Roma, nel pomeriggio è previsto l’insediamento al Viminale di una commissione composta da 31 giuristi, di cui è segretario il questore Antonio Troisi, il cui compito ufficiale sarebbe stato quello di conciliare le norme di polizia sul diritto di riunione con la libertà garantita dalla Costituzione, in modo da ridurre la conflittualità nelle piazze.

12 dicembre 1969

A Roma, giunge Giovanni Ventura.

12 dicembre 1969

Angelo Ventura, fratello di Giovanni Ventura, si reca verso le ore 18.00 a casa di Ruggero Pan, a Rossano Veneto, e gli dice: “E’ successa una carneficina: però, non c’entra mio fratello”.

12 dicembre 1969

Si svolge la riunione del Consiglio dei ministri d’Europa: “La Grecia si ritira per evitare un voto sfavorevole che pregiudicherebbe anche la successiva scadenza in ambito Nato. Moro mantiene la posizione di condanna italiana e consiglia ai greci il ritiro spontaneo”.

12 dicembre 1969

A Berlino ovest, in serata vengono deposti 3 ordigni dinanzi al club della guarnigione militare americana, nell’Amerikahaus e nella sede della compagnia aerea israeliana El Al. Esplode solo il primo distruggendo una vettura, ma senza provocare vittime o feriti.

13 dicembre 1969

A Roma, è annullata la riunione dei quadri di Ordine nuovo, prevista nella sede nazionale di via degli Scipioni, preparatoria della manifestazione indetta dal Msi per il giorno successivo.

13 dicembre 1969

La stampa britannica spiega la strage di piazza Fontana, a Milano, come derivante da un progetto di “svolta autoritaria” in Italia e chiama in causa gli “agenti dei colonnelli greci”. Fa eccezione lo “Scotsman” di Edimburgo che, riportando voci raccolte negli ambienti politici milanesi, scrive che la strage è da porre in relazione alla manifestazione indetta dal Msi per il 14 dicembre a Roma come reazione ‘preventiva’ delle sinistre ad un tentativo di colpo di Stato preparato, a mo’ di innesco, da quella manifestazione.

14 dicembre 1969

Il ministro degli Interni vieta la manifestazione nazionale, indetta dal Msi a Roma, nella scontata previsione di gravissimi incidenti.

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1969: Piazza Fontana e oltre

Opera, 23 agosto 2011

Il 1969 è l’anno più ricordato e meno conosciuto della storia dell’Italia repubblicana.
Si pretende che segni l’inizio della “strategia della tensione” che si fa coincidere con la strage all’interno della Banca dell’Agricoltura in piazza Fontana, a Milano, il 12 dicembre 1969, ma non è così.
Quella che è stata chiamata “strategia della tensione” inizia diversi anni prima e se le sue finalità erano quelle di “destabilizzare l’ordine pubblico per stabilizzare l’ordine politico”, il primo esempio lo troviamo a Roma, il ottobre 1963, quando squadre di provocatori inserite fra gli operai edili in sciopero innescarono violentissimi incidenti con le forze di polizia che si conclusero con un bilancio di 168 feriti.
Più vicino nel tempo è l’esempio di destabilizzazione dell’ordine pubblico, programmata e predisposta con cura, che viene fornito dalla cosiddetta “battaglia di Valle Giulia” a Roma, il 1° marzo 1968, che vide scendere in campo, in prima persona, gli attivisti di “Avanguardia nazionale” che insieme ad altri militanti dell’estrema destra riuscirono a scatenare alcune migliaia di studenti contro le forze di polizia, con un bilancio finale di 211 feriti, 228 fermi e 4 arresti.
Il primo segnale certo dell’avvio di una strategia destinata a sconvolgere il Paese, in un progressivo ed inesorabile crescendo, ci viene però dall’affissione di manifesti cosiddetti “cinesi”, perché inneggianti alla Cina popolare, nei primi giorni del mese di gennaio del 1966 a Firenze, Livorno, Roma, da parte di militanti di “Avanguardia nazionale” guidati da Stefano Delle Chiaie.
Un’operazione questa, finalizzata a favorire il sorgere di gruppi dissidenti alla sinistra del Pci, accusato di “revisionismo” e di imborghesimento con la speranza, apertamente dichiarata (si ricordi in proposito l’intervento di Pino Rauti al convegno dell’istituto “A. Pollio”, organizzato dal Sid per volere dello Stato maggiore dell’esercito, svoltosi a Roma il 3-5 maggio 1965), di obbligare il Partito comunista a dismettere le vesti dell’agnello per reindossare quelle del lupo per non essere scavalcato alla sua sinistra da gruppi più aggressivi e “rivoluzionari”, come difatti accadrà negli anni successivi con la costituzione di “Potere operaio”, “Lotta continua”, “Avanguardia operaia”, “Autonomia operaia”.
Un’operazione promossa dal servizio segreto civile del ministro degli Interni, tramite il direttore della rivista “Il Borghese”, Mario Tedeschi, amico e confidente del funzionario di Ps Umberto Federico D’Amato, che si collega direttamente con quella che porterà gli attentati del 12 dicembre 1969 a Roma e a Milano, secondo la testimonianza mai valutata di Serafino Di Luia.
Serafino Di Luia, militante di “Avanguardia nazionale” insieme al fratello Bruno, indica esplicitamente nella persona che aveva fatto affiggere i “manifesti cinesi” ai componenti della sua organizzazione, la stessa che aveva fatto infiltrare Mario Merlino fra gli anarchici nell’estate del 1968.
Il 1969 non è l’anno di inizio della “strategia della tensione” e neanche quello dell'”innocenza perduta” come hanno preteso, a posteriori, tanti esponenti della sinistra che hanno cercato di giustificare la loro adesione alla “lotta armata” con l’orrore suscitato dalla strage di piazza Fontana.
La costituzione di “Lotta continua” e “Potere operaio” dei quali tanti militanti saranno in prima fila nello scontro armato con lo Stato, precede di mesi la strage del 12 dicembre 1969, e i loro leader da tempo teorizzano la necessità della violenza operaia e proletaria contro i “padroni” e la borghesia detentrice del potere.
Se il giornale di “Potere operaio” diretto da Francesco Tolin, il 30 ottobre del 1969, esce con un articolo dal titolo “Sì alla violenza operaia”, dal 1° al 4 novembre 1969, a Chiavari, presso l’hotel “Stella Maris” si svolge un convegno del Collettivo politico metropolitano al quale prendono parte Corrado Simioni, Giovanni Mulinaris, Mario Moretti, fra gli altri, destinati a ricoprire un ruolo drammatico negli “anni di piombo”, l’ultimo perfino come capo delle Brigate rosse.
Il 1969 non è neanche l’anno della prima strage di civili in Italia, perché, prescindendo da quelle compiute da reparti militari e forze di polizia, è preceduta da quella compiuta da Salvatore Giuliano ed i suoi uomini a Portella della Ginestra il 1° maggio 1947, quando aprirono il fuoco sugli operai ed i contadini social-comunisti, convenuti sul luogo con le loro famiglie per celebrare la festa del lavoro.
Cosa è stato allora il 1969?
Il ventiquattresimo anno della guerra civile italiana che, in un contesto planetario, opponeva comunismo ed anticomunismo infiammando ed insanguinando tutti i Continenti.
È stato anche 1’anno in cui si è sviluppata l’operazione più raffinata e complessa per imprimere al Paese quella svolta autoritaria auspicata anche in campo internazionale, in particolare da Stati Uniti, Israele e Germania federale, per bloccare definitivamente l’avanzata elettorale del Pci e neutralizzarne l’egemonia in campo sindacale e culturale.
L’ipotesi del “colpo di Stato”, inteso come svolta autoritaria a destra, percorre tutto l’anno 1969, dall’inizio alla fine.
A proporre apertamente un atto di forza anticomunista è la destra in tutte le sue componenti.
Il 5-6 aprile 1969, al termine della X assemblea del Nuovo ordine europeo, svoltasi a Barcellona (Spagna), alla quale hanno partecipato Pino Rauti, Stefano Delle Chiaie e Nino Capotondi, è emesso un comunicato nel quale si afferma che i militanti europei guardano con speranza alla “rivoluzione” greca del 21 aprile 1967 considerata la “nuova realizzazione concreta della riscossa europea”.
A suggerire l’intervento risolutore delle Forze armate non sono solo gli “estremisti”, perché i dirigenti della destra parlamentare e moderata in Italia sono in prima fila a farsene portavoce con toni, spesso, truculenti e minacciosi.
Così, se “L’Assalto” intitola un suo articolo, “Usare le mitragliatici, Esercito e polizia per difendere il Paese dai delinquenti, Popolo italiano svegliati!”, il 13 aprile 1969, un mese più tardi, il 18 maggio, sullo stesso periodico, il parlamentare missino Giulio Caradonna, in un articolo intitolato “La tigre di carta”, scrive che è necessario “richiamare i reprobi agli immortali principi della patria anche dando di piglio a quel santo manganello che nei periodi di smarrimento è l’unico argomento valido per rischiarare gli ottenebrati cervelli dei bruti da troppo tempo abituati a ragionare col ventre se non con il sedere”.
Non si tratta di un’iniziativa individuale, perché è tutto il Movimento sociale italiano ad essere impegnato nell’opera di propaganda finalizzata a presentare il Paese sull’orlo dell’abisso dal quale potrà salvarsi solo con i mezzi più drastici.
Il vicesegretario nazionale del Msi, Pino Romualdi, si spinge fino a paventare la possibilità di un guerra civile per fermare il comunismo.
Il 25 maggio, sempre su “L’Assalto”, Romualdi scrive:
“Crediamo nell’olio di ricino e nel santo manganello. Crediamo nella guerra civile. Poiché prima che il comunismo arrivi al potere è chiaro che si troveranno mezzo milione di uomini capaci di procurarsi le armi e di usarle. Nessuno deve dimenticarlo: oggi, mutati i tempi, l’olio di ricino e il santo manganello non basterebbero più”.
Il 13 giugno, scende personalmente in campo Giorgio Almirante che, in un’intervista pubblicata su “L’Assalto” incita i giovani di destra allo scontro fisico con gli avversari politici affermando che loro devono essere “i contestatori della contestazione”.
Cosa sia e cosa vuole la destra estrema italiana, ancora oggi definita “neofascista”, lo scrive un altro parlamentare e dirigente nazionale del Movimento sociale, sull’organo di stampa del partito, “Il Secolo d’Italia”, nell’articolo intitolato “Viva il blocco d’ordine”, che così definisce:
“È un blocco che crede nella bandiera tricolore, nelle medaglie al valore, nella figura del mutilato. Un blocco che prepari i ragazzi a superare gli esami per studio non per demagogia, che vuole il servizio militare obbligatorio, il matrimonio indissolubile, il celibato dei preti, la morale non bacchettona ma nemmeno prostituta, i pederasti alla gogna e in treni in orario”.
Di questo “blocco d’ordine”, ovviamente, secondo Nino Tripodi devono fare parte anche quei soldati, agenti e carabinieri che offrono silenziosamente fedeltà e disciplina allo Stato, ignorano i partiti e sconoscono i miti della politica”.
È il “blocco d’ordine” di una piccola borghesia che non ha connotazioni ideologiche e che vota, indifferentemente, tutti i partiti da quello socialdemocratico allo stesso Movimento sociale, passando per la Democrazia cristiana, il Partito repubblicano e quello liberale.
Se questo è quello che gli “estremisti” di destra dicono, è fondamentale porre l’accento su quello che fanno.
In prima linea troviamo il direttore de “Il Borghese” , Mario Tedeschi, che l’11 maggio 1969 annuncia la costituzione di “250 gruppi di Azione nazionale (Gan) costituiti in tutta Italia rispondendo al nostro appello per l’”unione delle forze nazionali””.
Nel programma dei Gan, Tedeschi recita:
“Bisogna provvedere a sabotare con tutti i mezzi possibili gli scioperi organizzati dai comunisti e dai clerico-comunisti…Bisogna organizzarsi per essere vicini ai soldati in ogni momento; nel momento tranquillo e nel momento non tranquillo”, per concludere che “ormai chi vuole fare dell’anticomunismo sul serio deve porsi fuori del sistema e contro il regime”.
Incitamento, quest’ultimo, che proviene – è doveroso sottolinearlo – da un personaggio che lavora a stretto contatto con il servizio segreto civile, non disdegnando la collaborazione con il servizio segreto militare.
Quanto annunciano pubblicamente di voler fare corrisponde a quello che fanno riservatamente.
Il 18 luglio 1969, il sindaco comunista di Bologna, Fanti, rende noto il testo di una circolare dell’Associazione ufficiali combattentistici attivi (Auca), secondo cui “la situazione interna ci fa pensare all’eventualità che le Forze armate debbano entrare in azione per difendere la libertà democratica e la Costituzione impedendo violenze, distruzioni, sovvertimenti… Si tratterà di collaborare – conclude – con le forze dell’ordine e di agire con quelle, se necessario, alle dipendenze di un’unica autorità”.
Quale sia l’obiettivo del Msi, lo dice esplicitamente Giorgio Almirante, ormai segretario nazionale del partito, nell’articolo pubblicato da “Il Secolo d’Italia”, sotto il titolo “Il caos”, il 23 ottobre 1969.
Almirante scrive:
“Siamo nel caos…giunti a questo punto, i casi sono due: o la suprema Magistratura della Repubblica interviene per costringere subito la cosiddetta maggioranza di centro-sinistra a una aperta verifica o è fatale che la crisi si trasferisca dal Governo, dai partiti, dal Parlamento al Paese, cioè anche alla piazza”.
L’appello al presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, si accompagna all’esplicita minaccia di ricorrere alla violenza di piazza per riportare l’ordine.
Non è minaccia vana, perché è proprio sulla “piazza” che gli strateghi occulti contano per far scattare la proclamazione dello stato di emergenza. Una “piazza” di destra inferocita per le stragi “rosse” del 12 dicembre 1969, che sarà convocata a Roma, da tutta Italia, per la data del 14 dicembre 1969, con il sangue ancora caldo ed i morti da seppellire.
Non sono solo parole, quelle scritte sul giornale di partito, da Giorgio Almirante, perché sei giorni più tardi, il 29 ottobre 1969 inizia la mobilitazione degli iscritti.
Il segretario nazionale del “Raggruppamento giovanile studenti e lavoratori” del Msi, Massimo Anderson, invia difatti ai subalterni un “foglio disposizioni straordinario”, nel quale scrive:
“La drammaticità della situazione che presenta chiari sintomi pre-insurrezionali, impone la mobilitazione generale e costante di dirigenti e gregari, per l’approntamento dei mezzi e delle misure corrispondenti. Inviati del centro prenderanno contatto diretto con i responsabili dei coordinamenti regionali per concordare iniziative e programmi.
Intanto si dispone tassativamente: che i dirigenti provinciali siano a disposizione delle federazioni in continuità; che stabiliscano contatto con i coordinatori regionali e con la direzione nazionale giovanile; che nessuna iniziativa attivistica in loco o in trasferimento deve essere intrapresa senza preavviso o consenso della direzione giovanile, avuto riguardo al rapporto di forze con l’avversario, all’ambiente, agli impegni attivistici in atto altrove. Esprimendo e disciplinando tutte le nostre energie, saremo certamente in grado di replicare duramente all’offensiva dei sovversivi e dare un alt al comunismo”.
Non si tratta di attuare misure di difesa, bensì di attacco.
Lo conferma una nota informativa che il ministero degli Interni trasmette in copia allo stesso ministro titolare del dicastero, Franco Restivo, con la quale si segnala, il 5 novembre 1969, che “elementi del ‘Raggruppamento giovanile’, della ‘Giovane Italia’, del ‘Fuan’, del ‘Settore volontari’ avrebbero rassegnato le dimissioni e si starebbero organizzando al di fuori del partito per ‘reagire’ alle intimidazioni dei filocinesi e dei comunisti. I giovani dimissionari intenderebbero, in tal modo, dissociare la responsabilità del partito dalla loro futura attività, evitando di coinvolgerlo nelle loro iniziative di gruppo”.
A far dubitare della spontaneità di questa raffica di dimissioni ritenute necessarie per non compromettere l’immagine legalitaria del partito è la segnalazione dell’informatissimo Armando Mortilla, “Aristo”, che nota come appaia “singolare al riguardo che queste dimissioni avvengano tutte allo stesso modo, vale a dire trasmesse con lettere raccomandate”.
Per coloro che escono per non danneggiare il loro partito, ci sono quelli che rientrano per “aprire l’ombrello” che il Movimento sociale può offrire come partito rappresentato in Parlamento.
Il 16 novembre 1969, “Il Secolo d’Italia” annuncia che il Centro “Ordine nuovo” ha chiesto “l’onore” di essere ammesso nel partito.
Il 21 novembre, una nota confidenziale inviata alla divisione Affari riservati del ministero degli Interni, a firma “Gal”, confidente operante a sinistra, informa che “una decina di giorni fa due missini ascoltati per caso da un nostro compagno, dicevano che il 14-15 dicembre p.v. ci sarebbe stata una ‘grossa cosa nazionale’ che dovrebbe ‘creare nel paese un grosso fatto nuovo'”.
Il 2 dicembre, il quotidiano missino “Il Secolo d’Italia” annuncia la manifestazione nazionale indetta dal partito per il 14 dicembre, a Roma, con un articolo intitolato:
“Il MSI mobilita la Nazione contro la sovversione rossa”.
La macchina della morte è in moto, ed il Movimento sociale italiano è uno dei suoi ingranaggi.
Il 10 dicembre, Giorgio Almirante, nel corso di un’intervista al giornale tedesco “Der Spiegel” afferma che, a suo avviso, la battaglia contro il comunismo giustifica tutti i mezzi, e che è venuto il momento di non fare più distinzioni fra mezzi politici e militari per definire, una volta per sempre, la situazione in Italia.
Una dichiarazione imprudente ed impudente che segnala come nel mondo politico anticomunista si respiri un’aria di ottimistica certezza, tanto che alla possibilità di un intervento delle Forze armate nel Paese si rifà anche la rivista “Epoca” che missina non è.
Il 10 dicembre, difatti, “Epoca” appare nelle edicole con in copertina un vortice tricolore e, al centro, la scritta:
“Che cosa può accadere in Italia”.
All’interno, si scrive:
“Se tuttavia la classe politica non riuscisse a risolvere il problema dei rapporti del Pci con lo Stato, se la confusione diventasse drammatica, e se – nell’ipotesi di nuove elezioni – la sinistra non accettasse il risultato delle urne, le Forze armate potrebbero essere chiamate a ristabilire immediatamente la legalità repubblicana.
Questo non sarebbe un colpo di Stato ma un atto di volontà politica a tutela della libertà e della democrazia”.
Lo stesso giorno, 10 dicembre 1969, il fratello di Giovanni Ventura, Angelo, a Venezia, nel corso di una conversazione con Franco Comacchio stabilisce il collegamento diretto fra gli attentati che avranno luogo tra due giorni a Roma e a Milano e la manifestazione indetta dal Movimento sociale nella Capitale il 14 dicembre.
Angelo Ventura, difatti, rivela a Comacchio che “tra poco sarebbe avvenuto qualcosa di grosso: in particolare una marcia di fascisti a Roma e qualcosa sarebbe avvenuto nelle banche”.
A chiamare in correità nella strage di piazza Fontana i vertici del Msi, è, il 13 dicembre 19ó9, il servizio segreto britannico che su un giornale di Edimburgo, lo “Scotsman”, fa scrivere che questa è da porre in relazione alla manifestazione indetta, per il giorno successivo 14 dicembre, dal Msi a Roma, attribuendo la notizia a voci raccolte in ambienti milanesi non specificate.
Il governo presieduto da Mariano Rumor vieta però le manifestazioni pubbliche in tutta Italia e, con questa decisione, decreta il fallimento dell’operazione.
Cercheranno di ammazzarlo il 17 maggio 1973, a Milano, per mano di un finto anarchico. Ma questo è un’altra capitolo, successivo, della stessa storia.
A richiedere il ristabilimento dell’ordine turbato dalla “sovversione rossa” non c’è solo la destra parlamentare, definita estrema, ma anche gli ex partigiani anticomunisti che non hanno remore ad affiancarsi ai missini.
Il 7 novembre 1969, a Viareggio, si svolge una riunione per decidere la costituzione di una nuova organizzazione denominata “Italia unita”, sotto il patrocinio di Randolfo Pacciardi e quello, più riservato, di Amintore Fanfani.
Lo scopo della “Lega Italia Unita” è, secondo quanto dirà successivamente uno dei suoi esponenti di maggiore rilievo, l’avvocato Adamo Degli Occhi, quello di “vedere se di fronte alla sconcertante avanzata socialcomunista e all’evidente crisi nazionale ‘uomini di buona volontà’, ‘onesti’ come li chiama Cicerone, potessero opporsi con i mezzi della democrazia al Catilina socialcomunista”.
Il programma del Partito socialdemocratico che fa capo direttamente al presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, non si differenzia da quello del Movimento sociale:
“La gente è stufa dei disordini e vuole un partito che metta in ordine le cose”, dichiara Franco Nicolazzi alla rivista “Panorama” il 4 dicembre 1969.
“Il Paese ha bisogno di un periodo di pace e noi vogliamo darglielo”, aggiunge la socialdemocratica Maria Vittoria Mezza.
Le Forze armate, dal canto loro, sono adulate, sollecitate e temute in un periodo in cui in America latina, Asia, Africa ed Europa sono protagoniste della vita politica.
Lo ricorda, con implicita ma evidente allusione all’Italia, Giorgio Spini, sul numero unico de “L’Opinione” che, nell’articolo intitolato “Il fascismo senza volto”, scrive:
“Ieri un colpo di Stato militare in Brasile, l’altro ieri in Perù, diciotto mesi fa in Grecia. Tutti lavoretti di poche ore, sbrigati prima ancora che il paese si riavesse della sorpresa. I militari hanno imparato l’arte di far fuori un paese con la stessa sveltezza con cui si tira il collo ad una gallina. A chi toccherà essere fatto fuori la prossima volta?”.
L’interrogativo di Spini non trova risposte rassicuranti negli ambienti militari italiani che, viceversa, pongono in modo aperto e pubblico, la loro candidatura come forza attiva sul piano politico, determinante per il ristabilimento dell’ordine e della pace all’interno del Paese.
Sulla “Revue militaire générale”, il generale Ernesto Cellentani ripropone la necessità di un coordinamento politico-militare per fare fronte alla minaccia rappresentata dalla sovversione su scala continentale fomentata dal comunismo:
“In seno alle forze politiche protagoniste dei disordini e delle sommosse –  scrive l’ufficiale – si è andato rilevando specie negli ultimi tempi un processo di crescente osmosi, ideale e organizzativa, sul piano internazionale. Il problema potrebbe rappresentare, in un futuro prossimo, ulteriori complicazioni e difficoltà poste dall’intervento dell’assai importante componente giovanile studentesca. Sembra allora opportuno realizzare una stretta cooperazione civile e militare sul piano europeo occidentale, tendente allo scopo di mettere a (disposizione) fattori comuni di esperienze ed informazioni: potrebbe allo scopo essere concretata da una politica dell’ordine pubblico ed un’ altrettanto comune politica di informazione ed azione psicologica, entrambe necessarie. La popolazione non interessata al disordine potrebbe – infine – essere chiamata in determinati casi limite a cooperare al ristabilimento dell’ordine . Oggi – conclude Cellentani – esiste, ormai, un fronte interno anche in tempo di pace”.
Non sono solo propositi teorici, destinati a restare privi di risvolti concreti, se, il 27 aprile 1969, nell’articolo intitolato “Vedovato come istituzione”, “L’Astrolabio” deve scrivere:
“Recentemente il generale Vedovato ha scritto che spetta alle forze armate, cioè a lui, di garantire in ogni evenienza, da qualunque parte prodotta, la continuità della politica del governo (non dello Stato) e del suo finanziamento. Il ministro Gui gli ha opposto un’imbarazzata rettifica”.
Se il ruolo determinante nella vita politica del Paese viene rivendicato dal capo di Stato maggiore della Difesa, i subalterni si sentono autorizzati ad investirsi di compiti che concernono l’ordine pubblico che spettano agli organi preposti alla pubblica sicurezza e non a loro.
Il 21 giugno, a Palermo, dopo che la sua vettura è rimasta bloccata da una manifestazione di operai in sciopero, il generale Giglio emette un minaccioso comunicato nel quale scrive:
“Qualunque ulteriore iniziativa suscettibile di ostacolare comunque, direttamente o indirettamente, la mia attività di comando, sarà da me e con i mezzi consentiti a mia disposizione immediatamente stroncata”.
La minaccia di far intervenire reparti militari contro gli scioperanti non verrà attuata, ma a Novara, dal 25 al 30 giugno 1969, i militari sono autorizzati ad agire in prima persona contro i loro contestatori.
Dopo che in città si sono verificati scontri fra giovani di sinistra ed avieri del 53° Stormo, le forze di polizia sono esautorate dalle loro funzioni ed il compito di pattugliare la città è affidato agli avieri ed ai carabinieri, che sono parte integrante delle Forze armate all’interno delle quali svolgono anche il compito di polizia militare.
È un segnale che viene recepito come il riconoscimento del ruolo che le Forze armate potranno essere chiamate a svolgere in un futuro assai prossimo, com’è nelle speranze dei rappresentanti di quei partiti che si pongono dalla parte della popolazione che aspira al ristabilimento dell’ordine e che l’intervento dei militari lo sollecitano apertamente.
E a queste forze politiche i militari si appoggiano con fiducia, certi del loro sostegno politico e propagandistico come avviene con la pubblicazione, da parte della rivista “Il Borghese”, il 31 luglio 1969, di una lettera indirizzata da un gruppo di ufficiali al capo di Stato maggiore dell’Esercito, generale Enzo Marchesi, con la quale sollecitano l’ordine di “reagire singolarmente e collettivamente, con i fatti e se necessario con le armi, a qualsiasi aggressione, a qualsiasi offesa alla Bandiera, all’uniforme, all’essenza spirituale e materiale dell’organismo militare”.
La pretesa delle Forze armate di ricoprire nel Paese un ruolo maggiore non viene sostenuta solo da destra, ma è anche recepita e giustificata in altri ambienti politici.
Così, la rivista “Panorama”, il 29 maggio 1969, dedica alle Forze armate un articolo, dal titolo “L’esercito inquieto”, in cui Giorgio Gatta denuncia il malessere interno all’istituzione militare e conclude:
“Più chiaramente che in passato dunque si propongono per le forze armate funzioni nuove. Un esempio limitato viene dai Paesi del Terzo mondo, dove l’esercito, padrone delle tecniche più moderne e dotato spesso di una visione più progressista rispetto alle strutture civili, diventa un centro di potere e costituisce insieme un elemento unificante della nazione”.
Ma l’unità della Nazione, come la sua pace sociale, la sua sicurezza interna ed internazionale, la sua stabilità economica e politica, per le Forze armate passa attraverso la neutralizzazione del pericolo comunista e del partito che rappresenta ancora in quell’anno 1969 la “quinta colonna sovietica” in Italia.
Il 4 dicembre 1969, sul settimanale “Panorama”, nell’articolo intitolato “I forzati dell’ordine”, Lino Rizzi segnala il processo di politicizzazione a destra in corso all’interno del Corpo di pubblica sicurezza, accelerato a seguito della morte dell’agente di Ps Antonio Annarumma a Milano, il 19 novembre, ed ai conati di ribellione verificati nei battaglioni celeri di Milano e Torino nei giorni immediatamente successivi e repressi a fatica dagli ufficiali.     
“La maggior parte dei giovani agenti di Ps – scrive Rizzi – scopre la politica e cede alla suggestione dello Stato forte, sposa le posizioni dei partiti di estrema destra anche come scelta difensiva, di tipo corporativo. Un deputato democristiano racconta che a Nuoro, nelle elezioni politiche del 1968, quattrocento baschi blu del secondo raggruppamento Celere, votando nella stessa sezione hanno fatto uscire dalle urne altrettanti voti per il Movimento sociale italiano”.
Un atteggiamento che premia la politica di un partito che della difesa dei corpi di polizia, a ragione e più spesso a torto, ha fatto un cardine del suo programma ostentato anche con gesti plateali come, a Pavia, il 13 marzo 1969, quando i giovani del Movimento sociale, nel corso di incidenti fra la polizia e gli studenti, si sono schierati simbolicamente a difesa della Questura.
Un partito, il Movimento sociale italiano, che insieme a monarchici, liberali e a parte dei democristiani chiede il ripristino della pena di morte e l’introduzione nel codice penale della fustigazione, maggiori poteri alla polizia, aumenti salariali e tutela ad oltranza del suo operato.
Il “nemico” anche per la polizia, specie per quella dei battaglioni celeri in prima linea nei servizi di ordine pubblico, è la sinistra in genere, il Partito comunista in particolare.
Significativa la lettera inviata al ministero degli Interni, il 21 novembre 1968, da un gruppo di agenti e di ufficiali di Ps contenente l’esplicita minaccia di agire non contro il comunismo ma contro coloro che cedono al comunismo, con evidente allusione ai democristiani ritenuti inclini al compromesso con il Pci.
“Stretti intorno alla Bandiera del corpo, abbrunata ai sublime olocausto della giovane vita di Antonio Annarumma fermamente giuriamo: o prestigio e autorità alle forze dell’ordine o armi contro i responsabili del cedimento al comunismo”.
Puntuale, giunge il plauso del settimanale “Il Borghese”, diretto da Mario Tedeschi:
“La polizia oggi ha, se vuole, la possibilità di risolvere la crisi in cui si dibatte l’Italia. Se il 20 novembre gli ufficiali di polizia delle caserme di Milano avessero deciso di occupare la città, anziché schierarsi a difendere il loro generale contro i loro uomini, non avrebbero incontrato resistenza e sarebbero stati applauditi dalla maggioranza della popolazione”.
Un invito esplicito al “colpo di Stato”, rivolto alla polizia da un uomo, Mario Tedeschi, che lavora per il ministero degli Interni.
Nel corso di tutto il 1969 si respira l’aria dell’evento, da tanti invocato e da tanti temuto, dell’intervento militare nell’agone politico che il fallimento della politica di centro-sinistra e la scissione interna al Partito socialista unificato rendono, anche agli occhi degli osservatori stranieri, inevitabile.
L’8 luglio 1969, il “New York Times” scrive che la crisi politica in corso rappresenta “la più grave minaccia alla democrazia italiana nella vita della Repubblica”.
Ancora più esplicito è il “Washington Post” che, due giorni più tardi, il 10 luglio, scrive:
“L’Italia si sta forse disintegrando…Caos, guerra civile, un golpe, queste calamità sono minacce reali, a giudizio di molti italiani… Il centrosinistra è caduto vittima delle meschinità personali e di partito…E adesso con lo schieramento di centro ridotto a brandelli, l’estrema destra e l’estrema sinistra si fronteggiano attraverso un abisso di profonda sfiducia e di odio di classe”.
Sul piano politico interno, il pericolo è vissuto come reale da un partito, come quello comunista, che può contare anche sull’apporto informativo dei servizi segreti dei Paesi dell’Est europeo e di quello sovietico, il Kgb, in particolare.
Il 14 gennaio 1969, i parlamentari del Partito socialista di unità proletaria (Psiup) segnalano “iniziative a carattere autoritario che coinvolgono anche organizzazioni militari”.
Il 24 marzo 1969, nel corso della riunione della direzione nazionale del Pci, il segretario Luigi Longo afferma:
“Per quanto riguarda i pericoli di svolte autoritarie o di colpi di mano, dobbiamo richiamare l’attenzione del partito sul fatto che questi pericoli sono reali”.
Nel suo intervento, Abdon Alinovi sottolinea che si sono svolte riunioni di ufficiali e chiede che il partito abbia maggiore sensibilità verso questi fatti.
Nella riunione del 7-8 maggio 1969, dedicata agli attentati stragisti alla Fiera campionaria ed alla Stazione ferroviaria di Milano del 25 aprile, Carlo Galluzzi denuncia “la tendenza a tradurre lo spostamento a destra a livello organizzativo di governo e forse anche la spinta ad andare a soluzioni autoritarie, di tipo greco”.
Galluzzi avanza esplicitamente due ipotesi:
“’Un colpo di Stato autoritario che può venire da ambienti militari integrati dalla Nato”, o una svolta autoritaria di tipo “centrista”, imposta dal presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat.
La direzione nazionale del Pci avverte il pericolo di una azione finalizzata ad imporre con la forza una svolta destra, coordinata da forze nazionali ed internazionali.
Se Galluzzi evoca la Nato, la Grecia e chiama in causa il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, Enrico Berlinguer denuncia il possibile intervento americano:
“Vi è un accrescersi di elementi che indicano qualcosa di torbido e pericoloso in questa situazione. Da questa attivazione di elementi di destra non si può escludere una componente internazionale (forse certi orientamenti nuovi della amministrazione Usa)”.
Le ipotesi “golpiste” non vengono espresse solo nell’ambito del partito, ma denunciate pubblicamente, come fa Pietro Secchia a Padova, il 29 giugno, nel corso del convegno nazionale dell’Associazione nazionale partigiani italiani (Anpi) dove afferma che “un paese non può vivere permanentemente sotto il rischio, la minaccia o il ricatto di colpi di Stato…”
Il Partito comunista non pensa a colpi di Stato militari.
Nella stessa occasione, a Padova, lo dice esplicitamente Pietro Secchia, che nel partito rimane uno degli uomini più rappresentativi, quando afferma che essi “sono sognati da uomini politici che credono di poter abbattere le dighe del malgoverno, alla corruzione sfrenata, all’asservimento allo straniero, eliminando ogni legalità costituzionale e accantonando di fatto la Costituzione” .
I vertici del Pci non temono un “golpe” in stile sudamericano o greco ma, più logicamente, una reiterazione del 25 luglio 1943, un “colpo di Stato” che faccia affidamento sulle Forze armate nell’ambito istituzionale, con il presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, al posto di re Vittorio Emanuele III.
È, questa, l’ipotesi più realistica, quella che fa più paura ai dirigenti comunisti che sanno di non poter contare sull’aiuto dell’Unione sovietica e dei Paesi dell’Est europeo, perché l’invasione militare sovietica della Cecoslovacchia, dodici anni dopo l’intervento militare sovietico in Ungheria, e l’inesistente reazione americana in entrambi i casi, hanno provato che i patti di Yalta sono ancora in vigore e che le due potenze egemoni non interferiscono nelle rispettive aree di influenza.
Che così sia, d’altronde, lo prova al di là di ogni ragionevole dubbio, l’indifferenza sostanziale con la quale l’Unione sovietica ha reagito al colpo di Stato militare in Grecia, del 21 aprile 1967, che pure aveva una dichiarata finalità anticomunista, all’interno, ed antisovietica sul piano internazionale.
Il 2 luglio 1969, il segretario nazionale del Pci, Luigi Longo, comunica ai componenti della direzione nazionale del partito che alcuni dirigenti hanno riferito che “la situazione è tale per cui può esserci un intervento (dell’esercito ). Notizie segnalano movimenti sulla via Appia. Per adesso – prosegue Longo – vedrei di assumere informazioni da tutte le organizzazioni specie nel nord, senza escludere le altre zone”.
La paura ai vertici del Partito comunista è tale che, il 7 luglio, Giorgio Napolitano, attuale presidente della Repubblica ed allora componente della direzione nazionale del partito, si vede obbligato a consigliare di abbassare i toni della polemica: “Ci sono queste notizie. Ci può essere un disegno che fa leva su determinati ambienti dell’esercito. Ma – prosegue – si possono presentare tutti i generali come potenziali golpisti? Fare esplicitamente appello al fatto che i soldati sono figli del popolo”.
Il 16 luglio 1969, è la volta di Armando Cossutta ad intervenire per delineare quale potrebbe essere il più realistico pretesto per un intervento militare inteso a ristabilire l’ordine pubblico.
Ci potranno essere, dice, “grandi lotte che portino a scontri, in cui ci siano ufficiali che perdono la testa e provocano situazioni drammatiche, che ci siano scontri anche con colpi d’armi da fuoco e feriti, insomma si possono determinare situazioni di grandi tensioni in cui si possono inserire questi tentativi”.
È esattamente, questo descritto da Armando Cossutta, lo scenario che preparano le forze decise a fare dell’Italia un baluardo dell’anticomunismo nel Mediterraneo.
Nella riunione del 28 luglio, è Gian Carlo Pajetta a parlare esplicitamente di “colpi di Stato” e della necessità di difendersi.
Mentre, Luciano Lama, da parte sua, ha ben presente che nell’anno in corso scadono 59 contratti nazionali che interessano oltre cinque milioni di lavoratori, e di conseguenza ricorda che le richieste sindacali sono radicali, “ed è veramente posta in discussione la compatibilità di tali rivendicazioni con il sistema. Se vi saranno momenti duri – conclude -certi gruppi potranno avere buon gioco”.
Il 7 settembre 1969, il quotidiano comunista “L’Unità” scrive che, in Italia, è in vigore l’allarme Nato che sarebbe stato decretato il 6 luglio, nell’incombenza della crisi di governo, con la predisposizione di un piano segreto che prevede la mobilitazione delle basi militari, l’occupazione di ministeri, sedi di partiti, redazioni giornalistiche da parte di unità speciali dell’Esercito e dei carabinieri.
Non sono solo ipotesi astratte, quelle formulate dai dirigenti nazionali del Partito comunista, perché costoro assumono provvedimenti concreti a difesa propria e del partito, come l’invio di militanti in Unione sovietica perché siano addestrati come marconisti, e le circolari inviate da Armando Cossutta, a partire dal 21 marzo 1969, ai dirigenti periferici per invitarli a prendere misure di sicurezza straordinarie e a tenere presente che i telefoni sono sotto controllo.
Dal 6 dicembre, infine, secondo quanto scriverà il settimanale “Il Borghese” in epoca successiva, la direzione nazionale del Pci dirama l’ordine di massima vigilanza con il controllo diurno e notturno delle federazioni provinciali e della sede centrale del partito, a Roma, in via delle Botteghe Oscure.
A strage di piazza Fontana avvenuta, nel corso della riunione della direzione nazionale del Pci, avente all’ordine del giorno “l’esame della situazione politica”, il 19 dicembre 1969, il relatore, Enrico Berlinguer, avanza alcune ipotesi ma sottolinea come appaia valida quella che”si sia trattato di un anello di un vero e proprio complotto reazionario. Le cose – dice Berlinguer – non sono andate come previsto perché se le altre bombe fossero scoppiate le cose sarebbero state molto gravi. L’ipotesi di un complotto di destra è avanzata anche da forze Dc…”.
Anche Tortorella segnala la preoccupazione dei democristiani, e prosegue:
“Se ci si trovasse a un complotto e non al gesto isolato, la preoccupazione degli altri è che queste cose si possono ripetere e determinare una situazione molto difficile da controllare…Nei corpi di polizia – afferma Tortorella – ci sono obbedienze a centrali diverse.
Non tutti obbediscono agli ordini dello stesso ministro degli Interni. Altri obbediscono a qualche altra centrale (Presidente della Repubblica?). Certi obbediscono e si muovono su linee diverse…”.
Mauro Scoccimarro, a sua volta, dichiara:
“È la prima volta che sono avvenuti attentati così gravi. Rivelano una organizzazione .C ‘è una simultaneità che rivela una base organizzata. Se si ricollegano i dati sulla stampa, si ha che non ci troviamo di fronte a gesti fanatici ma che ci sono radici più profonde. Se è così significa che ci sono dei piani e ci si potrebbe trovare di fronte a nuovi avvenimenti del genere…”.
I vertici nazionali del Partito comunista, quindi, non credono che gli attentati del 12 dicembre siano il frutto di un’azione isolata, compiuta da elementi senza arte né parte, non ideologicamente inquadrabili.
Non c’è nessun riferimento ad un’azione di marca “fascista”, perché Luigi Longo, Enrico Berlinguer, Gian Carlo Pajetta e tutti gli altri sanno perfettamente che esiste un pericolo “reazionario” non qualificabile come fascista.
Non a caso nei loro interventi fanno riferimento al presidente della Repubblica, il socialdemocratico ed antifascista Giuseppe Saragat, ai “corpi separati”, alle “obbedienze diverse” che presuppongono l’esistenza di centrali di comando diverse non tutte corrispondenti a quelle ufficiali.
Le “bombe fasciste” è un’immagine propagandistica che il Pci avallerà successivamente, sul piano mediatico e giudiziario, quando deciderà di coprire i crimini dello Stato e del regime anticomunisti per provare la sua maturità ed affidabilità democratiche.
In realtà, è un anno che i comunisti vivono nel timore del “colpo di Stato”, e gli attentati del
12 dicembre collegati con quelli che li hanno preceduti (in particolare quelli stragisti del 25 aprile a Milano e quelli sui treni del 3-9 agosto), confermano l’attendibilità delle ipotesi sul tentativo di provocare una svolta autoritaria a destra, con la forza ma nell’ambito della Costituzione.
Per questa ragione il riferimento al presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, è continuo e, soprattutto, esplicito.
Anche settori della Democrazia cristiana non si discostano dalle analisi fatte dal Partito comunista.
Il ministro del Lavoro, Carlo Donat Cattin, nel corso di un incontro con i dirigenti sindacali, il 19 novembre 1969, è chiaro:
“Ci disse – ricorderà successivamente Giorgio Benvenuto – che eravamo ormai alla vigilia dell’ora X, che il golpe era alle porte, che bisognava affrettarsi a mettere un coperchio sulla pentola che bolliva se si voleva evitare l’arrivo dei colonnelli”.
A conferma che l’origine dell’operazione, la sua direzione, è di matrice socialdemocratica con il tacito assenso dei socialisti nenniani, giunge la reazione del segretario nazionale della Democrazia cristiana, Arnaldo Forlani, che pensa subito al “golpe” quando, il 12 dicembre 1969, subito dopo la strage di piazza Fontana telefona al segretario provinciale democristiano, Camillo Ferrari, e gli dice:
“Occorre tenerci in continuo contatto telefonico, scambiarci notizie di mezz’ora in mezz’ora”.
Teme, Forlani, un colpo di mano da parte dei militari, dei carabinieri, di forze che comunque hanno potere e sono espressioni dello Stato, non certo dell’anti-Stato.
E Ferrari comprende, anch’egli al volo la situazione e paventa il pericolo, tanto da far presidiare la sede provinciale della Democrazia cristiana milanese con l’ordine tassativo di non far entrare nessuno che non sia conosciuto.
Una Democrazia cristiana sulla difensiva, costretta come il suo grande antagonista a far presidiare le sue sedi, conferma che parte dei vertici del partito erano stati esclusi dalla conoscenza dell’operazione e dei suoi scopi perché ritenuti, come Aldo Moro, inaffidabili per le loro posizioni inclini al dialogo ed al compromesso con il Pci.
Era stato proprio Aldo Moro a suggerire, sul finire del 1968, una “strategia dell’attenzione” nei confronti del Partito comunista che, per la prima volta nella sua storia, aveva dissentito e criticato, pubblicamente, l’Unione sovietica per l’invasione della Cecoslovacchia.
E proprio ad Aldo Moro, i dirigenti comunisti consiglieranno di adottare misure precauzionali al suo rientro in Italia, a conferma ulteriore che non ritenevano gli attentati del 12 dicembre frutto di un atto di follia, ma azione pianificata per giungere alla soluzione autoritaria apertamente invocata dagli ambienti più fervidamente anticomunisti.
Non avevano torto.
Non era, difatti, peregrino il timore di un colpo di mano che spostasse l’equilibrio politico e mettesse fuori gioco, una volta per sempre, il Partito comunista creando le condizioni politiche per seguire l’esempio della Germania federale dove il Partito comunista era da sempre fuori legge.
Il 28 febbraio ed il 14 marzo 1990, nel corso di due deposizioni dinanzi alla magistratura, Enzo Generali ricorda che, nel mese di gennaio del 1969, Otto Skorzeny, l’ex colonnello delle Ss germaniche ora collaboratore dei servizi segreti americani ed israeliani, a Madrid, gli aveva preannunciato che, in Italia, si “stava preparando qualcosa di concreto con la partecipazione di militari di alto grado e personalità politiche dell’area di centro-centro-destra; mi citò in proposito –  prosegue Generali – il nome del principe Borghese che era l’uomo che lo aveva reso edotto della elaborazione del golpe, dell’ammiraglio Gino Birindelli, comandante dell’area sud della Nato, i predetti appoggiati da quadri dello Stato maggiore marina…nonché il ruolo del Servizio segreto militare e l’avallo di politici di spicco della Democrazia cristiana di cui non fece i nomi. Il progetto era quello di far cessare autoritativamente l’esperienza del centro-sinistra in Italia e di riassestare l’ordine interno privilegiando l’industria”.
Non è, questa, una fantasiosa ricostruzione a posteriori di un millantatore .
Al giudice istruttore di Treviso, Giancarlo Stiz, Ruggero Pan rivelerà che, il 19 aprile 1969, nel suo studio a Padova, Franco Freda gli aveva parlato della campagna di attentati che stava conducendo e, riferendosi alle loro finalità, aveva concluso affermando che “non era il caso di prendersi cura della massa né di proporsi subito il problema della qualificazione del nuovo regime”.
Affermazione rivelatrice sugli scopi di un’operazione finalizzata a destabilizzare l’ordine pubblico per consentire la proclamazione dello “stato di emergenza”, la sospensione temporanea delle garanzie costituzionali, lo spostamento a destra dell’asse politico.
In altre parole, per “stabilizzare l’ordine politico” mediante la “destabilizzazione dell’ordine pubblico”.
Millantava anche Franco Freda? Sembra di no.
Il 14 gennaio 1978, l’ex capo della polizia, prefetto Angelo Vicari, nel corso della sua deposizione al processo per il tentato “golpe Borghese” del 7-8 dicembre 1970, affermerà testualmente :
“La Questura conduceva indagini sul ‘Fronte nazionale’ per una serie di tentativi di colpi di Stato messi in atto prima e dopo la famosa notte del ‘Tora Tora’. Di questi episodi, ripeto, se sono verificati più di uno. Il più grave, quello che destò maggiore allarme, avvenne nel luglio del 1969″.
È una conferma più che autorevole, stante la personalità e la carica ricoperta dal prefetto Angelo Vicari, per più di 13 anni capo della polizia, che fanno di lui una delle persone più informate d’Italia e, a suo tempo, certamente una delle più potenti.
Sempre nel mese di luglio del 1969, un altro personaggio che per posizione sociale, collocazione politica e rapporti con i servizi segreti sovietici e dei Paesi dell’est europeo, era da considerarsi ben informato, Gian Giacomo Feltrinelli, edita un opuscolo di sole 14 pagine, dal titolo “Estate 1969″, che reca come sottotitolo:
“La minaccia incombente di una svolta radicale autoritaria a destra, di un colpo di Stato all’italiana”.
Nel testo, l’editore scrive che le agitazioni sindacali e la crisi della economia americana “hanno indotto, a nostro avviso, già da alcuni mesi certe forze di destra, a predisporre ed attuare un piano politico e militare preciso, volto ad imporre al Paese una radicale e autoritaria svolta a destra con un colpo di Stato all’italiana.
Questi piani e la loro attuazione hanno preso nuovo impulso dalla visita di Nixon in Italia ed è possibile che trovino attuazione nel corso di quest’ estate, facilitati dell’esodo estivo, dal generale disinteresse, dalla impreparazione delle tradizionali organizzazioni operaie (Pci e sindacati), e dalla sostanziale inefficienza di gruppi che si rifanno ad astratti estremismi ideologici e che, in ogni circostanza, rifiutano il discorso politico”.
Feltrinelli, infine, specifica che il “colpo di Stato” all’italiana sarebbe “ideato e attuato con la compiacente collaborazione della Cia, della Nato e delle forze reazionarie italiane”.
Da una collocazione politica ed ideologica diametralmente opposta, nel mesi di novembre del 1969, la Federazione nazionale combattenti della Repubblica sociale italiana (Fncrsi) diffonde volantini con i quali si invitano i reduci repubblicani a “non farsi strumentalizzare per un colpo di Stato reazionario” .
E che di “golpe reazionario” e non “fascista” si tratti lo conferma pubblicamente uno dei suoi fautori, l’ex combattente nella guerra di Spagna contro i franchisti spagnoli e i fascisti italiani, il repubblicano Randolfo Pacciardi.
In una lettera aperta al settimanale “Panorama”, pubblicata il 7 agosto 1969, Randolfo Pacciardi ricorda come al presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, “l’art. 92 della Costituzione … dà il diritto di nominare i ministri. Non solo lo può fare – scrive – ma lo deve fare. E se questo governo non ottenesse il voto di fiducia, il Presidente ha la facoltà di sciogliere le Camere. È grottesco ritenere che questo sia un “colpo di Stato” e chi lo ritenesse tale, insorgendo, si metterebbe fuori legge”.
E chi, in Italia, potuto insorgere, nelle speranze e nelle aspettative di Randolfo Pacciardi e dei suoi amici, se non i comunisti, i soli in grado di poterlo fare per numero ed organizzazione?
L’operazione che avrebbe dovuto concludersi in una domenica di sangue, il 14 dicembre 1969, passando per le mancate stragi del 25 aprile a Milano, per gli attentati ai treni della notte fra l’8 ed il 9 agosto, e per le stragi in parte fallite del 12 dicembre,non scaturisce dai piani e dai programmi dell'”eversione nera” alla quale, come abbiamo documentato, nessuno, nemmeno i dirigenti nazionali del Partito comunista fanno mai riferimento.
Essa è inserita in una strategia internazionale elaborata da un Paese – gli Stati Uniti d’America – che aveva militarmente sconfitto il fascismo e, dall’immediato dopoguerra utilizzava strumentalmente il neofascismo rappresentato dal Movimento sociale italiane e dalle organizzazioni ad esso collegate.                                 ,
Per questa ragione la necessità di giungere alla soluzione del caso Italia, nel senso di garantirsi la fedeltà dei suoi governi e di neutralizzare la minaccia rappresentata dalla costante avanzata elettorale del più forte partito comunista occidentale non si palesa nel 1969 ma percorre tutta la storia postbellica del Paese.
Negli anni Sessanta per un insieme di fattori che vanno dalla ripresa economica sovietica al conflitto mediorientale, al processo di decolonizzazione, al proliferare di movimenti di liberazione nazionale che professano idee marxiste, al mutamento della strategia militare americana passata da quella della “rappresaglia massiccia”, ovvero della risposta nucleare ad ogni attacco sovietico, a quella della “risposta flessibile” che prevede una controffensiva di pari intensità ed utilizzando gli stessi mezzi, le scontro fra le due potenze egemoni cresce con un’intensità ed una violenza senza precedenti.
Impegnati nella guerra del Vietnam, convinti di aver perso l’Algeria a causa della “guerra rivoluzionaria” condotta dal comunismo guidato da Mosca, alle prese con il caso di Cuba ormai inserita nell’orbita sovietica, gli Stati Uniti e 1’Alleanza atlantica non sono disposti a perdere ulteriore terreno soprattutto in quell’area del Mediterraneo che il conflitto fra arabi, sostenuti dal blocco comunista, ed israeliani, appoggiaci da quello occidentale, ha trasformato nella frontiera calda della guerra fredda.
Per la “messa in sicurezza” dell’Italia, sulla cui importanza strategica nel Mediterraneo è inutile soffermarsi, l’anticomunismo nazionale ed internazionale, politico, economico e, soprattutto, militare lavora da anni.
In una situazione politica resa precaria dall’ingresso nell’area governativa del Partito socialista, i primi segnali di una strategia pianificata si possono notare già nel corso del 1965.
È l’anno del convegno organizzato per conto dello Stato maggiore dell’Esercito all’hotel Parco dei principi di Roma dall’istituto “A. Pollio” per discutere di “guerra rivoluzionaria” e dei mezzi per combatterla, dal 3 al 5 maggio 1965.
Al quale segue la creazione, nel successivo mese di giugno, di un “Comitato italiano per l’Occidente” di cui fanno parte esponenti di tutta l’estrema destra italiana.
Ne sono fondatori, difatti, Nicola Romeo, Piera Gatteschi, Maria Gionfrida, Pier Francesco Nistri, Nino Del Totto, “Lillo” Sforza Ruspoli, inseriti o vicini al Movimento sociale, Pino Rauti, capo di “Ordine nuovo”, e Stefano Delle Chiaie, responsabile di “Avanguardia nazionale”.
Il “Comitato” si propone di “approntare elenchi di combattenti e giovani pronti a fornire un italiano anticomunista per ogni comunista italiano che vada a rafforzare i rossi in qualsiasi parte del mondo…”
È un programma di guerra civile reso subito operativo, visto che “Avanguardia nazionale” si auto-scioglie e s’immerge nella clandestinità dove resterà fino ai primi di gennaio del 1970, quando sarà ricostituita come “Avanguardia nazionale giovanile”.
Sempre in quel mese di giugno del 1965, a Bellagio, nella Villa Serbelloni di proprietà della Fondazione Rockfeller, si svolge il convegno sul tema “Condizioni dell’ordine mondiale”, organizzato dal Congresso per la libertà delle cultura che è un’emanazione della Central intelligence agency.
A Roma, a Palazzo Rospigliosi, su invito di Maria Camilla Pallavicini, Pino Rauti, Edgardo Beltrametti e Gianfranco Finaldi svolgono una conferenza sul tema: “Come difendersi dall’aggressione comunista”.
Non c’è solo la destra anticomunista a muoversi, perché l’11 dicembre 1965, a Udine, si svolge una riunione degli appartenenti alla struttura “Gladio” sui temi della “insorgenza e contro-insorgenza”, nel corso della quale viene richiesta “una azione attiva di contropropaganda”.
Il comandante della VIII formazione, “Manlio”, peraltro mai identificato, dopo aver ascoltato le osservazioni dei suoi subalterni, afferma che “ci sono già delle organizzazioni politiche che fanno la contro-propaganda anticomunista” e che, pertanto, a loro conviene:
a) approfondire la conoscenza degli elementi avversari – persone e fatti – e segnalarli con i consueti canali al Centro…;
b) qualsiasi azione intimidatoria e dimostrativa contro gli elementi avversari dovrebbe essere fatta non da elementi nostri del luogo (i quali dovrebbero curare la segnalazione) ma da elementi provenienti da fuori;
c) compilare e diffondere manifesti e manifestini in risposta a quelli compilati dalla parte avversaria;
d) organizzare delle conferenze o comizi per controbattere le idee avversarie” .
L’anticomunismo politico e militare agiscono all’unisono e, nell’anno successivo, il 1966, con l’operazione “manifesti cinesi” i piani divengono operativi.
Se i militanti di “Avanguardia nazionale” svolgono azioni di “propaganda nera” per conto del ministero degli Interni, una relazione interna del Sifar del 6 aprile 1966, riferita alla preparazione dell’operazione “Delfino” della struttura “Gladio” prevista per il periodo 15-24 aprile, si addestra per fare, in modo sistematico, la stessa cosa non limitata però all’affissione di manifesti.
Nella relazione, difatti, si legge che l’esercitazione verrà effettuata “sul terreno della zona di Trieste, con la partecipazione di elementi di un nucleo di propaganda (P/4), di un nucleo di evasione ed esfiltrazione (E/4) e di una unità di pronto impiego (Stella marina). L’esercitazione svilupperà, su base sperimentale, temi concernenti le operazioni caratteristiche della guerra non convenzionale in situazione di insorgenza e contro-insorgenza. Si prevedono quindi azioni di provocazione, quali aggressioni e attentati da attribuirsi all’avversario e la diffusione di materiale di disinformazione”.
Sono le tattiche che impiegheranno i “neofascisti” negli anni successivi, senza, come si può constatare, che siano stati essi ad elaborarle e a sperimentarle sul terreno, bensì le strutture clandestine delle Forze armate italiane.
A confortare la certezza dell’anticomunismo politico giunge, il 20 aprile 1966, la direttiva del capo di Stato maggiore della Difesa, generale Giuseppe Aloja, che raccomanda in seno alle Forze armate ”l’educazione morale e civica” alla scopo di “immunizzare il combattente dalla propaganda sovversiva tendente alla disgregazione della compagine militare”.
Il 1966 si chiude con una lettera inviata ad Yves Guerin Serac da Leo Negrelli , un giornalista italiano, sul quale a torto è stata sempre posta poca attenzione, il quale gli segnala, il 6 novembre, che “c’è in Italia una situazione di emergenza che può determinare non so ancora cosa”.
Il “cosa” comincia a prendere forma nel 1967, ad esempio, con il varo dell’operazione “Chaos”, varata dalla Cia per favorire, fra l’altro, la costituzione di gruppi “cinesi” e marxisti leninisti in dissenso con i partiti comunisti, come quello italiano, dipendenti dall’Unione sovietica.
Favorire la nascita e lo sviluppo del proprio nemico è, però, solo la prima delle condizioni necessarie per stabilizzare l’ordine politica italiano.
Non è sufficiente alimentare il disordine, difatti, perché bisogna incanalarlo, dirigerlo e volgerlo a proprio favore indirizzandolo versa obbiettivi predeterminati.
I continui riferimenti alla Grecia ed al colpo di Stato militare del 21 aprile 1967 hanno indotto molti a ritenere che l’anticomunismo politico abbia ritenuto possibile reiterare l’operazione in Italia, dimenticando che in questo Paese generali e colonnelli fanno la politica di chi governa e non sono mai stati disposti a dissentire o, addirittura, a tramare contro il potere politico per tema di rovinarsi la carriera.
In Italia, viceversa, la via da seguire è quella già presa in considerazione nel mese di luglio del 1948 e, ancor più, in quello stesso mese del 1960, quando gli incidenti seguiti all’attentato a Palmiro Togliatti, nel primo caso, e alla pretesa del Msi di svolgere il proprio congresso nazionale a Genova, nel secondo, diedero ai settori oltranzisti democristiani la possibilità di proporre la proclamazione dello stato di emergenza con tutte le misure di carattere politico-poliziesco che il provvedimento comporta.
A confortare la tesi di quanti sostenevano che questa era la via da seguire, è venuto l’esempio di quanto è accaduto in Francia nel 1968, il carattere insurrezionale assunto dalle proteste studentesche ha consentito alle Forze armate di dettare le proprie, durissime, condizioni al generale Charles De Gaulle e a decretarne la fine politica.
L’operazione inizia a Nanterre, il 22 marzo 1968, con l’infiltrazione degli uomini dell’Oas, in parte dipendenti da Yves Guerin Serac, fra gli studenti in agitazione dell’Università che danno il via ad una vera e propria rivolta a stento sedata dalla forze di polizia.
Non è difficile fomentare gli animi nel mondo giovanile e studentesco, così che gli incidenti di Nanterre diventano l’esempio da seguire anche a Parigi dove si sviluppa quello che sarà poi chiamato il “maggio francese”, a torto mitizzato dalle sinistre di tutto il mondo perché, come già a Nanterre, anche a Parigi la rivolta studentesca è opera degli agitatori professionisti dell’Oas.
Cosa può fare una piazza in rivolta, lo dicono le cifre degli scontri del maggio 1968 nella capitale francese: 625 manifestanti e 513 poliziotti feriti, 73 arrestati, 1.555 fermati, 288 automobili ed autobus incendiati o danneggiati, 27 negozi devastati.
Posto dinanzi ad un’esplosione di violenza giovanile che le forze di polizia non sono in grado di controllare, alla quale si potrebbe affiancare quella delle masse operaie in agitazione, il presidente della Repubblica, Charles De Gaulle si trova obbligato a richiedere il preventivo sostegno delle Forze armate.
Non si conoscono tutte le condizioni poste dai vertici dell’esercito francese a Charles De Gaulle ma di una gli effetti sono visibili ed immediati: l’amnistia incondizionata concessa a tutti gli appartenenti all’Organizzazione dell’esercito segreto (Oas), capi e gregari insieme, scarcerati già nel mese di giugno.
L’obiettivo primo dei “congiurati” internazionali è raggiunto e, con esso, il ridimensionamento drastico del potere del generale Charles De Gaulle chiamato ora a rispondere del suo operato anti-americano, anti-Nato ed anti-israeliano.
Un risultato ottenuto attraverso la manipolazione delle masse studentesche, sempre pronte, per l’età, a scagliarsi contro il potere costituito.
In Italia si può percorrere la stessa strada con alcune variabili tattiche rese inevitabili dalla diversa situazione politica esistente fra i due Paesi.
Qui, a Roma, non c’è un presidente della Repubblica, del carisma di Charles De Gaulle, da spodestare, ci sono invece forze politiche anticomuniste che sostengono la necessità di giungere ad una soluzione autoritaria, resa inevitabile ai loro occhi dal fallimento del centro-sinistra, ed altre che, viceversa, ritengono ancora possibile percorrere la via legalitaria mantenendo nella propria orbita di governo il Partito socialista.
Facendo leva sulle prime, gli strateghi occulti devono mettere le seconde dinanzi all’ineluttabilità della svolta autoritaria, da conseguire nel rispetto della legge e della Costituzione.
Inoltre, le forze di destra, anzi di estrema destra, le uniche che possono contare su attivisti da impiegare in piazza, non sono in assoluto in grado di fomentare rivolte come quella di Parigi del maggio 1968.
Tanto più che non deve essere la piazza di destra ad insorgere contro il potere costituito, ma quella di sinistra come nel luglio del 1948 e nel luglio del 1960, perché in caso contrario la ragione politica dell’intervento militare per il ristabilimento dell’ordine pubblico viene a mancare.
La tecnica utilizzata dall’Oas dell’infiltrazione dei propri elementi fra gli studenti non poteva essere utilizzata dall’estrema destra italiana, se non sporadicamente e in determinate circostanze.
La “battaglia di Valle Giulia” del 1° marzo 1968, a Roma, fu un esperimento irripetibile perché la presenza fra gli studenti dei militanti di Avanguardia nazionale, Ordine nuovo e Movimento sociali, molti dei quali conosciutissimi come “fascisti”, fu taciuta dalla sinistra che preferì utilizzare gli incidenti come prova dell’insofferenza degli studenti contro il potere accademico e politico.
Avrebbe il Partito comunista e, con esso, le altre forze di sinistra ignorato una seconda volta la presenza di Stefano Delle Chiaie e colleghi in veste di “rivoltosi” fra gli studenti?
È da escludere.
In Italia, di conseguenza, restava la via della violenza diffusa con attentati sempre più gravi, da attribuire all’estrema sinistra, fino all’esplosione incontrollata di una piazza in cui si affrontavano, in modo cruento e sanguinose, destra e sinistra.
Una piazza di destra che necessita per esprimere, in modo legittimo, la sua indignazione e la sua rabbia contro i ‘rossi’ di un evento traumatico, come possono esserlo il massacro di piazza Fontana e l’oltraggio ai caduti di tutte le guerre ricordati dall’Altare della patria.
L’operazione che si sviluppa nel 1969 non matura in un ambito esclusivamente nazionale perché gli interessi in gioco travalicano quelli italiani, come si conviene ad un Paese che non è libero, né sovrano né indipendente.
L’Italia non può avere i comunisti al governo, sia pure inseriti in una coalizione, perché potrebbe essere indotta ad adottare una politica di neutralità e di equidistanza fra i due blocchi contrapposti che gioverebbe all’Unione sovietica e renderebbe gravissimo nocumento agli interessi degli Stati Uniti e dell’Alleanza atlantica.
Il 2 maggio 1968, il settimanale “Panorama” pubblica un articolo, intitolato “Sfide negli Oceani”, nel quale scrive:
“Dall’ottobre 1966 all’ottobre 1967 l’Unione sovietica ha aumentato il proprio arsenale di missili intercontinentali a testata atomica al ritmo di oltre uno al giorno, passando da 340 unità a 720 unità. Alla fine del 1966 la marina sovietica aveva nel Mediterraneo una mezza dozzina di navi, una presenza simbolica; oggi quello che era un ‘lago americano’ è diventato un lago a mezzadria, in cui le 50 unità della VI flotta sono costrette a coesistere con una formidabile flotta sovietica di oltre 50 navi. Questi gli aspetti più clamorosi dello sviluppo della potenza russa”.
L’anno successivo, il 1969, la situazione è, se possibile, ancora peggiore per gli Stati Uniti.
Il 25 maggio 1969, riferendosi alla necessità di sostenere il governo militare greco, il senatore americano Stewart Simmington dichiara:
“Il Libano nella primavera del 1967, ha impedito alla nostra flotta l’accesso ai suoi porti. Le ultime due volte che la nostra flotta ha visitato la Turchia si sono verificate violente manifestazioni antiamericane. Queste correnti divengono sempre più forti e se, in Grecia, le cose non andassero come vanno, nel Mediterraneo ci sarebbero pochissimi porti – se non nessuno – disposti ad accogliere le nostre navi senza azioni di disturbo. E siccome noi riteniamo necessario il mantenimento della nostra flotta in quel mare chiuso, questa è la ragione perché le cose permangano stabili nel Paese in questione –  cioè la Grecia”.
La logica del ragionamento vale anche, se non a maggior ragione, per l’Italia che il senatore americano nemmeno cita fra i paesi in grado di accogliere la VI flotta nei propri porti, senza suscitare proteste e scioperi dei portuali della Cgil.
Ai paesi ostili al blocco occidentale, dopo l’Algeria guidata da Houari Boumedienne che i servizi segreti occidentali considerano un mero agente sovietico, dal 1° settembre 1969 si aggiunge la Libia dove ha assunto di fatto il potere una giunta militare il cui rappresentante di maggiore spicco è il capitano Gheddafi.
È in Medio Oriente, però, che la situazione si va facendo sempre più grave perché la guerra non dichiarata, iniziata in sordina già nell’autunno del 1967, fra Israele ed Egitto è andata sempre più aggravandosi.
Sul fronte del Sinai, la guerra non è “fredda” né “virtuale” ma vera, sanguinosa e foriera di pericolosissimi sviluppi per la stabilità internazionale.
Il 20 luglio 1969, l’aviazione israeliana inizia un’offensiva contro le postazioni egiziane che si estende al fronte terrestre, innescando una battaglia che proseguirà, senza soste, fino al mese di dicembre.
Schierati, fianco a fianco, con gli egiziani ci sono i “consiglieri militari” sovietici. Cosa potrà accadere se costoro si scontreranno in prima persona con i militari israeliani?
È una delle tante incognite di un conflitto che si riflette pesantemente sulla situazione del Mediterraneo e su quella italiana in particolare. Perché, in Italia, c’è un governo che proclama l’equidistanza fra arabi ed israeliani ed un Partito comunista che sostiene apertamente la causa araba e quella palestinese in particolare.
La guerriglia palestinese ha iniziato i suoi attacchi militari ad Israele il 2 gennaio 1965 ma, ormai, ha esteso il suo raggio d’azione all’intera Europa occidentale dove può contare sull’appoggio, non solo politico ma anche logistico dei comunisti, dei gruppi della sinistra extraparlamentare, contrastata dai servizi segreti israeliani coadiuvati da quelli americani ed atlantici.
Dopo aver “stabilizzato” la Grecia, il 21 aprile 1967, e la Francia, nel maggio del 1968, la sicurezza del Mediterraneo esige la “stabilizzazione” dell’Italia.
L’informatissimo informatore del ministero degli Interni, Mario Tedeschi, il 2 gennaio 1969, preannuncia la tempesta in arrivo con un articolo intitolato “L’anno dell’assedio”, nel quale scrive che l’anno appena iniziato sarà quello dell’assedio perché in Europa solo l’Italia è rimasta “il bubbone che rischia di contagiare l’intero sistema”, e che di conseguenza toccherà alla amministrazione americana guidata da Richard Nixon l’onere di estirparlo.
Tocca alla potenza egemone salvare dal comunismo un Paese colonizzato, ma deve farlo senza infrangere l’equilibrio di Jalta, conducendo al suo interno una  guerra “sporca” che per essere fatta necessita di specialisti che, a loro volta, non possono agire ufficialmente in nome e per conto dei loro governi che dovranno sempre essere in condizione di negare ogni interferenza negli affari interni di un Paese terzo, per di più amico ed alleato, specie quando questa, come ogni guerra, comporta una scia di sangue e di morte.
Il compito di condurre operazioni clandestine è demandato ai servizi segreti ma anche questi, come i loro governi, dovendo agire in Nazioni alleate, amiche o neutrali, non posso esporsi e devono creare strumenti ad hoc che, ufficialmente, agiscono per proprio conto.
È, il caso dell'”Aginter press”, guidata dal francese Yves Marie Guillon, alias Yves Guerin Serac, noto negli ambienti italiani come “Ralph”.
In oltre 40 anni di inchieste giudiziarie e giornalistiche sulla strage di piazza Fontana e, in generale, sugli eventi del 1969, la figura di Yves Guerin Serac è sempre rimasta sullo sfondo, evocata e mai approfondita.
Il tentativo del giudice istruttore di Milano, Guido Salvini, di indagare sul conto “Ralph” provocò la reazione violenta dell’allora procuratore della Repubblica di Milano, Gerardo D’Ambrosio, che, dinanzi alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e le stragi, non esitò a dichiarare, il 16 gennaio 1997:
“Verificammo anche la storia dell’Aginter Press e avemmo la stessa spiacevole sensazione che fosse stata anche quella un depistaggio”.
Purtroppo, il senatore Gerardo D’Ambrosio ha sempre indagato facendo affidamento sulla polizia e sul servizio segreto civile, non riponendo egli alcuna fiducia nei carabinieri e nel servizio segreto militare, senza mai prendere in considerazione l’ipotesi che quando questi ultimi hanno fatto i ladri, i primi gli hanno fatto da palo e viceversa.
In altre parole, non saranno i corpi investigativi di polizia e carabinieri e i servizi segreti civili e militari a dare un contributo alla ricostruzione della storia italiana relativa alla “strategia della tensione”, per la semplice ragione che ne sono stati i protagonisti in nome e per conto dello Stato maggiore della Difesa e del potere politico che sono chiamati a tutelare.
La storia vera di Yves Marie Guillon, alias Yves Guerin Serac, alias Ralph, è ancora tutta da scrivere.
Ufficiale dei servizi segreti militari in Algeria, Yves Guerin Serac aderisce all’Organizzazione dell’esercito segreto (Oas), emanazione delle strutture segrete dell’Alleanza atlantica e legata alla Cia americana.
L’Oas, difatti, si batte perché l’Algeria divenga dipartimento francese a tutti gli effetti, unico modo per impedire che possa ottenere l’indipendenza dalla Francia e passare al blocco sovietico agli ordini di Houari Boumedienne.
I militari francesi non credono che il popolo algerino voglia affrancarsi dal dominio francese, ritenendo che alle spalle del Fronte di liberazione algerino ci sia il comunismo internazionale guidato da Mosca.
La decisione del generale Charles De Gaulle di concedere l’indipendenza all’Algeria, viene vissuta dai militari francesi come un tradimento contro il quale bisognava ribellarsi.
Yves Guerin Serac passa, quindi, nelle file dell’Oas arruolandosi in quell’esercito di “soldati perduti”, come li definiva con disprezzo equiparandoli alle “femmine perdute”, cioè alle prostitute, il generale De Gaulle, che intendono battersi contro il comunismo ovunque e comunque.
Al servizio di quei paesi che contro il comunismo sono in prima linea, primo gli Stati Uniti ed anche la stessa Francia perché Yves Guerin Serac non ha spezzato mai i legami con i suoi colleghi francesi che, con lui, condividevano l’avversione contro il comunismo.
Il 19 febbraio 1969, nel corso della riunione del Comitato speciale della Nato, il delegato francese afferma;
”Il governo francese e le autorità di sicurezza francesi considerano il Partito comunista come il nemico pubblico numero uno”.
Guerin Serac ed i suoi colleghi francesi erano, quindi, sulla stessa barricata.
Insieme a loro, dalla stessa parte, si collocavano tutti i servizi segreti del cosiddetto “mondo libero”, primi quelli italiani.
Ed è per questa ragione che mai latitante è stato meno ricercato dalle polizie di mezzo mondo, perché Yves Guerin Serac, fino al mese di giugno del 1968, è ufficialmente perseguito dalle autorità francesi perché, a suo dire, condannato a morte da un Tribunale militare del suo Paese, per le attività svolte nell’Oas.
Da Lisbona (Portogallo) dove risiede senza particolari precauzioni, dirige l’Aginter press, viaggia indisturbato in tre Continenti (Europa, Africa e America latina), coordina l’attività dei suoi uomini e svolge, senza alcuna trepidazione, la sua attività di anticomunista di servizio.
In Italia, ovviamente, è intoccabile.
Il 31 gennaio 1968, Yves Guerin Serac incontra a Roma Pino Rauti. Il giorno successivo, 1° febbraio, Armando Mortilla, “Aristo”, redige una nota informativa per la divisione Affari riservati del ministero degli Interni, con la quale ragguaglia il servizio segreto civile sul contenuto dei colloqui fra il latitante francese ed il capo di “Ordine nuovo”.
Per comprendere il rilievo che riveste la figura di Yves Guerin Serac e ribadire che i servizi segreti, civili e militari, non hanno mai avuto bisogno di agire all’insaputa delle autorità politiche dalle quali dipendono, c’è la nota che il 5 febbraio 1968, la divisione Affari riservati invia al ministro degli Interni, Paolo Emilio Taviani, sugli incontri avuti dall’ex ufficiale francese con Rauti ed altri esponenti di estrema destra, fra il 30 gennaio ed il 1° febbraio 1968.
Ha avuto un ruolo, Yves Guerin Serac, nell’operazione del 1969 e nella strage di piazza Fontana?
La prima risposta viene dalla certezza che il direttore dell’Aginter Press conosce almeno tre persone che sono state chiamate in causa per aver preso parte agli attentati del 12 dicembre 1969 a Roma e a Milano: Pino Rauti, Stefano Delle Chiaie e Guido Giannettini.
Sappiamo che Yves Guerin Serac ha mantenuto contatti costanti con i suoi interlocutori italiani prima e dopo i tragici eventi del 1969.
Nel dicembre del 1968, ad esempio, redige per i suoi amici italiani un documento, intitolato “La nostra azione politica”, che sarà reso pubblico dal settimanale “L’Europeo” il 28 novembre 1974, senza suscitare alcun interesse in coloro che indagavano sugli attentati del 12 dicembre 1969.
Il documento è, esattamente, quello che appare e che si proponeva di essere: il programma dell’operazione che dovrà essere condotta nel corso dell’anno entrante per giungere alla proclamazione dello “stato di emergenza” e porre le basi per la reazione di quello “Stato forte contro la sovversione rossa” che è nei sogni di Pino Rauti e colleghi di partito e di servizio.
“Noi pensiamo – è scritto nel documento – che la prima parte della nostra azione politica debba essere quella di favorire l’installazione del caos in tutte le strutture del regime…A nostro avviso la prima azione che dobbiamo lanciare è la distruzione della struttura dello Stato sotto la copertura dell’azione dei comunisti e dei filocinesi.
Noi d’altronde – prosegue il documento – abbiamo già elementi infiltrati in tutti questi gruppi: su di loro dovremo evidentemente adattare la nostra azione: propaganda e azioni di forza che sembreranno fatte dai nostri avversari comunisti e pressioni sugli individui che centralizzano il potere ad ogni grado”.
È la reiterazione del programma dell’esercitazione “Delfino” redatto dagli uomini del Sifar per la struttura “Gladio”, il 6 aprile 1966, che prevedeva “azioni di provocazione, quali aggressioni e attentati da attribuirsi all’avversario e la diffusione di materiale di disinformazione”.
Non c’è traccia ufficiale della presenza in Italia di Yves Guerin Serac nel corso del 1969, ma di quella dei suoi uomini sì.
Difatti, il 3 maggio 1969, il questore di Milano, Ferruccio Allitto Bonanno informa il ministero degli Interni che il dirigente di Ot, Armando Marques si trovava nel capoluogo lombardo il 27 aprile, due giorni dopo gli attentati stragisti alla Fiera campionaria ed alla Stazione ferroviaria, attribuiti agli anarchici.
Il 24 agosto 1969, è il questore di Massa Carrara ad informare il ministero degli Interni del passaggio in città del dirigente di Ot, André Fontaine.
Agosto è il mese degli attentati ai treni (8-9 agosto) e Massa Carrara uno dei centri in cui Avanguardia nazionale può contare su uno dei gruppi più attivi ed agguerriti.
Non sono segnalati gli incontri che costoro hanno avuto con i loro amici italiani dei quali il ministero degli Interni ha preferito, evidentemente, omettere i nominativi e, soprattutto, il contenuto dei colloqui.
Il rapporto fra Yves Guerin Serac ed i suoi colleghi di schieramento e – spesso di servizi – non è solo di natura politica e ne fa testo la nota redatta dal Sid il 16 dicembre 1969, riferita alle responsabilità degli organizzatori della strage di piazza Fontana a Milano e degli attentati alla Banca nazionale del lavoro e all’Altare della patria, a Roma.
Abbiamo già visto come Yves Guerin Serac sia elemento ben conosciuto dai servizi segreti italiani e, perfino, dal ministro degli Interni, Paolo Emilio Taviani.
C’è da aggiungere che il servizio segreto militare, sul conto dell’ex ufficiale francese, è altrettanto ben informato di quello civile, sia perché Pino Rauti è legato al servizio sia perché Armando Mortilla, “Aristo”, non è solo confidente della divisione Affari riservati del ministero degli Interni ma anche del Servizio informazioni difesa.
Inoltre, Guerin Serac è in rapporti con Guido Giannettini, il giornalista de “Il Secolo d’Italia” che dal 1966 è stato arruolato come agente “Zeta” dal servizio segreto militare.
La pretesa che la nota del 16 dicembre 1969 sia stata redatta esclusivamente sulla base delle informazioni fornite dal confidente del Sid, Stefano Serpieri, serve al .servizio segreto militare per occultare le sue responsabilità nel caso che la magistratura voglia approfondire il tema ed investigare sul conto di Yves Guerin Serac.
È nota la capacità dei servizi segreti di mescolare abilmente verità e menzogne. La nota redatta il 16 dicembre 1969, però, si distingue più per le omissioni che per le bugie, in quanto è finalizzata a chiamare in causa il servizio segreto civile al quale fa capo Stefano Delle Chiaie.
Il servizio segreto militare non intende trovarsi da solo nelle bufera, quindi chiama implicitamente in correità il controspionaggio, la divisione Affari riservati, con l’intento di obbligarla ad una difesa comune.
Nella nota, di conseguenza, non fa riferimento agli stabili rapporti che intercorrono fra Pino Rauti e Yves Guerin Serac, ed avalla astutamente la pista “anarchica” sostenuta dal ministero degli Interni per proporre una linea comune e condivisa.
La nota del Sid recita:
” – gli attentati hanno certamente un certo collegamento con quelli organizzati a Parigi nel 1968 e la mente organizzativa dovrebbe essere un certo Guerin Serac, cittadino tedesco, il quale risiede a Lisbona ove dirige l’agenzia Ager Interpress; viaggia spesso in aereo e viene in Italia attraverso la Svizzera; è anarchico, ma a Lisbona non è nota la sua ideologia; ha come aiutante un certo Leroy Robert, residente a Parigi B.P. 55-83 a La Seyne sur Mer; a Roma, ha contatti col predetto Delle Chiaie; ha i seguenti connotati: anni circa 40, altezza m. 1,78 circa, biondo, snello, parla tedesco e francese; è certamente in rapporto con la rappresentanza diplomatica della Gina comunista a Berna”.
Quali le verità?
La descrizione fisica di Yves Guerin Serac è esatta, come più o meno la sua età;
Robert Leroy, ben conosciuto anch’egli dai servizi segreti militari italiani, era effettivamente un suo collaboratore; l’indirizzo parigino dello stesso Leroy si rivelerà esatto; il luogo di residenza di Guerin Serac, Lisbona, è rispondente al vero; veri anche i suoi rapporti con Stefano Delle Chiaie;
i rapporti con l’ambasciata della Cina popolare a Berna (Svizzera), saranno rivelati da Robert Leroy in un’intervista concessa alla rivista “L’Europeo” e da questo pubblicata il 4 luglio 1974, che susciterà l’adirata reazione di Stefano Delle Chiaie, a Madrid, nei confronti dello stesso Guerin Serac.
Le menzogne:
-  L’agenzia si chiama Aginter press;
-  Yves Guerin Serac è francese, non tedesco (ma ha ottimi rapporti con i servizi segreti della Germania federale, come ben sa il Sid);
-  non è anarchico, ma è un ex ufficiale francese fanaticamente anticomunista.
Per quale motivo il Sid avrebbe dovuto depistare le indagini sulla strage di piazza Fontana indicando una pista internazionale, le figure di Yves Guerin Serac e di Robert Leroy, il collegamento del primo con Stefano Delle Chiaie?
La domanda non ha mai avuto risposta da parte di coloro che negano l’origine estera di un’operazione che interessava una Nazione, l’Italia, nella quale non è nemmeno ipotizzabile che si possa tentare di modificare l’assetto istituzionale senza il preventivo consenso della potenza egemone e della Nato.
Il servizio segreto militare depista, effettivamente, le indagini indicando una pista anarchica che non esiste, spacciando lo stesso Yves Guerin Serac come anarchico, ma non sull’origine internazionale degli attentati del 12 dicembre 1969 che fanno parte integrante di un’operazione politica di ampio respiro ispirata da chi ha il patere di poterne sfruttare gli effetti per i propri fini.
Oltre all’accertato, al di là di ogni ragionevole dubbio, rapporto intercorso fra Yves Guerin Serac, Pino Rauti e Stefano Delle Chiaie, ci sono altri indizi che collegano la sua persona e la sua organizzazione agli attentati del 12 dicembre 1969, a Roma e Milano?
La risposta è affermativa.
Il documento programmatico, “La nostra azione politica”, è stato redatto da Guerin Serac nel mese di dicembre del 1968.
Il nome del circolo pseudo anarchico fondato dall’avanguardista Mario Merlino, “22 marzo”, è mutuato dalla rivolta dell’Università francese di Nanterre del 22 marzo 1968, alla quale presero parte anche gli uomini di Guerin Serac.
Il 12 dicembre 1969, a Milano, qualcuno ha piazzato manifesti che riecheggiavano gli slogan del “maggio francese” del 1968: “Autunno 1969. Inizio di una guerra prolungata”, che è la versione pressoché testuale di “Mai.68. Debut d’une lutte prolongée”.
E, infine, è giusto segnalarne un quarto sui collegamenti, anche sul piano esecutivo, fra gli ambienti internazionali di cui è parte integrante Yves Guerin Serac e quelli impropriamente definiti neofascisti italiani.
Il 15 settembre 1969, a Padova, in una delle biblioteche dell’Università ignoti collocano in uno scaffale, mimetizzandolo fra gli altri, un “libro” internamente cavo contenente un ordigno che non esplode solo per ragioni tecniche.
Non è un’arma a portata di tutti coloro che vogliono compiere attentati, tant’è che risulta impiegata la prima volta il 14 luglio 1956, ad Amman (Giordania) dai servizi segreti israeliani che se ne servono per uccidere il tenente colonnello Mahmud Mustafà, in forza ai servizi segreti egiziani.
Nel 1974, Yves Guerin Serac ne aveva uno a sua disposizione nell’appartamento, in avenida Manzanares, a Madrid, dov’era ospite di Stefano Delle Chiaie dopo la sua fuga da Lisbona a seguito della “rivoluzione dei garofani” del 25 aprile 1974.
Una coincidenza suggestiva?
Può darsi, ma va segnalata e tenuta presente, come una seconda che vede Franco Freda dichiarare ai magistrati che i timer da lui acquistati erano destinati ad un capitano algerino.
E capitano era Yves Guerin Serac in Algeria.
Nel linguaggio criptico di un individuo specializzato nel ricattare gli altri il riferimento, comprensibile a pochi, al direttore dell’Aginter press appare diretto.
L’Aginter press si configura come un’agenzia di copertura della Cia, collegata ai servizi segreti francesi, atlantici e dei paesi amici ed alleati degli Stati Uniti.
Il francese Yves Marie Guillon, alias Yves Guerin Serac, non a caso aveva al suo fianco, come stretto collaboratore, l’americano Jay Salby, detto “Castor” della cui dipendenza dal servizio segreto americano nessuno ha mai osato dubitare.
E i servizi segreti americani sono direttamente chiamati in causa nella strage di piazza Fontana dal “tecnico della stragi”, Carlo Digilio, fiduciario della Cia a Venezia e, ufficialmente, componente del gruppo veneto di Ordine nuovo diretto da Carlo Maria Maggi e di cui faceva parte Delfo Zorzi, indicato come uno degli esecutori materiali del massacro all’interno della Banca dell’Agricoltura.
A dare conferma ed avallo quanto mai autorevoli alla partecipazione americana all’operazione destinata a concludersi il 14 dicembre 1969, se non direttamente agli attentati stragisti di Milano e Roma del 12 dicembre, sono scesi in campo l’ex ministro degli Interni, il democristiano Paolo Emilio Taviani, e l’ex ministro degli Interni, presidente del Consiglio e presidente della Repubblica, Francesco Cossiga.
Anche costoro, giunti al termine della loro esistenza terrena, hanno deciso di depistare le indagini sulla strage di piazza Fontana?
Appare, viceversa, più vicino alla verità ritenere che non si abbia, ancora oggi, la volontà e l’interesse di affermare che l’operazione politico-terroristica del 1969 abbia avuto origine ed impulso anche da nazioni estere amiche ed alleate dell’Italia.
Se alle spalle dell’operazione destinata a concludersi con la proclamazione dello stato di emergenza ci sono gli apparati segreti e clandestini degli Stati Uniti, della Francia e dell’Alleanza atlantica, i servizi segreti italiani, militari e civili, sono chiamati a svolgere il loro ruolo di supporto e copertura dei gruppi operativi che, camuffati dietro la fragile apparenza di oppositori del regime, di segno neofascista, rappresentano il braccio armato dello Stato.
La conferma di questa realtà è, perfino, negli atti giudiziari prodotti da una magistratura ostinata nel voler provare, senza riuscirci, che la strage del 12 dicembre 1969 è stata il frutto della collusione fra una cellula nazifascista e i servizi “deviati”, fantomatici quanto la prima.
Non vi è uno solo dei protagonisti e dei comprimari dell’operazione che, in quarant’anni di indagini, non sia risultato collegato alle strutture segrete e clandestine dello Stato democratico ed antifascista.
Certo, ognuno è libero di credere che i Rauti, i Freda, gli Zorzi, i Delle Chiaie ed i loro amici fossero confidenti che non confidavano, informatori che non informavano, spioni che non spiavano, che siano stati così astuti da ingannare gli sprovveduti dirigenti del Sid e della divisione Affari riservati del ministero degli Interni, ma la realtà è diversa come dimostrano le coperture che questi apparati di sicurezza hanno garantito agli uomini ed ai gruppi del neofascismo italiano durante e dopo la guerra politica con una continuità nel tempo che prova come la verità su costoro non può essere detta senza compromettere il potere politico, allora come oggi.
A Padova, quando il commissario di Ps, Pasquale Juliano – che per essere in forza alla Squadra mobile è fuori dai giochi politici e segreti – punta su Massimiliano Fachini, consigliere comunale del Msi, ed i suoi amici come detentori di armi e di esplosivi, a rovinargli la carriera è il direttore della divisione Affari riservati del ministero degli Interni, Elvio Catenacci.
Sempre a Padova, il 7 giugno 1969, agenti dell’ufficio politico della Questura, agli ordini del commissario di Ps Saverio Molino, perquisiscono la abitazione di Eugenio Rizzato al quale sequestrano una pistola automatica calibro 7,65 marca Beretta e 15 pallottole, per il cui possesso lo denunciano a piede libero.
Molino, però, omette nel rapporto alla magistratura di fare cenno al rinvenimento della documentazione relativa al “Comitato d’azione di risveglio nazionale” (Carn), nella quale si legge che, fra i suoi scopi, vi è la “formazione di gruppi d’assalto, pronti a qualsiasi evenienza e disposti a qualsiasi impiego, che saranno a tempo opportuno attrezzati in pieno assetto di guerra”.
Questo documento, il capo dell’ufficio politico della Questura di Padova lo manda solo alla divisione Affari riservati che lo conserva per ovvie ed evidenti ragioni: non far trapelare che i gruppi di destra si preparano a sostenere le Forze armate ed i corpi di polizia nel caso di repressione del movimento comunista italiano.
Il 18 aprile 1969, a Roma, la polizia arresta Marcello Brunetti, trovato in possesso di 18 chili di polvere da mina, 4 metri di miccia a lenta combustione, 85 detonatori, nell’ambito delle indagini sull’attentato del 31 marzo precedente al palazzo di Giustizia per il quale saranno, poi, indiziati suo cugino, Enzo Maria Dantini e Franco Papitto.
Il Sid è in possesso dal 3 marzo 1969 di un rapporto informativo, trasmesso da “fonte certa”, che segnala che Enzo Maria Dantini avrebbe stipulato un “patto” con due esponenti di gruppi filo-cinesi e trozkisti in funzione anti-Pci.
Enzo Maria Dantini, il cui nome sarà poi rinvenuto negli elenchi della struttura clandestina “Gladio”, e Franco Papitto saranno, successivamente, prosciolti da ogni accusa, ma non avrebbero potuto esserlo se il servizio segreto militare avesse trasmesso alla magistratura la nota confidenziale, redatta da “fonte certa”, del 3 marzo 1969.
Il 14 agosto 1969, a Padova, Livio Juculano denuncia alla magistratura la esistenza di un deposito di armi forse ubicato a Paese, “località di campagna compresa tra Treviso e Vittorio Veneto” .
Il 23 agosto 1969, ancora Livio Juculano chiama direttamente in causa come mandante di attentati a Roma, “il già menzionato avvocato Fredda” e, come detentore di armi, un suo amico “libraio di Treviso”.
Benché le accuse siano gravissime, e Franco Freda, avvocato, e Giovanni Ventura, libraio, siano facilmente identificabili, saranno lasciate cadere nel vuoto a riprova che le “protezioni” c’erano anche in campo giudiziario.
Il 30 agosto 1969, un informatore del Sid di Bologna, Francesco Donini, riferendosi agli attentati ai treni della notte fra l’8 ed il 9 agosto, invia una nota al locale Centro di controspionaggio riferendo che “gli autori degli attentati dinamitardi farebbero capo all’organizzazione studentesca di estrema destra Nuova Caravella, che avrebbe sede a Roma e organizzerebbe corsi per sabotatori o dinamitardi diretti da Stefano Delle Chiaie”.
“Nuova Caravella” è un’organizzazione universitaria che fa capo ad Adriano Tilgher e Guido Paglia, effettivamente legati a Stefano Delle Chiaie, già oggetto di indagini da parte della polizia (vedi nota del 31 marzo 1969), ma il servizio segreto militare terrà per sé l’informazione.
Il 6 settembre 1969, il commissario di Ps Pasquale Juliano invia al giudice istruttore padovano, Ruberto, un dettagliato memoriale difensivo nel quale riferisce di aver appreso dal suo confidente, Francesco Tomasoni, che esiste un’organizzazione responsabile di attentati che fa capo a “certo avvocato Freda di Padova” e a un bidello dell’istituto “Configliaschi”, che va identificato in Marco Pozzan, responsabile dei Volontari nazionali del Msi a Padova.
Sul finire dell’estate del 1969, i magistrati padovani hanno nei loro incartamenti le accuse esplicite per detenzione di armi, di esplosivi e per la commissione di attentati, anche a Roma, a carico di Franco Freda, Giovanni Ventura, Marco Pozzan provenienti da fonti diverse e non collegate fra loro.
Non risulta che siano state fatte indagini, compiuti accertamenti, emessi provvedimenti giudiziari, anche meramente formali, a carico degli accusati.
Il 13 settembre 1969, Franco Freda chiede per telefono spiegazioni all’elettricista Tullio Fabris sul modo di montare un congegno ad incandescenza.
Il 18 settembre successivo, lo stesso Franco Freda sollecita alla ditta “Elettrocontrolli” di Bologna, sempre per telefono, la consegna di 50 timer da 60 minuti.
L’utenza telefonica di Franco Freda è sotto il controllo dell’ufficio politico della Questura di Padova, diretto dal commissario di Ps Savero Molino. Questi, però, non si chiede per quale motivo un avvocato debba ordinare timer e farsene spiegare il funzionamento.
Il disinteresse di Molino è ancora più sorprendente se si considera che a carico di Franco Freda esistono già le accuse esplicite del commissario di Ps Pasquale Juliano e di Livio Juculano, di cui non è credibile che i funzionari dell’ufficio politico della Questura di Padova non siano a conoscenza.
Altrettanto sorprendente è che Franco Freda i timer li ordini per telefono. Non lo è se si considera che la sicumera con la quale agisce gli proviene dalla consapevolezza della coperture istituzionali di cui gode.
Lo stesso meccanismo di protezione scatta a Roma.
Il 31 gennaio 1969, in una relazione indirizzata al ministero degli Interni, il prefetto denuncia che i gruppi dell’estrema destra procedono a compiere aggressioni contro gli avversari politici determinando “uno stato di tensione alimentato ad arte”, infiltrando i propri elementi nel Movimento studentesco “per condurre azioni di sfaldamento dall’interno” compiendo a suo nome azioni violente, “volte a creare ripercussioni negative nell’opinione pubblica e a portare discredito sul Movimento”.
Gli organi periferici e subalterni dello Stato registrano i comportamenti politici dei gruppi dell’estrema destra ma, ovviamente, la loro denuncia non può avere conseguenze di carattere giudiziario o, comunque repressivo perché la tattica dell’infiltrazione nel Movimento studentesco per screditarlo rientra nella strategia elaborata da coloro che hanno deciso destabilizzare” politicamente il Paese neutralizzando il Partito comunista e i gruppi che si rifanno all’ideologia marxista-leninista.
Maggiore sarà la violenza espressa dalle formazioni della sinistra, maggiore sarà la richiesta dell’opinione pubblica per il ristabilimento dell’ordine e la repressione dei “sovversivi rossi”.
I movimenti politici di estrema destra traducono sul terreno le direttive impartite dal Sifar agli uomini di “Gladio” e quelle date a loro da persone come Yves Guerin Serac.
Cambiano gli uomini, le nazionalità, gli apparati clandestini ma la strategia portata avanti nei Paesi europei ritenuti a rischio, primo fra tutti l’Italia, è identica per tutti.
In un mondo politico in cui lo Stato, secondo gli insegnamenti di Julius Evola, è il rappresentante dell’ordine gerarchico che deve governare la società, i confidenti dei corpi di polizia abbondano, così che il 29 gennaio 1969 il ministero degli Interni redige un appunto nel quale è scritto:
“La fonte riferisce che attentati non gravi e comunque a carattere dimostrativo potrebbero essere portati tra alcune settimane contro uffici pubblici, ministeri compresi. L’azione dovrebbe essere condotta da elementi di estrazione di destra…”.
La campagna di attentati, puntualmente preannunciata al ministero degli Interni, inizia il 28 febbraio 1969 con un attentato dinamitardo contro un ingresso secondario del Senato, in via della Dogana vecchia.
Il 27 marzo 1969, è compiuto un attentato contro la sede del ministero della Pubblica istruzione in viale Trastevere. Le caratteristiche dell’ordigno impiegato in questa occasione corrispondono a quelle della bomba utilizzata contro il Senato il 28 febbraio.
Il 31 marzo 1969, sempre a Roma, è compiuto un attentato contro il palazzo di Giustizia, questa volta c’è anche la rivendicazione fatta con volantini firmati “Marius Jacob” per denunciarne la matrice anarchica.
Negli ambienti politici e della Questura non ci crede nessuno.
Il 18 marzo 1969, il quotidiano “L’Unità”, organo di stampa del Partito comunista, in un articolo intitolato “Chi si serve dei fascisti? Gli attentati missini e i problemi dell’ordine pubblico”, chiama direttamente in causa il Movimento sociale italiano ed ipotizza che gli attentatori siano agli ordini del ministero degli Interni.
Il 17 aprile 1969, sul settimanale “Panorama”, nell’articolo intitolato “Lo dicono con le bombe”, commentando gli attentati compiuti a Roma contro il Senato (28 febbraio), il ministero della Pubblica istruzione (27 marzo) e il palazzo di Giustizia (31 marzo), Lino Rizzi riporta il convincimento dei magistrati inquirenti che sia unica la centrale che ha compiuto gli attentati utilizzando sempre lo stesso materiale.
E riporta il giudizio espresso in proposito da Giuseppe Velotti:
“Certo il linguaggio (dei volantini di rivendicazione – Ndr) è quello degli anarchici, ma nulla ci impedisce di pensare che dietro di esso si nascondano degli agenti provocatori, o degli ultras di destra impegnati a dimostrare l’incapacità e l’inettitudine del potere costituito contro l’ondata di sovversione e agitare di riflesso, la necessità di uno Stato forte. È solo una ipotesi, ma non bisogna assolutamente trascurarla”.
L’ufficio politico della Questura di Roma la verità la conosce e, almeno in questa occasione, la mette pure per iscritto. Nel suo rapporto sull’attentato del 31 marzo al palazzo di Giustizia, chiama in causa, insieme ad alcuni anarchici, anche tre elementi dell’estrema destra romana: Marcello Brunetti, Enzo Maria Dantini e Franco Papitto:
“Gli autori dell’attentato, in uno scritto rimasto sul luogo dell’esplosivo a firma di una fantomatica organizzazione anarchica, adoperando un frasario che rivela la loro posizione ideologica tutt’altro che anarchica, rivendicano la responsabilità anche dell’attentato al ministero della Pubblica istruzione…Infine la composizione dell’esplosivo adoperato nei due attentati e negli altri precedenti è simile, almeno per quanto è stato dichiarato dal persone della locale direzione di artiglieria, a quella del materiale sequestrato a Brunetti… Si ritiene pertanto che il Brunetti, il Dantini il Papitto siano corresponsabili dei predetti attentati”.
Saranno i magistrati di Milano ai quali gli atti relativi agli attentati al Senato, al ministero della Pubblica istruzione e al palazzo di Giustizia di Roma sono stati trasmessi per competenza in quanto titolari di un’inchiesta su altri attentati compiuti dagli anarchici, ad escludere, il 15 luglio 1969, la responsabilità di Marcello Brunetti, Enzo Maria Dantini e Franco Papitto, disponendo il rinvio a giudizio dei soli anarchici Pietro Angelo Della Savia, Paolo Faccioli e Paolo Braschi.
Il granello di sabbia che avrebbe potuto inceppare l’oliato meccanismo dell’infiltrazione, della strumentalizzazione e della provocazione viene, in questo modo, rimosso.
L’appunto che, il 29 gennaio 1969, preannuncia la campagna di attentati a Roma, condotta da elementi di destra, il convincimento dei funzionari dell’ufficio politico della Questura di Roma che militanti di estrema destra abbiano concorso con anarchici a compiere gli attentati, il sospetto avanzato pubblicamente che l’estrema destra è  impegnata a strumentalizzare gli avversari ideologici per far ricadere su questi ultimi la responsabilità degli atti di violenza, non costituiscono un ostacolo per quanti hanno deciso di “salvare l’Italia dal comunismo”, con ogni mezzo lecito ed illecito.
Perfino il quotidiano vaticano, “L’Osservatore romano”, il 2 aprile 1969, dopo l’attentato al palazzo di Giustizia, avverte il bisogno di denunciare la protezione accordata ai “terroristi”, scrivendo:
“Il commercio degli esplosivi non è come il commercio degli ortaggi. E poiché la polizia non sta certo inattiva e non manca di collegamenti e controlli, si deve concludere che le iniziative sciagurate contano su una immancabile complicità o connivenza od omertà”.
Le condizioni per prevenire e reprimere le violenze, gli attentati, i loro autori materiali ci sono tutte sul piano informativo, ma può un potere politico impegnato attraverso i suoi organismi segreti a “destabilizzare l’ordine pubblico” perseguire sé stesso?
Evidentemente, no.
Lo provano altri due episodi direttamente connessi all’eccidio del 12 dicembre 1969, a Milano, in piazza Fontana.
Il 21 marzo 1969, sul bollettino “Terra e libertà”, organo di stampa del gruppo anarchico “Gli Iconoclasti”, Pietro Valpreda elenca 10 attentati anarchici, compiuti in meno di un mese, e trionfalmente conclude:
“Altri attentati seguiranno a questi qui elencati. La polizia brancola nel vuoto. I borghesi tremano e cercano di svignarsela con il capitale. Gli pseudocomunisti pigliano posizione contro questi atti di terrorismo anarcoide. La coscienza popolare comincia a risvegliarsi e…i botti aumentano!!!”.
Quali conseguenze subisce Pietro Valpreda per la rivendicazione – perché tale è – di ben dieci attentati e il preannuncio che ne verranno fatti molti altri?
Nessuna.
La polizia non lo interroga, se non altro in veste di persona informata sui fatti relativi a ben 10 attentati, non lo denuncia per istigazione alla violenza e apologia di reato.
La polizia non fa nulla, al di là, forse, di una segnalazione alla magistratura che, da parte sua, nel mese di giugno del 1969, le chiede di identificare i componenti del “Gruppo anarchico iconoclasta” che sul suo bollettino porta l’indirizzo del circolo anarchico “Ponte della Ghisolfa” diretto da Giuseppe Pinelli.
La “violenza anarchica” fa comodo alla divisione Affari riservati del ministero degli Interni così come al Sid ed ai loro responsabili politici e chi la propaganda non può – né deve  – essere perseguito.
Come avrebbe potuto, altrimenti, il ministro degli Interni Franco Restivo, nel corso di un suo intervento alla Camera dei deputati, il 10 dicembre 1969, due giorni prima della strage “anarchica” di piazza Fontana a Milano, imputare la gran parte degli atti di violenza verificatisi durante l’anno in Italia all'”estremismo anarcoide”?
Del resto, non stiamo trattando della storia di una rivoluzione che, notoriamente, parte dal basso per travolgere le istituzioni e lo Stato, ma di un’operazione che parte dall’alto e che è finalizzata a salvaguardare lo Stato ed il regime dalla minaccia del “comunismo internazionale”.
È normale, pertanto, che chiunque operi nell’ambito di questo disegno “stabilizzatore” lo faccia con la complicità e la protezione degli apparati segreti dello Stato e delle forze politiche che li dirigono.
Non si può parlare degli eventi del 12-14 dicembre 1969 senza soffermarsi su una figura rimasta sempre sullo sfondo e mai, esattamente come quella di Yves Guerin Serac sul piano internazionale, direttamente chiamata in causa nelle indagini sulla strage di piazza Fontana.
Ci riferiamo al capitano di fregata, medaglia d’oro al V.M., presidente del Movimento sociale italiano, poi presidente del “Fronte nazionale”, principe Junio Valerio Borghese.
Comandante del sommergibile “Scirè”, passato poi al comando della Decima flottiglia mas, il reparto di incursori subacquei della Marina militare più segreto ed ardito della Forze armate italiane, l’unico in grado di infliggere alla potentissima flotta britannica nel Mediterraneo perdite gravissime, Junio Valerio Borghese l’8 settembre 1943 si trova al suo posto di comando a La Spezia.
Non aderisce, se non di fatto, alla Repubblica sociale italiana, perché Junio Valerio Borghese non è mai stato fascista, ma non accetta il tradimento perpetrato nei confronti degli alleati tedeschi con i quali stabilisce un accordo di co-belligeranza.
Nel corso dei 600 giorni della Repubblica di Salò, Junio Valerio Borghese intrattiene ottimi rapporti con i tedeschi, con il servizio segreto della Regia Marina del Regno del sud, pessimi con i fascisti che, giustamente, della sua lealtà non si fidano, tanto che nel gennaio del 1944 lo mettono in carcere.
Ma, ormai, la divisione di fanteria Decima è un realtà militare di cui la Repubblica sociale non si può privare e così, a malincuore, Benito Mussolini rimette Borghese in libertà e lo riconferma nella carica di comandante della Decima.
Il 25 aprile 1945, a Milano, Junio Valerio Borghese si congeda dagli uomini della Decima e si rifugia a casa di un partigiano delle brigate socialiste “Matteotti” in attesa dei soccorsi che non tardano ad arrivare.
Il 12 maggio 1945, a bordo di una jeep americana, vestito con una divisa americana, scortato dal capo dell’X-2 americano, James Jesus Angleton, dal commissario di Ps Umberto Federico D’Amato e da un ufficiale del servizio segreto della Regia Marina viene condotto da Milano a Roma dove, dopo un incontro mai peraltro confermato ufficialmente, con l’ammiraglio Raffaele De Courten, ministro della Marina del regio governo, è associato al carcere di Cinecittà, destinato ad ospitare i nemici di rango sia italiani che tedeschi.
I rapporti di collaborazione instaurati con i servizi segreti americani, in particolare con James Jesus Angleton, sono provati al di là di ogni ragionevole dubbio.
Una collaborazione che ha consentito a Junio Valerio Borghese e ad un ristretto nucleo della Decima flottiglia mas, fra i quali il futuro ammiraglio Gino Birindelli, di affondare nel porto di Sebastopoli, in Crimea, il 29 ottobre 1955, la corazzata sovietica “Novorossijak”, già appartenente alla Marina militare italiana con il nome di “Giulio Cesare” e ceduta ai russi come risarcimento per i danni di guerra, nel 1949.
Esponente prestigioso della “Salò tricolore”, non ideologicamente fascista, Junio Valerio Borghese aderisce al Movimento sociale italiano il 17 novembre 1951, per divenirne il presidente qualche mese dopo e, infine, abbandonare la carica per lasciare il posto al maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani, ex ministro della Difesa e comandante in capo delle Forze armate della Rsi.
Aristocratico, conservatore, anticomunista, Junio Valerio Borghese gode di un meritato credito negli ambienti militari internazionali che si riflette anche nel campo politico in cui egli si trova ad operare, dopo che è fallito il tentativo di farsi reintegrare in servizio nella Marina militare.
Il principe Borghese è un conservatore e un reazionario, non concepisce altra politica che non sia quella improntata ad un anticomunismo fanatico, che porti l’Italia a stringere rapporti sempre più stretti con gli Stati Uniti e che fa di lui un oltranzista “atlantico”, tanto che il 17 maggio 1959 viene espulso dalla carica di presidente della Federazione nazionale combattenti della Rsi e sostituito con Giorgio Pini, uno degli uomini più vicini a Benito Mussolini.
Negli anni Sessanta, Junio Valerio Borghese non può, quindi, che ritrovarsi fra coloro che intendono “salvare l’Italia” dal comunismo, non più dall’interno del Movimento sociale di cui rimane, comunque, un iscritto, ma con uno strumento politico personale, da lui diretto, che chiama “Fronte nazionale”, riprendendo una vecchia idea dei primi anni Cinquanta, e nel quale c’è posto per chiunque si professi anticomunista, senza alcuna preclusione ideologica.
Il “Fronte nazionale” viene ufficialmente costituito il 13 settembre 1968, a Roma.
Cosa si propone l’organizzazione creata dal principe Borghese, lo sintetizza una nota informativa del Sid del 22 maggio 1970 che ne illustra gli scopi :
“Obiettivo minimo…è la difesa contro la piazza avversaria in caso di insurrezione; obiettivo medio è l’inserimento in eventuali ‘reazioni’ degli ambienti politici e militari, che potrebbero muoversi di fronte al prevedibile deterioramento della situazione italiana; obiettivo massimo è l’egemonia politica in un’eventuale soluzione autoritaria da realizzarsi su tutto il territorio nazionale”.
Il “Fronte nazionale” non è un movimento politico che si propone di cercare consensi, magari per trasformarsi in partito e concorrere alle elezioni, ma uno strumento di guerra al comunismo che si propone di agire, se necessario, anche con la forza per eliminare, una volta per sempre, il pericolo comunista in Italia e mantenere quest’ultima a fianco degli Stati Uniti e nell’ambito dell’Alleanza atlantica.
Una formazione politica ma apartitica, aperta a tutti coloro che vogliono combattere il nemico comunista, non soltanto a parole.
Lo riconosce anche il servizio segreto militare, il Sid, che in una nota del 9 agosto 1970, scrive:
“Il Fronte nazionale è stato più volte segnalato come organizzazione per attuare un colpo di Stato; ha delegati provinciali in diverse città; è collegato con Ordine nuovo e Avanguardia nazionale; è ritenuto il sodalizio più idoneo a influenzare in proprio favore le forze armate e la polizia”.
Costituito ufficialmente nel settembre del 1968, il “Fronte nazionale” ed il suo capo non potevano restare estranei agli avvenimenti del 1969, compresi quelli sanguinosi del 12 dicembre.
Le tracce del suo impegno ci sono, vistose pure ma, stranamente, ignorate dalla magistratura italiana e dagli storici italiani per la semplice ragione che nessuno ha mai considerato il rapporto di collaborazione che intercorreva fra Junio Valerio Borghese e Pino Rauti, per “Ordine nuovo”, Pino Romualdi e Giorgio Almirante, per il Msi, mentre Stefano Delle Chiaie ed “Avanguardia nazionale”, ufficialmente inesistente quest’ultima perché auto-scioltasi già nel 1965, ne costituivano la guardia pretoriana.
A Viareggio, presso l’hotel Royal, il 19 marzo 1969 ha luogo la prima riunione pubblica del “Fronte nazionale”, presente Junio Valerio Borghese. Il Sid registra che “l’unico accenno di interesse è quello fatto da Borghese in merito alle Forze armate che, secondo il presidente del Fronte, non avrebbero fatto mancare il loro appoggio nella lotta al comunismo”.
Borghese ed il “Fronte nazionale” non hanno altri e diversi fini politici da quella battaglia contro il comunismo che viene condotta da forze ben più potenti delle loro.
I compiti fra i gruppi sono differenziati, quindi c’è chi cura l’”infiltrazione” a sinistra, chi la “provocazione”, chi compie attentati e chi cerca finanziamenti .
Borghese, fra altri, assolve questo compito curando i rapporti con gli industriali con promesse rassicuranti. Così l’11 maggio 1969, scrive il Sid,
“nel corso di una riunione con esponenti del mondo armatoriale genovese, ha deciso la costituzione di ‘gruppi di salute pubblica’ per contrastare – anche con l’uso delle armi – l’ascesa al potere del Pci”.
Nel corso dell’anno, infine, le promesse non bastano più, così Borghese ed i suoi uomini scendono nei dettagli, con i loro interlocutori, su quanto hanno in animo di preparare.
 Il 6 giugno 1969, l’informatissimo servizio segreto militare scrive in una nota:
“Un esponente del Fronte nazionale ha informato alcuni dirigenti della Società metallurgica italiana (Smi) che il movimento ha in programma di attuare nel periodo da giugno a settembre 1969, un colpo di Stato per porre fine alla precaria situazione politica che travaglia la vita del Paese. L’uomo di Borghese vorrebbe trattare l’acquisto di munizioni prodotte negli stabilimenti della Smi ma riceve un netto rifiuto”.
Il Sid, come il servizio civile, i vertici militari e buona parte di quelli politici, lavora per il “colpo di Stato”, quindi le informazioni che raccolgono sul conto delle intenzioni di Junio Valerio Borghese e dei suoi uomini le tiene per sé, non a caso lo dirige l’ammiraglio Eugenio Henke, socialdemocratico di provata fede.
Il 30 settembre 1969, a Roma, si svolge una riunione di esponenti del “Fronte nazionale”, presieduta dal collaboratore più stretto di Junio Valerio Borghese, Remo Orlandini.
In questa occasione si parla più liberamente degli scopi e dei mezzi per conseguirli, così che il Sid nella immancabile nota informativa scrive:
“Un ufficiale (nome noto) si intrattiene con Prospero Colonna il quale, nel dirsi certo della riuscita del ‘colpo di Stato’, soggiunge che Valerio Borghese aveva già studiato un piano di ‘provocazione’ con una serie di grossi attentati dinamitardi per fare in modo che l’intervento armato di destra potesse verificarsi in un clima di riprovazione generale dei criminali ‘rossi'; precisò inoltre che le vittime innocenti in certi casi saranno purtroppo necessarie”.
Questa volta le informazioni sono più dettagliate, troppo per i gusti del Sid che si sbilancia nel dichiararle poco attendibili.
Ha ragione, il servizio segreto militare di preoccuparsi perché sa bene che a compiere gli attentati stragisti alla Fiera campionaria ed alla Stazione ferroviaria di Milano il 25 aprile 1969 sono stati i suoi collaboratori, Franco Freda e Giovanni Ventura, e non i criminali “anarchici” ai quali è stata attribuita la colpa per indirizzare a sinistra la riprovazione e la collera dei cittadini.
In quell’occasione i morti non ci sono stati, ma il Sid sa che presto si dovranno contare anche questi.
Il “piano” studiato da Junio Valerio Borghese ricalca alla lettera quello del Sifar e di “Gladio”, quello di Yves Guerin Serac, così che, tramite il loquace Prospero Colonna, giunge la conferma ulteriore che tutti i gruppi di destra agiscono nell’ambito di una unica strategia di cui sono gli esecutori, non gli ideatori e che ha per fine ultimo la sconfitta del comunismo, nemico degli Stati Uniti d’America.
I rapporti di Junio Valerio Borghese con Pino Rauti si interromperanno nell’autunno del 1970 perché i due non si accordano sui finanziamenti che devono essere spartiti fra le rispettiva organizzazioni; quelli con Stefano Delle Chiaie avranno fine solo il 27 agosto 1974, quando il principe morirà a Cadice – con tempestiva opportunità per Giulio Andreotti ed i suoi amici – di pancreatite fra le amorose braccia di un agente femminile del Sid.
Nel corso degli anni, sul banco degli imputati per la strage di piazza Fontana sono saliti gli alleati di Ordine nuovo ed i pretoriani di Avanguardia nazionale, anche se a posteriori, dinanzi al Tribunale della storia, ora deve comparirci anche il principe Junio Valerio Borghese.
La figura del “principe nero” non è mai esistita, un’altra leggenda creata dalla disinformazione che, in questo Paese senza libertà, si spaccia per informazione, per di più corretta e rispettosa della verità.
Junio Valerio Borghese, il 26 gennaio 1970, è ricevuto dall’ambasciatore americano a Roma ed ha già iniziato a programmare il tentativo, questa volta da attuare in modo difforme da quello del 12-14 dicembre 1969, che si concluderà a Roma, nella notte fra il 7 e l’8 dicembre 1970 per riportare l’ordine in Italia e sconfiggere il comunismo.
L’apparato bellico di cui Junio Valerio Borghese è parte integrante non è stato scalfito né minacciato dalle indagini giudiziarie sulla strage di piazza Fontana, concentrale sugli anarchici, prima, e sulla “cellula nera” padovana, dopo.           
La guerra al comunismo può, quindi, continuare senza intralci né paure.
Il 12 dicembre 1969, le indagini sulla strage di piazza Fontana, a Milano, e sugli attentati di Roma sono immediatamente indirizzate verso gli ambienti anarchici.
Il ministro degli Interni, Franco Restivo invia a tutte le polizie europee, il 13 dicembre 1969, un telegramma in lingua francese, nel quale scrive:
“Attualmente non abbiamo alcuna indicazione valida a proposito dei possibili autori della strage, ma indirizziamo i nostri primi sospetti verso les cercles anarchisants”.
Mesi di propaganda basata su attentati di presunta matrice anarchica danno ora i suoi frutti, se anche l'”Osservatore romano”, il 14 dicembre 1969, nell’articolo intitolato “Vincere il male”, scrive che la causa della violenza deriva dalla “coltura dei bacilli nullisti, nichilisti, anarcoidi e violenti”.
Sono invece, tassativamente esclusi dalle indagini e dai sospetti uomini e gruppi inseriti in partiti rappresentati in Parlamento, per la pretesa che un’azione sovversiva può essere rivolta contro le istituzioni ed il sistema dal suo esterno e non può essere promossa dal suo interno.
Diviene così evidente la ragione per la quale Pino Rauti ed i suoi uomini sono rientrati, ufficialmente, nel Movimento sociale italiano che si configurava come l'”ombrello” sotto il quale ripararsi perché i suoi dirigenti ed i suoi militanti sarebbero stati esclusi da qualsiasi azione repressiva condotta dalle forze militari e di polizia contro gli “estremisti” sia di destra che di sinistra.
Intanto, gli ordinovisti con a capo Pino Rauti sono esclusi, a priori, dalle indagini sull’eccidio di piazza Fontana.
La pista internazionale, nell’immediatezza degli attentati, non viene trascurata.
Il 13 dicembre 1969, il commissario di Ps, Luigi Calabresi, viene inviato in missione in Svizzera; il 17 dicembre, il questore di Milano, Marcello Guida, nel corso di una conferenza stampa, affermerà che la strage di piazza Fontana è un “affare con collegamenti internazionali”. Il 18 gennaio 1970, la rivista “Epoca”, nell’articolo intitolato “Valpreda come Oswald”, riporta le dichiarazioni del capo dell’ufficio politico della Questura di Roma, Bonaventura Provenza il quale afferma:
“Io non escludo a priori l’idea di un complotto che sarebbe caso mai più internazionale che interno. Ma non azzardo ipotesi in mancanza di elementi sicuri”.
Ancora prima, il 1° gennaio 1970, il settimanale”Panorama” riportava, in un articolo intitolato “L’alibi dell’anarchia”, a firma di Gianni Farneti, le dichiarazioni di un funzionario di polizia rimasto anonimo, il quale ha affermato :
“Si sono avanzate anche le ipotesi di interventi stranieri per servirsi di questi gruppi a fini economici e politici…Da una parte è pressoché certo che alcuni industriali tedeschi hanno finanziato formazioni estremiste per acuire le fasi di sciopero e diminuire la capacità di esportazione di certi settori industriali italiani. Dall’altra parte, l’ipotesi di finanziamenti greci a scopi politici è tutt’altro che peregrina”.
I rapporti fra i gruppi dell’estrema destra italiani e il governo militare greco sono ampiamente provati e, con specifico riferimento alla strage di piazza Fontana ed agli attentati a Roma ed anche a quelli del 25 aprile a Milano alla Stazione ferroviaria ed alla Fiera campionaria, ci sono le gravissime dichiarazioni rese alla rivista “Panorama” da Kostas Plevris e pubblicate nel numero in edicola il 13 marzo 1975, sotto il titolo “Dracme per il Msi”.
Plevris rivela che, nel 1969, il servizio segreto greco
“creò una sezione speciale dotata di mezzi economici particolarmente consistenti e di uomini che conoscevano a fondo le cose italiane. Poi, per evitare il rischio di essere scoperti e accusati di tramare ai danni dell’Italia, i capi del Kyp mascherarono la sezione dietro la facciata innocua di una scuola guida che aveva gli uffici nel centro di Atene, a pochi passi dal palazzo del governo. Infine la sezione ingaggiò direttamente dieci agenti italiani scelti tra le file dei fascisti. Ed io di questi agenti possiedo l’elenco completo”.
Plevris, però, rifiuta di fare i nomi, ma aggiunge:
“Posso dire soltanto che uno di essi è attualmente in prigione perché coinvolto nella strage di piazza Fontana”.
Nel periodo in cui Kostas Plevris rilascia l’intervista, in carcere con l’accusa di concorso nella strage di piazza Fontana ci sono tre persone: Franco Freda, Giovanni Ventura e Guido Giannettini.
Non risulta che qualche magistrato italiano abbia chiesto di interrogare Kostas Plevris per farsi dire i nomi dei dieci italiani, ma soprattutto di quello, fra i tre imputati per strage, che era stato arruolato dal servizio segreto greco.
Nella primavera del 1975, ad Atene, non c’era più la Giunta militare ma un governo socialista al quale, per via diplomatica, si potevano sollecitare le stesse risposte.
Non è stato fatto, da quanto è dato di sapere.
La pista internazionale, per la magistratura italiana, deve essere scartata ad ogni costo.
Eppure, a rendere inevitabile un’indagine seria sulla pista internazionale ci sono la nota del Sid del 16 dicembre 1969, le dichiarazioni del questore di Milano, Marcello Guida, del 17 dicembre 1969, quelle del capo dell’ufficio politico della Questura di Roma, Bonaventura Provenza, pubblicate il 18 gennaio 1970, quelle di un anonimo funzionario di polizia rese pubbliche dalla rivista “Panorama” il 1° gennaio 1970, le affermazioni specifiche di Kostas Plevris apparse sempre su “Panorama” il 13 marzo 1975, le stesse dichiarazioni di Franco Freda sulla consegna dei timer ad un “capitano algerino” che suggeriscono la presenza sulla scena di persone non italiane, e, infine, le accuse rivolte da Carlo Digilio ai servizi segreti americani.
È doveroso ricordare che le indagini sulla strage di via Fatebenefratelli del 17 maggio 1973, a Milano, compiuta dal confidente del Sid Gianfranco Bertoli, autoproclamatasi anarchico dopo l’arresto, a carico degli stessi personaggi imputati per concorso nella strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, hanno evidenziato un possibile ruolo svolto dai servizi segreti israeliani e francesi.
Del resto, che il gruppo veneto di Ordine nuovo avesse rapporti con i servizi segreti israeliani, la magistratura italiana lo sapeva dal 31 maggio 1966, quando a seguito dell’arresto di Marcello Soffiati ed altri, nel loro arsenale era stato rinvenuto esplosivo gelatinizzante israeliano.
Ancora, il generale Gianadelio Maletti ha rivelato che l’espatrio in Spagna di Marco Pozzan, altro imputato per concorso nella strage di piazza Fontana, nel mese di gennaio del 1973, era stato richiesto da un “servizio amico”, per specificare successivamente che si trattava di quello spagnolo.
Sullo sfondo degli avvenimenti italiani dell’epoca si stagliano, a questo punto, i servizi segreti americani, francesi, israeliani, greci e spagnoli, mentre più defilati si presentano i servizi segreti della Germania federale.
Per quanto tempo ancora, questo Paese dovrà tollerare la disinformazione giudiziaria e giornalistica sulla strage “nazifascista” di piazza Fontana?
Abbiamo visto come le direttive impartite ai reparti clandestini delle Forze armate ed ai gruppi politici di estrema destra impegnati nella battaglia contro il comunismo prevedevano la tattica della disinformazione, dell’infiltrazione e della provocazione.
Gli esempi si sprecano.
Dall’affissione dei “manifesti cinesi” a cura dei militanti di “Avanguardia nazionale” nel gennaio del 1966, firmati a nome del “Movimento marxista-leninista d’Italia”, agli attentati del 25 aprile 1969 attribuiti agli anarchici, all’incendio del deposito della Pirelli, a Milano, compiuto dagli uomini del partigiano “bianco” Carlo Fumagalli e rivendicato a nome delle “Brigate rosse” il 7 gennaio 1971, alla mancata strage sul treno “Torino-Roma” del 7 aprile 1973, che avrebbe dovuto essere, nelle intenzioni dei suoi organizzatori, attribuita a “Lotta continua”, c’è una serie infinita di azioni attribuite al “nemico” ideologico e politico per renderlo inviso alla popolazione e giustificare ogni intervento repressivo nei suoi confronti.
L’infiltrazione nei gruppi avversari diviene prassi a partire dalla seconda metà del 1967, quando la Cia avvia l’operazione “Chaos”. Lo scopo non è di carattere informativo, con l’infiltrato che carpisce notizie e riferisce ma è politico perché si propone di condizionare l’azione dei gruppi infiltrati per indurli a compiere azioni violente.
Le operazioni sono fatte in accordo con i servizi segreti italiani. Il 28 aprile 1969, ad esempio, Giovanni Ventura e Pietro Loredan s’incontrano con Alberto Sartori, leader del Partito comunista marxista-leninista, al quale consegnano i “rapporti informativi” redatti allo scopo dall’agente del Sid Guido Giannettini.
Il 6 agosto 1969, la fonte “Agrippina” informa la divisione Affari riservati del ministero degli Interni che, nel corso di un convegno svoltosi a Barcellona (Spagna), Stefano Delle Chiaie si è vantato
“di aver collocato più di una dozzina di membri appartenenti al suo gruppo in organizzazioni comuniste filocinesi in Italia, i quali si sarebbero già distinti come attivisti nelle lotte di piazze”.
Non ci saranno conseguenze perché, come vedremo, l’infiltrazione negli ambienti anarchici, Stefano Delle Chiaie ed i suoi uomini la conducono per conto del ministero degli Interni.
L’infiltrazione fra questi ultimi non è un segreto. Tant’è che, il 13 agosto 1969, a Torino, sul quotidiano della Fiat, “La Stampa”, è pubblicato un articolo intitolato “Scomparsi gli anarchici per evitare interrogatori”, a firma G.M., che avrebbe dovuto essere letto con attenzione prima della strage di piazza Fontana e, a maggiore ragione, dopo.
In esso, si scrive: che “dopo gli attentati ai treni (dell’8-9 agosto – Ndr) gli anarchici milanesi sono spariti dalla circolazione”. E, inoltre:
“Dopo l’attentato alla Campionaria, era sembrato che l’organizzazione dei giovani anarchici fosse stata distrutta: in realtà la loro bandiera nera non è mai stata ammainata; le file sono state riorganizzate seguendo nuovi criteri per rendere più difficile l’identificazione dei nuovi accoliti…Fino a qualche tempo fa gli anarchici a Milano erano pochi, privi di mezzi, per nulla organizzati. Ora qualcuno ha pensato di sfruttare le loro utopie. Così gli anarchici sono stati corteggiati e finanziati dalla destra totalitaria e dall’estremismo di sinistra”.
L’articolo, certamente ispirato da qualcuno che conosce la realtà che esiste dietro le quinte del palcoscenico, suggerisce qualcosa di più inquietante dell'”infiltrazione”. Insinua il dubbio della collusione fra “fascisti” e anarchici.
È possibile un’alleanza tattica fra “fascisti” e anarchici in funzione anticomunista?
La risposta non può che essere affermativa. L’attentato del 31 marzo 1969 al palazzo di Giustizia di Roma sarà confessato, ad esempio, dall’anarchico Paolo Faccioli ma non ha torto l’ufficio politico della Questura di Roma a ritenere che l’esplosivo sia stato fornito dai neofascisti.
A Milano, è il “fascista” Nino Sottosanti a fornire un alibi all’anarchico Tito Pulsinelli, scagionandolo dall’accusa di aver compiuto un attentato, ed è abituale frequentatore della casa di Giuseppe Pinelli, l’anarchico che dirige il circolo “Il Ponte della Ghisolfa”.
Un anarchico storico di Massa Carrara, poi, Gino Bibbi, sarà sfiorato dalle indagini per il tentato golpe del 7-8 dicembre 1970 diretto da Junio Valerio Borghese, mentre risale al 1946 la costituzione del gruppo anarchico, “Unione Spartaco” a cura di un anticomunista oltranzista come Carlo Andreoni.
La linea politica della Federazione anarchica italiana (Fai), nel dopoguerra, individua tre nemici dell’anarchia: la Chiesa cattolica, il militarismo e il comunismo.
A quanti chiedono le ragioni dell’ostilità degli anarchici nei confronti del comunismo, giunge semplice ed esauriente la risposta di Alfonso Pailla:
“Siamo stufi di morire per rivoluzioni che danno il potere a chi poi ci stermina”.
Senza andare eccessivamente indietro nel tempo per scoprire cosa hanno fatto i bolscevichi russi ai loro compatrioti anarchici, è sufficiente riandare alla guerra di Spagna, a Barcellona, dove le Brigate internazionali eliminarono fisicamente centinaia di anarchici che pure si battevano al loro fianco contro le truppe del generale Franco e quelle fasciste italiane.
E al massacro degli anarchici da parte dei comunisti fa proprio riferimento Pietro Valpreda in una conversazione con Aniello D’Errico, da questi riportata il 27 aprile 1969 al commissario di Ps Luigi Calabresi che lo sta interrogando.
Parlando della possibilità di far compiere attentati dinamitardi a persone esperte in materia di esplosivi, Pietro Valpreda, secondo quanto riferito da D’Errico, gli dice che un commando di tre persone, fra le quali Paolo Braschi, “.aveva assunto la denominazione di ‘Barcellona 39′ e aveva compiuto attentati dinamitardi prima a Genova e poi a Milano…”.
Il riferimento, nella scelta dei nome del commando, al massacro compiuto dai comunisti degli anarchici in Spagna, è esplicito e non lascia adito a dubbio alcuno.
L’anticomunismo anarchico può, di conseguenza, aver trovato conveniente ed opportuno stabilire un’alleanza tattica con il neofascismo anticomunista per fare fronte comune ad un nemico la cui spietatezza era nota ad entrambi gli schieramenti.
Il tempo e le menzogne hanno fatto dimenticare, oggi, che il segretario nazionale del Pci, fino al mese di agosto del 1964, quando morì a Jalta, in Crimea, era Palmiro Togliatti divenuto, sul piano propagandistico, un raffinato politico ma, su quello storico, un feroce esecutore degli ordini di Josip Stalin per il quale, notoriamente, la vita degli altri non aveva alcun valore.
Successore di Palmiro Togliatti alla guida del Partito comunista italiano fu Luigi Longo, altro protagonista delle pagine di sangue scritte dai comunisti in Spagna contro gli anarchici, insieme al segretario provinciale del Pci di Trieste, Vittorio Vidali.
Oggi, gli ex comunisti vengono identificati con i baffi di Massimo D’Alema in crociera con la sua barca a vela, o con i modi da allievo del collegio delle Orsoline di Walter Veltroni, ma negli anni Sessanta il ricordo di quello che le milizie comuniste erano state capaci di fare, in termini di massacri, in Spagna e, successivamente, in Italia durante e dopo la guerra civile era ben vivo sia fra i “fascisti” che fra gli anarchici.
Non era difficile rievocare questi ricordi per far comprendere cosa sarebbe capitato agli anticomunisti nel caso che il Pci fosse salito, anche legalmente, per via elettorale, al potere nel nostro Paese.
Per comprendere la realtà storica bisogna calarsi nel suo tempo, non giudicarla con gli occhi del tempo presente. E in quegli anni, il comunismo era sinonimo di ferocia e di crudeltà espresse ovunque avesse avuto modo di agire soprattutto laddove aveva assunto il potere.
Una collusione che non deve far gridare allo scandalo perché la prassi di considerare “amico il nemico del mio nemico” è vecchia quanto il mondo e, in quegli anni i servizi segreti americani e cino-popolari collaboravano contro l’Unione Sovietica.
Con quali gruppi o, forse è meglio dire, con quali uomini dell’anarchia italiana i militanti di “Avanguardia nazionale” ed altri gruppi siano riusciti a stabilire un rapporto politico ed operativo di cobelligeranza è campo ancora tutto da esplorare.
Certo, e ci sentiamo di affermarlo con forza, è che la “collusione” c’è stata.         
In questo contesto s’inquadra la figura di Pietro Valpreda.
Non c’è traccia, fino ad oggi, della nascita dell “‘anarchico” Pietro Valpreda.
La più fitta nebbia copre la data, sia pure approssimativa, della sua adesione all’ideale anarchico, e soprattutto quella dell’inizio della sua attività politica.
Quando comincia la battaglia anarchica di Pietro Valpreda, in quale gruppo, città, con quali compagni, in che modo?
Chi ha una milizia politica alle spalle è in grado di ricostruirla fin dal suo esordio, indicando luoghi, nomi e date.
Non ci è mai capitato di leggere il dettagliato curriculum vitae dell’anarchico Pietro Valpreda.
Come mai?
La prima segnalazione dell’esistenza di Pietro Valpreda risale al 28 gennaio 1968, quando viene fotografato ed intervistato mentre con altri dodici amici si prepara a contestare il Festival di Sanremo.
Valpreda, però, non si presenta come anarchico e neanche con il suo vero nome ma come “Alberto”, e la contestazione al Festival della canzone italiana non ci sarà perché Stefano Delle Chiaie che l’ha organizzata ha dato il contrordine su richiesta del patron del Festival che, tramite una terza persona, gli ha fatto sapere di essere “camerata” e di non meritare il danno derivante al suo spettacolo da una contestazione.
Se la prima apparizione, in veste di mancato contestatore ma non di anarchico, collega Pietro Valpreda a Stefano Delle Chiaie e ad “Avanguardia nazionale”, la seconda lo vede, questa volta come convinto alfiere dell’ideale anarchico, comparire al congresso organizzato dalla Federazione anarchica italiana a Carrara il 31 agosto 1968. Certo, in otto mesi si può abbracciare qualsiasi ideale, così che anche Pietro Valpreda dalla mancata contestazione del Festival di Sanremo all’inizio del congresso anarchico di Carrara, dal 28 gennaio al 31 agosto 1968, può essere diventato un sincero e convinto anarchico.
Non è il solo, però, perché ad accompagnarlo a Carrara ci sono altri “anarchici” che hanno viaggiato,da Roma, con la benzina pagata da Guido Paglia, dirigente di “Avanguardia nazionale”.
Gli “anarchici” sono, difatti, tutti militanti dell’organizzazione diretta da Stefano Delle Chiaie: Pietro “Gregorio” Manlorico, Luciano Paulon, Augusto De Amicis, Aldo Pennisi, Alfredo Sestili, Mario Merlino.
Pietro Valpreda, nella sua ingenuità, non si accorge che i suoi compagni anarchici sono tutti provenienti dalla estrema destra “neofascista”, anzi da un’organizzazione di “picchiatori” fascisti com’è considerata” Avanguardia nazionale”.
Non dubita della loro genuina fede anarchica nemmeno quando il 15 ottobre 1968 uno degli “anarchici” che lo hanno accompagnato a Carrara, Pietro “Gregorio” Manlorico, viene arrestato insieme ai camerati di “Avanguardia nazionale”, Lucio Aragona e Corrado Salemi, per compiuto un attentato contro la sezione del Partito comunista del Quadraro.
Sulla via di Damasco, folgorato dall’ideale anarchico, nello stesso periodo è anche Mario Merlino, dirigente di “Avanguardia nazionale”, a Roma.
Il 16 aprile 1968, Mario Merlino è stato in Grecia, con gli altri camerati, per rendere omaggio ai “colonnelli” che avevano fatto il “colpo di Stato” e salvato il loro Paese dal comunismo.
L’8 maggio 1968, insieme ai camerati Guido Paglia e Adriano Tilgher, Merlino viene denunciato per aver organizzato una manifestazione di protesta contro l’esclusione del Sudafrica dalle Olimpiadi. Non sopporta, Mario Merlino, che i razzisti sudafricani siano emarginati da una manifestazione sportiva così importante.
Nello stesso mese di maggio, Merlino: fonda, a Roma, il circolo “XXII marzo” con lettere che richiamano i fasti della Roma imperiale e la data che ricorda gli incidenti dell’Università francese di Nanterre nei quali tanta parte hanno avuto gli uomini di Yves Guerin Serac.
Del neo-costituito circolo fanno parte Aldo Pennisi, Luciano Paulon, Pietro “Gregorio” Manlorico, Elio Guerino, Senato Granoni, Giovanni Nota, Guido Sciarelli, Antonio De Amicis, Lucio Aragona, Alfredo Sestili.
Il 31 agosto 1968, con cinque componenti del circolo “XXII marzo”, Mario Merlino si presenta insieme a Pietro Valpreda al congresso anarchico di Carrara, anarchico fra gli anarchici.
Nel breve volgere di quattro mesi, Mario Merlino è passato dall’omaggio ai “colonnelli” greci e dalla difesa del Sudafrica “bianco”, all’ideale anarchico che combatte militari e militarismo, schiavisti e razzisti.
Cos’è accaduto?
Un significativo spiraglio di luce, per quanto riguarda il solo Mario Merlino, viene dato dalle dichiarazioni rese da Serafino Di Luia al giornalista Giorgio Zicari e pubblicate su “Il Corriere della sera” il 5 marzo 1970.
Di Luia dichiara, testualmente:
“Merlino è stato mandato fra gli anarchici e la persona che lo ha plagiato è la stessa che fece affiggere il primo manifesto cinese”.
Il messaggio che Serafino Di Luia invia, tramite un giornalista che lavora per il servizio segreto militare, è ricattatorio, indirizzato ai pochi che possono comprenderlo e sono, pertanto, in grado di valutarne la minaccia che contiene.
Il 5 marzo 1970, difatti, solo pochissime persone collocate ai vertici del Movimento sociale italiano, di Avanguardia nazionale e della divisione Affari riservati del ministero degli Interni potevano comprendere il senso dell’oscuro riferimento al “primo manifesto cinese”.
L’episodio dei “manifesti cinesi” affissi dai militanti di “Avanguardia nazionale” nel mese di gennaio del 1966, difatti, diverrà noto solo alla metà degli anni Ottanta.
Da quel momento la possibilità di individuare chi sarebbe stata la persona che aveva “plagiato” Mario Merlino e lo aveva fatto infiltrare fra gli anarchici, diviene concreta per la ragione che a proporre a Stefano Delle Chiaie ed ai suoi amici l’operazione “manifesti cinesi” era stato il direttore del settimanale “Il Borghese”, Mario Tedeschi.
Mario Tedeschi, lo sappiamo, è stato uno dei più accaniti accusatori degli anarchici e di Pietro Valpreda da lui indicati come responsabili della strage di piazza Fontana.
Ma l’ex sergente della divisione di fanteria di marina “decima” che già il 10 gennaio 1947 il questore di Roma, Saverio Polito, scagionava dall’accusa di far parte di organizzazioni clandestine neofasciste, non ha mai fatto mistero, negli anni Ottanta, di essere stato da sempre intimo amico di Umberto Federico D’Amato, il funzionario più rappresentativo della divisione Affari riservati del ministero degli Interni.
Serafino Di Luia, in quel mese di marzo 1970, sa perfettamente che Mario Tedeschi è stato, all’epoca dell’operazione “manifesti cinesi”, il tramite, l’intermediario fra la manovalanza avanguardista e Umberto Federico D’Amato, ideatore e mandante dell’operazione.
Stefano Delle Chiaie ed i suoi uomini vennero a conoscenza, già in quel mese di gennaio del 1966, che ispiratore dell’affissione di manifesti firmati a nome del Movimento marxista-leninista d’Italia non era il “camerata” Mario Tedeschi e neanche il segretario nazionale del Msi, Arturo Michelini, ma Umberto Federico D’Amato.
Si ricatta per procurarsi un vantaggio, la minaccia deve essere fatta ma non portata a termine e, in questo caso, il destinatario era troppo potente per i fratelli Serafino e Bruno Di Luia: l’importante era fargli sapere che loro sapevano, che conoscevano il segreto inconfessabile che vedeva Mario Merlino infiltrato fra gli anarchici, nell’estate del 1968, dalla divisione Affari riservati del ministero degli Interni nella persona dell’allora questore Umberto Federico D’Amato.
Ed al ministero degli Interni, difatti, i due fratelli si rivolgono, questa volta direttamente, facendo sapere al questore di Bolzano, tramite un loro intermediario che “qualora non perseguiti da alcun ordine di cattura o circolare di ricerca” sono disposti “a venire in territorio italiano per incontrarsi con qualche funzionario di Ps al quale intenderebbero fare rivelazioni interessanti sui recenti attentati dinamitardi commessi a Milano ed a Roma e anche su quelli della famosa ‘notte dei treni’…”.
I due fratelli Di Luia sono due gregari di “Avanguardia nazionale” ma la loro minaccia, prima, e la loro disponibilità a parlare in via confidenziale, dopo, non sono sottovalutati se ad incontrarli è inviato, il 10 aprile 1970, un funzionario del servizio segreto civile del rango di Silvano Russomanno.
Il contenuto del loro colloquio non è mai stato reso noto. Se ne conosce, però, il risultato: i due fratelli Di Luia, Bruno e Serafino, potranno rientrare in Italia e non saranno mai disturbati per deposizioni testimoniali o indagati, a qualsiasi titolo, per gli attentati del 12 dicembre 1969 a Roma e a Milano e per quelli ai treni dell’8-9 agosto 1969, sui quali avevano “rivelazioni interessanti” da fare e che sono rimaste sepolte negli inaccessibili archivi della divisione Affari riservati del ministero degli Interni.
Il rapporto fra Avanguardia nazionale ed il ministero degli Interni non si è limitato all’operazione “manifesti cinesi” del gennaio 1966, ma è proseguito nel tempo con altre “operazioni” di ben più pregnante rilievo.
Non è un sospetto che deriva dalle dichiarazioni dei fratelli Bruno e Serafino Di Luia, ma una certezza che proviene dalla reiterazione della minaccia nei confronti di Mario Tedeschi, questa volta fatta direttamente dai vertici dell’organizzazione nel tentativo di evitarne la messa fuori legge con tutte le conseguenze penali e politiche che il provvedimento comporta.
Quando nel 1973-74 si profila l’adozione di provvedimenti di carattere giudiziario nei confronti dei dirigenti e dei militanti di “Avanguardia nazionale”, scatta da parte di questi ultimi l’immancabile operazione ricattatoria a carico di quanti hanno prima utilizzato i loro servigi ed ora li “scaricano” senza battere ciglio.
Chi sia uno dei destinataci del ricatto, lo dice una nota informativa proveniente da Milano, indirizzata al ministero degli Interni, che informa che Pino Romualdi sta preparando un’azione intesa a stroncare la candidatura di Mario Tedeschi a segretario nazionale del Msi-Dn, presentandolo come legato ai servizi segreti.
L’azione di Pino Romualdi sarebbe appoggiata da “Avanguardia nazionale” che porterebbe come prova un assegno di un milione di lire consegnato dal ministero degli Interni a Mario Tedeschi e da questi versato ai dirigenti dell’ organizzazione.
L’avvertimento è pesante e diretto.
Il 15 ottobre 1974, alla presenza dell’avvocato Giorgio Arcangeli, Adriano Tilgher e Felice Genoese Zerbi tengono una conferenza stampa nella quale denunciano, ovviamente senza specificarle, le “sporche e criminali operazioni di potere” da parte della Democrazia cristiana, i tentativi dei servizi segreti italiani, civili e militari, di strumentalizzare l’organizzazione per concludere facendo due nomi: l’ex ministro della Difesa, il socialdemocratico Mario Tanassi, e il direttore de “Il Borghese”, ora senatore del Msi-Dn, Mario Tedeschi.
Appare evidente che la sola operazione “manifesti cinesi” del gennaio 1966 ed il finanziamento, sempre riferito agli anni Sessanta di 300 mila al mese al gruppo avanguardista, non sono argomenti tali da intimidire Mario Tedeschi che da queste “rivelazioni” non subirebbe alcun danno.
Inoltre, nel 1974, il direttore de “Il Borghese” è anche senatore del Msi-Dn, di un partito cioè dal quale, dopo le stragi di Brescia e dell’Italicus, la Democrazia cristiana ha preso decisamente le distanze.
Cosa potrebbe fare Mario Tedeschi per evitare lo scioglimento di “Avanguardia nazionale” e l’incriminazione e l’arresto dei suoi dirigenti?
Nulla.
Ma come abbiamo visto, Mario Tedeschi, nell’operazione “manifesti cinesi” e in quella, successiva, dell’infiltrazione di Mario Merlino fra gli anarchici è stato solo un intermediario.
L’avvertimento di Tilgher e Genoese Zerbi è rivolto, usando il suo nome, a chi è stato sempre alle sue spalle e sopra di lui: il servizio segreto civile e il ministero degli Interni, che hanno loro sì la forza di evitare lo scioglimento di “Avanguardia nazionale” e i provvedimenti giudiziari a carico dei suoi dirigenti e militanti.
Gli oppositori politici non hanno, per ovvie ragioni, possibilità di ricattare i detentori del potere. Ma “Avanguardia nazionale”, come tutte le formazioni politiche di estrema destra ha fatto, per conto del potere, l’opposizione agli oppositori di sinistra, con operazioni sulle quali è obbligata a conservare il segreto.
Può solo minacciare di infrangerlo per reagire alla ingratitudine di chi, dopo averla usata, se ne libera con sprezzante noncuranza.
Ed è questo, esattamente, che “Avanguardia nazionale” fa.
Il 30 giugno 1975, l’organizzazione pubblica un “Bollettino di controinformazione nazionale rivoluzionaria” nel quale scrive:
“Chi pensasse ad un indolore provvedimento amministrativo contro Avanguardia nazionale ha sottovalutato la forza e la decisione di questa organizzazione. Se poi si arriverà al processo, Avanguardia nazionale chiamerà sul banco dei testimoni ministri, uomini politici, segretari di partito, corpi separati e quanti in un modo o nell’altro, hanno prima cercato l’amicizia di Avanguardia nazionale e poi, visti respinti i tentativi, hanno deciso la fine di una organizzazione non incasellabile nei giochi di sistema”.
È una minaccia ma, soprattutto, è una autodenuncia della compromissione del gruppo e dei suoi dirigenti con il sistema che sempre hanno dichiarato di voler combattere.
Per ora, conta la minaccia che qualcuno valorizza perché quando l’operazione giudiziaria e di polizia è in procinto di scattare sulla stampa appare la notizia relativa con l’indicazione perfino del numero dei mandati di cattura che stanno per essere emessi.
La retata contro gli “avanguardisti” viene, quindi, annullata e posticipata di almeno due mesi, messa in atto con tutte le precauzioni del caso che non impediscono, però, che Adriano Tilgher sia informato con un anticipo di pochi minuti dell’arrivo a casa sua della polizia, e riesca a scappare.
Nella storia tragica del massacro di piazza Fontana si può, a questo punto, inserire pacificamente la figura del moderato direttore de “Il Borghese”, uomo di servizi e di potere, Mario Tedeschi, come trait d’union fra il ministero degli Interni e i “fascisti” di “Avanguardia nazionale”.
A carico di Mario Tedeschi non c’è solo la certezza che fu lui personalmente a proporre ai dirigenti di “Avanguardia nazionale” l’operazione “manifesti cinesi”, il rapporto organico con questa organizzazione dimostrato dai finanziamenti che elargiva, 1’accusa gravissima dei fratelli Serafino e Bruno Di Luia di aver infiltrato Mario Merlino fra gli anarchici, il fatto di essere stato proprio lui oggetto del ricatto dei dirigenti di “Avanguardia nazionale” negli anni 1974-1975 per evitare la dissoluzione per legge del gruppo, ma anche qualcos’altro, estremamente significativo, che si ricollega all’operazione del 1969 che porta alla strage di Milano del 12 dicembre 1969, ed alla figura di Pietro Valpreda.
A fornire l’indizio, in modo del tutto involontario ed in epoca non sospetta, sono gli assertori dell’innocenza di Pietro Valpreda, gli autori del libro “La strage di Stato”.
Sono loro, difatti, in un’intervista concessa al “Manifesto” e da questo pubblicata il 2 settembre 1972, a dare una spiegazione alla pubblicità fatta, prima della strage di piazza Fontana a Pietro Valpreda:
“Come mai tutte quelle foto di Valpreda fatte prima. Valpreda era uno sconosciuto…Allora – dichiarano – organizzammo una rapida inchiesta per stabilire come le foto erano arrivate ai giornali. E venne fuori che quelle foto appartenevano tutte ad un unico servizio ed erano state fatte dall’agenzia di Giacomo Alexis per lo ‘Specchio’, Alexis fa le foto anche per ‘Il Borghese'”.
Le foto che ritraggono Pietro Valpreda, seduto per terra, con una vistosa “A” di anarchia sul petto che saluta con il pugno chiuso che fa tanto comunismo, fanno ormai parte della storia della strage di piazza Fontana perché provano la sua sincera adesione all’ideale anarchico.
Il fatto che a scattarle sia stato un fotografo che lavorava per Mario Tedeschi, direttore de “Il Borghese”, acquista ora un significato diverso e sinistro, quello di un particolare, non di poco conto, di un’operazione “sporca”, organizzata dal servizio segreto civile, di cui Pietro Valpreda può essere stato strumento inconsapevole o complice consapevole.
Crediamo che sia giunto il momento di porsi l’interrogativo su chi sia stato realmente Pietro Valpreda.
Fino ad oggi la matrice politica ed ideologica della strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, è stata fatta derivare dall’innocenza o dalla colpevolezza dell'”anarchico Pietro Valpreda”.
Nessuno dubita della testimonianza del tassista Cornelio Rolandi, il primo ed il solo (aggiungiamo
noi) ad affermare di averlo portato dinanzi alla Banca dell’Agricoltura quel pomeriggio del 12 dicembre 1969 con la borsa contenente la bomba fatale.
Per affermare l’innocenza di Pietro Valpreda si ricorre alla presenza, su quel taxi, di un sosia percorrendo una pista che è stata indicata proprio da Pietro Valpreda.
L’ipotesi più ardita formulata in questi anni, quella che propone la figura di un anarchico vero, utilizzato inconsapevolmente dai “fascisti” per i loro fini stragisti ed incastrarlo sul piano giudiziario per criminalizzare gli anarchici e tutta la sinistra italiana, benché ragionevole ha suscitato la rabbiosa e scomposta reazione di quanti hanno visto vacillare il loro mito.
Certo, appare singolare che qualcuno, dovendo deporre una bomba anche se dimostrativa, prenda un taxi in una città, come Milano, dove lo conoscono in tanti, compresi i funzionari e gli agenti dell’ufficio politico della Questura, ma oggi sappiamo anche che, all’interno della Banca dell’Agricoltura quel pomeriggio del 12 dicembre 1969 sono entrati in due, giunti con una macchina dove li attendevano i complici, sulla base di testimonianze più solide e quindi più attendibili di quella del taxista Cornelio Rolandi, perché provenienti dall’interno del gruppo stragista.
La presenza sulla scena della strage di piazza Fontana, nella veste di esecutore materiale, di Pietro Valpreda non appare fondamentale per definire cosa sia stato quel massacro e quali fini si proponesse chi lo ha ideato ed organizzato.
A Milano, quel giorno non c’è stata solo la strage alla Banca dell’Agricoltura: qualcuno è andato a deporre una borsa contenente un ordigno che non poteva esplodere all’interno della Banca commerciale; altri hanno affisso manifesti con gli slogan del “maggio francese”; altri ancora hanno forse deposto in altri luoghi ordigni che non sono poi esplosi o perché sono stati rinvenuti o perché sono stati ritirati a tempo da coloro che li avevano collocati.
A Milano, quel 12 dicembre 1969, c’è stato un lavoro di squadra i cui componenti non sono mai stati identificati. Fra costoro, anche Pietro Valpreda può aver fatto la sua parte senza necessariamente andare in piazza Fontana alla Banca dell’Agricoltura, magari nelle sue vicinanze, ma per fare altro, non certo per compiere una strage o fare un attentato dinamitardo sia pure dimostrativo all’interno di un istituto bancario.
Per fare altro, si può anche prendere un taxi senza il timore di essere riconosciuto dopo.
Cosa ha fatto Pietro Valpreda a Milano è un segreto che ha portato con sé nella tomba, ma che,in fondo, è scarsamente pregnante per rispondere al quesito se costui sia stato un anarchico vero caduto in una trappola o un complice consapevole di Mario Merlino nell’opera di infiltrazione fra gli anarchici e di provocazione ai loro danni.
Nel leggere quanto ha scritto di suo pugno Pietro Valpreda sul bollettino “Terra e libertà”, organo del gruppo anarchico da lui stesso fondato, “Gli Iconoclasti”, composto da cinque persone di cui una stranamente mai identificata, il 21 marzo 1969, si ritrova la stessa logica auto-distruttiva, masochistica, dei “fascisti” che si vantano di essere stragisti e che esaltano lo stragismo indiscriminato, quello che ammazza indistintamente uomini, donne, vecchi, bambini,e pretendono con questi mezzi di accreditarsi come guida politica e morale della Nazione.
Cosa scriveva, difatti, Pietro Valpreda a discredito dell’ideale anarchico, in un momento in cui dal ministro degli Interni in giù la violenza in Italia veniva attribuita all'”estremismo anarcoide”?
“Che gli anarchici facciano scoppiare le loro bombe in zone isolate è falso. Abbiamo visto dove sono scoppiate e possiamo dire che non sempre, anzi quasi mai scoppiano in zone isolate…”.
È il preannuncio di una strage come quella tentata alla Fiera campionaria di Milano il mese successivo, il 25 aprile, e sulla cui matrice anarchica in Italia nessuno, in quel momento, ha dubitato.
Del resto, se la prosa di Pietro Valpreda era quella che segue, l’uomo della strada dubbi non poteva averne:
“Centinaia di giovani – scriveva Valpreda – sono pronti ad organizzarsi per riprendere il posto di nemici dello Stato e a gridare né Dio né padrone, con la dinamite di Ravachol, col pugnale di Caserio, con la pistola di Bresci, col mitra di Bonnot, le bombe di Filippi e di Henry. Tremate borghesi! Ravachol è risorto!”.
Se questa è l’immagine preferita da coloro che denunciano il pericolo anarchico e che si accompagna allo slogan di Pietro Valpreda, “Bombe, sangue, anarchia”, è necessario fare il raffronto con quanto scriveva un uomo dei cui ideali anarchici nessuno ha mai dubitato: Giuseppe Pinelli.
L’11 giugno 1969, nel bollettino della “Crocenera”, ciclostilato del circolo “Il Ponte della Ghisolfa”, a commento di un attentato avvenuto a Palermo, attribuito agli anarchici, ma in realtà commesso da militanti di destra, si scrive :
“Per quanto emozionalmente squilibrati siano i neofascisti, non siamo tanto ingenui da credere all’improvvisa contemporanea follia di sette di loro. Evidentemente le loro azioni facevano parte di un piano. Che dei fascisti colpiscano gli obiettivi ‘anarchici’ si può spiegare solo con l’intento di:
1) suscitare la psicosi dell’attentato sovversivo per giustificare la repressione poliziesca e l’involuzione autoritaria;
2)  gettare discredito sugli anarchici e, per estensione, sulle forze di sinistra.
Essenziale per ottenere il secondo risultato, e utile anche per il primo, è di fare qualche ferito innocente o meglio ancora (ma più pericoloso) qualche morto”.
L’incompatibilità fra la prosa di Pietro Valpreda e quella di Giuseppe Pinelli, non rispecchia la differenza fra due personalità o due visioni di vivere ed interpretare lo stesso ideale politico ma, a nostro avviso, due finalità contrapposte.
Per “suscitare la psicosi dell’attentato sovversivo”, denunciata dall’esponente del circolo “Il Ponte della Ghisolfa”, difatti non servono attentati è sufficiente leggere quello che scrive Pietro Valpreda su un bollettino che reca l’indirizzo dello stesso circolo del “Ponte della Ghisolfa”.
Se misteri rimangono nella vicenda della strage di piazza Fontana uno riguarda certamente il rapporto intercorso fra Giuseppe Pinelli e Pietro Valpreda.
Giuseppe Pinelli non stimava Valpreda. Ne diffidava.
Il 1° dicembre 1969, invia due lettere, una a Pio Turroni, ex combattente in Spagna, l’altra a Veraldo Rossi, responsabile del circolo anarchico “Bakunin” di Roma, nella quali riporta l’accusa rivolta da Paolo Braschi a Pietro Valpreda di aver rivelato al giudice Amati, che glieli ha contestati, due attentati, commessi rispettivamente uno a Genova e l’altro a Livorno, nonché di aver rubato l’esplosivo “attribuendo allo stesso Braschi l’origine delle sue informazioni”.
Pinelli non dubita della veridicità delle accusa di delazione lanciate da Paolo Braschi contro Pietro Valpreda e, difatti, conclude scrivendo
“La prossima settimana vado a Roma per parlare con Pietro Valpreda, per vedere cosa intende fare il giorno del processo”.
Nel processo di beatificazione di Pietro Valpreda, compiuto dalla sinistra italiana (ma non dagli anarchici, come vedremo), è stata opportunamente cancellata dalla memoria una dichiarazione resa l’8 gennaio 1970 da Licia Pinelli.
La vedova dell’anarchico, morto in circostanze mai chiarite all’interno della Questura di Milano, afferma che suo marito aveva cacciato Pietro Valpreda dal circolo “Il Ponte della Ghisolfa” e la circostanza può trovare riscontro nel fatto che Valpreda, con una coincidenza che non può essere solo temporale, dopo il suo interrogatorio in Questura da parte degli agenti dell’ufficio politico, il giorno seguente, 29 aprile 1969 abbandona il capoluogo lombardo e si trasferisce definitivamente a Roma.
La connessione la ricaviamo dalle parole di Licia Pinelli che in merito alla cacciata di Pietro Valpreda dichiara:
“Non ne conosco i motivi. Posso, però, ricostruirli per una circostanza narratami da mio marito. Egli, infatti, dopo gli attentati del 25 aprile 1969, ebbe un colloquio con il dirigente dell’ufficio politico della Questura – dottor Allegra – che gli disse che non avrebbe preso provvedimenti nei suoi confronti perché sapeva che aveva escluso Valpreda dal Circolo e gliene indicò le precise circostanze. Ritengo che il Valpreda non fosse più un elemento che potesse riscuotere la fiducia del movimento anarchico”.
Parole gravissime e dimenticate.
Il 29 novembre 1969, prima ancora di ricevere la lettera che Giuseppe Pinelli gli scriverà il 1° dicembre, il responsabile del circolo anarchico “Bakunin” di Roma, dapprima accusa Pietro Valpreda di essere un delatore, quindi lo diffida insieme ai suoi amici di ripresentarsi al circolo. Pietro Valpreda, Roberto Gargamelli, Enrico Di Cola, Leonardo Claps sono obbligati ad andarsene .
Ancora prima, il 19 novembre 1969, l’anarchico Angelo Spanò abbandona il circolo “22 marzo” e costringe Pietro Valpreda ad andarsene dalla baracca in cui vivono insieme.
In epoca successiva, Spanò spiegherà che “il comportamento di Valpreda appariva sospetto. Temevo di essere coinvolto in qualche pasticcio che avrebbe potuto combinare”.
Cacciato da Giuseppe Pinelli dal circolo de “Il Ponte della Ghisolfa” di Milano, buttato fuori dal circolo “Bakunin” di Roma, sfrattato da Angelo Spanò, che di lui diffida, non si può affermare in tutta coscienza che la figura di Pietro Valpreda sia esente da ombre.
Ombre che i suoi comportamenti successivi all’arresto ingigantiscono. Il 16 dicembre 1969, Valpreda guida la polizia alla ricerca di un deposito di esplosivi di cui aveva già parlato Mario Merlino. Ed accusa esplicitamente, senza alcuna reticenza, Ivo Della Savia:
“Ricordo che Ivo Della Savia prima di partire da Roma l’ultima volta, passando per la via Tiburtina all’altezza della Siderurgica romana e della ditta Decama, a circa 200-300 metri dal Silver cine, mi indicò un tratto di boscaglia dicendo: ‘Non molto lontano dalla strada, ai piedi di una pianta non molto alta, tengo della roba conservata’…”.
Per essere sicuro che i poliziotti non equivocassero sulla parola “roba”, Valpreda specifica:
“Non mi precisò di che cosa si trattasse. Comunque con la parola roba noi intendiamo fare riferimento a esplosivo, detonatori e micce”.
E Ivo Della Savia è sistemato.
Il 20 dicembre 1969, a Roma, la Federazione anarchica italiana emana un comunicato nel quale chiede che sia fatta piena luce sugli attentati stragisti del 12 dicembre, ed afferma che
“il linciaggio morale degli anarchici non verrà consentito a nessuno, come nessuno potrà impedirci di essere noi stessi accusatori di un sistema che tollera la sopraffazione e volutamente ignora – quando non favorisce – i quotidiani attentati alla vita e alla libertà dei cittadini”.
La Fai, però, non ha fatto i conti con Pietro Valpreda.
Il 9 gennaio 1970, Valpreda, nel corso di un interrogatorio, per giustificare il riconoscimento fatto dal taxista Cornelio Rolandi, avanza l’ipotesi di un sosia, che lui avrebbe visto nella primavera del 1969, al bar “Gabriele”, mentre parlava di armi e di esplosivi.
Il “sosia”, prosegue Valpreda, si chiama “Gino” e non è fascista, al contrario, è anarchico.
Le dichiarazioni rese da Pietro Valpreda non restano senza conseguenze concrete perché precise e dettagliate nei confronti dell’anarchico “Gino”. Così, il 13 gennaio 1970, scortato da un gruppo di compagni anarchici, Tommaso Gino Liverani precede l’azione della polizia e si presenta spontaneamente in questura, dove viene arrestato per reticenza.
Sarà scarcerato il 20 febbraio e, successivamente, Tommaso Gino Liverani entrerà a far parte delle Brigate rosse.
Qualcuno ha osservato che Pietro Valpreda e Mario Merlino hanno adottato la stessa linea difensiva ma, aggiungiamo noi, hanno seguito anche la medesima tattica accusatoria contro gli anarchici.
Il rapporto fra Pietro Valpreda e Mario Merlino è un altro elemento, sempre trascurato, per valutare se il primo sia stato un anarchico strumentalizzato, colluso o un infiltrato fra gli anarchici.
Nessuno ha mai osato dubitare che se Pietro Valpreda è stato incastrato nella tragica vicenda di piazza Fontana per farà di lui il colpevole di una strage anarchica, il responsabile primo sia stato Mario Merlino nel ruolo di infiltrato di “Avanguardia nazionale” negli ambienti dell’anarchia.
È questa una “verità” di cui sono convinti tutti, meno uno: Pietro Valpreda.
Mai, nemmeno una volta, Valpreda ha levato il dito accusatore contro Mario Merlino. Mai, l’anarchico Valpreda ha accusato il “fascista” Merlino di averlo ingannato. Mai, l’imputato principale nella strage di piazza Fontana ha dichiarato che Merlino ha agito contro di lui ed il movimento anarchico nell’ambito di un disegno di provocazione portato avanti dai”fascisti” di cui Merlino, a Roma, era oltretutto un elemento di un certo rilievo.
Il 13 giugno 1970, esce nelle librerie il libro “La strage di Stato” che proclama l’innocenza di Pietro Valpreda e accusa Mario Merlino di essere un provocatore fascista.
Nel carcere di “Regina Coeli”, a Roma, dove si trova recluso, Pietro Valpreda, a questo proposito, il 22 luglio 1970, annota:
“La mente provocatoria nonché la cinghia di trasmissione tra i fascisti e il ’22 marzo’ sarebbe dunque Merlino. Che Merlino non abbia un passato limpido, che sia politicamente ambiguo, che sia stato un provocatore, tutti questi precedenti sono ormai ampiamente dimostrati, ma ciò non vuol dire che lo sia stato nel nostro caso, in seno al nostro gruppo, riguardo agli attentati del 12 dicembre. Non per quello necessariamente questo. È una massima molto antica. Vuol dire chiaramente che da ciò che si è commesso nel passato non si può arguire che lo si commetta necessariamente anche ora.
Per cui – prosegue Valpreda – non è che io difenda Merlino o una sua pretesa verginità morale; nego recisamente che al presente sia colpevole nei riguardi nostri di ciò di cui viene imputato dall’accusa…”.
Per Pietro Valpreda, dunque, Mario Merlino non è stato un provocatore fascista, un infiltrato fra gli anarchici, ma una persona che ha avuto nel periodo di comune attività politica, sotto la bandiera dell’anarchia, un comportamento limpido e coerente, esente da ombre, a prescindere dal suo passato di militante dell’estrema destra.
Nel corso del processo per la strage di piazza Fontana, a Catanzaro, Pietro Valpreda la sua fiducia e la sua stima nei confronti di Mario Merlino le ostenta apertamente, sia nell’aula della Corte di assise che fuori quando pranza con lui nell’albergo dove risiedono i giornalisti come risposta implicita ma chiarissima alle accuse che costoro rivolgono al militante di “Avanguardia nazionale”, il “cattivo” fascista contrapposto al “buon” anarchico.
Una favola alla quale, il primo a dare dimostrazione pubblica di non crederci è proprio la “vittima”, Pietro Valpreda.
Il 6 luglio 2002, Pietro Valpreda muore a Milano, senza aver mai detto una sola parola suscettibile di gettare luce sugli eventi del 1969.
Due giorni dopo, l’8 luglio 2002, il quotidiano “Il Giornale”, nell’articolo intitolato “Merlino: io e Pietro arrestati e usati solo per fini politici”, riporta le dichiarazioni di Mario Merlino che, fra l’altro, rivela di aver rivisto l’amico “nel suo pub quando lo andai a trovare insieme ad alcuni camerati. Fu sorpreso ed affettuoso, parlammo a lungo dei tempi andati, mi invitò a tornare”.
Certo, Mario Merlino riconvertitosi al fascismo, può usare il termine “camerati” per indicare coloro che lo hanno accompagnato da Pietro Valpreda, ma può anche essere stato scelto per rivendicare quell’appartenenza all’ambiente neofascista di Pietro Valpreda che rimane un segreto solo perché, a nostro avviso, è mancato il coraggio di analizzare con cura, con serenità, senza pregiudizi, la figura e l’attività dell’anarchico Pietro Valpreda.
Prima di Mario Merlino, un altro personaggio oggi riconosciuto con assoluta certezza fra i responsabili della strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, Giovanni Ventura aveva rilasciato una dichiarazione che poneva in dubbio la fede anarchica di Pietro Valpreda e che, addirittura, rivelava una conoscenza personale e diretta fra loro, pubblicata da “Il Mattino” di Padova il 20 dicembre 1986.
Dichiarava Giovanni Ventura:
“Sì, il ’68 ha prodotto le circostanze del nostro avvicinamento. Allora era normale. Valpreda, Merlino, Delle Chiaie. Il giro era così…”.
La sinistra italiana tutta e, a destra, la sola “Avanguardia nazionale”, hanno fatto dell’innocenza di Pietro Valpreda un postulato di cui non si può e non si deve dubitare se non si vuole finire al rogo, ma è bene ricordare che la direzione nazionale del Pci vietò al suo parlamentare avvocato, Malagugini, di assumere la difesa del ballerino anarchico lasciandola alle cure dell’avvocato Guido Calvi che, per essere militante del Psiup, non comprometteva il partito.
Una prudenza che dimostra come i vertici del Partito comunista qualche dubbio sulla fede anarchica di Pietro Valpreda lo nutrivano, anche se non ritenevano opportuno ostentarlo pubblicamente e, tantomeno, spiegarne le ragioni.
Chi è stato Pietro Valpreda?
Un innocente anarchico che ha rischiato di passare alla storia italiana come il “mostro” che aveva provocato 16 morti e 90 feriti all’interno della Banca dell’Agricoltura di Milano, il 12 dicembre 1969, vittima di una congiura politico-poliziesca che voleva criminalizzare, con l’anarchia, tutta la sinistra italiana?
Un anarchico convinto, sincero nelle sue idee e nelle sue aspirazioni, talmente ingenuo da cadere in una trappola tesa da un individuo che, a Roma, tutti conoscevano come neofascista militante?
Un infiltrato di “Avanguardia nazionale”, alla pari del suo amico Mario Merlino, negli ambienti anarchici, in un’operazione promossa dalla divisione Affari riservati del ministero degli Interni?
Allo stato, a queste tre domande possiamo dare risposta solo alla prima.
O, giustamente, la facciamo dare alla Federazione anarchica italiana, la sola che aveva l’autorità, l’autorevolezza, gli elementi di conoscenza per poter riconoscere o, al contrario, disconoscere in Pietro Valpreda un compagno anarchico. La risposta, la Fai l’ha data nell’immediatezza dei fatti, perentoria, inequivocabile e pubblica.
Il 22 gennaio 1970, il settimanale “Panorama”, nell’articolo intitolato “Le prove e i dubbi”, riporta la dichiarazione della Federazione anarchica italiana sul conto di Pietro Valpreda e degli aderenti al circolo “22 marzo”:
“Non li conosciamo. Per quel che ci riguarda non sono anarchici…”
Più chiaro di così?
L’11 marzo 1972, viene reso noto che Pietro Valpreda ha accettato di candidarsi nelle successive elezioni politiche nelle liste de “Il Manifesto”. Immediatamente , diversi gruppi anarchici informano la stampa che non lo voteranno: Valpreda sarà anche innocente per la strage di piazza Fontana ma per gli anarchici italiani lui non è un compagno anarchico.
Serve altro?
Pietro Valpreda è divenuto anarchico sulla base della sua esclusiva parola, per la fiducia che gli è stata accordata dalla stampa italiana, dalla magistratura, dai partiti politici tutti, dalle formazioni della sinistra, da “Il Manifesto”, ma non dagli anarchici e dai loro organismi rappresentativi, i soli e gli unici in grado di poter avallare o negare la qualifica di anarchico a qualcuno in questo Paese.
A Pietro Valpreda, gli anarchici italiani l’hanno negata.
È questa è una delle poche certezze esistenti nell’ambito degli eventi del 1969, compresa la strage di piazza Fontana.
In un’operazione lunga e complessa come quella di cui stiamo trattando, coordinata dagli apparati segreti e clandestini dello Stato, le protezioni a coloro che agiscano sui terreno devono necessariamente esserci prima per facilitare il loro operato, e dopo nel caso che il fine non venga raggiunto e si debba fronteggiare un’indagine giudiziaria intesa ad accertare le responsabilità penali e personali in eventi di eccezionale gravità come la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969.
Fiumi d’inchiostro sono stati scritti per raccontare le protezioni accordate alla “cellula nera” padovana sia da parte dei servizi segreti militari che da quelli civili, anche se per questi ultimi il loro intervento è stato callidamente sfumato.
Difatti, 1’ intervento del Sid a favore di Franco Freda e Giovanni Ventura poteva essere spiegato all’opinione pubblica con la presenza accanto a loro dell’agente “Z” del Sid, Guido Giannettini.
La necessità di proteggere un loro agente poteva giustificare i depistaggi posti in essere dal servizio segreto militare per salvare processualmente sia Guido Giannettini che Franco Freda e Giovanni Ventura, ma quelli compiuti dagli uomini del ministero degli Interni non potevano avere altra spiegazione che quella di una complicità inconfessabile.
Inoltre, si può sostenere che abbiano “deviato” gli uomini del servizi segreto militare, a scopo difensivo, ma diviene difficile sostenere che lo stesso abbiano fatto quelli del servizio civile del ministero degli Interni e gli uffici politici delle Questure di Padova, Roma e Milano.
È, viceversa, provato che i primi depistaggi seguiti alla strage di piazza Fontana non sono attribuibili al servizio segreto militare bensì a quello civile ed ai funzionari degli uffici politici della Questure di Padova, Milano e Roma.
A Padova, la polizia politica apprende, già il 15 dicembre 1969, che le borse utilizzate per gli attentati di tre giorni prima, a Milano e a Roma, o almeno alcune di esse, sono state vendute in un negozio del centro cittadino.
Interroga i due titolari della valigeria, ma informa del fatto la sola divisione Affari riservati del ministero degli Interni che manterrà segreta la notizia venuta, casualmente, alla luce solo il 15 settembre 1972.
Non serve avere esperienza in campo investigativo per comprendere che fare confronti fra le commesse che hanno venduto le borse e gli eventuali acquirenti dopo tre giorni, quando la memoria visiva è ancora viva, rende possibile conseguire un risultato positivo che diviene molto più difficile da ottenere dopo tre anni, anche se negli intendimenti dei dirigenti del servizio segreto civile la notizia avrebbe dovuta restare segreta per sempre.
A Milano, qualcuno in Questura si preoccuperà di far scomparire il laccio dov’era attaccato il cartellino del prezzo, rinvenuto nella borsa contenente l’esplosivo collocata all’interno della Banca commerciale, perché da esso si può risalire al negozio che l’ha venduta e rendere possibile l’identificazione dell’acquirente.
È un’azione, come si vede, coordinata che ha un solo obiettivo: proteggere gli autori degli attentati del 12 dicembre 1969, a Roma e a Milano, la cui identità è necessariamente nota sia ai servizi segreti civili che a quelli militari.
A Roma, a favore degli aderenti al circolo “anarchico” fondato da Mario Merlino, il “22 marzo”, l’ufficio politico della Questura si muove subito: tace ai magistrati inquirenti la presenza in questo circolo dell’agente di Ps Salvatore Ippolito, infiltrato con il nome di copertura di “Andrea”, perché riferisca quello che vede e sente al commissario di Ps, Spinella, rivelandolo solo il 9 maggio 1970 perché espressamente invitata a farlo dalla magistratura.
Non è un favore da poco agli attentatori del 12 dicembre, perché “Andrea” sa tante cose gran parte delle quali non può, anzi non deve riferire, perché i rapporti che l’agente di Ps infiltrato faceva sul conto degli aderenti al circolo “22 marzo” si fermano alla data del 20 novembre 1969.
Però, risulta in modo certo e documentato che il poliziotto il suo ruolo di “infiltrato” all’interno del circolo “22 marzo” lo ha svolto fino al 12 dicembre 1969, tanto da essere “fermato” dai suoi colleghi e posto in camera di sicurezza con Mario Merlino ed altri per vedere se riusciva a conoscere ancora qualcosa in extremis.
Cosa aveva scritto l’agente di Ps Salvatore Ippolito nei rapporti redatti dalla data del 20 novembre a quella del 12 dicembre 1969?
Una domanda destinata per sempre a restare senza risposta.
L’ufficio politico della Questura di Roma sa, fin dal momento in cui procede al “fermo” di Mario Merlino, la stessa sera del 12 dicembre 1969, che costui non ha un alibi.
Lo sa, con assoluta certezza, perché le due abitazioni alle quali fa capo in quel periodo Stefano Delle Chiaie sono sotto il controllo visivo degli agenti dell’ufficio politico.
Quindi, nel momento stesso in cui Mario Merlino affermerà di essersi recato, nel pomeriggio del 12 dicembre 1969, a casa della convivente di Stefano Delle Chiaie, Leda Minetti, in via Tuscolo e di non averlo trovato ma di essersi intrattenuto nella sua casa con il figlio Riccardo Minetti, i funzionari dell’ufficio politico sanno che mente.
Non fanno, però, assolutamente nulla. Danno il tempo a Stefano Delle Chiaie di conoscere il contenuto delle dichiarazioni di Mario Merlino e di chiedere a Leda Minetti ed al figlio Riccardo di confermarle.
Inoltre, con una procedura inspiegabile, l’ufficio politico della Questura di Roma lascia che siano i carabinieri a vagliare la posizione di Stefano Delle Chiaie, ad interrogarlo, a decidere sulla validità delle testimonianze dei suoi cari, Leda e Riccardo Minetti.
Il 22 dicembre 1969, Stefano Delle Chiaie, in compagnia di Leda Minetti e del figlio Riccardo, si presenta dai carabinieri asserendo di aver saputo da quest’ultimo che, effettivamente, Mario Merlino era stato a casa sua il pomeriggio del 12 dicembre, come poteva confermare anche la madre, ma di non conoscere i motivi per i quali era venuto a fargli visita.
Lo stesso giorno, il tenente colonnello dei carabinieri, Pio Alferano, dopo l’interrogatorio di Stefano Delle Chiaie, redige un rapporto nel quale scrive che non vi è “alcun fondato sospetto su Valpreda”.
La Questura di Roma ha fermato Mario Merlino ed altri aderenti al circolo “22 marzo”, la Questura di Milano ha provveduto al fermo di Pietro Valpreda e, prima a quello di altri anarchici compreso Giuseppe Pinelli. È la polizia che a Roma come a Milano ha in mano l’iniziativa delle indagini, degli interrogatori, dei confronti, che investiga su tutti meno uno: Stefano Delle Chiaie, lasciato alle cure dell’Arma dei carabinieri.
Perché?
Mario Merlino che, nel 1974, farà avere a Riccardo Minetti delle sue poesie con dedica per ringraziarlo di aver reso falsa testimonianza in suo favore, non ha un alibi.
È ufficialmente anarchico dall’estate del 1968, pubblicamente accreditato come tale anche da certa stampa, ma è costretto a chiamare in causa Stefano Delle Chiaie ed i suoi familiari per coprire il lasso di tempo del 12 dicembre 1969 coincidente con quello degli attentati alla Banca nazionale del lavoro e all’Altare della patria.
Stefano Delle Chiaie, a sua volta, chiama in causa il giornalista Gianfranco Finaldi e il dirigente di “Avanguardia nazionale”, Guido Paglia perché confermino di averlo incontrato a piazza San Silvestro.
Non è noto se i magistrati abbiano mai chiesto a Finaldi e a Paglia di confermare o smentire l’incontro quel pomeriggio, dopo le 17.00, con Delle Chiaie. Perché, per quanto possa sembrare incredibile, c’è la possibilità concreta che nessun magistrato abbia mai verificato le dichiarazioni, sul punto, rese dal capo di “Avanguardia nazionale”.
Non ha alibi Pietro Valpreda.
Il principale indiziato per la strage di piazza Fontana riesce solo a chiamare in causa, a suo favore, la nonna e la zia che, affettuosamente, lo sostengono e lo difendono affrontando un processo per falsa testimonianza. Valpreda dice che è stato sempre a casa loro. Ma di chi?
Il 15 gennaio 1970, a Milano, al commissario di Ps Beniamino Zagari, la nonna di Pietro Valpreda, Olimpia Torri, dichiara che il nipote, il pomeriggio dell’11 dicembre, era stato sempre a casa sua perché raffreddato ma, in questo modo, contraddice la zia, Rachele Torri, che viceversa aveva affermato che il nipote era stato a casa sua.
Non è sbagliato ritenere che l’attivissimo ballerino anarchico Pietro Valpreda quel tragico pomeriggio non sia stato a casa della nonna e neanche in quella della zia, ma altrove.
Mario Merlino si protegge dietro il suo capo, Stefano Delle Chiaie, il quale, a sua volta, chiama a difenderlo un suo gregario, Guido Paglia, che la storia dell’infiltrazione di Mario Merlino la conosce fin dagli esordi, mentre Pietro Valpreda, a Milano, può solo invocare la complicità della nonna e della zia.
Ma, nella storia dei militanti di “Avanguardia nazionale” non c’è solo la mancanza di alibi nel pomeriggio del 12 dicembre 1969, ci sono anche comportamenti individuali che fanno presumere una responsabilità collettiva, un coinvolgimento più ampio di quello circoscritto a Delle Chiaie e Merlino, degli uomini di Junio Valerio Borghese.
Ci sono delle fughe all’estero che non trovano giustificazioni in provvedimenti restrittivi della libertà personali o, perfino, in meri avvisi di garanzia o in citazioni per deposizioni testimoniali.
È il caso, per seguire un ordine cronologico, della fuga all’estero dei fratelli Bruno e Serafino Di Luia, entrambi militanti nel gruppo diretto da Stefano Delle Chiaie.
Come abbiamo visto nelle pagine precedenti, i due fratelli non si limitano ad espatriare, ma evidentemente spaventati dall’idea di essere coinvolti in un fatto di estrema gravità come la strage di piazza Fontana, lanciano avvertimenti minacciosi e ricattatori anche attraverso le pagine de “Il Corriere della sera” (5 marzo 1970), fino a richiedere quindici giorni dopo al questore di Bolzano, “se non ricercati”, un incontro con un funzionario del servizio segreto civile. I nomi dei fratelli Bruno e Serafino Di Luia saranno fatti, insieme a quello di Luciano Luberti, dalla moglie di Armando Calzolari che li indicherà come gli assassini del marito, ma l’accusa non avrà seguito e l’indagine giudiziaria si concluderà con il verdetto di “omicidio a carico di ignoti”.
Negli atti del processo di piazza Fontana e in quelli degli attentati ai treni dell’8-9 agosto 1969, sui quali Serafino Di Luia afferma di avere “rivelazioni interessanti” da fare i loro nomi non compaiono, neanche come semplici testimoni.
Il loro comportamento equivale ad un’autodenuncia che rivela la loro partecipazione, non sappiamo con quale grado di responsabilità, agli eventi sui quali affermano di avere “rivelazioni interessanti” da fare, gli attentati del 12 dicembre 1969 e dell’8-9 agosto 1969.
Certo, non si possono conoscere particolari “interessanti” se non si è stati in contatto diretto con gli organizzatori e gli autori degli attentati .
All’epoca, però, i due fratelli non sono stati sfiorati neanche dal sospetto. Quindi la domanda legittima che poniamo è questa: perché sono scappati all’estero?
A questo interrogativo ne sommiamo un secondo: è lecito conoscere oggi quelle “rivelazioni interessanti” di cui, almeno in parte, hanno portato a conoscenza il funzionario della divisione Affari riservati del ministero degli Interni, Silvano Russomanno, quel lontano 10 aprile 1970?
Crediamo che, dopo 41 anni, sia diritto di questo popolo iniziare a conoscere la verità, senza aggettivi, sulla strage di piazza Fontana, l’operazione che la precedette e quelle che ne sono seguite.
I fratelli Bruno e Serafino Di Luia sono in grado, per le loro stesse dichiarazioni, di dare un contributo alla verità, piccolo o grande che esso possa essere: che siano, finalmente, chiamati a darlo.
Il secondo ad abbandonare l’Italia è Stefano Delle Chiaie.
L’accusa a suo carico è modestissima: falsa testimonianza. Il periodo massimo di carcerazione preventiva che può fare non supera i sei mesi.
Stefano Delle Chiaie ha sempre sostenuto la sua innocenza per quanto riguarda la strage di piazza Fontana e gli attentati che l’hanno preceduta.
Nel 1970, la magistratura, in particolare quella romana, non poteva certo essere accusata di prevenzione nei confronti di quanti militavano nell’estrema destra, quindi Delle Chiaie non rischiava di cadere vittima di una persecuzione giudiziaria.
Ma, allora, è normale chiedersi perché una persona che non rischia nulla, che al massimo con un’incriminazione per falsa testimonianza potrà fare alcuni mesi di carcere, debba iniziare una latitanza che avrà termine solo il 23 marzo 1987, in coincidenza con l’inizio del processo per l’attentato di Peteano di Sagrado, per decisione dell’ammiraglio Fulvio Martini, direttore del Sismi.
Stefano Delle Chiaie è stato processato ed assolto, con sentenza ormai passata in giudicato, dall’accusa di concorso nella strage di piazza Fontana.
La sua lunga militanza di combattente nazional-rivoluzionario, in prima linea contro il sistema parlamentare e democratico, gli è costata in tutto una detenzione di due anni di carcere, pochi per chi, come lui, ha rivendicato la responsabilità sia pure solo morale di aver contribuito a determinare la “lotta armata” neofascista nel Paese.
Ma, se il sistema politico non aveva nulla da rimproverargli, se gli organi di polizia a suo carico non avevano raccattato niente che potesse costargli anni di carcere, se la magistratura era riuscita a contestargli il solo reato di “falsa testimonianza”, perché Stefano Delle Chiaie è fuggito ed è rimasto latitante per ben 27 anni?
Cosa temeva per sé stesso, Stefano Delle Chiaie?
Il quarto militante di “Avanguardia nazionale” a rifugiarsi, senza un motivo apparente, all’estero è Maurizio Giorgi.
Se i fratelli Bruno e Serafino Di Luia, in quegli anni, erano noti per l’attivismo in piazza, se Stefano Delle Chiaie era conosciuto come il capo indiscusso di “Avanguardia nazionale”, Maurizio Giorgi era una figura grigia confusa fra tante altre.
Oggi sappiamo che la notte del 7-8 dicembre 1970 era entrato con Adriano Tilgher, Giulio Crescenzi ed altri di “Avanguardia nazionale”, nel ministero degli Interni per ordine di Junio Valerio Borghese, e che il 30 novembre 1972 fu lui ad accompagnare il capitano del Sid, Antonio Labruna, a Barcellona, in Spagna, per farlo incontrare con il latitante Stefano Delle Chiaie.
I nomi di Tilgher, Crescenzi ed il suo non sono mai comparsi fra gli indagati e gli imputati per il tentato golpe del 7-8 dicembre 1970, l’aver accompagnato un capitano dei servizi segreti militari in una località estera per incontrare un latitante nella massima segretezza poteva integrare, nell’ipotesi più pessimistica, gli estremi del reato di favoreggiamento personale per il quale avrebbe potuto essere processato a piede libero e avrebbe riportato una condanna minima che non avrebbe espiato perché amnistiabile.
Come già quello dei fratelli Bruno e Serafino Di Luia, anche il nome di Maurizio Giorgi non è mai comparso negli atti del processo di piazza Fontana.
Però, nel 1976, per ragioni mai chiarite, due imputati per la strage di Milano del 12 dicembre 1969, Marco Pozzan e Giovanni Ventura, decidono di obbligare il Sid a rivelare il nome del confidente che aveva accompagnato il capitano Antonio Labruna da Stefano Delle Chiaie, il 30 novembre 1972.
Sul conto di Maurizio Giorgi giova ricordare le dichiarazioni rese dallo stesso Labruna alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia P2, il 13 ottobre 1982.
Al presidente della commissione, Tina Anselmi, l’ufficiale dichiara:
“Io e i miei uomini eravamo penetrati in Avanguardia nazionale. Sapevamo che erano protetti dal ministero (degli Interni – Ndr). Poi Maletti ci ordinò di uscire. Collaborai con Maurizio Giorgi (Avanguardia nazionale) e andammo in Spagna per incontrare Delle Chiaie. Sospetto – conclude Labruna – che Giorgi collaborasse con gli affari riservati degli Interni”.
Non è il ritratto lusinghiero di un nazional-rivoluzionario duro e puro, ma non ci sono tracce di reati e neanche implicitamente il sospetto che possa aver ricoperto un qualsiasi ruolo, anche marginale, negli attentati del 12 dicembre 1969.
Giovanni Ventura e Marco Pozzan sono, ovviamente, a conoscenza dell’incontro fra il capitano Antonio Labruna e Stefano Delle Chiaie, del 30 novembre 1972.
I due conoscono, almeno in parte, anche il contenuto del loro colloquio perché ha riguardato la vicenda di piazza Fontana e il possibile espatrio di Marco Pozzan in Spagna, cosa che difatti avverrà a metà gennaio del 1973.
Nell’economia di questo discorso non si riesce a comprendere quale importanza possa rivestire per Giovanni Ventura e Marco Pozzan il disvelamento da parte del Sid del nome di Maurizio Giorgi, ufficialmente solo accompagnatore a Barcellona del capitano Antonio Labruna.
Ma, i due imputati di strage parlano a ragion veduta tanto che nel luglio del 1976, a scopo precauzionale, Maurizio Giorgi espatria per la prima volta rifugiandosi in Spagna, a Madrid, nell’appartamento che ospita già i latitanti di “Avanguardia nazionale”, per poi fare rientro a Roma quando la minaccia sembra rientrare.
Non è così: con una costanza ed una tenacia degne di migliore causa Marco Pozzan e Giovanni Ventura insistono perché il servizio segreto militare riveli il nome dell’accompagnatore di Labruna a Barcellona, il 30 novembre 1972, da Delle Chiaie; ed ottengono che di tale richiesta si faccia portatrice la Corte di assise di Catanzaro dov’è in corso il processo per l’eccidio del 12 dicembre 1969.
Il Sid resiste fino a quando può, poi cede, non senza aver informato preventivamente il proprio ambiguo confidente che il suo nome dovrà essere fatto in Corte di assise.
Maurizio Giorgi, questa volta, parte definitivamente dall’Italia, dopo aver attraversato clandestinamente la frontiera, e si sposta a Santiago del Cile, a fine giugno del 1977, dove l’attende Stefano Delle Chiaie.
Il 19 luglio 1977, due settimane dopo la partenza di Giorgi dall’Italia, il capitano Antonio Labruna rivela, nel corso della sua deposizione in Corte di assise a Catanzaro, il nome del confidente ed accompagnatore in Spagna, il 30 novembre 1972.
Non accade nulla.
Maurizio Giorgi non può essere ascoltato, in veste di testimone, perché è ormai ufficialmente irreperibile.
Ma, forse, non viene nemmeno cercato per la semplice ragione che nessuno, a quel punto, insiste sul suo nome, nessuno invoca la sua testimonianza e, tantomeno la sua incriminazione per qualche reato.
Maurizio Giorgi farà rientro in Italia quasi cinque anni più tardi, e verrà arrestato nella primavera del 1982 nell’ambito dell’inchiesta che coinvolge i militanti di “Avanguardia nazionale”, senza che mai il suo nome e la sua persona siano in qualche modo collegate agli eventi del 1969 e alla strage di piazza Fontana.
È doveroso chiedersi, di conseguenza, per quali recondite ragioni Marco Pozzan e Giovanni Ventura abbiano con tanta insistenza obbligato il Sid a fare il suo nome e, soprattutto, perché questo oscuro personaggio abbia sentito il bisogno, in accordo con Stefano Delle Chiaie, di fuggire in Sud America e di restarci per diversi anni, senza che a suo carico fosse stato formulato un atto di accusa, avanzato un sospetto, richiesta una sua testimonianza.
Quattro storie identiche per quattro militanti “nazional-rivoluzionari” che denunciano il loro coinvolgimento nell’operazione del 1969, se non direttamente negli attentati stragisti del 12 dicembre, a Milano e a Roma, che vanno inserite fra le domande ancora senza risposta relative a quel periodo e a quegli eventi.
Il 28 aprile 2005, in una dichiarazione all’agenzia Ansa, pubblicata sotto il titolo “Calvi: Andreotti sbaglia a pensare male”, il senatore dei Democratici di sinistra, Guido Calvi, in merito ai depistaggi sulla strage di piazza Fontana, afferma:
“Concentrammo la nostra attenzione esclusivamente sulle responsabilità del Sid. Con il senno di poi, credo che avremmo dovuto prestare maggiore attenzione alle responsabilità e alle condotte depistanti dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’interno e sul dottor Umberto Federico D’Amato”;
Non condividiamo, pur riconoscendo intellettualmente onesta la dichiarazione del senatore Guido Calvi, la tendenza a concentrare le responsabilità dell’operato del servizio segreto civile, come di quello militare, in una sola persona, in questo caso su Umberto Federico D’Amato.
Il questore Umberto Federico D’Amato è stato certamente uno dei maggiori protagonisti della guerra politica in Italia, uno dei promotori, come abbiamo visto, delle operazioni “sporche” che hanno visto in azione la manovalanza dell’estrema destra italiana, dall’affissione dei “manifesti cinesi” alla infiltrazione di Mario Merlino fra gli anarchici, ma non era in grado di fare tutto da solo e, tantomeno, all’insaputa di colleghi e superiori.
In un mondo senza pace, in permanente stato di guerra sia pure “non ortodossa”, la stampa è lo strumento di battaglia più adeguato per condizionare l’opinione pubblica, per informarla di ciò che fa comodo, per disinformarla su ciò che al potere non conviene far sapere in modo corretto.
In Italia, il compito della propaganda e della contropropaganda, per scopi difensivi ed offensivi, è affidato al ministero degli Interni che può assolverlo non solo facendo circolare “veline”nelle redazioni giornalistiche ma contando su giornalisti al suo servizio ricambiati con agevolazioni di carriera e, spesso, con versamenti finanziari.
Non è difficile al ministero degli Interni ed al servizio segreto civile far pubblicare sulla stampa notizie atte a favorire il raggiungimento di scopi segreti nell’ambito delle operazioni che conduce.
Una di queste, a prescindere della buona fede del giornalista che l’ha pubblicata, la troviamo sul settimanale “L’Espresso” del 20 aprile 1969, dove, all’interno di un articolo a firma di Giuseppe Catalano, si cita il circolo “XXII marzo” dell “‘ex ordinovista ed ex fascista” Mario Merlino addirittura come “il più noto dei gruppi anarchici giovanili”.
Dopo aver ricordato il congresso anarchico svoltosi a Carrara dal 31 agosto al 3 settembre 1968, Catalano aggiunge:
“Poi, in un altro congresso tenutosi a Milano il 13 aprile Valpreda aderì anche lui al ’22 marzo’…”.
È, questa, la classica “notizia del diavolo”, come si definisce nell’ambiente giornalistico, perché, difatti, sappiamo che Mario Merlino aveva fondato il circolo “XXII marzo”, senza qualificarlo come anarchico, alla fine di maggio del 1968, con i militanti di “Avanguardia nazionale” che abbiamo citato nelle pagine precedenti, che il circolo “anarchico” “22 marzo” sarà costituito nel mese di ottobre del 1969 e sarà necessaria un’altra operazione di “intossicazione” giornalistica per accreditarlo in questa veste, come vedremo, e che, infine, Pietro Valpreda per usare le parole degli autori del volume “La strage di Stato” all’epoca non era “nessuno”, quindi l’inserimento del suo nome, accanto a quello di Mario Merlino, è un tentativo di accreditamento pubblico per entrambi i protagonisti del futuro circolo “22 marzo” e della tragica vicenda del 12 dicembre 1969.
L’operazione, compiuta attraverso il settimanale “L’Espresso” e l’inconsapevole Giuseppe Catalano, non coglie il suo obiettivo, tanto che l’operazione deve essere ribadita, questa volta utilizzando il settimanale “Ciao 2001″ e con giornalisti che sanno bene quello che fanno.
Il circolo “22 marzo”, a Roma, viene ufficialmente aperto il 17 ottobre 1969, quando Emilio Bagnoli ritira le chiavi della cantina di via Governo Vecchio dove è stabilita la sede del gruppo.
Quanti, fra amici e nemici, a Roma, possono credere alla conversione all’anarchia di Mario Merlino, pochi, forse nessuno. Così, parte un’operazione di intelligente ed accorta disinformazione che inizia con un attacco.
Il 22 ottobre 1969, il giornalista Tonino Scaroni, capo dell’ufficio stampa del cabaret di destra “Il Giardino dei supplizi” e caporedattore per gli spettacoli del quotidiano democristiano “Il Tempo”, dove lavora il capo di “Ordine nuovo” Pino Rauti, pubblica sulla rivista “Ciao 2001″ un articolo, intitolato “Le guardie bianche di Hitler”, dedicato ai gruppi dell’estrema destra romana, fra i quali colloca “il gruppo anarcoide guidato da Mario Merlino, i cui adepti debbono farsi crescere la barba e farla poi spiovere sulle camicie nere”.
Un duro colpo al tentativo di presentarsi come anarchici di Mario Merlino e compagni almeno in apparenza, perché il 19 novembre 1969 “Ciao 2001″ pubblica un secondo articolo dal titolo “A come anarchia”, che contiene un’intervista a Mario Merlino e si conclude con il riconoscimento per lui e per gli aderenti al circolo “22 marzo” di essere autentici anarchici.
Articolo, intervista e conclusioni, ovviamente, erano preventivamente concordate fra l'”anarchico” Mario Merlino e i giornalisti di destra di “Ciao 2001″.
Abbiamo segnalato in precedenza l’azione depistante degli uffici politici delle Questura di Padova e di Milano per impedire che si potesse giungere all’identificazione degli acquirenti delle borse utilizzate per gli attentati del 12 dicembre 1969 e, da costoro, a quella degli autori materiali e degli organizzatori.
Ma c’è di peggio.
Difatti, nel corso delle indagini sulla strage di piazza Fontana condotte dal giudice istruttore di Milano, Guido Salvini, due “collaboratori di giustizia, entrambi appartenenti al gruppo veneto di “Ordine nuovo”, Martino Siciliano e Carlo Digilio, quest’ultimo fiduciario della Cia a Venezia con il criptonimo di “Erodoto”, indicano come autore materiale della strage di piazza Fontana, a Milano, il 12 dicembre 1969, tale Delfo Zorzi.
Zorzi – premettiamolo subito –  è stato assolto dall’accusa con formula dubitativa e con sentenza passata ormai in giudicato, come già prima di lui Franco Freda e Giovanni Ventura.
Però rimane una figura interessante perché i suoi rapporti con il ministero degli Interni sono emersi già nel corso del processo per l’attentato di Peteano di Sagrado del 31 maggio 1972, svoltosi a Venezia dal 23 marzo al 25 luglio 1987.
Il nome di Zorzi è risultato, in modo documentato, collegato a quello del prefetto Antonio Sampaoli Pignocchi, all’epoca capo dell’ufficio stampa del ministero degli Interni, e a quello di Elvio Catenacci, già questore di Venezia, poi direttore della divisione Affari riservati del ministero degli Interni, infine vice capo della polizia, da taluno indicato come amico personale del padre dello stesso Delfo Zorzi.
Il nome di Delfo Zorzi era tutt’altro che sconosciuto anche al prefetto Umberto Federico D’Amato che, nel corso della sua deposizione dinanzi alla Corte di assise di Venezia, nell’aprile del 1987, si ricorderà perfettamente di lui per averlo incontrato, a suo dire, nel 1971, nell’ufficio del suo collega Antonio Sampaoli Pignocchi che non si occupava solo di “veline” da mandare ai giornali ma era abilitato a trattare “fonti informative”, in altre parole era organico al servizio segreto civile.
Fra le sue qualità, il prefetto D’Amato avrà potuto annoverare una memoria di ferro, ma nemmeno lui avrebbe potuto ragionevolmente indurre qualcuno a credere che, a distanza di ben sedici anni, serbava memoria di uno studente universitario (questo era Zorzi nel 1971) incontrato qualche volta nell’ufficio di Sampaoli Pignocchi.
Non si può concludere questa breve analisi del ruolo del ministero degli Interni nelle vicende del 1969 e, in maniera specifica, degli attentati stragisti a Roma e a Milano del 12 dicembre 1969, senza ricordare che Pietro Valpreda è stato assolto anche grazie al contributo fornitogli, nel corso del processo di Catanzaro, da un ex brigadiere di Ps, già in forza all’ufficio politico della Questura di Milano, Vito Panessa.
Costui era stato, insieme ad un collega e ad un carabiniere, il protagonista del “fermo” di Pietro Valpreda, a Milano, alle 11.30 del 15 dicembre 1969.
Panessa, a posteriori, affermerà di aver redatto un appunto informale riportando la dichiarazione di Pietro Valpreda di essere stato malato tre giorni.
L’appunto non verrà mai consegnato alla magistratura, per ragioni che sfuggono alla comprensione, alla logica umana e anche a quella riferita ai doveri d’ufficio del brigadiere Vito Panessa, dei suoi colleghi e dei suoi superiori .
Comunque, due giorni prima dell’interrogatorio di Pietro Valpreda dinanzi alla Corte di assise di Catanzaro, il brigadiere Vito Panessa si ricorda dell’appunto informale da lui redatto quel mattino del 15 dicembre e lo fa pervenire alla Corte d’assise che ne tiene debito conto perché conferma le dichiarazioni difensive di Pietro Valpreda.
La leggenda di piazza Fontana, vuole che la polizia abbia incastrato Pietro Valpreda, innocente anarchico, ma dimentica opportunamente che è stata sempre la polizia a determinarne l’assoluzione per insufficienza di prove.
Questo, in breve sintesi, il ruolo ricoperto dal ministero degli Interni sia nella fase preparatoria degli attentati del 12 dicembre 1969, sia in quella successiva dei depistaggi per evitare l’identificazione e la condanna degli organizzatori e degli esecutori materiali.
Sul conto del servizio segreto militare, a differenza di quello civile, molto è stato detto ma, come al solito, restringendo il suo ruolo alle persone di Guido Giannettini, agente “Zeta” del Sid, del generale Gianadelio Maletti, capo dell’ufficio “D” del Sid, e del suo collaboratore, capitano Antonio Labruna.
Il servizio segreto militare sa tutto perché partecipa, alla pari di quello civile, all’operazione che dovrà concludersi il 14 dicembre 1969.
Guido Giannettini collabora, in ragione del suo ruolo di agente del Sid, all’opera di infiltrazione fra i marxisti leninisti condotta, a Padova, da Franco Freda e Giovanni Ventura, non per scelta personale. E di quanto fa riferisce ai suoi superiori gerarchici.
La nota del 16 dicembre 1969 è redatta da persone che hanno un patrimonio conoscitivo ben superiore a quello del confidente Stefano Serpieri. I nomi di Yves Guerin Serac, Stefano Delle Chiaie e Robert Leroy non sono inseriti in modo superficiale o per leggerezza, hanno il sapore di una chiamata in correità nei confronti dei servizi segreti esteri per i quali i due francesi lavorano e per il servizio segreto civile con il quale collabora Stefano Delle Chiaie.
Sul conto di Robert Leroy, il giudice istruttore milanese, Guido Salvini, nella sua ordinanza del 3 febbraio 1998, potrà scrivere:
“La prova che Robert Leroy, alla fine degli anni Sessanta, si sia infiltrato nei gruppi filocinesi italiani è densa di significato. Testimonia infatti che gli uomini dell’Aginter press agivano direttamente nel nostro paese, uno dei paesi più a rischio nel conflitto non dichiarato fra l’occidente e il mondo comunista, e che anche in Italia doveva essere sperimentato quel tipo di protocollo di intervento che prevedeva, prima di ogni altra cosa e prima della difesa preventiva mediante il terrore, creare le condizioni affinché la responsabilità fosse attribuita alle forze ‘sovversive’.
Esattamente la stessa strategia preparatoria che…sarebbe stata utilizzata da Mario Merlino a Roma e da Giovanni Ventura a Padova, rispettivamente negli ambienti anarchici e filocinesi, per costruire un paravento di sinistra a quanto si stava progettando”.
Esattamente, aggiungiamo noi, la stessa strategia che, già nel mese di aprile del 1966, il Sifar imponeva agli uomini della struttura clandestina “Gladio” e che il servizio segreto civile aveva cominciato a rendere operativa con l’affissione dei “manifesti cinesi” a cura dei militanti di “Avanguardia nazionale” nel gennaio dello stesso anno.
Gli autori della nota del 16 dicembre 1969 sapevano, pertanto, perfettamente quello che stavano scrivendo sul conto di personaggi la cui attività conoscevano in maniera molto approfondita.
Per quella nota che può essere considerato il primo, raffinato, depistaggio posto in essere dal Sid non sarà chiamato a rispondere nessuno degli ufficiali superiori del servizio, tantomeno il suo direttore, ammiraglio Eugenio Henke.
A chiamare in causa quest’ultimo, sarà in modo aperto il solo giornalista Mino Pecorelli che su “O.P.”, il 19 settembre 1974, scrive:
“Come tutti gli agenti che si rispettano anche Henke canta democratico ed opera totalitario. È nei fatti del 1969 che la leggerezza del passato si trasforma in colpa e responsabilità gravissima…Mentre tutti i protagonisti usciranno dalla vicenda Giannettini quanto meno con la bocca amara, l’unico ad averne tratto un vantaggio abnorme è stato proprio l’ammiraglio delle acque interne, l’amico esclusivo di se stesso, lo scopritore di talenti dei giornalisti da Giannettini a Simeoni, il cui caso è tutto da chiarire nelle sedi più opportune”.
Si è detto e scritto che gli attentatori non volevano compiere una strage, che non sapevano che la Banca dell’Agricoltura di Milano restava aperta al pubblico anche nel pomeriggio di venerdì, che l’attentato doveva essere solo dimostrativo, come tanti altri, ma la testimonianza della figlia dell’avvocato Matteo Fusco di Ravello, agente della struttura segreta denominata “Anello”, li smentisce, confermando che i nostri (e si fa fatica a scrivere nostri) servizi di sicurezza sapevano quello che stava accadendo.
L’avvocato Fusco di Ravello, difatti, si trovava all’aeroporto di Fiumicino per recarsi in aereo a Milano ed impartire l’ordine di annullare gli attentati, quando apprende che si sono già verificati.
Telefonerà alla figlia, Anna Maria, dicendole che si sarebbe tenuto questo “gravissimo cruccio per tutta la vita”.
Ancora oggi c’è chi contesta che la strage di piazza Fontana possa essere definita di “Stato”.
Ma non esiste Paese al mondo in cui imputati di strage chiedano ed ottengano dai servizi segreti militari un intervento a loro favore.
Invece, il 9 gennaio 1973, tramite Guido Giannettini, Giovanni Ventura chiede l’intervento chiarificatore del Sid.
Il servizio segreto militare, ovviamente, non può “chiarire” un bel niente ma si attiva per sottrarre gli imputati alla magistratura.
Il 15 gennaio 1973, il maresciallo Esposito del Sid accompagna Marco Pozzan a Madrid, in Spagna.
Contestualmente, uomini del Sid forniscono a Giovanni Ventura una bomboletta di gas soporifero la chiave del portone del carcere di Monza dove si trova rinchiuso in modo che possa evadere.
Alcuni mesi dopo, verrà programmata anche l’evasione di Franco Freda, perché gli stragisti padovani non accettano di essere i capri espiatori, dopo tutto quello che hanno fatto per lo Stato.
I due ufficiali che si attivano per aiutare Giovanni Ventura e colleghi, non erano nel Servizio segreto militare nel 1969, non hanno pertanto alcuna responsabilità diretta od indiretta in quegli eventi né sono ricattabili dagli imputati di strage.
Gianadelio Maletti e Antonio Labruna intervengono perché devono fare gli interessi dell’apparato nel quale lavorano il quale, a sua volta, ha il dovere istituzionale di proteggere le autorità politiche e militari dalle quali dipende.
Prova ne sia che il capitano Antonio Labruna, nonostante la condanna definitiva per favoreggiamento personale nei confronti di Marco Pozzan, finirà la sua carriera nel servizio segreto militare dal quale nessuno, ministro della Difesa, capo di Stato maggiore della Difesa o presidente del Consiglio dei ministri riterrà necessario allontanarlo.
Un modo implicito ma chiarissimo per dire che, per i vertici politici e militari, il capitano Antonio Labruna non ha commesso alcun illecito penale perché ha agito nell’interesse dello Stato e del regime.
Si è fatta e si continua a fare, specie oggi che si vuole portare agli altari del regime democratico il defunto segretario nazionale del Msi-Dn Giorgio Almirante, come il fondatore della “destra moderna”, la differenza fra destra parlamentare ed extra-parlamentare per ribadire che il partito di Arturo Michelini e Giorgio Almirante è stata cosa ben diversa da “Avanguardia nazionale”, da “Ordine nuovo”, dallo stesso “Fronte nazionale” che pure era diretto dall’iscritto al Msi, Junio Valerio Borghese.
La realtà storica, ovviamente, si colloca all’esatto opposto di questa ricostruzione appartenente a storici che, nei casi migliori, di storia sanno poco e di quelli che invece appartengono alla categoria dei “quanto mi paghi”.
Uomini del Movimento sociale italiano li troviamo coinvolti in tutti gli episodi più oscuri della storia italiana dagli anni Sessanta fino ai primi anni Ottanta.
Sono presenti, accanto a Mario Tedeschi, nell’operazione “manifesti cinesi” del gennaio 1966; ancora prima sono missini che agiscono per conto del Sifar in Austria compiendo attentati; Pino Rauti, capo dell’organizzazione che sarà chiamata in causa per buona parte delle stragi italiane è stato sempre un uomo del Msi nel quale, dopo alcuni anni di ufficiale e strumentale separazione, è rientrato il 16 novembre 1969 per divenirne parlamentare, prima, e segretario nazionale, dopo; senatore del Msi-Dn è stato anche Mario Tedeschi che qui, per la prima volta, sulla base delle dichiarazioni di Serafino Di Luia, indichiamo come la “cinghia di trasmissione” fra Avanguardia nazionale ed il ministero degli Interni; parlamentare missino è stato Sandro Saccucci, implicato nel tentato golpe del 7-8 dicembre 1970 e collaboratore del servizio segreto militare; missino era Augusto Cauchi, confidente del Sid e “bombarolo” che faceva capo, anche durante la latitanza, al federale missino di Arezzo; missini erano i componenti delle “Squadre d’azione Mussolini”(Sam), indicati nominativamente in una nota del Sid del 9 agosto 1969, tutti inseriti nella “Giovane Italia” con sede in Corso Monforte n°13; missini erano i Valerio Fioravanti, le Francesca Mambro e tutta la banda dei cosiddetti “Nar” dei primi anni Ottanta; missini, infine, ben tre capi del servizio segreto militare: Giovanni De Lorenzo, Vito Miceli e Luigi Ramponi.
Sono i vertici nazionali del Msi, guidati in entrambi i casi da Giorgio Almirante ad organizzare le manifestazioni nazionali del 14 dicembre 1969, a Roma, e del 12 aprile 1973, a Milano, che nei loro progetti devono rappresentare la “bomba”innescata dalle stragi che le precedono, in funzione di detonatore, per fare intervenire le Forze armate, ovvero per giungere al tanto agognato “stato di emergenza” dal quale una forza d’ordine anticomunista come il Msi ha tutto da guadagnare e niente da perdere.
La strage o le stragi, sia pure indiscriminate, non bastano per far proclamare lo “stato di emergenza”, come avrà modo di accorgersi il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat il 12 dicembre 1969.
Per ottenere l’effetto voluto serve che il sangue scorra nelle strade, come nel mese di luglio del 1948 dopo l’attentato al segretario nazionale del Pci, Palmiro Togliatti, e nello stesso mese del 1960 a seguito della pretesa del Msi di svolgere il suo congresso nazionale a Genova, città partigiana, perché il disordine raggiunga il suo culmine, si estenda a macchia d’olio in tutto il Paese e giustifichi l’intervento repressivo delle Forze armate chiamate a ristabilire quell’ordine pubblico che le forze di polizia, da sole, non sono più in grado di controllare.
Il piano non è nuovo.
Lo ritroviamo in una nota informativa americana del 25 giugno 1964 inviata al comandante delle truppe americane in Europa:
“Abbiamo avuto informazione – è scritto – da fonte molto attendibile, il cui nome non viene fornito in ragione dell’esplosiva natura dell’informazione, che nel prossimo futuro è possibile che in Italia avvenga un colpo di Stato. Economisti e uomini di destra, cioè liberali, monarchici e membri del Movimento sociale italiano, stanno preparando un piano per l’attuazione nei prossimi mesi di una manifestazione nazionale. Lo scopo è quello di portare a Roma forti gruppi di reduci, invalidi ed ex prigionieri di guerra, col pretesto di risvegliare sentimenti patriottici nel popolo italiano, creare un’atmosfera favorevole all’inversione dell’attuale tendenza politica in Italia ed installare un nuovo ordine politico fondato sui tradizionali valori morali e politici della Nazione…Se la manifestazione dovesse provocare una contromanifestazione di estrema sinistra, i carabinieri sarebbero immediatamente chiamati ad intervenire con l’appoggio delle Forze armate. Le Forze armate si preoccuperebbero poi di mantenere l’ordine e la legge in Italia”.
I riscontri, sia pure indiretti, non mancano.
Il generale Giovanni De Lorenzo, all’epoca comandante generale dell’Arma dei carabinieri, rientrato a casa dopo una riunione con i vertici della Democrazia cristiana, tenutasi nell’abitazione del senatore Tommaso Morlino, dirà alla moglie:
“Vogliono fare di me un nuovo Bava Beccaris, ma non ci riusciranno”.
Se ricordiamo che il generale Bava Beccaris aprì il fuoco con l’artiglieria contro i cittadini milanesi in rivolta, ben si comprende la ritrosia del generale Giovanni De Lorenzo a passare alla storia come massacratore di inermi cittadini per conto di Aldo Moro, Mariano Rumor e cristianissimi colleghi di partito.
Il secondo proviene dall’interno stesso della direzione nazionale del Msi, da Giulio Caradonna, per anni ai vertici del partito nonché confidente della divisione Affari riservati con il criptonimo di “Stanislao”.
L’11 marzo 2008, il quotidiano “Libero”, nell’articolo intitolato “Il ’68 nero: Almirante guidò gli scontri all’Università”, riporta una dichiarazione di Giulio Caradonna che conferma le intenzioni e le responsabilità del partito nel quale ha militato e dei suoi dirigenti:
“Forse la verità è che si voleva portare alle estreme conseguenze lo scontro tra i ragazzi per poi far arrivare l’esercito”.
Se il piano descritto nella nota informativa del 25 giugno 1964 si basava su una manifestazione nazionale, contestata dai militanti comunisti, quello del dicembre del 1969 lo reiterava alla lettera con una sola variabile: una o più stragi “rosse” (la distinzione fra anarchici, “cinesi”, marxisti-leninisti, comunisti ortodossi non esisteva per l’opinione pubblica) contro obiettivi borghesi e l’oltraggio al simbolo stesso dell’unità nazionale e del sacrificio dei suoi combattenti, il monumento al Milite ignoto, ovvero all’Altare della patria, che avrebbero infiammato la piazza di destra e ne avrebbero giustificato l’aggressività se l’adunata nazionale fosse stata contestata dai sovversivi “rossi”.
La strage di piazza Fontana a Milano, con 16 morti e 90 feriti, e quella mancata alla Banca nazionale del lavoro, dove comunque 14 feriti ci sono stati, precedono di due giorni l’adunata nazionale indetta dal Msi contro la quale il Partito comunista, secondo le successive dichiarazioni di Enrico Berlinguer pubblicata da “Panorama” il 25 dicembre 1969, aveva già predisposto un “cordone sanitario”: esattamente quello che speravano e volevano gli organizzatori della manifestazione e i fautori della proclamazione dello “stato di emergenza”.
Non è un’ipotesi.
Il 7 aprile 1973, un militante del Movimento sociale italiano di Milano, Nico Azzi, dopo aver passeggiato per i corridoi del direttissimo “Torino-Roma” leggendo in modo ostentato il quotidiano “Lotta continua”, si reca in una toilette del convoglio ferroviario per innescare un ordigno destinato a fare una strage.
Per fortuna degli ignari ed innocenti passeggeri, Azzi si fa esplodere il detonatore nella mani ed è l’unico a restare ferito.
La ragione della strage, fallita per l’imperizia dell’attentatore, va ricercata nella manifestazione nazionale che i vertici del Msi hanno indetto a Milano per il 12 aprile 1973.
Organizzatore della strage fallita, risulterà essere per chiamata di correità diretta dello stesso Nico Azzi, Giancarlo Rognoni, militante del Msi, impiegato alla Banca commerciale di Milano il 12 dicembre 1969, legato al gruppo veneto di “Ordine nuovo”, infine imputato – poi assolto – per concorso nella strage di piazza Fontana.
Milano non era una “piazza” di destra, al contrario ribolliva di militanti di sinistra di tutte le tendenze e formazioni pronti a mobilitarsi per impedire ai “fascisti” di parlare e sfilare in corteo.
Una “piazza” ideale per chi cercava i morti in numero sufficiente per invocare il ripristino dell’ordine specie se gli animi fossero stati infiammati da una strage “rossa”, questa volta non più anarchica ma di “Lotta continua”.
Come si sono presentati gli attivisti missini in piazza, quel 12 aprile 1973 (perché erano tutti missini, non extraparlamentari) è storia anche giudiziaria visto che una bomba a mano scagliata da loro ha ucciso un agente di polizia e che il tentativo di attribuirla ad “infiltrati” del Pci, come scriverà il quotidiano del partito “Il Secolo d’Italia” il giorno successivo, 13 aprile, era fallito sul nascere per la delazione di uno o più missini che avevano fornito ai funzionari dell’ufficio politico della Questura, in tempo reale, i nomi dei due missini lanciatori delle bombe a mano.
La logica è la stessa, identica, del piano predisposto nel dicembre 1969: prima la strage “rossa”, poi la manifestazione patriottica di una piazza che invocava il ritorno dell’ordine di uno Stato forte contro la “sovversione rossa”.
Il Movimento sociale italiano nasce, il 26 dicembre 1946, come forza politica esclusivamente anticomunista, destinata ad essere la punta di lancia di uno schieramento molto più vasto che va dai socialdemocratici ai monarchici per contrastare anche fisicamente i comunisti.
Nel 1969, ai militanti del Movimento sociale italiani si sommano quelli che fanno parte di altre organizzazioni, ufficialmente distinte dal partito-padre, come “Avanguardia nazionale”, “Ordine nuovo”, “Europa Civiltà”, il “Fronte nazionale”.
Sia il Movimento sociale italiano sia queste organizzazioni sono collegate ai vertici con i servizi di sicurezza militari e civili, che possono così disporre a loro piacimento di una manovalanza che può essere usata per destabilizzare l’ordine pubblico senza compromettere i partiti di governo verso i quali questa massa di manovra ostenta avversione ed ostilità ideologiche, perché si presentano come “fascisti” che agiscono all’interno di un sistema antifascista, e politiche, perché accusano la Democrazia cristiana ed i partiti collegati di cedimento di fronte al comunismo.
Giorgio Almirante, nel periodo della Repubblica sociale italiana, ha condotto un doppio gioco che gli ha garantito un’assoluta impunità al termine del conflitto.
Junio Valerio Borghese, com’è noto, ha mantenuto rapporti di collaborazione con il servizio segreto della regia Marina durante la guerra civile e, dal mese di maggio del 1945, ha collaborato con i servizi segreti americani ed italiani.
Sul conto di Pino Rauti la conferma definitiva dall’intervista del generale Gianadelio Maletti, trasmessa da Giovanni Minoli nel corso della puntata de “La storia siamo noi” del 7 dicembre 2009, che ha affermato come Ordine nuovo abbia mantenuto un rapporto stabile con il Sid fino al 1974.
Per quanto riguarda Stefano Delle Chiaie, dopo anni di smentite, silenzi, reticenze, sottufficiali di Ps già in servizio presso l’ufficio politico della Questura di Roma hanno esplicitamente dichiarato che era un informatore.
Ancora più devastante per l’immagine del capo di “Avanguardia nazionale”, la testimonianza resa, il 15 maggio 1997, al giudice istruttore veneziano Carlo Mastelloni dall’ispettore generale di Ps, in congedo, già in forza alla divisione Affari riservati del ministero degli Interni, il quale ha dichiarato :
“Ricordo Delle Chiaie il quale veniva sempre da D’Amato sia quando questi aveva l’incarico di vice-direttore che anche nei tempi successivi. Si tratteneva nell’ufficio di D’Amato e qualche volta ho assistito anch’io ai colloqui” .
Testimonianza autorevole sul rapporto personale e diretto che è esistito fra Stefano Delle Chiaie ed Umberto Federico D’Amato, non viziata da rancori personali e da secondi fini, perché nulla di personale poteva avere l’ispettore generale di Ps, Guglielmo Carlucci, nei confronti del capo di Avanguardia nazionale”.
Nel raffinato “gioco degli specchi” l’immagine riflessa di questi uomini, dei loro collaboratori e delle loro organizzazioni ci appare come quella di forze politiche ed ideologiche neofasciste, avverse ad un regime politico imposto dai vincitori della Seconda guerra mondiale, ma quella reale ci propone quella di uomini e gruppi ben decisi a riguadagnarsi uno spazio politico svolgendo per lo Stato ed il regime politico anticomunista servigi di ogni genere, anche i più degradanti.
E non è chiaro quale significato attribuire al fatto che contestualmente alla scarcerazione di Pietro Valpreda e Mario Merlino, il 29 dicembre 1972, giunga al commissario capo di Ps, Antonino Allegra, capo dell’ufficio politico della Questura di Milano, la promozione a vice-questore.
Ad “incastrare” Pietro Valpreda, la sera del 15 dicembre 1969, mostrando la sua foto al taxista Cornelio Rolandi era stato il questore di Milano, Marcello Guida, non il capo dell’ufficio politico.
Quella promozione giunta lo stesso giorno della scarcerazione di Pietro Valpreda e Mario Merlino, rappresenta la gratifica consolatoria per un funzionario di Ps che credeva nella colpevolezza dei due imputati o, di converso, il riconoscimento di meriti rimasti sconosciuti per averli favoriti?
Forse, non lo sapremo mai ma l’interrogativo va posto perché coincidenze in un mondo come quello degli apparati segreti dello Stato impegnati in una guerra “sporca” non ce ne sono, tanto più che da tre mesi Allegra era sotto inchiesta per concorso nella “copertura” dei componenti della “cellula nera” di Padova insieme al commissario di Ps, Bonaventura Provenza, capo dell’ufficio politico della Questura di Roma e al vice-capo della polizia, Elvio Catenacci .
Comportamenti che non erano passati inosservati, tanto da sollevare l’indignazione del democristiano Carlo Fracanzani che sull’operato di Antonino Allegra e dei suoi colleghi, il 25 settembre 1972, aveva presentato un’interrogazione parlamentare.
Il 1969 è iniziato con i gravissimi incidenti dinanzi al locale “La Bussola” di Viareggio, nel corso dei quali rimane gravemente ferito Soriano Seccanti, destinato poi a restare paralizzato.
Non si è mai appurato chi abbia sparato rovinando per sempre la vita del giovanissimo Soriano Ceccanti, ma una nota informativa di Armando Mortilla, indirizzata alla divisione Affari riservati del ministero degli Interni, l’11 gennaio 1969, afferma testualmente:
“Da parte sua Ordine nuovo sta intensificando il lavoro organizzativo in alcune zone ‘calde’ della penisola utilizzando a questo fine simpatizzanti e iscritti che compiono il servizio di leva. Si è appreso che il primo esperimento di questa attività è avvenuto in Versilia, esattamente in occasione degli incidenti alla Bussola”.
Non serve commentare ancora.
Ci limitiamo a constatare che la carriera politica del “nazista” Pino Rauti, già segretario nazionale del Msi-Dn e suocero dell’attuale sindaco di Roma, l’antifascista Gianni Alemanno, è costellata di”meriti” del genere ora evidenziato e che sarebbe il caso di renderli pubblici.
Il 27 febbraio 1969, giunge in visita ufficiale a Roma il presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon.
Il quotidiano missino, “Il Secolo d’Italia”, lo saluta pubblicando nell’ultima pagina, a caratteri cubitali, in italiano ed in inglese, la scritta:
“Attenzione Nixon! L’Italia si prepara a tradire gli impegni atlantici e a portare i comunisti al potere”.
Il giorno successivo, 28 febbraio, “Il Secolo d’Italia”, nell’articolo intitolato “I giovani del MSI impegnati in duri scontri con i comunisti”, rivendica per il partito il merito di aver impegnato i giovani militanti missini in scontri fisici con quanti contestavano la visita del presidente americano in Italia.
Il mondo anticomunista, di cui il Msi e i gruppi collegati sono parte integrante, attende proprio dalla venuta di Richard Nixon un segnale che indichi, in maniera esplicita, la volontà della potenza egemone di risolvere il caso italiano con la liquidazione politica del Partito comunista e dei gruppi di sinistra.
Alla testa di questo mondo composito ed eterogeneo politicamente ed ideologicamente, unito solo dall’odio nei confronti del comunismo, si trova il presidente della Repubblica, il socialdemocratico Giuseppe Saragat.
Nel corso del colloquio ufficiale con il presidente americano, secondo gli appunti presi dal generale Vernon Walters, Giuseppe Saragat pronuncia una autentica filippica contro il Partito comunista italiano:
“Agli occhi degli italiani – dice – il Pci si fa passare per un partito socialista attivista e rispettabile ma è dedito agli interessi del Cremlino; il suo capo, Luigi Longo, è a tutti gli effetti un funzionario sovietico. I comunisti hanno condannato l’invasione della Cecoslovacchia e la nostra stampa e quella internazionale, vi hanno visto un distacco dall’Urss. È un errore, lo hanno fatto perché gli italiani sono indignati, e per essere liberi di denunciare la Nato; la vogliono distruggere, rendere prima l’Italia neutrale e poi allinearla con Mosca”.
Ma, prima di questa conversazione ufficiale, Saragat e Nixon, hanno un breve incontro, senza testimoni.
Alcuni storici hanno voluto negare la circostanza, ma la testimonianza dell’ambasciatore Egidio Ortona non lascia adito al dubbio che, viceversa, i due presidenti hanno avuto un colloqui privatissimo:
Ortona annota nel suo diario:
“Al Quirinale Nixon e Saragat si ritirano per un incontro a quattr’occhi: deplorevole dispregio dei diplomatici…”.
Non sapremo mai cosa si siano detti Richard Nixon e Giuseppe Saragat nel loro colloquio a “quattr’occhi”, ma la venuta del presidente americano segna l’inizio della campagna di attentati che si concluderà solo il 12 dicembre 1969.
Il 28 febbraio, difatti, viene compiuto il primo attentato, a Roma, contro l’ingresso secondario del Senato, in via della Dogana vecchia.
Nel mese di giugno del 1974, alla domanda rivoltagli su chi fossero stati a sua conoscenza gli organizzatori della strage di piazza Fontana, Gaetano Orlando, risponde senza esitare: “I socialisti”.
Stefano Delle Chiaie, presente all’interrogatorio del dirigente del Mar, a Madrid, cambia subito argomento.
Ma, i dirigenti di “Avanguardia nazionale” non possono cancellare il fatto che, nell’ottobre del 1974, accanto a quello del senatore Mario Tedeschi, l’unico nome fatto da Adriano Tilgher e Felice Genoese Zerbi, nella loro conferenza stampa per evitare lo scioglimento dell’organizzazione, è stato quello dell’ex ministro della Difesa, il socialdemocratico Mario Tanassi.
Quali “carte” avessero in mano gli avanguardisti per ricattare Tanassi, manco a dirlo, le hanno tenute ben nascoste anche dopo che sono finiti in carcere per sei mesi e che “Avanguardia nazionale” è stata sciolta, con il parere difforme di Amintore Fanfani.
Rapporti oscuri, intessuti in un contesto che oggi appare storicamente chiaro, fra “neofascisti” e socialdemocratici in un periodo in cui il più accanito sostenitore della necessità di liquidare il Partito comunista italiano era il presidente della Repubblica, il socialdemocratico Giuseppe Saragat.
Poche ore sono passate dall’eccidio di piazza Fontana, a Milano, e dagli attentati stragisti di Roma, ed il presidente della Repubblica convoca al Quirinale un vertice al quale prendono parte il ministro degli Interni, Franco Restivo, quello della Difesa, Luigi Gui, il comandante generale dell’Arma dei carabinieri, Luigi Forlenza, il capo della polizia, Angelo Vicari ed altri rappresentanti delle forze di sicurezza.
Giuseppe Saragat propone agli intervenuti la dichiarazione dello stato di “pericolo pubblico”, in base agli articoli 214 e seguenti del Testo unico di pubblica sicurezza.
È questo che i promotori dell’operazione che dal 28 febbraio al 12 dicembre 1969 si proponevano di ottenere utilizzando tutti i mezzi per dare a chi ha il potere per farlo la possibilità di un intervento radicale.
L’Italia, però, è una democrazia parlamentare e non presidenziale, in cui il partito di maggioranza relativa al potere dal 1945 non intende farsi scavalcare dai socialdemocratici, così il democristiano Franco Restivo respinge la richiesta del presidente della Repubblica facendo presente che questa decisione spetta al governo ed al presidente del Consiglio, il democristiano Mariano Rumor, il cui parere non è stato richiesto e che non è presente alla riunione.
Il giorno successivo, 13 dicembre 1969, il governo imporrà il divieto su tutto il territorio nazionale di manifestare pubblicamente.
È anche questa una misura eccezionale, che preclude però ai “congiurati” la possibilità di portare a compimento il piano mettendo a ferro e a fuoco la Capitale,e ne determina il fallimento.
Come abbia potuto naufragare un disegno portato innanzi con tenacia, abilità tattica, spregiudicatezza portata alle estreme conseguenze come i morti di piazza Fontana possono testimoniare, è un segreto ben custodito nella memoria e nella coscienza di quanti hanno vissuto, al vertice, quei giorni e quegli eventi.
Un inaspettata retromarcia americana? Un veto del Dipartimento di stato contrapposto a quello della Difesa? A Washington, come a Roma, il segreto è ben tutelato.
La paura dei democristiani di essere scavalcati dal Partito socialdemocratico di Giuseppe Saragat e di perdere la leadership politica, sul piano interno, ed il prestigio su quello internazionale?
Il timore di non essere sostenuti dagli Stati Uniti, preoccupati di non compromettere il dialogo avviato con l’Unione sovietica?
Un indizio in tal senso, che cioè la decisione di bloccare, in extremis, la macchina del “colpo di Stato” istituzionale sia interna e non estera è dato da quanto scrive Edgardo Sogno in una lettera inviata al ministero degli Esteri da Rangoon (Birmania) dov’era ambasciatore al ministero degli Esteri, il 19 giugno 1967.
“La sicurezza europea – scriveva Sogno – è per ora basata soltanto ed esclusivamente sulla credibilità della garanzia americana né si può dimenticare che l’unico colpo di Stato che ha veramente e seriamente minacciato le istituzioni democratiche in Italia è stato fatto rientrare a metà strada dalla sua esecuzione, già favorevolmente avviata, soltanto perché chi lo dirigeva ritenne (a torto o a ragione, la storia non ha ancora deciso) che gli Stati Uniti non avrebbero accettato una simile alterazione violenta dello status quo nella loro area di influenza”.
Non specifica il futuro “golpista” Edgardo Sogno il periodo temporale così che si può pensare al luglio del 1960 o a quello del 1964; in entrambi i casi chi guida e, poi, blocca l’operazione può essere ragionevolmente un uomo solo: Aldo Moro.
Il 12 dicembre 1969, Aldo Moro è all’estero, ma certamente un colloquio telefonico con il suo collega di partito e presidente del Consiglio Mariano Rumor lo ha avuto, ma, come al solito, il suo contenuto è rimasto ignoto.
La responsabilità di bloccare la, macchina “golpista” ad un passo dalla conclusione della sua marcia vittoriosa, questa volta l’assume, dinanzi alla storia, Mariano Rumor.
Decisione, la sua, non gradita sul piano interno ed internazionale se dopo quasi due anni di preparazione, viene fatto rientrare in Italia da Israele dove si trovava per motivi ignoti e nel quale era entrato con documenti ufficialmente falsi, Gianfranco Bertoli perché lo ammazzi dinanzi alla Questura di Milano, il 17 maggio 1973.
I conti con Aldo Moro saranno fatti il 9 maggio 1978, quando sarà ucciso dal brigatista rosso Mario Moretti in ottemperanza di una decisione assunta nel corso di una riunione svoltasi a Firenze, a casa dell’israelita Igor Markevitc.
Quanti conoscono, in Italia, la verità sull’operazione del I969 e la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969?
La conosce l’ex ministro della Difesa e ex presidente del Consiglio Arnaldo Forlani che, il 5 giugno 1975, sarà informato personalmente dal direttore del Sid, ammiraglio Mario Casardi, della crisi di un confidente padovano del servizio, Gianni Casalini, che pare voglia fare rivelazioni su “gr.Padovano+Delle Chiaie+Giannettini”.
La conosce l’ex ministro della Difesa e ex presidente del Consiglio Giulio Andreotti, sul quale pesa il legittimo sospetto di aver indirizzato il suo amico personale, giudice istruttore a Treviso, Giancarlo Stiz, il primo e per diversi mesi, il solo a percorrere la “pista nera” indicata da un democristiano – Guido Lorenzon – per la strage di Milano.
Del resto, che Giulio Andreotti sia un esperto nell’uso politico delle inchieste giudiziarie, da lui stesso promosse direttamente o per interposta persona, lo provano i processi sul “tentato golpe” del 7-8 dicembre 1970, sull’attentato di Peteano di Sagrado del 31 maggio 1972 e, ultimo in ordine di tempo, sulla struttura “Gladio”.
La conosce Mario Moretti al quale l’ha raccontata personalmente Aldo Moro ma che,  invece di farla conoscere al popolo, l’ha usata, insieme ad altro, per avere benefici di legge,  lavoro ben retribuito e pensione assicurata per la sua serena vecchiaia.
La conoscono i protagonisti ancora in vita, i vertici dei servizi di sicurezza e dei corpi di polizia, i politici democristiani da Giulio Andreotti ad Arnaldo Forlani: in tanti se il loro numero lo rapportiamo all’ambiente politico, in pochissimi se lo confrontiamo con 60 milioni di italiani che ascoltano i telegiornali e leggono i quotidiani, secondo i quali le stragi italiane, a partire da quella di Milano del 12 dicembre 1969, le hanno fatte i “fascisti” rimasti impuniti per la protezione avuta dai”servizi segreti deviati”.
Ma è sufficiente vedere l’operato della magistratura italiana, fatti salvi casi individuali sporadici ed eccezionali, per comprendere che la via giudiziaria per giungere alla verità non è percorribile in questo nostro Paese.
Dei magistrati che si sono occupati della strage di piazza Fontana e degli attentati stragisti di Roma negli anni Settanta ed Ottanta, non uno ha avuto la capacità di percepire la realtà di quegli eventi.
Tutti si sono impegnati a cercare verità parziali che venissero incontro alle esigenze degli apparati di Stato, come a Roma dove i colpevoli dovevano essere solo gli anarchici, o di partito, come a Milano, dove i responsabili dovevano essere individuati esclusivamente nei “fascisti” padovani e nell’agente del Sid, Guido Giannettini, già dirigente giovanile del Msi e giornalista de “Il Secolo d’Italia”.
Patetica la dichiarazione resa dall’allora giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio il 29 marzo 1972, quando ricevette per competenza territoriale gli atti delle indagini sulla strage di piazza Fontana compiute fino a quel momento dal giudice istruttore di Treviso, Giancarlo Stiz:
“Se è vero che i mandanti delle bombe di Milano sono quelli indicati nella sentenza Stiz, mi sembra evidente che gli esecutori non possono essere Valpreda e gli anarchici, ma devono essere rintracciati in altra sfera”.
Monsieur De La Palisse non avrebbe saputo dire di meglio.
Solo che, alla fine di marzo del 1972, l’opera di “infiltrazione” a sinistra, la strumentalizzazione di uomini e gruppi di sinistra da parte di servizi segreti e gruppi di destra collegati, non era più un segreto.
Sarà lo stesso Gerardo D’Ambrosio a constatare che il gruppo padovano aveva infiltrato i propri elementi, da Aldo Trinco a Paolo Romanin allo stesso Giovanni Ventura, negli ambienti marxisti-leninisti: perché mai “Avanguardia nazionale” non avrebbe potuto fare altrettanto fra gli anarchici?
Domanda troppo ardua per un individuo che aveva già deciso che non esisteva una pista internazionale da seguire e neanche una nazionale, ma solo quella della “cellula nera” padovana per ragioni che Gerardo D’Ambrosio non è mai stato in grado di comprendere e di spiegare.
Quale verità poteva giungere da magistrati che accertati, loro malgrado, i reati compiuti dalla divisione Affari riservati del ministero degli Interni, e dai capi degli uffici politici delle Questura di Roma e di Milano per impedire l’identificazione degli acquirenti delle borse utilizzate per gli attentati del 12 dicembre 1969, il 18 marzo 1974 li proscioglie pur scrivendo nella relativa ordinanza che “è pacifico che i pubblici ufficiali commisero i fatti loro addebitati nei capi di imputazione”, ma “ritenuto che le omissioni, da una parte non furono rilevanti, e dall’altra non avvennero con la piena coscienza della illiceità del fatto, stima questo giudice istruttore non doversi procedere”?
Quale verità poteva essere raggiunta da chi aveva eletto come proprio collaboratore quel questore Umberto Federico D’Amato che aveva organizzato la operazione “manifesti cinesi”, l’infiltrazione di Mario Merlino fra gli anarchici e ben si ricordava, dopo sedici anni, di Delfo Zorzi che la procura della Repubblica sarà costretta ad accusare di concorso nella strage di piazza Fontana alla fine degli anni Novanta?
Una magistratura che non ha mai indagato sul conto di Guido Paglia: è lui, secondo l’accusa di Alfredo Sestili a dare i soldi per la benzina agli “anarchici” di Avanguardia nazionale che si recano al congresso della Fai, a Carrara, il 31 agosto 1968; è lui che Stefano Delle Chiaie chiama in causa per confermare il suo alibi per il pomeriggio del 12 dicembre 1969, è sempre a lui che, il 10 gennaio 1970, viene ritrovato un elenco di nominativi e numeri telefonici del circolo anarchico “Bakunin” di via Baccina n°35, e un elenco di saponette esplosive, rotoli di miccia, detonatori e capsule elettriche con, al fianco di ogni voce, indicata la quantità di materiale presente, scritto con una grafia che Mario Merlino riconoscerà, in sede giudiziaria, come propria.
Quale verità potrà mai essere divulgata dalla televisione italiana di cui, oggi, Guido Paglia è vicedirettore generale?
La stessa che diffonde il TG3, dove lavora come giornalista la moglie di Felice Casson, l’ex magistrato che ha cercato in tutti i modi di bloccare le indagini del giudice istruttore di Milano, Guido Salvini, in concorso con certi suoi colleghi della procura della Repubblica milanese, che puntavano diritte sugli ordinovisti veneti.
Una verità, cioè, che è una  menzogna.
Si dice che in Italia esista una democrazia, imperfetta certo, ma sempre rispettosa dei diritti dei cittadini garantiti dalla Costituzione repubblicana, fra i quali spicca quello ad un’informazione corretta.
In realtà, il nostro è un Paese che vive nella prigione della disinformazione le cui sbarre solidissime sono costruite con la carta dei giornali e delle veline dei telegiornali.
Siamo un Paese al quale i patti di Jalta garantivano la certezza che il Partito comunista non avrebbe mai potuto ipotizzare di giungere al potere con atto di forza.
Dove la sola strada percorribile per arrivare al governo da parte della “quinta colonna sovietica” in Italia era quella elettorale.
Per bloccare l’avanzata del Pci, quindi, sarebbe stata sufficiente una politica saggia, accorta, giusta, in grado di venire incontro alle esigenze dei cittadini ed ai loro bisogni elementari.
La classe dirigente cattolica e laica che ha governato il Paese non è stata in grado di confrontarsi con il comunismo sul piano delle riforme e delle idee, così che per garantirsi la permanenza al potere ha fatto ricorso ad altri mezzi.
Alle origini della guerra politica in Italia, di conseguenza, non c’è solo la speranza del Partito comunista di favorire gli interessi sovietici nel Mediterraneo e di allinearla su posizioni di neutralità in politica internazionale, ma anche quella di quanti hanno sfruttato il “pericolo rosso” per il loro tornaconto politico e perfino personale.
Dalla battaglia ad oltranza contro il comunismo, la destra estrema sperava di ricavare il premio della borghesia, “dalla congenita vigliaccheria”, che avrebbe dovuta riportarla ai fasti del governo e del potere per ricambiare il suo impegno sul campo contro la “sovversione rossa” che minacciava i suoi privilegi ed i suoi capitali.
La Democrazia cristiana ne ricavava sostegno da parte degli Stati Uniti, dal “quarto partito” che non controlla voti ma banche e denaro e, naturalmente, dal Vaticano di cui per anni è stato il braccio politico.
I partiti laici anticomunisti, privi di un significativo seguito elettorale, facevano da supporto in una battaglia di cui, ad un certo punto, i socialdemocratici guidati da Giuseppe Saragat hanno ritenuto di poter essere i protagonisti, scavalcando i democristiani.
Ognuno concentrato sui propri particolari interessi che traevano forza ed alimento dallo scontro fra Est ed Ovest, ha ritenuto che quelli del popolo italiano dovevano essere subordinati ai propri.
Non c’è protagonista politico, dal Partito comunista al Movimento sociale italiano, passando per tutti gli altri partiti, che non abbia ignorato gli interessi del popolo italiano.
Anzi, tutti hanno ritenuto che fosse questo popolo a dover pagare il prezzo di uno scontro che il malgoverno dell’anticomunismo, da un lato, e la servile obbedienza all’Unione sovietica dell’italico comunismo, dall’altro, rendevano inevitabile.
La negazione della verità, pertanto, non deriva soltanto dalla specifica compromissione nel “terrorismo” di singoli personaggi politici ed alti esponenti militari o di selezionati ed agguerriti gruppi di potere e di “pressione”, ma dalla necessità di non essere costretti a riconoscere pubblicamente che la guerra italiana deriva dal fallimento di una intera classe politica che già il 19 aprile 1948, Giuseppe Prezzolini definiva non dirigente ma “digerente” contrapposta a dirigenti di un Partito comunista che mai si sono riconosciuti in una Patria che non fosse quella sovietica.
La Democrazia cristiana avrebbe potuto, in qualsiasi momento, utilizzando le informazioni reperite dai servizi segreti sui finanziamenti sovietici, la rete spionistica, l’apparato paramilitare, mettere fuori legge il Partito comunista avvalendosi delle leggi ordinarie che puniscono il tradimento, il sabotaggio industriale, lo spionaggio politico-militare a favore di una potenza straniera ed ostile.
Non ha inteso farlo, perché la presenza del Pei sulla scena politica era funzionale al mantenimento dello status quo che vedeva in essa la diga contro il comunismo, la garanzia che l’Italia sarebbe rimasta nel campo occidentale, la certezza che i valori della civiltà cristiana sarebbe stati difesi ad oltranza.
La Democrazia cristiana si è servita del “pericolo rosso” per mantenersi al potere, con la benedizione di una Chiesa cattolica indifferente al malcostume, alle ruberie, allo squallore morale dei suoi rappresentanti sulla scena politica, così come, a partire, dai primi anni Settanta il dialogo fra i due partiti di massa si è basato sulla lotta al “pericolo fascista” ed al “terrorismo”, che, negli anni Ottanta, saranno rimpiazzati dall’emergenza mafia trasformata da forza ausiliaria dello Stato nell’anti-Stato.
La liquidazione della Democrazia cristiana, già presa in considerazione nel 1975 e poi sospesa per fronteggiare l’avanzata elettorale del Pci, è stata imposta dagli Stati Uniti che così hanno saldato il conto ad un partito che ha incassato miliardi di dollari in quasi mezzo secolo senza assolvere a quel compito che gli era demandato di neutralizzare, sul piano politico, la minaccia comunista.
Al grido di “ladri, ladri”, i baciapile del Vaticano hanno dovuto abbandonare il potere, ma la potenza egemone non può andare oltre fornendo le prove che sono stati anche assassini perché emergerebbero, in questo caso, anche le sue responsabilità e quelle dell’Alleanza atlantica.
Questa classe dirigente tutta composta di ex di qualcosa e di qualcuno non può, quindi, consentire che emerga la verità sulla “guerra politica” in Italia, perché segnerebbe la sua fine.
Deve, viceversa, vigilare perché la pavida stampa italiana non trovi mai il coraggio e la libertà di scrivere qualcosa di vero sugli “anni di piombo”, così che l’oligarchia politica si è sostituita perfino alla sua magistratura, decidendo per proprio conto dell’innocenza e della colpevolezza di quanti, per ragioni recondite o per capacità di ricatto, devono essere salvati.
Così è stato per Pietro Valpreda, per consentire la scarcerazione del quale è stata approvata la prima legge “ad personam”; così è accaduto per Adriano Sofri ed amici; così per Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini, colpevoli per la magistratura che li ha giudicati, innocenti per la politica che non s’identifica con la Nazione.
La storia della strage di piazza Fontana è solo un capitolo, certamente fra i più importanti, di quella Repubblica che è nata nel sangue ed è vissuta alimentandosi di sangue la cui responsabilità si cerca, con un cinismo senza pari, di far ricadere su coloro che, negli anni Sessanta, avevano venti anni e tanti sogni.
Ma ne rimane uno di sogno, l’ultimo degli ultimi, quello di riuscire a dare verità a questo paese e di rendergli la libertà perduta.
E l’ultimo degli ultimi sogni non potrà che morire con noi, non prima.



Vincenzo Vinciguerra

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Nemici della Patria

Opera, 2011

PREMESSA
Nella storia della guerra politica italiana, nelle ricostruzioni storiche che ne sono state fatte, è assente un protagonista di prima grandezza: le Forze armate.
Per quanto possa apparire paradossale, nonostante la presenza di elementi concreti ed oggettivi, nessuno ha mai osato chiamare in causa lo Stato maggiore della Difesa che è l’organismo preposto al­la conduzione delle guerre.
Eppure, l’interesse degli Stati uniti per l’Italia è di caratte­re esclusivamente militare.
Nel documento del National security council n. 1/1 del 15 settem­bre 1947, che sarà approvato il 14 novembre 1947, si afferma che ”l’obiettivo basilare degli Stati uniti in Italia è quello di sta­bilire e conservare condizioni favorevoli alla nostra sicurezza na­zionale”, in quanto “la posizione dell’Italia nel Mediterraneo domina le linee di comunicazione verso il Vicino Oriente e protegge il fianco dei paesi balcanici. Dalle basi situate in Italia è possibi­le, per la potenza che le controlla, dominare il traffico mediter­raneo fra Gibilterra e Suez e rivolgere consistenti forze aeree contro ogni punto dei Balcani o dell’area circostante”.
Il 1° aprile 1949, il consigliere dell’ambasciata americana a Mo­sca, Foy Kohler, dichiara all’ambasciatore italiano Manlio Brosio:
“Non credo che il Patto atlantico possa consentire all’Italia al­cuna ipotesi di neutralità in caso di guerra. Questa ipotesi è esclu­sa perché noi pensiamo che centro della guerra sarebbe, più ancora che l’Europa, il Medio Oriente: e per condurre la guerra in Medio Oriente noi abbiamo bisogno del completo dominio del Mediterraneo, Italia compresa”.
Se la nascita dello Stato di Israele, il 14 maggio 1948, ha fatto del Medio Oriente la prima linea del mondo occidentale contro i Pae­si arabi appoggiati dall’Unione sovietica, l’Italia è la retrovia avanzata dalle cui basi aeronavali si può stendere l’ombrello protettivo necessario per garantire la sopravvivenza dello Stato ebraico.
Se l’importanza della penisola italiana deriva dalla sua posizione strategica nel Mediterraneo, ritenere che il contrasto del comu­nismo, necessario per impedire lo scivolamento dell’Italia su posi­zioni neutralistiche, sia stato esclusivamente affidato alle forze politiche e di polizia è fuori luogo.
La guerra anche nelle sue forme più raffinate e sofisticate rima­ne un compito degli Stati maggiori e delle Forze armate, chiamate a difendere non solo lo spazio geografico ma anche quello politi­co della Nazione.
Negli Stati uniti, non a caso, il 1° aprile 1951 saranno i capi di Stato maggiore riuniti ad inviare alla Casa Bianca una raccoman­dazione segretissima che sollecita l’avvio di una crociata propagandistica, basata su un “programma di vasta scala di guerra psicologica comprendente operazioni speciali comparabile, nelle proporzioni dello sforzo, al progetto ‘Manhattan’ della seconda guerra mondiale”.
Qualche giorno più tardi, il 4 aprile, il presidente Harry Truman istituisce, con una direttiva segreta, il Psychological Strategy Board (Psb) organismo delegato a “pianificare, coordinare e diri­gere nell’ambito della politica nazionale le operazioni psicologi­che” .
Nato su richiesta degli Stati maggiori riuniti, il Psb, al pari del gruppo speciale “Panel 10/2″ passerà sotto il controllo del Na­tional security council, del sottosegretario di Stato, del segreta­rio alla Difesa e del direttore della Cia.
La “guerra psicologica” è un affare militare affidato ai militari.
Il 28 aprile 1952, il consigliere presidenziale, Charles Douglas Jack­son afferma che serve un “progetto politico e un piano di guerra psicologica” con lo scopo di “vincere la terza guerra mondiale”.
Lo stesso presidente americano, Dwight Eisenhower, interviene sul­l’argomento invitando a non inquietarsi “per questo termine; è solo una parola di cinque sillabe. ‘Guerra psicologica’ è la battaglia per conquistare le menti e la volontà degli uomini”.
Il 1° gennaio 1957, presso la caserma Passalacqua di Verona, è istituito il Reparto di guerra psicologica, posto alle dirette di­pendenze del Comando forze terrestri alleate del Sud Europa (Ftsae).
Le Forze armate che hanno gli strumenti per difendere lo “spa­zio geografico”, si dotano anche di quelli necessari per tutelare lo “spazio politico”.
Nessuno potrà mai dire che la battaglia contro il comunismo in­terno ed internazionale sia stata condotta per difendere lo spazio geografico dell’Italia, ma non si può sostenere che le Forze arma­te abbiano approntato i mezzi bellici per proteggere lo “spazio politico” e, poi, non ne abbiano fatto uso.
Sarà bene ricordare, prima di iniziare l’analisi dell’azione mi­litare in Italia, che i servizi segreti militari sono un reparto delle Forze armate, non un’entità a sé stante oscura e soggetta a deviazioni.
E che in una “guerra psicologica” fatta di “operazioni clandesti­ne”, i reparti idonei a condurla sono i servizi segreti e non le di­visioni corazzate.
Come ogni guerra, anche quella “psicologica” ha prodotto morti, feriti e prigionieri, di cui è giunto il momento di chiamare a ri­spondere, dinanzi alla Storia, accanto ai vertici politici quelli militari che l’hanno condotta con totale disprezzo nei confronti dell’inerme popolazione civile, così che non esitiamo a definirli, insieme ai primi, nemici della Patria.

UNA NUOVA BANDIERA
Le Forze armate italiane come simbolo dell’unità della Nazione hanno cessato di esistere nel momento in cui, l’8 settembre 1943, poste di fronte all’alternativa di scegliere fra lo Stato e la Nazione, si sono schierate, nella loro quasi totalità, dalla parte del primo contro gli interessi della seconda.
Non si tratta di fare un discorso ideologico per contrapporre il fascismo all’antifascismo, perché il rovesciamento di fronte venne deciso per salvare la monarchia e garantire a Casa Savoia di sopravvivere a quella che si profilava come una sconfitta militare ormai certa.
Non era antifascista Vittorio Emanuele III, non lo erano i suoi generali, né gli industriali ed i banchieri che collaboravano con gli alleati dal giorno in cui gli Stati uniti erano entrati in guerra ipotecando le sorti di un conflitto che il loro potenziale indu­striale e bellico rendeva, agli occhi dei più esperti, già perduto per le potenze dell’Asse.
Gli interessi di Casa Savoia non coincidevano con quelli dell’Italia che, difatti, con la scelta di passare dalla parte degli alleati anglo-americani si trovò a dover sostenere il peso di tre guerre al posto di una sola: la guerra contro gli alleati; quella contro i tedeschi, insieme agli alleati; quella civile fra fascisti ed antifascisti.
A farne una sola, quella iniziata il 10 giugno 1940, ci sarebbe­ro stati meno morti e, soprattutto, la Nazione sconfitta avrebbe potuto restare unita.
Così non è stato.
I vertici della Forze armate trovarono conveniente ed opportuno schierarsi a difesa della monarchia, che, dopo il 25 luglio 1943, doveva essere tutelata sia dalla possibile reazione fascista che dal ritorno di quella “sovversione rossa” che il regime mussoliniano aveva fatto scomparire.
Le misure adottate per mantenere l’ordine pubblico illustrano a sufficienza la mentalità di una casta di ufficiali che si era tenuta distaccata dal popolo italiano con il quale, dal 1861, non si era mai identificata.
La circolare emanata il 26 luglio 1943 dal capo di Stato maggiore dell’esercito, generale Mario Roatta, per la tutela dell’ordi­ne pubblico ne è la conferma:
“Qualunque pietà a riguardo della repressione è un delitto, po­co sangue versato inizialmente risparmierà fiumi di sangue in se­guito. Perciò ogni movimento deve essere inesorabilmente stroncato in origine. Siano abbandonati i sistemi antidiluviani, quali i cordoni, gli squilli, le intimazioni, la persuasione…I reparti abbiano i fucili a ‘pronti’ e non a ‘bracciarm’. Muovendo contro i grup­pi di individui che turbino l’ordine pubblico…si proceda in for­mazione di combattimento e si apra il fuoco a distanza anche con mortai e artiglierie senza preavviso come se si procedesse contro truppe nemiche. Non è ammesso il tiro in aria. Si tira sempre a col­pire come in combattimento”.
Una direttiva che costerà la vita a 93 cittadini, dei quali 83 nel periodo 26-30 luglio 1943, ai quali vanno aggiunti 563 feriti, mentre i Tribunali militari condannavano, fino all’8 settembre 1943, 3.500 persone a pene varianti da 18 anni a 6 mesi di reclu­sione e le forze di polizia traevano in arresto 35 mila cittadini, tutti rei di essersi illusi di aver ritrovato le libertà politiche.
Il prezzo della fedeltà alla monarchia sabauda, i generali ita­liani sono disposti a pagarlo con le vite degli altri, non con le proprie.
Per loro, l’onore è un concetto astratto. Ne fa testo il compor­tamento del maresciallo d’Italia, Pietro Badoglio, che, il 3 set­tembre 1943, mentre il generale Giuseppe Castellano, a Cassibile, firma a nome suo e del governo l’armistizio con gli alleati, non esita a dichiarare al nuovo ambasciatore tedesco in Italia, Rudolf Rahn, che l’Italia resterà fedele all’alleanza con le Germania, concludendo con parole che vale la pena di riportare:
“Io sono il maresciallo Pietro Badoglio, uno dei tre più vecchi marescialli d’Europa. Sì, Mackensen, Pétain ed io siamo i più vec­chi marescialli d’Europa. La diffidenza del governo del Reich nei riguardi della mia persona mi riesce incomprensibile. Ho dato la mia parola e la manterrò. Vi prego di avere fiducia”.
Disonore fine a stesso, inutile, perché i tedeschi già conosceva­no la verità.
Il 30 agosto 1943, il tenente colonnello Herbert Kappler scrive a Berlino:
“La mia impressione è che il governo Badoglio concluderà una pace separata nei prossimi dieci giorni”.
Il 4 settembre 1943, a Roma, il direttore della centrale telefonica del Quartiere generale dell’Aeronautica informa il confiden­te dei tedeschi, Del Re, che il governo italiano ha firmato l’armistizio. Il Comando supremo germanico, a Berlino, ne viene subito informato.
Morti inutili: come quelle dei marinai del sommergibile “Velia”, fatto uscire insieme ad altri sette, dal porto di Napoli in missione di guerra dallo Stato maggiore della Marina, come da accordi stabiliti con gli alleati il 19 agosto 1943 per ingannare i tedeschi.
Il sommergibile “Velia”, al comando del tenente di vascello Patané, sarà affondato alle ore 22.00 dell’8 settembre 1943 nel golfo di Salerno, immolato per un inganno che ha mancato il suo obietti­vo .
La sera dell’8 settembre, difatti, l’Alto comando tedesco in Italia dirama ai reparti dipendenti il messaggio radio “Fall achse…Ernte einbrigen” (“Mettete al coperto il raccolto”) che rende esecutivo il piano da tempo predisposto di disarmo delle Forze armate italiane.
Quello stesso giorno, sulla base delle informazioni fornite dal generale Giuseppe Castellano, l’aviazione alleata, bombarda Frascati dove ha sede il comando supremo tedesco in Italia, provocando 500 morti fra gli italiani ma fallendo il suo obiettivo.
Sempre quell’8 settembre 1943, il capo di Stato maggiore dell’e­sercito, generale Mario Roatta, telefona al feldmaresciallo Albert Kesselring per metterlo al corrente della sua “sorpresa” nell’apprendere via radio della firma dell’armistizio, garantendogli di essere sempre stato all’oscuro di tutto.
Un modo astuto per garantirsi la pelle nel caso che fallisca la fuga programmata per il giorno successivo.
Il giudizio più impietoso e realistico sui vertici militari italiani viene dal loro interno, dal generale Giacomo Zanussi che, alla speranza, espressa dal generale Mario Roatta, che i comandan­ti delle unità dislocate fuori Roma possano reagire con le armi ad atti di ostilità da parte dei tedeschi, risponde:
“Ma lei li conosce meglio di me i nostri comandanti. È già dub­bio che dinanzi ad un ordine perentorio uno su due obbedisca, so­prattutto quando l’obbedire impegna non soltanto la propria responsabilità, ma rischia la propria testa. E dopo di ciò, lei si illude che, lasciati liberi di optare tra un atto di forza che li compro­mette e un atto di rinuncia che li risparmia, essi scelgano l’atto di forza! Segnatamente poi quando si saprà la scelta che abbiamo fatto noi!”.
Tranne pochissime eccezioni, difatti, i generali italiani si ar­rendono senza opporre resistenza alle truppe tedesche.
La retorica neofascista ha enfatizzato il numero degli ufficiali di grado elevato che hanno aderito alla Repubblica sociale italia­na, a cominciare dal maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani, ma la realtà è molto diversa.
Moltissimi ufficiali, per i primi i generali, hanno aderito alla Repubblica di Salò perché l’8 settembre 1943 si sono trovati dietro le linee tedesche e non hanno voluto rischiare la vita o finire in un campo di concentramento in Germania.
Altri perché il governo fascista repubblicano pagava ottimi stipendi ed avevano famiglie da mantenere, altri ancora con la riserva di “aderire per sabotare”, gli ultimi perché Benito Mussolini aveva concesso al maresciallo Rodolfo Graziani di costituire un esercito “apolitico” nel quale, quindi, si poteva militare senza compromettersi con il fascismo, giustificando la scelta con la difesa dell’onore d’Italia.
È di origine militare l’immagine della “Salò tricolore” alla quale si riferirà il neofascismo postbellico, compreso Giorgio Almirante, la sua figura più rappresentativa, che nel suo libro autobiografico scriverà di aver aderito alla Rsi dopo aver ascoltato il discorso tenuto dal maresciallo Rodolfo Graziani al teatro Adriano, a Roma, il 1° ottobre 1943.
La frattura che si determina l’8 settembre 1943, all’interno del le Forze armate italiane, viene quindi ricondotta e circoscritta ad una diversa interpretazione dell’onore militare che per gli uni, aderenti al Regno del sud, si riconosce nel rispetto del giu­ramento di fedeltà al re, negli altri, inseriti nei ranghi della Repubblica sociale italiana, in quello della parola data agli al­leati tedeschi.
Entrambi gli schieramenti proclamano la loro apoliticità ed il comune intento di conservare l’integrità del territorio nazionale e l’unità della Nazione.
La frattura, anche se più formale che sostanziale, però esiste, e va pertanto ricomposta perché il nuovo Stato non può prescinde­re dalle Forze armate e non può ricostituirle epurando da esse mi­gliaia di quadri che dovranno necessariamente essere riassorbiti nel ruolo e nel grado, in modo da farne in un tempo ragionevole un organismo unitario, rappresentativo della ritrovata unità di una Nazione impegnata a rimarginare le ferite della guerra e, in modo particolare, di quella civile.
Ed è questo uno dei compiti dei primi governi postbellici, non assolvibile nell’immediatezza della fine del conflitto dal gover­no presieduto da un esponente del movimento partigiano come Ferruccio Parri, ma al quale si accinge con alacrità quello successivo, guidato dal democristiano Alcide De Gasperi.
La fine della guerra non segna quella delle apprensioni per il proprio destino e le proprie vite di tanti ufficiali, soprattutto di grado elevato, che potrebbero essere estradati nei Paesi occu­pati dall’esercito italiano durante il conflitto per esservi giudicati come criminali di guerra.
Anche se, nel corso degli anni, è stato fatto opportunamente di­menticare, il problema rappresentato dall’estradizione di decine di ufficiali – in paesi come l’Alba­nia, la Jugoslavia, l’Unione sovietica, l’Etiopia, la Grecia, la Francia – non era di poco conto e coinvolgeva persone che avevano fatto, dopo l’8 settembre 1943, scelte opposte.
La fucilazione, a Bari, del generale Nicola Bellomo, l’11 settembre 1945, da parte di un plotone di esecuzione britannico, provava che per gli alleati la distinzione fra aderenti al Regno del sud o alla Repubblica sociale non aveva alcun valore dinanzi alla com­missione di quelli che a loro insindacabile giudizio erano “crimini di guerra”.
Il generale Nicola Bellomo aveva aderito al Regno del sud ed era stato addirittura ferito nei combattimenti contro le retroguardie germaniche a Bari, il 9 settembre 1943, ma aveva la “colpa” di aver fatto sparare su due ufficiali britannici che avevano tentato la fuga da un campo di concentramento sotto la sua giurisdizione nel 1941, uno dei quali era rimasto ucciso.
Sui prigionieri che evadono l’ordine di aprire il fuoco esiste in tutti i Paesi del mondo, ma per gli inglesi quello commesso dal generale Bellomo era un “crimine di guerra” che andava punito con la morte.
E se questa era stata la sorte di un ufficiale italiano che ave­va aderito al Regno del sud, che si era schierato con gli alleati, che aveva provocato la morte di un solo ufficiale britannico, non era difficile ipotizzare quale sarebbe stata quella degli ufficia­li italiani che nei Balcani, in Africa, in Unione sovietica, avevano incendiato paesi, ucciso per rappresaglia migliaia di uomini, donne e bambini, imprigionato e torturato.
Pochi, forse nessuno, sarebbero tornati vivi dalla Jugoslavia, dall’Unione sovietica, dall’Albania, dalla Grecia, dall’Etiopia, che reclamava sia il maresciallo Pietro Badoglio che il suo anta­gonista Rodolfo Graziani.
Evitare il cappio al collo era una necessità che contribuiva a rendere unita la casta militare che riponeva le suo speranze nel­la Democrazia cristiana e nella Chiesa cattolica, le forze certa­mente più idonee, per il credito che godevano presso gli alleati anglo-americani, per evitare il peggio.
Il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, non abbandona le gerarchie militari sulla cui disciplina deve contare nel momento in cui si avvicina il momento di scegliere fra monarchia e repubblica.
Il 9 aprile 1946, Alcide De Gasperi si rivolge all’ammiraglio Ellery Stone, capo della Commissione alleata, per puntualizzare le ragioni che sconsigliano di accogliere la richiesta avanzata dalla Jugoslavia per ottenere l’estradizione di ufficiali italiani accu­sati di crimini di guerra:
“Non posso nasconderle – scrive De Gasperi – che un’eventuale consegna alla Jugoslavia di cittadini italiani, mentre ogni gior­no pervengono notizie molto gravi su veri e propri atti di crimi­nalità compiuti dalle autorità jugoslave a danno di italiani e dei quali sono testimoni i reduci dalla prigionia e le foibe del Carso e dell’Istria susciterebbe nel paese una viva reazione e una giustificata indignazione. L’emozione così suscitata non mancherebbe di riflettersi anche su taluni aspetti della situazione interna, di cui non appare conveniente turbare il processo di normalizzazione soprattutto nel periodo che precede le elezioni della Costituente”.
Alcide De Gasperi preannuncia, quindi, la costituzione di una commissione d’inchiesta italiana per l’accertamento delle respon­sabilità individuali nella commissione di crimini di guerra.
Il 2 maggio 1946, l’ammiraglio Ellery Stone risponde alla nota del 9 aprile del presidente del Consiglio italiano rassicurandolo sul fatto che “i governi americano e britannico sono ben consapevoli delle implicazioni di tale questione”, ed attendono di conosce­re i risultati dell’inchiesta condotta dal ministero della Guerra.
Il 6 maggio 1946, viene ufficialmente costituita la commissione d’inchiesta che è presieduta da Alessandro Casati e composta da sei giuristi, tre ufficiali in rappresentanza delle tre Armi e un ufficiale con funzioni di segretario.
In un Paese in cui la capacità di insabbiare tutto ciò che può nuocere alle classi dirigenti è superlativa e ben collaudata, per la prima volta ci si trova dinanzi alla realtà delle atrocità commesse da militari italiani in guerra che non possono essere cancellate del tutto ma solo circoscritte ad un numero il più possibile minimo di ufficiali e funzionari civili.
Così, il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, l’11 set­tembre 1946, invia una lettera all’ammiraglio Ellery Stone con la quale annuncia l’individuazione di 40 persone, tra funzionari civili e ufficiali dell’Esercito, che potranno essere deferite alla giustizia militare “per essere venuti meno, con gli ordini o nella esecuzione degli stessi, ai principi del diritto internazionale di guerra”.
Il governo italiano, di cui sono parte integrante i rappresen­tanti del Partito comunista, ostenta di voler procedere con seve­rità all’istruzione di una “Norimberga” italiana che veda alla sbarra quanti si sono macchiati di “crimini di guerra”.
Il 23 ottobre 1946, viene emesso un primo comunicato nel quale sono elencati i nomi di alcuni dei 40 ufficiali e funzionari civili sotto accusa. Fra i nomi resi pubblici spiccano quelli dei gene­rali Mario Roatta, Mario Robotti, Gherardo Magaldi, del tenente colonnello Vincenzo Serrentino e dell’ambasciatore Francesco Bastianini.
Fra questi, il generale Mario Roatta è latitante in Spagna; l’ ambasciatore Bastianini è rifugiato in Spagna; il tenente colon­nello Vincenzo Serrentino è prigioniero in Jugoslavia.
L’inserimento di Serrentino nell’elenco dei “criminali di guerra” legittima la condanna a morte che gli sarà inflitta dal tribunale jugoslavo, ma la sorte dell’ultimo prefetto italiano di Fiume, aderente alla Repubblica di Salò, non interessa al governo italiano ed alle gerarchie militari.
Vincenzo Serrentino sarà fucilato, a Sebenico, il 5 maggio 1947.
Sarà uno dei pochi ad essere immolato sull’altare della giusti­zia dei vincitori, perché i generali in Italia sono sotto il man­to protettivo della Democrazia cristiana che prosegue nella sua tattica volta a guadagnare tempo, in attesa che l’acuirsi dello scontro fra Mosca e Washington renda possibile la definizione del problema con un nulla di fatto.
Intanto, il 23 dicembre 1946, è pubblicato un secondo elenco di nomi fra i quali risaltano quelli dei generali Emilio Graziosi, Alessandro Pirzio Biroli, Francesco Giunta e Gastone Gambara.
In un elenco successivo, comparirà anche il nome di Achille Marazza, esponente di primo piano della Democrazia cristiana, ai vertici del Comitato di liberazione nazionale alta Italia, che non si era distinto nel corso del conflitto nei Balcani, al comando di un reggimento, per spiccata carità cristiana.
Il 25 aprile 1947, a distanza di poco più di un mese dal discorso del presidente americano Harry Truman del 12 marzo 1947 che segna l’inizio ufficiale della “guerra fredda”, il governo italiano presenta, tramite l’ambasciatore a Washington, Alberto Tarchiani, un memorandum al governo americano nel quale illustra le ragioni per le quali richiede la non applicazione dell’art. 45 del Trattato di pace che prevede la consegna ai Paesi che ne faranno richiesta dei “criminali di guerra” italiani.
L’incondizionata adesione italiana alla politica degli Stati uniti, la firma del Trattato di pace il 10 febbraio 1947, la necessità americana di mantenere l’Italia nella propria sfera d’influenza per la sua posizione strategica nel Mediterraneo iniziano a dare i primi corposi frutti alla casta militare divenuta, senza al­cun rimpianto e senso di colpa, repubblicana e democratico-cristiana.
L’articolo 45 del Trattato di pace non sarà applicato di fatto perché i Paesi aderenti all’alleanza occidentale (Stati uniti, Francia, Grecia, Gran Bretagna) e, infine, la stessa Etiopia notificheranno al governo italiano, in tempi successivi, la loro rinuncia a richiedere l’estradizione degli ufficiali italiani accu­sati di aver commesso crimini di guerra nei loro territori.
La possibilità di estradare nei Paesi del blocco comunista ufficiali italiani per farli giudicare e condannare a morte certa, non viene presa in considerazione nemmeno a livello di ipotesi.
Nessun ufficiale italiano sarà chiamato a rispondere sul piano penale del suo operato in guerra, a prescindere dalle scelte fatte l’8 settembre 1943, per affermare che il comportamento delle regie Forze armate prima dell’armistizio e quello dell’esercito “apolitico” di Salò non meritano censure da parte della classe dirigente po­litica repubblicana che su di esse e sulla loro fedeltà conta per mantenersi al potere.
Non c’è solo la pretesca abilità dei democristiani per spiegare come l’Italia sia il solo Paese dell’Asse che non ha preso provvedimenti contro la casta militare, i cui esponenti di spicco in Germania e in Giappone sono finiti sulla forca, ma la complicità di tutte le forze politiche italiane ed il tacito consenso degli americani e dei britannici.
Gli alleati sono, difatti, consapevoli che la paura, prima, e la gratitudine per essere stati risparmiati, dopo, avrebbero provocato nel­le gerarchie militari italiane uno stato di totale sudditanza, non solo psicologica, nei loro confronti.
I fatti hanno dato loro ragione.
Del resto, gli anglo-americani le loro vendette in Italia se le so­no prese per proprio conto.
Dopo aver fucilato il generale Nicola Bellomo, a Bari, l’11 set­tembre 1945, difatti, il 27 gennaio 1947 passano per le armi un altro ufficiale italiano, Italo Simonetti, a Marina di Pisa, anch’esso colpevole di aver ucciso un militare americano in Garfagnana nel corso del conflitto.
Nessuno protesta.
Una casta militare che si pone come obiettivo prioritario quello anzitutto di salvare la pelle, poi quello di salvaguardare la carriera e la pensione, non può che far comodo a chi è venuto per conquistare ed ora dovrà governare in maniera accorta e pubblicamente inavvertita.
Il servilismo militare nei confronti degli alleati si evidenzia nei giorni che precedono la firma del Trattato di pace, avvenuta a Parigi il 10 febbraio 1947.
Contro di essa si erge don Luigi Sturzo che, il 6 febbraio 1947, si spinge a criticare la restrizioni imposte alla flotta militare italiana; insorge il ministro degli Interni, Mario Scelba, che il 9 febbraio per protesta rassegna le dimissioni rientrate dopo un colloquio personale con il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi; lo sdegno si esprime nel tragico gesto di Maria Pasquinelli che, il 10 febbraio 1947, uccide il governatore militare di Pola, il generale britannico Robert W. De Winton; mentre lo stesso giorno, al suono delle sirene, si ferma l’intera Nazione che esprime in que­sto modo l’amarezza per l’iniquità delle condizioni imposte al Pae­se sconfitto dai vincitori.
La sola voce discordante è quella dell’ammiraglio Raffaele De Courten, ex capo di Stato maggiore della Marina, che il 6 febbraio 1947 su “Il Mattino dell’Italia centrale” non esita a scrivere che il Trattato di pace lascia una “porta aperta verso l’avvenire”.
È il segnale di un comportamento che verrà mantenuto inalterato fino ad oggi: la casta militare non ha mai espresso un dissenso, sia pure timido e riservato, verso le limitazioni alla sovranità nazionale, all’indipendenza del Paese, alla subalternità assoluta nei confronti dei vincitori della Seconda guerra mondiale.
La classe dirigente, nel fare dell’Italia un Paese a disposizione degli Stati uniti, non ha trovato critiche ed oppositori nel campo militare.
Una della ragioni che spiegano questo comportamento è da ricer­care proprio nella benevolenza con la quale le gerarchie militari sono state trattate dagli alleati e dai politici che avrebbero do­vuto giudicarle ed epurarle.
Difatti, saranno pochissimi gli ufficiali di grado elevato che subiranno conseguenze di una certa gravità per i comportamenti mantenuti l’8 settembre 1943 e per la loro adesione alla Repubblica sociale italiana.
Il 7 febbraio 1946, la Corte di cassazione proscioglie da ogni addebito, in blocco, gli ufficiali superiori della Guardia nazio­nale repubblicana stabilendo che “sono formazioni di camicie nere con funzioni politico-militari le squadre d’azione di camicie ne­re (brigate nere) che, giusta decreto istitutivo, rappresentavano la ‘struttura politico-militare del partito’, e non già le forma­zioni della Guardia nazionale repubblicana, modellata sull’ordinamento dell’Arma dei Regi Carabinieri”.
Il 10 febbraio 1946, a Roma, il Tribunale militare assolve il generale Lorenzo Dalmazzo, accusato di resa e aiuto militare ai tedeschi alla data dell’armistizio, “perché i fatti a lui ascritti non costituiscono reato”.
Il 12 ottobre 1946, a Roma, il Tribunale militare condanna a 2 anni e 20 giorni di reclusione, interamente condonati, il genera­le Umberto Giglio, comandante militare dell’Emilia durante la Rsi.
Il 7 gennaio 1947, a Bologna, la Corte di assise proscioglie per amnistia il generale della Guardia nazionale repubblicana Ivan Do­ro, presidente del Tribunale militare repubblicano, “per difetto della volontà omicida” che non può ritenersi sussistente, ad avvi­so dei giudici, “soltanto perché vi furono delle sentenze di con­danna a morte”.
Il 13 gennaio 1948, la Corte di cassazione applica l’amnistia al colonnello Corrado, comandante militare della provincia di Brescia durante la Rsi, in quanto, scrive:
“La convocazione di tribunali straordinari da parte di un comandante militare della Provincia è effetto dell’esecuzione di ordini superiori emanati dal prefetto o dal comandante regionale, senza possibilità di iniziativa di rilievo e di decisioni sottratte al controllo di detta autorità”.
Lo stesso giorno, il Tribunale supremo militare, presieduto dal generale Angelo Cerica, assolve il generale Casimiro Delfini, co­mandante della Brigata carabinieri di Roma che aveva cooperato nella deportazione in Germania di 1.500 carabinieri in servizio nella Capitale, nel mese di ottobre del 1943, e che poi aveva aderito alla Rsi rivestendo l’incarico di capo del Reparto Amministrazione-Intendenza presso il Comando generale della Guardia nazionale re­pubblicana.
Il Tribunale lo giudica innocente delle accuse di collaborazio­nismo perché riconosce “la legittimità nell’ambito del diritto in­ternazionale di accordi fra l’autorità italiana e quelle tedesche per il disarmo ed il trasferimento” dei carabinieri.
Le Forze armate proteggono se stesse, a prescindere dai comportamenti individuali mantenuti l’8 settembre 1943 e successivamente, e la classe politica tutela le Forze armate con l’assenso degli anglo-americani che riconoscono l’imperiosa necessità di restitui­re allo strumento militare italiano la sua efficienza.
In silenzio, senza clamori, il governo presieduto da Alcide De Gasperi, già nel mese di febbraio del 1946, ha richiamato alle ar­mi i giovani che hanno fatto parte dell’esercito repubblicano, purché non accusati di reati specifici.
Non sono nemici dello Stato democratico quei ragazzi che hanno risposto alla chiamata alla leva della Repubblica sociale italia­na, sono viceversa soldati già addestrati, disciplinati e necessa­ri ad un esercito che deve fronteggiare gravi emergenze, compreso il rifiuto di tanti giovani meridionali, siciliani in particolare, di difendere in armi uno Stato che non riconoscono come proprio.
La retorica resistenziale post-bellica ha inteso vedere nella mancata epurazione delle Forze armate, nel trattamento clemente riservato agli ufficiali in alto grado che avevano aderito alla Rsi, nel reintegro di molti di essi nell’esercito nato dalla Resisten­za, la prova di un fascismo che rimaneva latente ma ancora in grado di condizionare la vita politica della Repubblica democratica ed antifascista.
Non è così.
Gli ufficiali del regio Esercito che, dopo aver giurato fedeltà alla monarchia, avevano giurato fedeltà alla Repubblica sociale italiana e, successivamente, hanno espresso un terzo giuramento di fedeltà, questa volta alla Repubblica antifascista, non hanno mai ritenuto di venire meno alla coerenza e all’onore militare perché apolitico era l’Esercito regio, apolitico quello repubblicano, apolitico doveva essere quello democratico: in tutti e tre i casi, difatti, il dovere del soldato è obbedire, difendere l’integrità territoriale della Nazione, combattere la sovversione che mina l’unità del Paese.
L’obbedienza del soldato, distaccato dalla politica, al di fuo­ri delle fazioni, alieno da ogni ideologia, fedele allo Stato, a “qualunque Stato” (come sosteneva Julius Evola), diviene lo scudo e l’alibi di quanti passano, apparentemente senza traumi e sensi di colpa, dal servizio della Monarchia a quello dello Stato fascista repubblicano a quello, infine, dello Stato democratico e repubblicano.
L’Italia dell’immediato dopoguerra affronta i problemi dell’in­tegrità territoriale sul confine orientale dove appare grave il contenzioso con la Jugoslavia, in Sicilia dove il separatismo av­via la propria guerriglia a partire dal mese di ottobre del 1945, del mantenimento dell’ordine pubblico e della necessità di contrastare la “sovversione” socialcomunista.
Garantire e tutelare le Forze armate significa per i governi democristiani assicurarsi la certezza di poter fare affidamento sul loro intervento in qualunque circostanza e contro qualsiasi nemi­co interno.
Riabilitare le Forze armate, riassorbire il trauma dell’8 settembre 1943, ricomporre la frattura creatasi con i 600 giorni della Repubblica di Salò, salvaguardarne l’immagine evitando che venga infangata dai processi, all’interno ed all’estero, per “crimini di guerra”, sono tutte azioni promosse non da un fascismo occulto ma dalla nuova classe politica, di cui fanno parte anche i comuni­sti che sperano, inizialmente, di immettere nei ruoli dell’Eserci­to i quadri delle formazioni partigiane.
Le ombre che gravano sulle gerarchie militari sono tante e non possono essere dissipate se non con un atto di coraggio che la classe politica italiana non ha mai avuto né mai ha ipotizzato di ave­re.
L’accusa di tradimento nei confronti di alti ufficiali che dal­l’entrata in guerra dell’Italia, il 10 giugno 1940, fino alla da­ta dell’armistizio, l’8 settembre 1943, avevano collaborato con gli alleati non era solo una voce di popolo per giustificare le nostre sconfitte ma una realtà triste ed amara, confermata dalla imposizione nel Trattato di pace dell’art. 16 che fa divieto all’Italia di processare quanti hanno collaborato con gli alleati dal 1939 al 1945.
La resa dell’isola di Pantelleria nel mese di giugno del 1943, l’abbandono da parte della guarnigione della base di Augusta, la sola dotata di cannoni da 381 mm, nella notte fra il 9 ed il 10 luglio 1943, che apre la strada all’invasione anglo-americana del­la Sicilia, provano che alla base del tradimento di ufficiali di grado elevato non vi erano motivazioni ideologiche ammesso che queste ultime possano giustificare quanti, dalle posizioni di co­mando che occupano, mandano a morte certa i propri compatrioti ed i propri subalterni per favorire l’azione del nemico.
Quanti italiani sono scomparsi nel Mediterraneo perché qualche ammiraglio segnalava agli inglesi le rotte dei convogli diretti in Africa rendendoli facili bersagli dei sommergibili e degli ae­rei di Sua Maestà britannica?
Neanche la fine della guerra a fianco degli alleati e la scom­parsa del fascismo avrebbero dovuto consentire all’ammiraglio Fran­co Maugeri, apertamente e pubblicamente accusato di intelligenza con il nemico, di divenire capo di Stato maggiore della marina, eppure è proprio quanto è stato fatto da quelle gerarchie milita­ri per le quali la sola difesa è rappresentata dalla negazione in toto di ogni accusa e dalla cancellazione di tutte le verità, unico modo per ricostituire l’unità della Forte armate e restituire ad esse il prestigio definitivamente perduto.
Dovevano, quindi, cadere le accuse di tradimento, quelle relati­ve ai ”crimini di guerra” ed, infine, quella di aver partecipato su fronti contrapposti alla guerra civile dopo l’8 settembre 1943.
Il 22 febbraio 1947, il Tribunale militare di Taranto aveva pro­sciolto per amnistia il sottotenente Calogero Lo Sardo, tre sottufficiali e 17 soldati imputati per la strage di Palermo del 19 otto­bre 1944, quando avevano sparato senza alcuna motivazione plausi­bile su un corteo di cittadini che chiedevano il miglioramento delle condizioni di vita, uccidendone 23 e ferendone oltre 100.
La Procura generale militare aveva impugnato la sentenza di pro­scioglimento ma, il 31 maggio 1947, dopo l’esclusione dei comunisti dal governo rinunciò al ricorso e la sentenza di proscioglimento divenne esecutiva il 4 giugno 1947.
Il 17 febbraio 1949, a Roma, dov’era stato trasferito da Milano per ragioni di opportunità, si conclude il processo per “collaborazionismo” a carico del capitano di fregata Junio Valerio Borghese, decorato di medaglia d’oro al valor militare, comandante della Decima flottiglia mas fino all’8 settembre 1943 e, poi, della divi­sione di fanteria di marina Decima nella Repubblica sociale ita­liana.
Junio Valerio Borghese viene condannato a 12 anni di reclusione dei quali 9 condonati, e rimesso subito in libertà fra l’esultanza della Marina militare di cui era l’ufficiale di maggiore prestigio.
Due giorni più tardi, il 19 febbraio, il giudice del Tribunale militare, generale Enrico Santacroce, proscioglie i generali Mario Roatta e Giacomo Carboni, che erano stati denunciati dalla commissione d’inchiesta, presieduta dal comunista Mario Palermo, sulla mancata difesa di Roma dell’8-10 settembre 1943 e, contestualmente, i generali Ambrosio, Castellano, De Stefanis, Utili e Calvi di Bergolo che erano stati, a loro volta, denunciati dal genera­le Giacomo Carboni.
Sul conto di quest’ultimo, ex direttore del Sim, il giudice mi­litare scrive che la sua condotta era stata, “improntata alle pre­scrizioni che il dovere e l’onore imponevano in quelle specialissime circostanze”.
Il 14 ottobre 1949, a Perugia, la Corte di assise assolve tutti gli imputati, militari e diplomatici, accusati di aver organizzato l’omicidio dei fratelli Rosselli, compreso il colonnello dei cara­binieri Sante Emanuele che aveva addirittura confessato la sua partecipazione al delitto, non esitando a giustificare la sentenza assolutoria con una motivazione nella quale i giudici scrivono:
“La logica conclusione di quanto si è esposto e ragionato sareb­be la dichiarazione della responsabilità dell’Emanuele e del Nava­le nell’uccisione, di Carlo Rosselli. Notisi poi nei confronti del primo che anche il semplice fatto da lui inizialmente confessato, avere cioè trasmesso al secondo l’ordine di uccisione costituireb­be, come tanti elementi inducono a credere, partecipazione al de­litto. Però la Corte non può dissimularsi un dubbio, tenue è vero, ma sem­pre un dubbio; che nel torbido mondo del fuoriuscitismo internazionale in Francia potessero fermentare oscure tragedie e che vittima di una di queste possa essere stato Carlo Rosselli”.
Bisognerà attendere altri trent’anni circa per vedere una secon­da Corte d’assise, questa volta romana, assolvere perfino i rei confessi in un processo che, anche in questo caso, coinvolge alti ufficiali delle Forze armate, quello sul presunto golpe Borghese del 7-8 dicembre 1970.
Il 2 maggio 1950, a Roma, si conclude il processo a carico del maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani, ministro della Difesa e comandante in capo delle Forze armate della Rsi.
Rodolfo Graziani è condannato a 19 anni di reclusione che si riducono a 5 anni e 4 mesi per effetto delle amnistie e dei condoni la cui decorrenza deve essere calcolata dal giorno in cui è stato arrestato dagli alleati e non da quello in cui è stato passato in consegna alle autorità italiane, così che la pena, in effetti, è quasi interamente scontata.
Graziani, difatti, sarà rimesso in libertà il 28 agosto 1950.
Con note, rispettivamente, del 27 maggio 1947 e del 7 luglio 1947, la Gran Bretagna e la Francia, precedute da quella dello stesso tenore degli Stati uniti, rinunciano a richiedere l’estradizione de­gli ufficiali accusati di “crimini di guerra”, a norma dell’art. 45 del Trattato di pace, ma chiedono che i processi a loro cari­co si svolgano comunque in Italia.
In tempi successivi, la stessa posizione assume la Grecia e, di fatto, anche l’Etiopia, fiduciose nel fatto che i Tribunali mili­tari italiani avrebbero, in ogni caso ed in qualche modo, reso loro giustizia.
Il 25 giugno 1951, però, a Roma, si svolge una riunione fra i ministri della Difesa, Randolfo Pacciardi, degli Esteri, Carlo Sforza, di Grazia e giustizia, Attilio Piccioni, ed un rappresentante della Procura generale militare per esaminare il problema relativo ai processi da fare a carico dei “criminali di guerra”.
Le decisioni assunte nel corso della riunione non si conoscono, ma i suoi effetti sì, perché tutti i procedimenti pendenti relati­vi ad almeno 40 fra alti ufficiali e funzionari civili saranno de­bitamente archiviati e i fascicoli processuali chiusi in armadi che nessuno ha mai avuto il coraggio e la dignità di riaprire.
Per chiudere definitivamente la questione militare, per sanare le ferite delle Forze armate e presentarle alla Nazione come un organismo unitario immune da tradimenti e viltà, proteso solo alla difesa della Patria in guerra e in pace rimane da fare un so­lo, ultimo e definitivo, passo: riabilitare anche sotto il profi­lo giuridico, non solo quindi sotto quelli politico e morale, gli appartenenti in divisa alla “Salò tricolore” che, a loro merito, potevano ascrivere di non aver mai schierato, nel corso dei 600 giorni della Repubblica di Salò, i loro reparti su quelle linee del fronte dove si trovavano, a fianco di inglesi ed americani, i militari del Regno del sud.
Una scelta, concordata con lo Stato maggiore del regio Eserci­to, per affermare che le Forze armate regolari della Repubblica sociale non partecipavano ad una guerra civile ma continuavano a combattere solo per l’Italia ed il suo onore, non per il fascismo.
Una scelta che aveva già fruttato, sia pure circoscritto alla so­la divisione Decima, il riconoscimento del contrammiraglio B. Inglis, capo del servizio segreto della Marina militare americana, che nel mese di gennaio del 1946, nel bollettino riservato agli ufficiali della U.S. Navy security of the O.n.i. Review, sul conto di Junio Valerio Borghese e dei suoi uomini aveva scritto:
“…Quello che è certo è che essi non furono favorevoli agli al­leati; ma sarebbe scorretto affermare che essi furono delle forma­zioni più favorevoli ai tedeschi e più filofasciste delle forze ar­mate italiane. La maggior parte di essi sentì che l’armistizio era stato un vergognoso tradimento al suo alleato da parte del re e di Badoglio e decisero di ‘redimere l’onore d’Italia'”.
Ora, il riconoscimento, esteso a tutti gli appartenenti alle For­ze armate regolari della Repubblica sociale italiana agli ordini del maresciallo Rodolfo Graziani, diveniva pubblico ed ufficiale.
Il 23 febbraio 1952, con legge n. 93, è riconosciuto valido ai fini della carriera il servizio prestato nelle Forze armate della Rsi, con il conseguente reintegro nel ruolo e nel grado di tutti gli ufficiali, non condannati per fatti specifici, che potranno riprendere servizio nelle Forze armate della Repubblica democrati­ca ed antifascista.
È, in questo modo, riaffermato il concetto di “apoliticità” che costituisce l’alibi delle Forze armate che al servizio di un governo di diritto (il Regno del sud) o di fatto (la Repubblica sociale) hanno preteso di servire solo lo Stato e la Nazione, non regimi politici.
Mutate però le condizioni politiche, interne ed internazionali, il capo di Stato maggiore della Difesa, generale Andrea Viglione, nel 1975 bloccherà le carriere degli ufficiali provenienti dall’ esercito repubblicano che non potranno superare il grado di gene­rale di brigata.
In Italia, le Forze armate erano uscite dalla Seconda guerra mon­diale distrutte, non solo materialmente, così che l’opera di ricostruzione aveva richiesto tempo e, soprattutto, una nuova bandiera attorno alla quale riunirsi che non fosse quella di un’Italia unita, che i fatti avevano dimostrato non esistere nel cuore e nelle coscienze di milioni di italiani.
Una bandiera che non era più quella dei tre colori, ma a stelle e a strisce.

L’APPARATO POLITICO-MILITARE
Alla fine della Seconda guerra mondiale, l’8 maggio 1945, tutti i partiti politici, dalle Alpi alla Sicilia, mantengono in armi le proprie strutture che, man mano, dovrebbero essere disarmate ma che, in realtà, consegnano solo quel che basta per dare agli al­leati la sensazione di aver provveduto alla smobilitazione delle formazioni partigiane di partito, comuniste, azioniste, democri­stiane, liberali.
Le Forze armate, dal canto loro, sono impegnate in prima linea in due punti della penisola: la Sicilia, dove si trovano a dover fronteggiare il movimento separatista, in forma ufficiale; e il confine orientale con la Jugoslavia, dove non hanno alcuna possi­bilità d’intervento perché tutto il Friuli Venezia Giulia permane sotto rigida occupazione militare alleata.
Non ci sarà guerra fra le potenze anglo-sassoni e la Jugoslavia perché quest’ultima non è assolutamente in grado di sostenerla. Ne sono consapevoli i diplomatici americani e britannici.
Il 17 giugno 1946, l’ambasciatore britannico a Mosca invia al Foreign office il resoconto di un colloquio avuto con il suo collega, americano, Walter Bedell Smith:
“È convinto – scrive – che Tito, a Mosca, abbia proposto ai russi di attaccare Trieste, e che questi abbiano respinto il piano. Secondo il generale, i russi si rendono conto meglio di chiunque al­tro, dei limiti delle armate partigiane; di conseguenza sono al corrente della precarietà dell’attuale situazione jugoslava, so­prattutto da un punto di vista militare. A suo dire, in nessuna circostanza Mosca incoraggerà Tito a rischiare uno scontro armato con le truppe alleate nella Venezia Giulia. Sa benissimo che ciò porte­rebbe a un conflitto fra le truppe sovietiche e l’esercito angloa­mericano che è ottimamente equipaggiato. I russi non desiderano in alcun modo affrontare una simile situazione: non sarebbero così for­ti da scatenare una guerra totale, anche se disponessero di un’ini­ziale superiorità numerica”.
Il giorno successivo, 18 giugno, il suo collega a Belgrado, in­via a Londra una relazione nella quale non esita a scrivere:
“L’Urss spera di riguadagnare la fiducia dell’Italia sostenendo le richieste jugoslave in una certa fase delle trattative, e quelle di Roma in un momento successivo. Mosca non si cura degli effet­ti di questo doppio gioco sulla Jugoslavia, che è già un paese a influenza sovietica. Al contrario, l’Italia è fuori dal blocco russo e assume quindi, sul lungo periodo, un’importanza maggiore nelle mire moscovite”.
Non ci sarà guerra al confine orientale, ma il contenzioso con la Jugoslavia che ha pesantissimi riflessi sul piano interno per­ché il Partito comunista italiano, diretto da Palmiro Togliatti, in base alle direttive ricevute da Josip Stalin, sostiene le pre­tese del maresciallo Josip Broz, detto “Tito”, su Trieste e Gorizia, consente al governo italiano, presieduto da Alcide De Gasperi, ed allo Stato maggiore dell’esercito di iniziare la costituzione di gruppi paramilitari clandestini in Friuli Venezia Giulia.
La difesa dell’italianità delle terre irredente permette al go­verno ed all’esercito di anticipare quanto sarà, poi, fatto negli anni successivi su tutto il territorio nazionale: inquadrare nei gruppi clandestini, a fianco dei partigiani “bianchi”, i reduci della Repubblica sociale italiana, che fanno fronte comune contro gli iugoslavi ed i comunisti italiani, loro alleati, cementando una alleanza che si era già formata, riservatamente, nel corso del con­flitto quando i soli ad opporsi all’avanzata del IX Corpus, in mo­do necessariamente diverso per la militanza in campi avversi, era­no stati i partigiani della divisione “Osoppo-Friuli” al comando di Candido Grassi, “Verdi”, e i battaglioni della Repubblica so­ciale italiana, in particolare quelli della divisione di fanteria di marina “Decima” agli ordini di Junio Valerio Borghese.
La lotta contro il nemico esterno (gli jugoslavi) si coniuga con quella contro il nemico interno (i comunisti italiani) e il fronte interno anticomunista si salda e si unisce dimenticando la passata contrapposizione politica ed ideologica.
Nel tempo che intercorre fra la caduta del governo presieduto da Ferruccio Parri (24 novembre 1945) e la costituzione del primo go­verno presieduto dal democristiano Alcide De Gasperi (10 dicembre 1945), a Gorizia, il locale Comitato di liberazione nazionale co­stituisce la formazione paramilitare clandestina, denominata “Divisione Gorizia”, forte di 1.200 uomini, collegata con il 5° Comiliter di Udine.
L’11 dicembre 1945, il giorno successivo all’insediamento di Al­cide De Gasperi al governo, sempre a Gorizia, a cura di Primo Cre­sta, del capitano Barba, di Bruno Cocianni e con la collaborazio­ne di Candido Grassi, comandante della divisione partigiana “Osoppo-Friuli”, è costituita l’Associazione partigiani italiani (Api).
Ufficialmente, l’Api è un’associazione politica composta da re­duci partigiani ma rientra a pieno titolo nel novero delle forma­zioni paramilitari perché è dotata di una struttura armata clan­destina anch’essa in contatto con gli ufficiali dell’esercito.
Nel mese di gennaio, a Udine, i comandanti della divisione “Osoppo” riarmano i reparti dandone notizia al capo di Stato maggio­re dell’esercito, generale Raffaele Cadorna.
Il 28 aprile 1946, il comandante generale dell’Arma dei carabi­nieri, generale Brunetto Brunetti, informa personalmente il presi­dente del Consiglio, Alcide De Gasperi, che in Friuli è stato co­stituito il gruppo paramilitare “Fratelli d’Italia”.
A Gorizia, l’11 giugno 1946, è creato il “Gruppo Brigate Venezia Giulia”, composto da partigiani anticomunisti.
Prima ancora della costituzione del 3° Corpo volontari della li­bertà, che può essere considerata un’unità ausiliaria dell’eserci­to ufficialmente riconosciuta e pubblicamente nota, tutti gli altri gruppi clandestini sono dipendenti e coordinati dallo Stato maggio­re dell’esercito che mette a disposizione ufficiali, armi e soste­gno logistico ben consapevole che il loro impiego contro la Jugo­slavia rientra nel novero delle possibilità, mentre è certo quello contro i comunisti italiani.
Se la presenza delle Forze armate nei gruppi paramilitari costi­tuiti fin dal novembre 1945 a ridosso della frontiera orientale è da tutti accettata ed ampiamente documentata, sfuma fino ad apparire pressoché inesistente nei gruppi che sono stati creati, sul territorio nazionale, nel corso del 1946 e, via via, fino alla prima­vera del 1948.
L’anticomunismo che si arma non può prescindere dall’autorizza­zione delle autorità politiche che, a loro volta, demandano a quelle militari l’incarico di coordinare le attività dei vari gruppi tramite l’Arma dei carabinieri ed i servizi segreti.
Il 3 marzo 1946, a Milano, con l’approvazione dello statuto e del regolamento provvisorio, la Chiesa ambrosiana ricostituisce la propria formazione paramilitare, il Movimento dell’avanguardia cattolica (Maci), che ha come requisito primo la segretezza anche nei confronti delle forze di polizia.
Lo dimostrano le istruzioni impartite ai militanti, il 27 marzo 1947, che impongono, nel caso di domande da parte di agenti e fun­zionari della Pubblica sicurezza, di “dire che trattasi di orga­nizzazione cattolica con scopi culturali e divulgazione dei prin­cipi cristiani; che non esiste alcun registro e che non siamo in grado di fornire altri elementi”.
Ma non esistono dubbi sul fatto che il Maci sia stato un gruppo paramilitare predisposto, sotto la guida di vescovi e monsignori, a partecipare ad una guerra civile.
Nel mese di febbraio del 1948, ad esempio, il gruppo “Ariberto” comunica ai propri dirigenti di avere 70 uomini, con una squadra di pronto impiego di 15 uomini, 2 mitra, 8 pistole e 5 bombe a ma­no ma, specifica, che in caso di bisogno può contare su vari grup­pi armati dell’Opc a Origgio.
Il gruppo “Garcia Moreno” informa di essere privo di munizioni di riserva, e delinea la situazione dei trasporti, l’ubicazione delle fabbriche, indicando gli obiettivi da difendere fra i quali la chiesa, l’oratorio, il cinema, la sede delle Acli ed altri an­cora.
Un terzo gruppo, infine, lamenta di aver poche pistole ma segna­la di intrattenere ottimi rapporti con i carabinieri.
Il 1° aprile 1948, a Milano, il maggiore dei carabinieri Antonio Di Dato consegna ai propri subalterni, fra i quali il capita­no Aldo Altomare, comandante della compagnia di Milano suburbana, un promemoria a titolo di “orientamento” relativo all’inquadramen­to, armamento ed impiego di volontari civili cattolici da parte dell’Arma.
Al promemoria è allegato un elenco di persone “affidabili” del Maci, fra le quali spicca Adamo Degli Occhi che, nei primi anni Settanta, sarà a Milano uno dei protagonisti dell’anticomunismo politico e sarà, infine, grottescamente accusato di “golpismo”.
Non c’è, in campo cattolico, solo il Maci.
Il 27 febbraio 1948, a Torino. Renato Foietta, responsabile del­l’organizzazione paramilitare cattolica “Vedette” in Piemonte, scrive a tale Pozzati per informarlo che “il Cs (controspionag­gio – Ndr) è disposto a permettere che qualcuno di voi indossi la divisa di carabiniere…Il Cs è disposto a mettere in contatto personale uno di voi; e pensavo a te (vedi tu) con il comando dei carabinieri locale e agire sempre assieme. Mi pare che questa – con­clude Foietta – sia una buona cosa”.
L’8 febbraio 1948, su ordine personale di Pio XII, è stato co­stituito il “Comitato civico” diretto da Luigi Gedda, che sarà l’organizzazione politica con la quale il Vaticano contrasterà i social-comunisti del “Fronte popolare”, ed accanto ad essa, dis­simulata e segreta, ci sarà l’organizzazione paramilitare pronta ad intervenire con le armi contro i “senza Dio”, anch’essa debitamente collegata alle Forze armate ed al suo Stato maggiore.
Nel mese di aprile del 1946, a cura del colonnello Ugo Corrado Musco, è fondata l’Armata italiana della libertà (Ail) che si pro­pone di difendere le “quattro libertà” proclamate dalla Carta atlan­tica.
Il colonnello Ugo Corrado Musco è fratello del colonnello Etto­re Musco, comandante dei servizi segreti militari, così che nono­stante la speculazione fatta sul conto di questa organizzazione che, alla pari di tutte le altre annoverava fra i suoi gregari numerosi reduci fascisti, l’Ail può essere considerata una formazione politico-militare governativa.
Ne fa testo l’elenco dei componenti del suo comitato centrale, depositato presso l’ambasciata americana dal colonnello Ugo Corrado Musco, il 23 ottobre 1947.
Il vertice dell’Armata di liberazione è composto da 35 persone, delle quali 10 sono generali, 4 ammiragli e 3 colonnelli, tutti componenti di quelle gerarchie militari che, l’8 settembre 1943, si erano schierate con gli alleati.
Vi sono, difatti, l’ammiraglio Alberto Da Zara che aveva con­dotto le navi italiane, con i segni della resa, da Taranto a Mal­ta; il generale Renato Sandalli, ministro dell’Aeronautica nel pri­mo governo Badoglio; Gustavo Reisoli Mathieu; il generale dei ca­rabinieri, Luigi Sabatini, solo per citarne alcuni.
Ad ulteriore smentita di quanti continuano a presentare l’Ail come un’organizzazione “neofascista”, e a confermare la matrice militare delle sue origini vi è la nota inviata al Dipartimento di stato dall’ambasciatore americano a Roma, James Clement Dunn, il 5 settembre 1947.
In questa Dunn segnala che “esiste una forza anticomunista or­ganizzata su scala nazionale nota come Armata italiana di libera­zione (Ail) che venne creata nella primavera del 1946. Le domande di arruolamento sono state 200.000 anche se il dato viene consi­derato ottimistico. Il comitato centrale dell’Ail ha sede a Roma, opera attraverso alti comandi regionali, provinciali, comunali. Formata dall’esercito, dalla Marina e dai carabinieri, è un’organizzazione – scrive Dunn – ancora non bene armata ma potrebbe essere equipaggiata se da parte dei comunisti ci fossero minacce di violenza attiva”.
Come prassi e logica vogliono, l’ambasciata americana ufficial­mente non partecipa all’attività dell’Ail, ma una lettera inviata dal massone Frank Gigliotti all’assistente segretario di Stato, Nor­man Armour, il 26 settembre 1947, conferma l’intervento americano.
Gigliotti scrive:
“Sono di origine italiana e…conosco come lavorano i comunisti da quando sono stato commissario all’Assistenza pubblica del mio paese e ho potuto vedere le loro cellule segrete in azione. Non possiamo acconsentire che ciò avvenga in Italia, ma è proprio questo che avverrà se non faremo qualcosa per i gruppi che sono all’’immedia­ta sinistra del centro’. Tutti i gruppi liberali e sinceramente de­mocratici, anticomunisti quanto il nostro stesso governo, si sentono terribilmente scoraggiati e delusi. Sentono che li abbiamo dimen­ticati dopo averli messi in piedi, specie quando li abbiamo aiuta­ti a costruire l’Armata italiana della libertà. E non possiamo la­sciare che succeda questo, perché se dovesse capitare un’altra guerra, e Dio non voglia che capiti, allora finiremmo per guadagnarci in Italia la stessa reputazione che adesso abbiamo in Jugoslavia per aver permesso che Mihajlovic venisse impiccato da Tito”.
L’appartenenza alla massoneria, di Frank Gigliotti come degli ufficiali che fanno parte del comitato centrale dell’Ail, la sua di­pendenza dai vertici militari, la sua funzione di forza d’urto con­tro i comunisti, fanno di questa organizzazione l’esempio al quale si sono ispirati quanti hanno fatto della loggia Propaganda 2 del Grande Oriente d’Italia, negli anni Sessanta, e Settanta, una struttu­ra atlantica operante all’interno della massoneria.
La sola differenza fra l’Armata italiana di liberazione e la loggia P2 risiede nel fatto che la prima si proponeva di organizzare un esercito nell’esercito, ovvero una forza paramilitare in grado di affiancare le Forze armate contro i comunisti, mentre la secon­da, mutati i tempi e le condizioni, ha proceduto ad un arruolamen­to selettivo dei propri elementi chiamati a svolgere compiti poli­tici ad alto livello, sul piano interno ed internazionale, con l’obiettivo dichiarato di impedire al Pci l’ingresso in una maggio­ranza governativa.
Massoneria e Forze armate si stagliano apertamente anche alle spalle del “Fronte italiano anticomunista”, la cui imminente co­stituzione è segnalata in un rapporto del 20 maggio 1946 che attribuisce l’iniziativa all’ammiraglio Raffaele De Courten, al genera­le Roberto Bencivenga e al senatore Alberto Bergamini.
Un secondo rapporto americano del 17 giugno 1946 afferma che “un gruppo di personalità politiche e militari legati agli ambienti della destra, incoraggiate e perfino finanziate da centri di osservazione stranieri, hanno iniziato consultazioni con l’obiettivo di creare un movimento politico di stampo massonico conosciuto co­me il Fronte italiano anticomunista…il suo programma politico non è ancora pienamente noto. È sintomatico, comunque, che il mo­vimento sia aperto a tutti i nemici del comunismo, specialmente ai circoli militari e agli ex fascisti”.
Due note informative dell’anno successivo confermano che il Fronte italiano anticomunista è stato effettivamente costituito e ne chiariscono le finalità.
La prima dell’8 luglio 1947, rileva che i capi dell’organizzazione si riunirebbero nella sede della Lux Film, a Roma, e che ad essa aderirebbero molti ufficiali dei carabinieri.
La seconda, risalente al 15 luglio 1947, specifica che il “Fron­te italiano anticomunista”, fondato dall’ammiraglio Raffaele De Courten nella primavera del 1946, avrebbe assunto la denominazio­ne di “Truppe nazionali anticomuniste” e sarebbe in grado di in­tervenire in caso di disordini di piazza.
L’attivismo militare in campo politico produce anche la creazio­ne di un altro gruppo paramilitare, il “Fronte antibolscevico”, i cui promotori sono il colonnello dell’Esercito, Oete Blatto, in servizio presso lo Stato maggiore; il colonnello dell’Aeronautica, ex responsabile del Sia, Ugo Fischietti, il colonnello del Sia, Angelo Crocetta.
Il Fronte antibolscevico è occultato sotto la copertura dell’As­sociazione per il turismo aereo internazionale (Atai), e giunge ad annoverare fino a 2.500 uomini per essere, ufficialmente, di­sciolto nell’estate del 1948.
Il luogo comune sull’apoliticità delle Forze armate italiane, sul loro distacco dalle contese politico-ideologiche trova nella storia delle formazioni paramilitari del secondo dopoguerra la migliore e la più netta delle smentite.
Non c’è gruppo di estrazione anticomunista che, quando non sia stato promosso da ufficiali delle Forze armate, rappresentanti di tutte e tre le Armi (Esercito, Marina ed Aeronautica), non sia in stabile contatto almeno con i carabinieri, onnipresenti ed onni­scienti .
In due anni, dal 1946 al 1948, l’anticomunismo italiano si ar­ma sotto il controllo del governo e dei suoi organismi militari e di polizia per fare fronte ad una minaccia che appare solo ipote­tica.
All’elenco delle formazioni già citate si possono aggiungere, a titolo di esempio, il “Movimento anticomunista repubblicano ita­liano” (Macri), forte, secondo una nota informativa del 31 dicem­bre 1946, di undicimila uomini e in contatto con il mafioso Salva­tore Giuliano; mentre, nel mese di giugno del 1947, a Roma, è creata l’”Unione patriottica anticomunista” (Upa) che fa capo direttamente all’Arma dei carabinieri.
L’apparato clandestino del Partito comunista italiano si trova a dover fronteggiare una miriade di gruppi ed organizzazioni pa­ramilitari non ufficiali, magari slegate fra esse, prive cioè di collegamenti orizzontali, ma verticalmente dipendenti, sotto il pro­filo del coordinamento, dallo Stato maggiore della Difesa, in for­ma occulta.
Una conferma indiretta viene dall’autorevole testimonianza del generale Ambrogio Viviani, secondo il quale, nel 1947, nell’ambito dell’Ufficio operazioni dello Stato maggiore dell’esercito risulta­va operante una “sezione informazioni” che non s’identificava con l’Ufficio informazioni e, nell’ambito del 1° Reparto dello Stato maggiore dell’Aeronautica risultava in funzione una sezione infor­mazioni distinta dal Servizio informazioni aeronautica (Sia).
Il 10 maggio 1947, con Ddl n. 306, viene emanato l’ordinamento del ministero della Difesa e, nell’ambito del Gabinetto del mini­stro, viene istituito un “Ufficio affari riservati” con compiti che non vengono specificati.
Una risposta all’esistenza di questo misterioso ufficio si può forse trovare in un memorandum redatto dall’ambasciatore britannico in Italia, Victor Mallet, relativo ad un colloquio fra il pre­sidente del Consiglio Alcide De Gasperi, il ministro degli Esteri Carlo Sforza ed il suo omologo britannico Anthony Eden, del 30 di­cembre 1947.
De Gasperi, difatti, informa Eden di aver “incaricato il signor Pacciardi, uno dei nuovi vicepresidenti del Consiglio e leader del Partito repubblicano, di agire in qualità di presidente di una sorta di comitato per la difesa civile”.
Non ci sono solo le formazioni paramilitari create dallo Stato maggiore dell’esercito in forma più o meno occulta o, comunque, per iniziativa di alti ufficiali delle tre Armi e dei carabinieri.
La lotta politica italiana, infatti, si militarizza ma in for­ma clandestina perché è ufficialmente tornata la pace ed i parti­ti ideologicamente nemici convivono nello stesso governo, mentre i sostenitori della Repubblica si preparano ad abbattere la mo­narchia ed i monarchici a difendere Casa Savoia.
Fino al 2 giugno 1946, la necessità di restare con le armi in pugno risponde ad una logica ambivalente: da un lato quella del­la possibilità dello scontro fra anticomunisti e comunisti, dal­l’altro, quella di una guerra civile fra monarchici e repubblica­ni.
Così, il 13 febbraio 1946, l’agente JK23 dell’Oss, nel rapporto intitolato “Attività politiche clandestine”, scrive che al “coman­do di Pacciardi, i repubblicani hanno probabilmente nascosto gran­di quantità di armi e organizzato forze militari clandestine”.
Lo stesso giorno, un altro rapporto dello stesso Oss, relativo ad “Organizzazione monarchica Raam-Reparti antitotalitari antimar­xisti monarchici”, segnala:
“La Raam è una organizzazione anticomunista pro monarchica ope­rante all’interno delle forze armate italiane e al comando del maresciallo Messe. È formata da piccoli gruppi di sei o sette per­sone guidati da ufficiali dell’esercito, della marina e dei cara­binieri. Si contano anche molti civili…Si dice che prepari in segreto un’insurrezione armata con l’aiuto di partiti politici a lei legati. I suoi principali centri si trovano a Roma, a Milano, Napo­li, Cesano, Aurelia e Alto Adige”.
Ancora il 30 maggio 1946, Corrado Bonfantini e Carlo Andreoni distribuiscono armi ai militanti socialisti in previsione di un colpo di Stato monarchico.
Anche i servizi segreti americani paventano la possibilità di un colpo di mano, in questo caso comunista, in caso di vittoria monar­chica al referendum del 2 giugno 1946.
La valutazione che ne fanno, il 17 aprile 1946, in risposta ad una richiesta avanzata dal presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, appare realistica:
“Eccetto che per le province dell’Emilia Romagna, si ritiene improbabile il ricorso alla forza se non con tentativi sporadici e limitati localmente. Nessuna prova di preparativi di colpi di Sta­to. I comunisti risultano meglio armati ed organizzati degli altri partiti, ma anche questi perlomeno a certi livelli risultano arma­ti. Se la monarchia dovesse vincere il referendum con una maggioranza minima, allora questo potrebbe costituire lo spunto per un pos­sibile colpo di Stato di sinistra…”
Il 2 giugno 1946 vince la Repubblica.
Viene così evitato un possibile scontro fra repubblicani e monar­chici che avrebbe affiancati fra i primi, spalla a spalla, gran par­te dei reduci della Repubblica sociale e partigiani delle brigate “Garibaldi” con conseguenze imprevedibili per la successiva sto­ria italiana.
Viceversa, nessuno si muove. L’Esercito accetta il risultato, l’Arma dei reali carabinieri fa altrettanto, la regia Marina militare si limita ad accompagnare la regina Maria José e la sua famiglia, il 5 giugno 1946, ad Oporto (Portogallo), a bordo dell’incrociato­re “Duca degli Abruzzi”.
La partenza per Oporto di Umberto II, il 13 giugno 1946, dall’ae­roporto di Ciampino scongiura definitivamente il pericolo di uno scontro fra le due opposte fazioni, ma le armi non vengono riposte.
L’esito delle votazioni per l’elezione dell’Assemblea costi­tuente ha, difatti, posto in evidenza la forza elettorale dei partiti dell’estrema sinistra italiana.
La Democrazia cristiana si è affermata come il primo partito italiano con 8.101.404 voti, alle sue spalle però il Partito socialista conta 4.758.129 voti e quello comunista 4.356.686, per un totale per i due partiti di 9.114.818 voti, un numero tale che sgomenta l’anticomunismo italiano ed internazionale.
Scongiurato il pericolo dello scontro fra monarchici e repubbli­cani, dinanzi all’evidenza dei risultati elettorali sia gli anticomunisti che i comunisti non escludono la possibilità di fare ri­corso alla forza per giungere al potere in Italia.
Stati uniti e Gran Bretagna sanno perfettamente che non sarà Josip Stalin ad autorizzare il Pci, diretto da un uomo di sua fidu­cia come Palmiro Togliatti, a tentare la conquista del potere in Italia per via insurrezionale perché lo vietano gli accordi di Jalta, la cui violazione nella sfera d’influenza occidentale po­trebbe autorizzare gli anglo-sassoni ad intervenire all’interno dei paesi dell’Europa dell’est, in cui i partiti comunisti non hanno ancora consolidato il loro potere.
Ma, se il Partito comunista italiano insieme a quello sociali­sta fosse in grado nel giro di pochi anni di ottenere la maggio­ranza relativa dei voti, acquisendo il diritto di formare il go­verno, come potrebbero le democrazia anglo-sassoni contestare un potere raggiunto per via elettorale, democratica, basata sul con­senso di gran parte dell’elettorato italiano?
Si materializza, in questo modo, la grande paura dell’anticomu­nismo, quella dell’aggiramento dei patti di Jalta per via eletto­rale da parte del Pci e dei suoi alleati, che condizionerà in modo tragico tutta la vita italiana fino ai primi anni Ottanta.
Quali contromisure adottare per scongiurare questo pericolo?
La costituzione, in forma permanente, di un apparato militare se­greto rientra certamente nel novero delle misure prese dai gover­ni democristiani in accordo con lo Stato maggiore della difesa, per fronteggiare tre eventualità:
1° – la possibilità che il Partito comunista tenti un colpo di ma­no per impadronirsi del potere.
2° – La possibile reazione armata dei comunisti dinanzi alla sconfitta elettorale del 18 aprile 1948, considerata certa, e al­la loro successiva estromissione dal governo;
3° – una possibile vittoria elettorale del Pci al quale bisognerà impedire di formare il nuovo governo e, comunque, di governare.
L’apparato politico-militare avrà, quindi, compiti difensivi ed offensivi ma, nel corso degli anni, naufragate le ipotesi di una insurrezione comunista per impadronirsi del potere o per reagire ad una sconfitta elettorale, all’estromissione del partito dal go­verno o alle provocazioni dei governi democristiani, resteranno va­lidi solo questi ultimi che, via via, saranno i soli ad essere con­siderati ed attuati fino al 1979, quando per la prima volta nella storia del dopoguerra il Partito comunista inizierà a perdere con­sensi elettorali e cesserà di rappresentare una minaccia per l’an­ticomunismo interno ed internazionale.
L’esistenza di un apparato politico-militare occulto diretto dallo Stato maggiore della difesa, sotto il controllo dei governi de­mocristiani non è una mera ipotesi.
Nel mese di ottobre del 1947, il segretario nazionale della De­mocrazia cristiana, Attilio Piccioni, affida a Paolo Emilio Taviani l’incarico di coordinare le attività delle formazioni paramili­tari clandestine che fanno capo al partito, e che sono composte nella quasi totalità da ex partigiani.
Il 7 novembre 1947, l’argomento relativo alla struttura parami­litare viene affrontato nel corso di una riunione della direzione nazionale.
Giuseppe Dossetti osserva che i comunisti “sono in grado di massacrare tutti i nostri quadri periferici con pochi uomini”, e chiede di “inserire il nostro piano nel piano generale del governo”. Mario Scelba, ministro degli Interni, afferma che occorre “mettere il partito in assetto di difesa” perché “il governo non può fronteggiare tutto e dappertutto” e che, inoltre, “bisogna met­tersi d’accordo con i partiti che intendono difendere decisamen­te le libertà democratiche”.
Fra questi ultimi si colloca il Movimento sociale italiano.
Non doveva il “neofascismo”, secondo la strategia delineata da Pi­no Romualdi nel luglio del 1946, riguadagnare i favori della bor­ghesia italiana “dalla congenita vigliaccheria”, ponendosi alla avanguardia della battaglia contro il comunismo?
L’eventualità di uno scontro armato con i comunisti esalta Gior­gio Almirante che in vita sua non ha mai combattuto, ma sa di po­ter contare su diverse migliaia di reduci della Repubblica socia­le addestrati militarmente e disponibili alla battaglia.
Già il 1° febbraio 1947, Giorgio Almirante aveva scritto a Fran­co De Agazio, direttore de “Il Meridiano d’Italia”, a Milano, per richiedere il suo intervento presso il cardinale di Torino, Fossa­ti :
“Caro De Agazio, a nome del Movimento ti prego di una missione urgente ed importantissima. Abbiamo avuta notizia sicura che il cardinale Fossati di Torino ha convocate parecchie persone e personalità allo scopo di addivenire alla fondazione in Piemonte di squadre di resistenza anticomunista. Tu capirai cosa significa e cosa può significare ciò. Affidiamo quindi a te la missione di an­dare a Torino, possibilmente con altra persona di fiducia, di far­ti ad ogni costo ricevere dal Fossati e di prospettargli la possi­bilità che il Msi collabori con lui…”.
Il 16 aprile 1947, l’agente americano Barret, in un suo rapporto, segnala che a Napoli, “come contromisura contro la violenza comunista…Il Movimento sociale italiano (Msi) ha iniziato a di­stribuire armi automatiche ai suoi militanti e ha nominato un ge­nerale (la cui identità è ignota) al comando delle fazioni”.
A prescindere dalle iniziative assunte sul piano locale in vari centri della penisola, la struttura clandestina paramilitare del Movimento sociale italiano s’identifica con i Fasci di azione rivoluzionaria, fondati nell’estate del 1946, da Pino Romualdi che è, contestualmente, uno dei fondatori dello stesso Msi.
Come il partito che rappresenta la struttura legale, politica ed ufficiale, anche i Far sono un’emanazione diretta dei servizi se­greti americani ed italiani.
Il 29 ottobre 1946, il capo della polizia, Luigi Ferrari, segna la ai questori di Roma e Frosinone tale Antonio Di Legge, alias Quinto Romani, il quale afferma di essere al servizio degli anglo- americani per i quali organizza, anche con la collaborazione di Pino Romualdi, “gruppi armati anticomunisti”.
Due giorni più tardi, il 31 ottobre, gli ebrei dell’Irgun di Menachem Begin fanno saltare in aria la sede dell’ambasciata bri­tannica a Roma, con l’esplosivo fornito dallo stesso Pino Romual­di che collabora con l’organizzazione terroristica ebraica, su in­vito dei servizi segreti italiani ed americani, gli stessi che hanno già stabilito il contatto fra gli uomini di Junio Valerio Borghese e gli esponenti del sionismo armato.
La conferma, se mai serve, giunge da una nota informativa dei servizi segreti militari dell’11 febbraio 1949, che segnala come l’agente americano Joseph Luongo abbia richiesto a persona non identificata se il governo italiano si avvale dell’opera dei Fasci di azione rivoluzionaria per i quali gli americani hanno speso forti somme per potenziarli e metterli in grado di agire in caso di sollevazioni di sinistra.
L’11 febbraio 1948, una nota informativa del ministero degli In­terni segnala che è stato concluso “un importante accordo… tra il Msi e alcuni industriali dell’Alta Italia, già sovvenzionatori del fascismo…per l’apporto di fondi per un maggiore incremento del­l’organizzazione del movimento”, nonché la creazione “a Roma di una brigata composta da ex combattenti ed elementi fascisti per la difesa esterna della capitale contro gli attacchi comunisti”, affidata al comando di un ex console della Milizia.
Due giorni dopo, il 13 febbraio, il questore di Roma segnala, in un appunto, che la segreteria nazionale del Msi, “in previsione di possibili aggressioni alle sue sedi”, ha chiesto alle sezioni periferiche “nominativi di iscritti disposti a costituire speciali squadre di difesa”.
L’attivismo in campo paramilitare del Movimento sociale italia­no non è fine a sé stesso, perché il partito di Giorgio Almirante procede di comune accordo con la Democrazia cristiana sul piano attivistico, con squadre formate da militanti di entrambi i partiti, e si appresta a svolgere propaganda elettorale per il partito di Al­cide De Gasperi rinunciando perfino a una parte di voti che potrebbe­ro confluire sul suo simbolo, per avere la possibilità di entrare a far parte, a pieno titolo, di quei partiti politici che inten­dono “difendere decisamente le libertà democratiche”, come afferma­to dal ministro degli Interni, Mario Scelba.
Il Movimento sociale italiano sarà, infatti, inserito sia nel piano di difesa dello Stato che in quello predisposto per l’auto­difesa dei partiti politici, dei loro uomini e delle loro sedi che entrerà in funzione nell’imminenza delle elezioni politiche del 18 aprile 1948.
Se il 26 dicembre 1946, il Movimento sociale nasce come movimen­to politico legittimato ad operare nella nuova Italia post-bellica, democratica ed antifascista, il 18 aprile 1948 riceve la sua consacrazione come colonna portante del sistema parlamentare sulla cui affidabilità nella lotta contro il comunismo e nella fedeltà gli Stati uniti d’America non ci potranno essere dubbi di sorta.
Anzi, negli anni a venire, sarà proprio il Msi a fornire allo Stato ed alle sue strutture segrete e segretissime gli uomini per condurre la guerra civile che, mediante la destabilizzazione del­l’ordine pubblico, riuscirà a stabilizzare quell’ordine politico di cui è parte integrante.
Non ci sono solo la Democrazia cristiana ed il Movimento socia­le impegnati a prepararsi ad un eventuale scontro militare, perché il 19 febbraio 1948, a palazzo Drago, a Roma, si svolge una riunio­ne alla quale prendono parte ventuno persone per studiare i piani da attuare in caso di vittoria elettorale del Fronte popolare.
Vi prendono parte, con altri, il generale Gustavo Reisoli Mathieu, il maresciallo Giovanni Messe, l’ammiraglio Thaon de Revel, il principe Colonna, Sartorio per la Confidustria, ed Emilio Patrissi.
L’obiettivo è coordinare l’attività di quei gruppi paramilita­ri che dovranno affiancare le Forze armate e di polizia in caso di scontri con i comunisti e, difatti, è chiamato a presiederla il generale Giuseppe Piéche, primo comandante generale dell’Arma dei carabinieri sotto il governo diretto dal maresciallo Pietro Badoglio nell’autunno del 1943.
Un mese prima, il 12 gennaio 1948, il console americano a Mi­lano, Charles Bay, aveva segnalato in un suo rapporto la tenden­za ad unire le forze delle formazioni paramilitari operanti in città e nella regione come il Movimento di resistenza popolare (Mrp) di Carlo Andreoni, di matrice socialdemocratica, l’Armata italiana della libertà, l’Uomo qualunque ed il gruppo capeggiato da Emilio Patrissi.
La richiesta avanzata riservatamente dal governo di centro-si­nistra, presieduto da Massimo D’Alema, a quello americano di non divulgare i documenti della Cia inerenti l’intervento americano in Italia nel 1948, non consente di procedere ad una ricostruzione esaustiva dei piani predisposti dal governo di Alcide De Gasperi, dallo Stato maggiore della difesa e dagli Stati uniti per impedi­re al Fronte popolare di giungere al potere, in un modo o nell’altro, ma quanto è emerso nel corso degli anni ci consente di farla egualmente e di affermare che l’apparato politico-militare costi­tuito in quel periodo è stato mantenuto negli anni a venire come i piani di difesa, debitamente aggiornati via via, perché la “mi­naccia” comunista è rimasta inalterata, anzi si è accresciuta nel corso degli anni fine a raggiungere il suo culmine negli anni Set­tanta.
Negli anni Settanta, l’ex ministro degli Interni, Mario Scelba, racconterà al giornalista Antonio Gambino, in sintesi, quali era­no le misure predisposte dal governo, nell’aprile del 1948, per fronteggiare il “pericolo rosso”:
“…Già nei primi mesi del 1948 – ricorda Scelba – era stata messa a punto un’infrastruttura capace di far fronte a un tentativo insurrezionale comunista. L’intero paese era stato diviso in una serie di grosse circoscrizioni, ognuna delle quali comprendeva varie provincie, e alla loro testa era stato designato in manie­ra riservata, per un eventuale momento di emergenza, una specie di prefetto più anziano o quello della città più importante, perché in alcuni casi era invece il questore o un altro uomo di sicura energia e di mia assoluta fiducia.
L’entrata in vigore di queste prefetture allargate sarebbe stata automatica, nel momento in cui le comunicazioni con Roma fossero state, a causa di una sollevazione, interrotte; allora i super-prefetti da me designati avrebbero assunto i pieni poteri dello Stato sapendo esattamente, in base a un piano preordinato, che co­sa fare.
D’altra parte ci eravamo preoccupati anche di impedire che si po­tesse arrivare a un’interruzione delle comunicazioni. Pensando che la prima mossa dei promotori di un eventuale colpo di Stato sarebbe stata di impadronirsi delle centrali telefoniche e delle stazio­ni radio, o quanto meno di renderle inutilizzabili, avevamo orga­nizzato un sistema di comunicazioni alternative, servendoci come punti di appoggio, di un certo numero di navi italiane e alleate presenti nel Mediterraneo”.
Una doppia struttura di comando, una rete alternativa di comuni­cazioni che poggia sulla collaborazione nelle navi della VI flot­ta, la suddivisione del Paese in circoscrizioni che non corrispon­dono a quelle delle province: di più Mario Scelba non dice, ma è sufficiente, specie se ricordiamo la circolare della direzione ge­nerale di Ps del 18 marzo 1948 che indicava le misure da prendere in vista delle elezioni politiche.
Accanto ai “servizi fissi di vigilanza ai seggi”, a quelli di “pattugliamento e riserva”, compaiono infatti i “servizi straordi­nari”, non dipendenti dai prefetti, costituiti da reparti mobili di Ps, carabinieri ed Esercito come “riserva da impiegare soltanto in casi di gravi necessità”.
Reparti inter-forze chiamati ad intervenire per reprimere even­tuali tentativi di rivolta ma non tali, per numero, da garantire il successo delle operazioni.
Accanto a questi reparti inter-forze è necessario affiancare mi­lizie civili i cui componenti abbiano due requisiti minimi: una fede anticomunista e una preparazione militare.
A guidare i reparti civili sono le Forze armate.
La prima testimonianza è quella di Piero Cattaneo:
“In occasione delle elezioni del 1948 vennero formati dei gruppi di partigiani cattolici col preciso compito di opporsi ad un’even­tuale presa del potere da parte dei comunisti. La formazione di que­sti gruppi armati era non solo conosciuta ma autorizzata e favori­ta dalle autorità costituite. Io personalmente sono stato nominato comandante generale per la provincia di Milano”.
Piero Cattaneo era collegato, per sua ammissione, al comando dell’Arma dei carabinieri, da un lato, e al questore Vincenzo Agnesina, dall’altro, nominato quest’ultimo dal ministro degli Interni, Mario Scelba, responsabile dell’apparato clandestino costituendo l’alter ego segreto del prefetto di Milano, in quella che era la doppia struttura di comando creata per l’occasione.
La conferma viene da una dichiarazione resa dal colonnello di fanteria in congedo, Giuseppe Falcone, trasmessa per conoscenza al ministro della Difesa, Luigi Gui, il 3 settembre 1969.
“Nell’anno 1948 in previsione delle elezioni politiche che si presentavano abbastanza difficoltose ebbi l’incarico in qualità di comandante del presidio di Sacile, dal comando del V Comiliter di Udine, di armare alcuni civili fidati nella zona di Sacile, Vittorio Veneto, Valcellina e limitrofi…Detti armi anche all’Arcivescovado di Udine – mons. Zaffonato – allora vescovo di Vittorio Veneto. Tutta questa zona era sotto il controllo diretto. Ad elezioni ultimate ritirai le armi e le versai alla sezione staccata di Artiglieria di Conegliano…”.
La terza testimonianza viene da Massimo Rosti, componente a Pa­via della formazione paramilitare cattolica “Avanguardia di Cri­sto Re”, fondata nel 1947 da don Carlo Barcella, ex cappellano mi­litare degli alpini in Albania e poi della divisione repubblicana “Monterosa”, che rivela come il 15 aprile 1948 venne avvicinato da un ufficiale in congedo che gli fornì la parola d’ordine che, in caso di vittoria comunista alle elezioni, avrebbe dato inizio al­la reazione armata.
Nelle formazioni paramilitari che, nel tempo, si sono costitui­te dal 1945, i reduci della Repubblica sociale e i fascisti in genere hanno rivestito il ruolo che la loro condizione di sconfitti consentiva: un ruolo subalterno e gregario che, per essi, ha il vantaggio di facilitarne il reinserimento nella vita civile e politica del Paese operando nel solo campo il cui il loro contri­buto è ritenuto utile, spesso sollecitato, quella della battaglia contro il comunismo.
La nascita del Msi consente ora il loro impiego come forza au­tonoma e compatta.
La necessità del governo democristiano e dello Stato maggiore delle difesa di disporre di uomini in grado di combattere rappre­senta la grande occasione dei reduci fascisti che assaporano il piacere – che ha il gusto della rivincita – dopo tante persecu­zioni, di essere chiamati a schierarsi insieme ai partigiani ‘bian­chi’ a difesa dello Stato repubblicano, democratico ed antifasci­sta.
Il 18 aprile 1948 rappresenta per i reduci della Rsi, che si ri­conoscono nel Movimento sociale, il giorno della loro definitiva riabilitazione: dopo quella data non ci saranno che due Italie con­trapposte, quella anticomunista e quella comunista.
L’Italia fascista rinuncia ai sogni di rivincita e si schiera sotto la bandiera dell’anticomunismo di Stato e di regime attorno al quale si raccolgono, uniti e compatti, militari della Repubbli­ca sociale e del Regno del sud, marò della divisione Decima e par­tigiani autonomi, militi della “Tagliamento” e “fazzoletti verdi” della “Osoppo”, ognuno convinto di non rinnegare il proprio passato ma di considerarlo superato dal presente e ancor più dal futuro da ricostruire uniti nella battaglia, ridivenuta comune contro il nemico di sempre: il comunismo.
Il 18 aprile 1948, a Milano, all’interno della caserma La Marmo­ra sono ben 400 i reduci della Rsi che attendono, inquadrati dai carabinieri, di intervenire contro i “rossi”.
Sempre a Milano, un ex ufficiale della Decima mas viene “avvici­nato da un capitano di polizia che con le credenziali del ministe­ro dell’interno a firma del ministro Scelba, gli chiede quanti uo­mini può mobilitare in caso di vittoria dei comunisti”, ed è quin­di informato dal capitano di Ps che sono a loro disposizione “bracciali della polizia ausiliaria, armi, tessere di riconoscimento e altra dotazione… presso la caserma S. Ambrogio di Milano”.
A Roma, nella sede del Msi è piazzata una mitragliatrice pesante Breda 37, fornita dall’esercito. E una seconda è installata nella sede nazionale nella Dc, a piazza del Gesù, servita da tre ex fanti di marina della Rsi che, su richiesta di Giorgio Tupini, sono stati mandati da Giorgio Almirante.
A Cremona, l’ex sottotenente dell’Aeronautica repubblicana, Tom­maso Donato, testimonierà in epoca successiva che il 18 aprile 1947, i carabinieri avevano fornito ai reduci della Rsi divise dell’Arma e uno “speciale tesserino contrassegnato da una lette­ra dell’alfabeto e da un numero in codice”.
E migliaia di altri sono mobilitati per lo stesso fine, a di­sposizione nella loro grande maggioranza dell’Arma dei carabinie­ri che, per la dislocazione capillare nel territorio, può assolve­re il compito di selezionare gli uomini, armarli, inquadrarli, smobilitarli e, infine, mantenere con loro un rapporto destinato a durare per sempre.
Contro quello comunista, il regime democristiano riesce a schierare un esercito non ideologicamente omogeneo ma politicamente compatto che resterà, occultamente, a sua disposizione per tutto il tempo che la Democrazia cristiana riterrà opportuno.
Un tempo che giunge fino ai primi anni Ottanta, fino a quando cioè la “minaccia” rappresentata dal Partito comunista svanisce per le mutate condizioni internazionali e per la pochezza dei di­rigenti comunisti italiani incapaci ormai di distinguersi dai lo­ro colleghi degli altri partiti, sul piano morale ed ideale.

GOVERNI DEBOLI E…
Il 10 dicembre 1945 si forma, a Roma, il primo governo guidato da un esponente della Democrazia cristiana, l’ex bibliotecario vaticano Alcide De Gasperi.
Il governo è ancora espressione dei Comitati di liberazione na­zionale e dei partiti che li hanno composti, così che democristia­ni, comunisti, socialisti, rappresentanti dei tre partiti di massa, sono ancora insieme impegnati nella difficile ricostruzione del Paese uscito distrutto dalla guerra.
Ma, pochi mesi più tardi, nel corso del 1946, gli Stati uniti decidono di rompere gli indugi e di passare all’offensiva contro l’Unione sovietica.
A rivelarlo è una figura storica del servizio segreto civile, il prefetto Umberto Federico D’Amato che, nel corso di un’intervista pubblicata dalla rivista “Il Borghese”, diretta da Mario Tedeschi, il 12 luglio 1987, ricorda come James Jesus Angleton, uno dei prin­cipali responsabili dello spionaggio statunitense in Italia, gli disse all’epoca che il nemico da combattere non era più il fasci­smo ma il comunismo:
“Prese il discorso alla larga – ricorda D’Amato – poi arrivò alla sostanza: fino a quel momento ci eravamo occupati di fascisti; ma adesso il fascismo era finito, sconfitto mentre il vero perico­lo era il comunismo. Bisogna cambiare obiettivo…”
Ora, coincidevano e si fondevano armoniosamente le esigenze del Vaticano, ispiratore della politica di Alcide De Gasperi, e quel­le degli Stati uniti che obbligavano i democristiani ad andare al­la guerra.
Per fare quest’ultima, però, serve coraggio e questo i democri­stiani non l’hanno mai avuto, di conseguenza il loro agire politi­co è stato dettato sempre dalla paura alla quale, successivamente, si è coniugato l’interesse di mantenere in vita un Partito comuni­sta che, con la sua minacciosa presenza, rendeva la Democrazia cri­stiana indispensabile per qualsiasi interlocutore interno e, soprat­tutto, internazionale.
Ai “deboli” governi democristiani si affiancano, però, i poteri forti, quello bancario ed industriale e quello militare.
La resa democristiana al primo porta la data del 30 aprile 1947, quando nel corso di una riunione del Consiglio dei ministri, Alci­de De Gasperi riconosce l’esigenza di cedere alle pretese avanza­te dal potere finanziario ed economico che non esita a definire il “quarto partito”:
“È innegabile – dice il presidente del Consiglio – che noi di­sponiamo di una forte maggioranza all’Assemblea; ed è pure innega­bile che nel complesso i partiti che partecipano al governo riscuotono un crescente numero di suffragi dal corpo elettorale.
Ma i voti non sono tutto.
Possiamo godere, sì, della fiducia della grande maggioranza degli elettori, ma le leve di comando decisive in un momento economico così grave non sono in mano né degli elettori né del governo. Non sono i nostri milioni di elettori che possono fornire allo Stato i miliardi e la potenza economica necessaria a dominare la situa­zione.
Oltre ai nostri partiti, vi è in Italia un quarto partito, che può non avere molti elettori, ma che è capace di paralizzare e di rendere vano ogni nostro sforzo, organizzando il sabotaggio del prestito e la fuga dei capitali, l’aumento dei prezzi e le campa­gne scandalistiche.
L’esperienza mi ha convinto – conclude De Gasperi – che non si governa oggi in Italia senza attrarre nella nuova formazione di governo oggi, in una forma o nell’altra, i rappresentanti di questo quarto partito, del partito di coloro che dispongono del de­naro e della forza economica”.
La Democrazia cristiana rinuncia, in questo modo e per queste ragioni, a fare una politica sociale in grado di allontanare la massa dei lavoratori dal Partito comunista, per impegnarsi esclu­sivamente nel mantenimento e nell’esercizio del potere con il so­stegno del capitalismo interno ed internazionale.
La grande borghesia italiana ha capitali e privilegi da difendere e non ha scrupoli nei mezzi da impiegare per farlo, siano essi leciti o meno, scaturiti dalle decisioni del governo e del Parlamento o prodotti da sicari prezzolati.
Il 13 dicembre 1946, l’ex sottosegretario agli Interni della Rsi, Giorgio Pini, aveva annotato in una sua relazione:
“I grossi borghesi non sperano più di salvarsi facendo il dop­pio gioco e finanziando i sovversivi. Presi alla gola, essi vorrebbero alimentare un nuovo squadrismo della vecchia impronta. Promettono soldi ma chiedono sangue!”.
E il sangue viene versato.
Dopo l’esito delle elezioni regionali in Sicilia, svoltesi il 20-21 aprile 1947, che hanno visto il “Blocco del popolo”, formato dai partiti comunista, socialista ed azionista, aumentare i pro­pri voti in modo consistente (100 mila in più rispetto al 2 giu­gno 1946) e la Democrazia cristiana perderne quasi 250 mila, la risposta è affidata alle armi, a quelle della mafia palermitana.
Il 1° maggio 1947, il mafioso Salvatore Giuliano fa sparare con una mitragliatrice sui “rossi” convenuti con le loro famiglie a Portella della Ginestra per la festa del lavoro, provocando 12 morti e 33 feriti.
Nella notte fra il 22 ed il 23 giugno 1947, Salvatore Giuliano ed i suoi uomini compiono un raid contro le sedi delle sezioni co­muniste di Partinico, San Giuseppe Jato, Carini, Borgetto, Monrea­le e Cinisi, provocando altri morti ed altri feriti.
La grande borghesia siciliana che si riconosce nella massoneria e vede nella Democrazia cristiana il partito chiamato a protegger­ne gli interessi, utilizza la mafia, forza borghese e di polizia ausiliaria a disposizione dello Stato, per lanciare un monito che travalica i confini dell’isola e si propone come modello valido per l’intero territorio nazionale.
Le azioni di Salvatore Giuliano, bandito fantomatico e mafioso effettivo, sono frutto di un gelido e cinico calcolo politico per­ché sono prossime le elezioni politiche dapprima previste per il 20 giugno 1947, poi posticipate ad ottobre ed infine fissate per il 18-19 aprile 1948.
La possibilità che i partiti di estrema sinistra possano conse­guire sull’intero territorio nazionale un risultato altrettanto positivo di quello ottenuto in Sicilia, con un forte aumento di voti al quale potrebbe corrispondere un secca perdita di consensi da par­te della Democrazia cristiana, è concreta ed è segnalata con preoccupazione anche dall’agente americano Barret che, in un rapporto del 22 aprile 1947, scrive
“I comunisti emergeranno come il partito italiano più forte a meno che a posporre la data delle elezioni non intervengano even­ti imprevedibili”.
La grande borghesia italiana si pone, quindi, all’avanguardia della lotta contro il comunismo condizionando l’operato del go­verno che ha perso, come abbiamo visto, l’illusione di comandare nel Paese prescindendo da quel capitalismo che, dopo aver sostenu­to il regime fascista, aveva finanziato l’antifascismo ed ora in­tende dirigere l’anticomunismo.
Sarebbe improprio definire le Forze armate il “quinto partito”, ma è corretto considerarlo uno dei “poteri forti” di una Nazione, in stretto collegamento con quello capitalista con il quale stabilisce un rapporto simbiotico.
Non è una novità fare riferimento al complesso militare-industriale, nel quale esiste un giro vorticoso di miliardi che incide anche nel tessuto sociale perché offre lavoro a migliaia di persone e sviluppa tecnologie che possono avere anche impieghi civili.
I due poteri forti, quello industriale e quello militare, si ri­troveranno insieme a combattere contro la Cgil così come, sempre congiuntamente, costituiranno un servizio informativo parallelo a quelli dello Stato, e svilupperanno un autonomo rapporto con i corrispettivi “poteri forti” internazionali collocandosi, nel tempo, in una sfera sovranazionale dall’alto della quale l’Ita­lia appare la parte di un tutto così che i suoi interessi perdo­no valore ed importanza dinanzi agli obiettivi strategici che si pone l’impero americano.
Agli Stati uniti non interessiamo come popolo perché a parte l’intelligenza e la furberia non abbiamo nessuna delle qualità che possono destare la stima e l’ammirazione del mondo.
Se qualche anno dopo la fine del conflitto, Maurice Bardeche poteva sottoporre ai vincitori il dilemma se avere “le Ss con noi o contro di noi”, ponendo in risalto il valore guerriero della stirpe germanica, non altrettanto si poteva fare con gli italiani che, 8 settembre 1943 e relativa fuga collettiva a parte, aveva­no schierato, con le debite eccezioni, nel corso della guerra accanto ai ferrei reggimenti tedeschi i fragili battaglioni di “mam­ma mia” con gli esiti bellici che tutti conosciamo.
Possiamo essere un grande museo all’aperto, possiamo esibire le bellezze naturali del nostro territorio, o’sole mio, le nostre pia­centi e disponibili donne, ma è sempre troppo poco perché qualcuno voglia rischiare un conflitto mondiale per averci al suo fianco.
Siamo una fortezza naturale, una grande base militare aeronava­le dalla quale si può controllare l’intera area mediterranea, ed è la sola, unica ed esclusiva ragione per la quale gli Stati uni­ti non ci hanno abbandonati al nostro destino e non hanno favori­to le secessioni che avrebbero riportato l’Italia indietro nel tem­po, ad un’epoca anteriore al 17 marzo 1861.
Se l’interesse americano per il nostro Paese è di carattere  esclusivamente militare, non deve destare sorpresa il fatto che gli americani abbiano sempre diffidato dei politici italiani ed abbiano di converso stretto legami sempre più forti con l’establishment militare fino a trasformarlo nella propria guardia pretoriana.
Il vero problema, l’autentico cruccio dei governi americani nel dopoguerra è stato, difatti, rappresentato dalla inettitudine dei politici italiani che il National security council segnala fin dal 15 settembre 1947:
“Il governo italiano – scrive – che propende ideologicamente ver­so le democrazie occidentali, è debole e soggetto ai continui at­tacchi di un forte partito comunista”.
Il 5 gennaio 1951, il segretario di Stato americano, Dean Acheson, in una lettera indirizzata al presidente, Dwight Eisenhower, include l’Italia nel novero dei paesi facenti parte della Nato che “per la loro natura latina soffrono di instabilità sociale, politica ed emotiva”, mentre la presenza al loro interno di forti partiti comunisti esercita “un’influenza corrosiva sul morale nazio­nale” e ne rafforza il “desiderio di essere neutrali”.
Solo esercitando una forte leadership, conclude Acheson, gli Stati uniti potranno indurre questi Paesi ad “intraprendere i passi necessari” per combattere il pericolo comunista.
Il 14 gennaio 1954, su sollecitazione dell’ambasciatrice ameri­cana a Roma, Clara Booth Luce, il segretario di Stato John Foster Dulles indirizza una lettera al presidente del Consiglio italiano informandolo minacciosamente che gli Stati uniti rivedranno “il proprio atteggiamento politico nei confronti dell’Italia, se da parte italiana emergesse a sua volta un nuovo e diverso orientamento” .
Il 19 gennaio 1961, il National security council premette nella direttiva 6014/1 che la politica condotta dai governi democristia­ni non è stata in grado di “screditare le pretese comuniste di le­gittimazione come forza politica democratica e non ha preso adeguate misure per indebolire il vasto apparato organizzativo comuni­sta”, adottando contromisure sulla cui gravità torneremo più avan­ti, nel prosieguo della nostra analisi.
Il 12 gennaio 1978, gli Stati uniti reiterano, questa volta in forma pubblica, il minaccioso avvertimento lanciato da John Foster Dulles il 14 gennaio di ventiquattro anni prima.
A Washington, il portavoce del Dipartimento di stato, John Trattnen, rende pubblica la dichiarazione approvata il giorno preceden­te dal Consiglio per la sicurezza nazionale sulla politica di so­stanziale apertura verso il Partito comunista seguita dal governo italiano.
“La visita dell’ambasciatore Gardner a Washington ha fornito l’occasione di un incontro con autorevoli esponenti del Governo per un esame generale delle direttive politiche. L’atteggiamento del Go­verno nei riguardi dei partiti comunisti dell’Europa occidentale, compreso quello italiano non è mutato. Non v’è dubbio tuttavia che i recenti avvenimenti in Italia hanno accresciuto la nostra preoccupazione. Come il Presidente e altri esponenti del Governo hanno dichiarato in numerose occasioni, i nostri alleati dell’Europa oc­cidentale sono paesi sovrani e, com’è giusto e appropriato la decisione su come governarsi spetta esclusivamente ai loro cittadini.
Al tempo stesso – prosegue il portavoce del Dipartimento di sta­to – riteniamo di avere verso i nostri amici e alleati il dovere di esprimere chiaramente il nostro punto di vista. Esponenti del Governo hanno ripetutamente espresso tali vedute sulla questione del­la partecipazione dei comunisti ai governi dell’Europa occidentale. La nostra posizione è chiara: noi non siamo favorevoli a tale partecipazione e vorremmo veder diminuire l’influenza comunista nei paesi dell’Europa occidentale.
Come abbiamo detto in passato, riteniamo che il modo migliore per conseguire questi obiettivi sia attraverso gli sforzi dei par­titi democratici per soddisfare le aspirazioni popolari di un go­verno efficiente, giusto e aperto alle istanze sociali”.
È un ultimatum.
Lo stesso giorno, il quotidiano milanese “Il Giorno” non pubblica un articolo scritto da Aldo Moro che rivendica autonomia per l’Ita­lia sia nei confronti degli Stati uniti che dell’Unione sovietica:
“A noi – scrive il presidente della Democrazia cristiana – tocca decidere, in piena autonomia, ma con grande equilibrio e senso di responsabilità”.
La raffica di mitra sparatagli da un cialtrone prezzolato come Mario Moretti, il 9 maggio 1978, dirà ad Aldo Moro che si stava sba­gliando.
Del resto, gli americani conoscono la pavidità dei politici de­mocristiani fin dall’immediato dopoguerra.
Il governo presieduto da Alcide De Gasperi tenta in tutti i mo­di di ritardare la partenza delle truppe d’occupazione americane dall’Italia.
Lo prova il telegramma che l’assistente segretario di Stato, Robert A. Lovett, invia il 28 novembre 1947 al segretario delle Forze armate americane, Royall:
“Come è noto il presidente ha approvato oggi la richiesta del premier italiano De Gasperi per un rinvio della partenza delle forze degli Stati uniti in Italia fino al 14 dicembre. Si deside­ra che vengano date le istruzioni relative dal Dipartimento del­le forze armate al Comando generale Usa in Italia”.
La paura democristiana e clericale che invoca la protezione del­le baionette straniere è confermata il 5 dicembre 1947, dal tele­gramma che l’ambasciatore americano, James Clement Dunn, invia al segretario di Stato, George Marshall, nel quale segnala i timori di Alcide De Gasperi per l’imminente ritiro delle truppe america­ne dall’Italia, ed il suo consiglio di acquartierare i contingenti in Austria in modo che possano intervenire subito in caso di ne­cessità.
De Gasperi, segnala l’ambasciatore, chiede anche che il governo americano faccia una dichiarazione “per ricordare alla opinione pubblica il proprio dovere ed il proprio diritto ad intervenire non appena l’integrità territoriale dell’Italia oppure il gover­no democratico ed antitotalitario del paese risultassero in pericolo”.
Due giorni più tardi, il 7 dicembre 1947, l’ambasciatore ameri­cano, James Clement Dunn, trasmette via radio al Dipartimento di Stato un dispaccio contenente l’elenco degli articoli militari richiesti dal governo italiano (25 mila armi leggere per la Pub­blica sicurezza e i carabinieri) che viene immediatamente inoltrato al Dipartimento delle forze armate.
Spendere milioni di dollari per acquistare armi in un Paese ancora alla fame, con la gente che si fa ammazzare nelle strade e nelle piazze dalle forze di polizia per chiedere, con giusta veemenza, un miglioramento delle proprie condizioni di vita, nuoce­rebbe all’immagine che Alcide De Gasperi ed i suoi collaboratori vogliono offrire di sé stessi agli italiani, così l’addetto mili­tare presso l’ambasciata americana a Roma, il 9 dicembre 1947, in merito alla richiesta di armi avanzata dal governo italiano, infor­ma il suo governo che “faremo un accordo informale, poiché gli ita­liani non desiderano mettere niente per iscritto”.
Dopo quasi trent’anni, uno dei più stretti collaboratori di Al­cide De Gasperi, Giulio Andreotti, si sentirà autorizzato a nega­re la richiesta di armi al governo americano avanzata dall’allora presidente del Consiglio, affermando di aver sentito quest’ultimo chiedere agli americani solo pane per gli italiani.
A smentire Andreotti c’è la documentazione americana.
Il 13 dicembre 1947, in un memorandum inviato al segretario di Stato dal generale D. H. Arnold della divisione Piani e operazioni, è elencato il materiale militare destinato all’Italia su richiesta del governo presieduto da Alcide De Gasperi:
“Il Dipartimento delle Forze armate – è scritto nel memorandum – è preparato a fornire al governo italiano le seguenti partite di armi e munizioni:
Proiettili US cal. 30 M 1903 – 50.000.
Pistole auto cal. 45 M 1911 – 5.000.
Fucili mitragliatori cal. 45 Thompson – 20.000
Cartucce Ball cal. 30 – 30.000.000.
Cartucce Ball cal. 45 – 20.175.000.
Il 21 aprile 1947, a Washington, il Comitato di coordinamento delle Forze armate americane presenta il rapporto redatto su ri­chiesta del sottosegretario di Stato, Dean Acheson, sui mezzi mi­gliori per fermare il comunismo. Il metodo che i militari america­ni ritengono più idoneo è quello di utilizzare “bread and ballots rather than bullets”, cioè pane e voti piuttosto che pallottole.
I cristianissimi politici democristiani, al contrario, preferi­scono prima le pallottole e poi, se avanza, il pane.
Il 14 dicembre 1947, a Washington, il presidente Harry Truman autorizza la Cia a “compiere operazioni psicologiche clandestine per neutralizzare le attività sovietiche” in Europa e, contestual­mente, rilascia la pubblica dichiarazione invocata da Alcide De Gasperi.
“Nonostante gli Stati uniti stiano ritirando le loro truppe dal­l’Italia in base agli obblighi assunti con il Trattato di pace, il nostro paese continua ad avere un interesse nel mantenimento di un’Italia libera e indipendente. Se lo sviluppo degli avvenimenti dovesse dimostrare che la libertà e l’indipendenza dell’Italia, che sono le premesse su cui sono basati gli accordi di pace, sono minacciate direttamente o indirettamente, gli Stati uniti, in quan­to firmatari del trattato di pace e in quanto membri delle Nazioni unite, si sentiranno obbligati a chiedersi quali misure possano essere più idonee al mantenimento della pace e della sicurezza”.
Il giorno dopo, 15 dicembre 1947, con due mesi di ritardo, le truppe americane abbandonavano l’Italia dopo oltre quattro anni di occupazione, per ritornarvi ancora e definitivamente, questa volta come alleate, nelle basi militari poste a loro disposizione dai governi democristiani, alla metà degli anni Cinquanta.
Il governo di un Paese militarmente sconfitto e ridotto in ro­vina che chiede alle truppe di occupazione straniere di restare nel suo territorio per sparare su quella parte di italiani che non sono allineati con la sua politica, può apparire come il fon­do del baratro in cui erano caduti l’Italia e gli italiani.
Ma il peggio deve ancora venire.
Il 18 aprile 1948, il “Fronte democratico popolare” arretra, perdendo più di un milione di voti, mentre la Democrazia cristiana ne raccoglie 12.741.299 assicurandosi una maggioranza che le ga­rantisce l’assoluta governabilità.
Ma, per la “classe digerente” uscita dalle urne il 18 aprile 1948, rimane prioritaria la minaccia rappresentata da quegli 8.137.407 voti raccolti dal Partito comunista e da quello socia­lista.
Invece di dare avvio ad una politica di pace, la Democrazia cri­stiana intensifica quella di guerra, pur nella consapevolezza che il Pci, vincolato dagli ordini di Mosca, non tenterà mai l’assal­to armato al potere.
La prova giunge il 14 luglio 1948, quando Antonio Pallante spara su Palmiro Togliatti, a Roma, in piazza Montecitorio, riuscendo però solo a ferirlo.
In serata, il segretario nazionale del Pci fa pervenire ad Alci­de De Gasperi un messaggio chiaro e conciso:
“Non succederà niente”.
Come rivelerà, il 22 marzo 1950, Matteo Secchia ad un diplomatico sovietico, quel 14 luglio 1948, su 22 componenti della direzione nazionale del Pci, 12 votarono contro la proposta di passare al­la fase insurrezionale, 8 a favore e 2 si astennero.
Le proteste dei militanti comunisti per l’attentato contro Palmiro Togliatti si conclusero nell’arco di due giorni con un bilan­cio ufficiale, secondo i dati forniti dal ministro degli Interni Mario Scelba al Parlamento, il 16 luglio 1948, di 7 morti e 120 feriti fra le forze di polizia e di 7 morti e 86 feriti tra i ma­nifestanti.
Ma i 14 morti e i 206 feriti seguiti all’attentato contro Palmiro Togliatti non sono il frutto di un tentativo insurrezionale.
Lo riconosce il comandante generale dell’Arma dei carabinieri, Fedele De Giorgis, che il 5 agosto 1948, in una sua relazione scri­ve:
“Non sono nel giusto secondo me coloro i quali hanno voluto ve­dere negli ultimi fatti, o una generale prova delle forze sovver­titrici, per ogni evenienza futura, o la realizzazione parziale di un coordinato progetto insurrezionale…Fin dal primo momento ebbi la sensazione che ci si trovasse di fronte a iniziative lo­cali, slegate fra loro, spesso non orientate verso obiettivi pre­cisi, talora assurde, che finirono per concludersi in danno degli stessi promotori”.
Lo segnala un dettagliato rapporto della Cia del 18 agosto 1948, redatto sulla base di informazioni provenienti dall’interno dei vertici del Pci, che informa come “verso le ore 23,30 di merco­ledì (14 luglio – Ndr) l’ambasciata russa ha fatto sapere per te­lefono che lo sciopero doveva essere revocato giovedì mattina. Grieco si è recato presso l’ambasciata russa per poi tornare molto ab­battuto al quartiere generale del Pci. Ha quindi informato i suoi colleghi che Mosca aveva condannato l’azione del partito e aveva impartito ordini perché per nessun motivo venissero provocati at­ti di violenza in Italia. A causa della delicata situazione inter­nazionale in atto, aggravata dalla crisi di Berlino e da quella jugoslava, Mosca non desiderava che i partiti comunisti di Italia e Francia si compromettessero troppo. Il Cremlino, infatti, non vo­leva al momento una guerra civile in Italia e in Francia, dal momento che la Russia era impossibilitata ad intervenire per soste­nere i comunisti”.
Sulla volontà sovietica di imporre ai partiti comunisti italiano e francese di mantenersi nei limiti della legalità le segnalazioni erano molteplici. Così l’8 agosto 1948, anche il prefetto di Tori­no, in una nota inviata al ministero degli Interni, scrive che “il Cominform avrebbe rinunciato ad una azione rivoluzionaria in Italia, dove bisogna attuare grandi agitazioni di massa con pre­testi economici”.
La certezza, confermata da fatti concreti, che il Pci non ha al­cuna intenzione di giungere al potere con un’insurrezione induce i dirigenti democristiani a disporre la smobilitazione sia pure par­ziale del proprio apparato militare.
Lo ricorda Paolo Emilio Taviani che, nel suo diario, alla data del 20 settembre 1948, scrive:
“Ci siamo riuniti oggi a piazza del Gesù. C’erano Martiri Mauri, Ferrari Aggradi, Marcora, il comandante Scrivia (Aurelio Ferrando), Chiri, presidente dei Volontari del Lazio e il colonnello Ferralasco di Genova. Ho detto che è giunto il momento di disarmarci. La Repubblica ha saputo dimostrare di sapere mantenere l’ordine, il popolo è in maggioranza con noi. Ho proposto di cedere le armi all’esercito.
Mattei ha osservato che il nuovo esercito è abbastanza ben piaz­zato sull’Adriatico, ma non altrettanto sui versanti occidentali.
A farla breve, abbiamo deciso di consegnare ai Carabinieri tutte le armi, ad eccezione delle pistole che saranno trattenute e denunciate”.
È una verità parziale, perché don Gianni Baget Bozzo rivelerà che “un’organizzazione paramilitare cattolica Dc ci fu anche du­rante la guerra di Corea, altro periodo di forte tensione in Italia”.
Un fatto emerge con chiarezza dall’esame dei comportamenti dei dirigenti democristiani: che, al loro interno, il sentimento pre­valente è la paura, non solo politica ma anche fisica dei comunisti.
Una paura che viene attenuata solo dalla consolante certezza di poter fare affidamento sulla potenza militare degli Stati uniti che, da parte loro, passato il timore di una vittoria elettorale del “Fronte popolare” in Italia il 18 aprile 1948, non ritengono che questa sia al primo posto nelle esigenze difensive che, via via, si prospettano.
Lo segnala, al ministro degli Esteri Carlo Sforza, il segretario generale del ministero degli Esteri, Guido Zoppi, con una nota del 22 luglio 1948, nella quale scrive:
“È stato comunque detto da parte americana che la messa in atto di difesa della Groelandia, Irlanda, Islanda costituisce il primo obiettivo da raggiungere fuori dalle frontiere degli Stati uniti.
Ciò risponde del resto a esigenze tecniche e militari ben com­prensibili ed è da ritenersi che l’eventuale difesa dell’Europa verrà presa in considerazione in tempi successivi estendendola progressivamente dall’estremo occidente europeo e nord Africa, via via, verso est a seconda dei progressi del riarmo americano e delle disponibilità offerte da tale riarmo.
In queste condizioni è da ritenersi che l’Italia non potrebbe venire compresa nell’area di una effettiva difesa americana che in un secondo o terzo tempo”.
Per una classe dirigente che vive nel terrore di una vittoria comunista sul piano elettorale, la prospettiva di essere esclusa, per un tempo indefinito dall’area di difesa degli Stati uniti ap­pare spaventosa.
Cosi il governo italiano muove i primi cauti passi per convincere gli Stati uniti ad aggiungere anche l’Italia al novero dei Pae­si che dovranno far parte della costituenda Alleanza atlantica, nella quale per la nostra posizione geografica non abbiamo alcun titolo per partecipare.
Il 3 settembre 1948, a Washington, un funzionario del Diparti­mento di stato, rimasto ufficialmente anonimo, suggerisce all’in­caricato d’affari italiano, Mario Di Stefano, in assenza dell’am­basciatore Alberto Tarchiani, che il governo italiano si unisca ai Paesi che stanno progettando un’alleanza difensiva nel Nord Atlantico.
È quanto il governo italiano intende fare.
Il 13 ottobre 1948, il ministro degli Esteri Carlo Sforza scrive al segretario di Stato americano, George Marshall, per definire una “formula vana” la neutralità e garantirgli una adesione “sen­za condizioni” dell’Italia alla futura alleanza.
Il 22 ottobre 1948, l’ambasciatore americano a Roma, James Cle­ment Dunn, può segnalare al segretario di Stato, George Marshall, che il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, si è impegna­to a condurre l’opinione pubblica “fuori dalla illusione della neutralità verso la necessità di un allineamento occidentale”.
In un Paese devastato dalla guerra conclusa solo tre anni pri­ma, la neutralità appare la sola opzione possibile, la più logi­ca, quella che consente di fare una politica di equidistanza fra i due blocchi che consentirebbe, fra l’altro, di avere il vantaggio di poter scegliere quale posizione assumere sui problemi in­ternazionali contrattando, di volta in volta, con le due potenze entrambi desiderose di averne il sostegno.
L’opposizione all’adesione dell’Italia ad un’alleanza militare è forte nel Paese e nell’ambiente politico, anche quello più filo americano come il socialdemocratico, dove Giuseppe Saragat esprime la sua netta contrarietà ad una politica che non si ispiri ad una rigida neutralità.
Il 2 dicembre 1948, il capo di Stato maggiore dell’esercito, generale Efisio Marras, si reca in visita negli Stati uniti dove vie­ne ricevuto anche dal presidente Harry Truman.
Il giorno successivo, 3 dicembre 1948, Giulio Andreotti annota nel suo diario:
“Saragat illustra al Presidente (Alcide De Gasperi – Ndr) la sua contrarietà ad accordi militari con gli Stati uniti. Il potente sin­dacalista Antonini è venuto a parlargli per convincerlo in senso opposto ma ha fallito. Vorrebbe una dichiarazione del governo cir­ca il carattere meramente esplorativo dei colloqui del generale Marras. De Gasperi lo invita alla riflessione e alla prudenza”.
A favore della neutralità dell’Italia, non c’è solo Giuseppe Sa­ragat ma anche il futuro presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi, e il futuro segretario generale della Nato, Manlio Brosio. Pro­prio quest’ultimo, all’epoca ambasciatore a Mosca, annota, il 15 gen­naio 1949, il contenuto di una conversazione con Gastone Guidotti, direttore generale per gli Affari politici del ministero degli Esteri:
“È chiaro – gli dice costui – che bisogna essere satelliti del­l’America o della Russia. È chiaro che l’America non ci armerà se non siamo nel Patto atlantico’.
Dunque – commenta stizzito Brosio -, secondo lui, per essere più o meno bene armati, dobbiamo definire e vincolare la nostra indipendenza. Non è la politica che stabilisce gli armamenti ma sono gli armamenti che determinano la politica”.
Intanto, anche il Vaticano si schiera a favore dell’ingresso del­l’Italia nel Patto atlantico.
L’ambasciatore francese presso la Santa Sede, Wladimir D’Ormesson, il 14 gennaio 1949, invia al proprio ministero degli Esteri un rapporto relativo ad una conversazione avuta con monsignor Gio­vanni Battista Montini che si è dichiarato convinto che “l’Italia sarebbe entrata nel Patto atlantico” e che “la Santa Sede consi­derava che non ci fosse altra via per l’Italia e si augurava vivamente di vederla impegnarvisi”.
Il ministro degli Esteri Carlo Sforza ha premesso che l’Italia non porrà condizioni per la sua adesione al Patto atlantico, ma non sa nemmeno cosa sarà questa alleanza che gli Stati uniti stan­no costituendo per il proprio esclusivo tornaconto.
Lo prova un’annotazione di Giulio Andreotti che, alla data del 26 gennaio 1949, nel suo diario, scrive :
“Il Segretario di Stato Acheson nella sua prima conferenza stam­pa ha illustrato il progetto per un Patto atlantico. Via via, attraverso i rapporti del generale Marras e le carte diplomatiche cono­sciamo il modello che si sta costruendo”.
È un’alleanza nella quale il governo italiano vuole entrare ad ogni costo senza conoscere le condizioni e gli obblighi che essa potrà comportare, costituendosi come un caso senza precedenti nel­la storia della diplomazia mondiale, non solo del XX secolo ma an­che di quelli precedenti.
Il presidente americano, Harry Truman, il 24 febbraio 1949 comu­nica al segretario di Stato, Dean Acheson, di non avere ancora “al­cuna opinione definitiva” sull’ingresso dell’Italia nella Nato e di preferire un “rinvio della decisione”.
Ancora il 28 febbraio 1949, allo stesso Acheson dice che prefe­rirebbe “non avere l’Italia fra i primi firmatari e forse neanche nel Patto, ritenendo più opportuno inserirla insieme a Grecia e Turchia in ‘qualche intesa mediterranea’ “.
Per superare l’opposizione del presidente americano, su consi­glio del Dipartimento di stato, il 1° marzo 1949 il governo ita­liano presenta richiesta formale di adesione al Patto atlantico.
Il 2 marzo, di conseguenza, il segretario di Stato, Dean Ache­son, ripropone a Truman la questione dell’adesione dell’Italia al­la Nato, sostenuta anche da Canada, Olanda, Belgio, Lussemburgo e Francia, mentre Gran Bretagna, Norvegia, Islanda e Danimarca comu­nicano di aver ritirato la loro opposizione.
Al presidente americano, Dean Acheson fa presente che l’Italia dispone “della terza maggiore Marina dell’Europa occidentale… e di una delle principali flotte mercantili europee, con un surplus di marinai addestrati”, e che “in termini di guerra marittima non vi è questione circa la potenzialità strategica, critica rispetto al controllo del Mediterraneo” e che, ancora, “è di grande impor­tanza negare al nemico di usare l’Italia, come base per il control­lo marittimo e aereo del Mediterraneo centrale”.
Argomentazioni, come si vede, di natura esclusivamente militare che hanno la capacità di far recedere il presidente Harry Truman dalla sua decisione di non accettare l’Italia fra i Paesi fondato­ri dell’Alleanza atlantica.
Dopo il consenso di Truman, la situazione si evolve rapidamente. L’8 marzo 1949, John Hickerson consegna all’ambasciatore italiano a Washington, Alberto Tarchiani, l’invito ufficiale del governo americano a quello italiano di entrare a far parte del Patto atlan­tico come membro fondatore.
Lo stesso giorno, a Roma, il Consiglio dei ministri approva la decisione di accettare l’invito rivolto all’Italia di entrare a far parte della nuova alleanza, nonostante che il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, abbia dovuto premettere che “le trat­tative sono ancora nella fase preparatoria. Nessuno conosce esatta­mente la portata del Patto atlantico. Ignoriamo quali siano le con­dizioni poste agli altri Paesi, quali a noi. Abbiamo svolto un’azio­ne solo per evitare di essere tenuti fuori”.
Neanche una prostituta si vende senza conoscere le prestazioni che le saranno richieste.
L’Italia di Alcide De Gasperi lo fa, calpestando l’indipendenza della Nazione e la dignità di 50 milioni di inconsapevoli italia­ni che pagheranno a carissimo prezzo l’adesione dell’Italia alla Nato.
L’11 marzo 1949, Alcide De Gasperi convoca in seduta straordinaria il Consiglio dei ministri che decide all’unanimità “per l’ac­cessione in via di massima al Patto atlantico”.
Il 16 marzo 1949, il segretario di Stato americano Dean Acheson trasmette all’ambasciatore americano a Roma, James Clement Dunn, il testo del Trattato del Nord Atlantico fino a quel momento sco­nosciuto al presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, ed ai componenti del governo.
Il 18 marzo 1949, il testo del Trattato viene reso di pubblico dominio, debitamente depurato da quelle clausole che ancora oggi sono mantenute segrete.
Lo stesso giorno, la Camera dei deputati approva l’adesione al Patto atlantico con 342 voti favorevoli, 170 contrari e 19 aste­nuti.
Il 27 marzo 1949, è il Senato ad approvare l’adesione dell’Ita­lia alla Nato con 118 voti favorevoli, 112 contrari e 19 astenuti.
Il 4 aprile 1949, a Washington, i rappresentanti di Stati uniti, Canada, Gran Bretagna, Francia, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Porto­gallo, Italia, Norvegia, Danimarca e Islanda firmano il Trattato dell’Atlantico del nord che ha validità ventennale ed è tacitamen­te rinnovabile in caso di mancato recesso.
Non ci volevano: il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, ed il suo ministro degli Esteri, Carlo Sforza, hanno brigato, im­plorato, supplicato, utilizzato anche le amicizie massoniche del ministro, fino ad ottenere l’assenso per entrare nel Patto dell’Atlantico settentrionale.
Il 5 aprile 1950, a Washington, nelle pagine del suo diario, Egidio Ortona annota:
“Telegramma di Sforza ad Acheson per l’anniversario del Patto atlantico. Patto – dice Sforza – ‘che noi creammo’. Non possiamo non farci qualche buona risata con l’ambasciatore se pensiamo al­la fatica improba che ci è costata entrare, accettati alquanto a malincuore come buoni ultimi, nel Patto atlantico.
Ma la faccia di Sforza – prosegue Ortona – è più che tosta e può permettergli di atteggiarsi a creatore di un qualcosa in cui siamo riusciti a penetrare solo dopo sforzi inenarrabili”.
Se la paura aveva indotto il governo diretto da Alcide De Gasperi a ritardare la partenza delle truppe americane dall’Italia, ed ora ad umiliare la Nazione rendendola partecipe ad un’alleanza militare ricercata a tutti i costi, senza porre condizioni e sen­za conoscerle, aveva mantenuto però il punto fermo di non concedere basi militari agli americani.
Ma, il 7 gennaio 1952, mentre a capo del governo è lo stesso Al­cide De Gasperi, iniziano le trattative per l’installazione di basi militari americane sul territorio nazionale.
Il 7 ottobre 1953, in un documento americano riferito all’apertura di basi militari in Italia, è scritto:
“Taviani preferirebbe evitare qualsiasi riferimento ad appendici o addendum nel testo dell’accordo-ombrello poiché pensa che quest’ul­timo finirà in qualche modo col circolare in Parlamento. Se ci fosse­ro riferimenti o documenti aggiuntivi, i parlamentari vorrebbero si­curamente vederli”.
Come già per le armi acquistate in totale segretezza nel dicembre del 1947, come per l’adesione alla Nato cercata senza condizioni all’insaputa della pubblica opinione e dello stesso Parlamento, anche per l’installazione delle basi militari americane in Italia si pro­cede con il medesimo metodo della segretezza assoluta.
La conferma giunge, puntuale, il 27 febbraio 1954, quando il fun­zionario dell’ambasciata americana, Elbridge Durbrow, riporta in un rapporto il contenuto di una conversazione avuta con il ministro della Difesa, Paolo Emilio Taviani:
“Quando ho posto la questione dell’accordo sullo stato delle for­ze, il ministro Taviani si è dimostrato sorpreso e ha risposto che l’Italia ha già firmato quell’accordo. Gli ho allora fatto notare che nonostante sia stato firmato, l’accordo non è stato ratificato dal Parlamento. Il ministro ha sostenuto che a suo parere non è es­senziale che lo sia.
Ha fatto notare che abbiamo già un numero considerevole di trup­pe americane stanziate in Italia e che la mancata ratifica non ha creato difficoltà di sorta. Ha poi aggiunto che, visto l’attuale schieramento politico in Parlamento, adesso la ratifica sarebbe a suo parere difficile da ottenere”.
Durbrow rileva, ancora, che Taviani “ha nuovamente sottolineato il fatto che se si optasse per un accordo-ombrello e l’opposizio­ne in Parlamento venisse a sapere una qualche sua parte, il governo si troverebbe costretto a rivelare il fatto che molte basi e strutture di vario tipo sono state accordate dal governo alle for­ze Usa”.
E, infine, che “se invece l’accordo fosse diviso in sei o sette lettere segrete, il governo potrebbe limitarsi a divulgare il te­sto solo di quelle parti di cui l’opposizione viene a sapere”.
Il 9 aprile 1954, il presidente del Consiglio Mario Scelba con­cede il definitivo ed ufficiale benestare per l’installazione del­le basi militari americane in Italia.
Paura e disprezzo per quelle regole della democrazia di cui si proclamano alfieri, sono alla base di quanto riferisce il diplo­matico americano Durbrow in merito alla questione del comando e del controllo delle forze militari americane di stanza in Italia, al Dipartimento di stato:
“Il ministro Taviani ritiene che – nel caso il testo di questo documento venga pubblicato (e lui spera che non lo sia) – il lin­guaggio debba essere tale da non far pensare che l’Italia abbia in alcun modo rinunciato alla propria sovranità territoriale. Ha sottolineato che si tratta di una questione puramente formale e non di sostanza”.
Con perfidia democristiana, Taviani annota l’8 agosto 1954 nel suo diario i nomi dei suoi complici in un’operazione che fa dell’Ita­lia una colonia, a tutti gli effetti, degli Stati uniti: Mario Scelba, Gaetano Martino, Amintore Fanfani, Ugo La Malfa, e gli ex neutrali­sti Giuseppe Saragat e Giovanni Gronchi.
L’arrendevolezza dei democristiani dinanzi ad ogni richiesta avanzata dagli Stati uniti, la loro ricerca costante della rassi­curazione sulla disponibilità americana ad intervenire militarmen­te in Italia contro i comunisti in caso se ne presenti la necessi­tà segni inequivocabili di una paura a stento dominata contrasta però con il rifiuto caparbio degli stessi esponenti democristiani di assumere contro il Partito comunista quel provvedimento di mes­sa fuori legge che risolverebbe una volta per sempre il problema, facendo dei comunisti una mera questione di polizia politica.
Gli Stati uniti non riusciranno mai a comprendere questa contraddizione.
Già il 15 marzo 1948, la messa fuori legge del Pci l’aveva suggerita il direttore del Policy Planning Staff, George Kennan, al se­gretario di Stato, George Marshall, ma all’epoca l’apparato milita­re del Partito comunista nel nord Italia faceva prevedere una resi­stenza armata tale da degenerare in un nuova guerra civile di in­certa durata e con alte perdite.
Il 18 giugno 1951, a Washington, la Division of research of western european affairs (Drw), in un suo documento, afferma che in Italia “la soppressione del partito comunista se applicata con efficacia, eliminerebbe i comunisti come seria forza della politica italiana. Esperienze in altre realtà hanno evidenziato che azioni repressive di questo tipo funzionano bene. Il problema è la capacità dello Stato di liquidare un’organizzazione politica numerosa, e ben organizzata come quella comunista senza diventare esso stesso un semplice Stato di polizia”.
La proposta non avrà seguito.
Nella primavera del 1954, Josip Stalin è morto da un anno, i nuovi dirigenti sovietici hanno avviato la fase della “distensione” in­ternazionale ed il Pci può ormai contare su un apparato informati­vo e spionistico, poliziesco ma non militare, così che la possibi­lità di agire esiste con la certezza di dover fronteggiare magari violente manifestazioni di massa, non mai una guerra civile.
Lo scioglimento per legge del Pci lo suggerisce il questore Ge­sualdo Barletta ad un agente americano del G-2, nel mese di marzo del 1954, affermando che è possibile arrestare il segretario nazio­nale del Pci, Palmiro Togliatti, e gli alti dirigenti del partito applicando la legge sui “reati contro lo Stato” e che, poi, si po­tevano usare le isole Tremiti e Ponza come luoghi di confino.
Barletta garantisce l’intervento delle forze di polizia ma si dice dubbioso circa il consenso del presidente del Consiglio, Ma­rio Scelba.
Quest’ultimo, da parte sua, nei suoi colloqui con i diplomatici americani, non esclude la possibilità di agire legalmente contro il Pci ma per farlo attende un pretesto valido.
Il 13 aprile 1954, difatti, nel corso di una riunione del Natio­nal security council, Walter Bedell Smith riporta una dichiarazio­ne del presidente del Consiglio italiano secondo il quale la rati­fica del trattato che istituisce la Comunità europea di difesa (Ced) provocherà la violenta reazione del Pci che, in questo modo, consentirà al governo di metterlo fuori legge.
Ma è un bluff.
Il 24 gennaio 1955 , il direttore del Sifar, generale Ettore Musco, consegna al ministro della Difesa, Paolo Emilio Taviani, la docu­mentazione dettagliata di un finanziamento sovietico al Pci, giunto via Zurigo, dell’importo di due miliardi di lire.
Due giorni più tardi, il 26 gennaio, sull’argomento si svolge una riunione alla quale prendono parte il presidente del Consi­glio, Mario Scelba, il ministro degli Esteri, Gaetano Martino, e quello della Difesa, Paolo Emilio Taviani, il quale nel suo diario annota :
“Riunione a tre al Viminale. Scelba ha preso nota dei nomi ita­liani di secondaria importanza. Abbiamo sempre detto che il Pci è pagato da Mosca. Ma dare pubblicità alle carte di quel finanziamen­to comporterebbe necessariamente mettere al bando il Pci. Dunque la guerra civile”.
Si decide, pertanto, di mantenere segreta la notizia per evita­re la reazione del Pci che si pretende affermare che sarà in ogni caso violenta.
La paura, quindi, si ripropone come il sentimento che domina i politici democristiani.
Lo prova anche la comunicazione che, a Washington, il 30 ottobre 1954, il segretario di Stato, John Foster Dulles, trasmette al presidente Dwight Eisenhower, relativa alla disponibilità del presidente del Consiglio italiano, Mario Scelba, a rafforzare il con­trasto con il Pci, pretendendo però l’assicurazione che le Forze armate americane interverranno in Italia per reprimere l’insurrezione comuniste che le misure da adottare, a suo avviso, provo­cheranno.
Eisenhower darà il suo benestare applicando “la dottrina della protezione e salvaguardia della proprietà, vita e sicurezza” dei militari americani presenti sul territorio italiano.
Il 23 marzo 1955, a Washington, Arthur Redford, addetto al Joint Chief of Staff, stila un memorandum relativo al contenuto del colloquio, avvenuto nel mese di gennaio, fra l’ammiraglio Carney e il presidente del Consiglio italiano, Mario Scelba:
“Il governo italiano ci chiede di aiutarlo a ridurre la forza del Pci attraverso alcune nuove misure. Il signor Scelba ci ha an­ticipato – scrive Redford – che il Pci potrebbe reagire violentemente contro alcune di queste misure e potrebbe anche scatenarsi una guerra civile.
Prima di introdurre le misure più drastiche, il primo ministro desidera assicurarsi l’appoggio degli Stati uniti incluso l’aiuto militare per evitare una reazione comunista”.
Gli americani credono alla sincerità delle intenzioni di Scelba. E Redford conclude:
“Obiettivo della politica americana è la liberazione dell’Ita­lia dalla minaccia di una sovversione o dominazione comunista. Ciò significa che gli Stati uniti devono sostenere con tutti i mezzi la riduzione della forza della Pci e dei gruppi che gli sono vicini. In particolare nell’eventualità di un’insurrezione o di altre azioni illegali che minaccino il legittimo governo italiano, gli Stati uniti devono rispondere con l’uso della forza militare”.
Il 16 marzo 1955, gli accordi di Jalta fra le potenze anglo-sassoni e l’Unione sovietica erano stati resi di pubblico dominio, quindi tutti ormai erano consapevoli che la liquidazione politica del Partito comunista italiano non avrebbe provocato altro che proteste verbali da parte dei regimi comunisti europei, ma questo non bastava a placare le paure dei democristiani al potere.
La polizia prova a saggiare la disponibilità della Democrazia cristiana e dei suoi alleati anticomunisti ad intraprendere una azione legale contro gli esponenti del Pci, seguendo le riservate direttive del questore Gesualdo Barletta.
Il 15 dicembre 1954, difatti, denuncia il deputato comunista Edoardo D’Onofrio per “attività antinazionali all’estero”, reato previsto dall’art. 269 del codice penale, in relazione ad un suo discorso al congresso del Partito comunista cecoslovacco, ma le speranze poliziesche s’infrangono contro la decisione della Camera dei deputati che nega l’autorizzazione a procedere.
Sul sentimento di paura che anima i democristiani ed i loro alleati concorda anche l’ambasciatore italiano a Washington, Manlio Brosio, che nel suo diario, a commento di un discorso del mini­stro degli Esteri Gaetano Martirio, scrive:
“Drammatizza un po’ troppo le conseguenze di una messa fuori legge del Partito comunista: secondo lui ne deriverebbe addirittura la guerra mondiale, secondo me non capiterebbe niente. È la paura”.
La “distensione internazionale” è un paravento dietro il quale gli Stati uniti e l’Unione sovietica alimentano la guerra fredda che, con l’accrescersi  della potenza militare di quest’ultima, di­viene necessariamente sempre più aspra, tanto da indurre alcuni esponenti democristiani, per la prima volta dal 1945 in modo serio, ad ipotizzare la possibilità di un “colpo di Stato” legale, ovvero della proclamazione dello “stato di emergenza”.
La prima segnalazione giunge dal giornalista Vittorio Gorresio che, il 20 giugno 1960, prima che inizino le sanguinose giornate dei tumulti comunisti contro il governo, prendendo a pretesto la scelta della città di Genova come sede del congresso nazionale del Msi, scrive che il presidente del Consiglio, Ferdinando Tambroni, sta progettando un “colpo di Stato” di cui fornisce anche il nome in codice, “Operazione Ippocampo”.
Non è una mera fantasia giornalistica, se il 13 luglio 1960, a Washington, un documento americano segnala la possibilità che in Italia si giunga ad una soluzione “autoritaria di destra”.
Possibilità, quest’ultima, confermata da un’annotazione dell’am­basciatore italiano a Washington, Manlio Brosio, che nel suo diario, fra il 20 ed il 26 luglio 1960, commentando la defenestrazione di Ferdinando Tambroni, scrive:
“Bacchetti e Conti mi dicono che si è voluto soprattutto impedi­re il consolidarsi del crescente potere di Tambroni. Si temeva un colpo di Stato fra Gronchi e Tambroni: già Tambroni aveva portato alla firma di Gronchi il provvedimento che dichiarava lo stato di emergenza”.
Ma qualcuno all’interno della stessa Democrazia cristiana blocca la manovra ritenendo che il distacco del Partito socialista, ormai in atto, porterà all’indebolimento del Partito comunista senza fa­re dell’Italia uno Stato di polizia.
Quattro anni più tardi, però, dinanzi al fallimento del centro- sinistra, i democristiani, questa volta compatti, faranno “tintinna­re le sciabole” dei generali per indurre il Partito socialista a più miti consigli, senza ovviamente tradurre in atto la loro mi­naccia.
La leggenda del “colpo di Stato” del luglio 1964, attribuito al comandante generale dell’Arma dei carabinieri, Giovanni De Lorenzo, viene creata ad arte dagli stessi circoli politico-militari che con essa liquidano un ufficiale che si opponeva alla trasformazione del­la “guerra non ortodossa” in “guerra a bassa intensità”.
Ne riparleremo.
Ancora, fra l’estate e l’inverno del 1969, una parte dello schiera­mento politico anticomunista, questa volta guidato dai socialdemo­cratici di Giuseppe Saragat, tenta in modo spregiudicato di creare i presupposti per una “soluzione autoritaria”, ma anche in questa occasione saranno gli esponenti di maggior rilievo della Democra­zia cristiana a bloccare l’operazione determinandone il fallimen­to.
Da quel momento in poi, la Democrazia cristiana farà quadrato per non perdere il controllo politico, gestendo in maniera cini­ca il malumore delle gerarchie militari e degli ambienti finanziari ed industriali senza mai ipotizzare la possibilità concreta di ricorrere alla forza per mantenersi al potere.
Solo un ritorno al passato da parte del Partito socialista, con una rinnovata edizione del “Fronte popolare” in grado di modifica­re la maggioranza, elettorale, avrebbe potuto indurre Aldo Moro ed i suoi colleghi ad agire sul piano della forza, ma questo non è avvenuto anche perché l’abile regia della “strategia della tensio­ne” lo ha impedito.
L’inettitudine dell’anticomunismo italiano, in particolare del partito democristiano che lo ha guidato fin dal 1945, è dato dal numero dei voti affluiti sulle liste del Partito comunista italiano nel dopoguerra dalle elezioni referendarie fino a quelle poli­tiche del 1976:
2 giugno 1946 – 4.356.686 voti;
18 aprile 1948 – 8.137.047 voti, nelle liste del “Fronte popolare”;
7 giugno 1953 – 6.121.551 voti;
25 maggio 1958 – 6.704.706 voti;
28 aprile 1963 – 7.768.228 voti;
18 maggio 1968 – 8.551.347 voti;
7 maggio 1972 – 9.072.454 voti;
18 giugno 1976 – 12.614.650 voti.
In trent’anni di dominio democristiano, il Partito comunista ha triplicato i suoi voti giungendo, con le sue sole forze, nel giugno del 1976, ad un passo dall’ottenere la maggioranza dei voti.
Il fallimento di un’intera classe politica si può sintetizzare in tre parole: inettitudine, paura ed interesse.
L’inettitudine è provata dai numeri di voti affluiti al Pci nel corso degli anni con un aumento progressivo che non ha conosciuto soste nemmeno dopo la sanguinosa repressione della rivolta unghere­se dell’autunno 1956.
La paura, l’abbiamo evidenziata nelle pagine precedenti e non riteniamo utile e necessario aggiungere altro.
Sull’interesse, concordiamo pienamente con quanto scriveva a suo tempo l’ambasciatrice americana a Roma, Clara Booth Luce.
In una lettera indirizzata al marito, Henry, il 31 ottobre 1954, la Luce esprimeva il suo giudizio su quello che considerava il doppiogiochismo democristiano nei confronti del Pci, la cui presenza in Italia era, a suo avviso, strumentale all’ottenimento di aiuti finanziari da parte degli americani:
“L’anticomunismo in Italia – scriveva – è un affare assai van­taggioso – perché procura miliardi di dollari a condizioni di mantenere nel gioco i comunisti”.
E prosegue:
“Sii anticomunista e gli Stati uniti ti aiuteranno, ma non essere così anticomunista da liberarti del problema perché a quel punto non ci sarà più ragione per continuare gli aiuti. Fintanto che non renderanno impossibile per loro non liquidare il partito (comuni­sta – Ndr) continueranno a tenerselo come fonte indiretta di dol­lari americani. Dobbiamo cambiare questo stato di cose”.
Il 1° giugno 1955, l’adirata ambasciatrice americana scriveva a Cabot Lodge:
“Negli ultimi mesi ho maturato la profonda convinzione che la no­stra politica di aiuti clandestini ai partiti politici italiani è destinata al fallimento, per ragioni sia politiche che morali…
Dopo cinque anni e mezzo miliardo di dollari di aiuti ufficia­li, e ingenti quantitativi di aiuti clandestini, i leader di ‘que­sti partiti’ ci dicono oggi, esattamente come ci dicevano nel ’48, che l’unica alternativa ad una vittoria comunista alle urne è rap­presentata dal nostro finanziamento a loro ed ai partiti…Anni di aiuto clandestino ai partiti governativi non hanno prodotto né una prolungata azione anticomunista né la formazione di un ‘governo sta­bile’. Essi non sono neppure in vista.
…Il peggiore aspetto della politica degli aiuti clandestini è che essi indeboliscono la virtù, principale che noi vogliamo vede­re in un governo italiano, ossia un vigoroso comportamento antico­munista…un forte governo anticomunista è impossibile in una si­tuazione in cui il mantenimento della minaccia comunista è l’unica cosa a disposizione dei politici per ottenere ampie somme di dena­ro di cui essi non sono tenuti a rendere conto in pubblico”.
Il disprezzo, legittimo ed ampiamente giustificato, di Clara Booth Luce nei confronti dei politici anticomunisti italiani aumenterà, negli Stati uniti, nel corso dei decenni successivi e troverà in­fine la sua vendetta nell’inchiesta definita “Mani pulite”.
Crollato l’impero sovietico, muovendo le giuste pedine e le im­mancabili marionette italiane al loro servizio, gli americani si liberano nel 1992 dei predatori famelici che dell’anticomunismo hanno fatto anche un mezzo per arricchirsi illecitamente sul pia­no non solo partitico ma anche personale.
L’anticomunismo italiano, democristiano in particolare, sprofon­da nel fango dell’ignominia, del ladrocinio, delle truffe, delle tangenti, delle collusioni con le organizzazioni mafiose, ma de­vono ancora rispondere del sangue che hanno versato, delle miglia­ia di vite spezzate, rovinate, distrutte per mantenere un potere per il potere, contro gli interessi dell’Italia e degli italiani.

POTERI FORTI
Nel dopoguerra italiano, parallela ad un mondo politico dominato dalla Democrazia cristiana, pavido, incerto, incline alla trattativa ed al compromesso con il Partito comunista, esiste una forza mi­litare compatta e determinata nel suo anticomunismo che, nel tempo, si accrediterà come la sola, autentica garanzia per gli Stati uni­ti e, successivamente, per l’Alleanza atlantica che l’Italia resterà fedele ai patti e, questa volta, manterrà la parola data.
Fino a quando i governi democristiani adotteranno la linea del­la fermezza nei confronti del Partito comunista e del suo alleato socialista, la garanzia militare resterà riservata, se non proprio invisibile, per poi apparire in tutta la sua drammatica evidenza negli anni Sessanta e fino alla metà degli anni Settanta come fat­tore di pesante condizionamento della politica governativa nei con­fronti del comunismo interno.
Del resto, sono la Democrazia cristiana ed i suoi alleati anticomunisti ad affrontare il problema rappresentato dalla presenza, in Italia, del più forte Partito comunista occidentale con misure di carattere militare e poliziesco più che politico, delegando la propria difesa a quegli Stati maggiori che nella guerra contro il nemico interno hanno visto, prima, la salvezza dei propri ufficia­li e del proprio prestigio e, dopo, quella del riscatto e della ri­vincita.
Dal momento in cui inizia la concreta riorganizzazione delle For­ze armate, con la creazione del ministero della Difesa il 4 feb­braio 1947, l’istituzione si distingue per la stabilità dei verti­ci di comando che si contrappone, in modo vistoso, all’instabili­tà politica che vede l’avvicendamento costante di uomini e di go­verni.
Dal 20 maggio 1948, data in cui si forma un governo presieduto da Alcide De Gasperi, il primo dopo la vittoria elettorale del 18 aprile che ha stabilizzato definitivamente la situazione politica italiana, fino al 6 agosto 1970, data in cui assume la presidenza del Consiglio il democristiano Emilio Colombo, in un Paese ancora scosso dal massacro di piazza Fontana, si avvicendano alla direzio­ne politica della Nazione 21 governi e 11 presidenti del Consiglio: Alcide De Gasperi, Giuseppe Pella, Mario Scelba, Antonio Segni, Adone Zoli, Amintore Fanfani, Ferdinando Tambroni, Giovanni Leone, Aldo Moro, Mariano Rumor ed Emilio Colombo.
La catena di comando militare, viceversa, vede la nomina il 1° febbraio 1947 a capo di Stato maggiore dell’esercito del genera­le Efisio Marras, già addetto militare a Berlino durante la guer­ra, che il 10 novembre 1950 verrà promosso a capo di Stato maggio­re della Difesa permanendo nella carica fino al 15 aprile 1954.
Gli subentra, nella carica di capo di Stato maggiore della Dife­sa, il generale Giuseppe Mancinelli, che si dimetterà il 29 marzo 1959 per dissensi con il ministro della Difesa, Giulio Andreotti.
Il 1° aprile 1959 è nominato capo di Stato maggiore della Dife­sa il generale Aldo Rossi che manterrà l’incarico fino al 22 di­cembre 1965, quando sarà sostituito dal generale Giuseppe Aloja che, peraltro, ha ricoperto l’incarico di capo di Stato maggiore dell’esercito dal 10 aprile 1962, e che resterà al vertice delle Forze armate fino al 16 febbraio 1968.
Nel corso di 21 anni, le Forze armate italiane sono state gui­date da soli quattro uomini, Marras, Mancinelli, Rossi e Aloja, due dei quali hanno ricoperto anche la carica di capi di Stato maggiore dell’esercito, Marras ed Aloja, restando rispettivamen­te al comando dell’istituzione militare per poco più di sette an­ni il primo, per poco meno di sei anni il secondo.
Ancora più stabile appare la guida della polizia italiana con annesso servizio segreto civile, che in oltre 19 anni è stata di­retta da due soli uomini: Giovanni Carcaterra, nominato il 22 marzo 1954, che lascerà l’incarico al suo successore, Angelo Vicari, che lo manterrà fino al 28 gennaio 1973.
Quattro uomini alla guida delle Forze armate dal 1947 al 1968, due soli a quella delle forze di polizia dal 1954 al 1973, un dato che dovrebbe far riflettere quanti ancora oggi ritengono che questo Paese sia stato retto da una democrazia parlamentare e non sia stato, viceversa, uno Stato autoritario e di polizia, in stile sudamericano.
Se gli Stati uniti e l’Alleanza atlantica hanno potuto contare su alleati silenziosi e fedeli, guidati con mano ferma da pochi uomini, questi sono stati i militari ed i poliziotti italiani, non certo i politici.
Le Forze armate italiane non sono state ricostruite, nel dopo­guerra, per un possibile impiego contro un nemico esterno che per anni è rimasto solo ipotetico non avendo l’Unione sovietica la capacità e la volontà di affrontare un conflitto mondiale, e dopo, a partire dagli anni Sessanta, è divenuto potenziale ma affrontabi­le solo dagli Stati uniti, gli unici in grado di schierare un armamento nucleare con funzioni di deterrenza e una forza armata con­venzionale capace di fronteggiare qualsiasi minaccia.
Per comprendere meglio l’inesistenza della “minaccia” militare sovietica è giusto ricordare l’elenco parziale dei danni subiti dal suo Paese, fatto dal ministro degli Esteri sovietico, Mikhailovic Molotov, il 19 marzo 1947:
“I danni subiti dall’Urss ammontano a 128 miliardi di dollari; 1.700 città e 70.000 villaggi distrutti; 25 milioni di persone ri­maste senza tetto; distrutte 31.000 fabbriche che davano lavoro a 4 milioni di operai; distrutti 65.000 chilometri di binari ferro­viari e 4.000 stazioni; 98.000 fattorie collettive e 1.800 fatto­rie statali distrutte e saccheggiate; 7 milioni di cavalli, 17 milioni di bovini, 20 milioni di suini, 27 milioni di ovini perduti; distrutti 40.000 ospedali e dispensari medici; 84.000 scuole, 42.000 biblioteche”.
A questi danni, va aggiunta la perdita, di circa 27 milioni di abitanti nel corso di un guerra che, da una parte e dall’altra, aveva cancellata la pietà.
Nessun Paese del blocco comunista era nelle condizioni di soste­nere un conflitto armato.
Il 16 aprile 1946, il generale Duff invia da Trieste al Quartier generale alleato a Caserta un documento segretissimo nel quale ipotizza l’inizio del conflitto con la Jugoslavia per la data del 1° giugno 1946, ma quest’ultima nulla può fare senza il supporto dell’Unione sovietica che, a sua volta, non è assolutamente in grado di fornirglielo.
Difatti, il 4 giugno 1946, a Caserta, il generale William Mor­gan, in un dispaccio, scrive che nella Venezia Giulia “tutto in­dica che, al momento, sia in corso soltanto una guerra di nervi.
Di conseguenza, reputo improbabile un colpo di mano jugoslavo”.
I sovietici abbandoneranno le loro pretese sui territori al confine con la Turchia, ritireranno le proprie truppe dall’Iran, manderanno allo sbaraglio i comunisti greci che, illusi di avere al­le loro spalle paesi ormai dominati dai loro compagni albanesi, bulgari e jugoslavi, daranno inizio il 26 ottobre 1946 ad una guerriglia dalla quale usciranno sconfitti.
Le ragioni della passività sovietica, sono di carattere milita­re, come confermano gli esiti della riunione svoltasi a Mosca il 10 febbraio 1948, fra sovietici, bulgari ed jugoslavi sulla que­stione greca.
Dopo aver avuto conferma da Edvard Kardelj che la Jugoslavia non era disposta ad intervenire militarmente in Grecia per so­stenere i comunisti greci, Josip Stalin si dichiara d’accordo nel far cessare l’insurrezione nel Paese ellenico.
“I comunisti greci – disse il dittatore sovietico, secondo il resoconto di Milovan Gilas – non hanno alcuna possibilità di vin­cere. Non potete immaginare che la Gran Bretagna e gli Stati uniti, la più grande potenza del mondo, permetteranno la rottura delle loro arterie di comunicazione nel Mediterraneo. Fesserie! E noi non abbiamo la flotta. L’insurrezione greca deve cessare il più presto possibile”.
Neanche la guerra di Corea dimostra la volontà guerrafondaia dell’Unione sovietica.
Il conflitto coreano nasce da un errore commesso dal segretario di Stato americano, Dean Acheson, che il 12 gennaio 1950, nel cor­so di un discorso a Washington, esclude la Corea del sud dal “perimetro” difensivo degli Stati uniti, così che Stalin autorizza la Corea del nord a sferrare un’offensiva lungo il 38° parallelo, il 25 giugno 1950, con la ragionevole certezza che la conquista della Corea del sud non comporterà una risposta militare americana.
Ma si sbaglia, perché come conferma una nota dell’ambasciatore italiano a Washington, Alberto Tarchiani, al ministro degli Esteri Carlo Sforza, la Corea non ha rilevanza strategica per gli Stati uniti ma ha un grande valore simbolico perché “l’eventuale conqui­sta di questa da parte delle forze comuniste comporterebbe una perdita di prestigio tale da scuotere non solo in Estremo Oriente, ma anche in Europa, la fiducia dei popoli liberi sull’appoggio de­gli Stati uniti”.
Quando la Corea del nord chiede assistenza per resistere alla controffensiva americana, il 29 settembre 1950, Josip Stalin può solo rivolgersi a Mao Tse Tung che l’8 ottobre 1950, quando le truppe americane ed alleate varcano la frontiera del 38° paralle­lo dando inizio all’occupazione della Corea del nord, ordina ai “volontari” cinesi di intervenire e di travolgere, come difatti avviene, le truppe americane obbligate ad una sanguinosa ritirata.
L’Unione sovietica non può intervenire direttamente in soccorso dei compagni coreani perché darebbe il pretesto agli Stati uniti di attaccarla usando l’arma nucleare, come dal 1946 vanno pianificando.
Già nel mese di giugno del 1946, gli americani avevano predispo­sto il “Piano Pincher” (Morsa), che prevede un attacco nucleare all’Unione sovietica con l’impiego di 50 bombe atomiche, e che resterà valido fino al 10 marzo 1948 quando sarà sostituito da un altro, denominato “Broiler”, che prevede lo sganciamento di 34 bom­be atomiche su altrettante città sovietiche.
Solo se l’attacco americano fosse stato realizzato, l’Armata rossa sarebbe scattata in avanti per occupare i centri industriali del­l’Europa occidentale certa che su questi gli Stati uniti non avreb­bero potuto utilizzare i loro ordigni nucleari.
Il “pericolo rosso”, sotto il profilo militare negli anni dell’immediato dopoguerra era inesistente, come prova il fatto che l’eser­cito sovietico era passato dagli 11 milioni di uomini del 1945 ai poco più di 2 milioni del 1948, perché per un Paese distrutto da una guerra spaventosa prioritaria era la ricostruzione non l’espan­sione territoriale con la forza delle armi.
La necessità di un riarmo delle Forze armate italiane non dovreb­be, pertanto, essere al primo posto delle esigenze della Nazione e dello Stato.
Viceversa, nel clima bellico in cui vive il Paese, dopo la ces­sazione delle ostilità, l’esigenza dei governi è il rafforzamento delle forze di polizia e delle Forze armate.
Il 26 febbraio 1946, l’ambasciatore americano a Roma, Alexander Kirk, trasmette al Dipartimento di stato la richiesta del presiden­te del Consiglio, Alcide De Gasperi, già avanzata dal suo predeces­sore, Ferruccio Parri, di elevare il numero dei carabinieri in ser­vizio da 65 mila a 75 mila.
Le condizioni in cui versa l’Italia sono denunciate dalla sezio­ne R&A dell’Oss in un rapporto del 2 febbraio 1946:
“1.700 calorie a testa invece delle 2.100 che rappresentano il minimo per una sana sopravvivenza, condizioni generali peggiori che in qualsiasi altro paese d’Europa se si eccettua la Germania, industrie ferme per mancanza di materie prime e carburante, una disoccupazione in aumento che alla fine dell’inverno toccherà il 40% delle forze lavorative come unica prospettiva (sia il gover­no che il sindacato hanno dovuto accettarla), un’emigrazione massiccia in Francia che indirizzerà fin d’ora 40.000 lavoratori in Belgio e mezzo milione in Francia”.
Il 10 ottobre 1948, il quotidiano comunista “L’Unità” potrà scrivere, senza essere smentito, che il bilancio del ministero degli Interni prevede “40 miliardi per la polizia, 2 per la maternità ed infanzia”.
L’ultimo combattimento che l’Esercito italiano sosterrà, sul territorio nazionale, sarà quello contro i separatisti, a San Mauro, nei pressi di Catania, il 29 dicembre 1945, per il resto concorre al mantenimento dell’ordire pubblico turbato, specie in Meridione, dalle disperate condizioni di vita dei cittadini più che dall’attività ”sovversiva” dei partiti socialista e comunista.
Il riarmo delle Forze armate risponde, perciò, ad una logica po­litica interna ed internazionale che callidamente prospetta la possibilità, presentata come probabilità concreta, di un attacco mili­tare al Paese da parte di una potenza straniera (L’Unione sovietica) in concorso con una “quinta colonna” rappresentata dal Partito comunista.
Anche quando i fatti hanno provatamente dimostrato l’inesisten­za di una volontà insurrezionale da parte dei comunisti italiani, i governi italiano ed americano continueranno ad insistere, accen­tuando i toni, sulla improrogabile necessità di riarmare le Forze armate italiane.
Ne è un esempio significativo la relazione della Cia del 24 feb­braio 1949, nella quale si scrive:
“La volontà del popolo italiano di resistere all’aggressione so­vietica è compromessa dal suo timore di coinvolgimento in un’altra guerra, specialmente in assenza di efficaci mezzi di autodifesa…
Le Forze armate italiane sono in grado di sconfiggere un’insurre­zione comunista, ma solo dopo che siano avvenuti gravi danni. Nel­la misura in cui l’aiuto militare degli Stati uniti accresca la loro capacità da questo punto di vista i risultati sarebbero vantaggiosi….”.
Abbiamo visto diplomatici di estrazione liberale come Manlio Brosio, politici socialdemocratici come Giuseppe Saragat e democristiani come Giovanni Gronchi, opporsi all’ingresso dell’Italia in una alleanza militare, ritenendo giustamente più pertinente per il Pae­se una politica di stretta neutralità fra i due blocchi, ma non c’è traccia di opposizione da parte degli ambienti militari pur consa­pevoli che l’ingresso nella Nato avrebbe significato la rinuncia definitiva all’indipendenza del Paese, alla sua sovranità naziona­le e, di conseguenza, alla sua dignità nazionale.
Le gerarchie militari hanno tutto da guadagnare dalla psicosi bellica, dalla paura collettiva del “pericolo rosso” perché sono loro a rappresentare la difesa del nascente regine democristiano con tutti i vantaggi materiali che questa condizione comporta in termini di carriera, ampliamento dei reparti, riarmo che si tradu­ce nella possibilità di ricostruire l’industria bellica italiana, chiamata a lavorare sulle commesse militari americane, prima fra tutte la Fiat, saldando in maniera indissolubile gli interessi del mondo militare con quello industriale.
Il 3 gennaio 1950, il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi comunica al governo la costituzione di nuove unità: la brigata alpina Julia, la brigata corazzata Ariete, la divisione Granatieri di Sardegna, la divisione di fanteria Avellino, e il progetto di ammodernamento dell’Aeronautica.
Gli Stati uniti sostengono il riarmo delle Forze armate italia­ne, che ormai sono integrate nella Nato.
Il 29 dicembre 1950, difatti, il segretario esecutivo del Natio­nal security council, a Washington, in un rapporto relativo alla “minaccia comunista” in Italia introduce il principio che quest’ul­tima, benché nazione sconfitta, “nell’interesse della sicurezza de­gli Stati uniti e dei paesi della Nato, possa derogare alle limitazioni al proprio riarmo”.
Il 7 marzo 1951, è approvata la legge che consente il riarmo del­le Forze armate, superando parzialmente le limitazioni imposte dal Trattato di pace, e che prolunga la ferma a 15 mesi effettivi.
Il 21 dicembre 1951, Stati uniti, Gran Bretagna e Francia abroga­no 29 clausole del Trattato di pace imposto all’Italia, in gran par­te riferite alle restrizioni sul piano militare.
Il 21 gennaio 1952, il Consiglio dei ministri approva uno stan­ziamento aggiuntivo di 250 miliardi per il riarmo, suddivisi in due anni.
Il giorno successivo, il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, afferma che lo stanziamento straordinario per il riarmo “non corri­sponde pienamente ai desideri dei nostri alleati americani” e chiarisce che “a questa politica non vi è alternativa: o l’alleanza mi­litare con l’America, o una politica di abbandono”.
La casta militare non ha recriminazioni da fare nei confronti della classe dirigente politica la cui politica pro-americana e filo-Nato è disposta a sostenere ad oltranza anche venendo meno a quella che è la solidarietà all’interno delle stesse Forze ar­mate nei confronti di ufficiali subalterni.
Il 10 ottobre 1956, il ministro degli Esteri Gaetano Martino invia una lettera “riservata” al ministro della Difesa, Paolo Emilio Taviani, per esprimere il suo parere contrario alla richie­sta di estradizione in Italia di ufficiali germanici accusati di strage.
Per i coloro i quali hanno espresso indignazione per l’archiviazione di procedimenti penali contro militari germanici ed hanno chiesto a gran voce di conoscere i nomi dei responsabili, è giu­sto riportare parte di quanto scritto da Martino a Taviani:
“Sono convinto che coloro i quali presero parte a così barbare azioni non meritino personalmente alcuna clemenza. Non posso tut­tavia nascondermi, come responsabile della nostra politica este­ra, la sfavorevole impressione che produrrebbe sull’opinione pub­blica tedesca e internazionale una richiesta di estradizione da noi avanzata al governo di Bonn a distanza di ben 13 anni da quan­do i dolorosi incidenti surriferiti ebbero luogo tanto più che una buona parte dei militari incriminati risulterebbero già stati giudicati e condannati dalle corti alleate al momento opportuno e cioè nell’immediato dopoguerra.
Ma, a parte le considerazioni negative che potrebbero farsi su questo nuovo tardivo risveglio non ho bisogno di sottolineare a te, che segui da vicino i problemi della collaborazione atlantica ed europea da parte del governo di Bonn, una nostra iniziativa che venisse ad alimentare la polemica sul comportamento del soldato tedesco.
Proprio in questo momento infatti tale governo si vede costretto a compiere presso la propria opinione pubblica il massimo sforzo, allo scopo di vincere la resistenza che incontra oggi in Germania la ricostruzione di quelle Forze armate, di cui la Nato reclama con impazienza l’allestimento”.
Il 20 ottobre 1956, il ministro della Difesa, Paolo Emilio Ta­viani, annota nel suo diario:
“Gaetano Martino mi scrive che non è opportuno chiedere alla Ger­mania l’estradizione di Speidel ritenuto (ma ci sono dei dubbi) uno dei responsabili della strage di Cefalonia. I russi stanno per invadere l’Ungheria. Il riarmo tedesco è più che mai indispen­sabile. Moro mi aveva detto che la competenza non è sua, ma è mia e degli Esteri. Mi ero imposto contro il parere di Mancinelli, per iniziare la pratica di estradizione. Ma ora, non ci penso neppure a insistere per questo Speidel. Martino ha ragione”.
Motivazioni politiche di carattere militare ed internazionale: non si potranno schierare le armate germaniche a fianco di quelle anglo-sassoni ed alleate contro l’Unione sovietica continuando a perseguire i loro ufficiali.
La logica che sta alla base della decisione italiana di archivia­re i procedimenti penali a carico degli ufficiali tedeschi è ineccepibile, ed è condivisa sia dai vertici politici che da quelli mili­tari .
La ragion di Stato, americana ed atlantica, non viene però re­cepita e avallata da un gruppo di ufficiali della divisione di fan­teria “Acqui”, di stanza a Cefalonia nel mese di settembre del 1943. Loro l’estradizione ed il processo a carico di uno degli ufficiali tedeschi che partecipò alla repressione dei militari italiani nel­l’isola greca li vogliono, anzi li esigono.
Ricondurli alla ragione non è, però, difficile per un vertice mi­litare che non nutre sentimentalismi di sorta. Così, il 23 novembre 1956, il giudice istruttore militare Carlo Del Prato spicca un mandato di comparizione a carico di Renzo Apollonio ed altri ex uffi­ciali della divisione “Acqui”, ipotizzando a loro carico i reati di rivolta continuata, cospirazione ed insubordinazione con mi­naccia verso un superiore ufficiale, per aver disobbedito agli ordini “di desistere da ogni atto ostile e di predisporre la cessio­ne ai tedeschi delle armi pesanti”, inducendo “la truppa alla ri­volta per commettere atti di ostilità contro i tedeschi al fine di creare il “fatto compiuto” e contrastare militarmente le truppe germaniche.
Posti di fronte alla possibilità di essere processati come colo­ro che, infrangendo le regole del dovere militare, avevano provoca­to il massacro dei loro commilitoni a Cefalonia, Apollonio ed i suoi colleghi rinunciano ai loro propositi di vendetta e riscopro­no che l’obbedienza è il mezzo migliore per fare carriera.
L’ondata di retorica sugli “eroici caduti” italiani di Cefalonia è rinviata di 50 anni, quando cioè l’opportunità e la convenien­za politiche faranno, negli anni Novanta, dello Stato di Israele il faro della politica governativa italiana di centro-destra e di centro-sinistra, che fa “scoprire” gli “armadi della vergogna” e spende miliardi per istruire processi a carico di novantenni uffi­ciali, sottufficiali e semplici soldati tedeschi da condannare al­l’ergastolo perché, perbacco, la giustizia deve fare il suo corso e punire i criminali di guerra tedeschi.
Del resto, dall’8 settembre 1943 le parole onore e dignità sono cancellate dal vocabolario politico e militare italiano.
Il rapporto fra le gerarchie militari ed i vertici politici de­mocristiani s’incrina per la prima volta nel 1959, quando, rispet­tivamente, il 28 marzo ed il 29 marzo, rassegnano le dimissioni il capo di Stato maggiore dell’esercito, Giorgio Liuzzi, e il ca­po di Stato maggiore della Difesa, Giuseppe Mancinelli, per contra­sti mai resi pubblici con il ministro della Difesa, Giulio Andreotti.

Dopo la Seconda guerra mondiale, il mondo non ha conosciuto la pace.
Il processo di decolonizzazione ha infiammato l’Asia con la guerra d’Indocina sostenuta dalla Francia, la guerriglia in Malesia, Fi­lippine, Indonesia, la guerra di Corea ha obbligato gli Stati uni­ti ad intervenire militarmente e a scoprire la propria incapacità di vincere una guerra convenzionale per l’impossibilità di usare il suo arsenale nucleare.
Dalla metà degli anni Cinquanta, il processo di liberazione dal dominio coloniale bianco investe l’Africa e l’area del Mediterra­neo ridiviene terra di frontiera e di conflitto.
La guerra civile in Grecia è finita il 16 ottobre 1949, con la netta sconfitta dalla guerriglia comunista, ma dall’autunno del 1954 è in corso la guerra d’Algeria che vede la Francia incapace di reprimere militarmente la rivolta che si vuole alimentata pro­prio dall’Unione sovietica.
Ma, se i paesi arabi sono in fermento, l’avvenimento che deter­mina la svolta è rappresentato dalla fornitura di armi che la Ce­coslovacchia, nel mese di luglio del 1955, concede all’Egitto, su richiesta del governo sovietico che vede, ormai, in Israele uno strumento dell’imperialismo anglo-sassone.
La polveriera mediterranea s’infiamma con l’attacco franco-britannico-israeliano all’Egitto del 29 ottobre 1956, che determina per la prima volta, la minaccia sovietica di intervenire direttamente con proprie truppe a difesa dei Paesi arabi sotto attacco.
Asia, Africa e Medio Oriente non sono inclusi nei patti di Jal­ta, quindi in quelle aree lo scontro fra Stati uniti ed Unione so­vietica può avvenire senza esclusione di colpi, con l’avvertenza di condurlo per interposta persona.
Le due potenze mondiali sostengono le lotte di liberazione na­zionali avversando entrambi il colonialismo europeo, ma gli Sta­ti uniti si trovano a dover fare i conti con il fatto che le po­tenze coloniali sono componenti essenziali dell’Alleanza atlanti­ca dal Portogallo all’Olanda, dalla Francia alla Gran Bretagna.
Il blocco occidentale concorda solo sulla difesa ad oltranza di Israele, divenuta sentinella avanzata del “mondo libero” in un Medio Oriente in cui la presenza sovietica ed il diffondersi del marxismo-leninismo divengono, via via, sempre più forti.
L’Italia non è direttamente coinvolta nei conflitti, ma divie­ne anch’essa prima linea quando l’Unione sovietica rafforza in modo massiccio la propria Marina militare per presidiare il Mediterraneo insidiando minacciosamente la supremazia della VI flotta americana.
Il 5 gennaio 1957, a Washington, il presidente Dwight Eisenhower proclama la sua dottrina per il Medio Oriente ufficialmente diretta a contrastare l’”aggressione comunista”.
“La perdita del Medio Oriente – afferma Eisenhower – determine­rebbe una situazione di strangolamento per il mondo libero”.
La dottrina sancisce l’”autorizzazione ad impiegare le Forze armate per assicurare e proteggere l’integrità territoriale e l’indipendenza politica di qualsiasi nazione o gruppo di nazioni nel Medio Oriente che domandi l’assistenza americana contro un’aggressione armata proveniente da qualunque Paese che sia controllato dal comunismo internazionale”.
L’anno successivo, il 18 luglio 1958, le truppe americane e britanniche sbarcano in Libano ed in Giordania dando applicazio­ne pratica alla dottrina Eisenhower e ribadendo la sfida all’U­nione sovietica che l’accetta potenziando la sua flotta ed impo­nendo la sua presenza nel Mediterraneo.
Dal momento in cui la minaccia militare sovietica, per la pri­ma volta dal 1945, diviene concreta le Forze armate iniziano a rivendicare un ruolo maggiore all’interno degli Stati occidenta­li, in nome della battaglia contro il “comunismo internazionale”.
Non si profila solo la possibilità di una guerra convenzionale, perché la guerra politica si combatte anche con altre e diverse armi.
Così che nel blocco occidentale tutta la comunità dei servizi segreti è messa in allarme dalla ricostituzione a Mosca del di­rettorato “D”, il 23 giugno 1959, nell’ambito del primo diparti­mento generale (spionaggio) del Kgb al comando di Ivan Agato, “in­caricato della pianificazione o della diversione su scala strate­gica”.
La mossa sovietica viene interpretata come il segnale di un campagna di disinformazione su scala planetaria da parte di Mosca, tanto che i dirigenti dei servizi segreti occidentali non crederanno, inizialmente, alla veridicità dello scontro fra Unio­ne sovietica e Cina popolare.
Dal 1° al 3 dicembre 1959, a Parigi, presso la sede della Nato, si svolge una conferenza internazionale sulla “guerra politica dei Soviet”, nel corso della quale è prospettata la necessità di organizzare la lotta politica anticomunista costituendo uno Stato maggiore misto, composto da civili e militari.
Le Forze armate propongono sé stesse come nuova forza politica, il partito nuovo che i mezzi di cui dispone e la disciplina dei suoi adepti può garantire la vittoria contro il comunismo e salvare la civiltà occidentale.
Il precedente delle Forze armate francesi che, da Algeri, il 13 maggio 1958, han­no imposto il generale Charles De Gaulle come nuovo presidente della Repubblica transalpina, senza violare la legalità costitu­zionale, ha fatto scuola perché ha dimostrato che i militari han­no un ruolo da svolgere in campo politico e non sono disposti a subire passivamente le decisioni dei governi quando non conformi alle necessità della battaglia contro il comunismo internaziona­le .
In Italia, il tentativo di staccare il Partito socialista da quello comunista condotto da Aldo Moro, ridesta i timori americani di un risorgere nella penisola di tendenze neutraliste, come segnalato da un documento redatto, il 10 gennaio 1958, dall’Office of intelligence research and analysis (Oir) del Dipartimento di stato.
Gli americani hanno inizialmente guardato con sospetto e diffi­denza alla politica di centro-sinistra ritenuta essenziale da par­te di una parte della dirigenza democristiana per assicurare gover­nabilità al Paese.
L’8 agosto 1956, avevano perfino ipotizzato che l’azione di Pie­tro Nenni fosse ispirata direttamente dal governo sovietico, ma successivamente la Central intelligence agency (Cia) aveva aderi­to, senza riserve, alla tesi che il passaggio del Partito socialista al campo democratico ed il suo ingresso nell’area governati­va avrebbero costituito un duro colpo al Partito comunista che ne avrebbe risentito anche in termini di consensi elettorali.
Le speranze americane sono chiaramente espresse in una lettera che Robert Komer, membro del Consiglio di sicurezza nazionale, scri­ve ad Arthur Schlesinger, il 9 giugno 1961:
“Un’ultima rottura tra Psi e Pci, risultante da un eventuale governo di centrosinistra, potrebbe distruggere definitivamente le speranze dei comunisti di conquistare una maggioranza parlamenta­re e creare un’alternativa dinamica non comunista”.
Lo stesso Arthur Schlesinger, il giorno successivo, 10 giugno, invia al presidente John F. Kennedy un memorandum in vista della visita del presidente del Consiglio italiano, Amintore Fanfani, nel quale, fra l’altro, suggerisce di “ripetere la posizione ame­ricana che continuiamo a favorire misure severe ed efficaci con­tro lo spionaggio e la sovversione comunista e che l’apertura a sinistra renderebbe quelle misure ancora più importanti”.
Il centro-sinistra non è quindi considerato un momento della crescita democratica dell’Italia, ma è solo un espediente, fra i tanti, per contrastare il Partito comunista e, nel contempo, per garantire alla Democrazia cristiana la possibilità di governare senza doversi appoggiare ad alleati che, sul piano elettorale, hanno poco da offrire.
In caso di fallimento della politica di centro-sinistra, ci so­no le Forze armate a garantire la governabilità del Paese con il consenso dei dirigenti democristiani o in dissenso da essi.
Gli anni Sessanta rappresentano il decennio più “caldo” della “guerra fredda”: la Francia sotto attacco da parte della Nato con l’organizzazione clandestina, formata da militari, dell’Oas; il colpo di Stato in Grecia; la guerra dei sei giorni in Medio Oriente che divamperà fino all’armistizio dell’agosto 1970 con l’afflusso in Egitto di migliaia di consiglieri militari sovie­tici; la flotta russa che schiera fino a cinquanta navi nel Me­diterraneo; la destabilizzazione dell’Italia.
In questo panorama, anche in quei Paesi laddove è possibile occultare la guerra dietro il paravento di una pace inesistente, le Forze armate divengono un elemento fondamentale e decisivo della lotta politica.
La destra politica italiana inizia a guardare alle Forze armate come lo scudo contro il comunismo, in grado di usare con efficacia la spada per la controffensiva definitiva.
Lo Stato maggiore della Difesa, da parte sua, non rimane indif­ferente né in attesa di ordini politici per predisporre gli stru­menti necessari per prendere parte, con un ruolo predominante, al­la battaglia contro il “nemico interno”.
Crea, come vedremo, strutture clandestine, addestra uomini, ela­bora dottrine, affina concetti, allarga l’attività informativa dei reparti addetti alla sicurezza.
È vero che la circolare del reparto “D” del Sifar che dispone la schedatura di “tutte le personalità che possono assurgere ad alte cariche o comunque inserirsi o essere interessate alle prin­cipali attività della, vita nazionale, in qualsiasi campo”, risale al 26 febbraio 1959, dieci giorni dopo l’insediamento al ministero della Difesa di Giulio Andreotti, ma è altrettanto vero che il Si­far è alle dipendenze dello Stato maggiore della difesa che non può, pertanto, essere considerato estraneo o addirittura ignaro di que­sta attività di illecita e generalizzata schedatura.
La situazione politica è attentamente monitorata dagli Stati maggiori, come dimostra la nota informativa che l’ufficio “I” del Comiliter di Firenze trasmette, il 29 gennaio 1964, al generale di brigata Edoardo Formisano, responsabile del Sios Esercito, nel­la quale è possibile leggere che nei confronti del centrosinistra, negli ambienti industriali e commerciali, l’orientamento prevalente sembra “sfumare dalla primitiva posizione di assoluto con­trasto…ad una cauta attesa e di generico consenso”.
Non risulta che il Sios esercito, e quelli delle altre Armi, ab­biano l’autorità di svolgere indagini di carattere politico ed è certo, viceversa, che sono stati utilizzati per fini esclusivamente politici.
La politica di guerra globale al comunismo decisa da John F. Kennedy investe in pieno l’Italia.
Se Aldo Moro vede nel centro-sinistra una mossa astuta per garan­tire la governabilità, la Cia ci vede uno strumento di lotta contro il Partito comunista, ma gli americani prendono in esame anche al­tre opzioni.
Il 19 gennaio 1961, il National security council emana la direttiva 6014/1 nella quale si stabilisce che “se i gruppi comunisti o del fronte comunista dovessero significativamente aumentare la loro influenza sul governo italiano, e specialmente se la deter­minazione anticomunista dovesse scemare, gli Stati uniti dovranno prendere in considerazione ogni possibile azione non militare (omissis) sia da soli sia in cooperazione con altre nazioni alleate, per appoggiare qualsiasi resistenza italiana contro queste tendenze”.
In Italia, è lo Stato maggiore della difesa a predisporre le necessarie contromisure per garantirsi la possibilità d’intervenire nel caso di cedimento da parte della Democrazia cristiana nei con­fronti del Pci.
Il 27 febbraio 1961, in un appunto per il direttore del Sifar, generale Giovanni De Lorenzo, sono presi in esame i problemi ine­renti al coordinamento tra un’organizzazione paramilitare (la cui costituzione è stata suggerita dal comando designato 3ˆ Armata), una organizzazione militare palese con scopi occulti (già allo studio dello Stato maggiore esercito) e una organizzazione clan­destina già a disposizione del Sifar.
Nell’appunto si afferma, fra l’altro, che “nella indicazione dei compiti si è omesso – tra i compiti che il Sifar ha assegnato al­le sue organizzazioni – quello dell’intervento in caso di sovver­timento interno. Tale particolare compito configura in maniera an­cora più evidente il carattere globale dell’operazione di emergen­za predisposta dal Sifar, avente cioè scopi e riflessi non soltan­to nel settore militare, bensì sull’intero piano nazionale”.
Per comprendere appieno che la storia del contrasto del comuni­smo in Italia è storia militare, non solo politica, bisogna fare il punto sui servizi segreti militari che un’accorta campagna di disinformazione portata avanti dai mestieranti senza scrupoli del giornalismo italiano e da giudici interessati alla carriera (e, a volte, anche quella politica), ha presentato come un istituzione dipendente esclusivamente dalla politica, autonomo e incline a deviazioni.
I servizi segreti militari sono, viceversa, un reparto delle Forze armate che rispondono del proprio operato allo Stato mag­giore della difesa.
Il 30 marzo 1949, con dispaccio n. 365/S, il ministro della Di­fesa Randolfo Pacciardi dispone che l’Ufficio I dell’Esercito, il Sis della Marina e il Sia dell’Aeronautica confluiscano, con de­correnza 5 aprile 1949, nel Sifar unificato, alle dirette dipenden­ze del capo di Stato maggiore della difesa.
Nello stesso dispaccio, inoltre, si riconosce il presidente del Consiglio come “autorità per la sicurezza nazionale”, titolare del segreto di Stato.
Il 1° settembre 1949, diviene operativo il Servizio informazio­ni della Forze armate che assume la denominazione di Sifar, e vie­ne posto al comando del generale Giancarlo Re, che già dirigeva l’Ufficio informazioni dell’esercito dal 31 ottobre 1947, e cesserà dall’incarico il 21 marzo 1951.
Nessun dubbio, pertanto, sulla diretta dipendenza del servizio segreto militare dallo Stato maggiore della Difesa, la cui autori­tà sul reparto viene riconfermata il 28 luglio 1950, quando viene istituito il Consiglio di difesa presso il quale il capo di Stato maggiore della difesa svolge funzioni tecniche.
La legge n. 624 che istituisce il Consiglio di difesa stabili­sce, difatti, che “il Capo di SMD sovraintende al Servizio unifi­cato informazioni militari e attua per prevenire azione dannosa al potenziale difensivo del Paese”.
Il 18 novembre 1965, con dpr n. 1478 si ridefiniscono i compiti del Sifar che continua a dipendere dallo Stato maggiore della difesa al quale sono assegnati i ruoli di “sovraintendenza” ed “ispettivo”, riconfermati con la circolare del 25 giugno 1966, emanata dal ministro della Difesa, Roberto Tremelloni, che modifi­ca la denominazione del servizio segreto da Sifar a Sid (Servizio informazioni difesa), con decorrenza dal 1° luglio 1966.
La cortina fumogena callidamente creata intorno alla dipenden­za dei servizi segreti militari dallo Stato maggiore difesa si è rivelata funzionale alla copertura delle responsabilità di questo ultimo.
Ma, accanto ai servizi segreti militari ci sono i Sios delle tre Armi che dipendono dai rispettivi Stati maggiori e fanno capo al­lo Stato maggiore della Difesa.
Il 24 luglio 1991, a Johannesburg (Sud Africa), il generale Gianadelio Maletti, ex responsabile dell’ufficio “D” del Sid, dichia­ra ai magistrati che lo interrogano:
“Non ho mai prestato servizio all’interno del V Corpo d’Armata di Vittorio Veneto. So però che da sempre tra i suoi compiti rien­trava quello di organizzare una resistenza nel caso di invasione a opera delle Forze armate dell’Est europeo.
Si trattava di un’attività di resistenza che doveva essere po­sta in essere da personale non militare. Ritengo che dipendesse dal SIOS dell’Esercito”.
A parte la reticenza del generale Maletti che gli suggerisce di escludere la partecipazione di reparti militari d’élite alla eventuale guerra di guerriglia contro gli improbabili invasori sovieti­ci, è significativo che stabilisca un rapporto di dipendenza del­la struttura “Gladio” dal Sios esercito che, a sua volta, rispon­de al capo di Stato maggiore dell’esercito.
La conferma, fra altre, giunge da una riunione svoltasi il 3 marzo 1964 fra il comandante del Sios esercito, il capo dell’uffi­cio “R” del Sifar e il responsabile della sezione Sad (“Gladio”) sull’impegno degli ufficiali “I”. Si decide che l’attività addestrativa inizi in autunno e si stabilisce di trovare una denominazione di copertura per meglio garantire la sicurezza dell’operazione.
Il Sios esercito, alle dirette dipendenze dello Stato maggiore dell’esercito, interviene quindi nella battaglia politica contro il comunismo ed il lassismo democristiano nei confronti di quest’ul­timo.
A definitiva conferma che “Gladio” non s’identifica con il solo servizio segreto militare, c’è il fatto che, il 20 gennaio 1970, è il responsabile del Sios-esercito, generale Vito Miceli, ad invia­re una nota sulle “Stay-behind” al nuovo capo di Stato maggiore della difesa, generale Enzo Marchesi.
Cosa abbia rappresentato “Gladio” nella battaglia contro il co­munismo è fatto storicamente provato ma qui interessa far rileva­re che la sua attività politica non derivò dal fatto di essere una struttura ufficialmente inserita nel servizio segreto militare, ben­sì dagli ordini che provenivano dai vertici della Forze armate, incredibilmente rimasti estranei sul piano giudiziario e su quello storico.
Ufficiali del Sios esercito li troviamo implicati nelle vicende oscure e tragiche degli anni cosiddetti di “piombo”, da Amos Spiazzi, plurinquisito, al colonnello Cosimo Pace ed al capitano Pietro Cangioli inseriti nell’organigramma dei “congiurati” del “golpe Bor­ghese”, e nella direzione del servizio di spionaggio illegale or­ganizzato dalla Fiat troviamo ufficiali del Sios Aeronautica.
In quest’ultimo caso si potrebbe eccepire che l’azienda torine­se fabbrica anche armi, aerei, blindati ecc. e che, quindi, è nor­male che il suo servizio di sicurezza interna fosse diretto da uo­mini dei servizi segreti.
Però, le schedature della Fiat non riguardavano i possibili vio­latori dei segreti militari né tendevano ad individuare eventuali sabotatori, perché erano finalizzate al controllo politico delle maestranze e dei loro familiari, e non solo.
Il 18 settembre 1950, l’illegale struttura informativa della Fiat redige una scheda sul conto di Sergio Garavini, definito “capo ufficio informazioni della Federazione” del Pci, il quale “ha riunito sabato sera gli agenti di informazione ai quali ha impartito disposizione per intensificare la propaganda in seno all’eser­cito. Ha raccomandato di estendere la maggiore attività fra gli ufficiali in s.p.e. e di tenersi in continuo collegamento con le cellule ufficiali di complemento. Particolare raccomandazione ha rivol­to all’attivista F. E. capocellula presso il Distretto militare con il quale si è compiaciuto per il lavoro fin qui svolto”.
Sergio Garavini, dirigente del Partito comunista, non ha alcun rapporto diretto od indiretto con la Fiat.
Il 24 gennaio 1955, il servizio segreto della Fiat stila un rap­porto informativo sul conto di M.D. ex “staffetta partigiana” e militante del Partito d’azione, di cui ora si sospetta che svolga, in realtà, attività politica a favore del Pci.
M.D. non ha alcun rapporto, diretto od indiretto, con la Fiat.
La prova che lo Stato maggiore della Difesa, tramite lo Stato mag­giore dell’Aeronautica che ha utilizzato il proprio Sios, ha costi­tuito nel dopoguerra un servizio di spionaggio illegale in campo industriale, non per proteggere segreti ma per controllare le mae­stranze e quanti altri cittadini avevano la ventura di attirarne l’attenzione, viene da un telegramma inviato dall’amministratore delegato della Fiat, il 6 settembre 1954, all’ambasciatrice ame­ricana Clara Booth Luce:
“1) Da gennaio ad agosto abbiamo sospeso o licenziato 687 inde­siderabili, oltre ai 700 precedenti e ve ne abbiamo comunicato i nomi. 2) D’accordo col ‘country team’ abbiamo intensificato gli sforzi per la fusione degli indipendenti con la Cisl e la Uil a danno della Cgil. 3) Ci siamo anche accordati sulla istituzione di una entità di sicurezza composta da esponenti dell’aeronautica italiana, dell’ambasciata americana e della Fiat. 4) Stiamo contat­tando altre società, la Om, la Magneti Marelli, la Borletti, perché seguano il nostro esempio”.
Non ci sono, pertanto, dubbi: la Fiat ha utilizzato per tutto il dopoguerra un servizio segreto proprio, diretto da personale del Sios Aeronautica e coordinato con esponenti dei servizi segreti americani.
Anche in questo caso, la presenza della Forze armate nello svol­gimento di un’attività spionistica illegale ai danni di cittadini italiani, organizzata dal capitalismo privato indigeno, è fuori discussione.
L’amministratore delegato della Fiat, Vittorio Valletta, il 22 agosto 1950, ad Egidio Ortona aveva confessato:
“Non possiamo fare che una sola politica: quella dell’America per l’America”.
Alla stessa conclusione sono giunti, fin dall’8 settembre 1943, i vertici militari italiani.
Come abbiamo visto, nell’appunto del Sifar del 27 febbraio 1961 si fa riferimento ad una organizzazione paramilitare “la cui co­stituzione è stata suggerita dal comando designato 3ˆ Armata”.
Il 30 dicembre 1997, il generale Vittorio Emanuele Borsi di Par­ma dichiara al giudice istruttore di Venezia, Carlo Mastelloni:
“Sapevamo dal Sifar dell’esistenza di un’organizzazione parami­litare di estrema destra chiamata Ordine Nuovo sorretta dai servizi di sicurezza della Nato che aveva compiti di guerriglia, e di informazione in caso di invasione.
Si trattava di civili e militari che, all’emergenza, dovevano comunicare alla nostra Armata (la III con sede a Padova – Ndr) i movimenti del nemico. Si trattava di un’organizzazione tipicamente americana munita di armamento e di attrezzature radio”.
Se consideriamo i rapporti privilegiati intercorsi fra Pino Rauti, giornalista del quotidiano “Il Tempo” di Roma, e capo di “Ordi­ne nuovo” spacciata per organizzazione “neonazista”, ed il capo di Stato maggiore dell’esercito Giuseppe Aloja; se leggiamo la scheda di adesione ad “Ordine nuovo”; se ripercorriamo la carrie­ra dello stesso Rauti, non dobbiamo fare molta fatica a collegare l’organizzazione paramilitare di cui si parla nell’appunto del 27 febbraio 1961 a quella descritta dal generale Borsi di Parma (che ne fa esplicitamente il nome) che ha il suo gruppo più forte nel Triveneto.
I vertici militari agiscono, quindi, operando su più piani, oc­culti e palesi, dando inizio, in prima persona, ad una campagna propagandistica che deve denunciare la “guerra rivoluzionaria” comunista e, nel contempo, la necessità di riconoscere alle For­ze armate, cioè a sé stessi, la responsabilità di combatterla.
Dal 18 al 21 novembre 1961, a Roma, si svolge il secondo conve­gno sulla “guerra rivoluzionaria dei Soviet”, al quale, insieme ai politici, prendono parte decine di alti ufficiali.
Il convegno del 3-5 maggio 1965, a Roma, organizzato ufficial­mente dall’istituto di studi militari “A. Pollio”, sul tema solito, “La guerra rivoluzionaria”, è stato voluto dal capo di Stato mag­giore dell’esercito, Giuseppe Aloja, e finanziato con i fondi del servizio segreto militare.
Il 20 giugno 1969, a Roma, si svolge un convegno organizzato dal­l’istituto di studi militari “N. Marselli” sul tema “La difesa civi­le in Italia”, al quale prende parte il ministro della Difesa, Lui­gi Gui.
Il 14 marzo 1971, a Roma, si svolge una manifestazione organizzata dall’associazione “Amici delle Forze armate”.
Due mesi più tardi, sempre a Roma, dal 24 al 26 giugno 1971, si svolge il convegno sul tema “Guerra non ortodossa e difesa”, orga­nizzato, anche in questa occasione, dall’istituto di studi milita­ri “N. Marselli”, al termine del quale si auspica che “le Forze ar­mate abbiano più peso nella vita della Nazione e siano presenti là dove si fanno grandi scelte nazionali, per esempio nella programma­zione” .
Le Forze armate non si offrono più come servitori dello Stato, ma vogliono essere esse stesse lo Stato.
Nell’estate del 1964, le gerarchie militari avevano sostenuto la Democrazia cristiana impegnata a riportare all’ordire il Par­tito socialista, spaventandolo con il “tintinnio delle sciabole”.
La gazzarra scatenata dalla sinistra italiana contro il generale Giovanni De Lorenzo, fantasiosamente accusato di voler fare un “colpo di Stato” utilizzando la sola Arma dei carabinieri di cui è comandante, ha messo opportunamente in ombra che dal presidente del­la Repubblica, Antonio Segni, si è recato, su convocazione, anche il capo di Stato maggiore della difesa, generale Aldo Rossi.
Mentre naufraga nel ridicolo la pretesa che l’Arma dei carabinieri possa, con le sue sole forze, compiere un “colpo di Stato” in Italia prescindendo dalla volontà e dal concorso delle altre Armi, dei loro Stati maggiori e dello Stato maggiore della Difesa.
Non esiste nella storia dei colpi di Stato del XX secolo un so­lo esempio di azione portata innanzi da una parte delle Forze ar­mate, in assenza o addirittura in contrasto con le altre.
Il tentativo fatto dai generali francesi, il 22 aprile 1961, di abbattere il presidente della Repubblica, Charles De Gaulle, è un esempio di come una parte delle Forze armate non possa prevalere sulle altre.
In linea teorica, un colpo di Stato militare può essere fatto dal solo esercito, senza il concorso della Marina e dell’Aeronau­tica, non certo da una parte di esso.
E l’Arma dei carabinieri era parte integrante dell’Esercito, non la più numerosa né la meglio armata.
Tanto non vuole dire che le Forze armate siano sempre rimaste compatte nella loro azione politica e di contrasto del comunismo nazionale.
La “guerra dei generali” che ha visto la contrapposizione fra il capo di Stato maggiore dell’esercito, Giovanni De Lorenzo, e quello della Difesa, Giuseppe Aloja, ne è una eloquente riprova.
L’ex segretario amministrativo del Sifar e dell’Arma dei cara­binieri, colonnello Luigi Tagliamonte, ebbe a dire un giorno che il generale De Lorenzo è stato defenestrato perché non aveva vo­luto accettare la “strategia della tensione”.
Un fatto è certo. Il 20 aprile 1966, il capo di Stato maggiore della difesa, Giuseppe Aloja, emana una direttiva in cui racco­manda “l’educazione morale e civica” per “immunizzare il combat­tente dalla propaganda sovversiva tendente alla disgregazione del­la compagine militare”, e contestualmente preannuncia “una specifica normativa sull’arma psicologica”.
Il giorno successivo, con una tempestività fulminea, il capo di Stato maggiore dell’esercito, Giovanni De Lorenzo, emana a sua vol­ta una direttiva nella quale ribadisce l’apoliticità delle Forze armate ed impone di eliminare “nella trattazione degli argomenti qualsiasi riferimento che possa – anche vagamente – far pensare ad una visione di parte”.
Non c’è uno scontro solo personale fra i due massimi esponenti delle Forze armate, ma una diversa ed opposta concezione della lotta al comunismo.
Fa riflettere che la destituzione del generale Giovanni De Lo­renzo, il 15 aprile 1967, sia avvenuta per imposizione di Giusep­pe Saragat, ora presidente della Repubblica, nell’imminenza del­l’avvio sul piano operativo dell’operazione “Chaos”, varata dal­la Cia e che ha avuto, per l’Italia, conseguenze tragiche.
Anche la morte, avvenuta in un incidente stradale dalla dinami­ca sospetta, del generale Carlo Ciglieri, ex comandante generale dell’Arma dei carabinieri ed in quel momento a capo del comando designato della 3ˆ armata, a Bassano del Grappa il 27 aprile 1969, induce a pensare che ci siano state delle resistenze forti, al­l’interno delle più alte gerarchie militari, alle operazioni clan­destine condotte dagli americani sul nostro territorio.
Eliminati, in un modo o nell’altro, i dissensi interni, le Forze armate si pongono ora come l’ago della precaria bilancia poli­tica italiana.
Adulate dalla destra, da parte dei democristiani, ritenute dai socialdemocratici e dagli uomini di Pietro Nenni le sole in grado di risolvere la situazione interna e di liquidare il Partito comu­nista, le gerarchie militari si calano nei panni dei pretoriani che scelgono i loro imperatori.
A partire dall’estate del 1967 e fino all’autunno del 1974, le Forze armate assolveranno il compito di condizionare la politica democristiana, ritenuta troppo arrendevole nei confronti del Pci, sostenendo i socialdemocratici considerati i “duri” dello schiera­mento politico anticomunista e facendo balenare, ora in modo palese ora in modo criptico, la loro disponibilità ad intervenire per porre fine al disordine pubblico e sventare la minaccia rappresen­tata dall’avvicinamento del Pci all’area governativa.
Non hanno mai ipotizzato le pavide gerarchie militari italiane un colpo di Stato alla cilena o alla greca, perché nessun esponen­te militare ha mai avuto sufficiente carisma per proporsi – ed es­sere accettato – come il capo indiscusso di una eventuale Giunta militare.
Inoltre, ancora più dei politici, i militari mantenevano uno stretto rapporto di sudditanza con i loro colleghi dell’Alleanza atlantica e degli Stati uniti.
E gli americani non hanno mai preso in considerazione la possi­bilità di agire come in Cile ed in Grecia, di imporre cioè agli italiani un governo militare.
Hanno, invece, cercato il “pretesto” per dare ad un governo civi­le, sostenuto dalle Forze armate, la possibilità di proclamare lo “stato di emergenza”, di sospendere temporaneamente le garanzie costituzionali o, in subordine, per applicare quegli articoli del codice penale che avrebbero consentito di trasformare i dirigenti del Partito comunista in imputati in stato di detenzione.
In entrambi i casi, il ruolo dei militari sarebbe stato fondamentale perché erano i soli in grado di garantire l’ordine pubbli­co sull’intero territorio nazionale anche facendo uso delle armi.
Quando questo Paese sarà liberato dal liquame giornalistico e storico della sinistra, si potrà riconoscere in Junio Valerio Bor­ghese un esponente dell’establishment militare interno ed internazionale e, con esso, che si potrà riconoscere che tutta la sua azio­ne politica è stata ispirata e concordata con i vertici militari, italiani e stranieri.
Sarà, quindi, possibile riconoscere nell’operazione che ha por­tato agli attentati del 12 dicembre 1969 il “pretesto” che avreb­be giustificato la proclamazione dello “stato di emergenza” e avrebbe consentito a Giuseppe Saragat ed ai socialdemocratici di assumere una posizione di preminenza anche nei confronti dei demo­cristiani perché a loro, e non ai secondi, guardavano le gerarchie militari per giungere alla costituzione di quello Stato forte che auspicavano.
In nota informativa della divisione Affari riservati del ministe­ro degli Interni del 23 febbraio 1971, riferito al Fronte nazionale di Junio Valerio Borghese, è scritto:
“Fn è inserito in un gioco di industriali, Cia, Psu, militari, al fine di favorire non tanto un colpo di Stato, ma un colpo d’or­dine” .
La Medaglia d’oro al V.M. Junio Valerio Borghese rappresentava gli interessi e le aspirazioni dei “poteri forti”, primo fra tutti quello militare.
Il presunto, per il liquame giornalistico e storico di sinistra, “principe nero” aveva in realtà in mente di fare un governo “bianco” riconosciuto da Israele, Stati uniti, Germania federale ecc. soste­nuto dalle baionette delle Forze armate, per fare piazza pulita dei “rossi” usando le leggi ordinarie.
Lo stesso, identico fine si proponeva il liberale, partigiano, Edgardo Sogno che, come Junio Valerio Borghese, faceva leva sui militari e fra questi ultimi contava il sostegno necessario per pervenire, anch’esso, alla formazione di un governo civile che avesse la forza derivante dal sostegno militare per mettere fuori legge il Pci e le organizzazioni dell’estrema sinistra.
Il partigiano Edgardo Sogno gode dell’appoggio degli ufficiali provenienti dalle file del movimento partigiano, tanto che il 23 marzo 1971, a Milano, nello studio di un notaio, deposita il giura­mento sottoscritto da una ventina di ufficiali superiori con il quale costoro s’impegnano a “compiere personalmente l’esecuzione capi­tale degli esponenti politici dei partiti democratici responsabi­li di collaborazionismo con i nemici della democrazia e di tradi­mento verso le libere istituzioni”.
La scomparsa del giuramento con le loro firme autografe dalle carte processuali del giudice istruttore Luciano Violante, ripagato per tanta sfortuna con una fortunata carriera politica, non ha consentito di registrare, sul piano storico, i nomi degli ufficia­li superiori delle Forze armate che lo avevano sottoscritto, ma questa omissione nulla toglie alla verità storica che vede le gerarchie militari impegnate in quegli anni in una sordida lotta politica per supplire all’incapacità dei democristiani e mantene­re, ad ogni costo, l’Italia all’interno del blocco occidentale, a disposizione degli Stati uniti d’America.
Dopo il fallimento dell’operazione del 12-14 dicembre 1969, la Democrazia cristiana impegna con le gerarchie militari una batta­glia occulta finalizzata, da un lato, a rassicurarle sulla sua “te­nuta” contro il Partito comunista, dall’altro, a neutralizzare gli “estremisti” in divisa.
L’inchiesta sulla strage di piazza Fontana, abilmente pilotata verso gli ambienti di destra da personaggi democristiani, e quel­la sul “golpe Borghese” fatta iniziare nel mese di marzo del 1971, e più ancora quelle sulla “Rosa dei venti” e il “golpe bianco” di Edgardo Sogno, partite dopo le rivelazioni del segretario nazionale del Msi Giorgio Almirante, ad Arnaldo Forlani e, da quest’ul­timo, poste alla base del suo discorso a La Spezia il 5 novembre 1972, danno l’idea della percezione del pericolo corso dai diri­genti democristiani resisi conto di essere stati scavalcati dai socialdemocratici, postisi alla guida di un mondo politico etero­geneo, in nome dell’anticomunismo e degli interessi della Nato e degli Stati uniti.
Utilizzando la magistratura come il pongo, i democristiani han­no fatto dell’uso politico delle inchieste giudiziarie un’arma temibile perché ha consentito loro di minacciare ambienti ed in­teressi contrastanti con i loro, con la certezza pacifica che i malleabili magistrati italiani avrebbero compreso quando e su quali soglie fermarsi a tempo per non provocare danni irreparabi­li all’intero sistema.
Lo scontro dura fino all’autunno del 1974, quando la mutata politica degli Stati uniti e, di conseguenza, della Nato che porta alla caduta dei regimi autoritari greco e portoghese comporta un diverso approccio alla questione comunista che non contempla più atti di forza diretti contro il Pci.
Per gli oltranzisti atlantici che ancora non hanno compreso la diversa realtà internazionale in cui vivono, il momento di rien­trare nei ranghi scatta nel mese di marzo del 1981 con l’indagine sulla loggia massonica Propaganda due, ufficialmente diretta da Licio Gelli.
Se gli anni Sessanta sono stati quelli della “destabilizzazio­ne”, gli anni Settanta, superato il momento di maggior pericolo, con l’ultima guerra arabo-israeliana dell’ottobre del 1973, sono quelli della stabilizzazione dell’area Mediterranea.
La minaccia militare sovietica in Europa è ormai un fantasma, al quale credono solo gli agit-prop di destra, quindi le Forze armate iniziano a spostare i reparti al sud d’Italia; la solidità dei regimi comunisti europei comincia ad incrinarsi, soprattutto in Polonia; gli americani riescono a trascinare l’Unione sovietica nella guerra in Afghanistan e si avvicina il momento del dialogo fra le due superpotenze che prelude al crollo finale dell’impero comunista.
In Italia, la Democrazia cristiana ed i suoi alleati accettano il dialogo con il Partito comunista, troppo forte elettoralmente per essere ancora emarginato, troppo legato a Mosca perché cada il veto americano sul suo ingresso nel governo.
Viene meno la necessità dello scontro frontale con i comunisti, ai quali l’imbecillità di ben individuati militanti di destra ha regalato, con le stragi, centinaia di migliaia di voti e accresciu­to la loro influenza politica, mentre alla loro sinistra prende forza il loro nemico più insidioso e temibile: le Brigate rosse.
Ma non rientra nell’economia di questo lavoro parlare delle ori­gini e delle finalità delle Brigate rosse e di altre organizzazio­ni come “Autonomia operaia” che entrano a pieno titolo nella storia dell’anticomunismo e nei manuali delle metodologie occulte con le quali i reparti specializzati delle Forze armate ed i servizi segreti civili liquidano i loro nemici.
Il coinvolgimento delle Forze armate nella guerra politica è una certezza data dal numero, dai nomi, dal grado degli ufficiali coin­volti e dalla quantità e qualità delle organizzazioni fiancheggiatrici che sono state costituite per sostenerne l’impegno politico dalla fine degli anni Cinquanta fino alla metà degli anni Settanta.
La guerra al comunismo è stata la loro guerra, prima ancora che quella dei politici, perché alle Forze armate spetta indiscutibil­mente il compito di combattere i nemici esterni e quelli interni, anche se essa non è convenzionale e non richiede lo spiegamento di mezzi corazzati e reggimenti di fanteria nelle strade.
È stata un guerra che ha avuto più volti e più nomi, da quello di “guerra psicologica” a quello di “guerra non ortodossa” per ap­prodare infine a quello di “guerra a bassa intensità”.
Vediamo, ora, come l’hanno combattuta e vinta facendone pagare i costi ed il prezzo al popolo che, viceversa, dovevano protegge­re e tutelare.

QUALE GUERRA?
Prima di parlare della guerra, è necessario identificare il ne­mico e scoprire con quali armi esso combatte.
Il Partito comunista italiano non è solo portatore di un’ideolo­gia totalitaria che vuole imporre la dittatura di una classe sul­le altre, ma è soprattutto lo strumento politico e militare all’in­terno della Nazione in cui opera di uno Stato estero, l’Unione so­vietica, che non occulta le sue mire espansionistiche da raggiun­gere anche attraverso l’uso spregiudicato dell’arma ideologica.
Il militante comunista, da non confondere con chi si limita a votare per il partito, è uno straniero in Patria che agisce per favorire gli interessi della sola Patria che riconosce come pro­pria, l’Unione sovietica.
Fino al momento in cui l’Unione sovietica affianca come alleate le potenze anglo-sassoni nella guerra contro la Germania nazional­socialista, i comunisti italiani si vedono obbligati a comportarsi di conseguenza, a combattere cioè con gli alleati e per gli allea­ti, con qualche sanguinosa eccezione come a Porzus dove, dal 7 al 18 febbraio 1945, liquidano fisicamente i partigiani “bianchi” del­la divisione “Osoppo” che non accettano la pretesa del compagno ju­goslavo Josip Broz, detto “Tito”, di annettersi Trieste, Gorizia, e buona parte del Friuli Venezia Giulia.
Alla fine della Seconda guerra mondiale, forti del numero e del­la disciplina delle loro formazioni partigiane, i comunisti non nascondono la loro speranza di giungere al potere in Italia, anche con la forza delle armi.
La liquidazione fisica dei loro avversari politici, compiuta man mano che le truppe alleate avanzano verso nord, non giova alla lo­ro causa, ma ci vorrà tempo prima che i dirigenti nazionali del Pci riescano a farlo comprendere ai compagni di base.
Intanto, ammazzano possidenti terrieri, partigiani cattolici, sacerdoti e, ovviamente, fascisti.
In Italia, forse solo Palmiro Togliatti funzionario dell’appara­to sovietico, comprende come la fine del conflitto con la Germania non segna l’inizio della pace ma quello di un’altra guerra, quella fra comunismo e capitalismo, e che in Italia c’è un altro avversario altrettanto temibile dei banchieri americani, la Chiesa catto­lica apostolica romana.
La percezione dell’anticomunismo politico e militare, fondata sull’aggressività non solo verbale dei comunisti e sulla ferocia dei numerosi omicidi commessi, che il Pci non escluda il ricorso all’insurrezione per giungere al potere o, almeno, per ottenere il controllo della parte più industrializzata del Paese, il cen­tro-nord, non è del tutto errata.
Fra i tanti, fantasiosi rapporti finalizzati a denunciare il “pericolo rosso”, uno dei più seri che fotografa, almeno in parte, la realtà in cui si muove il Partito comunista in quel periodo è re­datto dall’agente americano Johnny Negrelli che, l’8 marzo 1946, scrive:
“Nei piani dell’esecutivo comunista, piani notoriamente redatti o vistati da Mosca, vi è la geniale idea di conquistare l’Italia con un grandissimo cavallo di Troia, in questo caso un cavallo democratico foraggiato e allevato con l’ingenuo concorso dei paesi democratici anglosassoni…Occorre interpretare il tutto alla lu­ce della rete clandestina del Pci, che dispone di un’organizza­zione militare con uffici di reclutamento, bande armate, di ser­vizi di staffetta, di collegamenti radio-telegrafici, di depositi d’armi e di centri logistici nel Trentino, nella Venezia Giulia e in Romagna.
Il partito – prosegue Negrelli – trasferisce i suoi militanti a Trieste e in Istria, cerca adesioni fra i membri delle forze armate con incarichi speciali (ad esempio, i radiotelegrafisti), ope­ra in stretto contatto con le missioni militari russe e con gli elementi slavi che hanno costituito una rete di osservatori e di organizzazioni politico militari in alta Italia.
Promuove infine una cauta propaganda mirante a convincere i suoi iscritti che gli obiettivi saranno presto raggiunti. Tutto porta a pensare che il Pci si prepari seriamente a sferrare al momento opportuno, un grandioso colpo di mano per la conquista del potere…Le formazioni militari comuniste avrebbero il compito di agi­re nelle retrovie alleate (con compiti analoghi a quelli dei com­mandos e dei paracadutisti), con il vantaggio di trovarsi già or­ganizzate sul terreno e favorite dall’elemento sorpresa…I comu­nisti cercheranno quindi di aprire il passo alle forze che premo­no da Oriente”.
Non ci sono orde mongole e tartare pronte ad invadere l’Italia, ma i comunisti italiani potrebbero essere appoggiati dalle armate del maresciallo Josip Broz, detto “Tito”, ancora in buoni rapporti con Mosca.
L’ala dura del Pci, capeggiata da Pietro Secchia, non rinuncia all’idea di usare la forza, così nel corso della riunione della direzione nazionale del partito, il 1° dicembre 1947, in prossimi­tà del ritiro delle truppe americane dalla penisola, prevale la tesi, contrastata da Palmiro Togliatti, che sia personalmente Josip Stalin a decidere quale dovrà essere la politica futura del Pci in modo specifico sulla possibilità di passare ad una fase insur­rezionale .
La risposta del dittatore sovietico è data, il 14 dicembre successivo, allo stesso Pietro Secchia, inviato dalla direzione nazionale del Pci nella capitale sovietica per porre il quesito e chiedere, contestualmente, un aiuto finanziario di 600 mila dollari per so­stenere le spese della campagna elettorale che si svolgerà in primavera.
Stalin concede l’aiuto finanziario e, in quanto all’insurrezio­ne, comunica a Secchia che “noi riteniamo che adesso non si debba adottare la linea dell’insurrezione”, ma che bisogna “essere pron­ti, nel caso che il nemico attacchi”.
Consiglia, quindi, di “rafforzare le organizzazioni dei parti­giani italiani, accumulare più armi”, costituire un “servizio d’informazioni che possa procurare notizie sui piani del nemico”, creare una guardia d’élite “perché l’avversario tenterà di uccidere i migliori dirigenti del partito”, dalla quale “in seguito potrà svilupparsi una forza armata, se sarà necessario”, introdurre infine “propri uomini nelle forze armate del governo e nella polizia”.
La direttiva di Josip Stalin è chiara ma non sufficiente a far rinunciare definitivamente ai propositi dell’uso della forza agli estremisti del Pci.
Ancora il 16 marzo 1948, nel corso di una conversazione con l’am­basciatore sovietico Mikhail Kostylev, Secchia fa presente che “se non ci sarà un’iniziativa americana i lavoratori armati riusciran­no a prendere nelle loro mani quasi tutto il territorio dell’Ita­lia del nord e del centro, mentre le forze reazionarie manterran­no Roma e il territorio a sud di Roma”.
Il 23 marzo 1948, fuori dalla sede dell’ambasciata sovietica per ragioni precauzionali, il segretario nazionale del Pci, Palmiro To­gliatti, incontra l’ambasciatore sovietico, Mikhail Kostylev, per un colloquio il cui contenuto il diplomatico sintetizza in un rap­porto al ministro degli Esteri, Mikhail Molotov:
“In maniera pacata e equilibrata Togliatti mi chiede di passare agli amici di Mosca la sua domanda: se si deve, nel caso di una o più provocazioni da parte dei democristiani o di altri reazionari, iniziare l’insurrezione armata del Fronte democratico popolare per prendere il potere”.
Togliatti, dopo aver premesso che il partito sta preparando le masse all’eventualità di questa reazione, specie nel Nord del Paese, “notava inoltre che in quel caso non poteva escludere che la reazione armata del Fronte popolare potesse portare a una gran­de guerra, alla quale in qualche modo avrebbero partecipato non soltanto i paesi europei, cioè da parte del Fronte popolare la Jugoslavia e gli altri paesi della nuova democrazia e, dalla par­te opposta, gli Usa, l’Inghilterra, la Francia ed altri”.
Kostylev, come suo commento, aggiunge che i comunisti italiani avrebbero potuto ottenere il controllo dell’Italia del nord da so­li ma, in caso di intervento degli Stati uniti, sarebbe necessario “un immediato aiuto militare esterno, in primo luogo dagli jugoslavi”.
Palmiro Togliatti sa perfettamente che l’Unione sovietica, non è in grado di sostenere una nuova guerra mondiale contro un nemi­co che ha il controllo totale degli Oceani e possiede, inoltre, l’arma nucleare; sa anche che i rapporti fra la Jugoslavia di Tito, la sola che potrebbe inviare rinforzi militari ai comunisti ita­liani, e l’Unione sovietica sono giunti al punto di rottura, quin­di la sua è una domanda retorica posta, probabilmente, per evitare in futuro possibili critiche e rafforzare la sua autorità sul par­tito all’interno del quale Pietro Secchia insidia la sua leadership.
Il 26 marzo 1948, il ministro degli Esteri sovietico, Mikhail Mo­lotov, risponde ai quesiti posti da Palmiro Togliatti, tramite l’am­basciatore Mikhail Kostylev, comunicando le decisioni del comitato centrale del Pcus:
“I comunisti italiani possono reagire con le armi solo se sa­ranno attaccate le sedi del Pci e i rappresentanti sovietici. Per quanto riguarda la presa del potere attraverso un’insurrezione armata consideriamo che il Pci in questo momento non può attuarla in alcun modo”.
Da questo momento, e per tutti gli anni a venire, la possibili­tà già remota che i comunisti italiani possano impadronirsi del potere con un atto di forza, svanisce per sempre.
I tumulti del 14-16 luglio 1948, poi, daranno la definitiva con­ferma della impossibilità da parte del Pci di organizzare un’in­surrezione generale. E di questa realtà, come abbiamo visto, ne prendono atto sia il governo italiano che quello americano.
Quale sarà, quindi, il tipo di conflitto che le Forze armate italiane saranno chiamate a combattere contro il comunismo?
Il 3 gennaio 1948, l’ambasciatore italiano a Mosca, Manlio Brosio, che dal 1964 al 1971 sarà segretario generale della Nato, an­nota nel suo diario:
“Segnalo queste parole di T. A. Taraconzic (autore di ‘War and peace in Soviet diplomacy’ – New York, McMillan, 1940 – Ndr) perché sono una più esatta formulazione della mia tesi: i sovietici alla difensiva strategica ed alla offensiva ideologica-politica. Per i sovietici pace e guerra internazionali non sono due fenomeni diametralmente opposti e mutualmente esclusivi, ma due mezzi ugual­mente importanti che si appoggiano l’un l’altro nell’avanzata comunista verso la loro meta rivoluzionaria finale…”.
La tattica del comunismo internazionale, quella che appare esse­re la sua arma vincente è la perfetta fusione fra pace e guerra, ovvero una rivoluzione permanente che ha definitivamente cancella­to il concetto di pace, è quella che gli uomini della Nato, inqua­drati nell’Oas, definiranno nel loro manifesto del 1961, la “guer­ra rivoluzionaria,”.
La stessa sulla quale si soffermeranno i relatori del convegno, svoltosi a Roma dal 24 al 26 giugno 1971, sul tema “Guerra non ortodossa e difesa”, per chiedere più potere per le Forze armate:
“È stato ribadito il concetto che la Difesa va intesa in senso molto più ampio di quanto lo era alla fine della II Guerra Mondia­le. La realtà odierna richiede riflessi difensivi, i quali oltre ad essere molto agili, sono anche molto più complessi, si debbono estendere in profondità ed orizzontalmente a tutta la vita nazionale, onde poter neutralizzare non soltanto la minaccia di un attac­co militare caratterizzato contro il territorio nazionale, ma an­che per neutralizzare quel tipo di minaccia più estesa, che va sotto la denominazione di ’guerra rivoluzionaria’ oppure, secondo la dizione occidentale, di ‘guerra non ortodossa’. Si tratta di una minaccia più incisiva perché continua, strisciante e multiforme che mira in primo luogo alla disgregazione dello Stato e delle sue strutture…”.
All’inizio, però, gli strateghi militari occidentali la chiama­rono “guerra psicologica” e ne assunsero la direzione.
L’8 marzo 1948, il britannico Ernest Bevin, in un memorandum in­viato a Washington, aveva sostenuto che “il problema del momento non è più tanto essere pronti a un’aggressione esterna, quanto essere pronti all’interno, contro una quinta colonna sostenuta da una potenza straniera”.
Ma già il 4 gennaio dello stesso anno, a Londra, Bevin aveva preannunciato la costituzione dell’Information research department (Ird), destinato a contrastare la propaganda sovietica.
Sul pericolo rappresentato dalla “quinta colonna” sovietica e dalla sovversione interna, concorda anche Pio XII, come riferisce il direttore della Cia, ammiraglio Roscoe H. Hillenkoetter, il 14 febbraio 1949, al presidente Harry Truman in una relazione che riassume il contenuto di una conversazione avuta con Pio XII:
“Il Pontefice ritiene che l’obiettivo dei russi sia rendere la vita difficile ai regimi dei paesi liberi. Minare le loro struttu­re sociali ed economiche, obbligandoli se possibile ad ammettere simpatizzanti comunisti nei loro governi…Potrebbe venirsi a creare una situazione in cui i sovietici non avrebbero che da sfonda­re una porta aperta. L’Urss farà quindi in modo che una minoranza di sinistra ottenga e si assicuri il possesso dell’esecutivo con tutte le conseguenze del caso… Sull’attività della ‘quinta colonna comunista’ in gran parte dei paesi del mondo, il Papa – prose­gue Hillenkoetter – ha manifestato grande apprensione, insistendo particolarmente sulla sua pericolosità. Ha poi aggiunto che l’Urss sembra avere l’intenzione di perseguire i suoi scopi con strumen­ti ‘obliqui’ di cui abbiamo detto piuttosto che con l’azione mili­tare” .
Anche gli Stati uniti predispongono gli strumenti necessari per contrastare la minaccia all’interno dei Paesi colonizzati, così nel mese di marzo del 1949, a Washington, il National security council elabora un rapporto dal titolo “Overt Psychological Warfare”, che sancisce la nascita, della “Interagency foreign information Organization” con compiti informativi e di propaganda sotto la dire­zione del Dipartimento di stato e con la collaborazione del mini­stero della Difesa, della Cia e del Joint Chief of staff. Dopo al­cuni mesi, l’organismo passerà nelle dirette dipendenze del mini­stero della Difesa.
Perché l’arma della guerra psicologica, affidata ai militari, è la propaganda.
Quest’ultima è così definita in una direttiva del National se­curity council del 10 luglio 1950:
“Ogni sforzo o movimento organizzato per diffondere informazio­ni o una particolare concezione mediante notizie, prese di posizio­ni o appelli, pensati per influire sul pensiero e sulle azioni di un determinato gruppo”.
Ma la propaganda non è un’arma da utilizzare in maniera lecita, leale, aperta, per esaltare i pregi della propria politica e denun­ciare i difetti di quella nemica, dichiarando le proprie fonti ed i propri obiettivi.
Il 16 maggio 1946, il Secret intelligence americano aveva invia­to a tutti i capi area un “Manuale di intelligence per la propagan­da occulta”, sul conto della quale aveva scritto:
“La propaganda occulta è uno dei mezzi più efficaci a disposizio­ne di un governo, di un’organizzazione o di un gruppo per l’eserci­zio di pressioni segrete che possono assumere forme politiche, eco­nomiche o militari, in patria o all’estero.
Dal momento che non agisce alla luce del sole, la propaganda oc­culta viene spesso individuata solo in seguito al raggiungimento dei suoi obiettivi. Tra questi, la fomentazione di disordini, di rivolte e di forme di resistenza, i cambiamenti politici, lo spionaggio commerciale o economico, l’infiacchimento del morale di un esercito o di un popolo.
L’esperienza dimostra che la propaganda occulta costituisce un’ar­ma internazionale sia in tempo di pace che in tempo di guerra. La sua diffusione è sviluppata e sostenuta da interessi così potenti da rendere la sua individuazione un’attività specialistica. Ogni metodo di copertura in grado di utilizzare l’applicazione della più avanzata psicologia è utile alla manipolazione delle opinioni e dei comportamenti delle persone, senza che queste ne abbiano co­scienza o possano esprimere la loro volontà in proposito”.
La “guerra psicologica” è, quindi, essenzialmente guerra di pro­paganda che può essere “bianca” quando afferma in modo ufficiale ciò che rappresenta e si propone; “grigia”, quando si ammanta di “oggettività”, come quella esercitata dai quotidiani cosiddetti “indipendenti”; “nera”, quando proviene in apparenza dal campo nemico ed afferma propositi, idee ed obiettivi che, in realtà, non gli appartengono ma che hanno il compito di metterlo in cattiva luce dinanzi all’opinione pubblica e di screditarlo.
Gli esempi non mancano.
Nel giugno del 1952, a Roma, è distribuito gratuitamente un quindi­cinale, “Il Garofano rosso”, edito dalla “Lega internazionale per la difesa dei diritti dell’uomo”, con sede a Parigi, ma in realtà stampato a Milano da Leo Longanesi con la collaborazione di Gio­vanni Ansaldo, Giorgio Torelli e Gaetano Afeltra, per svolgere propaganda anticomunista fra gli operai sotto l’apparenza di un giornale socialista.
Leo Longanesi scriverà a Giovanni Ansaldo che “Il Garofano ros­so” è “pagato in blocco da certi miei amici, i quali giustamente hanno molta paura dell’avvenire”.
Nel mese di gennaio del 1966, i militanti di “Avanguardia nazio­nale”, per conto della divisione Affari riservati del ministero degli Interni, provvederanno ad affiggere in alcune città mani­festi che, negli intendimenti dei promotori, dovranno favorire la nascita di una sinistra extraparlamentare “cinese”, in grado di contrapporsi al Partito comunista.
Il 7 gennaio 1971, a Milano, gli uomini del Mar guidati dal par­tigiano anticomunista Carlo Fumagalli, compiono un attentato in­cendiario nel deposito della Pirelli a seguito del quale, nel cor­so dell’opera di spegnimento delle fiamme, perde la vita l’operaio Gianfranco Carminati.
L’attentato è rivendicato a nome delle “Brigate rosse” sulle qua­li ricade la responsabilità della morte di un operaio.
Informazione e disinformazione, propaganda “bianca”, “grigia” e “nera”, “diversioni strategiche”, sono i mezzi di una guerra senza esclusione di colpi per condurre la quale vengono istituiti apposi­ti organismi destinati a dirigere negli anni successivi l’azione anticomunista in tutto il mondo cosiddetto libero.
Il 1° aprile 1951, a Washington, i capi di Stato maggiore riuni­ti inviano una raccomandazione segretissima che sollecita l’avvio di una crociata propagandistica, basata su un “programma di vasta scala di guerra psicologica comprendente operazioni speciali comparabile, nelle proporzioni dello sforzo, al progetto ‘Manhattan’ della seconda guerra mondiale” .
Tre giorni dopo, il 4 aprile 1951, il presidente Harry Truman istituisce con una direttiva segreta, il Psychological Strategy Board (Psb), organismo delegato a “pianificare, coordinare e di­rigere le operazioni psicologiche”.
Il Psb passerà successivamente, al pari del gruppo speciale ”Panel 10/2″, sotto il controllo del Nsc, del sottosegretario di Stato, del segretario alla Difesa e del direttore della Cia. Il primo documento emanato da questo organismo, il “Psb D-33/2″ è ancora og­gi coperto dal segreto.
Degno di interesse è il commento, ad uso interno, che su questo documento redige Charles Burton Marshall, funzionario dello stesso Psb, che scrive:
“Come (può) un governo adottare un proprio sistema dottrinale tanto esteso senza assumere lineamenti totalitari? Il documento non lo indica. In realtà, propone l’uniformità al posto della di­versità. Postula un sistema che prevede ‘un tipo particolare di concezione e struttura sociale’, che comprende ‘un complesso di principi per le aspirazioni umane’ e abbraccia ‘tutti i campi del pensiero umano’, ‘tutti i campi d’interesse intellettuale, dall’an­tropologia alle creazioni artistiche, alla sociologia, alla metodo­logia scientifica”.
È un sistema totalitario che ci contrappone ad un altro e lo combatte usando gli stessi mezzi.
Ed è proprio il Psb, il 6 luglio 1951, ad occuparsi delle misu­re da prendere in Italia contro i Partiti comunista e socialista, fra le quali “il rifiuto di trattare con le organizzazioni filo-comuniste, il divieto di fornire finanziamenti pubblici ai sindacati controllati dai comunisti, la limitazione dei loro diritti politi­ci e la proibizione di trattare anch’essi con le organizzazioni sindacali comuniste; nonché la confisca degli edifici, delle tipografie e del materiale di cui il Pci e  il Psi sono venuti in possesso al termine del conflitto, il blocco infine dei finanziamen­ti alla stampa comunista e socialista.
Tutti provvedimenti che i governi italiani adotteranno in momenti successivi.
In Italia, il compito della propaganda e della contropropagan­da è demandato per legge al ministero degli Interni con compiti difensivi affidati al servizio segreto civile che s’identifica con il controspionaggio.
Come abbiamo visto, però, la conduzione della “guerra psicologi­ca” è affidata agli Stati maggiori delle Forze armate americane ed alleate, compresi di conseguenza quelli italiani.
Il servizio segreto militare, organismo non politico ma dipen­dente dallo Stato maggiore della difesa, il 28 febbraio 1950 re­dige un rapporto di 137 pagine su “L’apparato paramilitare comu­nista”, che sarebbe guidato da Luigi Longo, per il Pci; Alessandro Pertini, per il Psi; Emilio Lussu, per gli azionisti; e dall’ex prefetto di Milano, Ettore Troilo.
Ma l’interesse per lo scritto del Sifar non è riservato alla de­scrizione dell’apparato comunista, al numero di coloro che ne fa­rebbero parte (oltre 120 mila) e ai capi regionali (Gian Carlo Pajetta, Ilio Barontini, fra gli altri), ma alla nota che lo ac­compagna, redatta dal maggiore Giancarlo Carboni, capo dell’Ufficio D (sicurezza interna) che non rispecchia la personale opinio­ne dell’ufficiale ma il convincimento dei vertici militari che resterà immutato fino al crollo dell’impero sovietico.
“L’apparato – scrive Carboni – oggi deve essere considerato al­la stregua di un’organizzazione militare nemica occulta permanen­temente dislocata nello Stato italiano (quinta colonna) e pertan­to nei suoi riguardi debbono essere sviluppate le attività di carattere informativo, offensivo e difensivo che sono normalmente esercitate in tempo di guerra contro le formazioni militari avversarie”.
I militari non avevano torto nell’individuare nella dirigenza del Partito comunista un corpo estraneo e nemico alla Nazione, e tale lo hanno considerato e trattato nel corso degli anni.
Dal 15 al 24 aprile 1966, in Friuli, si svolge l’operazione “Delfino”, una esercitazione degli appartenenti alla struttura clandestina “Gladio” che, fra l’altro, prevede anche l’attacco ad una sede del Partito comunista considerata una base del nemi­co.
Nel settembre 1970, la minaccia viene riproposta in un lungo saggio dal titolo emblematico, “Le ultime 100 ore di libertà”, pubblicato, come inserto, dalla rivista “Aviazione & Marina”, che prevede l’invasione della Jugoslavia dopo la morte del ma­resciallo Josip Broz, “Tito”, un successo elettorale del Pci in Italia, una serie di attentati compiuti da elementi di destra e dai servizi segreti, una infiltrazione massiccia di agenti so­vietici in Italia e, infine, a Ferragosto, una vera e propria invasione militare.
Quando non si pongono in evidenza le minacce militare e sovver­siva, rimane sempre, costante ed immutata nel tempo, quella poli­tica, relativa alla posizione dell’Italia nell’Alleanza atlantica, che “sarebbero stati lesi”, recita un telegramma del Dipartimento di stato americano all’ambasciatore a Roma, Richard N. Gardner, “nel caso che i comunisti acquisissero maggior potere nei meccanismi decisionali del governo”.
In una guerra che aumenta, progressivamente, d’intensità nel tem­po, fino a raggiungere il suo apice sul finire degli anni Sessanta, la disinformazione gioca un ruolo fondamentale.
Nei primi anni del dopoguerra, si crea la psicosi del “pericolo rosso”, della minaccia dell’insurrezione comunista ventilata an­che da fonti autorevoli come il capo della polizia, Luigi Ferrari, il 2 ottobre 1945 che denuncia l’esistenza in seno al Pci di “un’or­ganizzazione denominata ‘L’ Apparato’ (Comitato di agitazione) che avrebbe il compito di preparare gli scioperi e l’azione rivoluzio­naria” .
L’anno successivo, il 18 agosto 1946, lo stesso capo della polizia conferma al ministro degli Interni, Mario Scelba, “l’esistenza di un piano insurrezionale preparato e diretto da un organismo che ha ben chiara la visione degli obiettivi che deve perseguire”, e consiglia la revisione dei rapporti fra le forze di polizie e militari per ottenere “nei casi di emergenza un solido e agile orga­nismo di tutte le forze della Ps, carabinieri, finanza ed eserci­to” .
Il 31 maggio 1947, dopo l’estromissione dei comunisti dal gover­no, la direzione nazionale del Pci è obbligata ad emettere un comunicato per smentire le voci “diffuse fra le forze di polizia e nei quadri dell’esercito… circa pretesi e assurdi propositi di ricor­so alla violenza e forme di lotta insurrezionali che esisterebbero nel Pci in seguito alla soluzione antidemocratica data alla crisi di governo”.
Il 31 marzo 1948, è personalmente il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, a sostenere, in un colloquio con l’ambasciato­re britannico Victor Mallet, che i partiti comunisti hanno scelto di seguire la via rivoluzionaria:
“Il piano Marshall – afferma De Gasperi – ha costretto il gover­no sovietico ad accelerare il programma di diffusione del comunismo rivoluzionario attraverso tutta l’Europa occidentale, in quanto ha reso evidente che l’unica chance era quella di creare la rivolu­zione prima che la ripresa indotta dagli americani divenisse un fatto compiuto”.
Italiani ed americani si alternano nello scambio reciproco di in­formazioni che amplificano la minaccia comunista e delineano per l’Italia un fosco prossimo futuro di guerra civile o di gravissi­mi turbamenti dell’ordine pubblico.
I vertici politici e militari di entrambi gli Stati sono certi che, per quanto forti sul piano organizzativo ed elettorale, i co­munisti non possono illudersi di giungere nel breve periodo al go­verno di un Paese dove l’anticomunismo cattolico può mobilitare le masse e, come i fatti dimostreranno, vincere nettamente i confron­ti elettorali, tant’è che, il 10 settembre 1946, in un loro rapporto, i servizi segreti americani scriveranno:
“I comunisti hanno la sola prospettiva  della presa violenta del potere, ma la cosa è altamente improbabile”.
Sul piano pubblico, però, ciò che è “improbabile” viene presen­tato come possibile, addirittura certo.
Abbiamo visto come cessato il pericolo “militare”, cioè l’eventua­lità di un’insurrezione comunista per assumere il controllo dell’I­talia, si passa con estrema disinvoltura alla denuncia dei mezzi insidiosi utilizzati dalla “quinta colonna” comunista per giunge­re al governo con mezzi legali.
Fra le armi utilizzate per contrastarla ci sono anche le “diver­sioni strategiche”.
È un termine militare che indica una mossa tattica per trarre in inganno il nemico ed indurlo a commettere errori.
Una nota informativa del 10 marzo 1947, redatta dai servizi stra­tegici americani, segnala che fra “i movimenti più recenti di ispi­razione reazionaria organizzati in Italia” ci sono il “Partito na­zionale popolare: finge di essere a sinistra, in realtà ha tenden­ze filo-monarchiche. Leader: il conte Battaglia… Partito comunista indipendente di Paolo Orlando… Pur spaccian­dosi per organizzatore comunista è in realtà finanziato dalla de­stra e ha come compito l’inquinamento della propaganda comunista. Orlando è il fondatore della Spes socialista (Studi politici e sin­dacali). Collabora con il ‘Rome Daily American’…”
Non resteranno gli unici.
Nel 1967, saranno creati, con i fondi della Cia, anche gruppi mar­xisti-leninisti che avranno il compito di alimentare il dissenso alla sinistra del Pci ed il disordine nel Paese da attribuire al­la “sovversione rossa”.
Il caso più eclatante di “diversione strategica”, anche se non è stato ancora riconosciuto come tale, è rappresentato dal circolo “22 marzo”, fondato nel mese di ottobre del 1969, a Roma, dal­l’avanguardista Mario Merlino, per conto del servizio segreto ci­vile, per inquinare il movimento anarchico e renderlo responsabi­le di attentati compiuti dai militanti di destra.
L’ingresso dell’Italia nell’Alleanza atlantica, l’ufficiale ri­costituzione dei servizi segreti militari, la riorganizzazione del servizio segreto civile, comportano come prima conseguenza la scom­parsa delle formazioni paramilitari che il potenziamento, in nume­ro e mezzi, delle Forze armate e delle forze di polizia rendono inutili.
Una scomparsa parziale perché, in realtà, si tratta di un travaso di uomini che vengono posti alle dipendenze dei servizi di si­curezza in qualità di informatori e, se necessario, di operativi per azioni che non devono compromettere lo Stato ed i suoi appa­rati.
Sul confine orientale rimane operante il raggruppamento milita­re clandestino denominato “Volontari difesa confini italiani 8°”, che il 6 aprile 1950 assume per decisione dello Stato maggiore del­l’esercito, la denominazione di “Organizzazione O”, forte di 256 ufficiali, 496 sottufficiali e 5.728 uomini di truppa, suddivisi in quattro gruppi al comando del colonnello Olivieri e dipendenti per l’armamento dall’8 reggimento alpini.
Non ci sono solo i servizi segreti italiani.
Ogni apparato segreto alleato crea una propria rete spionistica, dai britannici agli israeliani, ai francesi e, successivamente, ai tedeschi della Germania federale. In prima fila ci sono gli americani.
Sono questi ultimi a controllare e, quasi sempre a finanziare, i gruppi clandestini anticomunisti senza fare sottili distinzio­ni fra quelli composti in prevalenza da reduci della Rsi o da partigiani liberali, monarchici e democristiani.
Oltre a sovrintendere e dirigere dall’alto del loro potere di vincitori i servizi segreti italiani, gli americani li controlla­no anche trasversalmente e dal basso proprio attraverso i loro uomini infiltrati nelle organizzazioni paramilitari e politiche.
Lo rivela James Jesus Angleton che, in un rapporto del 18 mar­zo 1946, scrive:
“La lotta politica in Italia si svolge soprattutto tra le forze rivoluzionarie e l’estrema destra, che è fanaticamente monarchi­ca, anticomunista, militarista e, per molti versi, neofascista.
Dal momento che essa vanta tra le sue fila esponenti delle forze armate italiane, gode quindi del totale appoggio da parte dei ser­vizi di intelligence: il Sis, il Sia e il Sim. È attraverso questi servizi che la destra organizza le sue segrete manovre politi­che. Di conseguenza, la loro infiltrazione (tramite l’X-2) ci con­sente di svelare i piani politici occulti delle forze reazionarie. Per contro la penetrazione nei movimenti neofascisti ci permette di conoscere i nominativi dei loro agenti e le future azioni dei servizi informativi italiani”.
Una conferma sul fatto che i neofascisti – che già il 26 aprile 1945 hanno ripudiato la “Salò nera”, ideologicamente definita, per dichiararsi eredi della “Salò tricolore”, militare ed ideologica­mente eterogenea – si avviano a costituire la destra estrema dello schieramento politico, sopravvivono con il sostegno dei servizi segreti italiani ed alleati e lavorano intensamente per loro e con loro.
Nell’ambito delle operazioni politiche suggerite dalla necessi­tà di ricomporre l’unità delle Forze armate italiane, riunendo i reduci di entrambi gli schieramenti, il repubblicano ed il monar­chico, va inserita la costituzione del Movimento sociale italiano.
Nel mese di ottobre, a Roma, nello studio di Arturo Michelini, che non ha aderito alla Rsi, si era svolta una riunione per esa­minare la possibilità di dare vita ad un movimento non politico ma finalizzato a fiancheggiare le Forze armate e la Democrazia cristiana nello sforzo di ricomporre l’unità del Paese e favori­re la riconciliazione fra le parti, in primo luogo in ambito mi­litare.
Vi avevano preso parte, fra gli altri, Jacques Guiglia, capo dell’ufficio stampa della Confindustria; Bruno Puccioni, amico personale di Pino Romualdi; Nino Buttazzoni, in rappresentanza di Junio Valerio Borghese; il generale Muratori; il principe Valerio Pignatelli; Biagio Pace.
Tutti sono in rapporti con i servizi segreti americani, meno Pa­ce che, però, ha lavorato contro i fascisti della Rsi in qualità di informatore, dall’8 settembre 1943 al 6 giugno 1944, per la struttura clandestina dei reali carabinieri.
Anche il Movimento sociale italiano, con nome e simbolo mutuati dall’omonimo partito politico francese, ufficialmente costituito il 26 dicembre 1946 quando l’Italia è ancora formalmente sotto il regime di occupazione anglo-americana (il Trattato di pace sarà firmato il 10 febbraio 1947), fa parte dell’apparato politico-militare che i governi democristiani, gli Stati maggiori e gli americani stanno creando per neutralizzare negli anni a venire la mi­naccia comunista.
È per questa ragione che il serbatoio umano dal quale i servi­zi segreti italiani e le strutture clandestine militari e paramili­tari create fino agli anni Sessanta trarranno il maggior numero di elementi sarà rappresentato da quel mondo che è ancora oggi, nonostante tutte le evidenze contrarie, definito “neofascista” o, addirittura, fascista.
I servizi segreti americani agiscono in maniera autonoma, con la consapevolezza di operare in un Paese i cui governi hanno ri­nunciato alla rivendicazione della sovranità nazionale.
Il 21 marzo 1949, a Verona, il locale Centro di controspionag­gio informa che Joseph Luongo, capo del Cic a Linz (Austria), sta compilando elenchi di “elementi comunisti giudicati pericolosi per la sicurezza nel caso di torbidi o di guerra”, non limitando le ricerche al solo Alto Adige, ma estendendole all’Italia centrale, a Veneto, Emilia e Lombardia.
Non si fa nulla per opporsi a questa attività illegale compiuta da personale straniero sul nostro territorio, e di cui i servizi segreti militari e civili sono parzialmente a conoscenza.
Si cerca, invece, la sola strada ritenuta praticabile per non ir­ritare il potente alleato americano: collaborare con esso, fingen­do che il nostro ingresso nell’Alleanza atlantica giustifichi la presenza di apparati misti controllati da uno Stato straniero che utilizza per scopi politici, militari e spionistici cittadini ita­liani per i propri esclusivi interessi.
L’8 ottobre 1951, il direttore del Sifar, generale Umberto Broccoli, invia al capo di Stato maggiore della Difesa, generale Efisio Marras, una lettera con la quale richiede la necessaria auto­rizzazione per creare una rete anti-invasione, in modo da precede­re gli americani che ne stanno costituendo una per conto loro.
Broccoli, difatti, scrive che gli “S. u. a. [Stati uniti d’America] dopo aver tentato di organizzare a nostra insaputa qualcosa del genere in Italia set­tentrionale, hanno poi offerto di collaborare attivamente alla nostra organizzazione con apporto di persone, di materiale e forse di fondi”.
Inizia, quindi, la creazione della struttura Stay-behind che ricoprirà un ruolo drammatico nella storia italiana degli anni Sessanta e Settanta.
Si è cercato – ed il tentativo è ancora attuale – di presentare la struttura “Gladio” come dipendente, dal punto di vista gerarchi­co, dal solo direttore del servizio segreto militare, in quanto occultata presso la sezione “R” del Sid (spionaggio).
Si insiste, inoltre, nel presentarla come una struttura predi­sposta a condurre una guerra di guerriglia contro gli invasori so­vietici, verità parziale perché “Gladio” ha partecipato attivamente alla guerra politica in ogni sua fase e in ogni campo.
Tanto più che gli uomini in grado di condurre una guerra di guer­riglia contro l’Armata rossa in Italia non potevano che provenire dai reparti d’élite delle Forze armate (paracadutisti, sabotatori, alpini paracadutisti, lagunari ecc.) il cui impiego può essere di­sposto dallo Stato maggiore della difesa e non certo dal direttore del servizio segreto militare.
Una struttura, “Gladio”, avente una duplice finalità: quella di operare se si fosse verificata un’invasione militare, rimasta come mera ipotesi; e quella di agire contro il nemico interno, cioè il Partito comunista ed organizzazioni collegate perfino in campo sin­dacale, che è stata condotta sul terreno con le metodologie occul­te tipiche di una struttura clandestina, provvista anche di un pro­prio, autonomo, servizio informativo.
D’altronde, se “Gladio” smantella agli inizi degli anni Settan­ta i depositi di armi al Nord e si sposta verso il Sud seguendo, lo­gicamente, il nuovo dispiegamento delle Forze armate; se giunge a creare a Trapani il centro “Scorpione”, se si predispone a svolge­re, addirittura, azione di contrasto delle organizzazioni mafiose, visto che non si è mai ventilata l’ipotesi di un’invasione libica o tunisina dell’Italia favorita da una “quinta colonna” mafiosa, si deve convenire che la struttura ha assolto compiti diversi da quelli ufficialmente dichiarati.
Gli Stati uniti hanno sempre guardato con sospetto i dirigenti politici democristiani ed hanno sempre tenuto in considerazione la possibilità di intervenire in Italia, se non contro di loro, alme­no senza di loro.
Il 21 aprile 1950, a Washington, il National security council suggerisce al presidente Harry Truman che, qualora il Pci fosse entrato nel governo italiano o il governo “avesse smesso di mostrar­si deciso a opporsi alle minacce comuniste, interne o dall’estero …gli Usa dovrebbero prendere misure… intese a prevenire la domi­nazione comunista e a riesaminare la determinazione italiana, di contrastare il comunismo…”.
S’intravedono in queste parole le intenzioni degli Stati uniti di assumere in prima persona, in Italia, la direzione della lotta contro il comunismo e, contestualmente, quella eventuale contro coloro che, a prescindere dagli incarichi che ricoprono, non si mo­strano determinati a contrastare il Pci o si mostrino inclini al compromesso con il “nemico interno”.
In altre parole, gli Stati uniti decidono di istituire un orga­nismo di vigilanza, incaricato di monitorare la politica del gover­no e, se necessario, di intervenire contro di esso per prevenire cedimenti nei confronti del Partito comunista.
Un organismo siffatto, magari frazionato in più strutture e coordinato da una sola centrale, può svolgere un’attività di condizionamento dei governi o passare direttamente all’azione facendo le­va sui politici più affidabili per formare esso stesso governi in grado di affrontare la lotta al comunismo nei modi ritenuti più idonei dagli Stati uniti e dai loro alleati.
Si profila la creazione all’interno del Paese di una “guardia pretoriana” che, da un lato, garantisce la stabilità politica e tutela la classe dirigente e, dall’altro, è in grado di intervenire per imporre alla guida dell’Italia gli uomini che essa sceglie sulla base della fermezza nella battaglia contro il comunismo.
Il 18 aprile 1952, a Washington, nel corso di una riunione alla quale prendono parte l’ambasciatore americano a Roma, Bunker, l’ad­detto all’ ”Italian desk” del Dipartimento di stato William Knight, e il colonnello Richard Hirsch del Psb, viene espressa insoddisfa­zione per le iniziative adottate dal governo italiano contro il comunismo, ritenuto “meno ricettivo alle pressioni politiche (americane) rispetto agli anni passati”, e si stabilisce di adottare anche nel caso italiano le misure di “contro-infiltrazione” effet­tuate con successo in Francia.
Fra queste ultime, con assoluta certezza, vi è il piano “Demagnetize”, il cui varo è stato deciso dal Psb il 21 febbraio 1952.
A Roma, il 4 gennaio 1985, l’allora presidente del Consiglio, Bettino Craxi, nel suo intervento dinanzi al Comitato parlamenta­re di controllo sui servizi segreti, affermò che non sono mai esi­stiti il piano Demagnetize “o altri piani che ponessero i nostri servizi in posizione di subordinazione rispetto ai servizi di al­tri Paesi”.
Craxi mentiva con la consapevolezza di poter contare sulla com­plicità dell’intera classe politica italiana, comunisti compresi, perché l’esistenza del piano in questione era nota da almeno una decina di anni.
Il piano doveva essere applicato con la collaborazione dei di­partimenti e delle agenzie operanti nel campo in Italia e negli Stati uniti, del Dipartimento della difesa, dell’Esercito, della Marina e dell’ambasciata americana a Roma con funzioni informative, di coordinamento e di collegamento con il governo italiano.
“Demagnetize” non è un piano difensivo. In un memorandum del 7 maggio 1952, S. Berger chiarisce che esso si allontana “dall’assun­to che il potere del Pci alla fine sarebbe stato ridotto dai nostri sforzi per innalzare il tenore di vita…e si concentra sulla ne­cessità di un attacco coordinato contro il potere organizzato dell’apparato comunista”.
Il 14 maggio 1952, il comitato dei capi di Stato maggiore appro­va il memorandum che regola l’applicazione del piano “Demagnetize” (che viene tenuto segreto anche al Saceur perché “limitativo della sovranità” di Italia e Francia), stabilendo anche che l’”Ambascia­tore può richiedere, ma non dirigere, le azioni militari che si rendessero necessarie a sostegno del piano”.
Il 20 maggio 1952, è inviata al comandante in capo delle Forze armate americane in Europa la direttiva per l’attuazione del pia­no. Al punto a) si legge:
“La riduzione del potere comunista in Francia e in Italia costi­tuisce un obiettivo di primaria importanza; va perseguito con ogni mezzo compatibile con gli scopi degli Stati uniti”.
Il 25 aprile 1947, in un memorandum inviato al Congresso, Al­len Dulles era stato esplicito nel rivendicare agli Stati uniti il diritto di guidare la battaglia contro il comunismo senza condizionamenti esterni:
“Noi non possiamo ragionevolmente limitare la nostra reazione – aveva scritto il futuro capo della Cia – contro la strategia comunista ai casi in cui siamo invitati dal governo al potere. Dobbiamo essere noi a decidere quando, come e dove agire”.
Gli Stati uniti assumono la leadership di una battaglia glo­bale contro l’Unione sovietica ed il comunismo, affidandone la direzione alle proprie Forze armate, non ai servizi segreti civi­li che sono chiamati a svolgere il loro ruolo ma non sono quelli che conducono la guerra.
L’Alleanza atlantica non può certo restare ai margini della “guerra psicologica” perché in Europa la minaccia è rappresentata dalla “sovversione” interna non dall’Armata rossa.
La Nato è un’alleanza militare diretta puntualmente da un gene­rale americano, nata per difendere gli Stati uniti e condurre la sua guerra.
L’articolo 5 del Trattato del nord Atlantico impegna i contraen­ti ad intervenire nel caso che uno o più di essi venga attaccato, comprendendo la risposta anche “l’impiego delle forze armate per ristabilire e mantenere la sicurezza della zona dell’Atlantico set­tentrionale”, ma la formulazione è ambigua perché sfumate sono le mo­dalità della guerra che conducono le Forze armate occidentali.
Più esplicito è l’art. 6 del Patto di Rio de Janeiro, al quale si rifà l’art. 5 del Trattato del nord Atlantico, il quale recita:
“Se l’inviolabilità e l’integrità del territorio, la sovranità e l’indipendenza politica di qualsiasi stato americano saranno mes­si in pericolo da una aggressione che non sia un attacco armato o da un conflitto extracontinentale, o da qualsiasi altro fatto o situazione che possa mettere in pericolo la pace dell’America, l’Organo di consultazione si riunirà immediatamente al fine di definire le misure che in caso di aggressione devono essere prese per soccorrere le vittime dell’aggressione o, in ogni caso, quelle che converrà prendere per la difesa comune e per il mantenimen­to della pace e della sicurezza continentale”.
E sulla base di questo articolo che i litigiosi Stati sudameri­cani daranno il via al “piano Condor”, in funzione anti-sovversiva, la cui esistenza è stata svelata da chi scrive nella speranza, ri­velatasi fallace, che qualcuno comprendesse come questo piano fos­se interconnesso con quelli attuati dalla Nato in Europa, perché la condanna dei regimi militari sudamericani restava confinata al piano politico senza mai avere riflesso alcuno su quello mili­tare e anti-sovversivo.
La diffidenza americana nei confronti dei politici democristia­ni e dei loro alleati nel governo aumenta con il passare del tem­po.
L’11 aprile 1961, a Washington, il Dipartimento di stato redige un documento relativo a “Raccomandazioni politiche sulla situazio­ne in Italia”, nel quale si analizza la situazione politica e, in particolare, il comportamento del Partito socialista.
Nel documento si afferma:
“È necessario sottolineare che la tremenda forza e influenza del Pci si spiega con il fatto che la lotta al comunismo non figuri tra le priorità di chi oggi detiene il potere”.
Dopo 15 anni di strategie difensive, prima quella del “conteni­mento” che, il 25 luglio 1947, George Kennan aveva definito come “l’accorta e vigile applicazione di controforze in una serie di punti geografici e politici che si spostano continuamente…dovun­que essi (i sovietici) mostrino di aver l’intenzione di intrometter­si negli interessi di un mondo pacifico e stabile”, dopo quella del­la cosiddetta “rappresaglia massiccia”, ufficialmente annunciata dal segretario di Stato, John Foster Dulles, il 12 gennaio 1954, che prevede una risposta immediata e distruttiva ad ogni atto osti­le da parte sovietica, con John F. Kennedy alla presidenza gli Sta­ti uniti passano all’offensiva con la strategia della “risposta flessibile” che prevede l’impegno delle Forze armate americane in qualsiasi situazione si profili, “anche solo potenzialmente una qualsiasi forma d’insorgenza” , come recita il “National security act memorandum n. 24″ del 18 gennaio 1962.
E, in Italia, il pericolo non è solo potenziale . Difatti, gli americani, come dimostra un documento dell’ottobre del 1962, prendono in considerazione di intervenire, in Italia, per proprio conto con o senza l’accordo del governo in carica.
Su quali alleati interni possono contare gli americani e i Pae­si della Nato nel caso che si profili la necessità di intervenire in Italia, senza un preventivo accordo con il governo in carica?
La risposta è una sola: le Forze armate.
È vero che l’Italia pullula di organizzazioni segrete e clandesti­ne, tutte votate con i finanziamenti americani, tedeschi, industria­li, alla lotta contro il comunismo ma né isolatamente né unendo le loro forze queste potrebbero determinare una svolta autoritaria nel Paese se non altro perché più che di guerrieri sono composte da spioni.
Il solo strumento che gli americani e la Nato dispongono nel Pae­se per condizionare, ricattare e, se del caso, utilizzare per favo­rire un ricambio di uomini ai vertici della politica italiana, so­no le Forze armate, ben più potenti del ministero degli Interni.
Non c’è una sola iniziativa assunta in funzione della battaglia contro il comunismo che veda estranee le Forze armate, gli Stati maggiori delle tre Armi e della Difesa, l’Arma dei carabinieri nella sua duplice veste di arma combattente e corpo di polizia, i loro reparti preposti alla tutela della sicurezza interna con la attività informativa e quella operativa clandestinamente condotta mediante uomini e gruppi dell’estremismo anticomunista.
Dove non compaiono ufficiali in servizio attivo, ci sono quelli in congedo, dove non si registra la presenza palese di uomini dei servizi segreti ci sono, in loro vece, informatori e collaboratori civili.
Se l’organizzazione “O” agisce solo in Friuli Venezia Giulia, per poi essere assorbita dalla struttura “Gladio”, “Pace e libertà” opera sull’intero territorio nazionale, seguita da “Pace e lavoro” di Luigi Cavallo, affiancate dal servizio informativo industriale che agisce sotto la direzione del Sios Aeronautica, e via via in un crescendo turbinoso negli anni Sessanta, con “Ordine nuovo” il cui capo è un dipendente del generale Giuseppe Aloja, capo di Sta­to maggiore dell’esercito e poi della difesa, con il “Fronte nazio­nale” di Junio Valerio Borghese, simbolo e vanto della Marina mili­tare, l’Ordine del combattentismo attivo del generale Mastragostino, le associazioni dei reduci e d’arma, “Europa civiltà” che ha per interlocutore il generale Giuseppe Pièche, “Avanguardia nazionale” con i suoi rapporti con l’Arma dei carabinieri e con il ministero degli Interni, per proseguire con il comitato di “Resistenza demo­cratica” di Edgardo Sogno, la “Rosa dei venti” che si rifà sfaccia­tamente al simbolo dell’Alleanza atlantica.
Lo Stato maggiore dell’esercito perde, nel tempo, ogni ritegno tanto da autorizzare, l’11 agosto 1970, lo svolgimento di campo di “parasoccorso” con mezzi militari affidato alla direzione di Sandro Saccucci, squalificata figura dell’estremismo di destra, mentre, nel­lo stesso periodo, organizza altri corsi come quello svoltosi in Friuli nei pressi del lago di Cavazzo.
Le Forze armate s’incaricano di dirigere la “guerra psicologica”, poi denominata “non ortodossa” e, infine, la “guerra a bassa inten­sità” perché sono le uniche a possedere l’organizzazione e la com­petenza tecnica per poterlo fare.
I politici democristiani anche di alto livello come Aldo Moro, Paolo Emilio Taviani, Amintore Fanfani, Giulio Andreotti ed, in seguito, Arnaldo Forlani e Francesco Cossiga sono preparati in altri campi, non in quello militare.
E, a partire dal 12 dicembre 1969, si rendono conto che i mili­tari italiani puntano sui socialdemocratici di Giuseppe Saragat e Mario Tanassi per risolvere una volta per tutte il problema rappre­sentato dal Partito comunista e dalla sua inesorabile crescita elettorale che l’infimo livello morale dei democristiani, ormai sa­crificati parzialmente dalla politica di apertura verso l’Est euro­peo del Vaticano, non riesce ad arrestare.
I socialdemocratici sono laici, non clericali, e hanno sempre goduto delle simpatie degli americani ai quali i baciapile democristia­ni sono sempre stati indigesti, quindi possono rappresentare l’alter­nativa al governo non, almeno inizialmente, per mezzo delle elezio­ni perché Giuseppe Saragat ed i suoi compagni sono poco più di quattro gatti elettoralmente parlando, ma con un governo di emergenza favo­rito dalle Forze armate.
Il “pericolo di destra” denunciato da Arnaldo Forlani, informato da Giorgio Almirante nel mese di ottobre del 1972 – dopo aver appre­so che la matrice dell’attentato di Peteano di Sagrado del 31 mag­gio 1972 non era di sinistra ma fascista, ritenuto un gesto di pro­vocazione contro il Movimento sociale italiano con conseguenze di gravità assoluta per lo stesso e per la sua persona – non era un pericolo “fascista” come, pochi mesi dopo, nella primavera del 1973 inizieranno a dire Paolo Emilio Taviani ed Aldo Moro, ma militare.
Il 29 aprile 1973, sul quotidiano milanese “Il Giorno”, in un articolo a sua firma, Aldo Moro scrive:
“Si è rifatta in questi ultimi tempi evidente la minaccia fasci­sta come per un organico disegno di provocazione rivolto a condi­zionare le libere scelte del Parlamento italiano. Non c’è dubbio che quest’altro segnale di allarme deve essere preso estremamen­te sul serio”.
Il mese successivo, Aldo Moro concede un’intervista al settima­nale “Tempo” al quale rilascia una dichiarazione criptica:
“La vera destra è sempre pericolosa per la sua carica reaziona­ria, per la minaccia che reca inevitabilmente all’ordine democra­tico. Il suo peso è di gran lunga maggiore di quello che risulta dalla consistenza dello schieramento politico e parlamentare che ad essa si richiama. Non si tratta di dichiarazioni, ma di dati politici di fondo”.
A chi si riferisce il politico democristiano? Non al Movimento sociale italiano, il cui segretario nazionale Giorgio Almirante ha dato prova di lealtà “democristiana” informando Arnaldo Forla­ni dell’esistenza di una “congiura internazionale”, tantomeno ai neofascisti di servizio segreto di Ordine nuovo e Avanguardia nazio­nale, bensì al “quarto partito” ed al suo alleato militare.
Il complesso militare-industriale è la sola forza in grado di “condizionare le libere scelte del Parlamento italiano”, contan­do sulle sue complicità internazionali, la forza del denaro e del­le armi.
Il “tintinnare delle sciabole” che, nel 1964, aveva riportato all’ordine Pietro Nenni ora suona sinistro per ammonire i democristia­ni a non procedere sulla strada del compromesso e dell’apertura al Pci.
Il tentativo di uccidere Mariano Rumor, ministro degli Interni, il 17 maggio 1973, dinanzi alla Questura di Milano, da parte di uomini perfettamente integrati nell’apparato bellico anticomuni­sta rafforza nei democristiani il convincimento di essere nel mirino e di dover organizzare la propria difesa per mantenere un po­tere che, per la prima volta dal 10 dicembre 1945, appare seriamen­te minacciato non dai comunisti ma dagli anticomunisti.
Dopo il colloquio segretissimo fra Giorgio Almirante e Arnaldo Forlani dell’ottobre del 1972, il discorso di quest’ultimo a La Spezia del 5 novembre 1972, il 16 gennaio 1973 l’ufficio “D” del Sid al comando del generale Gianadelio Maletti inizia l’indagine sul “golpe Borghese”, incaricando il capitano Antonio Labruna di registrare il suo colloquio con Remo Orlandini, braccio destro di Borghese, informatore del servizio con il criptonimo di “Furiosino”, il quale non si fa pregare per fare i nomi dei militari coin­volti fra i quali spicca quello del generale Francesco Mereu, capo di Stato maggiore dell’esercito.
Inizia una partita pericolosa, fatta di ricatti reciproci, di rivelazioni giornalistiche pilotate, di indagini giudiziarie per­sonalmente dirette, come nel caso del “golpe Borghese”, da Giulio Andreotti tramite il generale Maletti sul piano investigativo e il sostituto procuratore della Repubblica, Claudio Vitalone, su quello processuale.
La controffensiva democristiana è facilitata da quanto avviene negli Stati uniti dove, il 29 agosto 1973, è decretata la cessa­zione dell’operazione “Chaos”, la stella del potentissimo capo del controspionaggio della Cia, James Jesus Angleton, si avvia al tramonto ed inizia una furibonda lotta sia all’interno che all’esterno della stessa Central intelligence agency, fra le varie agen­zie di spionaggio e controspionaggio americane che si ripercuote sui servizi segreti italiani militari e civili.
L’attentato a Mariano Rumor innesca la risposta democristiana che, dopo l’inchiesta sul “golpe Borghese”, si concretizza in quel­la sulla “Rosa dei venti” sul conto della quale la Questura di Pa­dova stila, il 18 luglio 1973, il primo rapporto.
Le inchieste giudiziarie non sono promosse per ingraziarsi il Partito comunista, ma per salvaguardare il sistema di potere del­la Democrazia cristiana messo in serio pericolo dall’assedio militare.
Tre inchieste, a Roma sul “golpe Borghese”, a Padova sulla “Ro­sa dei venti”, a Torino sul “golpe Sogno”, puntano diritte sulle Forze armate, anche se ufficialmente i magistrati sono impegnati a svelare le “trame nere” e a salvare la democrazia dalla congiu­ra fascista.
Il tintinnio delle sciabole si fa, però, minaccioso: nel mese di dicembre del 1973, a Bergamo, si svolge un’esercitazione militare con pattuglie motorizzate che simulano, nel corso della notte, la occupazione della Prefettura, del Municipio e di altri centri vi­tali nonché la ricerca delle abitazioni di amministratori locali, politici, sindacalisti cronometrando il tempo necessario per accom­pagnarli al comando.
Bergamo non è Bologna la rossa, quindi difficilmente si può ipo­tizzare che la simulazione di un’operazione golpista (ordinata da chi?) sia rivolta come minaccia al Partito comunista. È più logico ritenere che l’avvertimento sia diretto al governo ed ai democri­stiani che stanno manovrando a loro piacimento la magistratura, sfiorando santuari intoccabili come le strutture della Nato.
Del resto, a confermare la lungimiranza di Arnaldo Forlani che aveva lanciato il suo avvertimento mafioso da La Spezia, è proprio da questa città che giunge l’impulso decisivo per l’inchiesta sulla “Rosa dei venti” con le dichiarazioni di Giampaolo Porta Casucci, accusato da Carlo Maria Maggi, peraltro non coinvolto nelle inda­gini, di essere un “mitomane”.
Il 21 gennaio 1974, è emesso un mandato di cattura a carico del generale della riserva Francesco Nardella, già responsabile del re­parto di “guerra psicologica” che faceva capo alla Nato.
Due giorni più tardi, il 23 gennaio, scatta l’allarme nelle ca­serme del Friuli Venezia Giulia, Milano, Pavia, Brescia, Monza, Ce­sena, Bologna, Pisa e nelle basi della Nato del centro-nord.
Non saranno mai date spiegazioni sull’episodio, come non ne sa­ranno date sulla destituzione, il 31 gennaio 1974, del capo di Sta­to maggiore dell’Aeronautica, generale Vincenzo Lucertini.
Il 1974 è l’anno di due stragi, ma è anche quello in cui la fi­brillazione nel mondo militare giunge al culmine e in cui si giun­ge alla resa dei conti all’interno del Sid e fra quest’ultimo e la divisione Affari riservati del ministero degli Interni.
Il Sid liquida il Movimento di azione rivoluzionaria, diretto da Carlo Fumagalli, da sempre braccio operativo del servizio segreto civile, e contestualmente fa circolare la voce che “Ordine nero” è una provocazione del ministero degli Interni.
All’interno del servizio segreto militare si scontrano sul “gol­pe Borghese”, il direttore del Sid, Vito Miceli, e il responsabile della “sicurezza interna” Gianadelio Maletti.
A sgomberare il campo da ogni grottesca ipotesi sul “pericolo fa­scista” che stava allestendo “golpe” per distruggere la democra­zia, giunge la riunione che il 14 luglio 1974 si svolge presso il centro studi Lazio per esaminare il rapporto preparato dal reparto “D” del Sid sul “golpe Borghese”.
La riunione è presieduta dal ministro della Difesa, Giulio Andreotti, e vi prendono parte il capo di Stato maggiore della dife­sa, ammiraglio Eugenio Henke, il comandante dell’Arma dei carabinie­ri, generale Enrico Mino, il comandante della Guardia di finanza, generale Emanuele Borsi di Parma, il direttore del Sid, generale Vito Miceli, e il capo dell’ufficio “D” del servizio segreto mili­tare, generale Gianadelio Maletti.
La singolarità è rappresentata dal fatto che il ministro della Difesa e i vertici militari non si riuniscono nella sede propria, al ministero della Difesa, ma per ragioni di sicurezza in quella del centro studi Lazio.
Cosa teme Giulio Andreotti? Non certo l’arrivo del “Caccola” con “er panza” e il “pippone”!
Se la percezione della minaccia giunge al punto da obbligare i massimi vertici militari ed il ministro della Difesa a riunirsi in un luogo diverso da quello istituzionalmente preposto, vuol dire che questa proviene da forze molto potenti, nazionali ed in­ternazionali, che agiscono nell’ambito dell’Alleanza atlantica e non fuori di essa.
La minaccia militare nei confronti della Democrazia cristiana è presente anche in un memorandum che il segretario di Stato, Hen­ry Kissinger, invia il 6 maggio 1974, al presidente Richard Nixon:
“Elementi delle forze armate italiane – scrive Kissinger – sono probabilmente preoccupati della maggiore influenza potenziale dei comunisti, ma per il momento non sembrano avere piani concreti di azione. Questa situazione tuttavia può cambiare se si ritiene che i comunisti siano sul punto di avere un ruolo maggiore di gover­no nell’immediato futuro”.
Questa volta, però, l’obiettivo, a differenza del luglio 1960, non è il Partito comunista ma la classe dirigente democristiana che un poco alla volta gli apre le porte per entrare nella maggioranza di governo.
Forse, se Richard Nixon fosse stato saldo al potere le cose in Italia nell’estate-autunno del 1974 avrebbero potuto prendere un corso diverso, ma per il presidente americano l’ora dell’abbando­no del potere era prossima, travolto dallo scandalo Watergate e, senza il protettore, i “soldati perduti” italiani non sono stati in grado di portare a termine quanto avevano in animo di fare.
L’arma giudiziaria si rivela decisiva per riportare all’ordine i riottosi militari italiani per i quali la carriera e la pensio­ne rimangono gli obiettivi prioritari di una vita.
La tragedia si volge in  farsa quando la governativa magistratura italiana dopo aver tuonato contro gli ufficiali “infedeli”, i servizi “deviati”, i traditori in divisa che hanno complottato con le orde nazifasciste per abbattere la democrazia, assolve tutti i militari, perfino Amos Spiazzi che ha confessato di aver partecipa­to a tutti i complotti, dal “golpe Borghese” alla “Rosa dei venti”, salvo concludere la sua carriera non in galera ma con il grado di generale di brigata e la pensione assicurata.
Rimangono le ferite della guerra “psicologica”, “non ortodossa”, “a bassa intensità”, che lo Stato maggiore della difesa, coadiuva­to dagli Stati maggiori delle tre Armi, ha condotto in Italia per oltre mezzo secolo.
Le Forze armate sono riuscite sempre a restare ai margini delle ricostruzioni storiche che, quasi sempre, si sono basate sulle ricostruzioni, spesso farsesche, della magistratura, ma è giunto il momento di citarle dinanzi al Tribunale della storia.

CONCLUSIONI
Non si ricostruisce la storia tragica del dopoguerra italiano senza porre l’accento sul ruolo che in esso hanno ricoperto le For­ze armate.
Divise dagli eventi politici dell’8 settembre 1943, le Forze ar­mate hanno ricostituito la loro unità scoprendo la necessità di porsi al servizio della potenza egemone, gli Stati uniti d’Ameri­ca.
Sconfitte in una guerra convenzionale, hanno ottenuto la rivin­cita partecipando ad una guerra politica che, via via, si è tra­sformata con il loro concorso determinante in una nuova guerra civile, questa volta fra comunisti ed anticomunisti.
Sradicato in nome dell’antifascismo il senso di appartenenza ad una Nazione, per la cui sconfitta militare si opera in nome di ideologie astratte e di corposi e concreti interessi stranieri, l’Ita­lia “rossa” fa decidere a Josip Stalin e al comitato centrale del Pcus se iniziare o meno una guerra civile nella penisola, e quella anticomunista la conduce agli ordini del National security council americano.
Dalle Forze armate sarebbe state lecito attendersi un’azione tesa ad arginare la frattura politico-ideologica all’interno del Paese, viceversa saranno proprio le gerarchie militari a solleci­tare la classe dirigente democristiana ad alimentare lo scontro con i comunisti.
Questi ultimi, i cui dirigenti erano certamente al servizio esclusivo dell’Unione sovietica, hanno rappresentato una minaccia solo perché i loro avversari hanno curato il loro interesse di mantenere ad ogni costo il potere ponendosi, anch’essi, al ser­vizio di un ‘altra potenza straniera, gli Stati uniti.
Non c’è traccia di italianità nella politica degli uni e degli altri.
L’Italia è un mezzo per i politici di entrambi gli schieramenti, mai il fine.
Se questa è stata la scelta dei dirigenti politici al potere, la casta militare ha giocato la carta antinazionale della partecipazione al nuovo conflitto mondiale fra le due potenze vincitri­ci della Seconda guerra mondiale, alimentando la paura fisica e politica dei democristiani ai quali si è presentata, come l’unica for­za in grado di fermare la marcia della “quinta colonna” sovietica nel Paese.
L’anticomunismo militare ha ottenuto, con la sua intransigenza e determinazione, di non finire alla sbarra per le sue gravissime responsabilità nella conduzione della guerra, di ricostituire la propria unità, di collocarsi come la garanzia per gli Stati uniti e la Nato che l’Italia sarebbe rimasta sempre al loro fianco, a prescindere dalle scelte dei governi.
La garanzia militare ha dato, sul piano interno, fiducia alla classe politica democristiana e laica anticomunista e, nello stes­so tempo, ha rassicurato gli alleati internazionali che su di essa hanno contato per impedire ai codardi politici di cedere al Parti­to comunista uno spazio politico sempre maggiore.
La scelta americana di affrontare lo scontro con l’Unione sovie­tica sul piano militare ha trasformato il mondo in un campo di bat­taglia in cui gli eserciti hanno assunto, nel tempo, un’importanza sempre maggiore e, spesso, decisiva.
Sono le Forze armate ad aver garantito agli Stati uniti la tenu­ta dell’America latina contro il progredire del comunismo, così co­me in Asia, in Africa, e nella stessa Europa meridionale, quella che la nascita dello Stato di Israele ed il conflitto medio-orien­tale che ne è seguito ha portato in prima linea.
La Turchia, ha sempre visto le Forze armate imporre con la for­za le ragioni americane e dell’Alleanza atlantica; la Grecia ha conosciuto il colpo di Stato del 21 aprile 1967; la Francia, ha visto il pronunciamento militare del 13 maggio 1958; la Spagna ed il Portogallo hanno avuto regimi autoritari sostenuti dalle proprie Forze armate.
In Italia, le Forze armate, nel dopoguerra, in particolare a partire dagli anni Sessanta quando si è raggiunto l’apice del pericolo, hanno sempre oscillato fra la speranza di poter ripetere il 25 luglio 1943, il “colpo di Stato istituzionale” con un presiden­te della Repubblica o del Consiglio al posto di Vittorio Emanuele III, e la tentazione di imitare i loro colleghi francesi che, il 13 maggio 1958, da Algeri avevano imposto alla Francia il loro candidato alla presidenza della Repubblica, Charles De Gaulle.
In un Paese in cui i dirigenti politici sono mezze calzette e un De Gaulle non c’era, la speranza di ripetere il 25 luglio è svani­ta il 12 dicembre 1969, il resto è stata una lotta sorda e sordi­da per mantenere sotto pressione la Democrazia cristiana facendo intravedere la possibilità di giungere alla formazione di governi diversi da quelli formati dagli uomini dello scudocrociato, magari con un atto di forza, ma nel rispetto della legalità costituziona­le.
Se si vorrà, infine, accettare la realtà di un Paese che stato obbligato a vivere in uno stato di guerra permanente, allora sarà necessario riscrivere la storia delle Forze armate italiane nel dopoguerra per inserirle a pieno titolo fra i protagonisti della tragedia che la Nazione ha vissuto e di cui, ancora oggi, paga le conseguenze.
In un Paese in cui la classe politica dominante e la casta mili­tare, teoricamente alle sue dipendenze, si sono in realtà contese la fiducia del potente alleato-padrone americano sulla pelle degli italiani, la magistratura, nel suo complesso, non può esistere co­me potere indipendente.
La governativa magistratura italiana ha, quindi, partecipato al rapporto amore-odio fra la dirigenza politica democristiana e la casta militare facendo quello che pretendeva la prima senza lede­re gli interessi della seconda.
Non è mai stato redatto un elenco di ufficiali delle Forze armate inquisiti – e poi regolarmente assolti o prosciolti con varie formule – per i fatti “eversivi” degli anni Sessanta e Settanta, ed è dovero­so ricordarne qui alcuni, insieme ad altri che non sono mai entra­ti ufficialmente nelle inchieste giudiziarie perché ritenuti di grado troppo elevato per essere infastiditi dai piccoli impiegati del codice penale, notoriamente fortissimi con i deboli e debolissimi con i forti.
Si nota subito come i massimi vertici militari, se in Italia ci fosse stato un vago sentore di giustizia, avrebbero dovuto essere chiamati alla sbarra.
Difatti, compaiono nelle cronache giudiziarie i nomi di Francesco Mereu, capo di Stato maggiore dell’Esercito ; Duilio Fanali, capo di Stato maggiore dell’Aeronautica; Eugenio Henke, capo di Stato mag­giore della Difesa ed ex direttore del Sid; Giovanni Torrisi, capo di Stato maggiore della Difesa; Giovanni De Lorenzo, capo di Stato maggiore dell’esercito, già direttore del Sifar e comandante gene­rale dell’Arma dei carabinieri; Luigi Forlenza, comandante genera­le dell’Arma dei carabinieri; Giuseppe Rosselli Lorenzini, capo di Stato maggiore della Marina.
Inoltre, sono da segnalare i nomi dei generali Ugo Ricci, Luigi Salatiello, Antonino Giglio, Giulio Macrì, Filippo Stefani, Cacciò, Zavattaro Ardizzi, Giovanbattista Palumbo, l’ammiraglio Antonio Mondaini, il tenente generale del Genio navale Dario Paglia, l’ammira­glio Gino Birindelli, il generale di Squadra aerea Giulio Cesare Graziani, il generale Arnaldo Ferrara.
A partire dal generale Giovanni Allavena sono stati inquisiti nel corso degli anni tutti i direttori del servizio segreto mili­tare per fatti attinenti alla guerra politica: Vito Miceli, Mario Casardi, Giuseppe Santovito, Fulvio Martini.
Lunghissimo è, poi, l’elenco degli ufficiali di grado inferiore che sono passati, man mano, per gli uffici giudiziari e per le au­le dei tribunali.
Le accuse rivolte a tutti costoro variano dalla partecipazione a presunti “colpi di Stato” (Borghese, Rosa dei venti, Sogno) a depistaggi, a progettazioni perfino di attentati stragisti come quello di Trento del 18 gennaio 1971, alla tutela degli interessi stranieri come nel caso dell’abbattimento dell’aereo “Argo 16″ nel cielo di Marghera il 22 novembre 1973, o del Dc-9 Itavia ad Ustica il 27 giugno 1980.
Sono le pagine del disonore militare che una forsennata ed inte­ressata propaganda svolta da tutte le forze politiche, tramite i loro giornalisti, ha cercato invano di cancellare.
Accanto alle poche ma significative condanne passate in giudica­to, ci sono tante assoluzioni e proscioglimenti che anche un profa­no della materia processuale nota che sono stati dettati dalla ra­gion di Stato e dalla pavidità di chi ritiene che la giustizia sia una parola vana.
Nella ricostruzione della guerra politica italiana non si può fingere che ci siano stati “incidenti di percorso”, “deviazioni” ed “infedeltà”.
I nomi dei protagonisti militari sono agli atti, l’elenco delle organizzazioni create dalla Forze armate, da esse ispirate, ad esse fiancheggiatrici è stato redatto.
È paradossale che si sia preteso fino ad oggi che una guerra definita, inizialmente, “psicologica”, poi “non ortodossa”, infi­ne divenuta “a bassa intensità”, che ha provocato centinaia di vit­time, migliaia di feriti e decine di migliaia di incarcerati e con­dannati, sia stato solo un affare politico e non militare, nel quale al limite sono stati coinvolti i soli servizi segreti militari e civili e i corpi di polizia, Pubblica sicurezza e carabinieri, dimenticando che questi ultimi sono sempre stati parte integran­te della Forze armate.
La guerra politica in Italia non è stata diretta da politici tecnicamente sprovveduti, da mestatori ed affaristi, da neofascisti di scarso livello intellettivo ed infimo livello morale, da avven­turieri alla Sogno o alla Pacciardi, ma da professionisti della guerra che hanno ritenuto funzionale, ad un certo momento, riven­dicare quel peso politico che il loro ruolo ed i loro “meriti” rendevano non più procrastinabile nel tempo.
È amaro constatare come l’Arma dei carabinieri sia stata ele­vata con il concorso determinante degli ex comunisti a quarta Ar­ma delle Forze armate, quando viceversa avrebbe dovuto essere ri­dimensionata per il ruolo tragico ricoperto nella guerra civile italiana del secondo dopoguerra.
Oggi, è l’Arma dei carabinieri a ricattare i politici imponendo con totale ed ostentato disprezzo verso la popolazione e la giu­stizia che un suo generale, condannato a 14 anni di reclusione per traffico internazionale di stupefacenti, rimanga al suo posto di comando.
Ci sono voluti venti e più anni per assolvere tutti gli ufficia­li dell’Aeronautica finiti alla sbarra per la tragedia di Ustica, ma alla fine anche quest’Arma ha avuto la sua soddisfazione.
L’intreccio fra politica e militari, fatto di reciproci ricatti, non permette che sia fatta luce né giustizia, su una guerra che ci si ostina ancora a negare, spacciandola per “terrorismo”.
Per negare alle Forze armate italiane nate dalla sconfitta mi­litare, da una guerra civile, dal bagno di sangue della primavera del 1945, la qualifica di “italianità”, per additarle come ne­miche della Nazione e del nostro popolo, non contiamo sulle parole ma sui fatti, non quelli descritti negli atti processuali e nei documenti di archivio, ma quelli iscritti sulle lapidi dei tanti italiani che sono rimasti uccisi per gli interessi di una potenza straniera tutelati da una classe politica e da una casta militare mercenarie.

Vincenzo Vinciguerra

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Piazza Fontana: il prologo

 

Opera, 21 luglio 2009

A Roma, dal 30 gennaio al 1° febbraio 1968, alloggia presso l’hotel Quirinale, Yves Guerin Serac.
A capo dell’ Aginter presse, Guerin Serac è un ex ufficiale francese ufficialmente latitante perché ricercato dalle autorità francesi per la sua appartenenza all’Organizzazione dell’esercito segreto (Oas).
I servizi di sicurezza italiani lo sanno, ma non gli interessa: Guerin Serac è intoccabile.
La Divisione affari riservati del ministero degli Interni lo conosce bene perché ne segue attentamente le attività ed annota scrupolosamente i rapporti che intrattiene in Italia. Anche in questa occasione viene informata in tempo reale della sua presenza nella Capitale e degli incontri che ha con Pino Rauti, Paolo Andriani, Giano Accame (che smentirà) e Pino Leccisi.
Armando Mortilla, confidente del servizio segreto civile con il criptonimo di “Aristo”, il 1° febbraio 1968, redige una nota informativa nella quale scrive:
“Il G. ha molto insistito anche per conoscere l’orientamento di On in relazione alla politica americana nel mondo e se, eventualmente, l’organizzazione di Rauti sarebbe stata disposta a sostenere determinate scelte politiche. E’ stata, poi, discussa la necessità di intensificare lo scambio di informazioni riservate, secondo lo schema già tracciato a Lisbona nello scorso mese di maggio ed infine di evitare accuratamente anche la più insignificante indiscrezione sulla metodologia, sistemi, organizzazione etc. , dei collegamenti esistenti fra On e Ot (Ordine e tradizione – Ndr)”.
Mortilla specifica, inoltre, che Yves Guerin Serac ha stabilito solidi rapporti con esponenti del Partito repubblicano dai quali ha ottenuto anche finanziamenti.
La visita di Yves Guerin Serac a Roma ed il contenuto dei suoi colloqui con Pino Rauti ed altri rivestono particolare importanza, se la Direzione affari riservati redige una nota, basata sulle informazioni fornite da “Aristo”, e la trasmette al ministro degli Interni il 7 febbraio 1968.
Del resto, Yves Guerin Serac non è solo un ex ufficiale francese con una lunga esperienza militare alle spalle (Seconda guerra mondiale, Corea, Indocina, Algeria), ma è anche un esperto in “guerra psicologica” e clandestina, di cui conosce tutti i trucchi, anche i più sporchi.
In quale battaglia politica sia impegnato Yves Guerin Serac, lo scrive lui stesso per renderne meglio edotti gli amici italiani:
“Noi pensiamo che la prima parte della nostra azione politica debba essere quella di favorire l’installazione del caos in tutte le strutture del regime… A nostro avviso la prima azione che dobbiamo lanciare è la distruzione delle strutture dello Stato, sotto la copertura dell’azione dei comunisti e dei filocinesi. Noi d’altronde abbiamo già elementi infiltrati in tutti questi gruppi: su di loro dovremo evidentemente adattare la nostra azione: propaganda e azioni di forza che sembreranno fatte dai nostri avversari comunisti e pressioni sugli individui che centralizzano il potere ad ogni grado. Ciò creerà un sentimento di antipatia verso coloro che minacciano la pace di ciascuno e della nazione…”.
In altri termini bisogna determinare nella Nazione la percezione del pericolo rappresentato dalla “sovversione”, ovviamente rossa, “cinese” o anarchica legata al “comunismo internazionale”, per consentire agli uomini dello Stato di provvedere al ristabilimento dell’ordine e della sicurezza.
E’ l’azione di “destabilizzazione dell’ordine pubblico per favorire la stabilizzazione dell’ordine politico”.
Come “favorire l’installazione del caos in tutte le strutture del regime”, è materia che “Ralph” conosce perfettamente e le cui nozioni trasmette ai suoi volenterosi allievi italiani, da Pino Rauti a Stefano Delle Chiaie e soci.
In Francia, Guerin Serac e colleghi sono in procinto di iniziare l’operazione destinata ad infrangere il potere ed il mito del generale Charles De Gaulle, nemico degli Stati uniti e di Israele. Ma l’operazione, che passerà alla storia come il”maggio francese” non deve scattare sul territorio francese, perché essa deve apparire come un moto spontaneo, scaturito dalle lotte studentesche che divampano in vari Paesi europei.
E’ un diversivo classico del modus operandi delle struttura di sicurezza che “coprono” in questo modo l’origine e schermano le reali finalità delle loro operazioni.
La prima manifestazione si è svolta in Germania ed è degenerata in violenti scontri fra studenti e forze di polizia. La seconda dovrà avere luogo a Roma, il solo luogo dove l’estrema destra italiana ha un numero sufficiente di attivisti da impiegare per creare incidenti.
A Roma, inoltre, il terreno è pronto. Fingendosi “cani sciolti”, non inseriti in alcuna organizzazione perché la loro si e ufficialmente disciolta nel 1965 (come segnala una dettagliata nota della Divisione affari riservati del 18 dicembre 1968), gli uomini di Avanguardia nazionale sono riusciti ad inserirsi nel mondo studentesco ed universitario, almeno con quel tanto di credibilità che serve per partecipare alla confusa e non ancora ideologizzata attività studentesca romana.
Sono loro i protagonisti del secondo lato del triangolo della provocazione. Sono loro a preparare con cura l’attacco alla polizia che avverrà il 1° marzo 1968 a Valle Giulia, con una fitta sassaiola alla quale, infine, la “Celere” risponde caricando con le camionette ed inguaiandosi ancora di più, perché agli “allievi” Guerin Serac ha fatto insegnare anche le tecniche di guerriglia urbana che qui vengono applicate per la prima volta.
Il risultato si vede: aizzati da Guido Paglia, Stefano Delle Chiaie, Maurizio Giorgi, Antonio Fiore, Mario Merlino, Roberto Palotto, Adriano Tilgher ed altri, più di 3 mila studenti impegnano circa 2 mila poliziotti, opportunamente disarmati, mandandone in infermeria ben 158.
Il successo della “diversione strategica” è totale. Il giorno successivo, ad esempio, “Paese sera”, quotidiano vicino al Partito comunista, intitola l’articolo sugli incidenti di Valle Giulia:
“Disarmati hanno resistito ai manganelli… e alle armi. Il giovane coraggio degli studenti umilia la brutalità della polizia”.
Tutta la stampa di sinistra si allinea a questa versione creando il mito della “battaglia di Valle Giulia” come inizio delle lotte studentesche in Italia.
Per comprendere, però, che il gioco era truccato bastava leggere l’articolo del quotidiano democristiano il “Il Tempo”, intitolato:
“I disordini all’Università sono provocati, per ragioni politiche da moscoviti e filocinesi, che hanno trovato il modo di distruggere, anche per il futuro, le istituzioni”.
Sembra dettato da Yves Guerin Serac, ma poco ci manca perché nella redazione de “Il Tempo”, c’è proprio Pino Rauti che, insieme ai suoi colleghi, ha visto le foto della manifestazione (pubblicate per la prima volta dopo quarant’anni da qualche sprovveduto storico di Alleanza nazionale) e sa ovviamente che i Paglia, i Delle Chiaie, i Tilgher, i Merlino ecc. sono ben altra cosa che “comunisti e filocinesi”.
E, poi, di cosa ha parlato Rauti con Yves Guerin Serac un mese prima?
Il terzo lato del triangolo si chiude a Nanterre, il 22 marzo 1968, dove a provocare violenti incidenti fra studenti e polizia sono gli uomini dell’Oas, come si vanterà personalmente Yves Guerin Serac nel periodo del comune soggiorno spagnolo.
In Francia, la strada per Parigi è spianata, l’assalto al potere del generale Charles De Gaulle può iniziare.
In quel periodo, far degenerare  le manifestazioni in incidenti con le forze di polizia è evidentemente un espediente che serve agli ideatori dell’operazione “Chaos”, in Europa e non solo.
Difatti, a Chicago, la polizia americana si deve impegnare a fondo per impedire a circa 5 mila giovani hyppies di dare l’assalto alla Convetion del Partito democratico, fra il 24 ed il 29 agosto 1968.
Anni dopo, documenti governativi americani, redatti fra il 25 ed il 30 agosto 1968, daranno conto che ben il 17 per cento degli “hippies” contestatori apparteneva, in realtà, ad agenzie governative.
Non deve, quindi, sorprendere quanto rivela Luis Manuel Gonzales Mata, spagnolo in contatto con gli uomini della Cia, il quale ricorda che nel mese di maggio del 1968 un funzionario dei servizi segreti americani gli disse esplicitamente che dovevano “sbarazzarsi” di Charles De Gaulle, E per farlo, aggiunge “significa che dobbiamo incoraggiare il disordine: creare incidenti tra i rivoltosi e il servizio d’ordine. Solo così scateneremo l’indignazione della maggioranza silenziosa”.
Dopo alcune giorni, lo stesso funzionario americano informò Gonzales Mata che la ” la Cia aveva già alcuni uomini all’interno del movimento; si trattava per la maggior parte di ex componenti della legione o dell’Oas che erano riusciti ad infiltrarsi nei gruppuscoli dell’estrema sinistra… Se lo tenga a mente –  conclude – vogliamo il  massimo dei feriti e dei danni”.
Sarà accontentato.
Il 10 maggio 1968, Parigi è in fiamme. Ore di scontri furibondi fra giovani e polizia producono un bilancio di 513 agenti feriti, di 625 manifestanti feriti, 1555 fermati, 73 arrestati, 228 auto date alle fiamme insieme a 22 autobus e 27 negozi devastati..
La “destabilizzazione” del potere di Charles De Gaulle, in Francia, passa soprattutto per la piazza.
Manifestazioni violente, occupazioni di Università, scioperi proseguiranno per tutto il mese,fino a quando il presidente francese è obbligato a recarsi dal generale Massu che gli detta le condizioni per fornirgli l’eventuale sostegno delle Forze armate.
Per Charles De Gaulle è la fine: nel giro di pochissimi mesi, escono dal carcere per amnistia o grazia presidenziale tutti gli uomini dell’Oas, compresi i capi e quelli che avevano attentato alla vita dello stesso De Gaulle.
Il “maggio francese” ha colto il suo obiettivo. L’ avventura politica dell’antiamericano ed antisraeliano Charles De Gaulle è conclusa.
In Italia, la destra estrema, braccio politico ed operativo dei servizi di sicurezza, non ha la forza per controllare la piazza, né dispone di uomini sufficienti per ripetere la “battaglia di Valle Giulia” o fomentare scioperi ed occupazioni.
La “destabilizzazione dell’ordine pubblico”, qui è un’operazione più lenta e complicata, che passa attraverso le “infiltrazioni” che devono favorire l’impegno “terroristico” di quanti a sinistra ed anarchici ritengono di dover lottare contro il sistema.
Già nel mese di maggio del 1968, gli uomini di Avanguardia nazionale costituiscono il circolo “XXII marzo” che ricorda Nanterre ed il movimento omonimo dell’ebreo francese, anarchico, Daniel Cohn-Bendit.
Ne fanno parte persone che con l’anarchia nulla hanno mai avuto a che fare: Aldo Pennisi, Luciano Paulon, Pietro Manlorico, Elio Guerino, Renato Granoni, Giovanni Nota, Guido Sciarelli, Antonio De Amicis, Lucio Aragona, Alfredo Sestili.
Mentre gli uomini di Junio Valerio Borghese s’infiltrano fra gli anarchici, da Napoli, Giuseppe Menotti Mancuso, l’11 marzo 1968, scrive all’ex capo partigiano Angelo Gracci, “Gracco”, leader del Comitato provinciale del Partito comunista d’Italia (marxista-leninista) una lettera:
“Caro Compagno Gracci, attraverso la stampa sono venuto a conoscenza dei gravissimi soprusi ai tuoi danni e di altri nostri compagni, complice l’apparato borghese e poliziesco, con il consenso della magistratura. .. Caro ‘Gracco’, io e te e tanti altri non abbiamo mai disarmato. Mai siamo venuti meno al nostro giuramento d’onore e al motto: ‘Morte al nazifascismo. Libertà ai popoli!’ .Per questo abbiamo fondato il Pcd’I (M.l) e veniamo giornalmente perseguitati, nonostante la Costituzione repubblicana sorta dalla Resistenza… Le tigri di carta – ovunque esse operino – inevitabilmente faranno la fine loro assegnata dal nostro compagno, Maestro e grandioso invincibile condottiero, Mao Tse Tung…”.
Peccato che questa lettera dì vibrante entusiasmo marxista-leninista, sia stata scritta per ordine del servizio segreto militare di cui Giuseppe Menotti Mancuso è confidente con il criptonimo di “Rodolfo”. Lo conferma un rapporto del centro cs di Napoli che, il 3 aprile 1968, informa il proprio comando di aver dato disposizioni a Giuseppe Menotti Mancuso,”Rodolfo”, di intensificare i suoi rapporti con Angelo Gracci allo scopo di favorirne l’elezione al Comitato centrale del Partito comunista d’Italia (marxista-leninista).
Angelo Gracci godrà anche delle attenzioni di Giovanni Ventura, anche lui fervente marxista-leninista come l’agente del Sid Guido Giannettini e Franco Freda.
Una coincidenza sulla quale sarà necessario ritornare per meglio approfondirla.
Sempre nel mese di marzo del 1968, gli anarchici, dirà il capo dell’Ufficio politico della Questura di Milano, Antonino Allegra, “inizieranno a fare dei piccoli attentati…”.
Il 31 agosto, a Carrara, inizia il congresso internazionale delle federazioni anarchiche, che si concluderà il 3 settembre. Fra i partecipanti, insieme a Daniel Cohn-Bendit, ci sono i “nazisti” di Avanguardia nazionale, ufficialmente aderenti al circolo “XXII marzo” di Roma che scortano Pietro Valpreda il quale sembra avere come unico obiettivo quello di creare una scissione all’interno della Federazione anarchica italiana:
“Accuso la Federazione anarchica giovanile italiana di essere settaria e burocratizzata e strumento della Fai”.
Ottiene il disordine che cerca, protetto dai componenti delle “truppe cammellate” di Avanguardia nazionale che hanno, con la loro presenza, il solo scopo di  proteggerlo nel caso che la discussione degeneri.
Nessuno ha mai chiesto a Pietro Valpreda dove mai aveva avuto la ventura di conoscere, come anarchici, gli avanguardisti romani che a sinistra non erano degli sconosciuti, come non lo erano per la Questura che segue, senza ufficialmente commentare, questa loro metamorfosi ideologica da nazisti ad anarchici, salvo ripesamenti, perché un mese e mezzo più tardi, il 15 ottobre 1968, gli “anarchici” Alfredo Sestili, Lucio Aragona, Pietro Manlorico saranno arrestati per aver compiuto attentati che con l ‘ideale anarchico nulla hanno a che fare.
Non bastano questi arresti per chiarire le idee all’anarchico Pietro Valpreda?
No, evidentemente, perché la strada che porta a Milano e a Roma il 12 dicembre 1969 lui, Valpreda, la percorrerà tutta, senza esitazioni né dubbi, insieme ai “camerati” di Avanguardia nazionale.

Vincenzo Vinciguerra

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