Il peccato originale

 

Opera, 22 novembre 2014

I familiari delle vittime del “terrorismo” e delle stragi si dichiarano oggi costernati dalla scelta del ministero degli Esteri e della Difesa di versare negli archivi di Stato solo pochi e ininfluenti documenti relativi alla guerra civile italiana.
Dopo aver esaltato la decisione del presidente del Consiglio Matteo Renzi di rendere pubblici tutti i documenti in possesso dei vari ministeri su quel periodo, anche se circoscritti ai soli episodi di strage, prendono atto ora di essere stati per l’ennesima volta ingannati e truffati.
Sono decenni che queste persone passano da una delusione ad un’altra, rifiutando ancora oggi di accettare la realtà di una guerra civile provocata dallo Stato e dai suoi responsabili politici i cui lati oscuri non potranno mai essere, per questa ragione, chiariti.
Sono decenni che queste persone attendono e pretendono verità e giustizia dagli organizzatori della guerra civile italiana e dai mandanti politici, morali delle stragi.
L’annuncio del governo di Matteo Renzi occultava una truffa che traspariva chiaramente dalla decisione di circoscrivere la pubblicazione dei documenti alle stragi inserendo fra queste ultime l’attentato di Peteano di Sagrado del 31 maggio 1972 che, icto oculi, è stato un attacco mirato ad un corpo di polizia dello Stato e non un indiscriminato massacro di civili.
Non solo questa decisione anomala doveva allarmare i familiari delle vittime delle stragi, ma doveva farlo anche l’assenza della documentazione relativa alla fallita strage sul treno Torino-Roma del 7 aprile 1973, compiuta da Giancarlo Rognoni, Nico Azzi e compari.
Non ci furono morti allora, ma questo nulla toglie al fatto che si è tentato di compiere un massacro su un treno che doveva servire come pretesto per le violenze di piazza che erano predisposte per la data del 12 aprile 1973, a Milano, dai dirigenti del Movimento sociale italiano.
Non è un episodio trascurabile perché gli organizzatori reiterano il piano adottato nel dicembre del 1969, quando prima ci fu la strage di piazza Fontana, il 12 dicembre, e poi la manifestazione indetta dal Msi per il 14 dicembre, a Roma che venne infine vietata dal presidente del Consiglio Mariano Rumor.
I magliari governativi hanno, quindi, inserito un episodio di attacco selettivo allo Stato (Peteano) e hanno tolto dal novero delle stragi un mancato massacro di civili sul treno Torino-Roma.
Non è l’unica anomalia che si riscontra nella decisione di Matteo Renzi che ha deciso di farsi pubblicità a buon mercato con la consapevolezza che non sarebbe mai emerso un solo documento capace di apportare un contributo di verità su quanto accaduto in quegli anni ormai lontani.
Come si fa a far luce su piazza Fontana, se non si dice tutto sul Fronte nazionale di Junio Valerio Borghese e sull’Unione democratica per la nuova repubblica di Randolfo Pacciardi?
Nei giorni successivi alla strage della Banca dell’Agricoltura a Milano, il 12 dicembre 1969, il Partito comunista ha fatto una scelta politica, quella di aderire alla strategia democristiana o, per meglio dire, morotea di creare un’ “eversione nera” che si potesse contrapporre alla “sovversione rossa”, quest’ultima riferibile ai solo gruppi della sinistra extraparlamentare, entrambi impegnate ad attaccare lo Stato democratico che i partiti politici fondatori della Repubblica antifascista erano chiamati a difendere.
Questo è il peccato originale del Partito comunista che i suoi eredi non hanno alcuna volontà di rinnegare e denunciare, scegliendo di continuare ad ingannare gli italiani.
Dall’invenzione delle “piste nere”, del “terrorismo fascista”, dello “stragismo fascista”, il Pci ha tratto un vantaggio politico innegabile ma contingente, mentre la controparte (Democrazia cristiana e lo Stato) ne hanno ricavato uno permanente come dimostra il fatto che, nel 2014, ci sono ancora persone che si illudono che lo Stato possa dare loro verità e giustizia.
Chi se non lo Stato ha garantito impunità e protezione all’area stragista, in gran parte inserita in ”Ordine nuovo”, spacciata per organizzazione “nazista”?
L’ultimo, in ordine di tempo, rappresentante giudiziario dello Stato a difendere Carlo Maria Maggi e colleghi cercando in tutti i modi di bloccare l’inchiesta sulla strage di piazza Fontana, diretta dal giudice istruttore di Milano Guido Salvini, è stato Felice Casson che non è stato espulso dalla magistratura ma portato al Senato dal Partito democratico.
Non serve andare indietro nel tempo per denunciare la sordida lotta che lo Stato e la politica conducono contro la verità. Basta osservare Felice Casson in Senato, e chiedersi come pretendono di essere credibili Matteo Renzi ed il suo partito quando affermano di voler fare luce sul “terrorismo” e le stragi.
Il silenzio di quanti sanno (e Manlio Milani sa bene chi è Felice Casson) favorisce il doppio gioco del Partito democratico e ne perpetua la decisione di mentire e di ingannare l’intero popolo italiano, non solo i familiari delle vittime del “terrorismo” e delle stragi.
Parlare di “stragi di Stato” non è lanciare uno slogan ma affermare una verità che ormai si conosce ma si continua a tacere, per opportunismo e per timore.
È ipocrita, a questo punto, pretendere che la verità emerga dalle sole inchieste giudiziarie con la consapevolezza chi i magistrati, anche i più onesti, sono obbligati a individuare “responsabilità penali personali”, cioè dei singoli senza potersi addentrare, se non genericamente, in quelle che sono le responsabilità politiche e istituzionali.
Non è ipotizzabile l’incriminazione di Aldo Moro per il depistaggio sulla strage di piazza Fontana, né quella di Giulio Andreotti per il “golpe Borghese”, né quella di Francesco Cossiga per Ustica e Bologna.
I processi ai morti li può fare solo la storia, non la magistratura che in tutti questi anni, tranne le debite eccezioni individuali, ha costituito l’ostacolo insormontabile per quanti hanno affermato la verità.
I conti con la storia, per ora, li stiamo facendo in pochi, senza l’apporto dei familiari delle vittime di una guerra civile che lo Stato ed i suoi alleati internazionali hanno dichiarato e condotto.
Oggi non c’è più la Democrazia cristiana a favorire depistaggi e depistatori, stragisti e terroristi di Stato. Da anni, ai vertici della politica italiana, e quindi dello Stato, ci sono gli uomini del Partito comunista e i loro eredi.
Anche per loro è giunto il momento di fare i conti con il passato, specie ora che l’ultimo comunista si prepara ad abbandonare il Quirinale ed uscire definitivamente di scena.
Non si richiede a costoro atti di particolare coraggio o di straordinaria onestà, ma solo di abbandonare la via delle furbizia ad ogni costo per apparire alfieri di verità quando, viceversa, sono i difensori della menzogna.
La verità comporterà conseguenze politiche specie sul piano internazionale, ma a quasi settant’anni dalla fine della guerra si possono affrontare.
Abbiamo pagato caro il prezzo dell’asservimento agli Stati uniti ed alla Nato, perché questo si cerca di occultare insieme alla verità sulla guerra civile italiana, ma le catene delle sudditanza si possono allentare se si aspira a ritornare ad essere liberi.
In questo caso, per liberarsi dall’oppressione della potenza egemone non serve una guerra di liberazione, è sufficiente dire la verità sulle sue responsabilità nella guerra civile italiana.
Non è difficile. Basta avere coraggio.

Vincenzo Vinciguerra

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Uomini e topi (parte seconda)

 

 

Opera, 5 marzo 2014

Negli scantinati del ministero degli Interni i topi abbondano, poi escono, corrono lungo le fognature della Nazione e, spesso, si fermano ed aprono pagine e siti internet.
A Brescia, difatti, ne funziona una a pieno ritmo, aperta da un gruppo di persone che afferma di cercare la verità sulla strage del 28 maggio 1974, in piazza della Loggia, per poi pentirsi affidandolo alla gestione di due ex “Lotta continua”, che sono collegati ai loro simili di destra e a quanti altri devono esibire il loro odio verso coloro che sono impegnati nella ricerca e nell’affermazione della verità.
I topi bresciani, alla pari di quelli romani, non hanno argomenti da contrapporre ai nostri ma, alla pari dei loro colleghi, riescono solo a vomitare insulti che si ritorcono puntualmente contro di loro.
Nella loro foga di affermare l’estraneità di Carlo Maria Maggi dalla strage del 28 maggio 1974, lo avevano elevato a punto di riferimento per quanto riguarda il giudizio ovviamente offensivo nei miei confronti: Maggi dice, Maggi afferma, Maggi conosce bene, Maggi qui e Maggi là.
Maggi come la voce della verità, il cui giudizio faceva testo per i topi di “Lotta continua” e colleghi bresciani che in lui vedono l’innocente, il calunniato, il perseguitato.
Erano pronti ad ululare di gioia per quello che ritenevano la scontata, certissima conclusione della vicenda processuale della strage di Brescia con il rigetto da parte della Cassazione dei ricorsi presentati dalla Procura generale di Brescia e dalle parti civili.
L’urlo gli si è strozzato in gola.
Eppure, il sospetto che questa volta l’esito del processo per la strage del 28 maggio 1974 avrebbe potuto essere diverso dai precedenti il loro ex capo ed amico Adriano Sofri avrebbe dovuto nutrirlo perché lui la politica, soprattutto quella sporca, la conosce bene.
Sofri si è posto all’avanguardia negli attacchi al giornalista Paolo Cucchiarelli e, per interposta persona, al sottoscritto, rei di aver infranto il mito di Pietro Valpreda e di aver posto in risalto l’alleanza fra neofascisti di servizio segreto, anarchici e pacciardiani negli anni del 1968-69 in odio al Partito comunista, ma non ha avvertito i suoi seguaci bresciani che conveniva essere loro più prudenti.
Questa volta, difatti, ad influire in positivo sulla decisione della Corte di cassazione c’è la quasi certa visita del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a Brescia il 28 maggio 2014.
Avrebbe mai potuto presentarsi Giorgio Napolitano in piazza della Loggia, a Brescia, per dire che non erano bastati quarant’anni per accertare le responsabilità degli esecutori della strage?
Oggi, potrà farlo potendo affermare che lo Stato è ancora impegnato a cercare la verità.
E’ la prova – ma non serviva – che è sempre stata la politica a condizionare ed a decidere l’esito dei processi per le stragi avvenute in Italia dal 1969 al 1974.
Il tempo non ha attenuato le esigenze della menzogna di Stato, perché il potere è sempre lo stesso. Cambiano gli uomini ma non la sua essenza né le sue alleanze internazionali, così che il segreto sulle responsabilità politiche, non solo organizzative ed esecutive, dello stragismo deve essere mantenuto ad ogni costo, ed un individuo come Carlo Maria Maggi è oggi sacrificabile senza violarlo.
A prescindere da quello che sarà poi l’esito del processo dinanzi alla Corte di assise di appello di Milano, l’innocenza di Carlo Maria Maggi è già negata sul piano storico ed implicitamente su quello giudiziario.
Con buona pace di topi e toponi di ogni risma, la responsabilità del gruppo ordinovista veneto è affermata in tre sentenze passate in giudicato relative, rispettivamente, alle stragi di piazza Fontana a Milano, di via Fatebenefratelli a Milano, di piazza della Loggia a Brescia.
Capo unico e riconosciuto del gruppo ordinovista veneto è stato sempre e solo Carlo Maria Maggi.
Per topi e toponi di servizio segreto e di Lotta continua, c’è qualcosa di peggio della generica affermazione giudiziaria delle responsabilità stragiste degli ordinovisti veneti agli ordini di Carlo Maria Maggi.
C’è il riconoscimento della partecipazione alla strage di piazza Fontana e a quella di piazza della Loggia di Carlo Digilio, l’armiere del gruppo ordinovista veneto, informatore della Cia e subalterno di Carlo Maria Maggi.
C’è anche quello relativo alla responsabilità di Marcello Soffiati, informatore dei servizi segreti militari americani, confidente del Sisde, subalterno di Carlo Maria Maggi.
Ci voleva l’ipotizzata visita di Giorgio Napoletano a Brescia, il 28 maggio prossimo, per comprendere che in un gruppo ristretto come quello veneziano i due più fidati subalterni nonché migliori amici di Carlo Maria Maggi non potevano aver preso parte a due stragi a sua insaputa?
Ed il nome di Carlo Maria Maggi è collegato alla fallita strage al Mottagrill “Cantagallo” a Casalecchio sul Reno del giugno del 1973 di cui si parla troppo poco, e al suo amico e collega Giancarlo Rognoni condannato per la strage del 7 aprile 1973, fallita per l’imperizia di Nico Azzi, sul treno “Torino-Roma”.
Per ironia della sorte, topi e toponi di Lotta continua hanno dimenticato che il caro collega ed amico di Carlo Maria Maggi, Giancarlo Rognoni aveva programmato la strage sul treno Torino –Roma in modo da farne ricadere la colpa proprio su quelli di Lotta continua.
La mobilitazione degli ex di Lotta continua a fianco dei neofascisti di servizio segreto in difesa dell’area stragista, non può meravigliare chi sul passato di rivoluzionario di Adriano Sofri nutre legittimi dubbi.
Qualcosa si conosce. Ad esempio che il giornale “Lotta continua” veniva stampato nella tipografia, a Roma, della “srl Art Press”, costituita a Roma da Robert Cunningham senior con la moglie e il figlio Robert junior in veste di amministratore unico il 1° dicembre 1971.
Due americani targati Central intelligence agency.
Dall’aprile del 1972, il “rivoluzionario” Adriano Sofri ci stampa il suo giornale “antiamericano” ed “antisistema”.
Altro è passato fino ad oggi inosservato.
Il giornalista Paolo Cucchiarelli può, difatti, consolarsi: prima di odiare lui, Adriano Sofri odiava Salvador Allende, il presidente socialista del Cile.
Ce lo dicono due articoli, apparsi rispettivamente su “Lotta continua” 18 agosto 1972 e il 2 settembre 1972.
Nel primo, intitolato “Allende spara sui proletari” si accusava il presidente cileno di aver fatto sparare sui lavoratori in agitazione.
Nel secondo, intitolato “Tortura i militanti rivoluzionari” si rincara la dose scrivendo che Salvador Allende consente che siano sottoposti a tortura i militanti dell’estrema sinistra cilena.
Insomma, per Adriano Sofri ed i suo i amici il presidente cileno Salvador Allende era un vero mostro che faceva ammazzare e torturare senza pietà i proletari ed i rivoluzionari marxisti cileni.
Da gente che stampa il proprio giornale in una tipografia della Cia, l’odio contro Salvador Allende appare come logica conseguenza di un rapporto che è sempre passato sotto silenzio.
Un rapporto che può essere stato instaurato da una persona che ha un nome e un volto: Umberto Federico D’Amato, con il quale Adriano Sofri aveva, come da lui stesso ammesso, un ottimo rapporto.
Solo che D’Amato non era solo il responsabile del controspionaggio italiano in quegli anni, era anche il miglior amico della Cia in Italia grazie ai suoi rapporti, risalenti al 1944, con James Jesus Angleton, uno dei massimi dirigenti del servizio di spionaggio statunitense.
Per ora ci limitiamo a prendere atto che i più accaniti assertori della purezza anarchica e dell’innocenza di Pietro Valpreda, nonché di quella di Carlo Maria Maggi e colleghi , hanno avuto nel loro oscuro passato come punto di riferimento, sia a destra che a sinistra, Umberto Federico D’Amato e gli uomini della divisione Affari riservati del ministero degli Interni.
L’inizio della storia è scritto. La fine la scriveremo.

Vincenzo Vinciguerra

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La sorpresa

 

Opera, 25 febbraio 2014

Una sorridente e compiaciuta giornalista del TG3 aveva informato i telespettatori che “stasera la Corte di cassazione metterà fine al processo per la strage di Brescia”.
Il giorno precedente, la stampa, TG3 compreso, aveva dato notizia che il procuratore generale della Corte di cassazione aveva chiesto l’annullamento della sentenza assolutoria per Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi e Maurizio Tramonte, ma tanto non aveva scosso la sicumera dei giornalisti del TG3, fra i quali spicca la moglie di Felice Casson, sulla volontà dei giudici della Cassazione di chiudere definitivamente il capitolo giudiziario sulla strage di Brescia del 28 maggio 1974 con il passaggio in giudicato delle assoluzioni di tutti gli imputati dell’ultimo processo.
Invece, a sorpresa, la Corte di cassazione, forse complice la possibilità che il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si potrà recare a Brescia il 28 maggio 2014 per commemorare il 40° anniversario dell’infame strage, si è ricordata che la legge dovrebbe essere uguale per tutti, compresi i collaboratori dei servizi segreti italiani e stranieri imputati per strage.
La Corte di cassazione, in questa occasione, ha rilevato quanto aveva con estrema disinvoltura ignorato in altri processi per strage compreso quello per l’eccidio di piazza Fontana, a Milano, del 12 dicembre 1969.
Ha cioè constatato che se la Corte di assise di appello di Brescia ha ritenuto colpevoli di concorso nella strage del 28 maggio 1974 Carlo Digilio e Marcello Soffiati, amici fraterni, colleghi fedeli e soprattutto ubbidienti subalterni dell’ispettore triveneto di Ordine nuovo, Carlo Maria Maggi, quest’ultimo non poteva essere riconosciuto estraneo al delitto.
In questa occasione, la formula che il capo poteva non sapere non è stata raccolta e fatta propria dalla Corte di Cassazione che ha, di conseguenza, disposto un nuovo processo di appello a carico di Maggi e del suo collega Maurizio Tramonte questa volta, purtroppo, a Milano.
Il mondo politico e giornalistico filo-stragista hanno avvertito il colpo.
Il TG3 non ha più dedicato una parola alla decisione della Corte di cassazione nelle sue edizioni nazionali, mentre il TG5 ha reagito con livida rabbia presentando Carlo Maria Maggi come un uomo “vecchio e malato”, e ovviamente, per sottolinearne l’innocenza, “tirato in ballo dai pentiti”.
In realtà, gli amici e i difensori del personaggio avrebbero potuto sottolineare la sua “sfortuna” o la sua patologica “ingenuità” perché mai, poveraccio, si era reso conto di essere circondato da confidenti dei servizi segreti italiani e stranieri e da stragisti.
Per sua disgrazia, Carlo Maria Maggi aveva come amico fraterno e fidato collega Giancarlo Rognoni, condannato per la mancata strage sul treno Torino-Roma del 7 aprile 1973, insieme ai suoi sodali Nico Azzi, Mauro Marzorati e Francesco De Min.
Aveva come amico fraterno e fidato collega Carlo Digilio, condannato dalla Corte di assise di appello di Milano per concorso nella strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, e riconosciuto colpevole, post mortem, dalla Corte di assise di appello di Brescia di concorso nella strage, a Brescia, del 28 maggio 1974.
Il Maggi, inoltre, si onorava di avere come amico fraterno e fidato collega Marcello Soffiati, riconosciuto anch’egli colpevole dalla Corte di assise di appello di Brescia di concorso nella strage di piazza della Loggia del 28 maggio 1974.
Giancarlo Rognoni era, a tutti gli effetti, un dipendente del comando carabinieri della divisione “Pastrengo” a Milano; Carlo Digilio era un informatore della Central intelligence agency (Cia) a Venezia; Marcello Soffiati era, a sua volta, un confidente del Sisde, con il criptonimo “Eolo”.
Con costoro, Carlo Maria Maggi divideva vino, donne e canti, ma non si era mai accorto in anni ed anni di intima amicizia che fossero dipendenti dei carabinieri e dei servizi segreti militari e civili italiani e americani.
Men che mai, si era dato conto che svolgevano l’attività di stragisti di Stato partecipando ad un eccidio qui e ad un massacro là.
Per finire, è doveroso sottolineare che erano i suoi subalterni in “Ordine nuovo”, perché era lui, Carlo Maria Maggi, l’ispettore triveneto dell’organizzazione, cioè il capo che impartiva gli ordini.
Agli “ordinovisti” veneti sono ormai attribuite, con sentenze passate in giudicato, le stragi di piazza Fontana, a Milano, del 12 dicembre 1969; di via Fatebenefratelli, a Milano, del 17 maggio 1973; di piazza della Loggia, a Brescia, del 28 maggio 1974.
A guidarli, in nome e per conto di Pino Rauti, c’era sempre lui: Carlo Maria Maggi.
Per gli italiani che non collaborano con i servizi segreti italiani e stranieri né sono indagati od imputati per strage, esiste il “concorso morale” che ha consentito tante volte alla magistratura di condannare persone senza che a loro carico ci fossero elementi probatori o, addirittura, indiziari ma solo per la constatazione dei rapporti gerarchici, ovvero che il “capo” non può essere estraneo a quanto compiono i suoi subalterni, almeno non quando il suo gruppo agisce in ambito locale, circoscritto nel numero, e non in quello nazionale che può raggruppare alcune migliaia di aderenti non tutti e non sempre controllabili.
Insomma, il teorema giudiziario che ha salvato Pino Rauti, capo di “Ordine nuovo”, ritenuto dalla magistratura eternamente all’oscuro di quanto facevano i suoi dirigenti nazionali e periferici, non poteva valere per Carlo Maria Maggi che operava nel ristretto ambito del Veneto e, in modo specifico, in quello di Venezia.
Al gruppo diretto da Carlo Maria Maggi sono, quindi, attribuite con assoluta certezza sul piano giudiziario e storico ben tre massacri, per due dei quali sono stati riconosciuti colpevoli i suoi due amici più fidati, Carlo Digilio e Marcello Soffiati, ma lui, il “capo” è rimasto fino ad oggi ai margini, esentato sia pure con il beneficio del dubbio da ogni condanna.
Sarà cosi anche nel futuro processo in Corte di assise di appello a Milano?
Non possiamo escluderlo.
Il nome di Carlo Maria Maggi evoca il servizio segreto israeliano, quello di cui nessuno osa parlare in questo Paese dove anche la basilica di San Pietro, a Roma, è stata trasformata in sinagoga da Francesco l.
Si può parlare, sottovoce, della Cia, dei servizi segreti italiani, di quelli francesi, greci, spagnoli ecc. ma non è consentito richiamare l’attenzione sulla presenza del Mossad israeliano nell’ambiente stragista italiano.
Il sospetto che le “stragi fasciste” italiane siano in realtà state ispirate da quegli israeliani che, sui massacri indiscriminati dei civili arabi, hanno fondato il proprio Stato, non è permesso.
Il dubbio che gli israeliani abbiano coniugato le necessità della guerra politica anticomunista con l’odio contro il fascismo, debitamente sporcato con l’accusa di stragismo, è però legittimo e fondato.
La mobilitazione politica, giornalistica e giudiziaria per difendere gli ordinovisti veneti e Carlo Maria Maggi dalle accuse che venivano loro rivolte, scattata con puntualità dal momento in cui il giudice istruttore Guido Salvini ha iniziato ad indagare su di loro, chiarisce a sufficienza quale sia stato il ruolo di questi individui nella storia italiana.
Fallito il sabotaggio giudiziario organizzato fra Milano e Venezia contro l’inchiesta di Guido Salvini, i difensori degli stragisti devono ora affidarsi solo a quello giornalistico e politico.
La “Milva”, come la chiama con l’eleganza che gli è propria il più screditato ex magistrato d’Italia, Felice Casson, agisce nella redazione del TG3, mentre il marito fa quel che può dal suo seggio di sherpa senatoriale del Partito democratico.
Altri, insieme a loro, si agitano per chiudere sul piano giudiziario il capitolo dello stragismo di Stato, ma il loro attivismo non impedisce alla verità di farsi lentamente strada nelle menti e nelle coscienze degli italiani.
La disinformazione giornalistica che pretende che in Italia le stragi siano “senza colpevoli” (tesi del T g3 di Bianca Berlinguer), che Carlo Maria Maggi sia un povero vecchio “tirato in ballo dai pentiti” (affermazione del TG5), che Franco Freda e Giovanni Ventura siano innocenti, che Carlo Maria Maggi ed i suoi colleghi siano “estremisti di destra” e non confidenti, a pagamento, dei servizi segreti, inizia a mostrare i segni dell’usura.
La verità, la cui affermazione definitiva si pretende di ritardare a tempo indefinito, è ormai accertata ed accettata da quanti non dipendono solo dai telegiornali e dai quotidiani nazionali.
Il 5 febbraio 1998, “Il Manifesto” pubblicava le dichiarazioni del giudice istruttore Carlo Mastelloni, lo stesso al quale Giulio Andreotti sottrasse l’inchiesta sulla struttura denominata “Gladio” per affidarla nelle mani di Felice Casson, sul conto degli ordinovisti veneti:
“Il Triveneto è un tessuto composto da vari servizi di sicurezza appartenenti ad enti americani anche di diversa matrice. Dagli anni Sessanta in poi, ufficiali delle basi Nato italiane hanno coltivato rapporti con elementi di Ordine nuovo. Questi signori inizialmente avevano solo l’incarico di sorvegliare e riferire sulle sparizioni di materiali anche radioattivi o coperti dal segreto militare ma nel tempo sono diventati coprotagonisti dello stragismo, verosimilmente manovrati, contemporaneamente, anche dai nostri servizi militari”.
Sul letamaio politico, umano e morale che ha agito in Veneto sotto il simbolo di Ordine nuovo non ci sono più dubbi, da tanti anni, così che ora bisogna alzare il tiro sul letamaio che lo occulta agli occhi dell’opinione pubblica italiana.
La battaglia, difatti, non è più quella di cercare l a verità, bensì quella di far conoscere quest’ultima agli italiani, a tutti gli italiani ai quali mancano gli strumenti informativi per apprenderla.
Se il letamaio controlla televisioni e giornali, Internet può essere l’arma decisiva per diffondere la verità che non poggia su opinioni ma su fatti la cui veridicità non può più essere contestata.
Per parteciparvi servono solo coraggio e dignità.

Vincenzo Vinciguerra

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1969: andare avanti

 

 

 

Opera, 12 novembre 2013

Non siamo sorpresi né, tantomeno, afflitti dalla decisione del giudice istruttore Fabrizio D’Arcangelo di archiviare, il 30 settembre 2013, le indagini sulla strage di piazza Fontana accogliendo la richiesta avanzata dai pubblici ministeri milanesi Armando Spataro, Maurizio Romanelli e Grazia Pradella.
Riteniamo, viceversa, che con questo atto giudiziario si possa porre fine all’illusione di quanti hanno sempre ritenuto che dalla magistratura italiana potesse giungere una verità, anche parziale, sulla guerra civile italiana.
Dalla lettura dell’ordinanza di Fabrizio D’Arcangelo si ricava, difatti, che la procura della Repubblica di Milano non ha svolto nuove indagini sull’eccidio del 12 dicembre 1969, ma si è limitata a raccogliere, per dovere di ufficio, le segnalazioni che ad essa pervenivano da parte di altri magistrati bresciani, giornalisti, avvocati e ufficiali dei carabinieri) per concludere infine che nessuna di esse fosse meritevole di approfondimento.
Questa non inchiesta della procura della Repubblica di Milano non poteva, di conseguenza, che concludersi con un nulla di fatto.
Ne prendiamo atto.
A differenza del giudice istruttore Fabrizio D’Arcangelo, noi riteniamo che le indagini sulla guerra civile italiana non debbano fermarsi mai, che esse si possano “protrarre all’infinito”, anche se in parte riguardano “persone decedute o già giudicate per la strage” del 12 dicembre 1969, a Milano.
Non tutti sono morti.
I vivi non potranno mai essere condotti in catene in Tribunale perché lo vietano la loro età e il tempo trascorso dei fatti, ma potrebbero contribuire al ristabilimento della verità, se opportunamente indagati ed interrogati.
La morte non costituisce un ostacolo sulla via della verità, sia sul piano giudiziario che su quello storico.
In quanto alle persone “già giudicate”, ricordiamo che per Franco Freda e Giovanni Ventura, la magistratura ha riconosciuto tardivamente la loro responsabilità penale nella strage di piazza Fontana e tanto si può ripetere per altri, come loro, giudicati estranei con sentenze che non rientrano di certo nel novero delle migliori mai emesse dalla magistratura italiana.
Per ricordare la frase minacciosa di Giulio Andreotti, accanto agli imputati ci sono anche gli “imputandi” vivi o morti che siano, mai comparsi in un’aula di Tribunale e mai interrogati dai magistrati della procura della Repubblica di Milano.
Non vogliamo, comunque, polemizzare con questi magistrati milanesi perché abbiamo sempre sostenuto che la responsabilità dei depistaggi e delle menzogne, anche affermate in tante sentenze della magistratura, risale al potere politico di cui quello giudiziario é subalterno.
Potere politico che per aver scatenato una guerra civile, ha tutto l’interesse a negare questa tragica colpa come ha sempre fatto, continua a fare e continuerà a fare perché riconoscerla significherebbe minare alle fondamenta la legittimità di questa classe dirigente che si vedrebbe costretta a rinunciare al suo ruolo dominante.
Come si fa un’indagine?
Per prima cosa si cerca il movente, perché la sua individuazione consente di circoscrivere il campo di ricerca degli ideatori, degli organizzatori e degli esecutori materiali.
La magistratura italiana non ha mai cercato il movente delle stragi, a partire proprio da quella di piazza Fontana del 12 dicembre 1969.
Solo il giudice istruttore Guido Salvini, contro il quale si sono scagliati i magistrati della procura della Repubblica di Milano e Felice Casson, ha inquadrato l’evento nel contesto della guerra “fredda”, ovvero nello scontro fra apparati segreti dell’Ovest e dell’Est, i primi impegnati in Italia a sbarrare la strada al Partito comunista italiano.
Gli sono, però, mancati gli elementi per definire il movente interno ed internazionale, in modo più preciso, tale cioè da consentire una più facile individuazione dei responsabili di alto e basso livello.
Il quadro internazionale dell’anno 1969 lo conosciamo: flotta sovietica nel Mediterraneo, Medio Oriente in fiamme, inizio della guerriglia palestinese in Europa, Libia e Tunisia in rivolta contro le ex potenze coloniali, Marocco traballante, Algeria in mano ad un presidente – Houari Boumedienne – che i servizi segreti occidentali ritenevano un mero agente sovietico.
La situazione interna italiana vedeva l’implacabile crescita elettorale del Pci, la “Quinta colonna sovietica” in Italia, con i primi accenni di timida apertura nei suoi confronti da parte di Aldo Moro, disordini sociali e sindacali, instabilità politica provocata dallo scontro fra coloro che affermavano il fallimento della formula del centro-sinistra e pretendevano il ritorno al centrismo o anche al centro-destra.
Un caos, al quale bisognava mettere fine riportando l’ordine in quella penisola che é la portaerei americana nel Mediterraneo.
Chi poteva assumersi il compito non facile di riportare l’ordine in Italia per trasformarla in un baluardo anticomunista in grado di garantire gli interessi americani, atlantici ed israeliani nel Mediterraneo?
Ognuno é libero di pensare che quattro scalzacani dell’estrema destra, magari con l’aiuto di qualche ufficiale “infedele” o poliziotto “colluso”, potessero assumersi con successo un compito cosi gravoso.
Non siamo democratici ma, a differenza dei democratici, rispettiamo le opinioni di tutti anche quelle che, ictu oculi, appaiono frutto della fantasia degli addetti agli uffici di disinformazione dei servizi segreti militari e civili, fermo restando che non ci sentiamo proprio di condividerle.
Quella, tanto cara alla procura della Repubblica di Milano, che vedeva in “mago Zurlì”, come Marcello Soffiati chiamava Franco Freda, il capo di una “cellula nera” che aveva ideato ed organizzato la strage di piazza Fontana in concorso con i soli Giovanni Ventura e Guido Giannettini, non l’abbiamo mai accettata. Così come ha sempre suscitato in noi amare risate quella che vede nel “Caccola” a Roma il deux ex machina di un inesistente “neofascismo” romano violento e “golpista”.
No, in verità, non potevano essere “mago Zurlì” e il “Caccola” a riportare l’ordine in Italia perché nella scala gerarchica del potere occupavano gli ultimi posti.
Se é vero che il disordine può essere scatenato dal basso é altrettanto vero che l’ordine può essere ristabilito solo dall’alto, da coloro che detengono il potere e gli strumenti esecutivi dello stesso: forze armate e di polizia, servizi segreti, magistratura.
In un sistema bipolare, in cui i patti stipulati a Jalta erano ancora in vigore, come dimostrato dalla passività del mondo cosiddetto libero di fronte all’invasione sovietica della Cecoslovacchia (21 agosto 1968), un intervento repressivo contro il Partito comunista in Italia si poteva ipotizzare solo nel caso che il disordine interno fosse di intensità tale da giustificare agli occhi della comunità internazionale e dell’opinione pubblica italiana il varo, magari temporaneo, di leggi eccezionali, ovvero la proclamazione dello “stato di pericolo pubblico”.
L’azione del governo non doveva apparire come un intervento diretto e mirato contro il Partito comunista che, aveva da tempo dismesso la faccia feroce, le vesti del lupo per indossare quelle dell’agnello.
Doveva, viceversa, stroncare il disordine provocato da una miriade di gruppi e gruppuscoli collocati alla sinistra del Pci e quanti altri erano contrassegnati da un estremismo “anarcoide”.
I provvedimenti eccezionali derivanti dalla proclamazione dello “stato di emergenza” avrebbero, poi, automaticamente interessato il Partito comunista, il suo apparato clandestino, i suoi rapporti segreti con l’Unione sovietica e le sue fonti di finanziamento occulto.
Per raggiungere l’obiettivo, però, il disordine piazzaiolo dei gruppi dell’ultra sinistra, gli attentati dimostrativi a firma anarchica non potevano, ad avviso di molti, bastare per giustificare un “colpo di Stato” istituzionale.
Serviva altro, necessitavano i morti, il sangue sull’asfalto, i colpi mortali ed indiscriminati che sarebbero piombati come mazzate su una popolazione sempre più attonita e smarrita.
Non è difficile, per quanti detengono tutto il potere, destabilizzare l’ordine pubblico perché possono servirsi degli apparati segreti e clandestini di cui dispongono, creati nel corso degli anni all’insaputa del Parlamento e dell’opinione pubblica per fronteggiare l’ipotetica minaccia militare sovietica e quella, più reale e concreta, politica rappresentata dalla costante ascesa elettorale del Partito comunista italiano.
Non detiene, il potere, solo gli strumenti ma anche gli uomini che consapevolmente si prestano ad agire nei suoi interessi sotto copertura, ovvero da ufficiali oppositori del regime (ma non dello Stato) nelle vesti di “neofascisti”, impegnati a contrastare l’avvento della “Repubblica conciliare”, il sorgere di un regime “clerico-marxista” ecc. ecc.
I capi di questo fantomatico neofascismo sono noti: Giorgio Almirante, segretario nazionale del Msi dal mese di giugno del 1969; Pino Romualdi, autentico dominus del partito; Pino Rauti, capo di Ordine nuovo e Junio Valerio Borghese, militante del Msi ma dal 13 settembre 1968 responsabile del “Fronte nazionale”.
Sono questi uomini le “cinghie di trasmissione” fra il potere, i suoi apparati segreti e clandestini e la massa di reazionari e conservatori che si credono “neofascisti” solo perché fanno il saluto romano alle manifestazioni e vanno in pellegrinaggio a Predappio, sulla tomba di Benito Mussolini.
Uno, in particolare, perché gode negli ambienti militari nazionali ed internazionali ai altissima considerazione per il suo passato militare, per aver diretto la Decima flottiglia mas, per aver giustamente meritato il riconoscimento della Medaglia d’oro al V.M. che brilla nel suo petto: Junio Valerio Borghese.
Le indagini sugli attentati del 12 dicembre 1969 hanno sfiorato marginalmente, per la volontà ricattatoria di Franco Freda, il solo Pino Rauti, mentre nessun’altra figura di spicco del mondo dell’estrema destra è mai entrato nel mirino dei magistrati di Treviso, Roma, Milano, Catanzaro che pure per anni hanno indagato alla ricerca della verità.
Per definire la figura di Pino Rauti è sufficiente, qui, ricordare che nei processi svoltisi per la stragi del 12 dicembre 1969, a Milano, del 7 aprile 1973 sul treno Torino-Roma (fallita), del 17 maggio 1973, a Milano, del 28 maggio 1974,a Brescia, sul banco degli imputati ci sono finiti tutti uomini che avevano lui come capo e guida.
Certo, la responsabilità penale è personale. Nessuno, tranne Marco Pozzan per conto di Franco Freda, ha chiamato in correità Pino Rauti e per la magistratura italiana il capo può non sapere quello che fanno i suoi subalterni.
Per la storia, i capi non possono non sapere quello che fanno coloro che gli obbediscono, tant’è che Pino Rauti non ha mai interrotto i suoi rapporti con coloro che, in teoria, avrebbero agito a sua insaputa.
Nei primi giorni di gennaio del 1970, fu proprio Pino Rauti ad imporre Carlo Maria Maggi, insieme ad altri dirigenti di Ordine nuovo come componente del comitato centrale del Msi.
Non era trascorso un mese dalla strage di piazza Fontana.
Ricordiamolo, e passiamo oltre.
Se è esistita in Italia una formazione politica che si proponeva un solo fine, quello di riportare l’ordine nel Paese, questa è stata il Fronte nazionale guidato da Junio Valerio Borghese.
Ufficialmente costituito, a Roma, il 13 settembre 1968, il Fronte nazionale è composto da una doppia struttura, quella “A” ufficiale e politica, e quella “B” clandestina e paramilitare.
Se c’è stata formazione politica che, senza una ragione apparente, si è auto-dissolta nel 1965, per ricostituirsi nei primi mesi del 1970, in via ufficiale, questa è Avanguardia nazionale giovanile diretta da Stefano Delle Chiaie, detto il “Caccola”.
Cosa fanno i militanti dell’auto-disciolta organizzazione del “Caccola?”.
Per la divisione Affari riservati del ministero degli Interni la loro attività è il segreto di Pulcinella.
In una nota informativa del 18 dicembre 1968, difatti, si riepiloga sommariamente l’attività del gruppo ricordando che i suoi esponenti “sarebbero stati in contatto con ufficiali dell’Arma dei carabinieri ed avrebbero presi accordi che in caso di necessita l’A.n.g. avrebbe dovuto costituire la cosiddetta protezione civile. In questo periodo negli ambienti interessati si parlava con insistenza del Generale De Lorenzo”.
Poi, prosegue l’ignoto estensore, “verso la fine del 1964 l’A.n.g. fu sciolta, per riformarsi dopo brevissimo tempo in maniera totalmente diversa: alcuni elementi di sicura fede, appartenenti alla vecchia A.n.g. furono avvicinati cautamente e singolarmente e fu loro proposto, nelle forme che il caso richiedeva, se volevano entrare a far parte di una organizzazione segreta, composta da persone disposte a qualsiasi sacrificio per il trionfo del loro ideale e decise a tutto pur di contrastare il passo alla politica in atto”.
Un’organizzazione clandestina, dunque, “costituita in modo che non tutti i componenti potessero conoscersi tra di loro: furono pertanto formati gruppi di due, tre o quattro persone al massimo”, venendo a configurarsi come una struttura pluricellulare per azioni che, ragionevolmente, non potevano essere quelle relative alla distribuzione di volantini.
Difatti, nel prosieguo della sua memoria l’anonimo redattore ricorda che già prima “molto elementi, mentre facevano parte dell’A.n.g. erano stati istruiti sull’uso delle armi e degli esplosivi da un ex ufficiale francese della legione straniera, in uno scantinato sito in via Amari Michele a Roma”, mentre dopo lo scioglimento ufficiale e la ricostituzione come organizzazione clandestina “seguirono nell’estate del 1965, corsi pratici in Antrodoco (Rieti)”, tenuti da un “ex ufficiale tedesco di circa 38-40 anni”.
Nella sua memoria, l’informatissimo redattore omette però di indicare a chi facesse capo questa struttura clandestina perché, come i fatti dimostreranno Delle Chiaie non ha mai avuto una strategia propria ma solo quella di chi gli era gerarchicamente superiore.
Per sapere per conto di chi operassero il Delle Chiaie ed i suoi militanti nel 1969, non serve andare lontano nel tempo, è sufficiente spostarsi di sei mesi dal fallimento dell’operazione del 12-14 dicembre 1969 per scoprire che il 1° giugno 1970, a Roma, a casa di Mario Rosa, Stefano Delle Chiaie è nominato responsabile della struttura “B” del Fronte nazionale.
Una promozione derivante dai meriti da lui acquisiti dal agli occhi del principe Junio Valerio Borghese, per quanto fatto nel periodo precedente.
Con buona pace degli storici italiani, parte dei quali impegnati a frazionare il mondo dell’estrema destra e, in particolare, Avanguardia nazionale da Ordine nuovo, in quel periodo l’unione fra i dirigenti ed i gruppi era totale.
La strategia dell’infiltrazione a sinistra accomunava sia gli ordinovisti che gli avanguardisti, necessaria perché era sulla sinistra che doveva ricadere la responsabilità dei disordini e degli attentati.
La fase esecutiva della strategia della destabilizzazione era affidata ai militanti dell’estrema destra che erano subalterni a quanti rappresentavano le “cinghie di trasmissione” fra loro e i vertici politici e militari.
Se nell’autunno del 1969, a rientrare nel Movimento sociale italiano “per aprire l’ombrello”, secondo la definizione di Pino Rauti, è il solo Ordine nuovo si deve al fatto che Avanguardia nazionale ufficialmente non esiste più dal 1965, mentre il Fronte nazionale, diretto da Junio Valerio Borghese è un movimento apartitico che, per sua natura, non può ovviamente confluire in un partito politico qual’era il Movimento sociale italiano.
Ma è sufficiente vedere, per comprendere il comune coordinamento, che alla manifestazione indetta da Giorgio Almirante per la data del 14 dicembre 1969, a Roma, dovevano esserci proprio tutti perché quella avrebbe rappresentato il momento culminante dell’intera operazione: quando ai morti di Milano si sarebbero sommati i morti di Roma, il governo di Mariano Rumor non avrebbe potuto fare altro che proclamare lo stato di emergenza.
Nel 1968-69, di conseguenza, ad agire sul terreno ci sono i militanti di Ordine nuovo, agli ordini di Pino Rauti, e quelli del Fronte nazionale guidato da Junio Valerio Borghese nel quale sono confluiti parte degli elementi di Avanguardia nazionale impegnati ad operare all’interno della struttura clandestina dell’organizzazione.
Non si deve cercare, come si è fatto per quarantaquattro anni, la strategia “eversiva” di “Caccola” e “mago Zurlì”, ma si deve accettare che i gruppi dell’estrema destra hanno svolto un ruolo organizzativo ed esecutivo nell’ambito della strategia finalizzata a ristabilire l’ordine pubblico e, soprattutto, a rinvigorire quelle politico.
Strategia non partorita dalla mente dei capi (Almirante, Rauti, Romualdi, Borghese) ma da uomini collocati ai vertici del potere politico e militare, suggerita da quegli alleati americani ed atlantici che dal ristabilimento in Italia di un regime forte, di luna democrazia autoritaria e decisamente anticomunista avevano tutto da guadagnarci.
Il “golpe” del 7-8 dicembre 1970, autorizzato dagli americani e sostenuto da politici di primo piano italiani come Giulio Andreotti, è solo la soluzione di ripiego dopo il fallimento del “colpo di Stato” istituzionale del 12-14 dicembre 1969.
Perché nel 1969 si voleva e si cercava in tutti i medi la soluzione di forza, il “golpe” come a tanti piace chiamarlo.
Il primo ad affermarlo, pubblicamente, era stato nel mese di luglio del 1969 Gian Giacomo Feltrinelli, che aveva diffuso un opuscolo di 14 pagina dal titolo “Estate 1969”, con un sottotitolo eloquente: “La minaccia incombente di una svolta radicale autoritaria a destra, di un colpo di Stato all’italiana”.
Non venne creduto.
Quasi nove anni più tardi, però, il 14 gennaio 1978, l’ex capo della polizia, Angelo Vicari, nel corso della sua deposizione nell’aula della Corte di assise di Roma dov’è in corso di svolgimento il processo per il “golpe Borghese”, dichiara:
“La Questura conduceva indagini sul Fronte nazionale per una serie di tentativi di colpi di Stato messi in atto prima e dopo la famosa notte del ‘Tora Tora’. Di questi episodi, ripete, se ne erano verificati più d’uno. Il più grave, quello che destò maggiore allarme, avvenne nel luglio del 1969”.
Non solo nel torrido mese di luglio del 1969 qualcuno aveva tentato di realizzare il “golpe”, perché il tentativo sarà reiterato nel mese di dicembre dello stesso anno.
Particolare significativo, ma sempre trascurato sul piano storico e giudiziario, l’allarme viene lanciato questa volta da persone collocate, ideologicamente, sul piano opposto a quello di Gian Giacomo Feltrinelli.
I dirigenti della Federazione nazionale combattenti della Repubblica sociale italiana fanno distribuire, nel mese di novembre del 1969, un volantino con il quale invitano i reduci a “non farsi strumentalizzare per un colpe di Stato reazionario”.
La conferma, questa volta, viene in tempi recenti dal giornalista Giovanni Fasanella il quale rinviene negli archivi dei servizi segreti britannici di documenti nei quali si parla, esplicitamente, delle intenzioni del governo guidato da Mariano Rumor e, contestualmente, di quelle di Junio Valerio Borghese di giungere alla proclamazione delle “stato di emergenza” indicando perfino la data in cui questa sarebbe avvenuta: 13-14 dicembre 1969.
La strage di piazza Fontana, a Milano, e quella fallita a Roma, avvengono il 12 dicembre 1969. La manifestazione nazionale indetta da Giorgio Almirante si dovrà svolgere il 14 dicembre 1969.
Non serve altro per spiegare le motivazioni della data stabilita dal governo e da Junio Valerio Borghese per la proclamazione dello stato di emergenza.
Sarebbe stato necessario – ed a nostro avviso doveroso – da parte della procura della Repubblica di Milano acquisire i documenti britannici consultati e citati da Giovanni Fasanella per dare all’inchiesta una svolta definitiva.
Solo che l’inchiesta sulla strage di piazza Fontana l’hanno condotta persone di buona volontà estranee all’ambiente giudiziario, non i pubblici ministeri di Milano.
Il movente è ora chiaramente definito: rafforzare l’ordine politico esistente destabilizzando l’ordine pubblico, in modo da giustificare dinanzi alla comunità internazionale e alla popolazione italiana la proclamazione dello “stato di emergenza” con la conseguente sospensione delle garanzie costituzionali.
Possiamo configurare, senza alcuna difficoltà, i livelli ideativo, organizzativo e operativo:
Al primo, ai collocano gli uomini del potere, chiamati a “stabilizzare” il Paese, a riportare la sicurezza nelle sue piazze e nella sue strade, ad assumere il ruolo di “salvatori della Patria”.
Al secondo, gli Almirante, i Borghese, i Rauti in grado di mobilitare centinaia di uomini per impegnarli nella “destabilizzazione” dell’ordine pubblico, affiancati in veste di controllori e di protettori dagli uomini dei servizi segreti militari e civili.
Al terzo ed ultimo, i “Caccola”, i “mago Zurli” e quanti altri agiscono sul terreno come conviene ai gregari, ai subalterni chiamati ai eseguire ordini, a compiere il “lavoro sporco”.
Abbiamo il movente, il fine ultimo, la configurazione della struttura gerarchicamente ordinata su tre livelli, non è poi impossibile ricostruire quanto hanno fatto, anche sul piano giudiziario, se mai ci fosse stata la volontà di farlo.
Chiariamo subito, inoltre, la confusione creata ad arte da alcuni, in buona fede da altri, relativa alla separazione organizzativa ed operativa esistente, secondo loro, fra Ordine nuovo, da un lato, ed Avanguardia nazionale dall’altro, derivante, sempre secondo questa fantasiosa ipotesi, dalla dipendenza dei due gruppi rispettivamente dal servizio segreto militare, il primo, dalla divisione Affari riservati, la seconda.
Non lo dice solo Giovanni Ventura, il 17 marzo 1973, al giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio che esisteva un accordo fra Ordine nuovo e Avanguardia nazionale, ovvero il Fronte nazionale, lo dicono i fatti e i comportamenti concreti degli appartenenti a questi gruppi, e quelli tenuti dai servizi segreti militari e civili nei loro confronti.
Le abbiamo scritte in modo documentato senza ottenere smentite.
Lo ribadiamo: è accertato, sul piano storico e giudiziario, che gli uomini della divisione Affari riservati, diretti da Elvio Catenacci, hanno subito depistato le indagini e “coperto” gli avanguardisti a Roma e gli ordinovisti a Padova, affiancati dal servizio segreto militare.
La famosa nota con la quale, il 16 dicembre 1969, il Sid indica in Stefano Delle Chiaie, Mario Merlino, Yves Guerin Serac e Robert Leroy i responsabili degli attentati di Roma e di Milano, suona come un avvertimento ai “cugini” del ministero degli Interni per evitare che possano, in un futuro più o meno prossimo, scaricare sulle spalle del servizio segreto militare parte delle responsabilità, per coprire le proprie.
Precauzione saggia ma inutile, quella del Sid se trovasse conferma che a fare il nome di Guido Giaanettini, come persona implicata nelle attività di Franco Freda e Giovanni Ventura, sia stato proprio il prefetto Federico Umberto D’Amato.
La procura della Repubblica di Milano non si è mai discostata dalle indicazioni del servizio segreto civile, così ha dapprima circoscritto le indagini alla sola “cellula nera” padovana e all’agente “Zeta” del Sid Guido Giannettini, rifiutandosi addirittura di prendere in considerazione, negli anni Novanta, i risultati dell’inchiesta del giudice istruttore Guido Salvini che affiancava ai tre – Franco Freda, Giovanni Ventura, Guido Giannettini – gli ordinovisti veneziani Carlo Digilio, Carlo Maria Maggi e Delfo Zorzi, salvo poi arrendersi dinanzi all’evidenza dei fatti e delle testimonianze.
Mai, inoltre, la procura della Repubblica di Milano ha allargato l’orizzonte investigativo a Roma.
La conferma ci viene dall’elenco di ventidue attentati che il giudice istruttore Fabrizio D’Arcangelo ritiene con certezza riferibili all’attività posta in essere, nel 1969, dal gruppo ordinovista veneto.
L’elenco, che non segue un ordine cronologico, inizia con quello compiuto nello studio del rettore dell’Università di Padova il 13 aprile 1969.
Seguono:
– i due attentati compiuti a Milano, il 25 aprile 1969, alla Fiera Campionaria e all’ufficio cambi della Banca nazionale del Lavoro alla Stazione centrale;
– quello del 21 maggio l969, compiuto a Roma, contro gli uffici della procura della Repubblica, fallito per la mancata esplosione dell’ordigno;
– quello del 24 luglio 1969, compiuto a Milano, contro l’ufficio istruzione del Tribunale, fallito per la mancata esplosione dell’ordigno;
– quelli (16) compiuti contro i treni l’8-9 agosto 1969;
– quello del 19 agosto 1969, compiuto a Roma, contro la sede della Corte di cassazione, fallito per la mancata esplosione dell’ordigno;
– quello del 28 ottobre l969, compiuto a Torino, contro la sede del palazzo di Giustizia, fallito per la mancata esplosione dell’ordigno;
– quelli del 12 dicembre l969, a Roma, e a Milano.
È una logica precisa quella che esige di datare l’inizio dell’operazione di “destabilizzazione” dell’ordine pubblico dal 13 aprile 1969, da Padova, in modo da far passare sul piano storico la “verità” giudiziaria secondo la quale la “mente” dell’azione complessiva è da individuarsi nei soliti Franco Freda e Giovanni Ventura, sostenuti dal servizio segreto militare tramite Guido Giannettini.
Non accettiamo di uniformarci a questa logica deviante, perché il fatto che la magistratura non sia riuscita ad individuare i complici romani della banda di Stato veneta, non vuol dire che questi non siano mai esistiti.
Per la storia, non per la nostra personale opinione, l’opera di destabilizzazione inizia dalla Capitale dove il piano è stato concepito e dove risiedono i responsabili del primo e secondo livello, quello ideativo e quello organizzativo.
Il primo attentato, difatti, è compiuto a Roma, il 28 febbraio 1969, contro un ingresso secondario del Senato, in via della Dogana vecchia, in coincidenza non fortuita con la conclusione della visita del presidente americano Richard Nixon in Italia, e del suo colloquio riservatissimo, a quattr’occhi, con il presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat.
Il secondo attentato colpisce la sede del ministero della Pubblica istruzione, in viale Trastevere, il 27 marzo 1969, con un ordigno che ha caratteristiche simili a quello impiegato contro la sede del Senato un mese prima.
Il terzo attentato prende di mira il palazzo di Giustizia, il 31 marzo 1969, e viene rivendicato con volantini “anarchici” a firma di “Marius Jaoob”.
Da questo attentato, come vedremo nel prosieguo, scaturisce una inchiesta che metterà a rischio l’intera operazione rivelando la matrice di destra delle bombe “anarchiche”.
Resi edotti dal pericolo, gli uomini del Fronte nazionale e di Ordine nuovo eviteranno d’ora in avanti di far esplodere i loro ordigni dinanzi alle sedi giudiziarie, limitandosi a compiere azioni meramente dimostrative come, difatti, provano gli attentati da loro successivamente compiuti contro la procura della Repubblica di Roma, il 21 maggio 1969; l’ufficio istruzione del Tribunale di Milano, il 24 luglio 1969; la Corte di cassazione, a Roma, il 19 agosto 1969; il palazzo di Giustizia di Torino il 28 ottobre 1969.
Quattro attentati puntualmente “falliti” per la “mancata esplosione” degli ordigni collocati, segno non d’imperizia ma di volontà degli attentatori ben attenti a non provocare nuove e pericolose inchieste a loro carico.
Cos’è accaduto, difatti, a Roma, dopo l’attentato contro il palazzo di Giustizia del 31 marzo 1969?
Benché l’attentato sia a firma anarchica, persone inserite negli ambienti giudiziari ed investigativi ostentano anche pubblicamente di non crederci.
Il 17 aprile 1969, la rivista Panorama, nell’articolo intitolato “Lo dicono con le bombe”, riferendosi proprio agli attentati avvenuti a Roma il 28 febbraio, il 27 ed il 31 marzo, riporta il giudizio espresso da Giuseppe Velotti:
“Certo il linguaggio (dei volantini di rivendicazione – Nda) è quello degli anarchici, ma nulla ci impedisce di pensare che dietro di esso si nascondano degli agenti provocatori, o degli ultras di destra impegnati a dimostrare l’incapacità e l’inettitudine del potere costituito contro l’ondata di sovversione e agitare di riflesso, la necessità di uno Stato forte. È solo un’ipotesi, ma non bisogna assolutamente trascurarla”.
Non è l’unico, Giuseppe Velotti, ad attribuire alla destra attentati firmati da sinistra, perché la polizia proprio il 31 marzo 1969 aveva perquisita la sede dell’organizzazione universitaria Nuova Caravella, fondata e diretta dagli uomini del Fronte nazionale Guido Paglia, Adriano Tilgher e Cesare Perri.
Del resto, il 31 gennaio 1969, proprio il prefetto di Roma aveva segnalato al ministero degli Interni che i gruppi di destra stavano infiltrando propri elementi nel Movimento studentesco “per condurre azioni di sfaldamento dall’interno”, e compiendo azioni violente “volte a creare ripercussioni negative nell’opinione pubblica e a portare discredito sul Movimento”.
Non solo nel Movimento studentesco perché, per fare un esempio, il 3 marzo 1969, un appunto redatto per il Sid da “fonte certa” afferma che Enzo Maria Dantini avrebbe stipulato un “patto” con due esponenti di gruppi filocinesi e trokzisti in funzione anti-Pci.
Lo stesso Enzo Maria Dantini che verrà indiziato di reato il 18 aprile 1969.
Quel giorno la polizia perquisisce l’abitazione di Stefano Delle Chiaie, a Roma, e arresta, a Rocca di Papa (Roma), Marcello Brunetti, trovato in possesso di 18 chili di polvere di mina, 4 metri di miccia a lenta combustione, 85 detonatori.
L’operazione si svolge nell’ambito delle indagini svelte sull’attentato “anarchico” del 31 marzo contro il palazzo di Giustizia. Insieme a Enzo Maria Dantini, cugino di Marcello Brunetti, sarà indiziato di reato anche Franco Papitto, altro elemento di destra.
Il fatto che la polizia svolga a destra indagini riferite ad attentati di “sinistra”, allarma e sconcerta gli ambienti interessati che esprimono il loro disappunto ed il loro malumore con un avvertimento al ministro degli Interni, Franco Restivo, contro la cui abitazione privata é compiuto un attentato dinamitardo il 19 aprile 1969.
Ma l’ufficio politico della Questura di Roma non demorde e, il 23 aprile 1969, sempre riferendosi all’attentato del 31 marzo al palazzo di Giustizia, in un suo rapporto scrive:
“Gli autori dell’attentato, in uno scritto rimaste sul luogo dell’esplosivo a firma di una fantomatica organizzazione anarchica, adoperando un frasario che rivela la loro posizione ideologica tutt’altro che anarchica, rivendicano la responsabilità anche dell’attentato al ministero della Pubblica istruzione…Infine la composizione dell’esplosivo adoperato nei due attentati e negli altri precedenti é simile, almeno per quanto é stato dichiarato dal personale della locale direzione di artiglieria, a quella del materiale sequestrato a Brunetti…Si ritiene pertanto che il Brunetti, il Dantini e il Papitto siano corresponsabili dei predetti attentati”.
Il patrimonio conoscitivo dell’ufficio politico della Questura di Roma svanirà misteriosamente, senza più riapparire, nemmeno dopo gli attentati “anarchici” del 12 dicembre 1969, a Roma e a Milano.
Anche gli attentati del 27 e 31 marzo 1969 saranno, infine, attribuiti ai solo anarchici Pietro Angelo Della Savia, Paolo Faccioli e Paolo Braschi, mentre scompariranno dell’inchiesta, anche per l’intervento della procura della Repubblica di Milano, quelli di Enzo Maria Dantini e Franco Papitto.
Nessun mistero, perché qualche mese dopo, nel mese di luglio, il direttore della divisione Affari riservati, Elvio Catenacci, stronca la carriera del commissario di Ps, Pasquale Juliano, che incaricato a Padova di condurre le indagini sull’attentato del 13 aprile 1969 nello studio del rettore dell’Università, invece di perseguire anarchici aveva concentrato sulla base di informazioni certe la sua attenzione investigativa su Massimiliano Fachini, Franco Freda e colleghi.
Il copione è identico a Roma come a Padova.
I subalterni, al di fuori del gioco, hanno gli elementi per individuare a destra i mandanti di attentati a firma di sinistra, ma un intervento dall’alto del ministero degli Interni ristabilisce le regole della partita ed impone che gli atti di violenza siano attribuiti, in modo esclusivo, all’”estremismo anarcoide”.
Riepilogando: gli attentati compiuti nel corso dell’operazione di destabilizzazione sono almeno 26, a partire dalla data del 28 febbraio 1969, quando esplode il primo ordigno contro un ingresso secondario del Senato.
Di questi attentati, ben nove sono compiuti nella Capitale, compresi i tre del 12 dicembre 1969.
Inoltre, è certa la presenza di un rappresentante del gruppo romano del “Fronte nazionale”, a Padova, il 18 aprile 1969 nella riunione che precede gli attentati di Milano del 25 aprile successivo contro la Fiera campionaria e l’ufficio cambi della Banca nazionale del lavoro alla Stazione centrale.
È Giovanni Ventura a dichiarare, in sede giudiziaria, che l’ordigno deposto presso l’ufficio istruzione del Tribunale di Milano, il 24 luglio 1969, gli venne consegnato da un emissario giunto da Roma.
Salgono, così, a dodici gli attentati nei quali la presenza del gruppo romano di Junio Valerio Borghese, in modo diretto od indiretto, è certa.
Il coordinamento fra il gruppo di Ordine nuovo guidato da Pino Rauti ed il Fronte nazionale di Junio Valerio Borghese è accertato.
Già il 25 novembre 1968, una nota del Sid segnala che Pino Rauti, “segretario generale di O.N.” ha stretto un “preciso accordo…per un’alternativa al sistema” con Junio Valerio Borghese, presidente del Fronte nazionale.
Non si segnala, nella nota, la presenza del “Caccola” e di “mago Zurli”, perché gli accordi li fanno i capi, non i gregari.
Sono quarant’anni, a dir poco, che i magistrati della procura della Repubblica di Milano sanno che l’operazione del 1969 è stata coordinata fra Roma, il Veneto e Milano.
Ma, mentre il braccio ordinovista del nord-est è entrato nel mirino delle indagini prima per merito del giudice istruttore di Treviso, Giancarlo Stiz, poi per quello del giudice istruttore di Milano Guido Salvini che, unico e solo, ha aperto uno spiraglio anche sul capoluogo lombardo indiziando Giancarlo Rognoni, quello romano è rimasto del tutto immune benché non si possa dire che siano sconosciuti parte dei suoi componenti.
La spiegazione si trova nel fatto che le indagini a Roma sono state concentrate solo su due persone incontestabilmente di destra: Mario Merlino e Stefano Delle Chiaie, per poi essere circoscritte ai soli appartenenti e frequentatori del circolo 22 marzo per la presenza nello stesso di Pietro Valpreda, il “martire dell’anarchia” che noi giudichiamo un collega di Merlino e Delle Chiaie.
Tralasciando, per ora, questa nostra opinione, vediamo che nessun altro componente del mondo romano del Fronte nazionale e di Ordine nuovo è mai stato indagato per i fatti del 12 dicembre 1969 e gli attentati compiuti a partire dal 28 febbraio 1969.
Eppure qualche indizio c’è stato. Ad esempio una chiamata di correità diretta nei confronti di Mario Merlino.
Il 12 aprile 1978, la rivista L’Espresso, nell’articolo intitolato “Le bombe a Roma le mise Merlino”, riporta le dichiarazioni di Alfredo Sestili che, in merito agli attentati del 12 dicembre 1969, compiuti nella Capitale, afferma di aver partecipato alla loro esecuzione insieme a Mario Merlino.
Alfredo Sestili ha fatto parte della struttura clandestina di Avanguardia nazionale poi confluita nel Fronte nazionale, ed in questa veste lo troviamo il 31 agosto 1968, al congresso anarchico di Carrara, insieme a Pietro Valpreda, Mario Merlino ed altri “camerati” camuffati da anarchici.
Mario Merlino non ha un alibi per il pomeriggio del 12 dicembre 1969. Ne deve inventare uno palesemente falso, come è noto ai funzionari dell’ufficio politico della Questura di Roma, ma Sestili non è stato creduto.
Ad accusare i dirigenti di Ordine nuovo fu, invece, l’avvocato Vittorio Ambrosini con due lettere inviate, rispettivamente, al ministro degli Interni, Franco Restivo, e alla segreteria nazionale del Pci nel mese di gennaio del 1970.
Le due lettere non sono mai state ufficialmente ritrovate, anche perché il loro autore, Vittorio Ambrosini, il 20 ottobre 1971, ha avuto la felice idea di “cadere” dalla finestra dell’ospedale romano nel quale si trovava ricoverato dal 1° ottobre.
Capitolo chiuso.
È un luogo comune che gli attentati commessi a Roma il 12 dicembre 1969 siano stati meramente dimostrativi. Tesi portata avanti da quanti si affannano ad affermare (senza dimostrare) che gli attentati di quel tragico giorno sono stati compiuti a Milano dai “cattivi” di Ordine nuovo collegati al Sid, e a Roma dai “buoni” di Avanguardia nazionale, dipendenti dalla divisione Affari riservati.
Senza bisogno di fare l’intero elenco dei feriti, rileviamo che a causa dell’attentato compiuto alle ore 16,55, nel sottopassaggio esistente all’interno della Banca nazionale del lavoro in via S. Basilio, Bartolo Busatta riporta lesioni guaribili in oltre 6 mesi, di cui porterà i segni per tutta la vita; Ferdinando Dioletta, a sua volta, guarirà in poco più di tre mesi e, anche lui, conserverà i postumi per tutta la vita; Maria Antonietta Esposito e Duilio Franzin, a loro volta, resteranno in ospedale per 40 giorni.
Se i morti non ci sono stati, questo non è dipeso dalla volontà degli attentatori.
Tanto si ricorda per dire che quel pomeriggio, a Milano e a Roma, si è cercata la strage, consapevolmente e deliberatamente, perché comune, senza fittizie suddivisioni fra “buoni” e “cattivi”, era l’obiettivo di quel giorno: uccidere.
Un maggiore interesse nei confronti di quanti hanno agito nella Capitale sarebbe stato, lo sarebbe ancora e lo sarà all’infinito, doveroso.
Qui non si tratta di portare alla sbarra persone che sono state già giudicate e assolte, altre che potrebbero esserlo post-mortem, altre ancora che sono state sfiorate dalle indagini ed altre, infine, che mai sono state interrogate sui fatti per verificarne il coinvolgimento e decidere il loro rinvio a giudizio, ma più semplicemente per accertare il loro grado di conoscenza e definire il loro ruolo.
Un’inchiesta si fa interrogando testimoni, cercando indizi, ponendosi degli interrogativi e tentando di dare loro una risposta, non sulla base di fantasiose illazioni ma su quella dei fatti concreti.
La non inchiesta dei pubblici ministeri di Milano ha, viceversa, evidenziato il loro assoluto disinteresse nei confronti di una verità che non dovrà mai, nei loro propositi, essere trovata.
Difatti, hanno omesso di interrogare l’agente di Ps Salvatore Ippoliti, infiltrato nel circolo anarchico Bakunin di Roma e, poi, in veste di controllore nel 22 marzo.
Ippoliti è ancora in vita. E, a nostro avviso, ha molto da dire e sarebbe forse disposto a farlo se qualcuno glielo chiedesse a distanza di quarantaquattro anni.
Difatti, potrebbe raccontare quanto l’ufficio politico di Roma ha accuratamente occultato con l’evidente scopo di proteggere i Merlino e i Valpreda, affermando in quel mese di dicembre del 1969 che i rapporti informativi da lui redatti si erano interrotti il 20 novembre 1969.
In altre parole, “Andrea” è certamente rimasto accanto ai componenti del circolo 22 marzo fino al 12 dicembre l969, ma dalla data del 20 novembre avrebbe omesso di riferire ai suoi superiori gerarchici quanto vedeva e sentiva.
Gli ineffabili magistrati romani hanno accettato, senza battere ciglio, questa incredibile “verità” dell’ufficio politico della Questura ma, a tanti anni di distanza, l’ex agente di Ps potrebbe dirci quanto è stato tenuto nascosto perché è evidente che lui il suo lavoro di “infiltrato” ha continuato a farlo anche dopo il 20 novembre 1969, segnalando a chi di dovere quanto aveva modo di osservare e di ascoltare.
Non è casuale che i dirigenti dell’ufficio politico di Roma abbiano sostenuto che “Andrea”, a partire dal 20 novembre 1969, non ha più segnalato niente perché è il periodo immediatamente precedente agli attentati del 12 dicembre 1969 e, a nostro avviso, l’agente di Ps infiltrato ha visto e sentito cose che non potevano essere portate a conoscenza dell’opinione pubblica e della pur compiacente magistratura romana.
Forse, “Andrea” vorrà mantenere anche oggi l’omertà, vorrà rifiutarsi di raccontare la verità sul circolo 22 marzo, i Merlino e i Valpreda, ma per accertarlo sarebbe necessario interrogarlo.
Ed è esattamente quanto non hanno fatto – e mai faranno – i magistrati di Milano.
È stato ascoltato dai pubblici ministeri milanesi Serafino Di Luia?
Dalla lettura dell’ordinanza del giudice Fabrizio D’Arcangelo non si evince.
Strano, perché il personaggio è, insieme a Pietro Valpreda, il solo componente del gruppo romano del Fronte nazionale che si alterna fra la Capitale e Milano, dove risiede per lunghi periodi.
Lo troviamo spesso, impegnato nell’opera di “infiltrazione” a sinistra accanto ad Enzo Maria Dantini come nella costituzione, il 1° maggio 1969, dell’Organizzazione lotta di popolo (Olp), per conto della quale opera anche a Milano.
Se non è stato interrogato come testimone informato sui fatti è un’omissione grave, perché Serafino Di Luia potrebbe spiegare per quali ragioni fuggì dall’Italia, insieme al fratello Bruno, dopo gli attentati del 12 dicembre 1969 per rifugiarsi in Germania; perché chiese garanzie al ministero degli Interni sul fatto che non ci fosse un mandato di cattura a carico suo e del fratello prima di fare rientro nella penisola; e cosa, infine, raccontò al funzionario della divisione Affari riservati in merito agli attentati a treni dell’8-9 agosto 1969 e del 12 dicembre 1969 nel corso del colloquio da lui stesso sollecitato, avvenuto al Brennero il 10 aprile 1970.
Aveva preannunciato ai funzionari della polizia di Bolzano che aveva “rivelazioni interessanti” da fare su quegli attentati e, ne siamo certi, non millantava credito.
È nei giorni successivi agli attentati ai treni, sia pure per vie confidenziali e per ipotesi investigative, che la matrice romana dell’azione è segnalata ai servizi di sicurezza e, perfino, sulla stampa.
Il 30 agosto 1969, il Centro di controspionaggio di Bologna invia al Sid un appunto nel quale riporta quanto riferito dal confidente Francesco Donini, secondo il quale “gli autori degli attentati dinamitardi sui treni farebbero capo all’organizzazione studentesca di estrema destra Nuova Caravella, che avrebbe sede a Roma e organizzerebbe corsi per sabotatori e dinamitardi diretto da certo Stefano Delle Chiaie”.
Se al nome di quest’ultimo aggiungiamo quelli di Guido Paglia, Cesare Perri e Adriano Tilgher, responsabili di Nuova Caravella, scopriremo che indagini a Roma per quegli attentati non sono mai state fatte.
Alcuni giorni prima, il 21 agosto 1969, la rivista Panorama nell’articolo intitolato “Cinquantamila lire di bombe per la notte del terrore”, scrive che gli ordigni impiegati per gli attentati ai treni “sono uguali come fabbricazione” e prosegue:
“Il vice capo della squadra politica della polizia di Milano ha detto che sono molto simili come costruzione e come tecnica di scoppio a quella che venne trovata il 25 luglio 1968 al palazzo di Giustizia di Milano e a un’altra messa il 21 maggio di quest’anno su uno scaffale di un corridoio nel palazzo di Giustizia di Roma”.
Ricordiamo, quindi, che secondo quanto affermato da Giovanni Ventura la bomba collocata nel palazzo di Giustizia di Milano, il 24 luglio, era stata consegnata, insieme ad altre, a lui e a Franco Freda da un “tipo” legato a Stefano Delle Chiaie che “con le bombe in valigia era arrivato fresco fresco da Roma”, il giorno precedente, 23 luglio.
Normale appare, di conseguenza, che simile sia la bomba rinvenuta il 21 maggio all’interno del palazzo di Giustizia di Roma.
Per la storia è, poi, doveroso sottolineare che dal 14 agosto 1969, Livio Juculano, indica al magistrato padovano, Anna Maria Di Oreste, la corresponsabilità negli attentati e nel possesso di armi e di esplosivi di Franco Freda e di un “libraio di Treviso”, cioè Giovanni Ventura, mentre, il 20 agosto, in un rapporto sugli attentati ai treni, la Questura di Trieste cita il nome di Manlio Portolan, reggente del locale gruppo di Ordine nuovo.
Come a dire che nel mese di agosto del 1969, gli apparati di sicurezza dello Stato avevano tutti gli elementi per bloccare l’operazione che si concluderà con la strage di piazza Fontana, se questa fosse stata concepita ed attuata contro lo Stato.
Non l’hanno fatto perché, viceversa, era un’operazione dello Stato.
Nella ricostruzione degli attentati ai treni dell’8-9 agosto 1969, direttamente connessi agli attentati del 12 dicembre 1969, non ci sono, quindi, solo i già giudicati Franco Freda e Giovanni Ventura, gli ingiudicabili, ad avviso della magistratura milanese, Gianni Casalini e Ivano Toniolo ma altre persone gravitanti soprattutto nell’ambiente del Fronte nazionale e della sua struttura clandestina formata in gran parte da militanti di Avanguardia nazionale.
Non è vero che non ci sia possibilità di indagare sugli attentati ai treni dell’8-9 agosto 1969 perché i reati sarebbero caduti in prescrizione, visto che questi rientrano in un unico “disegno criminoso” nell’ambito del quale è stata commessa la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, a Milano.
E il reato di strage non cade mai in prescrizione, almeno per il codice penale. Magari decade nella coscienza di chi dovrebbe indagare e preferisce non farlo.
Un altro personaggio romano di cui non abbiamo trovato traccia nell’ordinanza del giudice istruttore Fabrizio D’Arcangelo, è Maurizio Giorgi.
La ragione per la quale sarebbe stato importante citarlo come persona informata sui fatti risiede, per prima cosa, nel singolare accanimento con il quale il gruppo padovano, in particolare Giovanni Ventura e Marco Pozzan, a partire dal mese di febbraio del 1976 pretendono che il Sid disveli la sua identità come accompagnatore del capitano Antonio Labruna a Barcellona (Spagna), il 30 novembre 1972, per incontrare Stefano Delle Chiaie.
Il 17 luglio 1976, Giovanni Ventura si spinge fino al punto di denunciare il Sid e il ministero degli Esteri per il segreto che ancora mantengono sul suo nome.
Il servizio segreto militare, però, non cede nemmeno dinanzi alla richiesta della Corte di assise di Catanzaro che, il 26 maggio 1977, chiede ufficialmente di conoscere la sua identità, ottenendo ancora, il 24 giugno successivo, dal direttore del Sid, ammiraglio Mario Casardi, una risposta negativa.
Poi, qualcosa accade, perché il 19 luglio 1977, il capitano Antonio Labruna, nel corso della sua deposizione dinanzi alla Corte di assise di Catanzaro, ne svela l’identità.
Ad ulteriore conferma delle fanfaronate del “Caccola” sulla battaglia da lui condotta contro lo Stato antifascista, Maurizio Giorgi viene puntualmente preavvertito dal Sid che il segreto sul suo nome non può più essere mantenuto e, alla fine del mese di giugno del 1977, scappa in Cile.
Gli interrogativi suscitati dal comportamento di Maurizio Giorgi e dei suoi colleghi dell’ormai disciolto Fronte nazionale non hanno mai trovato risposta perché nessuno ha dimostrato di avere an interesse in merito.
Eppure, la logica ricattatoria della banda padovana non sfugge, anzi essa si palesa come la minaccia implicita di una chiamata di correità per gli attentati del 12 dicembre 1969, di cui sono chiamati a rispondere dinanzi alla Corte di assise di Catanzaro i soli Franco Freda, Giovanni Ventura, Marco Pozzan e Guido Giannettini.
L’obiettivo degli imputati padovani, difatti, non il solo Maurizio Giorgi ma tutto il gruppo romano, come dimostra l’esplicita accusa lanciata da Giovanni Ventura dalle pagine della rivista L’Espresso, il 12 settembre 1976.
Nell’occasione, Ventura si vanta di aver informato Guido Giannettini che “un gruppo romano collegato a Freda e gravitante attorno ad Avanguardia nazionale, di ocui facevano parte Delle Chiaie e Guido Paglia intendeva organizzare attentati in luoghi chiusi”.
Ed é sempre lui ad affermare, esplicitamente, il rapporto operativo fra il “Caccola” e “mago Zurli”, scrivendo il 18 dicembre 1976 a Marco Pozzan:
“Fosti tu a dichiarare il rapporto tra Freda e Delle Chiaie, che a me era stato dato a Padova quando tu vi incontrasti Rauti”.
Non é un caso che Giovanni Ventura, nella sua dichiarazione al L’Espresso parli di “un gruppo romano collegato a Freda e gravitante attorno ad Avanguardia nazionale”, perché sa bene che il “gruppo” agisce nell’ambito e nell’interesse del Fronte nazionale e non si identifica con la inesistente Avanguardia nazionale.
Tornando a Maurizio Giorgi, bollato dal capitano Antonio Labruna in più occasioni come fonte del Nucleo operativo diretto del Sid e, contestualmente, della divisione Affari riservati, senza ottenere smentite e querele, é allarmante che si sottragga all’interrogatorio dinanzi alla Corte di assise di Catanzaro.
Non è indiziato di reato, non è citato come testimone in merito agli attentati del 12 dicembre 1969, ma solo come accompagnatore del capitano Antonio Labruna a Barcellona il 30 novembre 1972 e, in questa veste, come persona a conoscenza del contenuto dei colloqui che si sono svolti fra l’ufficiale del Sid e il “rivoluzionario” Delle Chiaie.
Ma allora perché scappa?
L’ipotesi più attendibile è che non tema le domande dei giudici della Corte di assise di Catanzaro ma quelle che Giovanni Ventura, Franco Freda e Marco Pozzan potranno fargli porre dai loro rispettivi avvocati.
Il tema del colloquio fra Labruna e Delle Chiaie, secondo la versione di quest’ultimo, verteva sull’aiuto da dare agli imputati e, fosse solo questo, il Giorgi avrebbe trovato difficoltà a spiegare perché il servizio segreto militare si rivolgesse a un “rivoluzionario fascista” come Delle Chiaie per ottenere la sua collaborazione per sottrarre Freda, Ventura e Pozzan al processo per la strage di piazza Fontana.
Domande imbarazzanti che potevano velare collusioni e complicità fra i “rivoluzionari” e gli apparati dello Stato ma anche la loro implicazione diretta negli attentati del 12 dicembre 1969, perché il capitano Antonio Labruna va a parlare con uno che i fatti li conosce e che ha dei doveri nei confronti degli imputati che, poi, saranno disattesi.
Domande alle quale Maurizio Giorgi sa di non poter rispondere per cui ha paura di entrare nell’aula della Corte di assise di Catanzaro in veste di testimone e di uscirne in quella di indiziato di reato e futuro imputando.
Quindi, com’è nella tradizione degli “spiriti liberi” di evoliana memoria, fugge il più lontano possibile, in Cile, dove lo attende Delle Chiaie.
Un personaggio siffatto non merita attenzione ed interesse da parti di quanti si prodigano (almeno nelle intenzioni) a cercare la verità?
La risposta è nei fatti.
Guido Paglia è il fantasma ancora in vita, con grande disappunto della procura della Repubblica di Milano, della struttura palese del Fronte nazionale, quella per intenderci che costituisce l’organizzazione universitaria Nuova Caravella.
Non è, però, estraneo all’attività della parte sommersa e clandestina che lavora all’interno del Fronte nazionale.
Figlio di un ammiraglio (circostanza da lui negata per anni e poi ammessa senza fare il nome del padre dinanzi al giudice veneziano Carlo Mastelloni) che potrebbe identificarsi in Dario Paglia, citato nel rapporto del Sid del 20 giugno 1974 come compartecipe al “golpe” Borghese del 7-8 dicembre 1970, Guido Paglia lo troviamo, nelle dichiarazioni di Alfredo Sestili, come colui che consegna i soldi ai finti anarchici (Pietro Valpreda, Mario Merlino e soci) che devono recarsi al congresso internazionale della Federazione anarchica italiana il 30 agosto 1968.
Lo ritroviamo fra i fondatori di Nuova Caravella, gruppo indicato, per via confidenziale, come coinvolto negli attentati ai treni dell’8-9 agosto 1969.
Lo incontriamo ancora il 12 dicembre 1969, perché è proprio lui che Stefano Delle Chiaie chiama in causa per sostenere il suo inesistente alibi per quel tragico pomeriggio.
Mario Merlino offre per alibi un appuntamento, alle ore 17.00, con Stefano Delle Chiaie nella sua abitazione di via Tuscolana; quest’ultimo invoca, a sua volta, la testimonianza di Guido Paglia per le ore 17.00 del 12 dicembre 1969, in piazza San Silvestro, dove lo avrebbe incontrato in compagnia di Gianfranco Finaldi, uno dei protagonisti dell’Istituto “A. Pollio”.
È un’opera di mutuo soccorso sulla quale nessuno ha mai investigato a sufficienza.
Una grave omissione, perché il 10 gennaio 1970 viene ritrovato a Roma il portafoglio che Guido Paglia aveva smarrito qualche giorno prima.
Al suo interno, palese e gravissima, c’è la prova che il figlio dell’ammiraglio non si occupava solo di comunicati stampa all’interno del gruppo ma che era uno dei referenti di Mario Merlino, quando costui era impegnato a fare “l’anarchico”.
All’interno del portafoglio, difatti, si trova un elenco di nominativi e numeri telefonici del circolo anarchico Bakunin di via Baccina n. 35 e, contestualmente, un secondo elenco di saponette esplosive, rotoli di miccia, detonatori e capsule elettrice con, al fianco di ogni voce, indicata la quantità di materiale presente.
Il 30 giugno 1973, Mario Merlino riconosce come sua la grafia degli elenchi ritrovati nel portafoglio di Guido Paglia che, però, non sale sul banco degli imputati insieme a Pietro Valpreda e allo stesso Merlino, anzi inizia un luminosa carriera giornalistica sotto l’egida del servizio segreto militare, secondo l’accusa rivoltagli dal capitano Antonio Labruna che lui non ci risulta abbia mai querelato.
Mario Merlino era stato “fermato” la sera del 12 dicembre 1969, quindi gli elenchi a Guido Paglia li aveva consegnati in data antecedente.
Merlino non frequentava il circolo Bakunin perché non se lo poteva consentire né gli sarebbe stato permesso. Al suo pesto ci andava Pietro Valpreda, fino a quando il titolare del circolo, Veraldo Rossi, lo ha buttato fuori accusandolo di essere un confidente di polizia.
Benché preso “con le mani nel sacco”, cioè con le prove di una attività spionistica ai danni degli anarchici romani, svolta con Mario Merlino, e con quelle di un’attività di “bombarolo” che, con pignoleria, conserva l’elenco del materiale che dovrà essere utilizzato per “destabilizzare” il Passe, Guido Paglia non subisce alcun danno né viene sottoposto a fastidiosi e stringenti interrogatori.
In un appunto del Sid, ritrovato fra le carte di Mino Pecorelli, si rivela che l’11 novembre 1972, alle ore 15.30, Guido Paglia è stato avvicinato da uomini del Sid che cercavano il contatto con Stefano Delle Chiaie allo scopo di “disciplinare la politica attiva” di Avanguardia nazionale. Paglia indica in Maurizio Giorgi la persona che mantiene i collegamenti con Stefano Delle Chiaie, rifugiato in Spagna.
Anche su questo punto fondamentale per comprendere le ragioni reali dell’incontro fra il capitano Antonio Labruna e Stefano Delle Chiaie a Barcellona il 30 novembre 1972, non ci risulta che Guido Paglia sia mai stato interrogato.
Non riteniamo, ragionevolmente, che Giovanni Ventura lo abbia voluto calunniare citandolo, nell’intervista pubblicata il 12 settembre 1976, come la persona che insieme al Delle Chiaie programmava attentati “in luoghi chiusi”.
Ci chiediamo, semplicemente, per quali recondite ragioni Guido Paglia la cui figura è presente, con un ruolo di primo piano, nelle vicende del 1969 e in quelle successive, non abbia mai attirato l’attenzione dei magistrati italiani.
Non necessariamente Guido Paglia sarebbe divenuto un imputato, né possiamo prevedere che possa trasformarsi in imputando, ma la sua testimonianza non reticente aiuterebbe a ricomporre il mosaico di quei fatti che rimangono parzialmente oscuri nei loro dettagli, anche – e soprattutto – per il muro di omertà che persone come lui sono riusciti negli anni ad erigere.
Tanti sono morti fra protagonisti, comprimari e comparse di quei tragici avvenimenti, ma qualcuno di loro può ancora “parlare” per dirci quali sono state le motivazioni reali per le quali è stato ucciso.
È il caso di Carmine Palladino.
Lo “spontaneismo” a destra è parto della fantasia giornalistica, sollecitata dalla “veline” dei servizi segreti militari e civili, è però reale, incontestabilmente vero, che a partire dal 1981, all’interno degli istituti di pena dov’erano rinchiusi molti militanti di destra si è levata una rivolta contro coloro che avevano fatto parte di Avanguardia nazionale e, in parte, di Ordine nuovo.
A farne le spese saranno all’interno del carcere romano di Rebibbia saranno, ad esempio, gli avanguardisti Giulio Crescenzi e Silvano Falabella, mentre Adriano Tilgher sarà tenuto per ragioni di sicurezza al reparto “G.11” e non al “G.9” dove venivano concentrati i detenuti di destra.
A Novara, nel cortile dell’aria, il 28 maggio 1982, toccherà a Franco Freda al quale taglieranno la faccia, per tacciarlo da infame nel linguaggio della malavita che era ormai l’unico che gli sbandati di destra conoscevano.
Il 9 agosto 1982, sempre a Novara, viene ucciso Carmine Palladino, esponente di Avanguardia nazionale a Roma.
Ad ucciderlo, con altri, è stato Pierluigi Concutelli il quale ha giustificato il gesto omicidiario in modo confuso, ponendo però l’accanto sullo stragismo, accusa che non poteva essere rivolta alla persona di Carmine Palladino ma all’organizzazione di cui faceva parte.
Avanguardia nazionale è stata chiamata in causa, direttamente, solo nell’eccidio del 12 dicembre 1969, a Milano, non in quelli successivi, quindi Carmine Palladino paga con la vita quello che è stato l’inizio e l’esempio di un metodo ritenuto da tutti (compreso Pierluigi Concutelli) confacente al raggiungimento degli scopi che si proponevano i vertici delle organizzazioni coinvolte per favorire l’avvento di uno “Stato forte”.
Non sono prove valide sul piano processuale, certo. Ma i pestaggi di Rebibbia, lo sfregio nel viso di Freda, l’omicidio di Palladino sono i sintomi della delusione e della rabbia impotente dell’ultima generazione di militanti di destra che, solo in carcere, si accorgono di essere stati usati per favorire i disegni dello Stato e del regime, non per combatterlo.
Se mai smentita collettiva é venuta alla farneticazioni del Delle Chiaie e dei suoi colleghi di aver combattuto una “guerra rivoluzionaria” contro lo Stato antifascista, questa la troviamo all’interno degli istituti di pena, nella rivolta dei “peones” che privi di senso politico e morale non riescono ad esprimerla che con il linguaggio muto della malavita.
Qualcuno poteva parlare anche da vivo.
È il caso di Nico Azzi, il quale è stato interrogato e, perfino, arrestato dal sostituto procuratore della Repubblica di Milano, Grazia Pradella, il 3 luglio 1997, perché dopo aver rivelato che Franco Freda gli aveva parlato dei rapporti di Ordine nuovo con i servizi segreti non aveva voluto fare i nomi.
Nico Azzi è stato condannato per la mancata strage sul treno Torino-Roma, insieme a Francesco De Min, Mauro Marzorati e Giancarlo Rognoni, dalla Corte di assise di appello di Genova a 15 anni e 6 mesi di reclusione.
Nel 1997, Giancarlo Rognoni entra nel novero degli imputati per la strage di piazza Fontana avendo alle spalle una condanna, passata in giudicato, per strage sia pure fallita.
Sul suo conto era ormai accertato il legame, non sporadico né saltuario, con il comando della divisione carabinieri Pastrengo con sede a Milano; quello con Carlo Maria Maggi e con Pino Rauti, oltre che con Franco Maria Servello, esponente di punta del Movimento sociale italiano.
Le motivazioni della mancata strage del 7 aprile 1973 sono indicate con estrema chiarezza dalla Corte di assise di Genova che, il 25 giugno 1974, a Giancarlo Rognoni aveva ritenuto equo infliggere la pena di 23 anni di reclusione:
“Ed è certo invero – scrivevano i giudici della Corte di assise – che l’evento cui erano diretti nella specie gli atti compiuti dagli imputati si inseriva perfettamente nella strategia della tensione, in quanto il suo verificarsi (o anche il semplice pericolo di esso) avrebbe avuto gravissime conseguenze sul piano della vita politica e sociale, forse incontrollabili e imprevedibili. Del fatto non poteva derivare, oltre all’indignazione e alla commozione per la gravità dell’accaduto, un notevole turbamento della coscienza dei cittadini e la constatazione dell’insicurezza della vita di relazione, che avrebbe potuto portare a sua volta le esasperazioni pericolosamente eversive dalla visione istituzionale ad un progressivo inasprimento delle forme e dei metodi della vita politica…
L’intento degli imputati era proprio quello di colpire, con la loro condotta, la vita democratica nella sua più intima essenza e di intaccare quindi indirettamente alla base la sicurezza delle istituzioni…”.
Nessun magistrato inquirente si era posto il problema di comprendere per conto di chi i quattro avessero programmato un massacro da attribuire ai militanti di Lotta continua.
Riconoscere che l’attentato stragista rientrava nell’ambito della “strategia della tensione” e che, se fosse riuscito, “avrebbe avuto conseguenze gravissime sul piano della vita politica e sociale, forse incontrollabili e imprevedibili”, non avrebbe potuto essere disgiunto dalla ricerca degli ideatori e degli organizzatori di un eccidio di italiani inermi ed innocenti i cui effetti non avrebbero potuto essere sfruttati dai quattro manovali che lo avevano tentato.
Negli anni in cui si svolge il processo (1973-1977) molte informazioni non si conoscevano o erano note solo parzialmente e, pertanto, possiamo facilmente convenire che era difficile per i magistrati inquirenti e giudicanti inserire al loro posto i tasselli del mosaico.
Nel periodo successivo, però, la verità su quanto si stava preparando – e si stava facendo – in quella primavera del 1973, è emersa.
Un riorganizzato Fronte nazionale, ai cui vertici era ora assiso il consigliere provinciale del Msi di Genova, Giancarlo De Marchi, insieme agli uomini riuniti sotto la sigla della Rosa dei venti, collegati al Centro di resistenza democratica di Edgardo Sogno e con il Movimento di azione rivoluzionaria di Carlo Fumagalli, coadiuvati da ufficiali dei carabinieri, delle Forze armate e da funzionari di polizia stava reiterando il tentativo di “golpe” istituzionale fallito il 13-14 dicembre 1969.
Con questa verità, anche processualmente accertata, negli anni Novanta la ricostruzione degli eventi era possibile, anzi sarebbe stata doverosa se si fosse cercata la verità sulla strage di piazza Fontana invece di concordare con lo speculatore giudiziario Felice Casson il modo di bloccarla o, comunque, di svuotarla di contenuto per circoscriverla nell’ambito del solito disegno eversivo di marca “fascista”, portato avanti dalla sola “cellula nera” padovana.
I pubblici ministeri di Milano avrebbero dovuto notare che l’operazione dell’aprile 1973 reiterava alla lettera il piano predisposto nel mese di dicembre del 1969.
All’epoca, difatti, la strage di Milano e quella mancata di Roma del 12 dicembre 1969 hanno preceduto la manifestazione nazionale indetta dal Movimento sociale italiano a Roma per due giorni dopo, 14 dicembre, nel corso della quale sarebbe esplosa la collera contro i “rossi”, responsabili del massacro di Milano.
È offensivo per l’intelligenza degli italiani, non soltanto degli storici, ritenere una mera coincidenza che negli stessi ambienti impegnati ancora a creare le condizioni per la “proclamazione delle stato di emergenza”, siano stato programmate per la seconda volta, a distanza di meno di quattro anni, un eccidio ed una manifestazione nazionale del Msi, questa volta a Milano: il 7 aprile 1973 la strage, il 12 aprile successivo la manifestazione.
Le differenze fra i due eventi, quello del dicembre 1969 e dell’aprile 1973, non risiedono nella programmazione del piano bensì nella sua esecuzione. L’eccidio programmato per il 7 aprile fallisce per colpa dell’esecutore materiale, Nico Azzi; la manifestazione nazionale del Msi, a Milano, degenera come programmato in incidenti nel corso dei quali altri due manovali missini, Maurizio Murelli e Vittorio Loi, lanciano le bombe a mano contro un cordone di polizia provocando la morte dell’agente di Ps Antonio Marino.
Ma, nei tragici fatti dell’aprile del 1973 è provata la relazione fra i due eventi, strage mancata e manifestazione nazionale del Msi; e lo è proprio sul piano processuale senza essere frutto di ipotesi o di “fantasiose illazioni” tanto care al giudice istruttore Fabrizio D’Arcangelo ed ai suoi colleghi della procura della Repubblica di Milano.
Il 26 aprile 1973, Nico Azzi, l’esecutore materiale dell’attentato stragista sul treno “Torino-Roma” del 7 aprile, confessa ai magistrati di essere stato uno dei fornitori delle bombe a mano usate negli incidenti di Milano del 12 aprile 1973.
Siamo dinanzi a quello che giuridicamente si definisce un “unico disegno criminoso”, che vede la programmazione anticipata dia della strage che degli incidenti ad opera di persone che poi prenderanno parte sia alla prima che ai secondi.
Questa connessione fra gli organizzatori e gli esecutori materiali della mancata strage sul treno e quelli della manifestazione nazionale del Movimento sociale italiano non è mai stata valorizzata sul piano processuale e storico.
Eppure, il rapporto fra Giancarlo Rognoni e Franco Maria Servello è presente negli atti giudiziari, anche se ovviamente non costituisce, in mancanza di riscontri che nessun magistrato ha mai cercato, la prova di un accordo fra i due per conto di quelle forze che entrambi rappresentavano.
Non ha valore probatorio né indiziario, per essere un appunto redatto da fonte confidenziale anonima, quanto segnalato al ministero degli Interni il 24 giugno 1978 sul conto del senatore missino Giorgio Pisanò.
Nell’appunto si scrive che Franco Maria Servello sarebbe “vittima notoria” del Pisanò, avendo “dato quasi fondo alle sue finanze personali” alle scopo di “uscire senza danno dai processi ‘Marino’ e treno Genova-Milano.”
Non ha valore processuale nemmeno la presenza ai funerali di Nico Azzi, stragista mancato e delatore parziale dei suoi colleghi, di Ignazio La Russa, all’epoca braccio destro di Franco Maria Servello.
È un dettaglio meritevole di attenzione e di riflessione anche perché, il La Russa quando si presenta a rendere omaggio alla salma di Nico Azzi ha da tempo affermato il suo nuovo credo antifascista. Ragione questa che rende ancora meno comprensibile la sua presenza ai funerali di Nico Azzi.
Qualsiasi elemento indiziario, perfino probatorio, valutato a sé stante, isolato dal suo contesto, non è utile sul piano processuale e storico ma se gli indizi si sommano e si inseriscono nel loro giusto ambito, è possibile compiere altri e, forse, decisivi accertamenti per giungere alla verità.
Ci sono testimonianze mai smentite che collegano gli attentati del 12 dicembre 1969 alla manifestazione nazionale indetta dal Movimento sociale italiano di Giorgio Almirante a Roma, il 14 dicembre 1969.
Non sono mai state valorizzate neanche quando dagli archivi dei servizi segreti britannici è emersa la certezza che il governo di Mariano Rumor e Junio Valerio Borghese avevano predisposto la proclamazione dello “stato di emergenza” per la data del 13-14 dicembre 1969.
Ci sono le prove, fornite addirittura dalla confessione di Nico Azzi, che la mancata strage del 7 aprile 1973 era stata programmata insieme agli incidenti di Milano del 12 aprile resi possibili dalla manifestazione nazionale indetta da Franco Maria Servello.
Neanche quando Giancarlo Rognoni è stato imputato di concorso nella strage di piazza Fontana, la procura della Repubblica di Milano ha inteso rivisitare gli atti processuali della fallita strage del 7 aprile 1973 di cui proprio lui era stato l’organizzatore.
Hanno, questi magistrati, le prove certe, processualmente accertate dai loro colleghi di Brescia, che nella primavera del 1973 era in corso un tentativo di “golpe” istituzionale, esattamente come nel mese di dicembre del 1969.
Hanno le prove certe, per essere stati obbligati ad accusarli in pubblici dibattimenti, che i personaggi implicati nelle vicende della primavera del 1973 sono gli stessi che hanno agito nel mese di dicembre del 1969.
Conoscono con certezza i loro rapporti personali, politici ed organizzativi, ma non hanno voluto, oggi come sempre, trarne le debite conclusioni.
Come nel mese di dicembre del 1969, anche nell’aprile del 1973 il piano prevedeva tre fasi: la strage (fortunatamente in questo caso fallita), la degenerazione preordinata della manifestazione nazionale del Msi a Milano, lo sfruttamento politico-istituzionale dei morti e della violenza degli “opposti estremismi”.
Se la programmazione di questo piano può essere fatta risalire agli uomini del secondo livello, le “cinghie di trasmissione”, la sua esecuzione va ascritta a quelli del terzo livello, i cosiddetti “manovali”, lo sfruttamento politico-istituzionale dei fatti è prerogativa dei soli detentori del potere.
La stessa sera del 12 dicembre 1969, fu il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, nel corso di una riunione dei vertici politici, militari e di sicurezza, a chiedere la immediata proclamazione dello “stato di pericolo pubblico”.
Chi avrebbe dovuto proclamare lo “stato di emergenza” nel mese di aprile del 1973? A norma di legge sarebbe stato il presidente del Consiglio che, non per mera coincidenza rispondeva al nome di Giulio Andreotti, il referente dei “golpisti” del 7-8 dicembre 1970 del “Fronte nazionale”.
Non si può sostenere ragionevolmente, neanche trasformando i manovali in capi, che lo sfruttamento politico-istituzionale della violenza generata dagli “opposti estremismi” fosse prerogativa del “Caccola” e di “mago Zurlì” nel mese di dicembre del 1969; e di Giancarlo Rognoni, Nico Azzi, Francesco De Min, Mauro Marzorati nella primavera del 1973.
Da qui discende la necessità per i magistrati italiani di dismettere la toga per indossare l’uniforme dei corazzieri ed erigere un muro a difesa del potere politico che, a torto, ritengono invalicabile.
Non è un’impresa difficile: basta negare l’esistenza di un unico movente per sostituirlo con altri riconducibili alla volontà di questo o di quel gruppuscolo di “eversori neri”, a Padova, a Milano, a Venezia, a Roma.
La Procura della Repubblica di Milano la cui sensibilità politica è dimostrata dal seggio senatoriale dato dall’ex Partito comunista a Gerardo D’Ambrosio e, contestualmente, al suo collega Felice Casson, ha sempre negato l’esistenza di una “pista internazionale” per gli eventi del 12 dicembre 1969, bollandola come un “depistaggio” senza peraltro riuscire mai a confutarlo, ma nega anche l’esistenza di una “pista nazionale”.
Per questa ragione l’estrema destra romana è stata sempre accuratamente esclusa dalle indagini sulla strage di piazza Fontana, e il centro ideativo ed organizzativo è stato spostato a forza a Padova (sede della “cellula nera” tanta cara a D’Ambrosio) e, poi, a seguito delle nuove indagini degli anni Novanta, a Venezia.
Il solo esponente dell’estrema destra romana entrato nel processo per la strage di piazza Fontana, con la sola accusa di “falsa testimonianza”, è stato Stefano Delle Chiaie.
Il “Caccola” cotanto onore lo ha avuto solo perché chiamato in causa a sostegno del suo inesistente alibi dall’ “anarchico” Mario Merlino, altrimenti non sarebbe mai stato sfiorato dalle indagini esattamente come tutti i suoi colleghi Guido Paglia, Maurizio Giorgi, Serafino Di Luia, Adriano Tilgher ecc. ecc.
Eppure, la presenza del gruppo romano è processualmente accertata, in forma diretta od indiretta, in ben 12 dei 26 attentati compiuti a partire dal 28 febbraio 1969.
E, nella Capitale, non ci sono solo gli attentati e i feriti del 12 dicembre 1969, ma anche i morti.
Armando Calzolari, reduce della Repubblica sociale italiana, scompare il 25 dicembre 1969.
Indicato come dirigente del Fronte nazionale dal quotidiano Il Tempo, il 2 gennaio 1970, subito smentito dallo stesso Junio Valerio Borghese, Armando Calzolari viene ritrovato ucciso, insieme al suo cane, annegati insieme in un pozzo semi-asciutto, il 28 gennaio 1970.
La madre di Calzolari accuserà del delitto Luciano Gruber e i fratelli Bruno e Serafino Di Luia.
Il 19 febbraio 1976, il sostituto procuratore della Repubblica di Roma, Enrico Di Nicola, chiede che si archivi il procedimento penale sulla sua morte con la dichiarazione di “non doversi procedere perché ignoti sono i responsabili dell’omicidio volontario premeditato”.
La richiesta é accolta, il 21 aprile 1976, dal giudice istruttore Eraldo Capri che, nella sua ordinanza, scrive che Armando Calzolari é stato “attirato in una trappola ed ucciso da elementi del movimento nel quale militava”.
Un’indagine giudiziaria c’é stata, quindi, che ha collegato un omicidio all’attività del Fronte nazionale a Roma, a due settimane dal massacro di piazza Fontana a Milano e quello mancato alla Banca nazionale del lavoro nella stessa Capitale.
Un’indagine nella quale, sia pure senza riscontri, sono stati fatti dalla madre dell’ucciso i nomi dei fratelli Bruno e Serafino Di Luia, gli stessi scappati in Germania e in possesso di “rivelazioni interessanti” sugli attentati ai treni dell’8-9 agosto 1969 e del 12 dicembre 1969, fornite però al solo vicequestore della divisione Affari riservati del ministero degli Interni Silvano Russomanno.
Non si può affermare che l’omicidio di Armando Calzolari sia collegato all’eccidio del 12 dicembre 1969, che pure a Roma come a Milano ha sconvolto più di qualche coscienza, ma tantomeno lo si può escludere a priori e con certezza.
Si può solo constatare che in entrambi i fatti, strage di piazza Fontana e omicidio di Armando Calzolari, compaiono i nomi di due elementi della struttura clandestina del Fronte nazionale, sul conto dei quali nessuno ha mai inteso svolgere indagini.
Arrestato per espiare una condanna definitiva di pochi mesi, l’8 aprile 1978, all’interno di una cella di isolamento del carcere romano di Rebibbia moriva, impiccato, Riccardo Minetti.
Afflitto da una grave forma di schizofrenia, Riccardo Minetti era stato usato per confermare la presenza di Mario Merlino a casa di Stefano Delle Chiaie nel pomeriggio del 12 dicembre 1969.
Alibi falso e testimonianza indotta come ben sapevano i dirigenti dell’ufficio politico della Questura di Roma i cui agenti avevano sorvegliato a vista l’abitazione di Stefano Delle Chiaie per l’intera giornata del 12 dicembre 1969 senza vedere Mario Merlino recarvisi.
Falsità confermata dall’intercettazione di una telefonata, il 2 febbraio 1970, fra le sorelle di Riccardo Minetti, Maria Grazia e Patrizia che commentano negativamente il coinvolgimento del ragazzo nella vicenda di piazza Fontana.
Riccardo Minetti è schizofrenico, quindi non è affidabile. Confermerà sempre la sua falsa testimonianza, ritratterà?
La morte per impiccagione in una cella di Rebibbia, sulla quale la magistratura ha ipotizzato l’omicidio a carico di ignoti, ha risolto il dilemma.
Se nel caso dell’omicidio di Armando Calzolari il collegamento con i tragici fatti del 12 dicembre 1969 rimane, allo stato, solo ipotetico, nel caso del “suicidio” di Riccardo Minetti, testimone nel processo di piazza Fontana a sostegno del falso alibi di Mario Merlino, la connessione è esplicita e diretta.
Nell’operazione che inizia il 28 febbraio 1969, a Roma, non ci sono solo i morti all’interno della Banca dell’Agricoltura di Milano del 12 dicembre 1969, ma su questi episodi nessuno ha mai svolto indagini approfondite. Un omicidio a carico di ignoti, una caduta accidentale dalla finestra di un ospedale, un suicidio sospetto, non hanno destato alcun interesse giudiziario ma solo, a volte, giornalistico.
La magistratura, per quanto riguarda Roma, si è fermata ai componenti del circolo 22 marzo, abbagliata dalla presenza in esso dell’ “anarchico” Pietro Valpreda, in un primo tempo per provarne la colpevolezza, successivamente per affermarne l’innocenza.
Non è mai stata presa in considerazione l’ipotesi che Pietro Valpreda, a Milano, quel pomeriggio del 12 dicembre potesse aver svolto incarichi diversi da quello di portare personalmente l’ordigno all’interno della Banca dell’Agricoltura.
Ancora oggi si pretende di affermare la sua estraneità all’operazione stragista del 12 dicembre 1969 solo perché appare certo che non è stato lui l’esecutore materiale della strage, come inizialmente si era ritenuto che fosse.
Si sono trascurate altre ipotesi e, soprattutto, non si è tenuto conto del legame che univa il “fascista” Mario Merlino all’ “anarchico” Pietro Valpreda, sempre ribadito nel corso degli anni fino a poco tempo prima della morte di quest’ultimo.
Ancora oggi si pretende di affermare che Mario Merlino abbia ingannato il “povero” Valpreda per attribuire la paternità della strage agli anarchici.
Si dimentica, però, che il presunto “fascista” ed il presunto “anarchico”, nei loro interrogatori hanno mantenuto all’unisono una comune linea di accusa contro gli anarchici.
Insieme accusano Ivo Della Savia di detenzione di esplosivi, e Pietro Valpreda offre alla polizia addirittura la soluzione del caso: il 9 gennaio 1970, difatti, indica in tale “Gino”, facilmente individuabile, il suo sosia che avrebbe portato la bomba all’interno della Banca dell’Agricoltura di Milano.
Tale “Gino”, il sosia, è un anarchico: Tommaso Gino Liverani, così che l’accusa di Pietro Valpreda coincide con il convincimento della Questura e della divisione Affari riservati che la strage del 12 dicembre 1969 è di matrice anarchica.
Un innocente si difende offrendo un alibi. Un anarchico non accusa gli anarchici di detenzione di esplosivi e della strage di piazza Fontana come, invece, ha fatto Pietro Valpreda.
Quanti oggi si affannano a commemorare l’ “anarchico” Pietro Valpreda si dimenticano che al posto di una figura leggendaria hanno un barista, umilmente dedito a servire aperitivi ai clienti.
Perché, conclusa con la sola condanna per “associazione per delinquere” la sua vicenda giudiziaria, Pietro Valpreda ha smesso di “lottare” per l’anarchia e si è messo a fare il barista.
Se gli anarchici italiani, dopo averlo cacciato dal circolo de Il Ponte della Ghisolfa di Milano e dal circolo Bakunin di Roma, come confidente di polizia, dopo aver ufficialmente affermato di non averlo mai conosciuto come anarchico, lo hanno rivalutato, hanno il mito che meritano.
Per la storia, la pretesa accusatoria di Pietro Valpreda che a compiere la strage di piazza Fontana era stato un anarchico che gli somigliava come una goccia d’acqua è stata smentita dai fatti.
E dai fatti verrà ufficialmente smentita anche la sua pretesa di essere stato un anarchico.
Per la magistratura milanese la figura di Pietro Valpreda non si tocca. È un tema proibito.
Ma non è il solo.
Perché, come sappiamo, intoccabili sono anche altre figure come quella di Junio Valerio Borghese.
La leggenda del “principe nero” ha fatto il suo tempo.
Junio Valerio Borghese è stato un uomo di potere, collegato ai vertici militari e politici, nazionali ed internazionali, favorito dall’amicizia di uno degli uomini più influenti e potenti della Central intelligence agency, James Jesus Angleton.
Il suo nome non è stato mai accostato ai fatti del 12 dicembre 1969, ma non sorprende se si considera che il “golpe” da lui organizzato il 7-8 dicembre 1970 è stato, alla fine, dichiarato inesistente dalla magistratura italiana.
Junio Valerio Borghese rimane fuori dalle vicende del 1969, perché estraneo ne deve rimanere ad ogni costo il Fronte nazionale da lui presieduto, unico modo per non indagare sul retro-terra politico ed organizzativo che stava alla spalle di Stefano Delle Chiaie, Mario Merlino, Pietro Valpreda, Franco Freda, Giovanni Ventura, Carlo Digilio per limitarci ai “manovali”.
In questo caso, lo trascorrere del tempo gioca a sfavore della verità perché, oggi, non è più possibile presentare Junio Valerio Borghese come il tenebroso “principe nero” che cercava la rivincita sulla democrazia e si proponeva di porsi alla guida di una Nazione ridivenuta fascista.
Ormai sono emersi troppi documenti che testimoniano come Junio Valerio Borghese fosse contiguo al potere, ufficiale e segreto, e rappresentasse quella “cinghia di trasmissione” perfetta fra i detentori del potere e la massa attivistica dell’estrema destra, collocandosi quindi al secondo livello della struttura gerarchica che abbiamo delineato.
Escludiamo, quindi, che qualche magistrato italiano voglia indagare sugli uomini del “secondo livello”, da Junio Valerio Borghese a Pino Rauti a Giorgio Almirante e Pino Romualdi, perché a questi la taccia di “eversori neri” non la potrà mai dare.
Dalle figure e dall’operato di questi personaggi, viceversa, si potrebbe risalire agli uomini del primo livello, quelli che per la sventura del nostro popolo hanno scritto la storia italiana dal 1945 in poi.
Un rischio che la magistratura italiana non vorrà mai correre.
Inoltre, i quarantaquattro anni passati dalla strage di piazza Fontana hanno dato un’altra certezza, quella che nessuno degli indagati, processati, assolti con formule varie, riconosciuti colpevoli, è mai stato un oppositore politico dello Stato e del regime.
Possiamo dire che erano contigui al potere gli uomini del secondo livello, le “cinghie di trasmissione”, e subalterni al potere quelli del “terzo livello”, i manovali.
Stefano Delle Chiaie si affanna a dichiararsi l’uomo più calunniato d’Italia, senza però spiegare per quali oscure ragioni tutti debbano calunniare proprio lui.
Tralasciamo, per ragioni di spazio, l’elenco nutritissimo di quanti hanno affermato che il capo di Avanguardia nazionale era alle dipendenze della divisione Affari riservati del ministero degli Interni, per limitarci alle testimonianze più significative.
Il 9 gennaio 1975, sulla rivista Candido è il senatore del Msi Giorgio Pisanò a scrivere:
“Resta dove sei e stai zitto. Perché se torni dovrai raccontare tante cose: certi traffici d’armi, per esempio, con relativa scomparsa dei fondi che ti erano stati affidati, o i tuoi intrallazzi con Mario Merlino. Oppure, i tuoi rapporti con l’Ufficio Affari riservati del ministero dell’Interno”.
Per tante ragioni, compresi i suoi rapporti con il servizio segreto militare e l’Arma dei carabinieri, Pisanò era un uomo ben informato. Non risulta che abbia mai smentito e ritrattato le accuse qui riportate contro il “Caccola” le cui proteste solo verbali sono state ignorate.
Il capitano Antonio Labruna, il più stretto collaboratore del generale Gianadelio Maletti al reparto “D” del Sid e responsabile del Nucleo operativo diretto (Nod), interlocutore di Delle Chiaie a Barcellona (Spagna) il 30 novembre 1972, il 9 ottobre 1992 dichiara al giudice istruttore di Milano Guido Salvini:
“Ritornando alla posizione di Delle Chiaie ripeto ciò che ho detto più volte, cioè affermo formalmente che era un agente dell’ufficio affari riservati. Non sono il solo a dirlo. Lo afferma anche il Paglia nella sua relazione, il Giannettini in un sua relazione, l’Orlandini nelle registrazioni che ho consegnato al giudice istruttore di Milano. Lo diceva anche il Nicoli, probabilmente anche nelle registrazioni”.
Non risulta che Stefano Delle Chiaie lo abbia mai querelato.
Cinque anni più tardi, il 15 ed il 28 maggio 1997, l’ispettore generale di Ps, Guglielmo Carlucci, lo indica come “fonte” della divisione Affari riservati al giudice istruttore di Venezia Carlo Mastelloni.
Carlucci, già componente del servizio segreto civile, specifica di avere assistito personalmente ai colloqui svoltisi fra Umberto Federico D’Amato e Stefano Delle Chiaie al Viminale, specificando che i rapporti fra i due erano già in corso nel 1966, quando lui entrò in servizio nella divisione Affari riservati, che è poi l’anno – ricordiamolo – dell’affissione dei “manifesti cinesi” che segnarono l’avvio dell’azione di “infiltrazione a sinistra” dei militanti di destra.
Tre testimonianze. La prima di una figura storica della destra italiana, la seconda di un ufficiale del servizio segreto militare che ne richiama altre significative, la terza di un funzionario del servizio segreto civile, fondata su un’esperienza diretta e personale non su affermazioni raccolte da terze persone.
Anche sull’amico e collega di Stefano Della Chiaie, Mario Merlino, le ombre e i sospetti non mancano.
Il maresciallo di Ps, Giuseppe Mango, il 22 aprile 1997, dichiara al giudice istruttore veneziano Carlo Mastelloni:
“Nell’ufficio Affari riservati era noto che Merlino era o era stato fonte dell’Ufficio politico di Roma. Tanto ho appreso da D’Amato e altri nel periodo successive all’attentato (di piazza Fontana, Nda) e nel corso del processo la circostanza non é mai emersa”.
Il maresciallo Giuseppe Mango, considerato la “memoria storica” della divisione Affari riservati, preferirà in un secondo interrogatorio ritrattare di fatto l’accusa ma è lecito ritenere che possa averlo fatto dopo aver subito pressioni in merito.
In ogni caso, é giusto prendere atto sia dell’accusa che della ritrattazione, tanto più che a carico di Merlino c’é una seconda dichiarazione accusatoria, questa volta resa dal questore Alessandro Milioni, l’11 novembre 1997, ancora al giudice istruttore di Venezia Carlo Mastelloni.
Anche Milioni afferma di aver appreso dai suoi colleghi della divisione Affari riservati che Mario Merlino era stato inserito fra gli anarchici dal commissario di Ps Umberto Improta, con il consenso del capo dell’ufficio politico Bonaventura Provenza, “per esperire attentati attribuibili agli anarchici e alla sinistra”, ma di non poter dire se costui era gestito dalla divisione Affari riservati o da “altre strutture dello Stato”.
Anche questa seconda dichiarazione non ha trovato, per quanto dato di sapere, conferma da parte di altri appartenenti al servizio segreto civile o all’ufficio politico della Questura di Roma.
Non si comprende, però, quale sia l’interesse del maresciallo di Ps Giuseppe Mango e del questore Alessandro Milioni ad accusare Mario Merlino di essere stato al servizio dell’ufficio politico della Questura di Roma non solo come “fonte” ma, addirittura, come “infiltrato” fra gli anarchici.
Il comportamento mantenuto dagli uomini della Questura di Roma e quello “collaborativo” di Mario Merlino (e Pietro Valpreda con lui) non ci autorizzano ad escludere la veridicità delle dichiarazioni di Mango e Milioni, perché atti di fede nei confronti degli “infiltrati” non se ne possono fare.
Ci limitiamo a prendere atto che queste accuse non hanno trovato conferma.
Sul conto di Maurizio Giorgi, ci limitiamo a riportare una dichiarazione resa dal capitano Antonio Labruna a Tina Anselmi, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia P2, il 13 ottobre 1982:
“Io e i miei uomini eravamo penetrati in Avanguardia nazionale. Sapevamo che erano protetti dal ministero. Poi Maletti ci ordinò di uscire. Collaborai con Maurizio Giorgi (Avanguardia nazionale) e andammo in Spagna per incontrare Delle Chiaie. Nel 1972 Giorgi divenne collaboratore del Nod. Sospetto che Giorgi collaborasse con gli Affari riservati degli Interni”.
Affermazioni che si commentano da sole, perché delineano il ritratto di un movimento (Avanguardia nazionale) posto sotto la protezione del ministero degli Interni, e di un suo militante che è, contestualmente, informatore del Nucleo operativo diretto del Sid e, forse, della divisione Affari riservati.
Sui fratelli Serafino e Bruno Di Luia è sufficiente ricordare che non si cerca – e non si ottiene – un incontro al Brennero con un alto funzionario del servizio segreto civile (Silvano Russomanno) se non c’è stata una pregressa dimestichezza con gli organi di polizia e i suoi funzionari.
Fermo restando il fatto che le loro preoccupazioni e le “rivelazioni interessanti” sugli attentati ai treni e su quelli del 12 dicembre 1969 le hanno riservate ad un uomo della divisione Affari riservati del ministero degli Interni, tacendole a tutti gli altri.
Sul conto di Franco Freda e Giovanni Ventura non ci soffermiamo perché riposa negli atti processuali la loro collaborazione consapevole con il servizio segreto militare tramite Guido Giannettini, così come la protezione offertagli dall’ufficio politico della Questura di Padova e dalla divisione Affari riservati prima e dopo la strage di piazza Fontana.
I due militanti di destra sono stati riconosciuti, tardivamente, colpevoli di concorso nel massacro del 12 dicembre 1969 a Milano, ma c’è una terza persona che come rileva il giudice istruttore di Milano, Fabrizio D’Arcangelo, è stata condannata per concorso nello stesso eccidio con sentenza n. 15/2061 del 30 giugno 2001, emessa dalla Corte di assise di Milano, contro la quale l’interessato non ha fatto ricorso “ed è quindi divenuta definitiva, sicché si può dire – conclude D’Arcangelo – che la sua responsabilità è stata accertata”: Carlo Digilio.
Chi era Carlo Digilio? Un “nazista” di Ordine nuovo? Un fascista che odiava la democrazia? No. Era quello che si è cosi descritto al giudice istruttore di Milano, Guido Salvini, il 6 aprile l994:
“Svolsi attività di informazione facendo riferimento al comando Ftsae di Verona a partire dal 1967 e fino al 1978. La struttura informativa all’interno di questo comando era una struttura informativa della Cia interessata ovviamente ad avere il maggiore numero di dati sulla situazione italiana e a effettuare una sorta di controllo sull’area del Triveneto che era una di quelle di maggiore interesse”.
In questo modo è una verità giudiziaria definitiva che in questo caso corrisponde alla verità storica, che la sola persona condannata da una Corte di assise per concorso nella strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 era un informatore della Central intelligence agency.
Aggiungiamo che è verità giudiziaria e storica anche quella che vede in Franco Freda e Giovanni Ventura, anch’essi correi nella strage, due informatori del servizio segreto militare italiano e, così, comprendiamo perché la procura della Repubblica di Milano non ha mai avuto interesse ad andare al di là di un verità parzialissima, circoscritta alla responsabilità della “cellula nera” padovana che avrebbe agito per odio ideologico contro lo Stato democratico ed antifascista.
La chiusura della “non inchiesta” o meglio dell’inchiesta condotta dagli altri, della procura della Repubblica di Milano decretata dal giudice istruttore Fabrizio D’Arcangelo, ha deluso le aspettative di quanti hanno comunque creduto nella magistratura e nei magistrati.
Fortunato Zinni in una dichiarazione afferma:
“Lo Stato non ha saputo, potuto, voluto, fare giustizia in casi di estrema gravità come quelli delle stragi. Stragi, appunto, di Stato. Oggi la pubblicazione delle motivazioni che accolgono la richiesta della Procura di Milano conferma e certifica il fallimento della giustizia”.
Noi abbiamo sempre sostenuto che lo Stato non ha mai avuto la volontà di fare giustizia perché, in questo caso, dovrebbe decretare la condanna della classe dirigente politica tutta, senza eccezioni, ed il proprio auto-dissolvimento.
Le stragi, come scrive Fortunato Zinni, sono di Stato, di conseguenza è inutile attendersi che la magistratura dello Stato faccia luce su di esse.
L’ordinanza del giudice istruttore Fabrizio D’Arcangelo non rappresenta il “fallimento della giustizia”, bensì è un atto di coerenza con il rifiuto più che quarantennale di accertare la verità e con l’obiettivo, su evidente benché implicita volontà politica, di chiudere una volta per sempre il capitolo che riguarda la guerra civile italiana degli anni Settanta.
Più passano gli anni, più emergono documenti, più sbiadiscono le tele che raffigurano gli “eversori” sempre meno “neri” e sempre più “bianchi” come il colore della Democrazia cristiana, oggi in via di resurrezione.
Non crediamo che sia stata iniziativa personale del capo del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria la decisione di bloccare per sempre i miei incontri con persone interessate alla ricerca storica ed all’affermazione della verità.
Non lo crediamo perché la motivazione del rifiuto, opposto il 10 agosto 2010, al rappresentante di una casa editrice che aveva pubblicato un libro-intervista al generale Gianadelio Maletti sulla strage di piazza Fontana, recita testualmente che essa “verterebbe su temi interferenti su procedure giudiziarie”.
All’epoca le “procedure giudiziarie” in corso erano quelle sulla strage di Brescia del 28 maggio 1974 e quella sulla strage di piazza Fontana a Milano.
Non crediamo che la procura della Repubblica di Brescia avesse interesse a bloccare una mia intervista (e tutti gli incontri successivi) sulla strage di piazza Fontana.
Rimane la constatazione che lo Stato, nelle sue articolazioni giudiziaria e penitenziaria, si preoccupa perfino di impedire a chi scrive di esprimere i suoi convincimenti sulla “guerra a bassa intensità” maturati nel corso della sua attività politica e, in seguito, sulle ricerche storiche condotte in oltre trentennio di precaria ed osteggiata vita carceraria.
È un dettaglio, certo, che illumina i metodi e le finalità di uno Stato che dall’emergere della verità ha tutto da temere.
Non coinvolgiamo in un generalizzato giudizio di condanna gli elettori, gli iscritti, i militanti ed i dirigenti periferici del Partito democratico, ma è doveroso sottolineare che i dirigenti nazionali di questo partito hanno portato in Senato due dei magistrati che si sono opposti all’inchiesta condotta dal giudice istruttore Guido Salvini: Gerardo D’Ambrosio e Felice Casson.
Da parte di una forza politica che non ha mai lesinato telegrammi, interviste, comunicati stampa per dire che si batterà sempre a favore della verità, è stato un segnale inequivocabile di chi pretende esattamente il contrario: chiudere il capitolo senza alcuna verità, o meglio, con la verità di comodo, quella ufficiale che afferma come in Italia abbia agito contro lo Stato e la democrazia il “terrorismo nero” di marca fascista.
Non spendiamo parole per il centro-destra che in Senato ci ha portato anche Cristano De Eccher, solo per fare un nome.
Credere che la magistratura possa e voglia agire a prescindere dalla politica e, addirittura, contro la politica è un’illusione che non deve più essere alimentata.
Chi ancora volesse crederci, si guardi l’immagine del senatore Felice Casson, che si era spinto fino ad indiziare di reato il giudice istruttore Guido Salvini colpevole di indagare sul conto degli ordinovisti, per vedere quella di una magistratura politicizzata che ha sola ambizione di difendere gli interessi della casta nella quale, poi, puntualmente finisce per confluire.
La verità sulla strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 sulla quale ci sono ormai tutti gli elementi per affermare sul piano storico, preso atto dell’impossibilità di farlo su quello giudiziario, sarà sempre negata dallo Stato e dal regime perché, in caso contrario, avrebbe un effetto domino sugli avvenimenti successivi, mettendo in luce la responsabilità dei vertici politici, militari e di sicurezza insieme a quella dei loro alleati internazionali.
La strage della Banca dell’Agricoltura di Milano ha aperto il capitolo di una sanguinosa stagione, scritto dal potere politico e dai suoi terroristi.
Si illude però questo potere, se pensa di poterci scrivere la parola “fine” con la definitiva proclamazione della sua verità di comodo.
Una “pietra tombale” cade ora sulla pretesa della magistratura italiana di cercare la verità, non su quest’ultima.
Noi, andiamo avanti.

Vincenzo Vinciguerra

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La sede naturale

 

 

 

Opera, 21 giugno 2013

Il 28 maggio 2013, a Brescia, l’ex magistrato ed oggi felicissimo presidente del Senato, Grasso, ha proposto l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta per far luce sulla strage del 28 maggio 1974 in piazza della Loggia e sulle altre da quella di piazza Fontana, a Milano, in avanti.
A Milano, si attende ancora la decisione del giudice istruttore in merito alla riapertura delle indagini sulla strage all’interno della Banca dell’Agricoltura del 12 dicembre 1969, alla quale si oppone strenuamente la procura della Repubblica rappresentata da Grazia Pradella, e da un tale Spataro.
Le parti civili, rappresentate dall’avvocato Federico Sinicato, fanno presenti, fino ad oggi senza alcun risultato, i nuovi elementi che sono emersi negli anni, compreso qualche nome come quello di Ivano Toniolo, ex componente del gruppo di Franco Freda, oggi residente in Angola.
Ma non è Milano la sede naturale del processo per la strage di piazza Fontana, bensì Roma.
A quasi quarantaquattro anni di distanza dall’eccidio, si continua a fingere che l’ideazione e l’organizzazione della strage di piazza Fontana siano maturate fra Venezia e Padova.
Si prosegue, cioè, nella tattica, rivelatasi vincente per lo Stato, del ribaltamento dei ruoli trasformando gli esecutori materiali nelle menti politiche e strategiche che hanno ideato, organizzato e compiuto gli attentati del 12 dicembre 1969.
In realtà, l’operazione stragista di quel mese di dicembre inizia a Milano, alle 16.37, all’interno della Banca dell’Agricoltura e si conclude a Roma con gli attentati alla Banca nazionale del lavoro e all’Altare della Patria.
Nessuno ha mai messo in dubbio che ci sia stato un coordinamento fra gli attentati compiuti a Milano e a Roma, ma nessuno ha mai chiesto la riapertura delle indagini nella Capitale, ancora oggi possibile, perché l’attentato alla Banca nazionale del lavoro si configura come strage anche se ha provocato feriti e non morti.
Inoltre, pur mantenendo un significato pregnante gli indizi a carico di Ivano Toniolo ed altri, è certo che se mai si riuscisse a superare l’interessata opposizione della procura della Repubblica di Milano e a riaprire l’istruttoria sulla strage di piazza Fontana, questa si concluderebbe con un nulla di fatto perché a carico dei nuovi indiziati ci sarebbero solo le dichiarazioni de relato di testimoni dal torbido passato (basti pensare al confidente del Sid Gianni Casalini e all’ordinovista Stimamiglio) che hanno scelto di “parlare” con quasi quarant’anni di ritardo.
La magistratura milanese ha deciso di non credere a Carlo Digilio, il “tecnico delle stragi”, pur di assolvere con formula dubitativa gli ordinovisti in ben due stragi (piazza Fontana e via Fatebenefratelli) e non avrà alcuna difficoltà a liquidare le testimonianze di due confidenti del servizio segreto militare.
Ma la responsabilità degli ordinovisti, se mai provata sul piano giudiziario con una sentenza passata in giudicato, sarebbe poi la verità sulla strage del 12 dicembre 1969?
Lo neghiamo.
Una verità parziale c’è perché la Corte di cassazione ha riconosciuto la penale responsabilità di Franco Freda e Giovanni Ventura nella strage di piazza Fontana, ma il secondo è morto in pace a Buenos Aires (Argentina) e il primo è stato assunto come editorialista dal quotidiano “Libero”.
Come dire: la verità sulle stragi italiane e sulla guerra politica non è solo un problema giudiziario, ma un problema politico ed etico.
Autoingannarsi ed ingannare gli altri fingendo che nuovi processi potrebbero portare alla verità, è in ultima istanza un favore a quel potere criminale che quella guerra e quelle stragi ha provocato.
Riportare il processo per gli attentati del 12 dicembre 1969 a Roma avrebbe un significato che travalica quello giudiziario perché sarebbe il primo riconoscimento che la strategia delle stragi e del terrore non è stata ideata da manovali veneti, ma da persone di ben altro livello inserite nel mondo politico nazionale ed internazionale.
Oggi esistono gli elementi probatori per riaprire il processo a carico del “Fronte nazionale”, ufficialmente costituito il 13 settembre 1968 a Roma, ed ai gruppi ad esso collegati come il “Comitato di resistenza democratica” di Edgardo Sogno, operante dal 1971 in avanti, alle strutture segrete come la “Rosa dei venti”, “l’Anello” e così via.
Perché, se alla base la piramide del terrorismo anticomunista appare confusa, eterogenea, indistinta, risalendo verso il vertice è possibile appurare che questo era ristretto ed omogeneo.
Per restare all’operazione messa in atto nel 1969, è sufficiente ricordare che all’interno del “Fronte nazionale”, agli ordini di Junio Valerio Borghese, sono confluiti sia esponenti del Movimento sociale che di Ordine nuovo ed Avanguardia nazionale.
Non sono ipotesi, sono certezze.
Pino Rauti aveva fatto confluire i suoi uomini all’interno del Msi prima della data ufficiale del rientro (novembre 1969), come prova la presenza, fra gli altri, dell’ordinovista perugino Graziano Gubbini e del mestrino Delfo Zorzi al corso di aggiornamento per dirigenti giovanili del partito, svoltosi a Monte Terminillo (Rieti), il 5 settembre 1969.
La linea di comando di Ordine nuovo parte da Roma (Pino Rauti) e giunge a Venezia e Padova, così che trasformare i subalterni in capi è grottesco oltre che disonesto.
A Venezia e Padova obbedivano, a Roma comandavano.
Avanguardia nazionale, ufficialmente, non esisteva più dal 1965, perché a Stefano Delle Chiaie era stato affidato il compito di agire clandestinamente anche, se non soprattutto, con azioni di infiltrazione e provocazione a sinistra.
Anche il “Caccola” era subalterno a Pino Rauti e Junio Valerio Borghese.
Se poi aggiungiamo che esiste la prova che Borghese aveva progettato un “golpe” per la data del 13-14 dicembre 1969, è inutile chiedersi quale sia stata l’organizzazione che si è assunta il compito di consentire al governo democristiano ed al presidente della Repubblica Giuseppe Saragat di proclamare lo stato di emergenza il 14 dicembre 1969.
Per comprendere quello che sarebbe accaduto il 14 dicembre 1969, a Roma, nel corso della manifestazione nazionale indetta da Giorgio Almirante, è sufficiente vedere quanto si è verificato a Milano il 12 aprile 1973, nel corso di un’altra manifestazione nazionale del Msi, organizzata da Franco Maria Servello, presenti Ignazio La Russa e Francesco Franco detto “Ciccio”, che si è conclusa con la morte dell’agente di Ps Antonio Marino.
Manifestazione nazionale del Msi che doveva seguire la strage sul treno “Torino-Roma” la cui esecuzione era affidata a Nico Azzi, il 7 aprile 1973, reiterando lo stesso, identico schema operativo predisposto per il mese di dicembre del 1969: prima la strage (12 dicembre) poi il suo sfruttamento sanguinoso nel corso di una manifestazione nazionale del Msi (14 dicembre).
Perfino uno dei protagonisti, Giancarlo Rognoni, collega i due fatti, perché ad essere condannato, su delazione di Nico Azzi, per la strage mancata del 7 aprile del 1973 sarà proprio lui che comparirà come imputato per la strage di piazza Fontana anni dopo.
Gianni Casalini rivela di essere stato fra i partecipanti degli attentati ai treni dell’8-9 agosto 1969 insieme a Ivano Toniolo, ma le disattese informazioni fornite da Francesco Donini al Sid indicavano fra i responsabili anche personaggi del gruppo universitario “Nuova caravella”, fondato a Roma da tre “avanguardisti”: Adriano Tilgher, Cesare Perri e Guido Paglia.
Lo stesso Guido Paglia che, secondo la testimonianza di Alfredo Sestili, darà i soldi per la benzina agli “avanguardisti” travestiti da anarchici che devono recarsi al congresso della Federazione anarchica italiana (Fai) il 31 agosto 1969 a Carrara.
Lo stesso Guido Paglia che Stefano Delle Chiaie chiamerà in suo aiuto per convalidare il suo alibi per il pomeriggio del 12 dicembre 1969.
Lo stesso Guido Paglia, nel cui portafoglio sarà ritrovato un appunto contenente indirizzi e numeri telefonici di anarchici del circolo “Bakunin” e un elenco di esplosivi, micce, detonatori redatto da Mario Merlino, il 10 gennaio 1970.
E saranno i fratelli Bruno e Serafino Di Luia a collegare, in via confidenziale, gli attentati dell’ 8-9 agosto 1969 e quelli del 12 dicembre 1969 sui quali dichiarano alla polizia di avere elementi interessanti da rivelare.
Giorgio Almirante, Pino Rauti, Stefano Delle Chiaie, Junio Valerio Borghese hanno sempre vissuto ed agito a Roma, come i loro interlocutori politici e militari e di polizia segreta.
Trasformare in ideatori e promotori i subalterni e i manovali, serve solo a negare l’esistenza di una strategia nazionale ed internazionale che a partire dal 1965 si è sviluppata, con tutti gli aggiornamenti tattici necessari, fino alla fine degli anni Settanta.
L’infiltrazione a sinistra, iniziata nel mese di gennaio del 1966 con l’affissione dei “manifesti cinesi” da parte dei militanti della disciolta “Avanguardia nazionale”, impegnano in un comune e concorde sforzo militanti di destra e uomini dei servizi segreti.
Negli ambienti dei marxisti-leninisti si ritrovano Giuseppe Mancuso, ex partigiano, confidente del Sid che si “lavora” Angelo Gracci da Napoli, mentre Giovanni Ventura conquista la fiducia del suo collega di partito, Alberto Sartori, da Treviso, con l’ausilio di rapporti falsi redatti dall’agente del Sid Guido Giannettini, mentre nello stesso ambiente si colloca Gerard Buillard, agente dell’Aginter Presse e contestualmente del Sid, con il criptonimo “Bill” che conosce i “compagni” padovani Duse e Mario Quaranta.
A Roma, all’interno del movimento studentesco si muovo Serafino Di Luia (Avanguardia nazionale) e Enzo Maria Dantini (Gladio), molto interessati ai gruppi filocinesi.
Sugli anarchici la convergenza è totale: a Milano si concentrano su Giuseppe Pinelli e il circolo “Il Ponte della Ghisolfa”, l’avanguardista Pietro Valpreda e l’ordinovista, confidente del Sid, Gianfranco Bertoli, nonché Nino Sottosanti, legato alla Costituente nazional-rivoluzionaria di Giacomo De Sario, il confidente di polizia Aldo Bonomi e quello della Divisione Affari riservati, Enrico Rovelli, alias “Anna Bolena”.
Ed è interessante notare che Pietro Valpreda la sua attività di “anarchico”, iniziata a Carrara il 31 agosto 1968, la svolge a Milano fino al 29 aprile 1969, quando dopo essere stato interrogato dalla polizia per due giorni in merito agli attentati del 25 aprile abbandona il capoluogo lombardo per trasferirsi a Roma dove, nel mese di giugno, tenta di infiltrarsi senza successo nel circolo “Bakunin” di Veraldo Rossi e, infine, fallito il tentativo, insieme a Mario Merlino decide di istituire un proprio circolo “anarchico”, il “22 marzo”.
A firma anarchica sono diversi attentati compiuti a Roma, ad una matrice anarchica sono attribuiti gli attentati a stragisti del 25 aprile 1969, per i quali saranno condannati Franco Freda e Giovanni Ventura.
L’infiltrazione a sinistra risponde a due necessità: reperire informazioni da passare agli organismi di sicurezza e coinvolgere i militanti di sinistra in atti di violenza, sempre più gravi, che possano giustificare l’azione repressiva dello Stato nei loro confronti.
Non a caso, a capo del Fronte nazionale c’era Junio Valerio Borghese, esperto da sempre in operazione segrete per aver lavorato con i servizi militari italiani, poi con quelli tedeschi e, infine, con quelli americani, affiancato da Pino Rauti che era un mero agente civile del servizio segreto militare.
La strage di piazza Fontana e quelle successive maturano in questo contesto che a Roma, non altrove, ha la sua origine e la sua formazione.
Se processo dovrà esserci, si dovrà svolgere a Roma, sua sede naturale e legittima.
Fino ad oggi, la magistratura italiana è riuscita a nascondere la verità con una strategia della confusione e della moltiplicazione dei colpevoli e dei presunti innocenti.
A Roma, avrebbe agito un’armata Brancaleone guidata da Mario Merlino che avrebbe “incastrato” l’ingenuo “anarchico” Pietro Valpreda.
A Padova, sarebbe stata in azione una “cellula nera” guidata da Franco Freda e Giovanni Ventura.
A Venezia, un gruppo di ordinovisti guidati da Carlo Maria Maggi che avrebbero, per conto proprio, progettato ed eseguito tre stragi (piazza Fontana, via Fatebenefratelli, Brescia), accusa dalla quale sono stati assolti per insufficienza di prove.
Viceversa, perfino sotto il profilo prettamente giuridico avrebbe dovuto esserci un unico processo perché le stragi di piazza Fontana (12 dicembre 1969), del treno Torino-Roma (7 aprile 1973), di via Fatebenfratelli a Milano (17 maggio 1973), Cantagallo (giugno 1973), Brescia (28 maggio 1974), Italicus (4 agosto 1974), Savona (23 novembre 1974) rispondono tutte ad un unico disegno criminoso.
Un processo del genere si potrà fare, a Roma, solo quando esisterà la volontà politica di farlo.
Perchè è la politica che guiderà la magistratura relegata al ruolo di strumento del potere, contro il quale mai ha osato porsi per dare verità e giustizia al Paese.
Un processo ancora impossibile per le sue implicazioni politiche interne ed internazionali, ragion per cui si procede con una tattica attendista in attesa che protagonisti e comprimari, comparse e manovali, burattini e burattinai, muoiano portando i loro segreti nella tomba.
Sarebbe difatti impossibile processare Junio Valerio Borghese senza illuminare le sue amicizie nazionali ed internazionali, politiche, militari e spionistiche.
E Giorgio Almirante? Non sarebbe più possibile diffondere l’immagine del “fondatore della destra moderna”, se si ricostruisse la sua carriera di “doppiogiochista” nella Repubblica sociale italiana e di strumento della Democrazia cristiana nel dopoguerra.
Per tacere del “camerata” Giulio Andreotti, il mancato presidente del Consiglio di Junio Valerio Borghese, nella notte fra il 7 e l’8 dicembre 1970.
Un processo che chiarisse i ruoli di Aldo Moro, Amintore Fanfani, Giuseppe Saragat, Mario Tanassi, Paolo Emilio Taviani, Arnaldo Forlani, per citare alcuni si trasformerebbe in un giudizio sul regime democristiano ed anticomunista, all’Alleanza atlantica, gli Stati Uniti, Francia, Germania, Israele, Spagna, Grecia.
Conviene allora all’Italia giudiziaria e politica, a quella delle pecore e dei codardi continuare a tirare fuori dal cilindro “Il caccola”, “Mago Zurlì” e persino, senza vergogna, “il pantegana” pur di “provare” che c’è stato un “terrorismo nero” ed uno “stragismo fascista” che ha aggredito lo Stato in odio nei confronti della democrazia.
Un processo che provi che sia stato il regime e, con esso, lo Stato ad aggredire e massacrare il popolo italiano, non si può ancora fare?
Attenderemo.

Vincenzo Vinciguerra

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James Tont

 

Opera, 13 maggio 2013

Dopo trentanove anni, la banda di investigatori del “Corriere della sera” capitanata da Paolo Mieli, Ferruccio De Bortoli e Pierluigi Battista ha finalmente trovato la verità sulla strage di Brescia del 28 maggio 1974.
Non se n’è accorto nessuno, ma la geniale investigatrice del “Corriere della sera”, la fida gregaria della banda, Monica Zornetta, ha finalmente indicato con nomi e cognomi gli autori del massacro di piazza della Loggia, fornendo anche brillanti quanto inedite motivazioni.
Sotto lo sguardo vigile di Paolo Mieli, la cui faccia da…luna piena riempie gli schermi televisivi ogni volta che c’è da spiegare la storia italiana dalla fondazione di Roma ad oggi, l’ineffabile Monica ha messo a segno il colpo migliore della sua carriera di investigatrice.
Dopo avermi scritto una lettera, con allegato francobollo prioritario, per farsi rifiutare l’intervista che richiedeva, ricevendo in risposta il solo francobollo, Monica ha trovato un altro (dopo il poliziotto ausiliario Mario Tuti) interlocutore degno di lei e di Paolo Mieli, che per ragioni igenico-sanitarie non nomineremo tanto il suo nome è scritto nell’articolo pubblicato dal quotidiano milanese il 10 aprile scorso.
In sintesi, la verità fornita dall’innominato è questa: la strage di Brescia è stata compiuta per fermare il Mar di Carlo Fumagalli, da Pierluigi Pagliai che era della “Fenice”.
L’innominato, specializzato in furti di scatole di tonno nei supermercati, ha offerto a Monica la verità che lui dice di aver appreso da Nico Azzi, opportunamente defunto, il quale gli aveva confidato che l’autore della strage era stato Pierluigi Pagliai, per pura coincidenza deceduto anche lui nel lontano 1982.
È, questo di chiamare in causa i morti come testimoni ed autori di crimini, un metodo ben noto fra la delinquenza da strapazzo alla ricerca di benemerenze giudiziarie e penitenziarie.
“Er pantegana” ritiene così di fare un figurone dinanzi ai magistrati, ai quali si presenta come ravveduto del suo passato deviante e, contestualmente, dinanzi ai suoi simili ai quali strizza l’occhio per sottolineare la sua astuzia e invitarli a seguire il suo esempio.
L’unica che gli ha creduto è la banda del “Corriere della sera”, di cui Monica è l’investigatrice di punta.
Riferendosi alla morte di Pierlugi Pagliai, Monica difatti scrive che è morto sull’aereo che lo trasportava dalla Bolivia in Italia, e conclude drammaticamente:
“Ed è su quell’aereo che la verità svanisce”.
In realtà Pierluigi Pagliai muore nell’ospedale romano dove era stato ricoverato, ma è un dettaglio di poco conto per la disinvolta Monica che s’illude di far credere agli altri quelle che lei accoglie, senza alcuna riserva, come verità assolute fornite da “er pantegana” e dai suoi colleghi.
Quale verità, infine?
I carabinieri ed il Sid avevano smantellato l’organizzazione del ministero degli Interni, guidata da Carlo Fumagalli (che a “er pantegana” e colleghi versava 80 mila lire a settimana) nella notte fra il 9 e il 10 maggio 1974, quando erano sfuggiti alla cattura i soli Giancarlo Esposti e Gaetano Orlando.
Il 28 maggio 1974, con la strage di Brescia ed il tentativo di far apparire, con un identikit fasullo, Giancarlo Esposti come il suo autore chi dovevano fermare? Quanti erano già in galera da 9 giorni?
Se grottesca è la motivazione, cretinissimo è il tentativo di scagionare gli ordinovisti veneti accusando Pierluigi Pagliai, milanese del gruppo missino-ordinovista “La Fenice”.
Difatti Giancarlo Rognoni, oggi presentato come legato ai servizi segreti, era in strettissimo contatto con Carlo Maria Maggi e agiva con gli ordinovisti veneti fin dal 1969.
Non solo: Pierluigi Pagliai era di casa a Mestre, dove frequentava la palestra di arti marziali nella disponibilità degli ordinovisti e conosceva molto bene Delfo Zorzi.
Se ne ricava che le dichiarazioni del “pantegana” rafforzano, non indeboliscono, il quadro accusatorio nei confronti degli ordinovisti veneti e, in modo specifico, di Carlo Maria Maggi che Giancarlo Rognoni è andato perfino a trovarlo in carcere.
Se si crede a questa versione della verità i responsabili del massacro di Brescia sono sempre e soltanto gli ordinovisti, ai quali dovrebbe a questo punto aggiungersi come imputato anche Giancarlo Rognoni che non risulta defunto.
Monica non lo chiede, ma ostenta di credere alla verità offertagli dal suo interlocutore e, per coerenza, dovrebbe pretendere dalla magistratura bresciana l’incriminazione di Giancarlo Rognoni portando la testimonianza del “pantegana”, perché è vero che il responsabile de “La Fenice” era, il 28 maggio 1974, latitante in Spagna perché accusato da Nico Azzi quale mandante della fallita strage del 7 aprile 1973 sul treno Torino-Roma, ma l’ordine di compiere il massacro di Brescia poteva comunque impartirlo anche da Madrid.
Monica Zornetta e, con lei, Paolo Mieli e la banda del “Corriere della sera” non lo chiedono avvalorando il sospetto che gli articoli hanno solo lo scopo di inquinare quanto già si conosce sulla strage di Brescia e, contestualmente, di favorire la concessione del beneficio della liberazione condizionale all’agente di Pubblica sicurezza Mario Tuti e al suo collega.
Perché, in fondo, facendo la somma di tutte le scempiaggini dette dagli interlocutori di Monica Zornetta e da questa pubblicate sul “Corriere della sera”, se ne ricava che gli unici a trarne beneficio sono “er pantegana” ed il suo collega, non paghi certo di tutto ciò che hanno ottenuto dallo Stato carceriere lavorando anche all’interno dei mandamenti penali di lingua: una leccata ai piedi del maresciallo, una a quelli del direttore, due a quelli del magistrato di sorveglianza.
La lingua non manca ai disinvolti bombaroli di Stato e di regime. Non è solo una responsabilità individuale, quella di Monica Zornetta, perché costei è autorizzata ad agire dalla banda che dirige il quotidiano milanese e che ostenta disprezzo per la verità e per la stessa giornalista che appare nelle vesti di James Tont, e non in quelle di James Bond.
Non si manda allo sbaraglio una giornalista che sarà, poi, al momento opportuno la sola a fare da capro espiatorio mentre il faccione da…luna piena di Paolo Mieli continuerà a riempire gli schermi televisivi.
Con me si è comportata da astutissima faina inviando una lettera, che è pubblicabile in qualsiasi momento, per farsi rifiutare l’intervista, senza perdere il francobollo prioritario, ma ora Monica Zornetta pecca di mancanza di furbizia.
Passi l’intervista ad un truffatore, quella ad un agente di polizia ausiliaria, ma ora perfino quella a “er pantegana” che le rifila una verità che, a prenderla per buona, inchioda gli ordinovisti veneti alle loro responsabilità, con buona pace di chi con le dichiarazioni rese e pubblicate pretendeva di mettere in dubbio quanto è stato accertato fino ad oggi.
La mancanza di rispetto per i vivi da parte di Monica Zornetta, Paolo Mieli e soci è perdonabile anche perché non se ne avverte l’esigenza, visti i personaggi, ma si vuole imporre a costoro almeno quello dei morti?
Domanda che poniamo ai familiari dei caduti di Brescia, silenti ed assenti.
Commemorare, difatti, non basta.

Vincenzo Vinciguerra

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La faida


Opera, 30 novembre 2012 – nuova edizione marzo 2013

 

 

La storia dei rapporti reali fra il Movimento sociale italiano e la Democrazia cristiana non è stata ancora scritta.
Sappiamo però con certezza che questo partito è sorto per volontà ed interesse congiunti dei servizi segreti americani, della Confindustria, del Vaticano e della Democrazia cristiana, che necessitavano di dotarsi di una “guardia bianca” per combattere sul terreno l’apparato paramilitare ed attivistico del Partito comunista.
Ci è noto anche che, fino alle elezioni politiche del 18 aprile 1948, il Movimento sociale ha assolto con scrupolo il suo dovere di ascaro nei confronti della Democrazia cristiana con i cui dirigenti e militanti ha partecipato alla campagna elettorale, a scontri fisici con i comunisti, coniando lo slogan: “Chi vota per la Dc vota bene, chi vota Msi vota meglio”.
In realtà, come testimonierà Gianni Roberti, responsabile nazionale della Cisnal, il 18 aprile 1948 perfino all’interno delle loro famiglie i missini dividono i voti fra Dc e il loro partito, perché l’ordine perentorio è contribuire al trionfo democristiano anche a costo di rinunciare ad un consistente numero di voti.
Dopo, anche a causa degli scontri all’interno del Movimento sociale fra coloro che ingenuamente credono che il partito voglia effettivamente essere l’erede ideale della Repubblica sociale italiana e quanti viceversa sanno perfettamente a cosa serva, fra i dirigenti nazionali del Msi e quelli della Dc ci sono momenti di tensione durante i quali i secondi non si fanno scrupolo di far tintinnare le manette, per ricordare a chi lo avesse dimenticato chi è il padrone.
L’ascaro missino rientra, quindi, rapidamente nei ranghi tanto da ipotizzare, come dirà Filippo Anfuso nel corso di un discorso in Parlamento, di procedere all’autoscioglimento del partito per confluire nella Democrazia cristiana.
Il Msi, però, non riesce a raggiungere risultati elettorali tali da poter sostenere la Democrazia cristiana e, altrettanto, falliscono nell’intento di allargare in modo significativo la loro base elettorale gli altri partiti di destra, Partito liberale e partiti monarchici.
Così, la Democrazia cristiana, soprattutto con il proprio spregiudicato stratega Aldo Moro, si volge a sinistra per avere un alleato in grado di garantire la governabilità varando la politica del centro-sinistra che si propone, anche, di staccare il Psi dal Pci indebolendo quest’ultimo in un modo che si riteneva significativo.
L’obiettivo del centro-sinistra, perseguito con tenacia anche dalla Central intelligence agency, fallisce ma Aldo Moro e buona parte dei dirigenti nazionali democristiani non intendono modificare quello che ritengono un processo ormai irreversibile, così che per la destra italiana e per il Movimento sociale italiano inizia il declino.
La fase discendente di un partito che aveva conosciuto la fase più esaltante con il governo di Fernando Tambroni nella primavera del 1960, è però circoscritta al piano politico ufficiale e pubblico, non a quello riservato e clandestino.
Gli anni Sessanta sono quelli dell’incubazione della preparazione e dell’inizio della “guerra a bassa intensità” che esploderà in tutta la sua violenza negli anni Settanta.
Il Movimento sociale italiano non rimane estraneo alla guerra politica, forte dei suoi legami con i servizi segreti e del controllo sulle formazioni extra-parlamentari della destra estrema, vi partecipa con un ruolo che emerge dalla documentazione storica e, perfino, processuale raccolta in questi anni.
Se nel corso degli anni Cinquanta la presenza di esponenti del Msi è segnalata in organizzazioni che fanno capo direttamente alla Nato, come “pace e libertà”, in seguito anche in quella che verrà denominata “Gladio”, nella quale sarà inserito il fratello del segretario nazionale del Msi, Augusto De Marsanich, è nei primi anni Sessanta che i rapporti fra la Segreteria del Msi e il Sifar si rafforzano con l’azione condotta, contro gli indipendentisti alto-atesini, in Austria dai militanti del Msi, con attentati nel corso dei quali perde la vita anche un ispettore della Gendarmeria austriaca, a Ebensee, il 23 settembre 1963.
Sono uomini del Movimento sociale italiano che, con il direttore de “Il Borghese” e quelli di “Avanguardia nazionale” organizzano l’operazione “manifesti cinesi” promossa dalla Divisioni affari riservati del ministero degli Interni, fra i quali un non meglio identificato La Morte, come indicato personalmente dal “Caccola”.
E’ il segretario nazionale del Msi, Giorgio Almirante, che organizza la manifestazione del 14 dicembre 1969, a Roma, dalla degenrazione della quale deve scaturire il pretesto per il presidente del Consiglio, Mariano Rumor, per proclamare lo “stato di emergenza”.
E’ dirigente del Movimento sociale italiano Pino Rauti, rientrato ufficialmente nel partito nel mese di novembre del 1969, con lo scopo dichiarato di “aprire l’ombrello”, un mese prima della strage di piazza Fontana, a Milano, di cui saranno chiamati a rispondere, insieme agli uomini di Junio Valerio Borghese, Stefano Delle Chiaie e Mario Merlino, Franco Freda, Giovanni Ventura, Carlo Maria Maggi e Carlo Digilio tutti intruppati in Ordine nuovo.
E’ iscritto al Movimento sociale italiano Junio Valerio Borghese, i cui uomini prenderanno parte attiva agli eventi tragici del dicembre 1969.
È iscritto al Movimento sociale italiano Giancarlo Rognoni il cui nome figurerà nell’inchiesta per la strage di piazza Fontana, e sarà poi condannato per la fallita strage sul treno Torino Roma del 7 aprile 1973.
È dirigente provinciale del Msi Giancarlo De Marchi, che sarà arrestato per la preparazione al “golpe” tentato dagli uomini della “Rosa dei venti”.
Non c’è operazione “sporca” e clandestina nella quale non siano presenti gli uomini del Movimento sociale italiano.
Il partito di Giorgio Almirante partecipa anche al “golpe Borghese” del 7-8 dicembre 1970.
Quella notte, difatti, nella sede del Fronte nazionale, a Roma, sono presenti in veste di “osservatori” i dirigenti missini Alberto Pompei e Gaetano La Morte, quest’ultimo componente del comitato centrale del partito.
In Italia non esiste la figura istituzionale dell’ “osservatore” di “golpe”, quindi la magistratura avrebbe dovuto incriminare i due esponenti missini per concorso nell’operazione “Tora tora”, ma non lo farà perché non ritiene di dover coinvolgere nelle indagini su un presunto “colpo di Stato” i componenti di un partito rappresentato in Parlamento che, per i golpisti, bombaroli e stragisti funziona come un ombrello sotto il quale ripararsi, secondo l’appropriata definizione di Pino Rauti.
Non basta perché Giulio Andreotti, che da quel “golpe” avrebbe dovuto uscire come presidente del Consiglio della nuova Italia, verrà meno alla leggendaria e mafiosa omertà democristiana scrivendo, in un suo libro, che fu proprio Giorgio Almirante a far fallire il “golpe Borghese” telefonando a tarda sera, il 7 dicembre 1970, al ministro degli Interni Franco Restivo per sincerarsi della sua partecipazione, ed innescando in questo modo il processo che poche ore dopo porterà all’ordine di smobilitazione e di ritirata dei “golpisti”.
Nel 1971 e, poi, nel 1972 le sorti politiche ed elettorali del Movimento sociale si risollevano mentre, all’interno della Democrazia cristiana, si dibatte e ci si scontra sulla linea politica da adottare, se ritornare al centro-destra, se proseguire con la formula del centro-sinistra, se risolvere il problema rappresentato dalla costante avanzata elettorale del Pci con le “maniere forti” o con la corruzione politica sviluppando quella che Aldo Moro, già nel mese di gennaio del 1969, aveva chiamato “la strategia dell’attenzione”.
Lo scontro all’interno del partito di maggioranza relativa è durissimo come si può agevolmente evincere da un’annotazione, nel proprio diario, del segretario generale della Nato, il liberale Manlio Brosio, alla data del 17 novembre 1970:
“Manzini è pure preoccupato dall’avanzata comunista in Italia. Vorrebbe vedermi. “Che cosa si può fare?” Gli domando. “Spaccare la Democrazia cristiana” mi risponde. Ma dove e come? Rischia di essere un’operazione a favore e non contro i socialisti e le sinistre”.
Mentre nei più alti livelli nazionali ed internazionali si discute cosa fare della Democrazia cristiana, le fortune elettorali del partito di Giorgio Almirante si risollevano ma, contesualmente, inizia una manovra che sembra avere per obiettivo più quest’ultimo che il partito.
E’ impossibile, allo stato, avanzare ipotesi sugli ambienti politici e gli uomini che dalla primavera del 1971 iniziano un attacco personale a Giorgio Almirante, in apparenza inspiegabile perché il Msi rappresenta una forza parlamentare anticomunista che, sebbene non ritenuta meritevole di essere associata ad una maggioranza governativa, può riprendere il ruolo di ascaro al servizio del partito di  maggioranza.
Non sappiamo se l’obiettivo fosse solo la persona di Giorgio Almirante e non il partito. Se, cioè, qualcuno abbia cercato di scalzare lui dalla segreteria nazionale del Msi con un’operazione coordinata dall’interno e dall’esterno del partito.
Possiamo pensare che il rifiuto di Giorgio Almirante di abbandonare le forme esteriori di un fascismo che pure non gli apparteneva, per timore di perdere consensi elettorali, trasformando il Movimento sociale in un partito di destra rispettabile, se non antifascista almeno a-fascista, possa essere stato, insieme ad altri fattori, l’elemento scatenante dell’attacco che, comunque, produrrà i suoi effetti perchè sarà proprio il segretario “estremista” a fare del partito una forza di “destra nazionale” e a collocarci ai vertici gli anitifascisti e badogliani Gino Birindelli e Alfredo Covelli
Ma ci fermiamo qui perché la dietrologia non ci appartiene. Preferiamo valutare i fatti, e questi ci dicono che il 17 marzo 1971 il quotidiano paracomunista “Paese sera” annuncia per primo che è in corso un’operazione di polizia contro persone accusate di insurrezione armata contro i poteri dello Stato.
È l’inizio dell’inchiesta sul “golpe Borghese” del 7-8 dicembre 1970, il cui fallimento è dovuto a Giorgio Almirante, secondo le accuse a posteriori di Giulio Andreotti.
Il 13 giigno 1971 in Sicilia ed in altri capoluoghi di provincia si svolgono le elezioni regionali ed amministrative che segnano un successo elettorale del Msi.
Il 16 giugno 1971 la procura della Repubblica di Spoleto inizia un’azione giudiziaria contro Giorgio Almirante e i dirigenti nazionali del Msi per “attentato alla Costituzione” e “tentata ricostituzione del Pnf”.
Il 21 giugno 1971, ad Arezzo, patria di Licio Gelli, fedele e fidato subalterno di Giulio Andreotti, per mirabile coincidenza viene ritrovato il testo del bando con il quale i governo della Repubblica sociale italiana annunciava che renitenti alla leva e disertori sarebbero stati condannati a morte, firmato da Giorgio Almirante nella sua veste di funzionario del ministero della Cultura popolare.
Il 14 luglio 1971, è nominato procuratore generale a Milano Luigi Bianchi d’Espinosa, il quale non fa mistero di vole procedere contro lo stesso Almirante e i componenti della direzione nazionale del Msi per “tentata ricostituzione del Partito nazionale fascista”.
Almirante reagisce.
Ce lo conferma una nota informativa del ministero degli Interni del 6 dicembre 1971, proveniente da “qualificata fonte ambientale”, che afferma che “Almirante ha parlato dell’inchiesta della Procura generale di Milano contro il Msi, per il reato di riorganizzazione del Pnf, e ha dato lettura di due note informative, contenenti gravi rivelazioni sui precedenti e le condotte private dei magistrati milanesi Bianchi D’Espinosa e Sinagra, affermando di aver avuto tali informazioni dai “servizi segreti dello Stato”, i quali si sarebbero schierati con il Msi in contrapposizione ad una congiura contro il partito dal governo Colombo, attraverso il ministero degli Interni…”
Giorgio Almirante è, quindi, sicuro che contro di lui ed il Msi sia in corso una “congiura” che vede come promotori il presidente del Consiglio Emilio Colombo ed il ministero degli Interni, ai quali si contrappongono i servizi segreti militari che lo sostengono e lo proteggono.
Il segretario nazionale del Msi non millanta, in questo caso, credito perché l’8 ottobre 1982 il tenente colonnello Antonio Viezzer confermerà a Tina Anselmi che “Labruna e il maresciallo Esposito hanno messo bombe nelle sedi del Msi per favorire il Msi nel 1972″, ovvero nel corso della campagna elettorale nella primavera di quell’anno.
Del resto, a dare credito ad una nota dell’ambasciata americana a Roma del 17 marzo 1971, l’inchiesta sul “golpe Borghese” prende di sorpresa i vertici militari e dell’Arma dei carabinieri confermando che il suo avvio è stato deciso in sede esclusivamente politica per motivazioni che attengono allo scontro fra forze politiche inserite nel medesimo schieramento anticomunista:
“La motivazione politica di tale “indagine” – scrivono i funzionari dell’ambasciata americana in un rapporto inviato al Dipartimento di Stato – è confermata dal fatto che gli organismi di sicurezza del governo che normalmente sarebbero stati coinvolti come i carabinieri avrebbero preso inizialmente dell’indagine attraverso gli articoli del giornale comunista. Come era da prevedersi sono furiosi come lo sono i principali leader delle Forze armate…”.
Visti i presupposti, la controffensiva almirantiana non produce gli effetti sperati se è vero che, il 10 gennaio 1972, all’inaugurazione dell’anno giudiziario, il procuratore generale di Milano, Luigi Bianchi D’Espinosa nel corso del suo intervento richiama i magistrati all’impegno antifascista:
“Il nostro sistema giudiziario – dice – impone a qualsiasi magistrato di operare in maniera antifascista. Non per libera scelta ideologica ma per dovere di lealtà al giuramento”.
E’ difficile credere che un alto magistrato come Luigi Bianchi D’Espinosa che ha consolidato la sua carriera facendo il pubblico accusatore, negli anni dell’immediato dopoguerra, nelle Corti di assise straordinarie contro i fascisti possa scambiare Giorgio Almirante e il Msi, rispettivamente, come fascista ed organizzazione finalizzata a ricostituire il Partito nazionale fascista.
Anche Oscar Luigi Scalfaro ha chiesto ed ottenuto la fucilazione di fascisti nel 1945 come pubblico ministero a Novara ma non ha mai scambiato il Msi per un partito fascista, e con i presunti eredi della Repubblica sociale è sempre stato in ottimi rapporti provati anche da sostegno che gli hanno dato per essere eletto presidente della Repubblica.
L’uso dell’arma giudiziaria contro i nemici politici è una prerogativa del potere democristiano, così che non pare avere torto Giorgio Almirante a ritenere che l’azione giudiziaria sia dettata da motivazioni politiche.
Il 1972, che inizia con l’esplicita dichiarazione di guerra dli Luigi Bianchi D’Espinosa è un anno nefasto per Giorgio Almirante.
Il 5 febbraio 1972, il Tribunale di Reggio Emilia riconosce come autentico il bando del 17 maggio 1944, firmato da Giorgio Almirante, con il quale si preannunciava la condanna a morte per i disertori e i renitenti alla leva delle Forze armate della Rsi.
Il 17 febbraio 1972 si costituisce il governo presieduto da Giulio Andreotti e, significativamente, il giorno successivo, 18 febbraio, a Milano, viene formalizzata l’istruttoria a carico di Giorgio Almirante e dei componenti della direzione nazionale del Movimento sociale italiano per “tentata ricostituzione del Pnf”.
Il 4 marzo 1972, è tratto in arresto Pino Rauti, accusato da Marco Pozzan sollecitato da Franco Freda di aver preso parte alla riunione svoltasi a Padova il 18 aprile 1969, nel corso della quale si decisero gli attentati alla Fiera campionaria ed alla stazione ferroviaria di Milano, compiuti il 25 aprile, con l’intento di provocare una strage attribuita agli anarchici.
L’arresto di Pino Rauti suona come un avvertimento alla persona, pronta a scaricare i subalterni, agli ambienti militari e spionistici di cui è parte integrante ma anche a Giorgio Almirante, promotore della manifestazione del 14 dicembre 1969, che ora ha l’ex capo di “Ordine nuovo” inserito nella direzione nazionale del suo partito.
E’ il Movimento sociale italiano che entra, con Pino Rauti, ufficialmente nell’inchiesta su piazza Fontana, chiamato in causa dai manovali padovani terrorizzati dall’idea di una condanna all’ergastolo inflitta a loro, e solo a loro.
A rafforzare la tesi della congiura giunge anche un appunto redatto dal Sid sulle attività delle Squadre d’azione Mussolini (Sam), nel quale scrive:
“La questione delle Sam costituirebbe un terzo episodio, in ordine di tempo, di un medesimo “disegno politico” volto a danneggiare il MSI (gli altri due dovrebbero essere rappresentati dalle indagini sul Fronte nazionale e sulla presunta ricostituzione del partito fascista); – il responsabile di tale “disegno”, sebbene non ancora individuato, dovrebbe ricercarsi in un esponente del Psdi, con il quale elementi del gruppo Sam avrebbero avuto dei contatti”.
Non c’è traccia di “comunisti” e “toghe rosse”.
Giorgio Almirante puntava l’indice contro il presidente democristiano, Emilio Colombo, e il ministero degl Interni; il Sid indica in un esponente del partito di Giuseppe Saragat il promotore di un “disegno politico” contro il Msi, da portare avanti con attentati compiuti dalle Sam e per via giudiziaria sfruttando le inchieste sul “golpe Borghese” e sulla “tentata ricostituzione del Pnf”.
La nota del Sid risale al 28 febbraio 1972, ma dal 4 marzo a queste due inchieste c’è da aggiungere anche quella sulla strage di piazza Fontana.
Si delinea, in questo modo, non una battaglia ideologica fra schieramenti contrapposti, ma una faida all’interno del mondo politico anticomunista che vede le fazioni che lo compongono scontrarsi utilizzando i mezzi della provocazione e dell’azione giudiziaria.
Il 31 maggio 1972, a Peteano di Sagrado è compiuto il primo e unico atto di spontaneismo armato, dal 25 aprile 1945, di matrice fascista, contro un Corpo armato e di polizia dello Stato, l’Arma dei carabinieri.
Nell’agguato, compiuto con un’autobomba, muoiono tre militi e rimane gravemente ferito un ufficiale.
Il 3 giugno 1972, l’organo di stampa del Msi, “Il Secolo d’Italia”, intitola l’articolo dedicato all’attentato “È un altro delitto delle Brigate rosse”.
Il giorno successivo, 4 giugno, a Firenze, Giorgio Almirante non esita a dichiarare:
“Sento il dovere e il diritto di manifestare la piena solidarietà alle forze dell’ordine e tutte le forze armate. La sfida lanciata dall’altra parte noi, per ora, la raccogliamo così, schierandoci moralmente e politicamente al loro fianco. Ma se il governo continuerà a venir meno alla sua funzione di Stato, noi siamo pronti a surrogare lo Stato. Queste non sono parole e invito i nostri avversari a non considerarle tali….I nostri giovani devono prepararsi allo scontro frontale con i comunisti e, siccome una volta sono stato frainteso e ora desidero evitarlo, voglio sottolineare che quando dico scontro frontale intendo scontro fisico”.
Parole gravissime che Almirante si sente autorizzato a pronunciare perché dettate dalla solidarietà con l’Arma dei carabinieri duramente colpita a Peteano di Sagrado.
Per il segretario nazionale del Msi non ci sono dubbi sulla matrice “rossa” di quell’attentato perché nessuno a destra, secondo lui, potrebbe colpire i carabinieri presentati nel 1946 alla stregua di “camerati” che proteggono ed affiancano i “giovani nazionali”.
Nessuno, secondo Giorgio Almirante, ricorda che furono proprio i carabinieri, nella pineta di Fregene, nella notte fra il 22 e il 23 agosto 1943 ad uccidere con un colpo alla nuca l’ufficiale più decorato delle Forze armate, Ettore Muti, il primo fascista a cadere, il primo omicidio di Stato della rinascente democrazia.
Nessuno, secondo il segretario nazionale del Msi, nel 1972 poteva più ricordare la “personale avversione” nutrita da Benito Mussolini nei confronti dei reali carabinieri pronti ad ucciderlo per non lasciarlo in mano ai tedeschi, se non fosse intervenuto l’ordine contrario del capo della polizia, Carmine Senise.
Per Giorgio Almirante, la memoria storica dei giovani nati e cresciuti nelle federazioni del Msi è inesistente. Dietro l’apparenza dei saluti romani e dei pellegrinaggi annuali a Predappio c’è l’oblio di un passato che nessuno osa più ricordare.
L’eco delle delazioni che dal Veneto al Friuli, ora per incassare la taglia di 30 milioni, ora per prendere le distanze dall’attentato e condannarlo, non giunge fino a Giorgio Almirante neanche quando divengono di pubblico dominio come quella attuata dai confidenti del Sid, Giovanni Ventura e Franco Freda, nei primi giorni di luglio 1972.
Il segretario nazionale del Msi è impegnato a fronteggiare l’attacco politico e giudiziario al quale è sottoposto, senza peraltro riuscire ad arginarlo.
Il 7 giugno 1972, difatti, il procuratore generale di Milano, Luigi Bianchi D’Espinosa invia alla Camera dei deputati la richiesta di autorizzazione a procedere contro Giorgio Almirante per “tentata ricostituzione del Pnf”.
Bianchi D’Espinosa muore il 25 giugno 1972, ma l’inchiesta non si arresta e, il 1° luglio, la Procura generale di Milano trasmette alla Camera dei deputati la documentazione relativa alla richiesta di autorizzazione a procedere bei confronti di Giorgio Almirante.
Il 6 ottobre 1972, all’aeroporto di Ronchi dei Legionari Ivano Boccaccio tenta di dirottare un aereo civile delle linee aeree interne per ottenere un riscatto di duecento milioni di lire a titolo di autofinanziamento.
Non disposto a mettere a repentaglio la vita dei pochi passeggeri, Ivano li fa scendere e non si rende conto che i piloti riescono a fuggire da una finestra apribile all’interno della cabina di pilotaggio, la cui esistenza era stata tenuta segreta, così che rimane solo all’interno dell’aereo.
A questo punto, dopo avergli intimato inutilmente la resa, alcune centinaia fra agenti di Ps e carabinieri assaltano l’aereo fermo sulla pista.
Ivano si difende lanciando una bomba a mano che provoca la ritirata fulminea degli attaccanti, meno due che riescono a nascondersi sotto l’ala dell’aereo da dove sparano contro Ivano Boccaccio ben visibile all’interno della cabina di pilotaggio, che risponde al fuoco ma viene raggiunto da un colpo di mitra alla tempia che ne provoca l’immediato decesso.
Seguo via radio quanto accade e comprendo subito che il silenzio di Ivano Boccaccio è dovuto alla sua morte.
Rimando a casa i due elementi che erano con me, mai identificati con buona pace dello scopritore del nulla Felice Casson, e accompagno Carlo Cicuttini a Padova dove incontro Massimiliano Fachini che, informato brevemente dell’accaduto, lo accompagna a Roma da Paolo Signorelli che, a sua volta, lo indirizza a Mauro Meli a Genova, che gli fornisce le indicazioni per recarsi in Spagna, a Barcellona.
Il 7 ottobre 1972, quindi, Paolo Signorelli informa Pino Rauti in merito al dirottamento aereo e all’attentato di Peteano di Sagrado. Mi dirà successivamente che “a Pino sono venuti i capelli grigi”, e sarà quest’ultimo ad informare Giorgio Almirante.
A questo punto, il segretario nazionale del Msi si trova gravato da quattro inchieste, rispettivamente relative al Fronte nazionale e al “golpe Borghese”; alla “tentata ricostituzione del Partito nazionale fascista”; alla strage di piazza Fontana ed ora all’attentato di Peteano di Sagrado.
Quest’ultima potrà avere effetti devastanti sull’immagine del partito sia per l’obiettivo (i carabinieri) sia perché non presenta margini di difesa visto che chi ha attirato i carabinieri nella trappola con una telefonata, è Carlo Cicuttini, segretario del Msi di Manzano del Friuli che, se arrestato, sarà inchiodato alle proprie responsabilità da una perizia fonica.
Giorgio Almirante è fermamente convinto fin dall’estate del 1971 che da ambienti politici democristiani e socialdemocratici sia in atto un’operazione contro la sua persona ed il suo partito.
Non ha alcun elemento che possa indurlo a credere che l’attentato di Peteano sia frutto di un’azione spontanea, decisa al di fuori di ogni logica di gruppo ed organizzazione con finalità diverse da quelle di un attacco militare allo Stato.
Nella logica di un burattino, è normale che si ritenga certa l’esistenza di burattinai in qualsiasi evento politico di una certa rilevanza, quindi Giorgio Almirante si convince che l’attentato di Peteano s’inquadra nell’ambito della congiura contro di lui ed il partito.
A questo punto decide di compiere una mossa spregiudicata: chiedere un incontro segretissimo con il segretario nazionale della Dc, Arnaldo Forlani, per rivelargli quanto sa e chiedere il suo aiuto dinanzi ad un attacco che potrebbe coinvolgere anche ampi settori della Democrazia cristiana.
L’incontro avviene nella seconda metà del mese di ottobre del 1972.
Il 18 aprile 1997, Arnaldo Forlani riferisce alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e le stragi sul contenuto di quel colloquio:
“Essendo la mia disponibilità totale e la mia franchezza assoluta, voglio dire che allora rimasi ancora più preoccupato da quanto mi fu detto riservatamente dal segretario del Movimento sociale italiano, Almirante, che volle un incontro con me in un appartamento del centro di Roma, a casa di un suo amico. M’impressionò molto quello che mi disse Giorgio Almirante: era molto preoccupato, voleva avvertire me e, attraverso di me altri esponenti della vita politica nazionale, che una serie di movimenti che si stavano verificando nel paese e tentativi vari di gruppi antisistemici e di destra sfuggivano completamente alle sue possibilità di controllo: e non solo: si ponevano in antitesi con la sua posizione e aggiunse che avremmo commesso tutti un errore madornale nel ritenere che ci fosse qualche collegamento fra questi fenomeni e la posizione complessiva, strategica, programmatica e di linea politica del Movimento sociale italiano che poi in quel periodo era diventato Destra nazionale”.
Dopo i falliti “colpi di Stato” istituzionali del 12-14 dicembre 1969 e del 7-8 dicembre 1970, le conseguenze che potrebbero derivare al Movimento sociale italiano ed alla sua leadership politica dall’incertezza che si è determinata sulle tattiche da seguire per risolvere il caso italiano, convincono Giorgio Almirante che è giunto il momento di prendere ufficialmente le distanze dal principe Junio Valerio Borghese e da quanti ritengono di poter risolvere la situazione italiana con il concorso congiunto di forze politiche e militari.
La presenza di un missino fra gli attentatori del 31 maggio 1972, a Peteano di Sagrado, quando scoperta, potrebbe scardinare ogni possibilità di difesa del partito anche in relazione alle inchieste nelle quali sono coinvolti altri suoi dirigenti, come Pino Rauti, ed iscritti, come lo stesso Junio Valerio Borghese.
L’erroneo convincimento che l’attentato contro i carabinieri del 31 maggio 1972 sia un gesto di provocazione contro il Msi e la sua persona, induce Giorgio Almirante a rivelare al segretario nazionale della Democrazia cristiana, Arnaldo Forlani, quanto sa anche in merito ai rapporti che intercorrono fra gli esponenti dell’ala “dura” della destra italiana e quelli della Dc e di altri partiti anticomunisti, nonché sui loro rapporti internazionali.
Quella di Giorgio Almirante è una difesa preventiva che si propone di coinvolgere altri uomini ed altri settori dell’anticomunismo che rischiano di essere scavalcati dall’azione degli oltranzisti atlantici.
Il messaggio e le rivelazioni di Giorgio Almirante che, certo, non si è fatto scrupolo di tacere i nomi dei principali congiurati a destra come nella Democrazia cristiana e nel Partito socialdemocratico, generano l’inizio di una guerra senza esclusione di colpi all’interno del partito di maggioranza relativa e di tutto lo schieramento anticomunista.
Non è un’opinione.
E’ proprio il segretario nazionale della Dc, l’uomo che ha raccolto l’atto di accusa di Giorgio Almirante, Arnaldo Forlani a dichiarare ufficialmente la guerra a quanti si sono illusi di poter agire all’insaputa e contro la volontà dei vertici della Democrazia cristiana.
Il 5 novembre 1972, a La Spezia, sede storica della Decima flottiglia Mas, Arnaldo Forlani pronuncia in pubblico un discorso che segna l’inizio di un biennio tragico per la storia italiana:
“E’ stato operato il tentativo forse più pericoloso che la destra reazionaria abbia tentato e portato avanti dalla Liberazione ad oggi….Questo tentativo disgregante, – dice Forlani – che è stato portato avanti con una trama che ha radici organizzative e finanziarie consistenti, che ha trovato delle solidarietà probabilmente non soltanto di ordine interno ma anche in ordine internazionale; questo tentativo non è finito: noi sappiamo in modo documentato che questo tentativo è ancora in corso”.
In effetti, i pretoriani della Nato non hanno desistito dal loro tentativo di bloccare l’avanzata comunista con una soluzione autoritaria perché, come denuncia Forlani, esso è ancora in corso e continuerà ad esserlo almeno fino all’autunno del 1974.
Se la sede scelta per la denuncia di Arnaldo Forlani, La Spezia, chiama esplicitamente in causa il principe Junio Valerio Borghese, comandante della Decima flottiglia mas, ed i suoi contatti internazionali con la Central intelligence agency rappresentata da James Jesus Angleton e dai servizi segreti israeliani, qualche altro si preoccupa di tirare in ballo l’alter ego di Borghese in Italia, Giulio Andreotti.
Il 14 e 15 novembre 1972, a Roma, perviene a numerosi parlamentari copia di un documento intitolato “All’insegna della trama nera” che, ovviamente, attira subito l’attenzione del servizio segreto militare.
Il 22 novembre, il responsabile del Ccs di Napoli, Francesco Pezzino, scrive al generale Gianadelio Maletti, responsabile dell’ufficio “D” (sicurezza interna) del Sid che il possibile autore del documento potrebbe identificarsi in Francesco Cossiga.
Due giorni più tardi, il 24 novembre, il Sid commenta:
“Il documento a causa dello stile in cui è redatto e dei particolari tecnici che vi sono riportati, non è opera di uno sprovveduto (o di un gruppo di sprovveduti) ma di gente ben informata e notevolmente sensibile al gioco della “guerra politica” che segretamente si combatte in seno ai partiti”.
Guerra alla quale prendono parte i “corpi separati” dello Stato, come provano le iniziative assunte dal Sid, in concorso con l’arma dei carabinieri, nei primi giorni del mese di novembre del 1972.
Una provvidenziale “fuga di notizie” permette, il 7 novembre 1972, al giornale “Lotta continua” di pubblicare un articoli intitolato “Trento, 18 gennaio 1971: la polizia organizza un attentato destinato a fare un massacro”, nel quale scrive:
“Siamo a conoscenza che esiste un rapporto segreto del Sid sulla bomba al Tribunale nel quale è scritto che l’inchiesta era stata condotta fino al punto che ci si era resi conto che l’attentato era stato organizzato “da altro corpo di polizia”, per cui si era ritenuto opportuno interrompere le indagini”.
Il giorno successivo, 8 novembre 1972, tre giorni dopo che il segretario nazionale della Democrazia cristiana, Arnaldo Forlani, ha denunciato il tentativo “disgregante” portato avanti dalla “destra reazionaria”, il colonnello Dino Mingarelli, comandante della Legione dei carabinieri di Udine, è obbligato a redigere un rapporto nel quale esclude, con riferimento alle dichiarazioni accusatorie formulate a più riprese da Giovanni Ventura, ogni responsabilità dei militanti di Ordine nuovo friulani nell’attentato del 31 maggio 1972, a Peteano di Sagrado, e ventila l’ipotesi di una “pista gialla”, quella cioè della malavita comune.
Il segretario del Msi Giorgio Almirante ora può tirare un sospiro di sollievo.
Il 10 novembre 1972, a Camerino, i carabinieri rinvengono un arsenale di armi e munizioni, oltre ad un codice cifrato.
Il giorno dopo, 11 novembre, il giornalista Guido Paglia, su “Il resto del Carlino” nell’articolo intitolato “Scoperto nelle Marche un arsenale per terroristi. Indagini a Roma fra i maoisti hanno permesso di individuare il deposito”, scrive che i documenti trovati nel deposito di Camerino “sembra che provino inoppugnabilmente l’attività eversiva e paramilitare di alcuni gruppi estremisti di sinistra”.
Nel breve volgere si tre giorni, il Sid riesce ad accusare la polizia di Trento di aver organizzato una mancata strage a Trento, il 18 gennaio 1971; a bloccare le indagini sulla pista politica, la sola percorribile, per l’attentato di Peteano di Sagrado neutralizzando l’attività delatoria dei confidenti Franco Freda e Giovanni Ventura; e a portare a termine l’operazione della “scoperta” del deposito di armi a Camerino, che doveva effettuare il 7 ottobre 1972 ma che era stata rinviata a causa del dirottamento aereo di Ronchi dei Legionari, avvenuto il 6 ottobre.
La “guerra politica” non è in corso solo fra i partiti ma coinvolge tutto l’apparato politico e militare anticomunista avviandosi, dopo il discorso di Arbado Forlani a La Spezia del 5 novembre 1972, a divenire guerra fratricida di tutti contro tutti
Difatti, non poteva non scendere in campo anche Mario Tedeschi, direttore della rivista “Il Borghese”, ex sergente della Decima mas e, dal 1946, confidente dei servizi segreti civili, che pubblica, sotto il titolo “All’insegna della trama nera” il documento anonimo, nel quale è scritto:
“Le recenti dichiarazioni del segretario Dc Forlani…non erano indirizzate contro la destra. Forlani difatti si è affrettato a distinguere fra la destra politica ufficiale e i gruppi sovversivi. Egli voleva colpire questi ultimi…Così facendo, Forlani ha voluto mettere sull’avviso il Presidente del Consiglio. Infatti, in seguito a ripetute segnalazioni dell’on. Rumor al vertice della Democrazia cristiana si è ormai certi che l’on. Andreotti sia da lungo tempo invischiato, per il tramite di alcuni fiduciari, con ambienti della destra extra-parlamentare.
L’on. Andreotti che è stato per lungo tempo ministro della Difesa…si è sempre servito per i suoi fini personali del Servizio segreto; o meglio, di alcuni uomini all’interno del servizio. In particolare, questi uomini fanno capo al colonnello Jucci (che) ha stabilito rapporti con il mondo della destra extra-parlamentare grazie alla collaborazione di un altro elemento del Sid: il colonnello Vicini.
Questo colonnello, fino a poco tempo fa, comandava il reparto guastatori che si addestra in Sardegna ed ha disponibilità illimitate di esplosivo. Si noterà a questo proposito che in tutti i casi di attentati con matrice di destra l’esplosivo non è risultato quanto mai rubato…Il motivo è chiaro: il materiale alla destra veniva fornito dal Vicini, d’accordo con lo Jucci che, per conto del suo padrone Andreotti voleva alimentare il sovversivismo di destra…”
La pubblicazione del documento che nessun giornale, tantomeno quelli facenti capo al Partito comunista o a “Lotta continua” ha osato fare, appare come una risposta dei servizi segreti civili del ministero degli Interni, diretto da Umberto Federico D’Amato, amico personale di Mario Tedeschi, ai “cugini” del Sid ed ai loro protettori politici.
Il redattore del documento che, il 6 dicembre 1972, il Sid ritiene di aver identificato nel giornalista de “Il Corriere della sera” nonché confidente della divisione Affari riservati del ministero degli Interni Alberto Grisolia, rileva che Arnaldo Forlani ha operato una precisa distinzione fra la destra ufficiale, rappresentata da Giorgio Almirante, e i “gruppi sovversivi”, quelli che il segretario nazionale del Msi ha definito “fuori controllo”; ha attribuito al solo Mariano Rumor (non a Giorgio Almirante il cui incontro con Forlani gli è evidentemente sconosciuto) le accuse contro Giulio Andreotti di essere “invischiato” con ambienti della destra extra-parlamentare; e per la prima volta in assoluto fa riferimento al centro di addestramento per guastatori in Sardegna, a quella base che in anni successivi sarà indicata come in uso alla struttura denominata “Gladio”.
Tradimenti, delazioni segrete, documenti anonimi, le guerre nel torbido mondo politico italiano si fanno anche in questo modo.
Giulio Andreotti sale ora sul banco degli imputati. E deve difendersi.
Il rappresentate del Vaticano in Italia, l’uomo che mai ha perso una messa, che ha sempre recitato il rosario, che si è genuflesso dinanzi ad ogni monsignore, che ha baciato ogni anello cardinalizio, sa che la miglior difesa è l’attacco.
Del “golpe Borghese” che avrebbe dovuto incoronarlo presidente del Consiglio con tutti i poteri derivanti dallo stato di emergenza, Giulio Andreotti conosce tutti i segreti, i nomi ed il ruolo di tutti i “congiurati”, quindi predispone la propria difesa facendo raccogliere al servizio di controspionaggio militare, diretto dal generale Gianadelio Maletti, tutti gli elementi che potrebbero servire per una chiamata in correità rivolta ad uomini politici ed ai vertici delle Forze armate.
Ma non è nello stile di un prete spretato quello di morire come Sansone con tutti i filistei, perché Giulio Andreotti si dota, servendosi del generale Maletti, di un formidabile strumento di ricatto che è, nello stesso tempo, suscettibile di fargli acquisire l’eterna gratitudine di quanti lui vorrà salvare da un’eventuale azione giudiziaria.
Infine, chi potrà ragionevolmente sostenere contro di lui l’accusa di aver promosso il “golpe Borghese” quando potrà dimostrare di essere stato lui, non altri, ad aver ordinato le indagini sui “golpisti” affidati al controspionaggio militare?
Furbo, anzi furbissimo il rappresentante del Vaticano in Italia. La miccia accesa da Giorgio Almirante nell’ottobre del 1972, durante il suo segretissimo incontro con Arnaldo Forlani, brucia in fretta.
Il 16 gennaio 1973, si svolge il primo colloquio debitamente registrato fra il capitano Antonio Labruna, il più stretto collaboratore del generale Gianadelio Maletti, e Remo Orlandini, esponente del Fronte nazionale, il cui patrimonio conoscitivo è quasi alla pari di quello del suo capo, Junio Valerio Borghese.
Sarà solo il primo dei colloqui sul cui contenuto Gianadelio Maletti preparerà, per conto di Giulio Andreotti, il dossier sul “golpe Borghese” del 7-8 dicembre 1970.
Un documento esplosivo nel quale ci sono i nomi e i cognomi di tutta l’Italia che vuole uno Stato forte “contro la sovversione rossa” sotto la guida illuminata di quel Giulio Andreotti che ora li tradisce per difendersi, passare all’offensiva e uscire indenne, anzi addirittura rafforzato da una bufera che finirà per travolgere personaggi come Paolo Emilio Taviani.
La Democrazia cristiana si spacca al vertice. La lotta per il potere fra cattolicissimi e devoti figli di Maria e del Papa è stata sempre feroce, ma era è al coltello.
È Aldo Moro, non Enrico Berlinguer, a scoprire in Italia l’esistenza di un “pericolo fascista”.
Lo stratega cinico e spregiudicato del centro-sinistra, il fautore della “strategia dell’attenzione” nei confronti del Partito comunista compie una mossa strumentale quanto decisiva nella guerra interna alla Democrazia cristiana resuscitando lo spettro di un pericolo inesistente per lo stato ed il regime clerical-stragista.
La mossa di Giorgio Almirante di conferire con Arnaldo Forlani non ha dato, fino ad ora, i frutti sperati perché il 28 aprile 1973 il presidente della Corte costituzionale, Paolo Francesco Bonifacio, e il ministro di Grazia e giustizia, Mario Zagari, esprimono parere favorevole all’applicazione della legge Scelba ai componenti della direzione nazionale del Msi.
Il giorno successivo, 29 aprile, Aldo Moro rincara la dose. In un articolo, a sua firma, pubblicato dal quotidiano “Il Giorno” di Milano, Moro scrive:
“Si è rifatta in questi ultimi tempi evidente la minaccia fascista come per un organico disegno di provocazione rivolto a condizionare le libere scelte del Parlamento italiano. Non c’è dubbio che questo segnale di allarme deve essere preso estremamente sul serio”.
La denuncia di Aldo Moro si fonda sui tragici eventi dell’aprile 1973 che hanno visto il missino Giancarlo Rognoni (ancora oggi spacciato in perfetta malafede come extra-parlamentare di matrice ordinovista) organizzare la strage, fortuitamente fallita per l’imperizia di Nico Azzi, sul treno Torino-Roma il 7 aprile; e la direzione nazionale del Msi organizzare una manifestazione a Milano per la data del 12 aprile 1973, nel corso della quale attivisti missini lanciano bombe a mano contro i cordoni della polizia uccidendo l’agente di Ps Antonio Marino.
E’ la reiterazione testuale del piano già eseguito nel mese di dicembre del 1969, la strage prima (piazza Fontana, 12 dicembre) e la manifestazione nazionale del Msi, a Roma, (14 dicembre) che doveva consentire, innescando sanguinosi incidenti, a Mariano Rumor di proclamare lo stato di emergenza.
In questa occasione, la strage fallisce, uccidono un poliziotto e, per la delazione di un dirigente giovanile del Msi di Milano, fallisce miseramente anche il tentativo di attribuire a provocatori comunisti infiltrati fra i “giovani nazionali” il lancio di bombe a mano contro la polizia.
Aldo Moro sa perfettamente che l’ascaro missino non è in grado di condizionare le “libere scelte” del Parlamento italiano e che non esiste alcun “pericolo fascista”, ma definire in questo modo una minaccia che proviene anche all’interno del suo partito, gli consente di attirarsi le simpatie ed il sostegno del Partito comunista italiano al quale viene strumentalmente molto comodo credere che esista nel Paese una minaccia “fascista” che gli evita di dover denunciare quella, reale,  rappresentata dalla Nato, dall’ambasciata americana, dall’alta finanza, dai vertici delle Forze armate e così via.
Inventare un “fascismo” che non esiste fa comodo a tutti.
In una battaglia italiana, non poteva mancare il traditore di turno. In questo caso, si tratta di Paolo Emilio Taviani, fra i creatori di “Gladio”, ministro della Difesa e degli Interni per anni, ammiratore del Msi, oltranzista atlantico, devoto agli interessi americani, fondatore di un’organizzazione segreta del ministero degli Interni che annovera fra i suoi componenti decine di presunti “terroristi neri”.
Taviani si schiera ora con Aldo Moro nella denuncia del “pericolo fascista”. S’impegna formalmente, in un colloquio con il sostituto procuratore della Repubblica di Roma, Vittorio Occorsio, a sciogliere il Movimento politico Ordine nuovo come un atto politico, un segnale rivolto a coloro che dei Graziani e dei suoi amici si servono.
Ma la prima strage, dopo quella di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, non è provocata dai “fascisti”, ma dalla risposta che ambienti ben più potenti dei missini e gruppi collegati danno al primo dei traditori democristiani, quel Mariano Rumor che come presidente del Consiglio, nel dicembre del 1969 ha disatteso l’impegno di proclamare lo stato di emergenza provocando il fallimento dell’operazione che doveva imporre all’Italia una soluzione autoritaria.
A compiere la strage del 17 maggio 1973, a quasi due anni dalla decisione di eliminare fisicamente Mariano Rumor, è Gianfranco Bertoli, confidente del Sifar-Sid, giunto per l’occasione da Israele dove soggiornava ufficialmente con un documento falso, che avrebbe dovuto uccidere l’esponente mocristiano all’uscita dalla Questura dove aveva partecipato alla commemorazione del commissario di Ps, Luigi Calabresi, con una bomba a mano Ananas, a frammentazione, le cui schegge ben potevano penetrare nella vettura sulla quale si trovava Rumor ed ucciderlo.
Ma Bertoli, per garantirsi una possibilità di fuga ed evitare di essere colpito dalle schegge della sua stessa bomba, la lancia da una distanza eccessiva, così uccide quattro persone, ne ferisce altre 46 e lascia illeso Mariano Rumor.
Arrestato, recita secondo copione la parte dell’anarchico individualista che vuole vendicare Giuseppe Pinelli.
Non ci crede nessuno nei piani alti della politica e delle forze di sicurezza perché quella compiuta da Bertoli era una strage annunciata di cui erano a conoscenza i vertici regionali veneti e nazionali del Pci, quelli del ministro degli Interni e perfino un magistrato della procura della Repubblica di Milano.
Stanno tutti zitti.
La verità la conosce anche Paolo Emilio Taviani? Il sospetto è fondato.
Alla data del 24 agosto 1974, nel suo diario, Taviani annota il contenuto di una conversazione con il capo della polizia Efisio Zanda Loy ed il responsabile dell’Ispettorato antiterrorismo, Emilio Santillo, in merito alla strage del 17 maggio 1973 e di Gianfranco Bertoli sul cui conto scrive:
“I legami con Padova e Mestre sono accertati. A Padova e a Mestre sono di casa gli ordinovisti veneti”.
Dovranno, però, passare più di vent’anni prima che questa verità venga sancita sul piano giudiziario e su quello storico, spezzando il muro di omertà e vanificando i vari tentativi di interferire, a favore degli ordinovisti veneti, del pubblico ministero Felice Casson.
La fondatezza del sospetto è avvalorata, inoltre, dal fatto che il 18 luglio 1973 con un primo rapporto la Questura di Padova inizia l’inchiesta sulla “Rosa dei venti”.
Con raro senso dell’umorismo, lo stesso responsabile dell’Antiterrorismo, questore Emilio Santillo, spiegherà il nome e il simbolo dell’organizzazione con il fatto che è costituita da 20 gruppi fascisti che, poi, diventeranno 24.
In realtà, la Rosa dei venti è il simbolo dell’Alleanza atlantica che di fascismo, di fascista e di fascisti non ha proprio nulla e non ne conta nessuno.
Paolo Emilio Taviani, tornato al dicastero degli Interni il 7 luglio 1973, punta decisamente in alto, non solo sul piano nazionale ma su quello internazionale.
L’inchiesta sulla “Rosa dei venti”, difatti, porterà a sviluppi clamorosi e provocherà reazioni durissimi sulle quali è sempre stato mantenuto il segreto.
Il 13 gennaio 1974, a Verona, è arrestato il maggiore Amos Spiazzi e, contestualmente, è inviata una comunicazione giudiziaria al colonnello Angelo Dominioni.
Il 21 gennaio 1974, i giudici padovani titolari dell’inchiesta sulla “Rosa dei venti” spiccano un mandato di cattura a carico del generale della riserva Francesco Nardella, che si rende irreperibile.
Il 23 gennaio 1974 scatta l’allarme nelle caserme e nelle basi Nato del centro-nord.
Il 26 gennaio 1974, a Roma, si svolge una riunione fra il ministro della Difesa, Mario Tanassi, il direttore del Sid, Vito Miceli, il capo della polizia, Efisio Zanda Loy, il comandante generale dell’Arma dei carabinieri, Enrico Mino, e il questore di Roma.
Il giorno successivo, 27 gennaio, a Moena, dove si trova ospite nella scuola di pubblica sicurezza, Paolo Emilio Taviani registra nel suo diario l’allarme, lanciato nella notte, di un possibile colpo di Stato, che ha comportato il rafforzamento delle misure di sicurezza attorno alla sua persona. E scrive:
“Certo il clima è pesante. Assomiglia a quello del Cile prima dell’avvento di Pinochet”.
Lo stesso 27 gennaio 1974, sotto il titolo mendace “Il generale è un nero”, in un articolo pubblicato dalla rivista “L’Espresso”, il generale Mario Scialoja scrive:
“L’Ufficio di guerra psicologica del comando Ftsae di Verona, che è stato diretto sia dal generale Nardella che dal colonnello Dominioni, lavora in collegamento con la forza Nato americana. È segretamente affiancato da un ufficio studi della Cia le cui attività sono abbastanza misteriose: sembra che fra i suoi compiti vi sia anche quello di studiare le varie strategie psicologiche da usare in caso di colpi di stato, guerre civili, sommosse, controguerriglie. E c’è chi sostiene che in questi ultimi anni una particolare attenzione fosse dedicata allo studio “scientifico” dell’uso della strategia della tensione”.
Dove, come si vede, di “nero” non c’è niente.
Rimane il fatto certo che il 31 gennaio 1974, con una prassi inusuale, è collocato in congedo, senza alcuna motivazione, il capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, generale Vincenzo Lucertini.
È ragionevole, anche per la successione cronologica degli avvenimenti, affermare che il malumore nelle Forze armate sia scaturito dai mandati di cattura a carico del maggiore Amos Spiazzi e del generale Francesco Nardella, oltre che dalla comunicazione giudiziaria inviata al colonnello Angelo Dominioni.
Il timore negli ambienti militari è che l’azione giudiziaria possa comportare sviluppi clamorosi e provocare conseguenze gravissime per le Forze armate e la sicurezza nazionale di cui sono, teoricamente, custodi.
Il primo a parlare è Roberto Cavallaro che, invano, il Sid cerca di screditare affermando che “frequentava le caserme per ragioni omosessuali”, lo segue a ruota Amos Spiazzi.
I due, in concreto, affermano che in esiste in Italia “un’organizzazione di sicurezza interna alle Forze armate, organizzazione che non ha finalità eversive e tanto meno criminose, ma si propone di proteggere le istituzioni vigenti contro gli avanzamenti da parte marxista…”.
Il tentativo di porre un freno alle rivelazioni di Amos Spiazzi da parte del Sid che gli fa dire dal generale Alemanno che “sta parlando troppo”, riesce solo parzialmente e, comunque, il danno è fatto.
Esiste, dunque, un’organizzazione segretissima delle Forze armate, che ha il compito specifico di impedire al Partito comunista di giungere al governo. Ad una struttura potente quanto occulta poteva riferirsi Aldo Moro quando parlava del “pericolo fascista” in grado di “condizionale le libere scelte del parlamento”, non certo agli scalcagnati estremisti di destra appesi ai fili di quanti ritengono necessaria una “soluzione autoritaria” per risolvere, una volta per tutte, il caso italiano.
La faida scatenata dalle rivelazioni di Giorgio Almirante ad Arnaldo Forlani ha assunto ora le caratteristiche di una guerra fratricida all’interno del composito mondo anticomunista interno ed internazionale, che si combatte con ogni mezzo e senza alcuno scrupolo su tutti i fronti.
Forze, non è un caso che agli inizi del mese di gennaio esploda lo scandalo dei petroli che vede fra gli imputandi Giulio Andreotti il quale, da parte sua, si difende minacciando Amintore Fanfani di rivelare quanto a sua conoscenza sui retroscena della morte di Wilma Montesi, utilizzata per una resa dei conti all’interno della Democrazia cristiana negli anni Cinquanta.
Certo è che l’inchiesta sulla “Rosa dei venti” sfiora anche l’ambiente industriale con le incriminazioni di Attilio Lercari e Andrea Piaggio, mentre per la prima volta emerge fra i nomi dei “golpisti” anche quello di Michele Sindona, tanto caro a Giulio Andreotti e al Vaticano.
L’Italia politica è a quel punto una polveriera in grado di esplodere e travolgere tutto e tutti.
È in questo scenario che i mesi di marzo ed aprile del 1974 sono punteggiati dalle rivelazioni di Amos Spiazzi, che confermano quelle di Roberto Cavallaro, obbligando il potere politico e i vertici delle Forze Armate a mettersi sulla difensiva per proteggere un segreto che tutti i massimi dirigenti della Democrazia cristiana (da Aldo Moro a Paolo Emilio Taviani, a Mariano Rumor, a Giulio Andreotti, ecc.) conoscono ma che nessuno di loro è disposto a rivelare.
La partita a scacchi all’interno dell’anticomunismo, fra le fazioni in lotta, si svolge sul piano politico, su quello dell’informazione e della disinformazione con riviste e quotidiani che pubblicano una valanga di articoli basati su elementi che spesso vengono forniti dagli stessi servizi segreti militari e civili che accrescono l’incertezza e la confusione senza nulla rivelare sul piano giudiziario, dove i magistrati cercano di comprendere quello che non hanno la possibilità o la volontà di intuire, ma anche su quello delle operazioni segrete.
Mentre Amos Spiazzi parla, il Sid e l’Arma dei carabinieri regolano i conti con il ministero degli Interni di cui è titolare Paolo Emilio Taviani, il “traditore” di “Gladio”.
Il 9 marzo 1974, a Edolo Val Camonica (Brescia) i carabinieri diretti dal capitano Francesco Delfino arrestano gli “avanguardisti” Kim Borromeo e Giorgio Spedini, in realtà al servizio del partigiano anticomunista Carlo Fumagalli, capo del Mar, mentre trasportano sulla loro vettura 364 candelotti di tritolo, 8 chili di esplosivo plastico e denaro.
E’ una pugnalata alla schiena di Carlo Fumagalli e dei suoi aderenti perché anche lui, come Gaspare Pisciotta, avrebbe potuto dire che con la polizia ed i carabinieri erano come il “Padre, il Figlio e lo Spirito Santo”, avendo agito sempre di comune accordo.
Difatti, Delfino si preoccupa di far esplodere l’esplosivo sequestrato perché “instabile”, già il giorno successivo all’arresto dei due “avanguardisti”, il 10 marzo, tranne un candelotto e pochi grammi di granulato di potassio.
Il capitano dei carabinieri, destinato a fare una luminosa carriera all’interno dell’Arma e del servizio segreto militare, sa bene che uso è stato fatto dell’esplosivo a disposizione di Carlo Fumagalli e dei suoi militanti, così che evita che si possa utilizzare quello sequestrato per perizie esplosivistiche in sede giudiziaria.
Nella notte fra il 9 e il 10 maggio 1974 scatta l’operazione che porta all’arresto di Carlo Fumagalli e di altri 15 componenti del Mar, rendendosi irreperibili il più stretto collaboratore del capo dell’organizzazione, Gaetano Orlando, e il militante di Avanguardia nazionale Giancarlo Esposti, infiltrato da Stefano Delle Chiaie nel Mar e, poi, passato segretamente al servizio di Carlo Fumagalli tradendo la fiducia dello sprovveduto “Caccola”.
Doppi e tripli giochi a parte di quanti agivano per spirito d’avventura e per denaro, l’azione del Sid e dei carabinieri disarticola un’organizzazione che fa capo, in modo occulto, al ministero degli Interni ed al suo servizio segreto, la divisione “Affari riservati” ora diretta da Umberto Federico D’Amato.
Il Mar non è mai stata un’organizzazione “fascista” impegnata a sovvertire l’ordine pubblico nella speranza di abbattere il regime democratico e via blaterando, ma uno strumento occulto del ministero degli Interni diretto ufficialmente da partigiani “bianchi” che, come Carlo Fumagalli, avevano combattuto contro i fascisti e i tedeschi così come, nel dopoguerra, si erano impegnati a combattere contro i comunisti.
L’inchiesta giudiziaria ha accertato i tanti legami intercorsi fra Carlo Fumagalli ed i suoi uomini con funzionari di polizia ed ufficiali dei carabinieri, ma ha opportunamente evitato di giungere alla conclusione che il Mar era un’organizzazione segreta dello Stato italiano, che aveva agito nel suo interesse e mai contro di esso, e che, soprattutto, era stata sempre guidata da funzionari del ministero degli Interni, di cui negli anni ’90 Gaetano Orlando farà trapelare un nome nel corso di una conversazione con chi scrive nel carcere di Parma.
Il nome, anzi il cognome che Orlando dirà è “Motta”, specificando che non necessariamente con questo cognome doveva esserci una sola persona, riferendosi esplicitamente al generale Giuseppe Motta, ex partigiano delle “Fiamme verdi” indagato proprio nell’ambito dell’inchiesta sul Mar.
Non era una bufala, perché un semplice controllo ha permesso di appurare che negli anni Settanta al ministero degli Interni erano in servizio due alti funzionari, entrambi con il cognome Motta, un questore ed un prefetto.
Chi dei due fosse il referente di Carlo Fumagalli non è stato possibile accertare e non lo sarà fino al giorno in cui lo Stato italiano non sarà obbligato a riferire tutto quello che fino ad oggi ha tenuto nascosto nei suoi archivi ufficiali e clandestini.
Non serve, oggi, sprecare parole per ribadire che il Mar di Carlo Fumagalli era, forse, un’articolazione di quell’organizzazione segretissima di cui stava parlando Amos Spiazzi o era ad essa parallela facendo capo ad una struttura non militare come il ministero degli Interni.
Certo, il Mar non era un’organizzazione “fascista”, né sovversiva, né rivoluzionaria, e la sua disarticolazione da parte del Sid e dei carabinieri ha il sapore di una risposta all’inchiesta promossa dal ministro degli Interni in carica Paolo Emilio Taviani, sulla “Rosa dei venti”.
Perché il bersaglio è proprio la linea politica adottata da Aldo Moro sostenuto dal “traditore” Paolo Emilio Taviani all’interno della Democrazia cristiana e del mondo anticomunista.
In una partita a scacchi si muovono gli alfieri, le torri, i cavalli ma anche i pedoni che, in questo tipo di guerra, sono utilizzati per le operazioni più sporche.
Molto, forse troppo, si è detto e si è scritto sulla strage di Brescia del 28 maggio 1974.
La linea interpretativa preferita è quella di una vendetta dei fascisti contro i carabinieri dai quali si sentivano traditi e che dovevano costituire il bersaglio dell’attentato stragista.
Per dubitare della consistenza di questa tesi è sufficiente ricordare che l’Arma dei carabinieri è un Corpo militare con funzione di polizia, che ha caserme in ogni paese, pattuglie su tutte le strade, che è perfettamente vulnerabile se sottoposta ad un attacco a sorpresa.
Per escludere che il verminaio dell’estrema destra avesse intenzione di vendicarsi del Sid e dei carabinieri, qui è sufficiente ricordare che il 28 febbraio del 1974, a Cattolica, presso l’hotel “Giada” si è svolta una riunione alla quale hanno preso parte un buon numero di manovali del Sid e dei carabinieri, fra i quali Paolo Signorelli, legatissimo a Carlo Maria Maggi e agli ordinovisti veneti.
Il titolare dell’hotel “Giada” era Caterino Mari Falzari, confidente del Sid per sua stessa ammissione. Srceiverà in proposito il giudice istruttore di Bologna, Vito Zincani:
“Il titolare della pensione Giada, Caterino Falzari, era infatti un confidente dei servizi segreti italiani, e comunque di questa sua qualità si sono dichiarati a conoscenza i promotori della riunione. Ora, è per lo meno insolito che i dirigenti di un movimento illegale scelgano, come luogo di riunione proprio quello in cui sanno di poter essere sorvegliati…Resta la sola spiegazione – conclude il magistrato – che quello fosse l’unico posto “sicuro” dove operare fidando di opportune coperture”.
Se i Signorelli, i Massagrande, i Franci, e altri confidenti e delatori, bombaroli e stragisti sono ancora sotto l’ala protettrice del Sid nel mese di marzo del 1974, non si comprende perché nel mese di maggio debbano ardere dal desiderio di vendicarsi per torti che non hanno subito, visto che l’offensiva del servizio segreto militare e dei carabinieri ha investito un’organizzazione del ministero degli Interni (il Mar) e non loro.
Inoltre, è contorto ritenere che per vendicarsi dei carabinieri, i presunti fascisti abbiano scelto di collocare una bomba in una piazza dove si stava svolgendo un comizio, organizzato dai sindacati e dai partiti politici, contro il “terrorismo fascista”, con la certezza (si vuole riconoscere almeno questo?) che l’esplosione dell’ordigno avrebbe comunque coinvolto i partecipanti alla manifestazione, non solo i carabinieri.
Per finire: la festa dell’Arma dei carabinieri si svolge il 5 giugno di ogni anno, se mai i carabinieri ausiliari dell’estrema destra si fossero sentiti traditi dai loro colleghi, la loro vendetta avrebbe potuto colpire l’Arma quel giorno, senza coinvolgere civili.
Perché mai anticipare la vendetta di soli 8 giorni, colpendo i carabinieri in una piazza nella quale si svolgeva una manifestazione antifascista?
Se ne ricava che la volontà di strage non era rivolta contro i carabinieri, alcuni dei quali potevano restare anche vittima dell’attentato perché presenti sul posto in servizio di ordine pubblico (evento che magari non sarebbe dispiaciuto agli attentatori), ma proprio contro i partecipanti al comizio antifascista.
Perché la strage di piazza della Loggia è una risposta a Paolo Emilio Taviani, ad Aldo Moro, ai democristiani che tatticamente ritengono più produttiva una politica “morbida” nei confronti del Pci che non quella del pugno di ferro.
Brescia non è una città “rossa”, è un caposaldo democristiano, è “bianca”.
La strage colpisce i “rossi”, ma è uno sfregio alla Democrazia cristiana, il secondo dopo la disarticolazione del Mar di Carlo Fumagalli.
Chi sono gli imputati per la strage di Brescia? Gli stessi della strage di piazza Fontana, della strage di via Fatebenefratelli, della mancata strage al Mottagrill del Cantagallo, della fallita strage sul treno Torino-Roma, i Maggi, i Digiglio, i Soffiati, i Zorzi, i loro complici, i manovali dell’ala dura dell’anticomunismo nazionale ed internazionale che, guidati da Pino Rauti, volevano uno “Stato forte contro la sovversione rossa”, gli amici di Amos Spiazzi che salirà con loro sul banco degli imputati per la strage del 17 maggio 1973, assolto certo, ma solo sul piano giudiziario.
Paolo Emilio Taviani reagisce rabbiosamente. Scioglie la divisione Affari riservati, solleva dal suo incarico Umberto Federico D’Amato sconfitto due volte dagli uomini del Sid e dell’Arma dei carabinieri, prima con lo smembramento del Mar, poi con la strage di piazza della Loggia.
Paolo Emilio Taviani destina Umberto Federico D’Amato al comando della polizia di frontiera, responsabile della sorveglianza dei porti, degli aeroporti, dei valichi di frontiera, delle stazioni ferroviarie.
Una decisione fatale per quanti moriranno sul treno “Italicus” il 4 agosto 1974, perché questa seconda strage che, in apparenza, è priva di una motivazione, non si propone solo di aggravare la situazione dell’ordine pubblico già compromessa per favorire l’ala “golpista” ma è, anch’essa, una risposta beffarda e sanguinosa al ministro degli Interni Paolo Emilio Taviani.
Perché le stragi del 1974, compresa quella di Savona del 20 novembre 1974, quando muore Fanny Dallari e altre 11 persone rimangono ferite, ha un denominatore comune: la presenza a capo del dicastero degli Interni di Paolo Emilio Taviani.
Cacciato lui dal governo, le stragi cessano.
Senza percorrere i tempi, vediamo che il ministro della Difesa Giulio Andreotti, pochi giorni dopo la strage di Brescia, decide che è giunto il momento di passare all’attacco, di usare quel dossier sul “golpe Borghese” diligentemente preparato dal generale Gianadelio Maletti, a partire dal mese di gennaio del 1973.
La verità sul tentativo di “colpo di Stato” del 7-8 dicembre 1970 che doveva portare lui, Giulio Andreotti, alla presidenza del Consiglio si presenta come il pretesto ufficiale che giustifica l’azione intrapresa dal ministro della Difesa contro contro i vertici del servizio segreto militare.
I tempi dell’attacco ci suggeriscono, però, altre ipotesi. Il 2 giugno 1974, il presidente della Repubblica Giovanni Leone concede, su proposta del ministro della Difesa, Giulio Andreotti, le insegne di Grande Ufficiale al merito della Repubblica al generale Vito Miceli, direttore del Sid.
L’8 giugno 1974, sei giorni più tardi, Andreotti rende pubblica la sua decisione di destituire dall’incarico di direttore del Sid, il generale Vito Miceli, cosa che farà in tempi rapidissimi perché il 1° luglio è nominato al suo posto l’ammiraglio Mario Casardi che il 31 dello stesso mese assumerà il comando del servizio segreto militare.
La caduta del direttore del Sid segue di soli otto giorni quella del direttore della divisione Affari riservati, entrambe sono decise dopo la strage di Brescia del 28 maggio 1974.
La defenestrazione di Vito Miceli rappresenta una mossa difensiva di Giulo Andreotti, posto sotto accusa ai vertici della Democrazia cristiana da Paolo Emilio Taviani, Aldo Moro e i loro amici?
Avvalora questa ipotesi la decisione di Giulio Abdreotti di concedere, il 12 giugno, un’intervista a Massimo Caprara per il settimanale “Il Mondo”, nel corso della quale rivela che Guido Giannettini, ricercato nell’ambito dell’inchiesta sulla strage di piazza Fontana, è effettivamente un agente civile del Sid e che Giorgio Zicari, giornalista de “Il Corriere della sera”, è “un informatore gratuito del Sid nel frattempo passato alle dipendenze della direzione Affari riservati della Ps”.
La prima rivelazione mette nei guai il servizio segreto militare e chiama in causa, per la strage del 12 dicembre 1969, l’allora presidente del Consiglio, Mariano Rumor.
La seconda rovina Giorgio Zicari che, il 5 giugno 1974, interrogato dai giudici di Padova, titolari dell’inchiesta sulla “Rosa dei venti”, aveva consegnato loro il documento “All’insegna della trama nera” che costituiva un atto di accusa contro Giulio Andreotti e nel quale proprio Mariano Rumor era citato come uno dei suoi accusatori.
Non sono coincidenze.
Il direttore del Sid, generale Vito Miceli, è da sempre legato a Flaminio Piccoli, ma soprattutto ad Aldo Moro che, difatti, nei mesi successivi, dopo l’arresto dell’ufficiale, il 31 ottobre 1974, lo difenderà apertamente e pubblicamente definendolo, fra l’altro, “un uomo buono”.
È, come si vede, una lotta senza esclusione di colpi. Del resto, Giulio Andreotti conosce bene le responsabilità del generale Vito Miceli nel “golpe Borghese” del 7-8 dicembre 1970, e quelle risalenti al dicembre 1969 quando l’ufficiale comandava il Sios-esercito, quindi si rende credibile denunciando prima di essere denunciato, ma non tutti.
Tace, ad esempio, per restare nell’ambito dell’inchiseta sul “Golpe Borghese” sul ruolo di Licio Gelli, suo fedele esecutore di ordini, su quello ricoperto dal suo braccio destro Gilberto Bernabei, su quello di James Jesus Angleton e del colonnello James Clavio, addetto militare presso l’ambasciata americana a Roma, su quello dell’ammiraglio Giovanni Torrisi, futuro capo di Stato maggiore della Marina prima, e della Difesa, dopo.
Alla fine, dopo aver sfrondato l’elenco fornitogli dal generale Gianadelio Maletti, Giulio Andreotti, meno il generale Vito Miceli, fa volare solo gli stracci.
Gli altri non potranno che essergli grati e ricattabili.
Lo scontro all’interno dell’anticomunismo non deriva solo dalla divergenza sul piano tattico sul modo migliore per bloccare l’avanzata del Pci, ma anche sugli strumenti clandestini ed occulti utilizzati dallo Stato e dall’Alleanza atlantica per garantire la stabilità del regime italiano.
Uno di questi apparati è, certamente, l’organizzazione segreta che fa capo al ministero degli Interni, che raccoglie presunti “terroristi neri” che svolgono attività di bombaroli per conto delle Questure, di cui fa parte anche Mario Tuti che Paolo Emilio Taviani definirà nel suo libro di memorie, una “cellula impazzita” dell’organizzazione.
Nessuno ha mai indagato sul conto di questa struttura o ha preteso che la magistratura lo facesse, compresi coloro che non perdono occasione per strillare che vogliono la verità sulla guerra politica e, in particolare, sulle stragi.
Eppure, è giusto chiedersi se, contestualmente allo scioglimento della divisione Affari riservati, Paolo Emilio Taviani abbia deciso lo smantellamento di questo organismo clandestino.
Perché non è una coincidenza che la riorganizzazione del servizio segreto civile e la defenestrazione di Umberto Federico D’Amato, assegnato al comando di polizia di frontiera, decisa il 30 maggio 1974 da Taviani sia seguita, dopo solo otto giorni dalla denuncia di Mario Tedeschi che sono in preparazione gravi attentati.
L’amico e confidente di Umberto Federico D’Amato, Mario Tedeschi, lo scrive sul quotidiano missino “Il Secolo d’Italia” l’8 giugno 1974, e non è che l’inizio di uno stillicidio di allarmi fatti pervenire via via al ministero degli Interni anche tramite i vertici del Movimento sociale italiano per un periodo di due mesi, giugno e luglio.
C’è stata una trattativa? Un tentativo di ricatto diretto a Paolo Emilio Taviani?
Il dubbio è legittimo perché non ha senso logico preavvertire il segretario nazionale del Msi, Giorgio Almirante, che è in preparazione un attentato contro un convoglio ferroviario.
Questa notizia è, difatti, all’ordine del giorno in una riunione ala quale prendono parte, il 16 luglio 1974, Giorgio Almirante, Alfedo Covelli, Mario Tedeschi, Giulio Caradonna: la notizia fa riferimento esplicito ad un attentato che sarà compiuto contro un treno in partenza dalla stazione Tiburtina di Roma.
Il giorno dopo, 17 luglio, il presidente del Msi, il monarchico Alfredo Covelli, e Giorgio Almirante si recano al Viminale dove conferiscono con il responsabile dell’Ispettorato antiterrorismo, Emilio Santillo, al quale trasmettono le notizie in loro possesso sull’attentato in preparazione contro un treno in partenza dalla stazione Tiburtina di Roma, e si spingono ad indicare in tale Davide Ajò, assistente presso la facoltà di Fisica della Capitale, simpatizzante di sinistra, uno dei possibili attentatori.
Il 18 luglio, il capo della polizia, Efisio Zanda Loy, dirama l’allarme inviato a tutti i dirigenti dei commissariati di polizia ferroviaria, che viene revocato anche per quanto riguarda la stazione Tiburtina di Roma il 1° agosto.
Il 4 agosto 1974 è compiuta la strage preannunciata, esattamente contro il treno Palatino partito dalla stazione di Roma-Tiburtina, così come avevano appreso Giorgio Almirante e Alfredo Covelli.
12 morti e 105 feriti che pesano sulla coscienza di chi?
L’estate del 1974 è rovente per la politica italiana, fra le manovre spregiudicate di Giulio Andreotti che porta avanti l’azione finalizzata a denunciare i “congiurati” del “golpe Borghese”, preparativi di “colpi di Stato” per il mese di agosto, rivelazioni clamorose riversate a getto continuo sulla stampa nazionale, ma solo chi ha ideato ed organizzato l’attentato del 4 agosto 1974 è in grado di pilotare le notizie da far giungere ai verti del Msi ai quali è, probabilmente, contiguo così da prevederne le mosse e perseguire un obiettivo che non è solo una beffa sanguinosa ai danni del ministero degli Interni Paolo Emilio Taviani che, benché informato perfino sul luogo dal quale sarebbe partito il treno il 17 luglio 1974, non è stato capace di prevenirlo e sventarlo.
Un insuccesso così clamoroso avrebbe dovuto provocare, in un Paese normale, le dimissioni del capo della polizia e del ministro degli Interni, Paolo Emilio Taviani.
E, forse, era questo l’obiettivo degli stragisti: obbligare Taviani ad abbandonare la guida del ministero degli Interni dinanzi ai 12 morti e ai 105 feriti della strage dell’”Italicus”, che non può, dopo aver destituto Umberto Federico D’Amato e aver sciolto il servizio segreto civile, ripetere l’operazione cacciando dai loro posti il capo della polizia, Efisio Zanda Loy, il responsabile dell’Ispettorato antiterrorismo, Emilio Santillo, e ancora lo stesso Umberto Federico D’Amato che come capo della polizia di forntiera portava la responsabilità diretta della vigilanza della stazione di Roma-Tiburtina.
Non pesano i 12 morti e i 105 feriti sulla coscienza del cattolicissimo Paolo Emilio Taviani che, difatti, non si dimette.
Questa chiave di lettura della strage dell’”Italicus” preannunciata ai vertici di un partito rappresentato in Parlamento, i quali informano il ministero degli Interni che non riesce a difendere la vita dei cittadini nonostante il preavviso che gli indica perfino il treno, il luogo e l’orario di partenza, ci dice che è stata preparata da menti politiche contorti e spietate.
A Madrid, Stefano Delle Chiaie, detto “Caccola”, a caldo, come primo commento alla strage dell’Italicus dirà: “La tecnica mi ricorda i fratelli Karamazov”, ovvero per i non addetti ai lavori, i fratelli Fabio ed Alfredo De Felice.
Paolo Emilio Taviani, quindi, rimane al suo posto ma, nel suo libro di memorie, pubblicato postumo, parlerà solo di Mario Tuti, “cellula impazzita” dell’organizzazione clandestina del ministero degli Interni.
Chissà perché?
Non è, sia ben chiaro, solo Paolo Emilio Taviani l’obiettivo dei “duri” dell’anticomunismo politico, militare e atlantico, ma rappresenta certamente uno degli obiettivi.
E’, come Mariano Rumor, un “traditore”, uno che ha cambiato schieramento e bandiera ed è anche uno di quelli che conoscono bene l’esistenza di strutture che ha concorso a creare e sulle quali, nella sua veste di ministro degli Interni, ha influenza decisionale.
Dal momento in cui Paolo Emilio Taviani ha affiancato Aldo Moro nella denuncia del “pericolo fascista”, si è mosso con decisione: il 18 luglio 1973 è iniziata, da un rapporto della Questura di Padova, l’inchiesta sulla “Rosa dei venti”;
il 22 novembre 1973 ha sciolto con un provvedimento politico il “Movimento politico Ordine nuovo” di Clemente Graziani senza attendere, come avrebbe dovuto per legge, la sentenza definitiva della Corte di cassazione;
il 9 gennaio 1974,vengono emesse un centinaio di comunicazioni giudiziarie a carico di dirigenti e militanti di “Avanguardia nazionale” nonostante che il “Caccola” e i suoi uomini godano delle simpatie di Amintore Fanfani;
il 29 luglio 1974, a Torino, inizia l’inchiesta a carico di Edgardo Sogno Rata del Vallino con il quale Paolo Emilio Taviani romperà clamorosamente i rapporti.
Gli rispondono con lo smantellamento del Mar di Carlo Fumagalli e la strage di Brescia, reagisce con lo scioglimento della divisione Affari riservati e la destituzione del suo responsabile, Umberto Federico D’Amato, e, forse, lo smantellamento dell’organizzazione segreta del ministero degli Interni di cui fanno parte Mario Tuti ed altri suoi colleghi.
Come ministro degli Interni dovrebbe rispondere del fallimento dell’opera di prevenzione per evitare la strage dell’Italicus, ma Paolo Emilio Taviani se ne infischia e rimane al suo posto.
Alla fine, però, sarà costretto a cedere.
Le bombe fatte esplodere nel suo collegio elettorale costituiscono più che un indizio sul fatto che il ministro degli Interni, Paolo Emilio Taviani, era diventato un ostacolo che andava rimosso, ad ogni costo.
Non ha difatti logica diversa dall’avvertimento, in perfetto stile mafioso, la bomba fatta esplodere, il 30 aprile 1974, dinanzi all’abitazione del senatore Franco Varaldo, in via Paleocapa, a Savona, fedelissimo gregario di Paolo Emilio Taviani.
Si colpisce il “picciotto” per dare un chiaro messaggio al “boss” democristiano che, da par suo, finge ufficialmente di non comprendere.
Il 9 agosto 1974, nella notte, a Vado Ligure (Savona) sono fatte esplodere due bombe contro il trasformatore da 360Kw della centrale Enel, che possono essere ricondotte, come ipotesi, alla comunicazione giudiziaria inviata al generale Ugo Ricci, il giorno precedente, 8 agosto, nell’ambito dell’inchiesta sulla “Rosa dei venti”, o ai funerali delle vittime per la strage dell’ “Italicus” previsti a Bologna proprio per quel 9 agosto.
Il 26 agosto 1974, a Cadice (Spagna) muore Junio Valerio Borghese per “pancreatite”, mentre si accompagnava ad agente femminile del Sid.
Il 3 ottobre 1974, il governo rassegna le dimissioni.
Il 10 ottobre 1974, a Roma, vengono emessi venti mandati di cattura a carico del “Fronte nazionale” per il presunto “colpo di Stato” del 7-8 dicembre 1970, fra i quali un ufficiale di Pubblica sicurezza e uno dei carabinieri.
Il 31 ottobre 1974, i giudici di Padova dispongono l’arresto del generale Vito Miceli, ex direttore del Sid, ritenuto il responsabile della superstruttura segreta di cui hanno parlato Roberto Cavallaro e Amos Spiazzi.
E nel collegio elettorale di  Paolo Emilio Taviani, a Savona, esplode l’inferno.
Dal 9 novembre 1974, nella città ligure, iniziano attentati che per gli obiettivi scelti possono essere definiti stragisti. Se ne verificano ben 7 nell’arco di soli 14 giorni, uno dei quali raggiunge il fine della strage perché, il 20 novembre,  in via Giacchero, un ordigno ad alto potenziale provoca la morte di Fanny Dallari ed il ferimento di altre 11 persone.
Gli ultimi due attentati sono compiuti il 23 novembre 1974, poi la sequela di bombe s’interrompe.
La ragione va ricercata nella formazione di un nuovo governo presieduto da Aldo Moro, annunciata proprio quel 23 novembre, del quale non fa più parte Paolo Emilio Taviani al quale subentra come titolare del dicastero degli Interni c’è un altro democristiano, Luigi Gui.
La durezza e la ferocia dello scontro all’interno delle fazioni dell’anticomunismo è testimoniata da quanto avviene nella composizione dei governi del 1974, che sono due: il primo, formato il 14 marzo, vede lo spostamento del socialdemocratico Mario Tanassi dalla Difesa alle Finanze, e l’arrivo alla Difesa di Giulio Andreotti, con la riconferma di  Paolo Emilio Taviani all’Interno.
Il secondo, presieduto da Aldo Moro, formato il 23 novembre 1974, vede Giulio Andreotti relegato al ministero del Bilancio e degli interventi nel Mezzogiorno, sostituito alla Difesa da Arnaldo Forlani, lo stesso che, con il discorso del 5 novembre 1972 a La Spezia, ha iniziato le ostilità.
Agli Interni va, come abbiamo visto, Luigi Gui mentre Paolo Emilio Taviani, democristiano, e Mario Tanassi, socialdemocratico, sono estromessi dal governo e da tutti quelli successivi.
Nessuno, nel corso di quarant’anni, ha mai fatto caso che la data del 23 novembre 1974 segna la morte politica del democristiano Paolo Emilio Taviani e del socialdemocratico Mario Tanassi, che non saranno più chiamati a far parte del governo della Repubblica.
Sorte più benigna è riservata a Giulio Andreotti il quale sarà estromesso a vita dalla direzione del ministero della Difesa, a conferma dell’ostilità nei suoi confronti delle Forze armate.
Sotto la regia di Aldo Moro si assiste, quel 23 novembre 1974, ad una ricomposizione degli equilibri, che permette di intuire che si è stato raggiunto un compromesso sacrificando due degli esponenti di punta di entrambi gli schieramenti contrapposti: Paolo Emilio Taviani e Mario Tanassi.
La prova ulteriore del compromesso raggiunto è data anche dall’intervento delle Corte di cassazione che concentra, nel giro di pochi mesi, le inchieste in corso a Padova sulla “Rosa dei venti” e a Torino sul “golpe bianco”, nelle affidabili mani dei giudici romani che, alla fine, provvederanno a chiudere i contenzioso con proscioglimenti ed assoluzioni.
Paolo Emilio Taviani e Mario Tanassi non saranno però i soli a pagare il prezzo di quella guerra politica e civile che hanno concorso a scatenare e che, in concorso con altri, hanno diretto: nel 1976, difatti, toccherà a Mariano Rumor abbandonare la politica e ritirarsi a vita privata, mentre il 9 maggio 1978 cadrà lo stratega democristiano Aldo Moro.

CONCLUSIONI
Sono decenni che in questo Paese si assiste alla ricerca della verità che si pretende di trovare partendo la postulato che è esistito un “terrorismo nero” in grado di sovvertire l’ordinamento democratico dello Stato, e concentrando la propria attenzione sempre e soltanto sugli esecutori materiali delle stragi e degli attentati.
Tanti hanno, addirittura, fatto fortuna come storici, come esperti in “trame nere”, come giudici (si vedano i casi di Luciano Violante, Gerardo D’Ambrosio, Felice Casson) tutti impegnati nel denunciare l’attacco neofascista allo Stato democratico, sorretto da servizi segreti “deviati”, poteri occulti e poteri forti mai meglio definiti.
Dopo quasi mezzo secolo, è possibile affermare che la verità sulla tragedia italiana si può trovare – e provare – analizzando i comportamenti e le azioni della classe dirigente politica, militare, finanziaria.
Non una delle stragi italiane è riconducibile all’aggressività di un neofascismo in cerca di rivincita e vendetta sull’antifascismo al potere.
Dalla fallita strage del 25 aprile 1969, a Milano, a quella riuscita del 12 dicembre dello stesso anno alla Banca dell’Agricoltura di Milano, al mancato massacro del 7 aprile 1973 sul treno “Torino-Roma” a quello compiuto da Gianfranco Bertoli il 17 maggio 1973 in via Fatebenefratelli, a Milano, agli eccidi di Brescia del 28 maggio 1974, dell’Italicus del 4 agosto 1974, di Savona del 20 novembre 1974, è oggi accertata la matrice politica anticomunista come anticomunisti erano il potere politico e lo Stato.
Perfino sul conto degli esecutori materiali, quasi sempre assolti per insufficienza di prove con una dimostrazione di iper-garantismo giudiziario che gli italiani non hanno mai sperimentato, oggi c’è la certezza che, a prescindere dalle loro dichiarazioni di fedeltà al fascismo o addirittura al nazismo, non uno – dico non uno – ha potuto provare di aver agito in modo autonomo e indipendente dagli apparati segreti dello Stato.
Tutti, ripetiamo tutti, erano legati, come accertato perfino sul piano giudiziario, ai servizi segreti militari e civili, italiani e stranieri, alle Questure, alle caserme dei carabinieri.
E poiché nessuno ha osato affermare che il ministero degli Interni, la polizia di Stato, l’Arma dei carabinieri, lo Stato maggiore della difesa hanno complottato per restaurare il fascismo in Italia, è ora di trarre in maniera onesta le conclusioni sommando tutte le prove che, nel corso degli anni, si sono accumulate.
Le stragi del 1974 rispondono alla logica dello scontro all’interno del potere politico italiano, iniziato nel giugno del 1971 quando qualcuno ha mosso le sue pedine contro il Movimento sociale di Giorgio Almirante per evitare che un suo successo elettorale potesse favorire il ritorno al centro-destra della Democrazia cristiana e l’abbandono della politica di centro-sinistra e, contestualmente, per rendere “rispettabile” un partito i cui dirigenti ancora, callidamente, proclamavano come erede della Repubblica sociale italiana.
Non è stata, a nostro avviso, una brillante idea di Giorgio Almirante quella di fare del Movimento sociale una “destra nazionale”, ma solo un tentativo di distaccarsi dal passato ponendo ai vertici badogliani e antifascisti come Alfredo Covelli e Gino Birindelli, e accogliendo dei ranghi dei parlamentari il generale Gioavnni De Lorenzo, ex direttore del Sifar e medagli d’argento al V.M. nella guerra partigiana.
Tentativo destinato a fallire miseramente perché Giorgio Almirante non si sentiva pronto a rinnegare quel fascismo sul quale aveva costruito la sua fortuna personale, pur avendolo tradito già durante la guerra.
Dalla reazione di Giorgio Almirante, sotto attacco, nel mese di ottobre del 1972, dalla sua errata interpretazione delle finalità dell’attentato di Peteano di Sagrado del 31 maggio 1972, scaturisce una lotta intestina all’interno della stessa Democrazia cristiana i cui dirigenti si trovano a dover regolare i conti fra loro e, contestualmente, con il Partito socialdemocratico di Giuseppe Saragat e Mario Tanassi.
Regolamento dei conti che passa anche per quelle strutture che un potere criminale ha creato in concorso con i Paesi esteri facenti parte integrante dell’Alleanza atlantica.
Non ci sono misteri nella storia d’Italia del dopoguerra.
Ci sono prove occultate ma ancora rinvenibili, ammissioni parzialissime che devono essere ampliate e completate, fatti processuali che devono essere rivisitati ed utilizzati sul piano storico.
C’è una verità che non si può ancora affermare nella sua totalità perché esiste uno schieramento politico-giudiziario-giornalistico trasversale che ritiene necessario per la sua sopravvivenza perpetuare la menzogna.
Non è un caso che proprio a Brescia, dove almeno il rispetto per i morti dovrebbe imporre un oggettiva ricerca della verità, si agitano ed agiscono mentecatti che cercano di inquinare perfino quello che è stato processualmente accertato, utilizzando delatori e confidenti di Questura come Marco Affatigato e Mario Tuti dei quali, il primo avvalora la tesi dello “stragismo fascista”, il secondo vende ad una sprovveduta giornalista del “Corriere della sera” la “verità” che fu già dell’ammiraglio Fulvio Martini, direttore del Sismi, che a compiere l’eccidio del 28 maggio 1974 sono stati “i rossi”.
Ma perché, a distanza da quasi quarant’anni questo verminaio umano, giornalistico e pseudo politico è ancora attivo sul fronte della menzogna?
Perché la verità fa paura.
La sua affermazione, difatti, può avere riflessi politici, sia in campo nazionale che internazionale ancora oggi, pretendendo anche la revisione dei nostri rapporti con la Nato, il disvelamento dei protocolli segreti, la messa sotto accusa di un potere politico che finirebbe per travolgere i suoi eredi.
Non si può, di conseguenza, affermare che la guerra politica sia conclusa.
Tocca a questa generazione il compito non facile di finirla utilizzando la sola arma che nessun potere può neutralizzare: la verità.

Vincenzo Vinciguerra

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L’asse stragista

Opera, 16 giugno 2012

Nella geografia politica dell’Italia post-bellica, a partire dalla metà degli anni Sessanta, si evidenzia un asse stragista che collega tre città: Padova-Venezia-Roma.
Non è un’opinione.
Il primo tentativo di strage su un treno si verifica a Trento. Il 30 settembre 1967, quando una valigia contenente un ordigno esplosivo viene lasciata su un vagone dell’ “Alpen Express” e prelevata, su segnalazione di una passeggera, da due agenti di polizia che muoiono quando tenta di aprirla.
Unico indiziato di reato, Franco Freda, confidente del Sid, padovano, che verrà prosciolto perché gli elementi raccolti a suo carico non saranno ritenuti sufficienti per incriminarlo e portarlo a giudizio.
Franco Freda, insieme a Giovanni Ventura, sarà viceversa condannato per le tentate stragi del 25 aprile 1969, a Milano, alla Fiera campionaria ed all’ufficio cambi della stazione ferroviaria.
I due informatori dei servizi segreti italiani saranno, poi, assolti per insufficienza di prove dall’accusa di aver concorso nella strage del 12 dicembre 1969, a Milano, alla Banca dell’Agricoltura. Ma, con venti anni di ritardo, perfino la Corte di cassazione ha dovuto convenire sulla loro certa colpevolezza.
Due confidenti dei servizi segreti e una città: Freda, Ventura, Padova.
Il 12 dicembre 1969, però, esplodono anche bombe con finalità stragiste a Roma, di cui saranno chiamati a rispondere gli uomini di Avanguardia nazionale, che salgono alla ribalta per i collegamenti operativi con Freda e ventura.
Il 20 dicembre 1986, il “Mattino” di Padova, pubblica una dichiarazione, ma i valorizzata sul piano storico e processuale, di Giovanni ventura:
“Si, il 68 ha prodotto le circostanze del nostro avvicinamento. Allora era normale. Valpreda, Merlino, Delle Chiaie. Il giro era così…”.
Agli stragisti padovani si sommano, quindi, quelli romani, autori degli attentati alla banca nazionale del Lavoro e all’Altare della patria, che solo per un caso fortuito non hanno prodotto morti.
Il 7 aprile 1973, un militante del Movimento sociale italiano di Milano, Nico Azzi, tenta di fare una strage sul treno Torino-Roma, da attribuire a “Lotta continua”.
L’inetto Azzi si ferisce da solo e la strage sfuma.
Per questo attentato fallito sono, poi, condannati con sentenza passata in giudicato Giancarlo Rognoni, Nico Azzi, Mauro Marzorati e Francesco De Min.
Fra i nomi di quattro stragisti spicca quello di Giancarlo Rognoni, legatissimo a Carlo Maria Maggi, ispettore triveneto di Ordine nuovo.
E Rognoni sarà imputato anche nel processo per la strage di piazza Fontana, insieme a Carlo Maria Maggi, che si concluderà con la sua assoluzione con formula ampia.
Il 17 maggio 1973, a Milano, è compiuta una strage dinanzi alla Questura ad opera di Gianfranco Bertoli, confidente del Sid, e legato agli ordinovisti veneziani, fra i quali Carlo Maria Maggi.
Il 28 maggio 1974, a Brescia, è compiuta una strage in piazza della Loggia, per la quale, con trent’anni di ritardo, saliranno sul banco degli imputati ordinovisti veneti, fra i quali Carlo Maria Maggi.
Il 4 agosto 1974, è compiuta una strage sul treno “Italicus”, partito dalla stazione Tiburtina a Roma,  che per le sue modalità ricorderà a Stefano Delle Chiaie i “fratelli Karamazov”, ovvero Fabio ed Alfredo De Felice.
Il 30 luglio 1980, a Milano, fallisce la strage, tentata mediante l’esplosione di un’autobomba dinanzi alla sede del Comune, che è pacificamente attribuita al gruppo romano che fa capo a Paolo Signorelli, punto di riferimento del gruppo veneto guidato da Carlo Maria Maggi e in stretto collegamento con i fratelli Fabio ed Alfredo De Felice.
Un anno prima, a Roma, il 20 maggio 1979, era fallita una strage anche in piazza Indipendenza, organizzata dal Movimento rivoluzionario popolare che faceva capo a Paolo Signorelli, Massimiliano Fachini, Fabio ed Alfredo De Felice.
L’ultimo processo per la strage di piazza Fontana, ha visto sul banco degli imputati Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi, Carlo Digilio, del gruppo veneto di Ordine nuovo.
La strage del 2 agosto 1980, alla stazione ferroviaria di Bologna, vede condannati tre militanti del Msi romano, Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, che in quel periodo risiedevano in veneto.
Dal 1967 al 1980, non c’è episodio stragista in Italia che non sia stato ricollegato sul piano processuale e militanti politici del Movimento sociale italiano, Ordine nuovo e Avanguardia nazionale, tutti collegati agli apparati segreti dello Stato sia militari che civili, che hanno operato in tre città: Padova, Venezia, Roma.
La strategia della confusione e del depistaggio oggi più che mai operante pretende che non si conoscono e non si “sapranno mai” i nomi degli autori delle stragi che, viceversa, in parte si conoscono:
Franco Freda e Giovanni Ventura, per le stragi del 15 aprile 1969;
Giancarlo Rognoni, Nico Azzi, Francesco De Min e Mauro Marzorati, per la strage del 7 aprile 1973;
Gianfranco Bertoli, per quella del 17 maggio 1973;
Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Lugi Ciavardini, per la strage del 2 agosto 1980, a Bologna.
Dieci militanti del “neofascismo” di servizio segreto condannati con sentenze passate in giudicato, mentre sui loro colleghi assolti con formula dubitativa sarà il caso di ricordare che l’insufficienza di prove non sancisce la loro innocenza ma solo il fatto che i magistrati non hanno ritenuto che gli indizi a loro carico fossero sufficienti per raggiungere l’assoluta certezza della loro colpevolezza.
La premessa è necessaria per introdurre il tema relativo al cosiddetto “spontaneismo armato” che avrebbe visto, a partire dal 1977, la costituzione dal basso di gruppi giovanili di estrema destra che avrebbero ripudiato i metodi dei “vecchi fascisti stragisti e golpisti” per adottare quelli più consoni ad una “lotta armata” contro lo Stato condotta emulando i metodi della sinistra rivoluzionaria e combattente.
Inserita nel contesto di quella menzogna storica che pretende che in Italia ci sia stato un “neofascismo” che avrebbe tramato contro la democrazia, la favola dello “spontaneismo” viene ribadita, ad ogni possibile occasione, dall’alto, dai rappresentanti dello Stato e della politica, e dal basso, dai protagonisti e dai comprimari della presunta “lotta armata” neofascista ai quali non pare vero di passare alla storia come romantici rivoluzionari che hanno, più o meno eroicamente, combattuto contro lo Stato democratico ed antifascista.
Fa testo, come esempio, a questo proposito, quanto ha scritto qualche anno fa sul suo blog un certo Gabriele Adinolfi, già militante di “Terza posizione”:
“Ho combattuto una guerra e l’ho persa. Ho sparato fino all’ultima cartuccia, anzi fino all’ultima raffica”.
In realtà, lo psicolabile Adinolfi da sempre spara, perfettamente impunito, dal suo blog raffiche di quelle che nel linguaggio popolare sono definite con una parola che inizia con “c” e finisce con “e” (c…e) che non ha niente a che vedere con cartucce, difatti lui scappò, veloce come un coniglio, in Francia dove attese la prescrizione della irrisoria pena inflittagli per rientrare in Italia senza aver mai scontato un solo giorno di carcere.
è sufficiente ricordare che Caterina Picasso, nota come “nonna Mao”, ad oltre 70 anni d’età, per “associazione sovversiva” ha riportato una condanna di 5 anni e 8 mesi di reclusione, superiore a quella inflitta, per più reati, a Gabriele Adinolfi che lo stato non ha considerato combattente né pericoloso.
È giusto dire, però, che lo psicolabile in questione è una figura minore nello zoo dell’estrema destra romana perché la favola dello “spontaneismo armato” poggia principalmente su altri individui, primi fra tutti Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, protagonisti indiscussi della vicenda dei Nuclei armati rivoluzionari (Nar).
Francesca Mambro ha dichiarato di essere stata lei, insieme al suo compagno, ad inventare la denominazione di Nuclei armati rivoluzionari (Nar), ma questa è un’interessata menzogna.
Il 10 giugno 1947, difatti, l’agente americano Victor Barret redige un rapporto sul neofascismo nel quale delinea la struttura dei Fasci di azione rivoluzionaria (Far) che fanno capo a Pino Romualdi, strutturati nei Gruppi di azione rivoluzionaria (Gar) i quali, a loro volta, sono costituiti da tre Nuclei di azione rivoluzionaria (Nar), che sono composti da tre Squadre d’azione rivoluzionaria (Sar).
Quando nel 1977 inizia a comparire la scritta “Nar”, Pino Romualdi è ancora al vertice del Movimento sociale italiano – Destra nazionale, così che possiamo escludere pacificamente che essa sia stata inventata di sana pianta dalla coppia Fioravanti-Mambro.
Inoltre, a conferma di un inganno storico che prosegue senza interruzioni dall’estate del 1946, i Fasci di azione rivoluzionaria, nei quali erano inseriti i Nar, non erano un’organizzazione di lotta armata al sistema democratico ed antifascista, ma erano collegati al gruppo ebraico Irgun al quale fornirono l’esplosivo necessario per compiere un attentato contro l’ambasciata britannica a Roma, il 31 ottobre 1946, ed erano finanziati dai servizi segreti americani come segnala un rapporto dell’intelligence militare italiana dell’ 11 febbraio 1949 sul conto dell’agente del Cic, Jospeh Luongo.
La coppia stragista, insomma, mente quando si attribuisce il merito di aver inventato la parola “Nar” e continua a mentire quando pretende di aver partecipato, se non iniziato, la “lotta armata” per distinguersi dai metodi impiegati dai “vecchi fascisti”.
I giovani protagonisti di una nuova stagione di terrore, in realtà, sono tutti militanti del più vecchio gruppo “fascista” italiano, il Movimento sociale italiano.
Hanno per capi Giorgio Almirante, Pino Romualdi, Pino Rauti e Gianfranco Fini che, per la sua veste di segretario nazionale giovanile, è il loro primo e più diretto interlocutore.
I giovani missini la gistificazione valida per iniziare la “lotta armata” contro lo Stato l’hanno avuta quando, nel corso degli incidenti in via Acca Larentia a Roma, un capitano dei carabinieri uccide Stefano Recchioni.
È la prima volta nel dopoguerra che un ufficiale dell’Arma cosiddetta “benemerita” uccide a sangue freddo un giovanissimo militante di destra nel corso di incidenti di piazza, ma dinanzi alle veementi proteste dei suoi compagni, Pino Romualdi in persona risponde che possono dimenticarsi che il partito prenderà posizione contro i carabinieri.
In quei primi giorni del 1978, le armi non mancano ai missini romani ma nessuna di esse aprirà il fuoco, anche a scopo meramente dimostrativo, contro l’Arma che rappresenta l’istituzione militare e di polizia più rappresentativa dello Stato democratico ed antifascista.
Gli “spontaneisti” si uniformano alle direttive di Pino Romualdi e decidono che l’Arma dei carabinieri non sarà mai un bersaglio per le loro armi, e che Stefano Recchioni potrà giacere nella sua tomba senza pace, senza vendetta e tantomeno giustizia.
Apriranno il fuoco due mesi più tardi, il 18 marzo 1978, a Milano, uccidendo due ragazzi dei centri sociali, Lorenzo Jannucci e fausto Tinelli, che ovviamente non rappresentano lo Stato ma solo il nemico politico ed ideologico del Msi e dei gruppi affini.
Può costituire il duplice omicidio di Milano l’inizio della “lotta armata” da parte degli “spontaneisti” di destra?
No, perché dalla morte di due giovanissimi “compagni” lo Stato non subisce alcun danno, eventualmente ne trae il vantaggio di provare all’opinione pubblica l’esistenza di due estremismi, quello “rosso” che il 16 marzo a Roma ha sequestrato Aldo Moro e massacrato gli uomini della scorta, e quello “nero” che, due giorni dopo, il 18 marzo, uccide senza alcuna motivazione plausibile due ragazzi di sinistra.
Per verificare l’esistenza della “lotta armata” di destra contro lo Stato, abbiamo preso in esame il periodo che va dalla fine del mese di maggio 1978 al 2 agosto 1980, data in cui con la strage alla stazione ferroviaria di Bologna si conclude definitivamente la sciagurata azione del “neofascismo” post-bellico.
Abbiamo circoscritto la ricerca alle sole vittime dello Stato procedendo, inoltre, a fare un veloce raffronto fra le azioni compiute nello stesso arco temporale dai militanti della sinistra armata e quelle attuate dagli “spontaneisti” di Giorgio Almirante e Gianfranco Fini.
Dal 1° giugno 1978 al 2 agosto 1980, i combattenti della sinistra uccidono, quasi sempre in agguati preordinati, 28 rappresentanti dello Stato fra funzionari ed agenti di Ps, ufficiali e militi dei carabinieri, agenti di custodia e magistrati.
In guerra si uccide e si muore: nello stesso periodo, difatti, per mano delle sole forze di polizia, i militanti di sinistra perdono 10 uomini.
Nessun dubbio può di conseguenza, sussistere sull’esistenza di un confronto armato fra sinistra rivoluzionaria e Stato.
E la “lotta armata” che viene presentata ancora oggi come durissima e spietata da parte dei “terroristi neri” contro lo Stato, cosa ha prodotto?
Dal 1° giugno 1978 al 5 febbraio 1980 gli “spontaneisti”, contro lo Stato, non fanno proprio nulla. Si materializzano il giorno successivo, 6 febbraio 1980, a Roma, quando tentano di disarmare un giovanissimo agente di Ps, Maurizio Arnesano, che però si ribella e non lascia a Valerio Fioravanti e Giorgio Vale altra scelta che ucciderlo.
Se il ragazzo in divisa avesse consegnato le armi non sarebbe morto.
Il 28 maggio 1980, sempre a Roma, la banda si presenta dinanzi ad un liceo romano dove sosta una pattuglia di polizia che non rappresenta un bersaglio.
Purtroppo, l’appuntato di Ps Franco Evangelista compie un movimento che spaventa il minorenne Luigi Ciavardini, quello che Valerio Fioravanti bollerà come “infame per stupidità”, che gli spara e lo uccide.
Bisogna giungere al 23 giugno 1980 per assistere ad un agguato preordinato da parte degli “spontaneisti” che, quel giorno, uccidono il giudice Mario Amato che, in totale solitudine, stava conducendo indagini sull’estremismo di destra romano.
Dal 1° giugno 1978 al 2 agosto 1980, la “lotta armata” condotta dagli “spontaneisti” ha prodotto, pertanto, allo Stato 3 morti, uno solo dei quali in un agguato premeditato.
Possono bastare per affermare che i “terroristi neri” hanno condotto una guerra contro lo Stato?
Crediamo ragionevolmente che non si possa parlare di “guerra” e di “lotta armate” se, come abbiamo visto, su 3 morti de sono stati provocati da cause impreviste ed uno solo è stato ucciso con premeditazione.
La controprova è offerta dall’assenza di vittime fra le file dei “terroristi neri” per mano delle forze di polizia, cosa del resto ovvia perché se no si attacca non si rischia, non si uccide, e sopratutto, non si muore.
L’omicidio di Mario Amato non rappresenta una rottura con il passato, viceversa si palesa come la reiterazione di un’azione che era stata compiuta, il 10 luglio 1976, quando non si parlava ancora di “spontaneismo” e di “spontaneisti”, contro il giudice Vittorio Occorsio da parte del militante di Ordine nuovo Pierluigi Concutelli dipendente sul piano gerarchico da Paolo Signorelli.
L’isolamento nel quale versava Mario Amato all’interno del Tribunale di Roma è noto, anche perché personalmente denunciato dallo stesso magistrato.
Meno note sono le dichiarazioni rese da Cristiano Fioravanti, il 12 settembre 1990, al giudice istruttore veneziano Carlo Mastelloni al quale l’ormai “pentito” fratello di Valerio racconta delle protezioni godute da lui e dai suoi amici all’interno del Tribunale di Roma assicurate al giudice Antonio Alibrandi, padre di Alessandro, che ”faceva parte di una corrente di magistrati molto forte ed influente… tutti i nostri processi – spiega il “pentito” – venivano gestiti da tale corrente”.
Sarebbe sufficiente ricostruire le vicende giudiziarie degli “eversori neri” romani per trovare il riscontro alle dichiarazioni di Cristiano Fioravanti, ma lo faremo quando dedicheremo un documento al ruolo ricoperto dalla magistratura italiana nella storia del terrorismo di Stato.
Qui, ci limitiamo a segnalare la straordinaria coincidenza derivante dal fatto che gli “spontaneisti” de Nar uccidono il giudice Mario Amato 10 giorni dopo che costui ha denunciato dinanzi al Csm le condizioni di isolamento in cui è obbligato ad operare in un Tribunale in cui i “terroristi neri” contano su amici e protettori ben decisi a garantire loro impunità.
Come già Vittorio Occorsio, anche Mario Amato paga con la vita l’incapacità di non comprendere che il “neofascismo”, quand’anche si presenti nelle vesti di “terrorismo nero”, è espressione del regime e dello Stato.
I fatti dimostrano, al di là di ogni ragionevole dubbio, che gli “spontaneisti” di Giorgio Almirante e Gianfranco Fini non hanno come obiettivo lo Stato ed i suoi rappresentanti ma quello che Pino Romualdi ha indicato fin dal 1946: i comunisti, nemici dello Stato.
Sono gli oppositori dell’opposizione allo Stato ed al regime che con esso si identifica.
Per questa ragione sparano sui “compagni” come Ivo Zini, ucciso il 28 settembre 1978; Valerio Verbano, il 22 febbraio 1980; Roberto Ugolini, ferito il 30 marzo 1979; il figlio dell’avvocato Edoardo Di Giovanni, ferito il 10 aprile 1979, e prima ancora il 9 gennaio 1979, su un gruppo di ragazze all’interno della sede di “Radio Città futura”, per limitarci solo agli episodi più eclatanti.
Gli “spontaneisti” del Movimento sociale italiano le armi le hanno ma non le usano contro lo Stato.
Hanno anche, in abbondanza, esplosivo con il quale compiono attentati che perseguono l’obiettivo di indebolire il Partito comunista e rafforzare i suoi avversari politici, dalla Democrazia cristiana al Movimento sociale italiano, ed al compimento dei quali i “rivoluzionari” dei Nar partecipano attivamente.
Dagli attentati dimostrativi, alcuni dei quali non rivendicati, a quelli apertamente stragisti, alcuni dei quali rivendicati con sigle e linguaggio di sinistra, la lista è lunga.
Ma prima di prendere in esame i più significativi c’è da chiedersi quale fosse lo scopo di questo rifiorire di ferimenti, omicidi, attentati dimostrativi e stragisti.
Nella Roma del 1978 non ci sono più gli “avanguardisti” di Stefano Delle Chiaie o gli “ordinovisti” di Pino Rauti, ormai dirigente nazionale del Msi, ai quali attribuire la violenza della destra cosiddetta extraparlamentare.
Ci sono, viceversa, in prima linea i ragazzi allevati nelle sezioni del partito, i “figli” di Giorgio Almirante, i “fratelli” di Gianfranco Fini, Francesco Storace, Maurizio Gasparri. Sono loro la nuova manovalanza del neofascismo di Stato e di regime.
Uno dei motivi per i quali i padroni della stampa italiana hanno creato l’immagine dei “ragazzini” dei Nar, tutti “spontaneisti”, tutti addirittura antagonisti dei dirigenti del Movimento sociale, compreso e per primo Gianfranco Fini, risiede proprio nella necessità di non coinvolgere nel “terrorismo nero” i vertici di un partito politico rappresentato in Parlamento fin dall’aprile del 1948, un autentico pilastro del regime non inseribile fra i nemici della democrazia e dello Stato.
È, invece, legittimo e fondato il sospetto che fra dirigenti e manovali missini ci sia stata una comunanza di intenti e di azioni da occultare come sempre e come al solito ripescando da un passato lontano e ormai dimenticato da tutti la sigla dei Nar.
La verità storica vuole che il cambiamento di rotta della Democrazia cristiana a partire dai primi anni Settanta nei confronti del Partito comunista, visto ora come interlocutore credibile ed auspicabile esterno della maggioranza, e la contestuale fine dei tentativi “golpisti” in Italia hanno portato all’emarginazione il Movimento sociale italiano e alla scomparsa dei gruppi gregari della destra extraparlamentare.
A partire dal 1977 iniziano ad apparire i primi segnali di un tentativo di riorganizzazione che, però, non si traduce in un’azione politica coordinata ed efficace.
È con il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro ad opera delle Brigate Rosse, ufficialmente dirette dal futuro direttore onorario del carcere di Opera Mario Moretti, che la destra missina riprende fiato ed intravede la possibilità di reinserirsi nel gioco proponendo una riedizione aggiornata ai tempi della “strategia della tensione”, dell’infiltrazione a sinistra e della provocazione.
L’offensiva riparte da Roma e dal Veneto (Padova e Venezia) con gli stessi metodi e gli identici fini del passato.
A dirigerla sul campo ci sono perfino gli stessi uomini: Pino Rauti e Paolo Signorelli a Roma, Carlo Maria Maggi e Massimiliano Fachini a Venezia e Padova.
Ci sono loro dietro le sigle di “Costruiamo l’azione” e del “Movimento rivoluzionario popolare (Mrp)” che, nel 1978, a Roma, compie attentati dinamitardi non rivendicati per saggiare la reazione della popolazione e l’anno successivo, 1979, cercherà la strage da attribuire – e non poteva essere diversamente – all’estrema sinistra.
Nel solo mese di marzo del 1979 ci sono ben tre segnalazioni sulla ripresa dell’attività politica di Carlo Maria Maggi, insieme a Marcello Soffiati e Carlo Digiglio, in perfetto accordo con Pino Rauti che ormai si propone addirittura di conquistare la segreteria nazionale del Movimento sociale italiano.
La controffensiva missina inizia nel mese di maggio del 1978, con la ristampa a cura di Claudio Mutti, amico di Franco Freda, de “La disintegrazione del sistema” scritto dal confidente del Sid padovano nel 1969.
Ancora oggi questo scritto viene presentato come esempio di una singolare ideologia “nazimaoista”, inventata non dal Freda e dai suoi colleghi ma dagli esperti in disinformazione dei servizi segreti italiani e non solo, difatti il Freda scrive “La disintegrazione del sistema” per ragioni esclusivamente strumentali in un momento in cui, con i buoni uffici dell’ Aginter Presse di Yves Guerin Serac, i “neofascisti” italiani sono entrati in contatto con i diplomatici e gli spioni dell’ambasciata della Cina popolare a Berna.
Lo scritto di Freda doveva dare impulso e consistenza all’infiltrazione nei gruppi “maoisti” e marxisti leninisti e proporre una alleanza anti-borghese fra i gruppi ideologicamente diversi che, però, avevano come unico denominatore comune al lotto contro la borghesia capitalista e l’imperialismo sia sovietico che americano.
Nel 1978, il gioco si ripete.
Inosservato è passato il tentativo, parzialmente riuscito, da parte di alcuni “neofascisti” romani di stabilire un’alleanza operativa con elementi della sinistra armata nella capitale.
Fra i protagonisti di quest’operazione di infiltrazione c’è Egidio Giuliani, figura ingiustamente sottovalutata del mondo missino romano, che il 3 dicembre 1978 compie un attentato contro il centro elaborazione dati della Motorizzazione civile firmandolo come “Movimento armato antimperialista”.
Un “infiltrato” che, alla pari di altri componenti della suburra romana, una volta in carcere si sentirà ingannato e tradito dai suoi “maestri” tanto che sarà proprio lui, il 28 maggio 1982, nel cortile dell’aria del carcere di Novara a tagliare la faccia a Franco Freda, con un gesto che nel linguaggio   della malavita qualifica il ferito come infame.
Il 3 giugno 1979 si devono svolgere le elezioni politiche anticipate, le prime dopo il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro, decisive per il futuro del Paese perché devono necessariamente segnare un arretramento del Pci giunto, nel giugno del 1976, ad un passo dall’acquisire la maggioranza relativa.
Se tre anni dopo, il Pci riconfermerà il risultato o, addirittura, lo migliorerà il fantasma della conquista del potere da parte della “quinta colonna sovietica” in Italia con mezzi pacifici, per via elettorale, si concretizzerà ponendo gli Stati Uniti e la Nato dinanzi al drammatico dilemma di come intervenire per evitare di avere Enrico Berlinguer presidente del Consiglio o, almeno, ministro di un governo del “mondo libero”.
La posta in gioco è, di conseguenza, altissima.
Mario Moretti e il “terrorismo rosso” rappresentano la cara migliore per danneggiare le aspirazioni di una vittoria elettorale del Pci, ma il “neofascismo” di Stato e di regime non intende essere spettatore passivo, al contrario vuol dare il suo contributo alla battaglia anticomunista nella speranza di risollevare le proprie vacillanti fortune.
Lo fa con i metodi già sperimentati negli anni precedenti, quelli impiegati nel corso della cosiddetta “strategia della tensione”, compiendo attentati finalizzati a provocare indignazione nell’opinione pubblica da attribuire alla sinistra.
Non a caso, il primo attentato colpisce il Campidoglio, un obiettivo che non è qualificabile, per la popolazione romana, di destra ma solo di sinistra, il 20 aprile 1979.
Ne seguono altri: il 14 maggio, un ordigno di inusitata potenza è fatto esplodere nei pressi del carcere di “Regina coeli”, rivendicato dal “Movimento rivoluzionario popolare” per “lanciare un appello contro il fascismo di Stato aprendo un fronte dialettico ed armato”.
Il 20 maggio, in piazza Indipendenza, nelle vicinanze della sede del Consiglio superiore della magistratura, si cerca la strage con un’auto imbottita di esplosivo che non esplode per un motivo tecnico.
Il 24 maggio, è compiuto un altro attentato questa volta contro la sede del ministero degli Esteri, sempre a firma Mrp che lo rivendica come un gesto “contro l’imperialismo e il fascismo” e per una “lotta senza tregua”.
Attentati, sigla, rivendicazioni che dagli italiani chiamati di lì a poco a votare sono attribuiti all’estrema sinistra comunista ed eversiva, non certo a Paolo Signorelli, Massimiliano Fachini, Valerio Fioravanti e agli “spontaneisti” dei Nar.
E se questa non è stata un’operazione da “strategia della tensione” per danneggiare le fortune elettorali del Pci, anche a costo di versare sangue innocente, attendiamo che qualcuno ci dica come deve essere interpretata.
I presunti “spontaneisti” dei Nar sono totalmente inseriti in un contesto in cui il “neofascismo” missino prosegue nella sua azione di contrapposizione ai comunisti e di fiancheggiamento dello Stato e del regime.
La “strategia della tensione” è pienamente condivisa dai “ragazzini” dei Nar che hanno per strategia quella tracciata dai loro capi, come si conviene a gregari che non hanno la capacità di distaccarsi dal mondo umano e politico nel quale sono stati allevati.
La conferma giunge il 30 marzo 1980, quando a quasi un anno di distanza dalle bombe stragiste di Roma, Valerio Fioravanti, Gilberto Cavallini, Francesca Mambro attaccano il distretto militare di Padova, feriscono ad un piede un sergente, asportano armi e munizioni e se ne vanno dopo aver tracciato sui muri il simbolo delle Brigate rosse.
Un’azione che denuncia la disonestà intellettuale di quanto vedono in Valerio Fioravanti e Francesca Mambro i simboli dello “spontaneismo armato”, i “ragazzini dei Nar” che si vogliono distinguere dai “vecchi fascisti” impugnando apertamente le armi contro lo Stato come fanno i “compagni” delle Brigate rosse.
In realtà, l’assalto al distretto militare di Padova, attribuito alle Brigate rosse, insieme alle bombe stragiste di Roma, firmate dal Movimento rivoluzionario popolare “contro il fascismo”, dimostrano l’esistenza di solidi collegamenti politici ed operativi fra il gruppo veneto e quello romano che non sono mai stati approfonditi in sede storica e giudiziaria.
La strategia della destra missina, difatti, ripropone i temi dell’infiltrazione e della provocazione che completano e perfezionano il suo deciso inserimento nell’azione politica finalizzata ad aggravare la situazione dell’ordine pubblico, come sempre e cono i metodi di sempre.
E questi metodi prevedono l’infiltrazione nei gruppi avversari, la “propaganda nera” che contempla l’attribuzione al nemico delle azioni che sollevano lo sdegno dell’opinione pubblica, e la provocazione necessaria per aggravare la situazione dell’ordine pubblico che solo lo Stato ha i mezzi per ristabilire.
Un esempio di destabilizzazione dell’ordine pubblico che denuncia inoltre il coordinamento fra gli “spontaneisti” dei Nar e i vertici del Movimento sociale romano lo troviamo negli eventi verificatisi nella Capitale il 9 e10 gennaio 1979.
Il 9 gennaio, Valerio Fioravanti e suo fratello Cristiano compiono quella che, dopo le stragi, è l’azione più infame di cui si sia macchiato il “neofascismo” di regime.
Fanno, difatti, irruzione nella sede di “Radio Città futura” ed aprono il fuoco su cinque ragazze trovate al suo interno ferendole alle gambe in modo grave, tanto che una perderà la possibilità di avere figli.
La rivendicazione, fatta telefonicamente al quotidiano amico, “Il Tempo”, è grottesca perché dopo aver definito “Radio Città futura” un “covo di predicatori di odio”, prosegue spiegando che “abbiamo scelto un bersaglio particolare perché siamo stufi che siano dei giovani rossi e neri a pagare con la vita le colpe del sistema”.
Sarebbe facile rispondere che, se questa era l’intenzione, avrebbero dovuto colpire un simbolo del sistema, non cinque ragazze nella sede di “Radio Città futura” che, da sinistra, è all’opposizione del sistema.
Ma sappiamo che anche la rivendicazione è studiata in modo tale che da non coinvolgere l’ambiente missino ufficiale che, viceversa, si muove in prefetta sintonia con i presunti “spontaneisti” del partito.
Il 10 gennaio, infatti, nel quartiere Centocelle, ritenuto “rosso”, si svolge una manifestazione di giovani missini, organizzata da Gianfranco Fini, Michele Marchio, Adolfo Urso e Bartolo Gallitto, che si conclude con la morte di Alberto Gianquinto, ucciso da un sottufficiale di Pubblica sicurezza.
Nella stessa giornata del 10 gennaio, in via Rovani, militanti di sinistra sparano su tre giovani fermi dinanzi ad una sezione del Msi-Dn uccidendo Stefano Cecchetti e ferendo Maurizio Battaglia e Alessandro Donatoni.
È la risposta dell’attacco a “Radio Città futura” e al ferimento delle cinque ragazze al suo interno, come spiega la rivendicazione firmata dai “Compagni organizzati per il comunismo”: “abbiamo colpito fisicamente. Contro l’arroganza fascista sul territorio”.
Due giorni di sangue, due giovanissimi morti, feriti, caos.
Non sappiamo, purtroppo, se Gianfranco Fini, Adolfo Urso, Michele Marchio e Bartolo Gallitto abbiano deciso di far manifestare i giovani missini a Centocelle prima o subito dopo l’assalto a “Radio Città futura” da parte dei due infami fratelli Fioravanti, ma seppure non si può affermare che le due azioni siano state coordinate prima, appare certo che i dirigenti missini abbiano deciso di sfruttare la situazione dopo, provocando incidenti di piazza in un quartiere ostile al partito.
Morti due giovani, uno missino l’altro no, che dovrebbero pesare sulla coscienza dei protagonisti della sanguinosa provocazione, iniziata con l’assalto a “Radio Città futura” e proseguita con la manifestazione a Centocelle, ma che viceversa è stata cancellata dalla memoria e dalla ricostruzione storica degli avvenimenti come se il collegamento fra i fatti non apparisse evidente anche al più superficiale degli storici.
Molti anni più tardi, ad avvalorare il sospetto che Gianfranco Fini ed i suoi amici abbiano avuto, non solo negli eventi del 9-10 gennaio 1979, un rapporto diretto con i presunti “spontaneisti”, c’è la difesa ad oltranza fatta dai dirigenti missini romani della coppia Fioravanti-Mambro per la cui libertà i neo-convertiti ai valori dell’antifascismo si sono battuti con impegno e zelo, spronati anche dall’avvertimento minaccioso della Mambro che riferendosi a loro, ai “nuovi partigiani”, dichiarerà ai giornalisti: ”loro al governo e noi in galera”.
In galera sì, ma non abbandonati dai loro capi visto che sarà proprio Adolfo Urso, uno dei promotori della manifestazione a Centocelle del 10 gennaio 1979, a mettere la propria rivista a disposizione della Mambro perché possa scrivere, a pagamento, articoli che non leggerà nessuno.
Nell’esame dei comportamenti della destra missina abbiamo rilevato, fino a questo momento, non la prova di una “lotta armata” contro lo Stato condotta da giovani romantici “spontaneisti” protesi a riscattare le collusioni con il sistema democratico dei loro padri, ma la ripresa della “strategia della tensione” con i metodi abituali dell’infiltrazione nei gruppi avversari, con gli attentati con finalità stragista rivendicati a sinistra, con la sistematica provocazione allo scopo di innalzare il livello di scontro ed accrescere il disordine nel Paese.
Cambiano i nomi dei manovali per un ovvio ricambio generazionale, non quelli degli strateghi.
Contro la favola dello “spontaneismo armato”, contro la strumentale leggenda dei “ragazzini dei Nar”, si sommano i fatti citati fino ad orma ma ce ne sono altri che dimostrano i legami strettissimi che intercorrevano fra i burattini e i burattinai dell’estrema destra a Roma come in Veneto.
E proprio in Veneto, gli “spontaneisti” dei Nar installano una loro base operativa perché quella romana, dopo gli omicidi dell’appuntato di Ps Evangelista e del giudice Mario Amato, è ormai “bruciata”.
Nel Veneto, i “ragazzini dei Nar” non si limitano a stare nascosti, a cuccia, per evitare un possibile arresto, viceversa agiscono e progettano.
Pianificano, ad esempio, l’omicidio di Giancarlo Stiz, il giudice che a Treviso per primo imboccò la “pista nera” per la strage di piazza Fontana incriminando Fanco Freda e Giovanni Ventura.
Per quale ragione, gli “spontaneisti” dovevano vendicare due “vecchi fascisti stragisti e golpisti” come Franco Freda e Giovanni Ventura?
Non dovevano essere costoro annoverati fra i “cattivi maestri” che i loro “ragazzini” avevano ripudiato e condannato?
Volevano organizzare la fuga di Pierluigi Concutelli, che certo non era uno “spontaneista” ma solo un gregario al quale faceva piacere sparare ed ammazzare. Tutti sappiamo che costui ha eseguito l’omicidio di Vittorio Occorsio per ordine di “stragisti e golpisti” accreditati presso i comandi dell’Arma dei carabinieri.
Il 9 ottobre 1979, a Rovigo, muore un certo Roberto Cavallaro, a causa di un incidente stradale che, singolarmente viene rivendicato presso il quotidiano “Il mattino di Padova” come propria azione dai Nar.
A parte il fatto che gli omicidi a mezzo di incidenti stradali appartengono alla metodologia sei servizi segreti e non a quella dei militanti politici, la rivendicazione dei Nar è frutto di un equivoco, i un caso di omonimia perché Roberto cavallaro è il nome del personaggio che, nel 1974, con le sue dichiarazioni mise nei guai Amos Spiazzi ed i suoi colleghi della “Rosa dei venti”, organizzazione clandestina dell’Alleanza atlantica.
Avremmo dovuto riscontrare le azioni e le pianificazioni di operazioni contro lo Stato, il sistema democratico, viceversa nella ricostruzione delle attività e dei progetti degli “spontaneisti” abbiamo trovato nel periodo della loro permanenza in Veneto la preparazione dell’omicidio di Giancarlo Stiz,  il “nemico giudiziario di Franco Freda e Giovanni Ventura tanto cari al Sid e alla divisione Affari riservati del ministero degli Interni; il piano per la fuga di Pierluigi Concutelli, presente nel cuore di Paolo Signorelli i cui rapporti con i carabinieri sono agli atti del processo per la strage di Brescia del 28 maggio 1974; la rivendicazione dell’omicidio, vero o presunto, di Roberto cavallaro che così male ha fatto al “camerata” Amos Spiazzi e ad i suoi amici delle Forze armate e della Nato; l’assalto al distretto militare di Padova rivendicato a nome delle Brigate Rosse.
Nulla di nuovo rispetto al passato “golpista e stragista” dei padri politici di Valerio Fioravanti, Francesca Mambro ed amici.
Del resto, la base operativa della banda è Padova.
Al quotidiano “Il Mattino di Padova” inviano la rivendicazione per l’omicidio, vero o presunto, di Roberto cavallaro; a Padova, l’8 gennaio 1980, sparano contro una sezione del Pci; a Padova, il 30 marzo 1980, assaltano il distretto militare; a Padova, compiono un attentato, il 25 luglio 1980, contro la sede della libreria “Feltrinelli”; a Padova, sono presenti la mattina del 2 agosto 1980; a Padova, infine, viene arrestato Valerio Fioravanti dopo che, insieme ai suoi colleghi, ha ucciso due carabinieri, il 5 febbraio 1981.
E proprio a Padova, si verifica una falla nel sistema di sicurezza che protegge i “ragazzini” dei Nar, come dimostrano le informazioni fornite da Luigi Vettore Presilio, detenuto nel carcere padovano, al magistrato di sorveglianza nel mese di luglio del 1980.
Padova dista 30 chilometri da Mestre-Venezia.
Il 1° marzo 1984, Sergio calore, braccio destro di Paolo Signorelli, racconta ai giudici di Bologna che il 16 marzo 1979 si era recato a Padova insieme a Paolo Signorelli dove, dice “incontrai Fachini, Raho, Cavallini e Melioli”.
Dalla dichiarazione di Sergio Calore si ricava che Gilberto Cavallini conosceva Paolo Signorelli di Roma, Massimiliano Fachini di Padova, Roberto Raho di Treviso, Giovanni Melioli di Rovigno.
Non è credibile che li conoscesse solo lui e non Valerio Fioravanti e Francesca mambro.
È accertato con assoluta certezza che dietro “Costruiamo l’azione” e il “Movimento rivoluzionario popolare” c’erano, fra gli altri, Paolo Signorelli e Massimiliano Fachini.
Le dichiarazioni rese dal Walter Sordi, il 7 maggio 1983, confermano i rapporti di dipendenza dei presunti “spontaneisti” da Paolo Signorelli e dei suoi complici.
“Io sapevo che Valerio Fioravanti – dice Sordi – aveva rapporti personali e politici con personaggi del M.R.P. come ad esempio Signorelli e Calore”.
“Cavallini mi rivelò – prosegue Sordi – che egli stesso era stato in contatto con il gruppo di Signorelli e Calore e tutti gli altri che agivano con la sigla M.R.P. Ma che si era dissociato da tale formazione, unitamente ad altri, dopo l’attentato al Consiglio superiore della magistratura (20 maggio 1979 – ndr), attentato che si era rivelato un tentativo di strage…Alla mia domanda di ulteriori spiegazioni mi disse che l’ordine di fare una strage poteva pervenire solo dal De Felice Fabio. Infatti egli era al vertice dell’M.R.P. da cui prendevano ordini Calore, Signorelli e tutti gli altri”.
Signorelli, Fachini, De Felice…siamo nel cuore del “neofascismo di servizio segreto”, fra i “vecchi fascisti golpisti e stragisti” con i quali gli “spontaneisti” dei Nar si trovano a loro agio, anzi ai loro ordini.
Chiedersi per quali ragioni la banda Fioravanti-Mambro abbia deciso di spostare da Roma al Veneto la propria base logistica ed operativa è, a questo punto, retorico.
Dopo Roma, è proprio in Veneto che i Fioravanti e colleghi possono trovare protezione e rifugio sotto le ali protettrici di quel gruppo ordinovista che ha ottimi rapporti con i rappresentanti delle forze di polizia e di sicurezza.
I “ragazzini del Nar” si muovono lungo l’asse stragista: Roma, Padova, Venezia.
In Veneto, conoscono Massimiliano Fachini, Roberto Raho, Giovanni Melioli, Carlo Digiglio, il “tecnico delle stragi”, il “sub” ovvero un sommozzatore adibito al recupero di armi ed esplosivi abbandonati dai tedeschi in ritirata nei laghi e nei fiumi della regione, di cui aveva già parlato Paolo Aleandri.
A Rovigo, dove abita Giovanni Melioli, i Nar affermano di aver ucciso Roberto Cavallaro.
A Padova, l’assalto al distretto militare è reso possibile da un basista che conosce bene l’ubicazione dell’armeria, il numero dei militari presenti, gli orari in cui effettuare l’azione.
A Padova, c’è qualcuno che riferisce a Luigi Vettore Presilio in carcere alcuni dei progetti degli “spontaneisti”, come la preparazione dell’omicidio del giudice Giancarlo Stiz e un “attentato di eccezionale gravità”, di cui il delatore parla al giudice di sorveglianza il 10 luglio 1980.
La volontà di uccidere Stiz è stata confermata dallo stesso Valerio Fioravanti, quindi la notizia di cui era entrato in possesso Luigi Vettore Presilio era esatta.
Per quanto riguarda l’ “attentato di eccezionale gravità”, Massimiliano Fachini sarà imputato nel processo per la strage di Bologna anche per aver telefonato nelle prime ore del 2 agosto 1980 a Jeanni Cogolli, compagna dello “spirito libero” Fabrizio Zani, consigliandole di abbandonare subito la città, cosa che la donna fa insieme a tale Naldi addirittura in autostop.
Milano è stata la città italiana in cui si sono verificate due stragi, quella del 12 dicembre 1969 e del 17 maggio 1973, entrambe attribuite all’ambiente veneto di Ordine nuovo; in cui è stata progettata una strage, fallita per caso fortuito, sul treno Torino-Roma, il 7 aprile 1973, per la quale è stato condannato quel Giancarlo Rognoni in ottimi rapporti con Carlo Maria Maggi; in cui, infine, è fallita per un soffio la strage dinanzi al palazzo del Comune il 30 luglio 1980.
Se, per quest’ultima, il rapporto con ambienti veneti non è stato accertato sul piano giudiziario, lo è stato con l’ambiente romano che gravita attorno a Paolo Signorelli e, se la memoria no ci inganna, è stato chiamato in causa anche l’ “infiltrato” Egidio Giuliani.
Come a dire, se la strage non è attribuibile al lato veneto del triangolo stragista, lo è a quello romano, e i nomi che vi ricorrono sono quelli di sempre, dei padri dei “ragazzini dei Nar”.
Rimane il dubbio circa il riferimento fatto da Luigi Presilio Vettore sull’ “attentato di eccezionale gravità”, da intendere come preambolo alla strage, poi fallita, a Milano o a quella di Bologna del 2 agosto 1980.
Vi è, difatti, da considerare che mentre l’attentato stragista di Milano, del 30 luglio 1980, ha richiesto una programmazione, una verifica degli orari, l’attesa di una seduta del Consiglio comunale a Palazzo Marino, quella attuata alla stazione ferroviaria di Bologna non ne ha richiesta alcuna.
Non è, pertanto, da escludere che la strage di Bologna sia stata decisa ed attuata a causa del fallimento di quella di Milano.
Il precedente, gli stragisti l’avevano: il 28 agosto 1970, difatti, ignoti avevano deposto una valigia contenente un ordigno esplosivo in una sala passeggeri della stazione ferroviaria di Verona, che era stata notata da un sottufficiale della Polfer e portata in un luogo isolato dove esploderà un’ora più tardi.
Verona è sempre in veneto, ed è la città dove viveva ed operava Marcello Soffiati, il più stretto collaboratore di Carlo Maria Maggi, nonché confidente dei servizi segreti militari americani e, in seguito, anche del Sisde con il criptonimo di “Eolo”.
Non è un’accusa, ma una constatazione che abbiamo il dovere di fare.
Perché Milano e, poi, Bologna? Perché una strage?
La risposta può venire dall’esame degli eventi relativi all’abbattimento di un Dc-9 Itavia sul cielo di Ustica il 27 giugno 1980, causato da un missile sparato da un aereo militare penetrato all’interno dello spazio aereo italiano di nazionalità ufficialmente sconosciuta ma che, con oltre venti anni di ritardo, l’informato ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga ha indicato come francese.
Se aerei militari italiani di un paese amico ed alleato dell’Italia penetrano nel nostro spazio aereo per compiere una missione militare, lo fanno con la preventiva autorizzazione dei vertici politici e militari italiani.
Lo prova, a nostro avviso, il fatto che nessuno, a quanto ci è dato da conoscere, ha segnalato in atti giudiziari o ricostruzioni giornalistiche l’intervento nell’area dei nostri caccia intercettori.
Questi si alzano in volo quando i radar segnalano l’ingresso nello spazio aereo di un velivolo sconosciuto, per raggiungerlo, obbligarlo ad identificarsi e, se necessario, costringerlo ad atterrare.
L’azione dei caccia intercettori non è sottoposta alla preventiva autorizzazione dello Stato maggiore dell’Aeronautica, così che se gli aerei che dovevano difendere lo spazio aereo italiano non si sono levati in volo è perché c’era l’ordine di non intervenire in quell’area del Tirreno dove dovevano agire i caccia militari del Paese amico ed alleato.
La prova esiste: alle ore 20.24 del 27 giugno 1980, un F-104 G biposto del 4° stormo, con a bordo i piloti Mario Naldini ed Ivo Nutarelli, all’altezza di Firenze-Peretola lancia il segnale di allarme generale della Difesa aerea, codice 73, ripetendolo per tre volte.
Non accade nulla.
Il Dc-9 Itavia ha un ultimo contatto radio con il controllore procedurale di “Roma controllo” alle ore 20.58, poco dopo viene colpito da un missile e precipita.
Gli aerei militari italiani che dovevano proteggerlo non c’erano, anche se l’allarme era stato lanciato da oltre mezz’ora, un tempo ampiamente sufficiente per fare intervenire i caccia intercettori che, invece, sono rimasti lontani per ordini ricevuti.
Dopo la strage scatta la necessità del depistaggio, necessario non solo per coprire le responsabilità di una nazione amica ed alleata ma quelle dei vertici politici e militari italiani.
Quale potrebbe essere la connessione tra la strage di Ustica, il depistaggio che ne segue e l’ambiente stragista romano-veneto?
Il suo coinvolgimento nel depistaggio delle indagini. Difatti, il 28 giugno 1980, alle 14.10, alla reazione milanese del “Corriere della sera” giunge una telefonata:
“Qui Nar. Informiamo che nell’aereo caduto sulla rotta Bologna-Palermo si trovava un nostro camerata, Marco Affatigato. Era sotto falso nome e doveva compiere un’azione a Palermo. Il suo corpo è riconoscibile dall’orologio Baume & Mercier che aveva al polso. Interrompiamo la comunicazione, grazie”.
Non è l’iniziativa di un mitomane.
Il 17 ottobre 1990, il prefetto Vincenzo Parisi, capo della polizia, nel corso della sua audizione dinanzi alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e le stragi, dichiara:
“Quella telefonata porta la firma dell’intelligence che ha manovrato l’operazione di Ustica”.
Il 7 agosto 1984, a Bologna, verbalizzo i nomi di alcuni presunti “neofascisti” in rapporti con i servizi segreti italiani, fra i quali quello di Marcello Soffiati.
Qualche tempo dopo, Marco Affatigato, ordinovista e confidente della polizia nonché dei servizi segreti americani conferma la qualifica di informatore di Marcello Soffiati ed aggiunge che solo lui era a conoscenza del particolare riferito nella telefonata al “Corriere della sera” del 28 giugno 1980 dell’orologio Baume & Mercier che egli effettivamente portava al polso perché, qualche settimana prima della strage di Ustica, lo aveva incontrato a Nizza e proprio Soffiati glielo aveva chiesto in regalo ottenendone un rifiuto.
È stato valorizzato sul piano giudiziario questo dettaglio che porta al cuore dell’ambiente stragista veneto?
Crediamo di no, perché risulta che per quella telefonata è stato indiziato di reato il colonnello Federigo Mannucci Benincasa, capo centro del Sismi di Firenze, poi evidentemente prosciolto perché il suo nome non figura fra quelli degli imputati rinviati a giudizio, ma la connessione con il gruppo veneto di Ordine nuovo non appare.
Peccato, perché il Veneto torna nelle affermazioni di un notabile democristiano di primissimo piano, Antonio Bisaglia, proprio in relazione al rapporto fra la strage di Ustica e quella di Bologna.
Il 5 agosto 1980, nel corso della riunione del Comitato interministeriale per le informazioni e la sicurezza il collegamento fra le due stragi è fatto dal direttore del Sismi, generale Giuseppe Santovito, e dal ministro degli Esteri, Emilio Colombo, che privilegiano una “pista libica”, mentre Antonio Bisaglia, veneto, afferma che il massacro alla stazione ferroviaria di Bologna era da riconnettersi alla strage di Ustica con intenti di depistaggio.
Aveva raccolto informazioni negli ambienti veneti, Antonio Bisaglia?
Non si saprà mai perché morirà annegato nei pressi di Rapallo il 26 giugno 1984.
Otto anni più tardi, il 17 agosto 1992 verrà rinvenuto nel lago di Domegge in Cadore, il cadavere del fratello Mario Bisaglia, sacerdote, che mai si era rassegnato a considerare la morte del congiunto una fatalità.
Si dirà che Mario Bisaglia si è suicidato gettandosi nel lago e morendovi per annegamento, come annegato era morto Antonio Bisaglia.
È sufficiente scorrere la lunga lista delle morti sospette nella vicenda di Ustica per alimentare il dubbio che i due fratelli siano stati, viceversa, messi a tacere.
L’asse stragista, Roma-Veneto, compare sullo sfondo dei depistaggi seguiti alla strage di Ustica nei quali va inserita anche la strage di Bologna del 2 agosto 1980, che l’ineffabile direttore del Sismi, generale Giuseppe Santovito, attribuisce ai libici.
Due sono state le menzogne che hanno retto più tempo sulle stragi del 27 giugno e del 2 agosto 1980: quella della bomba esplosa all’interno del Dc-9 Itavia, proposta con la telefonata del 28 giugno 1980; e quella suggerita di Giuseppe Santovito in concorso con Emilio Colombo, della “pista libica” che da diversi anni, con i necessari aggiustamenti, è divenuta la “pista mediorientale” che dovrebbe portare ai “terroristi” palestinesi ed ai loro compagni europei.
Tutte e due le piste sono state suggerite da uomini del servizio segreto militare che mai ha portato un solo elemento, sia pure indiziario, a suffragio delle proprie tesi, sia di quella della bomba ormai definitivamente accantonata sia di quella mediorientale sulla quale sono ancora in corso indagini che, a distanza di 32 anni dall’eccidio, hanno come unico e solo obiettivo quello di “provare” l’innocenza di Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, i primi due dei quali non languono in un’orrida cella ma hanno addirittura finito di scontare la pena, mentre il terzo si gode il beneficio della semi-libertà in attesa di tornare, anch’egli, totalmente libero.
L’ “ansia” di verità e di giustizia che anima i politici e i giornalisti al loro servizio, lautamente retribuito, non scaturisce quindi dal desiderio di restituire alla libertà tre “innocenti”, ma dal timore che la verità possa un giorno affermarsi con conseguenze imprevedibili per l’intera classe politica italiana.
Non sprechiamo il nostro tempo per confutare le tesi innocentiste sulla strage di Bologna, perché i tre infami sono stati condannati per le loro contraddizioni, le loro reticenze, le loro menzogne e l’incapacità di fornire un alibi per il 2 agosto 1980 che avesse almeno il riscontro di una persona esterna al gruppo.
La coppi ah affermato che, quel mattino, a Padova, Gilberto Cavallini doveva incontrare Carlo Digiglio, il “tecnico delle stragi”, più furbescamente quest’ultimo ha dichiarato che doveva vedere il “sub”, ma nessuno dei tre si è preoccupato di chiamare a testimoniare a loro favore l’ignoto personaggio, fosse Digilio o il “sub”.
Dinanzi ad un’accusa gravissimi e ad una condanna all’ergastolo, sia la coppia che Cavallini avrebbero chiamato a testimoniare l’ignoto interlocutore padovano se mai fosse esistito o se non fosse stato loro complice nella strage.
In una Paese in cui i cittadini finiscono anche all’ergastolo per il libero convincimento dei giudici, la pretesa che i tre stragisti dovevano essere creduti sulla parola è grottesca.
Quindi, passiamo oltre.
Abbiamo visto che nell’attività politica di Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e compari non c’è traccia di “spontaneismo” e di rottura con il passato golpista, stragista, bombarolo del neofascismo di servizio segreto.
Viceversa, la banda è sempre stata contigua a personaggi come Paolo Signorelli, legato all’Arma dei carabinieri e al servizio segreto militare, a Massimiliano Fachini, anch’egli in ottimi rapporti con il servizio segreto militare; che ha partecipato ad azioni stragiste e di provocazione coincidenti con quelle organizzate da Gianfranco Fini e Adolfo Urso il 9-10 gennaio 1979; che hanno avuto come basi operative Roma e, dopo, gli omicidi Arnesano, Evangelista e Amato, il Veneto, in particolare Padova.
Abbiamo citato la testimonianza di Walter Sordi sui rapporti fra Valerio Fioravanti e Paolo Signorelli, Massimiliano Fachini e Fabio De Felice, registriamo anche quella resa il 28 dicembre 1984 ai giudici di Bologna da Mauro Ansaldi, secondo il quale lo “spontaneista” “operava in una doppia posizione da una parte all’interno dei Nar, dall’altra, usando come paravento la sua militanza nei Nar, aveva stretti rapporti con Signorelli e attraverso di lui con Licio Gelli, Semerari e la P2”.
I cosiddetti Nar annoverano anche delinquenti comuni, come Gilberto Cavallini e Mauro Addis, persone che si facevano gli affari propri dietro lo schermo della politica che, in realtà era un susseguirsi di rapine e traffico di stupefacenti.
A suggerire rapporti stabili con la malavita, secondo Paolo Aleandri sono stati i soliti:
“L’istituzione di collegamenti tra gruppi eversivi della estrema destra romana – afferma Aleandri l’8 agosto 1990 – e la malavita organizzata romana rientrava in un disegno strategico comune al prof. Aldo Semerari e al prof. Fabio De Felice”.
Tutti testimoni inattendibili? Valerio Fioravanti non avrebbe mai avuto rapporti con i Signorelli, i Fachini, i De Felice, i Semerari, Gelli?
Però, Licio Gelli è stato condannato per aver partecipato ai depistaggi delle indagini sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980, a favore di Valerio Fioravanti.
Una coincidenza anche quest’ultima?
Fino al 2 agosto 1980 nei contatti di Valerio Fioravanti e dei suoi compari c’è tutto il mondo spionistico e “neofascista” romano e veneto, e dall’attività della banda nulla di nuovo emerge rispetto al passato né come punti di riferimento politico (Freda, Fachini, Signorelli), né come metodi (attentati, anche stragisti), né come obiettivi (“rossi”) da colpire con le armi e facendo ricadere su di essi la responsabilità delle azioni più riprovevoli come gli attentati stragisti a Roma del maggio 1979, e l’assalto al distretto militare di Padova del 30 marzo 1980.
Dopo la strage di Bologna, però, si verifica un terremoto giudiziario che porta in carcere e, per la prima volta, nel mirino della magistratura, il 28 agosto 1980, Paolo Signorelli, Fabio De Felice, Aldo Semerari, Massimiliano Fachini, fra glia altri.
La banda Fioravanti-Mambro perde in questo modo i propri punti di riferimento, i capi in grado di fare progetti, fornire aiuto logistico, indicare obiettivi.
Dopo questa data non c’è più traccia di attività politica, anche in senso lato, da parte della banda Fioravanti-Mambro che, dimenticati i piani per uccidere il giudice Giancarlo Stiz e liberare Pierluigi Concutelli, si preoccupa solo di sopravvivere in libertà.
Dall’analisi delle su attività fino alla data del 5 marzo 1982, quando Francesca Mambro viene arrestata dopo essere rimasta ferita nel corso di una rapina dove, insieme ai complici, ha ucciso il diciassettenne Alessandro Caravillani, vediamo che la banda uccide il 9 settembre 1980 Francesco Mangiameli; il 30 ottobre 1980, ammazzano per questioni di droga non pagata Maria Paxiu e Cosimo Todaro, a Milano; il 26 novembre 1980, a Milano, per evitare di essere arrestati, Gilberto Cavallini e Stefano Soderini uccidono il brigadiere dei carabinieri Ezio Lucarelli che li aveva riconosciuti; il 5 febbraio 1981, per sfuggire all’arresto uccidono i carabinieri Enea Codotto e Luigi Maronesi che fanno in tempo a ferire Valerio Fioravanti che viene poi arrestato; seguono, quindi le eliminazioni fisiche di tre “camerati”: Luca Perucci il 6 gennaio 1981, Giuseppe De Luca, il 30 luglio 1981 e Marco Pizzari, il 30 settembre 1981, quest’ultimo accusato falsamente di aver provocato l’arresto di Nazareno De Angelis e Luigi Ciavardini nel mese di ottobre del 1980 che, invece, era scaturito da un’intercettazione telefonica e non dalla delazione del ragazzo.
In definitiva, la banda uccide quattro “camerati”, due persone accusate di non aver pagato la droga che gli era stata fornita; un ragazzo nel corso di una rapina, e tre carabinieri per evitare di essere arrestati.
E questa sarebbe un’attività politica contro lo Stato?
In realtà, un’azione che potrebbe suggerire un movente politico la banda lo compie il 21 ottobre 1981 quando uccide il capitano di Ps Francesco Straullo e il suo autista, l’agente di Ps Ciriaco Da Roma.
Ma, a muovere Francesca Mambro e colleghi non è la volontà di attaccare i rappresentanti dello Stato, bensì la volontà di vendetta nei confronti di un ufficiale di Ps conosciuto per i metodi poco ortodossi impiegati nel corso degli interrogatori con i quali avrebbe “convinto” Cristiano Fioravanti a pentirsi.
Sette cittadini ammazzati, e tre carabinieri per sfuggire alla cattura, un capitano ed un agente di Ps per vendetta.
Uccidono per rapina, per droga, per soldi non si sa se effettivamente sottratti alle loro tasche, per vendetta, mai per politica, mai per una ragione ideale.
Una qualsiasi banda di malavitosi di borgata avrebbe agito allo stesso identico modo, con le medesime motivazioni.
Se Valerio Fioravanti ha svolto funzioni di cerniera fra gli esponenti del “neofascismo di servizio segreto” (Signorelli, De Felice, Fachini) e dei “poteri occulti” (Gelli) ed i “ragazzini dei Nar”, non poteva essere abbandonato alla sua sorte insieme a Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, Gilberto Cavallini ed altri ancora.
Difatti, non lo è stato.
Il controllo pressoché totale, come si conviene in uno Stato totalitario, dei mezzi d’informazione controllati dai poteri forti della finanza e da quelli occulti degli apparati di sicurezza, ha permesso la “ripulitura” accuratissima, fin nei dettagli, dell’immagine di Valerio Fioravanti che, nella realtà dei suoi comportamenti, appare francamente sudicia.
È lui, Valerio, a fare i nomi dei “camerati” che stavano con lui a Padova, il 5 febbraio 1981, omettendo solo quello del fratello Cristiano, così che candida all’ergastolo gli amici compresa la “amatissima” Francesca Mambro.
È sempre lui, Valerio Fioravanti, a mandare all’ergastolo Gilberto Cavallini e Stefano Soderini raccontando ai giudici che i due, rientrando da Milano, gli avevano confidato di aver fatto “13 in carrozzeria”. All’interno di una carrozzeria, difatti, avevano ucciso il brigadiere dei carabinieri Ezio Lucarelli.
È ancora Valerio Fioravanti, con maggiore incisività del fratello ufficialmente “pentito” Cristiano, a proporsi come testimone d’accusa nei confronti dei militanti di “Terza Posizione” che, dice, lo volevano come capo militare per guidare la loro struttura clandestina.
La figura del delatore per rancore nei confronti dei suoi “camerati” è stata debitamente cancellata, e sostituita con quella del “ragazzino dei Nar” che si è dissociato dal passato confessando le sue colpe.
Fioravanti, quando si presenta al processo di “Terza posizione”, è salvato dai carabinieri che lo sottraggono alla gragnuola di pugni e calci con i quali i coimputati lo accolgono al suo ingresso nella gabbia.
Fioravanti, perché infame, viene obbligato ad assumersi la responsabilità dell’omicidio di Maria Paxiu e Cosimo Todaro, ma mentre depone è colto da una crisi isterica e si mette a piangere, così che la corte non gli crede e condanna, fra gli altri, Mauro Addis.
È ancora lui, Fioravanti, a concordare nel carcere di Ascoli Piceno, il “pentimento” di Angelo Izzo e Sergio Calore salvo tirarsi indietro pur dichiarando di condividere la scelta dei due.
E come mai dietro questa manovra appare il gruppo editoriale “L’Espresso-Repubblica” che pubblicizzava il pentimento di Sergio Calore e Angelo Izzo presentati come due “bravi ragazzi” che vogliono “fare chiarezza” sulle stragi e pubblica la lettera dello stesso Fioravanti che ne condivide l’azione delatoria?
Una domanda che nessuno si è posto, ma che meriterebbe una risposta.
È in questo modo che nasce la leggenda dei due teneri “ragazzini dei Nar”, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, cancellando la loro immagine di delatori, di esecutori d’ordini di Signorelli, Fachini, De Felice, di stragisti con la presenza a Roma, nel maggio del 1979, prima ancora che a Bologna il 2 agosto 1980, di “vendicatori” del confidente del Sid Franco Freda.
Per l’ingannata opinione pubblica italiana, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, devono essere i due “ragazzini” innamorati che un giorno presero le armi, emulando i compagni delle Brigate rosse, per non ripercorrere le orme dei “vecchi fascisti golpisti e stragisti”.
I due si prestano con entusiasmo alla recita ma il loro interesse, quello che essi pretendono è il ritorno in libertà: ci mancherebbe alto che mentre Fini, Gasparri, Storace ed amici vari stanno al governo, Signorelli; De Felice, Gelli sono in libertà, loro due si facciano un ergastolo.
Anche nei tempi bui e barbari in cui viviamo sarebbe necessario salvaguardare almeno le apparenze, fingere di avere una dignità anche se di essa, i due stagionati “ragazzini” non hanno mai avuto sentore che esistesse.
Viceversa, con un’operazione con la quale traspare la presenza dei poteri forti ed occulti dello Stato, non solo quelli della politica e della stampa, abbiamo visto Valerio Fioravanti Francesca Mambro affermare la loro innocenza e, contestualmente, confessare la loro partecipazione alla strage di Bologna del 2 agosto 1980 chiedendo il perdono dei familiari delle vittime.
Perdono che è stato loro concesso da un cugino di una delle 85 vittime con una lettera pubblicizzata perfino da “Il Corriere della sera”.
È un caso unico al mondo, quello di vedere due “innocenti” chiedere il perdono di due familiari di coloro che negano di avere ucciso.
Parimenti, è un caso senza precedenti che un Tribunale di sorveglianza creda al loro “sicuro ravvedimento”, basato sulle pietose richieste di perdono, fingendo di non sapere che i due hanno asfissiato l’Italia con le loro dichiarazioni di innocenza, avallate da Emma Bonino, pur di rimetterli in libertà.
I telegiornali e i quotidiani hanno scritto che Valerio Fioravanti e Francesca Mambro hanno ottenuto la libertà condizionale dopo aver scontato 26 anni di carcere, come previsto dalla legge.
È una menzogna.
I due hanno atteso la conclusione dell’iter processuale che è stato definito dalla Corte di cassazione il 23 novembre 1995.
Fino alla sentenza definitiva, i condannati non possono usufruire dei benefici della legge penitenziaria.
Francesca Mambro ha ottenuto il primo permesso premio nel maggio del 1997, un anno e mezzo dopo il passaggio in giudicato della condanna all’ergastolo per la strage di Bologna; nel 1998 era già ammessa al lavoro esterno, nel 2000 era una donna libera perché posta in detenzione domiciliare speciale per partorire e poi allevare la figlia avuta con Valerio Fioravanti.
Non farà mai più rientro in carcere, così che la detenzione effettivamente scontata fa Francesca Mambro per gli 85 morti di Bologna ed altri 10 omicidi confessati, è stata di 18 anni.
Un record mondiale, da Guinnes dei primati, seguito dal marito Valerio Fioravanti che di anni ne ha scontati per un numero di delitti quasi pari (ne ha ammazzato uno in meno della cara moglie perché finito in galera un anno prima di lei), soltanto 20 ed ha finito totalmente l’espiazione della pena.
Perché dai ventisei anni ufficialmente scontati dai due ci sono da togliere quelli ottenuti per buona condotta a titolo di “liberazione anticipata”, almeno quattro; poi quelli passati in semi-libertà, che si traduce in una detenzione notturna di 9 ore dalle ore 22.00 alle ore 07.00, e quelli passati in permesso premio.
Insomma, l’allegro carcere di Francesca Mambro e Valerio Fioravanti è durato quanto quello che sconta chi ammazza un marito o una moglie.
Nessuno ha mai visto in televisione uno solo dei familiari delle vittime della coppia, per evitare di turbare l’iter necessario per farli tornare in libertà.
Viceversa, perfino Arturo Parisi dovette chiedere di “porre un freno alle apparizioni televisive” della coppia.
Non si può continuare a fingere che i politici italiani di tutti gli schieramenti o quasi, si siano mossi a favore della coppia Fioravanti-Mambro per senso di giustizia.
Per mancanza di intelligenza, lo riconoscerà lo stesso Gianfranco Fini dichiarando che non conosce gli atti processuali, avallando in questo modo il sospetto che la proclamazione d’innocenza della coppia da lui asserita ad ogni occasione scaturisca da necessità inconfessabili che affondano le loro radici nei tempi in cui il “fascista del 2000” e i due individui militavano insieme nel Movimento sociale italiano.
Ci sono cittadini italiani che hanno impiegato venti anni più o meno per ottenere un processo di revisione, restando chiusi nelle celle, soli per non aver ottenuto sostegno né da politici né da giornalisti.
Alla fine hanno vinto la loro battaglia processuale e sono stati rimessi in libertà perché innocenti.
Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini pur avendo alle spalle la classe politica, il potere mediatico, perfino magistrati, non hanno prodotto un solo elemento nuovo per far riaprire il processo a loro carico.
Sarebbe giunto il momento di cancellare la scritta “fascista” dalla lapide apposta alla stazione ferroviaria di Bologna, così come in quelle che ricordano i morti delle altre stragi italiani e sostituirla con quella di “strage di Stato”, ammettendo la verità storica che vuole che il “neofascismo” post-bellico non si stato altra cosa che il braccio armato e clandestino di questo Stato che lo ha usato per combattere il comuismo.
Un neo-fascismo che, crollato l’impero sovietico, si è dissolto mentre i suoi dirigenti hanno aderito ai valori dell’antifascismo non avendo più altra giustificazione per sopravvivere politicamente.
Nella strage di Ustica del 27 giugno 1980 non c’è traccia di “terrorismo nero”, così come nn c’è in quella di Bologna del 2 agosto 1980.
Per evitare che si conoscesse la verità sull’eccidio di Ustica hanno inventato prima la tesi della “bomba” esplosa a bordo dell’aereo e trasportata da un “terrorista nero” che, nella realtà, era un confidente di Questura: poi, quella del cedimento strutturale del Dc-9 che ha comportato il fallimento della società Itavia che ne era proprietaria, e tutto questo lo hanno fatto perché il presidente del Consiglio, il ministro della Difesa, lo Stato maggiore dell’Aeronautica non potevano giustificare dinanzi all’opinione pubblica l’abbattimento di un aereo passeggeri all’interno del nostro spazio aereo da parte di caccia militare in forza all’Aeronautica di un Paese amico ed alleato che ha potuto agire sui nostri cieli solo con il preventivo consenso dei responsabili politici e militari italiani.
La ragione è una sola: la forza elettorale del Pci, in quell’estate del 1980, aveva subito solo una lieve flessione nelle elezioni politiche del giugno 1979; i dirigenti comunisti italiani erano, tuttavia, alle corde per l’invasione sovietica dell’Afghanistan del dicembre 1979 e si affannavano a penderne le distanze procedendo ad uno “strappo” con il Partito padre, il Partito comunista sovietico.
Se la strage di Ustica fosse stata ricondotta ad un’operazione militare dell’Alleanza atlantica, i vantaggi politici conseguiti dall’anticomunismo sarebbero stati annullati con le intuibili conseguenze sul piano politico interno ed internazionale.
Bisognava evitarlo, ad ogni costo.
La ripresa del “terrorismo fascista” poteva rappresentare un ulteriore depistaggio.
La telefonata fatta al “Corriere della sera” segnalava che a bordo del Dc-9 Itavia era esplosa una bomba portata da un “terrorista nero”, la mancata strage del 30 luglio 1980, a Milano, confermava la volontà dello “stragismo fascista” di riprendere l’uso delle bombe, la strage di Bologna del 2 agosto 1980 ne rappresentava la tragica conferma.
In questo modo hanno guadagnato tempo, distolto l’attenzione dell’opinione pubblica dal “nemico esterno”, che aveva abbattuto un aereo italiano con 81 persone a bordo, per concentrarla sul “nemico interno” identificato con lo “stragismo fascista”.
Riuscivano a sovrapporre ad un evento tragico riconducibile ad un’operazione militare congiunta fra Paesi dell’Alleanza atlantica che, se emerso, avrebbe provocato una frattura all’interno delle forze politiche e nel paese, con conseguenze imprevedibili per l’equilibrio politico interno considerata la forza elettorale del Partito comunista e il divampare del “terrorismo nero”, un secondo evento, ancora più tragico e sanguinoso, capace di unire le forze politiche tutte de il Paese intero nella condanna senza appello dello “stragismo fascista”.
Un piano raffinato che consentiva, inoltre, di calamitare l’attenzione generale sulle indagini condotte dalla magistratura di Bologna sull’orrendo eccidio del 2 agosto, lasciando i magistrati romani, titolari dell’inchiesta sulla strage di Ustica del 27 giugno, liberi di iniziare la tattica temporeggiatrice che gli avrebbe consentito dopo anni di giungere ad una verità parziale, subito cancellata dai rituali proscioglimenti per prescrizione di reato.
La matrice “fascista” della strage è subito rivendicata con una telefonata alla redazione del “Il resto del Carlino” a nome dei Nar, che richiama alla memoria la telefonata fatta al quotidiano “Il Corriere della sera” il 28 giugno 1980 per attribuire ad una bomba dei Nar la causa della caduta del Dc-9 Itavia ad Ustica.
La bomba che, secondo l’ignoto telefonista, avrebbe dovuta essere deposta a Palermo da Marco Affatigato che viaggiava su un aereo che era partito da Bologna, è seguita da una seconda che fa strage proprio a Bologna e segue quella di Milano del 30 luglio 1980, così che nessuno può dubitare che, per oscuri motivi, lo “stragismo fascista” abbia ripreso la sua funesta attività.
Un piano perfetto, ideato da menti intelligenti non certo da Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini sulla cui responsabilità non hanno dubbi i militanti di “Terza posizione” di Palermo che accostano a quella strage l’omicidio di Francesco Mangiameli compiuto da Fioravanti e compari.
Un piano, è giusto dire, quasi perfetto perché lentamente, passo dopo passo, superando ogni interessata resistenza, la verità si va imponendo ed è sempre maggiore il numero di quanti giustamente riconoscono nel “nemico interno” non lo “stragismo fascista” ma lo Stato e la classe dirigente italiana, individuando nel secondo l’esecutore e nei primi i mandanti.
Ci vorrà tempo, certamente, perché questa verità si consolidi nelle menti e nelle coscienze di tutti gli italiani ma quel giorno, vicino o lontano che esso sia, tutti coloro che sono stati sacrificati per gli interessi di una classe politica protesa solo al mantenimento del proprio potere, avranno finalmente pace e giustizia.
E quel giorno giungerà.

Vincenzo Vinciguerra

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1969: Piazza Fontana e oltre

Opera, 23 agosto 2011

Il 1969 è l’anno più ricordato e meno conosciuto della storia dell’Italia repubblicana.
Si pretende che segni l’inizio della “strategia della tensione” che si fa coincidere con la strage all’interno della Banca dell’Agricoltura in piazza Fontana, a Milano, il 12 dicembre 1969, ma non è così.
Quella che è stata chiamata “strategia della tensione” inizia diversi anni prima e se le sue finalità erano quelle di “destabilizzare l’ordine pubblico per stabilizzare l’ordine politico”, il primo esempio lo troviamo a Roma, il ottobre 1963, quando squadre di provocatori inserite fra gli operai edili in sciopero innescarono violentissimi incidenti con le forze di polizia che si conclusero con un bilancio di 168 feriti.
Più vicino nel tempo è l’esempio di destabilizzazione dell’ordine pubblico, programmata e predisposta con cura, che viene fornito dalla cosiddetta “battaglia di Valle Giulia” a Roma, il 1° marzo 1968, che vide scendere in campo, in prima persona, gli attivisti di “Avanguardia nazionale” che insieme ad altri militanti dell’estrema destra riuscirono a scatenare alcune migliaia di studenti contro le forze di polizia, con un bilancio finale di 211 feriti, 228 fermi e 4 arresti.
Il primo segnale certo dell’avvio di una strategia destinata a sconvolgere il Paese, in un progressivo ed inesorabile crescendo, ci viene però dall’affissione di manifesti cosiddetti “cinesi”, perché inneggianti alla Cina popolare, nei primi giorni del mese di gennaio del 1966 a Firenze, Livorno, Roma, da parte di militanti di “Avanguardia nazionale” guidati da Stefano Delle Chiaie.
Un’operazione questa, finalizzata a favorire il sorgere di gruppi dissidenti alla sinistra del Pci, accusato di “revisionismo” e di imborghesimento con la speranza, apertamente dichiarata (si ricordi in proposito l’intervento di Pino Rauti al convegno dell’istituto “A. Pollio”, organizzato dal Sid per volere dello Stato maggiore dell’esercito, svoltosi a Roma il 3-5 maggio 1965), di obbligare il Partito comunista a dismettere le vesti dell’agnello per reindossare quelle del lupo per non essere scavalcato alla sua sinistra da gruppi più aggressivi e “rivoluzionari”, come difatti accadrà negli anni successivi con la costituzione di “Potere operaio”, “Lotta continua”, “Avanguardia operaia”, “Autonomia operaia”.
Un’operazione promossa dal servizio segreto civile del ministro degli Interni, tramite il direttore della rivista “Il Borghese”, Mario Tedeschi, amico e confidente del funzionario di Ps Umberto Federico D’Amato, che si collega direttamente con quella che porterà gli attentati del 12 dicembre 1969 a Roma e a Milano, secondo la testimonianza mai valutata di Serafino Di Luia.
Serafino Di Luia, militante di “Avanguardia nazionale” insieme al fratello Bruno, indica esplicitamente nella persona che aveva fatto affiggere i “manifesti cinesi” ai componenti della sua organizzazione, la stessa che aveva fatto infiltrare Mario Merlino fra gli anarchici nell’estate del 1968.
Il 1969 non è l’anno di inizio della “strategia della tensione” e neanche quello dell'”innocenza perduta” come hanno preteso, a posteriori, tanti esponenti della sinistra che hanno cercato di giustificare la loro adesione alla “lotta armata” con l’orrore suscitato dalla strage di piazza Fontana.
La costituzione di “Lotta continua” e “Potere operaio” dei quali tanti militanti saranno in prima fila nello scontro armato con lo Stato, precede di mesi la strage del 12 dicembre 1969, e i loro leader da tempo teorizzano la necessità della violenza operaia e proletaria contro i “padroni” e la borghesia detentrice del potere.
Se il giornale di “Potere operaio” diretto da Francesco Tolin, il 30 ottobre del 1969, esce con un articolo dal titolo “Sì alla violenza operaia”, dal 1° al 4 novembre 1969, a Chiavari, presso l’hotel “Stella Maris” si svolge un convegno del Collettivo politico metropolitano al quale prendono parte Corrado Simioni, Giovanni Mulinaris, Mario Moretti, fra gli altri, destinati a ricoprire un ruolo drammatico negli “anni di piombo”, l’ultimo perfino come capo delle Brigate rosse.
Il 1969 non è neanche l’anno della prima strage di civili in Italia, perché, prescindendo da quelle compiute da reparti militari e forze di polizia, è preceduta da quella compiuta da Salvatore Giuliano ed i suoi uomini a Portella della Ginestra il 1° maggio 1947, quando aprirono il fuoco sugli operai ed i contadini social-comunisti, convenuti sul luogo con le loro famiglie per celebrare la festa del lavoro.
Cosa è stato allora il 1969?
Il ventiquattresimo anno della guerra civile italiana che, in un contesto planetario, opponeva comunismo ed anticomunismo infiammando ed insanguinando tutti i Continenti.
È stato anche 1’anno in cui si è sviluppata l’operazione più raffinata e complessa per imprimere al Paese quella svolta autoritaria auspicata anche in campo internazionale, in particolare da Stati Uniti, Israele e Germania federale, per bloccare definitivamente l’avanzata elettorale del Pci e neutralizzarne l’egemonia in campo sindacale e culturale.
L’ipotesi del “colpo di Stato”, inteso come svolta autoritaria a destra, percorre tutto l’anno 1969, dall’inizio alla fine.
A proporre apertamente un atto di forza anticomunista è la destra in tutte le sue componenti.
Il 5-6 aprile 1969, al termine della X assemblea del Nuovo ordine europeo, svoltasi a Barcellona (Spagna), alla quale hanno partecipato Pino Rauti, Stefano Delle Chiaie e Nino Capotondi, è emesso un comunicato nel quale si afferma che i militanti europei guardano con speranza alla “rivoluzione” greca del 21 aprile 1967 considerata la “nuova realizzazione concreta della riscossa europea”.
A suggerire l’intervento risolutore delle Forze armate non sono solo gli “estremisti”, perché i dirigenti della destra parlamentare e moderata in Italia sono in prima fila a farsene portavoce con toni, spesso, truculenti e minacciosi.
Così, se “L’Assalto” intitola un suo articolo, “Usare le mitragliatici, Esercito e polizia per difendere il Paese dai delinquenti, Popolo italiano svegliati!”, il 13 aprile 1969, un mese più tardi, il 18 maggio, sullo stesso periodico, il parlamentare missino Giulio Caradonna, in un articolo intitolato “La tigre di carta”, scrive che è necessario “richiamare i reprobi agli immortali principi della patria anche dando di piglio a quel santo manganello che nei periodi di smarrimento è l’unico argomento valido per rischiarare gli ottenebrati cervelli dei bruti da troppo tempo abituati a ragionare col ventre se non con il sedere”.
Non si tratta di un’iniziativa individuale, perché è tutto il Movimento sociale italiano ad essere impegnato nell’opera di propaganda finalizzata a presentare il Paese sull’orlo dell’abisso dal quale potrà salvarsi solo con i mezzi più drastici.
Il vicesegretario nazionale del Msi, Pino Romualdi, si spinge fino a paventare la possibilità di un guerra civile per fermare il comunismo.
Il 25 maggio, sempre su “L’Assalto”, Romualdi scrive:
“Crediamo nell’olio di ricino e nel santo manganello. Crediamo nella guerra civile. Poiché prima che il comunismo arrivi al potere è chiaro che si troveranno mezzo milione di uomini capaci di procurarsi le armi e di usarle. Nessuno deve dimenticarlo: oggi, mutati i tempi, l’olio di ricino e il santo manganello non basterebbero più”.
Il 13 giugno, scende personalmente in campo Giorgio Almirante che, in un’intervista pubblicata su “L’Assalto” incita i giovani di destra allo scontro fisico con gli avversari politici affermando che loro devono essere “i contestatori della contestazione”.
Cosa sia e cosa vuole la destra estrema italiana, ancora oggi definita “neofascista”, lo scrive un altro parlamentare e dirigente nazionale del Movimento sociale, sull’organo di stampa del partito, “Il Secolo d’Italia”, nell’articolo intitolato “Viva il blocco d’ordine”, che così definisce:
“È un blocco che crede nella bandiera tricolore, nelle medaglie al valore, nella figura del mutilato. Un blocco che prepari i ragazzi a superare gli esami per studio non per demagogia, che vuole il servizio militare obbligatorio, il matrimonio indissolubile, il celibato dei preti, la morale non bacchettona ma nemmeno prostituta, i pederasti alla gogna e in treni in orario”.
Di questo “blocco d’ordine”, ovviamente, secondo Nino Tripodi devono fare parte anche quei soldati, agenti e carabinieri che offrono silenziosamente fedeltà e disciplina allo Stato, ignorano i partiti e sconoscono i miti della politica”.
È il “blocco d’ordine” di una piccola borghesia che non ha connotazioni ideologiche e che vota, indifferentemente, tutti i partiti da quello socialdemocratico allo stesso Movimento sociale, passando per la Democrazia cristiana, il Partito repubblicano e quello liberale.
Se questo è quello che gli “estremisti” di destra dicono, è fondamentale porre l’accento su quello che fanno.
In prima linea troviamo il direttore de “Il Borghese” , Mario Tedeschi, che l’11 maggio 1969 annuncia la costituzione di “250 gruppi di Azione nazionale (Gan) costituiti in tutta Italia rispondendo al nostro appello per l’”unione delle forze nazionali””.
Nel programma dei Gan, Tedeschi recita:
“Bisogna provvedere a sabotare con tutti i mezzi possibili gli scioperi organizzati dai comunisti e dai clerico-comunisti…Bisogna organizzarsi per essere vicini ai soldati in ogni momento; nel momento tranquillo e nel momento non tranquillo”, per concludere che “ormai chi vuole fare dell’anticomunismo sul serio deve porsi fuori del sistema e contro il regime”.
Incitamento, quest’ultimo, che proviene – è doveroso sottolinearlo – da un personaggio che lavora a stretto contatto con il servizio segreto civile, non disdegnando la collaborazione con il servizio segreto militare.
Quanto annunciano pubblicamente di voler fare corrisponde a quello che fanno riservatamente.
Il 18 luglio 1969, il sindaco comunista di Bologna, Fanti, rende noto il testo di una circolare dell’Associazione ufficiali combattentistici attivi (Auca), secondo cui “la situazione interna ci fa pensare all’eventualità che le Forze armate debbano entrare in azione per difendere la libertà democratica e la Costituzione impedendo violenze, distruzioni, sovvertimenti… Si tratterà di collaborare – conclude – con le forze dell’ordine e di agire con quelle, se necessario, alle dipendenze di un’unica autorità”.
Quale sia l’obiettivo del Msi, lo dice esplicitamente Giorgio Almirante, ormai segretario nazionale del partito, nell’articolo pubblicato da “Il Secolo d’Italia”, sotto il titolo “Il caos”, il 23 ottobre 1969.
Almirante scrive:
“Siamo nel caos…giunti a questo punto, i casi sono due: o la suprema Magistratura della Repubblica interviene per costringere subito la cosiddetta maggioranza di centro-sinistra a una aperta verifica o è fatale che la crisi si trasferisca dal Governo, dai partiti, dal Parlamento al Paese, cioè anche alla piazza”.
L’appello al presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, si accompagna all’esplicita minaccia di ricorrere alla violenza di piazza per riportare l’ordine.
Non è minaccia vana, perché è proprio sulla “piazza” che gli strateghi occulti contano per far scattare la proclamazione dello stato di emergenza. Una “piazza” di destra inferocita per le stragi “rosse” del 12 dicembre 1969, che sarà convocata a Roma, da tutta Italia, per la data del 14 dicembre 1969, con il sangue ancora caldo ed i morti da seppellire.
Non sono solo parole, quelle scritte sul giornale di partito, da Giorgio Almirante, perché sei giorni più tardi, il 29 ottobre 1969 inizia la mobilitazione degli iscritti.
Il segretario nazionale del “Raggruppamento giovanile studenti e lavoratori” del Msi, Massimo Anderson, invia difatti ai subalterni un “foglio disposizioni straordinario”, nel quale scrive:
“La drammaticità della situazione che presenta chiari sintomi pre-insurrezionali, impone la mobilitazione generale e costante di dirigenti e gregari, per l’approntamento dei mezzi e delle misure corrispondenti. Inviati del centro prenderanno contatto diretto con i responsabili dei coordinamenti regionali per concordare iniziative e programmi.
Intanto si dispone tassativamente: che i dirigenti provinciali siano a disposizione delle federazioni in continuità; che stabiliscano contatto con i coordinatori regionali e con la direzione nazionale giovanile; che nessuna iniziativa attivistica in loco o in trasferimento deve essere intrapresa senza preavviso o consenso della direzione giovanile, avuto riguardo al rapporto di forze con l’avversario, all’ambiente, agli impegni attivistici in atto altrove. Esprimendo e disciplinando tutte le nostre energie, saremo certamente in grado di replicare duramente all’offensiva dei sovversivi e dare un alt al comunismo”.
Non si tratta di attuare misure di difesa, bensì di attacco.
Lo conferma una nota informativa che il ministero degli Interni trasmette in copia allo stesso ministro titolare del dicastero, Franco Restivo, con la quale si segnala, il 5 novembre 1969, che “elementi del ‘Raggruppamento giovanile’, della ‘Giovane Italia’, del ‘Fuan’, del ‘Settore volontari’ avrebbero rassegnato le dimissioni e si starebbero organizzando al di fuori del partito per ‘reagire’ alle intimidazioni dei filocinesi e dei comunisti. I giovani dimissionari intenderebbero, in tal modo, dissociare la responsabilità del partito dalla loro futura attività, evitando di coinvolgerlo nelle loro iniziative di gruppo”.
A far dubitare della spontaneità di questa raffica di dimissioni ritenute necessarie per non compromettere l’immagine legalitaria del partito è la segnalazione dell’informatissimo Armando Mortilla, “Aristo”, che nota come appaia “singolare al riguardo che queste dimissioni avvengano tutte allo stesso modo, vale a dire trasmesse con lettere raccomandate”.
Per coloro che escono per non danneggiare il loro partito, ci sono quelli che rientrano per “aprire l’ombrello” che il Movimento sociale può offrire come partito rappresentato in Parlamento.
Il 16 novembre 1969, “Il Secolo d’Italia” annuncia che il Centro “Ordine nuovo” ha chiesto “l’onore” di essere ammesso nel partito.
Il 21 novembre, una nota confidenziale inviata alla divisione Affari riservati del ministero degli Interni, a firma “Gal”, confidente operante a sinistra, informa che “una decina di giorni fa due missini ascoltati per caso da un nostro compagno, dicevano che il 14-15 dicembre p.v. ci sarebbe stata una ‘grossa cosa nazionale’ che dovrebbe ‘creare nel paese un grosso fatto nuovo'”.
Il 2 dicembre, il quotidiano missino “Il Secolo d’Italia” annuncia la manifestazione nazionale indetta dal partito per il 14 dicembre, a Roma, con un articolo intitolato:
“Il MSI mobilita la Nazione contro la sovversione rossa”.
La macchina della morte è in moto, ed il Movimento sociale italiano è uno dei suoi ingranaggi.
Il 10 dicembre, Giorgio Almirante, nel corso di un’intervista al giornale tedesco “Der Spiegel” afferma che, a suo avviso, la battaglia contro il comunismo giustifica tutti i mezzi, e che è venuto il momento di non fare più distinzioni fra mezzi politici e militari per definire, una volta per sempre, la situazione in Italia.
Una dichiarazione imprudente ed impudente che segnala come nel mondo politico anticomunista si respiri un’aria di ottimistica certezza, tanto che alla possibilità di un intervento delle Forze armate nel Paese si rifà anche la rivista “Epoca” che missina non è.
Il 10 dicembre, difatti, “Epoca” appare nelle edicole con in copertina un vortice tricolore e, al centro, la scritta:
“Che cosa può accadere in Italia”.
All’interno, si scrive:
“Se tuttavia la classe politica non riuscisse a risolvere il problema dei rapporti del Pci con lo Stato, se la confusione diventasse drammatica, e se – nell’ipotesi di nuove elezioni – la sinistra non accettasse il risultato delle urne, le Forze armate potrebbero essere chiamate a ristabilire immediatamente la legalità repubblicana.
Questo non sarebbe un colpo di Stato ma un atto di volontà politica a tutela della libertà e della democrazia”.
Lo stesso giorno, 10 dicembre 1969, il fratello di Giovanni Ventura, Angelo, a Venezia, nel corso di una conversazione con Franco Comacchio stabilisce il collegamento diretto fra gli attentati che avranno luogo tra due giorni a Roma e a Milano e la manifestazione indetta dal Movimento sociale nella Capitale il 14 dicembre.
Angelo Ventura, difatti, rivela a Comacchio che “tra poco sarebbe avvenuto qualcosa di grosso: in particolare una marcia di fascisti a Roma e qualcosa sarebbe avvenuto nelle banche”.
A chiamare in correità nella strage di piazza Fontana i vertici del Msi, è, il 13 dicembre 19ó9, il servizio segreto britannico che su un giornale di Edimburgo, lo “Scotsman”, fa scrivere che questa è da porre in relazione alla manifestazione indetta, per il giorno successivo 14 dicembre, dal Msi a Roma, attribuendo la notizia a voci raccolte in ambienti milanesi non specificate.
Il governo presieduto da Mariano Rumor vieta però le manifestazioni pubbliche in tutta Italia e, con questa decisione, decreta il fallimento dell’operazione.
Cercheranno di ammazzarlo il 17 maggio 1973, a Milano, per mano di un finto anarchico. Ma questo è un’altra capitolo, successivo, della stessa storia.
A richiedere il ristabilimento dell’ordine turbato dalla “sovversione rossa” non c’è solo la destra parlamentare, definita estrema, ma anche gli ex partigiani anticomunisti che non hanno remore ad affiancarsi ai missini.
Il 7 novembre 1969, a Viareggio, si svolge una riunione per decidere la costituzione di una nuova organizzazione denominata “Italia unita”, sotto il patrocinio di Randolfo Pacciardi e quello, più riservato, di Amintore Fanfani.
Lo scopo della “Lega Italia Unita” è, secondo quanto dirà successivamente uno dei suoi esponenti di maggiore rilievo, l’avvocato Adamo Degli Occhi, quello di “vedere se di fronte alla sconcertante avanzata socialcomunista e all’evidente crisi nazionale ‘uomini di buona volontà’, ‘onesti’ come li chiama Cicerone, potessero opporsi con i mezzi della democrazia al Catilina socialcomunista”.
Il programma del Partito socialdemocratico che fa capo direttamente al presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, non si differenzia da quello del Movimento sociale:
“La gente è stufa dei disordini e vuole un partito che metta in ordine le cose”, dichiara Franco Nicolazzi alla rivista “Panorama” il 4 dicembre 1969.
“Il Paese ha bisogno di un periodo di pace e noi vogliamo darglielo”, aggiunge la socialdemocratica Maria Vittoria Mezza.
Le Forze armate, dal canto loro, sono adulate, sollecitate e temute in un periodo in cui in America latina, Asia, Africa ed Europa sono protagoniste della vita politica.
Lo ricorda, con implicita ma evidente allusione all’Italia, Giorgio Spini, sul numero unico de “L’Opinione” che, nell’articolo intitolato “Il fascismo senza volto”, scrive:
“Ieri un colpo di Stato militare in Brasile, l’altro ieri in Perù, diciotto mesi fa in Grecia. Tutti lavoretti di poche ore, sbrigati prima ancora che il paese si riavesse della sorpresa. I militari hanno imparato l’arte di far fuori un paese con la stessa sveltezza con cui si tira il collo ad una gallina. A chi toccherà essere fatto fuori la prossima volta?”.
L’interrogativo di Spini non trova risposte rassicuranti negli ambienti militari italiani che, viceversa, pongono in modo aperto e pubblico, la loro candidatura come forza attiva sul piano politico, determinante per il ristabilimento dell’ordine e della pace all’interno del Paese.
Sulla “Revue militaire générale”, il generale Ernesto Cellentani ripropone la necessità di un coordinamento politico-militare per fare fronte alla minaccia rappresentata dalla sovversione su scala continentale fomentata dal comunismo:
“In seno alle forze politiche protagoniste dei disordini e delle sommosse –  scrive l’ufficiale – si è andato rilevando specie negli ultimi tempi un processo di crescente osmosi, ideale e organizzativa, sul piano internazionale. Il problema potrebbe rappresentare, in un futuro prossimo, ulteriori complicazioni e difficoltà poste dall’intervento dell’assai importante componente giovanile studentesca. Sembra allora opportuno realizzare una stretta cooperazione civile e militare sul piano europeo occidentale, tendente allo scopo di mettere a (disposizione) fattori comuni di esperienze ed informazioni: potrebbe allo scopo essere concretata da una politica dell’ordine pubblico ed un’ altrettanto comune politica di informazione ed azione psicologica, entrambe necessarie. La popolazione non interessata al disordine potrebbe – infine – essere chiamata in determinati casi limite a cooperare al ristabilimento dell’ordine . Oggi – conclude Cellentani – esiste, ormai, un fronte interno anche in tempo di pace”.
Non sono solo propositi teorici, destinati a restare privi di risvolti concreti, se, il 27 aprile 1969, nell’articolo intitolato “Vedovato come istituzione”, “L’Astrolabio” deve scrivere:
“Recentemente il generale Vedovato ha scritto che spetta alle forze armate, cioè a lui, di garantire in ogni evenienza, da qualunque parte prodotta, la continuità della politica del governo (non dello Stato) e del suo finanziamento. Il ministro Gui gli ha opposto un’imbarazzata rettifica”.
Se il ruolo determinante nella vita politica del Paese viene rivendicato dal capo di Stato maggiore della Difesa, i subalterni si sentono autorizzati ad investirsi di compiti che concernono l’ordine pubblico che spettano agli organi preposti alla pubblica sicurezza e non a loro.
Il 21 giugno, a Palermo, dopo che la sua vettura è rimasta bloccata da una manifestazione di operai in sciopero, il generale Giglio emette un minaccioso comunicato nel quale scrive:
“Qualunque ulteriore iniziativa suscettibile di ostacolare comunque, direttamente o indirettamente, la mia attività di comando, sarà da me e con i mezzi consentiti a mia disposizione immediatamente stroncata”.
La minaccia di far intervenire reparti militari contro gli scioperanti non verrà attuata, ma a Novara, dal 25 al 30 giugno 1969, i militari sono autorizzati ad agire in prima persona contro i loro contestatori.
Dopo che in città si sono verificati scontri fra giovani di sinistra ed avieri del 53° Stormo, le forze di polizia sono esautorate dalle loro funzioni ed il compito di pattugliare la città è affidato agli avieri ed ai carabinieri, che sono parte integrante delle Forze armate all’interno delle quali svolgono anche il compito di polizia militare.
È un segnale che viene recepito come il riconoscimento del ruolo che le Forze armate potranno essere chiamate a svolgere in un futuro assai prossimo, com’è nelle speranze dei rappresentanti di quei partiti che si pongono dalla parte della popolazione che aspira al ristabilimento dell’ordine e che l’intervento dei militari lo sollecitano apertamente.
E a queste forze politiche i militari si appoggiano con fiducia, certi del loro sostegno politico e propagandistico come avviene con la pubblicazione, da parte della rivista “Il Borghese”, il 31 luglio 1969, di una lettera indirizzata da un gruppo di ufficiali al capo di Stato maggiore dell’Esercito, generale Enzo Marchesi, con la quale sollecitano l’ordine di “reagire singolarmente e collettivamente, con i fatti e se necessario con le armi, a qualsiasi aggressione, a qualsiasi offesa alla Bandiera, all’uniforme, all’essenza spirituale e materiale dell’organismo militare”.
La pretesa delle Forze armate di ricoprire nel Paese un ruolo maggiore non viene sostenuta solo da destra, ma è anche recepita e giustificata in altri ambienti politici.
Così, la rivista “Panorama”, il 29 maggio 1969, dedica alle Forze armate un articolo, dal titolo “L’esercito inquieto”, in cui Giorgio Gatta denuncia il malessere interno all’istituzione militare e conclude:
“Più chiaramente che in passato dunque si propongono per le forze armate funzioni nuove. Un esempio limitato viene dai Paesi del Terzo mondo, dove l’esercito, padrone delle tecniche più moderne e dotato spesso di una visione più progressista rispetto alle strutture civili, diventa un centro di potere e costituisce insieme un elemento unificante della nazione”.
Ma l’unità della Nazione, come la sua pace sociale, la sua sicurezza interna ed internazionale, la sua stabilità economica e politica, per le Forze armate passa attraverso la neutralizzazione del pericolo comunista e del partito che rappresenta ancora in quell’anno 1969 la “quinta colonna sovietica” in Italia.
Il 4 dicembre 1969, sul settimanale “Panorama”, nell’articolo intitolato “I forzati dell’ordine”, Lino Rizzi segnala il processo di politicizzazione a destra in corso all’interno del Corpo di pubblica sicurezza, accelerato a seguito della morte dell’agente di Ps Antonio Annarumma a Milano, il 19 novembre, ed ai conati di ribellione verificati nei battaglioni celeri di Milano e Torino nei giorni immediatamente successivi e repressi a fatica dagli ufficiali.     
“La maggior parte dei giovani agenti di Ps – scrive Rizzi – scopre la politica e cede alla suggestione dello Stato forte, sposa le posizioni dei partiti di estrema destra anche come scelta difensiva, di tipo corporativo. Un deputato democristiano racconta che a Nuoro, nelle elezioni politiche del 1968, quattrocento baschi blu del secondo raggruppamento Celere, votando nella stessa sezione hanno fatto uscire dalle urne altrettanti voti per il Movimento sociale italiano”.
Un atteggiamento che premia la politica di un partito che della difesa dei corpi di polizia, a ragione e più spesso a torto, ha fatto un cardine del suo programma ostentato anche con gesti plateali come, a Pavia, il 13 marzo 1969, quando i giovani del Movimento sociale, nel corso di incidenti fra la polizia e gli studenti, si sono schierati simbolicamente a difesa della Questura.
Un partito, il Movimento sociale italiano, che insieme a monarchici, liberali e a parte dei democristiani chiede il ripristino della pena di morte e l’introduzione nel codice penale della fustigazione, maggiori poteri alla polizia, aumenti salariali e tutela ad oltranza del suo operato.
Il “nemico” anche per la polizia, specie per quella dei battaglioni celeri in prima linea nei servizi di ordine pubblico, è la sinistra in genere, il Partito comunista in particolare.
Significativa la lettera inviata al ministero degli Interni, il 21 novembre 1968, da un gruppo di agenti e di ufficiali di Ps contenente l’esplicita minaccia di agire non contro il comunismo ma contro coloro che cedono al comunismo, con evidente allusione ai democristiani ritenuti inclini al compromesso con il Pci.
“Stretti intorno alla Bandiera del corpo, abbrunata ai sublime olocausto della giovane vita di Antonio Annarumma fermamente giuriamo: o prestigio e autorità alle forze dell’ordine o armi contro i responsabili del cedimento al comunismo”.
Puntuale, giunge il plauso del settimanale “Il Borghese”, diretto da Mario Tedeschi:
“La polizia oggi ha, se vuole, la possibilità di risolvere la crisi in cui si dibatte l’Italia. Se il 20 novembre gli ufficiali di polizia delle caserme di Milano avessero deciso di occupare la città, anziché schierarsi a difendere il loro generale contro i loro uomini, non avrebbero incontrato resistenza e sarebbero stati applauditi dalla maggioranza della popolazione”.
Un invito esplicito al “colpo di Stato”, rivolto alla polizia da un uomo, Mario Tedeschi, che lavora per il ministero degli Interni.
Nel corso di tutto il 1969 si respira l’aria dell’evento, da tanti invocato e da tanti temuto, dell’intervento militare nell’agone politico che il fallimento della politica di centro-sinistra e la scissione interna al Partito socialista unificato rendono, anche agli occhi degli osservatori stranieri, inevitabile.
L’8 luglio 1969, il “New York Times” scrive che la crisi politica in corso rappresenta “la più grave minaccia alla democrazia italiana nella vita della Repubblica”.
Ancora più esplicito è il “Washington Post” che, due giorni più tardi, il 10 luglio, scrive:
“L’Italia si sta forse disintegrando…Caos, guerra civile, un golpe, queste calamità sono minacce reali, a giudizio di molti italiani… Il centrosinistra è caduto vittima delle meschinità personali e di partito…E adesso con lo schieramento di centro ridotto a brandelli, l’estrema destra e l’estrema sinistra si fronteggiano attraverso un abisso di profonda sfiducia e di odio di classe”.
Sul piano politico interno, il pericolo è vissuto come reale da un partito, come quello comunista, che può contare anche sull’apporto informativo dei servizi segreti dei Paesi dell’Est europeo e di quello sovietico, il Kgb, in particolare.
Il 14 gennaio 1969, i parlamentari del Partito socialista di unità proletaria (Psiup) segnalano “iniziative a carattere autoritario che coinvolgono anche organizzazioni militari”.
Il 24 marzo 1969, nel corso della riunione della direzione nazionale del Pci, il segretario Luigi Longo afferma:
“Per quanto riguarda i pericoli di svolte autoritarie o di colpi di mano, dobbiamo richiamare l’attenzione del partito sul fatto che questi pericoli sono reali”.
Nel suo intervento, Abdon Alinovi sottolinea che si sono svolte riunioni di ufficiali e chiede che il partito abbia maggiore sensibilità verso questi fatti.
Nella riunione del 7-8 maggio 1969, dedicata agli attentati stragisti alla Fiera campionaria ed alla Stazione ferroviaria di Milano del 25 aprile, Carlo Galluzzi denuncia “la tendenza a tradurre lo spostamento a destra a livello organizzativo di governo e forse anche la spinta ad andare a soluzioni autoritarie, di tipo greco”.
Galluzzi avanza esplicitamente due ipotesi:
“’Un colpo di Stato autoritario che può venire da ambienti militari integrati dalla Nato”, o una svolta autoritaria di tipo “centrista”, imposta dal presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat.
La direzione nazionale del Pci avverte il pericolo di una azione finalizzata ad imporre con la forza una svolta destra, coordinata da forze nazionali ed internazionali.
Se Galluzzi evoca la Nato, la Grecia e chiama in causa il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, Enrico Berlinguer denuncia il possibile intervento americano:
“Vi è un accrescersi di elementi che indicano qualcosa di torbido e pericoloso in questa situazione. Da questa attivazione di elementi di destra non si può escludere una componente internazionale (forse certi orientamenti nuovi della amministrazione Usa)”.
Le ipotesi “golpiste” non vengono espresse solo nell’ambito del partito, ma denunciate pubblicamente, come fa Pietro Secchia a Padova, il 29 giugno, nel corso del convegno nazionale dell’Associazione nazionale partigiani italiani (Anpi) dove afferma che “un paese non può vivere permanentemente sotto il rischio, la minaccia o il ricatto di colpi di Stato…”
Il Partito comunista non pensa a colpi di Stato militari.
Nella stessa occasione, a Padova, lo dice esplicitamente Pietro Secchia, che nel partito rimane uno degli uomini più rappresentativi, quando afferma che essi “sono sognati da uomini politici che credono di poter abbattere le dighe del malgoverno, alla corruzione sfrenata, all’asservimento allo straniero, eliminando ogni legalità costituzionale e accantonando di fatto la Costituzione” .
I vertici del Pci non temono un “golpe” in stile sudamericano o greco ma, più logicamente, una reiterazione del 25 luglio 1943, un “colpo di Stato” che faccia affidamento sulle Forze armate nell’ambito istituzionale, con il presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, al posto di re Vittorio Emanuele III.
È, questa, l’ipotesi più realistica, quella che fa più paura ai dirigenti comunisti che sanno di non poter contare sull’aiuto dell’Unione sovietica e dei Paesi dell’Est europeo, perché l’invasione militare sovietica della Cecoslovacchia, dodici anni dopo l’intervento militare sovietico in Ungheria, e l’inesistente reazione americana in entrambi i casi, hanno provato che i patti di Yalta sono ancora in vigore e che le due potenze egemoni non interferiscono nelle rispettive aree di influenza.
Che così sia, d’altronde, lo prova al di là di ogni ragionevole dubbio, l’indifferenza sostanziale con la quale l’Unione sovietica ha reagito al colpo di Stato militare in Grecia, del 21 aprile 1967, che pure aveva una dichiarata finalità anticomunista, all’interno, ed antisovietica sul piano internazionale.
Il 2 luglio 1969, il segretario nazionale del Pci, Luigi Longo, comunica ai componenti della direzione nazionale del partito che alcuni dirigenti hanno riferito che “la situazione è tale per cui può esserci un intervento (dell’esercito ). Notizie segnalano movimenti sulla via Appia. Per adesso – prosegue Longo – vedrei di assumere informazioni da tutte le organizzazioni specie nel nord, senza escludere le altre zone”.
La paura ai vertici del Partito comunista è tale che, il 7 luglio, Giorgio Napolitano, attuale presidente della Repubblica ed allora componente della direzione nazionale del partito, si vede obbligato a consigliare di abbassare i toni della polemica: “Ci sono queste notizie. Ci può essere un disegno che fa leva su determinati ambienti dell’esercito. Ma – prosegue – si possono presentare tutti i generali come potenziali golpisti? Fare esplicitamente appello al fatto che i soldati sono figli del popolo”.
Il 16 luglio 1969, è la volta di Armando Cossutta ad intervenire per delineare quale potrebbe essere il più realistico pretesto per un intervento militare inteso a ristabilire l’ordine pubblico.
Ci potranno essere, dice, “grandi lotte che portino a scontri, in cui ci siano ufficiali che perdono la testa e provocano situazioni drammatiche, che ci siano scontri anche con colpi d’armi da fuoco e feriti, insomma si possono determinare situazioni di grandi tensioni in cui si possono inserire questi tentativi”.
È esattamente, questo descritto da Armando Cossutta, lo scenario che preparano le forze decise a fare dell’Italia un baluardo dell’anticomunismo nel Mediterraneo.
Nella riunione del 28 luglio, è Gian Carlo Pajetta a parlare esplicitamente di “colpi di Stato” e della necessità di difendersi.
Mentre, Luciano Lama, da parte sua, ha ben presente che nell’anno in corso scadono 59 contratti nazionali che interessano oltre cinque milioni di lavoratori, e di conseguenza ricorda che le richieste sindacali sono radicali, “ed è veramente posta in discussione la compatibilità di tali rivendicazioni con il sistema. Se vi saranno momenti duri – conclude -certi gruppi potranno avere buon gioco”.
Il 7 settembre 1969, il quotidiano comunista “L’Unità” scrive che, in Italia, è in vigore l’allarme Nato che sarebbe stato decretato il 6 luglio, nell’incombenza della crisi di governo, con la predisposizione di un piano segreto che prevede la mobilitazione delle basi militari, l’occupazione di ministeri, sedi di partiti, redazioni giornalistiche da parte di unità speciali dell’Esercito e dei carabinieri.
Non sono solo ipotesi astratte, quelle formulate dai dirigenti nazionali del Partito comunista, perché costoro assumono provvedimenti concreti a difesa propria e del partito, come l’invio di militanti in Unione sovietica perché siano addestrati come marconisti, e le circolari inviate da Armando Cossutta, a partire dal 21 marzo 1969, ai dirigenti periferici per invitarli a prendere misure di sicurezza straordinarie e a tenere presente che i telefoni sono sotto controllo.
Dal 6 dicembre, infine, secondo quanto scriverà il settimanale “Il Borghese” in epoca successiva, la direzione nazionale del Pci dirama l’ordine di massima vigilanza con il controllo diurno e notturno delle federazioni provinciali e della sede centrale del partito, a Roma, in via delle Botteghe Oscure.
A strage di piazza Fontana avvenuta, nel corso della riunione della direzione nazionale del Pci, avente all’ordine del giorno “l’esame della situazione politica”, il 19 dicembre 1969, il relatore, Enrico Berlinguer, avanza alcune ipotesi ma sottolinea come appaia valida quella che”si sia trattato di un anello di un vero e proprio complotto reazionario. Le cose – dice Berlinguer – non sono andate come previsto perché se le altre bombe fossero scoppiate le cose sarebbero state molto gravi. L’ipotesi di un complotto di destra è avanzata anche da forze Dc…”.
Anche Tortorella segnala la preoccupazione dei democristiani, e prosegue:
“Se ci si trovasse a un complotto e non al gesto isolato, la preoccupazione degli altri è che queste cose si possono ripetere e determinare una situazione molto difficile da controllare…Nei corpi di polizia – afferma Tortorella – ci sono obbedienze a centrali diverse.
Non tutti obbediscono agli ordini dello stesso ministro degli Interni. Altri obbediscono a qualche altra centrale (Presidente della Repubblica?). Certi obbediscono e si muovono su linee diverse…”.
Mauro Scoccimarro, a sua volta, dichiara:
“È la prima volta che sono avvenuti attentati così gravi. Rivelano una organizzazione .C ‘è una simultaneità che rivela una base organizzata. Se si ricollegano i dati sulla stampa, si ha che non ci troviamo di fronte a gesti fanatici ma che ci sono radici più profonde. Se è così significa che ci sono dei piani e ci si potrebbe trovare di fronte a nuovi avvenimenti del genere…”.
I vertici nazionali del Partito comunista, quindi, non credono che gli attentati del 12 dicembre siano il frutto di un’azione isolata, compiuta da elementi senza arte né parte, non ideologicamente inquadrabili.
Non c’è nessun riferimento ad un’azione di marca “fascista”, perché Luigi Longo, Enrico Berlinguer, Gian Carlo Pajetta e tutti gli altri sanno perfettamente che esiste un pericolo “reazionario” non qualificabile come fascista.
Non a caso nei loro interventi fanno riferimento al presidente della Repubblica, il socialdemocratico ed antifascista Giuseppe Saragat, ai “corpi separati”, alle “obbedienze diverse” che presuppongono l’esistenza di centrali di comando diverse non tutte corrispondenti a quelle ufficiali.
Le “bombe fasciste” è un’immagine propagandistica che il Pci avallerà successivamente, sul piano mediatico e giudiziario, quando deciderà di coprire i crimini dello Stato e del regime anticomunisti per provare la sua maturità ed affidabilità democratiche.
In realtà, è un anno che i comunisti vivono nel timore del “colpo di Stato”, e gli attentati del
12 dicembre collegati con quelli che li hanno preceduti (in particolare quelli stragisti del 25 aprile a Milano e quelli sui treni del 3-9 agosto), confermano l’attendibilità delle ipotesi sul tentativo di provocare una svolta autoritaria a destra, con la forza ma nell’ambito della Costituzione.
Per questa ragione il riferimento al presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, è continuo e, soprattutto, esplicito.
Anche settori della Democrazia cristiana non si discostano dalle analisi fatte dal Partito comunista.
Il ministro del Lavoro, Carlo Donat Cattin, nel corso di un incontro con i dirigenti sindacali, il 19 novembre 1969, è chiaro:
“Ci disse – ricorderà successivamente Giorgio Benvenuto – che eravamo ormai alla vigilia dell’ora X, che il golpe era alle porte, che bisognava affrettarsi a mettere un coperchio sulla pentola che bolliva se si voleva evitare l’arrivo dei colonnelli”.
A conferma che l’origine dell’operazione, la sua direzione, è di matrice socialdemocratica con il tacito assenso dei socialisti nenniani, giunge la reazione del segretario nazionale della Democrazia cristiana, Arnaldo Forlani, che pensa subito al “golpe” quando, il 12 dicembre 1969, subito dopo la strage di piazza Fontana telefona al segretario provinciale democristiano, Camillo Ferrari, e gli dice:
“Occorre tenerci in continuo contatto telefonico, scambiarci notizie di mezz’ora in mezz’ora”.
Teme, Forlani, un colpo di mano da parte dei militari, dei carabinieri, di forze che comunque hanno potere e sono espressioni dello Stato, non certo dell’anti-Stato.
E Ferrari comprende, anch’egli al volo la situazione e paventa il pericolo, tanto da far presidiare la sede provinciale della Democrazia cristiana milanese con l’ordine tassativo di non far entrare nessuno che non sia conosciuto.
Una Democrazia cristiana sulla difensiva, costretta come il suo grande antagonista a far presidiare le sue sedi, conferma che parte dei vertici del partito erano stati esclusi dalla conoscenza dell’operazione e dei suoi scopi perché ritenuti, come Aldo Moro, inaffidabili per le loro posizioni inclini al dialogo ed al compromesso con il Pci.
Era stato proprio Aldo Moro a suggerire, sul finire del 1968, una “strategia dell’attenzione” nei confronti del Partito comunista che, per la prima volta nella sua storia, aveva dissentito e criticato, pubblicamente, l’Unione sovietica per l’invasione della Cecoslovacchia.
E proprio ad Aldo Moro, i dirigenti comunisti consiglieranno di adottare misure precauzionali al suo rientro in Italia, a conferma ulteriore che non ritenevano gli attentati del 12 dicembre frutto di un atto di follia, ma azione pianificata per giungere alla soluzione autoritaria apertamente invocata dagli ambienti più fervidamente anticomunisti.
Non avevano torto.
Non era, difatti, peregrino il timore di un colpo di mano che spostasse l’equilibrio politico e mettesse fuori gioco, una volta per sempre, il Partito comunista creando le condizioni politiche per seguire l’esempio della Germania federale dove il Partito comunista era da sempre fuori legge.
Il 28 febbraio ed il 14 marzo 1990, nel corso di due deposizioni dinanzi alla magistratura, Enzo Generali ricorda che, nel mese di gennaio del 1969, Otto Skorzeny, l’ex colonnello delle Ss germaniche ora collaboratore dei servizi segreti americani ed israeliani, a Madrid, gli aveva preannunciato che, in Italia, si “stava preparando qualcosa di concreto con la partecipazione di militari di alto grado e personalità politiche dell’area di centro-centro-destra; mi citò in proposito –  prosegue Generali – il nome del principe Borghese che era l’uomo che lo aveva reso edotto della elaborazione del golpe, dell’ammiraglio Gino Birindelli, comandante dell’area sud della Nato, i predetti appoggiati da quadri dello Stato maggiore marina…nonché il ruolo del Servizio segreto militare e l’avallo di politici di spicco della Democrazia cristiana di cui non fece i nomi. Il progetto era quello di far cessare autoritativamente l’esperienza del centro-sinistra in Italia e di riassestare l’ordine interno privilegiando l’industria”.
Non è, questa, una fantasiosa ricostruzione a posteriori di un millantatore .
Al giudice istruttore di Treviso, Giancarlo Stiz, Ruggero Pan rivelerà che, il 19 aprile 1969, nel suo studio a Padova, Franco Freda gli aveva parlato della campagna di attentati che stava conducendo e, riferendosi alle loro finalità, aveva concluso affermando che “non era il caso di prendersi cura della massa né di proporsi subito il problema della qualificazione del nuovo regime”.
Affermazione rivelatrice sugli scopi di un’operazione finalizzata a destabilizzare l’ordine pubblico per consentire la proclamazione dello “stato di emergenza”, la sospensione temporanea delle garanzie costituzionali, lo spostamento a destra dell’asse politico.
In altre parole, per “stabilizzare l’ordine politico” mediante la “destabilizzazione dell’ordine pubblico”.
Millantava anche Franco Freda? Sembra di no.
Il 14 gennaio 1978, l’ex capo della polizia, prefetto Angelo Vicari, nel corso della sua deposizione al processo per il tentato “golpe Borghese” del 7-8 dicembre 1970, affermerà testualmente :
“La Questura conduceva indagini sul ‘Fronte nazionale’ per una serie di tentativi di colpi di Stato messi in atto prima e dopo la famosa notte del ‘Tora Tora’. Di questi episodi, ripeto, se sono verificati più di uno. Il più grave, quello che destò maggiore allarme, avvenne nel luglio del 1969″.
È una conferma più che autorevole, stante la personalità e la carica ricoperta dal prefetto Angelo Vicari, per più di 13 anni capo della polizia, che fanno di lui una delle persone più informate d’Italia e, a suo tempo, certamente una delle più potenti.
Sempre nel mese di luglio del 1969, un altro personaggio che per posizione sociale, collocazione politica e rapporti con i servizi segreti sovietici e dei Paesi dell’est europeo, era da considerarsi ben informato, Gian Giacomo Feltrinelli, edita un opuscolo di sole 14 pagine, dal titolo “Estate 1969″, che reca come sottotitolo:
“La minaccia incombente di una svolta radicale autoritaria a destra, di un colpo di Stato all’italiana”.
Nel testo, l’editore scrive che le agitazioni sindacali e la crisi della economia americana “hanno indotto, a nostro avviso, già da alcuni mesi certe forze di destra, a predisporre ed attuare un piano politico e militare preciso, volto ad imporre al Paese una radicale e autoritaria svolta a destra con un colpo di Stato all’italiana.
Questi piani e la loro attuazione hanno preso nuovo impulso dalla visita di Nixon in Italia ed è possibile che trovino attuazione nel corso di quest’ estate, facilitati dell’esodo estivo, dal generale disinteresse, dalla impreparazione delle tradizionali organizzazioni operaie (Pci e sindacati), e dalla sostanziale inefficienza di gruppi che si rifanno ad astratti estremismi ideologici e che, in ogni circostanza, rifiutano il discorso politico”.
Feltrinelli, infine, specifica che il “colpo di Stato” all’italiana sarebbe “ideato e attuato con la compiacente collaborazione della Cia, della Nato e delle forze reazionarie italiane”.
Da una collocazione politica ed ideologica diametralmente opposta, nel mesi di novembre del 1969, la Federazione nazionale combattenti della Repubblica sociale italiana (Fncrsi) diffonde volantini con i quali si invitano i reduci repubblicani a “non farsi strumentalizzare per un colpo di Stato reazionario” .
E che di “golpe reazionario” e non “fascista” si tratti lo conferma pubblicamente uno dei suoi fautori, l’ex combattente nella guerra di Spagna contro i franchisti spagnoli e i fascisti italiani, il repubblicano Randolfo Pacciardi.
In una lettera aperta al settimanale “Panorama”, pubblicata il 7 agosto 1969, Randolfo Pacciardi ricorda come al presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, “l’art. 92 della Costituzione … dà il diritto di nominare i ministri. Non solo lo può fare – scrive – ma lo deve fare. E se questo governo non ottenesse il voto di fiducia, il Presidente ha la facoltà di sciogliere le Camere. È grottesco ritenere che questo sia un “colpo di Stato” e chi lo ritenesse tale, insorgendo, si metterebbe fuori legge”.
E chi, in Italia, potuto insorgere, nelle speranze e nelle aspettative di Randolfo Pacciardi e dei suoi amici, se non i comunisti, i soli in grado di poterlo fare per numero ed organizzazione?
L’operazione che avrebbe dovuto concludersi in una domenica di sangue, il 14 dicembre 1969, passando per le mancate stragi del 25 aprile a Milano, per gli attentati ai treni della notte fra l’8 ed il 9 agosto, e per le stragi in parte fallite del 12 dicembre,non scaturisce dai piani e dai programmi dell'”eversione nera” alla quale, come abbiamo documentato, nessuno, nemmeno i dirigenti nazionali del Partito comunista fanno mai riferimento.
Essa è inserita in una strategia internazionale elaborata da un Paese – gli Stati Uniti d’America – che aveva militarmente sconfitto il fascismo e, dall’immediato dopoguerra utilizzava strumentalmente il neofascismo rappresentato dal Movimento sociale italiane e dalle organizzazioni ad esso collegate.                                 ,
Per questa ragione la necessità di giungere alla soluzione del caso Italia, nel senso di garantirsi la fedeltà dei suoi governi e di neutralizzare la minaccia rappresentata dalla costante avanzata elettorale del più forte partito comunista occidentale non si palesa nel 1969 ma percorre tutta la storia postbellica del Paese.
Negli anni Sessanta per un insieme di fattori che vanno dalla ripresa economica sovietica al conflitto mediorientale, al processo di decolonizzazione, al proliferare di movimenti di liberazione nazionale che professano idee marxiste, al mutamento della strategia militare americana passata da quella della “rappresaglia massiccia”, ovvero della risposta nucleare ad ogni attacco sovietico, a quella della “risposta flessibile” che prevede una controffensiva di pari intensità ed utilizzando gli stessi mezzi, le scontro fra le due potenze egemoni cresce con un’intensità ed una violenza senza precedenti.
Impegnati nella guerra del Vietnam, convinti di aver perso l’Algeria a causa della “guerra rivoluzionaria” condotta dal comunismo guidato da Mosca, alle prese con il caso di Cuba ormai inserita nell’orbita sovietica, gli Stati Uniti e 1’Alleanza atlantica non sono disposti a perdere ulteriore terreno soprattutto in quell’area del Mediterraneo che il conflitto fra arabi, sostenuti dal blocco comunista, ed israeliani, appoggiaci da quello occidentale, ha trasformato nella frontiera calda della guerra fredda.
Per la “messa in sicurezza” dell’Italia, sulla cui importanza strategica nel Mediterraneo è inutile soffermarsi, l’anticomunismo nazionale ed internazionale, politico, economico e, soprattutto, militare lavora da anni.
In una situazione politica resa precaria dall’ingresso nell’area governativa del Partito socialista, i primi segnali di una strategia pianificata si possono notare già nel corso del 1965.
È l’anno del convegno organizzato per conto dello Stato maggiore dell’Esercito all’hotel Parco dei principi di Roma dall’istituto “A. Pollio” per discutere di “guerra rivoluzionaria” e dei mezzi per combatterla, dal 3 al 5 maggio 1965.
Al quale segue la creazione, nel successivo mese di giugno, di un “Comitato italiano per l’Occidente” di cui fanno parte esponenti di tutta l’estrema destra italiana.
Ne sono fondatori, difatti, Nicola Romeo, Piera Gatteschi, Maria Gionfrida, Pier Francesco Nistri, Nino Del Totto, “Lillo” Sforza Ruspoli, inseriti o vicini al Movimento sociale, Pino Rauti, capo di “Ordine nuovo”, e Stefano Delle Chiaie, responsabile di “Avanguardia nazionale”.
Il “Comitato” si propone di “approntare elenchi di combattenti e giovani pronti a fornire un italiano anticomunista per ogni comunista italiano che vada a rafforzare i rossi in qualsiasi parte del mondo…”
È un programma di guerra civile reso subito operativo, visto che “Avanguardia nazionale” si auto-scioglie e s’immerge nella clandestinità dove resterà fino ai primi di gennaio del 1970, quando sarà ricostituita come “Avanguardia nazionale giovanile”.
Sempre in quel mese di giugno del 1965, a Bellagio, nella Villa Serbelloni di proprietà della Fondazione Rockfeller, si svolge il convegno sul tema “Condizioni dell’ordine mondiale”, organizzato dal Congresso per la libertà delle cultura che è un’emanazione della Central intelligence agency.
A Roma, a Palazzo Rospigliosi, su invito di Maria Camilla Pallavicini, Pino Rauti, Edgardo Beltrametti e Gianfranco Finaldi svolgono una conferenza sul tema: “Come difendersi dall’aggressione comunista”.
Non c’è solo la destra anticomunista a muoversi, perché l’11 dicembre 1965, a Udine, si svolge una riunione degli appartenenti alla struttura “Gladio” sui temi della “insorgenza e contro-insorgenza”, nel corso della quale viene richiesta “una azione attiva di contropropaganda”.
Il comandante della VIII formazione, “Manlio”, peraltro mai identificato, dopo aver ascoltato le osservazioni dei suoi subalterni, afferma che “ci sono già delle organizzazioni politiche che fanno la contro-propaganda anticomunista” e che, pertanto, a loro conviene:
a) approfondire la conoscenza degli elementi avversari – persone e fatti – e segnalarli con i consueti canali al Centro…;
b) qualsiasi azione intimidatoria e dimostrativa contro gli elementi avversari dovrebbe essere fatta non da elementi nostri del luogo (i quali dovrebbero curare la segnalazione) ma da elementi provenienti da fuori;
c) compilare e diffondere manifesti e manifestini in risposta a quelli compilati dalla parte avversaria;
d) organizzare delle conferenze o comizi per controbattere le idee avversarie” .
L’anticomunismo politico e militare agiscono all’unisono e, nell’anno successivo, il 1966, con l’operazione “manifesti cinesi” i piani divengono operativi.
Se i militanti di “Avanguardia nazionale” svolgono azioni di “propaganda nera” per conto del ministero degli Interni, una relazione interna del Sifar del 6 aprile 1966, riferita alla preparazione dell’operazione “Delfino” della struttura “Gladio” prevista per il periodo 15-24 aprile, si addestra per fare, in modo sistematico, la stessa cosa non limitata però all’affissione di manifesti.
Nella relazione, difatti, si legge che l’esercitazione verrà effettuata “sul terreno della zona di Trieste, con la partecipazione di elementi di un nucleo di propaganda (P/4), di un nucleo di evasione ed esfiltrazione (E/4) e di una unità di pronto impiego (Stella marina). L’esercitazione svilupperà, su base sperimentale, temi concernenti le operazioni caratteristiche della guerra non convenzionale in situazione di insorgenza e contro-insorgenza. Si prevedono quindi azioni di provocazione, quali aggressioni e attentati da attribuirsi all’avversario e la diffusione di materiale di disinformazione”.
Sono le tattiche che impiegheranno i “neofascisti” negli anni successivi, senza, come si può constatare, che siano stati essi ad elaborarle e a sperimentarle sul terreno, bensì le strutture clandestine delle Forze armate italiane.
A confortare la certezza dell’anticomunismo politico giunge, il 20 aprile 1966, la direttiva del capo di Stato maggiore della Difesa, generale Giuseppe Aloja, che raccomanda in seno alle Forze armate ”l’educazione morale e civica” alla scopo di “immunizzare il combattente dalla propaganda sovversiva tendente alla disgregazione della compagine militare”.
Il 1966 si chiude con una lettera inviata ad Yves Guerin Serac da Leo Negrelli , un giornalista italiano, sul quale a torto è stata sempre posta poca attenzione, il quale gli segnala, il 6 novembre, che “c’è in Italia una situazione di emergenza che può determinare non so ancora cosa”.
Il “cosa” comincia a prendere forma nel 1967, ad esempio, con il varo dell’operazione “Chaos”, varata dalla Cia per favorire, fra l’altro, la costituzione di gruppi “cinesi” e marxisti leninisti in dissenso con i partiti comunisti, come quello italiano, dipendenti dall’Unione sovietica.
Favorire la nascita e lo sviluppo del proprio nemico è, però, solo la prima delle condizioni necessarie per stabilizzare l’ordine politica italiano.
Non è sufficiente alimentare il disordine, difatti, perché bisogna incanalarlo, dirigerlo e volgerlo a proprio favore indirizzandolo versa obbiettivi predeterminati.
I continui riferimenti alla Grecia ed al colpo di Stato militare del 21 aprile 1967 hanno indotto molti a ritenere che l’anticomunismo politico abbia ritenuto possibile reiterare l’operazione in Italia, dimenticando che in questo Paese generali e colonnelli fanno la politica di chi governa e non sono mai stati disposti a dissentire o, addirittura, a tramare contro il potere politico per tema di rovinarsi la carriera.
In Italia, viceversa, la via da seguire è quella già presa in considerazione nel mese di luglio del 1948 e, ancor più, in quello stesso mese del 1960, quando gli incidenti seguiti all’attentato a Palmiro Togliatti, nel primo caso, e alla pretesa del Msi di svolgere il proprio congresso nazionale a Genova, nel secondo, diedero ai settori oltranzisti democristiani la possibilità di proporre la proclamazione dello stato di emergenza con tutte le misure di carattere politico-poliziesco che il provvedimento comporta.
A confortare la tesi di quanti sostenevano che questa era la via da seguire, è venuto l’esempio di quanto è accaduto in Francia nel 1968, il carattere insurrezionale assunto dalle proteste studentesche ha consentito alle Forze armate di dettare le proprie, durissime, condizioni al generale Charles De Gaulle e a decretarne la fine politica.
L’operazione inizia a Nanterre, il 22 marzo 1968, con l’infiltrazione degli uomini dell’Oas, in parte dipendenti da Yves Guerin Serac, fra gli studenti in agitazione dell’Università che danno il via ad una vera e propria rivolta a stento sedata dalla forze di polizia.
Non è difficile fomentare gli animi nel mondo giovanile e studentesco, così che gli incidenti di Nanterre diventano l’esempio da seguire anche a Parigi dove si sviluppa quello che sarà poi chiamato il “maggio francese”, a torto mitizzato dalle sinistre di tutto il mondo perché, come già a Nanterre, anche a Parigi la rivolta studentesca è opera degli agitatori professionisti dell’Oas.
Cosa può fare una piazza in rivolta, lo dicono le cifre degli scontri del maggio 1968 nella capitale francese: 625 manifestanti e 513 poliziotti feriti, 73 arrestati, 1.555 fermati, 288 automobili ed autobus incendiati o danneggiati, 27 negozi devastati.
Posto dinanzi ad un’esplosione di violenza giovanile che le forze di polizia non sono in grado di controllare, alla quale si potrebbe affiancare quella delle masse operaie in agitazione, il presidente della Repubblica, Charles De Gaulle si trova obbligato a richiedere il preventivo sostegno delle Forze armate.
Non si conoscono tutte le condizioni poste dai vertici dell’esercito francese a Charles De Gaulle ma di una gli effetti sono visibili ed immediati: l’amnistia incondizionata concessa a tutti gli appartenenti all’Organizzazione dell’esercito segreto (Oas), capi e gregari insieme, scarcerati già nel mese di giugno.
L’obiettivo primo dei “congiurati” internazionali è raggiunto e, con esso, il ridimensionamento drastico del potere del generale Charles De Gaulle chiamato ora a rispondere del suo operato anti-americano, anti-Nato ed anti-israeliano.
Un risultato ottenuto attraverso la manipolazione delle masse studentesche, sempre pronte, per l’età, a scagliarsi contro il potere costituito.
In Italia si può percorrere la stessa strada con alcune variabili tattiche rese inevitabili dalla diversa situazione politica esistente fra i due Paesi.
Qui, a Roma, non c’è un presidente della Repubblica, del carisma di Charles De Gaulle, da spodestare, ci sono invece forze politiche anticomuniste che sostengono la necessità di giungere ad una soluzione autoritaria, resa inevitabile ai loro occhi dal fallimento del centro-sinistra, ed altre che, viceversa, ritengono ancora possibile percorrere la via legalitaria mantenendo nella propria orbita di governo il Partito socialista.
Facendo leva sulle prime, gli strateghi occulti devono mettere le seconde dinanzi all’ineluttabilità della svolta autoritaria, da conseguire nel rispetto della legge e della Costituzione.
Inoltre, le forze di destra, anzi di estrema destra, le uniche che possono contare su attivisti da impiegare in piazza, non sono in assoluto in grado di fomentare rivolte come quella di Parigi del maggio 1968.
Tanto più che non deve essere la piazza di destra ad insorgere contro il potere costituito, ma quella di sinistra come nel luglio del 1948 e nel luglio del 1960, perché in caso contrario la ragione politica dell’intervento militare per il ristabilimento dell’ordine pubblico viene a mancare.
La tecnica utilizzata dall’Oas dell’infiltrazione dei propri elementi fra gli studenti non poteva essere utilizzata dall’estrema destra italiana, se non sporadicamente e in determinate circostanze.
La “battaglia di Valle Giulia” del 1° marzo 1968, a Roma, fu un esperimento irripetibile perché la presenza fra gli studenti dei militanti di Avanguardia nazionale, Ordine nuovo e Movimento sociali, molti dei quali conosciutissimi come “fascisti”, fu taciuta dalla sinistra che preferì utilizzare gli incidenti come prova dell’insofferenza degli studenti contro il potere accademico e politico.
Avrebbe il Partito comunista e, con esso, le altre forze di sinistra ignorato una seconda volta la presenza di Stefano Delle Chiaie e colleghi in veste di “rivoltosi” fra gli studenti?
È da escludere.
In Italia, di conseguenza, restava la via della violenza diffusa con attentati sempre più gravi, da attribuire all’estrema sinistra, fino all’esplosione incontrollata di una piazza in cui si affrontavano, in modo cruento e sanguinose, destra e sinistra.
Una piazza di destra che necessita per esprimere, in modo legittimo, la sua indignazione e la sua rabbia contro i ‘rossi’ di un evento traumatico, come possono esserlo il massacro di piazza Fontana e l’oltraggio ai caduti di tutte le guerre ricordati dall’Altare della patria.
L’operazione che si sviluppa nel 1969 non matura in un ambito esclusivamente nazionale perché gli interessi in gioco travalicano quelli italiani, come si conviene ad un Paese che non è libero, né sovrano né indipendente.
L’Italia non può avere i comunisti al governo, sia pure inseriti in una coalizione, perché potrebbe essere indotta ad adottare una politica di neutralità e di equidistanza fra i due blocchi contrapposti che gioverebbe all’Unione sovietica e renderebbe gravissimo nocumento agli interessi degli Stati Uniti e dell’Alleanza atlantica.
Il 2 maggio 1968, il settimanale “Panorama” pubblica un articolo, intitolato “Sfide negli Oceani”, nel quale scrive:
“Dall’ottobre 1966 all’ottobre 1967 l’Unione sovietica ha aumentato il proprio arsenale di missili intercontinentali a testata atomica al ritmo di oltre uno al giorno, passando da 340 unità a 720 unità. Alla fine del 1966 la marina sovietica aveva nel Mediterraneo una mezza dozzina di navi, una presenza simbolica; oggi quello che era un ‘lago americano’ è diventato un lago a mezzadria, in cui le 50 unità della VI flotta sono costrette a coesistere con una formidabile flotta sovietica di oltre 50 navi. Questi gli aspetti più clamorosi dello sviluppo della potenza russa”.
L’anno successivo, il 1969, la situazione è, se possibile, ancora peggiore per gli Stati Uniti.
Il 25 maggio 1969, riferendosi alla necessità di sostenere il governo militare greco, il senatore americano Stewart Simmington dichiara:
“Il Libano nella primavera del 1967, ha impedito alla nostra flotta l’accesso ai suoi porti. Le ultime due volte che la nostra flotta ha visitato la Turchia si sono verificate violente manifestazioni antiamericane. Queste correnti divengono sempre più forti e se, in Grecia, le cose non andassero come vanno, nel Mediterraneo ci sarebbero pochissimi porti – se non nessuno – disposti ad accogliere le nostre navi senza azioni di disturbo. E siccome noi riteniamo necessario il mantenimento della nostra flotta in quel mare chiuso, questa è la ragione perché le cose permangano stabili nel Paese in questione –  cioè la Grecia”.
La logica del ragionamento vale anche, se non a maggior ragione, per l’Italia che il senatore americano nemmeno cita fra i paesi in grado di accogliere la VI flotta nei propri porti, senza suscitare proteste e scioperi dei portuali della Cgil.
Ai paesi ostili al blocco occidentale, dopo l’Algeria guidata da Houari Boumedienne che i servizi segreti occidentali considerano un mero agente sovietico, dal 1° settembre 1969 si aggiunge la Libia dove ha assunto di fatto il potere una giunta militare il cui rappresentante di maggiore spicco è il capitano Gheddafi.
È in Medio Oriente, però, che la situazione si va facendo sempre più grave perché la guerra non dichiarata, iniziata in sordina già nell’autunno del 1967, fra Israele ed Egitto è andata sempre più aggravandosi.
Sul fronte del Sinai, la guerra non è “fredda” né “virtuale” ma vera, sanguinosa e foriera di pericolosissimi sviluppi per la stabilità internazionale.
Il 20 luglio 1969, l’aviazione israeliana inizia un’offensiva contro le postazioni egiziane che si estende al fronte terrestre, innescando una battaglia che proseguirà, senza soste, fino al mese di dicembre.
Schierati, fianco a fianco, con gli egiziani ci sono i “consiglieri militari” sovietici. Cosa potrà accadere se costoro si scontreranno in prima persona con i militari israeliani?
È una delle tante incognite di un conflitto che si riflette pesantemente sulla situazione del Mediterraneo e su quella italiana in particolare. Perché, in Italia, c’è un governo che proclama l’equidistanza fra arabi ed israeliani ed un Partito comunista che sostiene apertamente la causa araba e quella palestinese in particolare.
La guerriglia palestinese ha iniziato i suoi attacchi militari ad Israele il 2 gennaio 1965 ma, ormai, ha esteso il suo raggio d’azione all’intera Europa occidentale dove può contare sull’appoggio, non solo politico ma anche logistico dei comunisti, dei gruppi della sinistra extraparlamentare, contrastata dai servizi segreti israeliani coadiuvati da quelli americani ed atlantici.
Dopo aver “stabilizzato” la Grecia, il 21 aprile 1967, e la Francia, nel maggio del 1968, la sicurezza del Mediterraneo esige la “stabilizzazione” dell’Italia.
L’informatissimo informatore del ministero degli Interni, Mario Tedeschi, il 2 gennaio 1969, preannuncia la tempesta in arrivo con un articolo intitolato “L’anno dell’assedio”, nel quale scrive che l’anno appena iniziato sarà quello dell’assedio perché in Europa solo l’Italia è rimasta “il bubbone che rischia di contagiare l’intero sistema”, e che di conseguenza toccherà alla amministrazione americana guidata da Richard Nixon l’onere di estirparlo.
Tocca alla potenza egemone salvare dal comunismo un Paese colonizzato, ma deve farlo senza infrangere l’equilibrio di Jalta, conducendo al suo interno una  guerra “sporca” che per essere fatta necessita di specialisti che, a loro volta, non possono agire ufficialmente in nome e per conto dei loro governi che dovranno sempre essere in condizione di negare ogni interferenza negli affari interni di un Paese terzo, per di più amico ed alleato, specie quando questa, come ogni guerra, comporta una scia di sangue e di morte.
Il compito di condurre operazioni clandestine è demandato ai servizi segreti ma anche questi, come i loro governi, dovendo agire in Nazioni alleate, amiche o neutrali, non posso esporsi e devono creare strumenti ad hoc che, ufficialmente, agiscono per proprio conto.
È, il caso dell'”Aginter press”, guidata dal francese Yves Marie Guillon, alias Yves Guerin Serac, noto negli ambienti italiani come “Ralph”.
In oltre 40 anni di inchieste giudiziarie e giornalistiche sulla strage di piazza Fontana e, in generale, sugli eventi del 1969, la figura di Yves Guerin Serac è sempre rimasta sullo sfondo, evocata e mai approfondita.
Il tentativo del giudice istruttore di Milano, Guido Salvini, di indagare sul conto “Ralph” provocò la reazione violenta dell’allora procuratore della Repubblica di Milano, Gerardo D’Ambrosio, che, dinanzi alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e le stragi, non esitò a dichiarare, il 16 gennaio 1997:
“Verificammo anche la storia dell’Aginter Press e avemmo la stessa spiacevole sensazione che fosse stata anche quella un depistaggio”.
Purtroppo, il senatore Gerardo D’Ambrosio ha sempre indagato facendo affidamento sulla polizia e sul servizio segreto civile, non riponendo egli alcuna fiducia nei carabinieri e nel servizio segreto militare, senza mai prendere in considerazione l’ipotesi che quando questi ultimi hanno fatto i ladri, i primi gli hanno fatto da palo e viceversa.
In altre parole, non saranno i corpi investigativi di polizia e carabinieri e i servizi segreti civili e militari a dare un contributo alla ricostruzione della storia italiana relativa alla “strategia della tensione”, per la semplice ragione che ne sono stati i protagonisti in nome e per conto dello Stato maggiore della Difesa e del potere politico che sono chiamati a tutelare.
La storia vera di Yves Marie Guillon, alias Yves Guerin Serac, alias Ralph, è ancora tutta da scrivere.
Ufficiale dei servizi segreti militari in Algeria, Yves Guerin Serac aderisce all’Organizzazione dell’esercito segreto (Oas), emanazione delle strutture segrete dell’Alleanza atlantica e legata alla Cia americana.
L’Oas, difatti, si batte perché l’Algeria divenga dipartimento francese a tutti gli effetti, unico modo per impedire che possa ottenere l’indipendenza dalla Francia e passare al blocco sovietico agli ordini di Houari Boumedienne.
I militari francesi non credono che il popolo algerino voglia affrancarsi dal dominio francese, ritenendo che alle spalle del Fronte di liberazione algerino ci sia il comunismo internazionale guidato da Mosca.
La decisione del generale Charles De Gaulle di concedere l’indipendenza all’Algeria, viene vissuta dai militari francesi come un tradimento contro il quale bisognava ribellarsi.
Yves Guerin Serac passa, quindi, nelle file dell’Oas arruolandosi in quell’esercito di “soldati perduti”, come li definiva con disprezzo equiparandoli alle “femmine perdute”, cioè alle prostitute, il generale De Gaulle, che intendono battersi contro il comunismo ovunque e comunque.
Al servizio di quei paesi che contro il comunismo sono in prima linea, primo gli Stati Uniti ed anche la stessa Francia perché Yves Guerin Serac non ha spezzato mai i legami con i suoi colleghi francesi che, con lui, condividevano l’avversione contro il comunismo.
Il 19 febbraio 1969, nel corso della riunione del Comitato speciale della Nato, il delegato francese afferma;
”Il governo francese e le autorità di sicurezza francesi considerano il Partito comunista come il nemico pubblico numero uno”.
Guerin Serac ed i suoi colleghi francesi erano, quindi, sulla stessa barricata.
Insieme a loro, dalla stessa parte, si collocavano tutti i servizi segreti del cosiddetto “mondo libero”, primi quelli italiani.
Ed è per questa ragione che mai latitante è stato meno ricercato dalle polizie di mezzo mondo, perché Yves Guerin Serac, fino al mese di giugno del 1968, è ufficialmente perseguito dalle autorità francesi perché, a suo dire, condannato a morte da un Tribunale militare del suo Paese, per le attività svolte nell’Oas.
Da Lisbona (Portogallo) dove risiede senza particolari precauzioni, dirige l’Aginter press, viaggia indisturbato in tre Continenti (Europa, Africa e America latina), coordina l’attività dei suoi uomini e svolge, senza alcuna trepidazione, la sua attività di anticomunista di servizio.
In Italia, ovviamente, è intoccabile.
Il 31 gennaio 1968, Yves Guerin Serac incontra a Roma Pino Rauti. Il giorno successivo, 1° febbraio, Armando Mortilla, “Aristo”, redige una nota informativa per la divisione Affari riservati del ministero degli Interni, con la quale ragguaglia il servizio segreto civile sul contenuto dei colloqui fra il latitante francese ed il capo di “Ordine nuovo”.
Per comprendere il rilievo che riveste la figura di Yves Guerin Serac e ribadire che i servizi segreti, civili e militari, non hanno mai avuto bisogno di agire all’insaputa delle autorità politiche dalle quali dipendono, c’è la nota che il 5 febbraio 1968, la divisione Affari riservati invia al ministro degli Interni, Paolo Emilio Taviani, sugli incontri avuti dall’ex ufficiale francese con Rauti ed altri esponenti di estrema destra, fra il 30 gennaio ed il 1° febbraio 1968.
Ha avuto un ruolo, Yves Guerin Serac, nell’operazione del 1969 e nella strage di piazza Fontana?
La prima risposta viene dalla certezza che il direttore dell’Aginter Press conosce almeno tre persone che sono state chiamate in causa per aver preso parte agli attentati del 12 dicembre 1969 a Roma e a Milano: Pino Rauti, Stefano Delle Chiaie e Guido Giannettini.
Sappiamo che Yves Guerin Serac ha mantenuto contatti costanti con i suoi interlocutori italiani prima e dopo i tragici eventi del 1969.
Nel dicembre del 1968, ad esempio, redige per i suoi amici italiani un documento, intitolato “La nostra azione politica”, che sarà reso pubblico dal settimanale “L’Europeo” il 28 novembre 1974, senza suscitare alcun interesse in coloro che indagavano sugli attentati del 12 dicembre 1969.
Il documento è, esattamente, quello che appare e che si proponeva di essere: il programma dell’operazione che dovrà essere condotta nel corso dell’anno entrante per giungere alla proclamazione dello “stato di emergenza” e porre le basi per la reazione di quello “Stato forte contro la sovversione rossa” che è nei sogni di Pino Rauti e colleghi di partito e di servizio.
“Noi pensiamo – è scritto nel documento – che la prima parte della nostra azione politica debba essere quella di favorire l’installazione del caos in tutte le strutture del regime…A nostro avviso la prima azione che dobbiamo lanciare è la distruzione della struttura dello Stato sotto la copertura dell’azione dei comunisti e dei filocinesi.
Noi d’altronde – prosegue il documento – abbiamo già elementi infiltrati in tutti questi gruppi: su di loro dovremo evidentemente adattare la nostra azione: propaganda e azioni di forza che sembreranno fatte dai nostri avversari comunisti e pressioni sugli individui che centralizzano il potere ad ogni grado”.
È la reiterazione del programma dell’esercitazione “Delfino” redatto dagli uomini del Sifar per la struttura “Gladio”, il 6 aprile 1966, che prevedeva “azioni di provocazione, quali aggressioni e attentati da attribuirsi all’avversario e la diffusione di materiale di disinformazione”.
Non c’è traccia ufficiale della presenza in Italia di Yves Guerin Serac nel corso del 1969, ma di quella dei suoi uomini sì.
Difatti, il 3 maggio 1969, il questore di Milano, Ferruccio Allitto Bonanno informa il ministero degli Interni che il dirigente di Ot, Armando Marques si trovava nel capoluogo lombardo il 27 aprile, due giorni dopo gli attentati stragisti alla Fiera campionaria ed alla Stazione ferroviaria, attribuiti agli anarchici.
Il 24 agosto 1969, è il questore di Massa Carrara ad informare il ministero degli Interni del passaggio in città del dirigente di Ot, André Fontaine.
Agosto è il mese degli attentati ai treni (8-9 agosto) e Massa Carrara uno dei centri in cui Avanguardia nazionale può contare su uno dei gruppi più attivi ed agguerriti.
Non sono segnalati gli incontri che costoro hanno avuto con i loro amici italiani dei quali il ministero degli Interni ha preferito, evidentemente, omettere i nominativi e, soprattutto, il contenuto dei colloqui.
Il rapporto fra Yves Guerin Serac ed i suoi colleghi di schieramento e – spesso di servizi – non è solo di natura politica e ne fa testo la nota redatta dal Sid il 16 dicembre 1969, riferita alle responsabilità degli organizzatori della strage di piazza Fontana a Milano e degli attentati alla Banca nazionale del lavoro e all’Altare della patria, a Roma.
Abbiamo già visto come Yves Guerin Serac sia elemento ben conosciuto dai servizi segreti italiani e, perfino, dal ministro degli Interni, Paolo Emilio Taviani.
C’è da aggiungere che il servizio segreto militare, sul conto dell’ex ufficiale francese, è altrettanto ben informato di quello civile, sia perché Pino Rauti è legato al servizio sia perché Armando Mortilla, “Aristo”, non è solo confidente della divisione Affari riservati del ministero degli Interni ma anche del Servizio informazioni difesa.
Inoltre, Guerin Serac è in rapporti con Guido Giannettini, il giornalista de “Il Secolo d’Italia” che dal 1966 è stato arruolato come agente “Zeta” dal servizio segreto militare.
La pretesa che la nota del 16 dicembre 1969 sia stata redatta esclusivamente sulla base delle informazioni fornite dal confidente del Sid, Stefano Serpieri, serve al .servizio segreto militare per occultare le sue responsabilità nel caso che la magistratura voglia approfondire il tema ed investigare sul conto di Yves Guerin Serac.
È nota la capacità dei servizi segreti di mescolare abilmente verità e menzogne. La nota redatta il 16 dicembre 1969, però, si distingue più per le omissioni che per le bugie, in quanto è finalizzata a chiamare in causa il servizio segreto civile al quale fa capo Stefano Delle Chiaie.
Il servizio segreto militare non intende trovarsi da solo nelle bufera, quindi chiama implicitamente in correità il controspionaggio, la divisione Affari riservati, con l’intento di obbligarla ad una difesa comune.
Nella nota, di conseguenza, non fa riferimento agli stabili rapporti che intercorrono fra Pino Rauti e Yves Guerin Serac, ed avalla astutamente la pista “anarchica” sostenuta dal ministero degli Interni per proporre una linea comune e condivisa.
La nota del Sid recita:
” – gli attentati hanno certamente un certo collegamento con quelli organizzati a Parigi nel 1968 e la mente organizzativa dovrebbe essere un certo Guerin Serac, cittadino tedesco, il quale risiede a Lisbona ove dirige l’agenzia Ager Interpress; viaggia spesso in aereo e viene in Italia attraverso la Svizzera; è anarchico, ma a Lisbona non è nota la sua ideologia; ha come aiutante un certo Leroy Robert, residente a Parigi B.P. 55-83 a La Seyne sur Mer; a Roma, ha contatti col predetto Delle Chiaie; ha i seguenti connotati: anni circa 40, altezza m. 1,78 circa, biondo, snello, parla tedesco e francese; è certamente in rapporto con la rappresentanza diplomatica della Gina comunista a Berna”.
Quali le verità?
La descrizione fisica di Yves Guerin Serac è esatta, come più o meno la sua età;
Robert Leroy, ben conosciuto anch’egli dai servizi segreti militari italiani, era effettivamente un suo collaboratore; l’indirizzo parigino dello stesso Leroy si rivelerà esatto; il luogo di residenza di Guerin Serac, Lisbona, è rispondente al vero; veri anche i suoi rapporti con Stefano Delle Chiaie;
i rapporti con l’ambasciata della Cina popolare a Berna (Svizzera), saranno rivelati da Robert Leroy in un’intervista concessa alla rivista “L’Europeo” e da questo pubblicata il 4 luglio 1974, che susciterà l’adirata reazione di Stefano Delle Chiaie, a Madrid, nei confronti dello stesso Guerin Serac.
Le menzogne:
-  L’agenzia si chiama Aginter press;
-  Yves Guerin Serac è francese, non tedesco (ma ha ottimi rapporti con i servizi segreti della Germania federale, come ben sa il Sid);
-  non è anarchico, ma è un ex ufficiale francese fanaticamente anticomunista.
Per quale motivo il Sid avrebbe dovuto depistare le indagini sulla strage di piazza Fontana indicando una pista internazionale, le figure di Yves Guerin Serac e di Robert Leroy, il collegamento del primo con Stefano Delle Chiaie?
La domanda non ha mai avuto risposta da parte di coloro che negano l’origine estera di un’operazione che interessava una Nazione, l’Italia, nella quale non è nemmeno ipotizzabile che si possa tentare di modificare l’assetto istituzionale senza il preventivo consenso della potenza egemone e della Nato.
Il servizio segreto militare depista, effettivamente, le indagini indicando una pista anarchica che non esiste, spacciando lo stesso Yves Guerin Serac come anarchico, ma non sull’origine internazionale degli attentati del 12 dicembre 1969 che fanno parte integrante di un’operazione politica di ampio respiro ispirata da chi ha il patere di poterne sfruttare gli effetti per i propri fini.
Oltre all’accertato, al di là di ogni ragionevole dubbio, rapporto intercorso fra Yves Guerin Serac, Pino Rauti e Stefano Delle Chiaie, ci sono altri indizi che collegano la sua persona e la sua organizzazione agli attentati del 12 dicembre 1969, a Roma e Milano?
La risposta è affermativa.
Il documento programmatico, “La nostra azione politica”, è stato redatto da Guerin Serac nel mese di dicembre del 1968.
Il nome del circolo pseudo anarchico fondato dall’avanguardista Mario Merlino, “22 marzo”, è mutuato dalla rivolta dell’Università francese di Nanterre del 22 marzo 1968, alla quale presero parte anche gli uomini di Guerin Serac.
Il 12 dicembre 1969, a Milano, qualcuno ha piazzato manifesti che riecheggiavano gli slogan del “maggio francese” del 1968: “Autunno 1969. Inizio di una guerra prolungata”, che è la versione pressoché testuale di “Mai.68. Debut d’une lutte prolongée”.
E, infine, è giusto segnalarne un quarto sui collegamenti, anche sul piano esecutivo, fra gli ambienti internazionali di cui è parte integrante Yves Guerin Serac e quelli impropriamente definiti neofascisti italiani.
Il 15 settembre 1969, a Padova, in una delle biblioteche dell’Università ignoti collocano in uno scaffale, mimetizzandolo fra gli altri, un “libro” internamente cavo contenente un ordigno che non esplode solo per ragioni tecniche.
Non è un’arma a portata di tutti coloro che vogliono compiere attentati, tant’è che risulta impiegata la prima volta il 14 luglio 1956, ad Amman (Giordania) dai servizi segreti israeliani che se ne servono per uccidere il tenente colonnello Mahmud Mustafà, in forza ai servizi segreti egiziani.
Nel 1974, Yves Guerin Serac ne aveva uno a sua disposizione nell’appartamento, in avenida Manzanares, a Madrid, dov’era ospite di Stefano Delle Chiaie dopo la sua fuga da Lisbona a seguito della “rivoluzione dei garofani” del 25 aprile 1974.
Una coincidenza suggestiva?
Può darsi, ma va segnalata e tenuta presente, come una seconda che vede Franco Freda dichiarare ai magistrati che i timer da lui acquistati erano destinati ad un capitano algerino.
E capitano era Yves Guerin Serac in Algeria.
Nel linguaggio criptico di un individuo specializzato nel ricattare gli altri il riferimento, comprensibile a pochi, al direttore dell’Aginter press appare diretto.
L’Aginter press si configura come un’agenzia di copertura della Cia, collegata ai servizi segreti francesi, atlantici e dei paesi amici ed alleati degli Stati Uniti.
Il francese Yves Marie Guillon, alias Yves Guerin Serac, non a caso aveva al suo fianco, come stretto collaboratore, l’americano Jay Salby, detto “Castor” della cui dipendenza dal servizio segreto americano nessuno ha mai osato dubitare.
E i servizi segreti americani sono direttamente chiamati in causa nella strage di piazza Fontana dal “tecnico della stragi”, Carlo Digilio, fiduciario della Cia a Venezia e, ufficialmente, componente del gruppo veneto di Ordine nuovo diretto da Carlo Maria Maggi e di cui faceva parte Delfo Zorzi, indicato come uno degli esecutori materiali del massacro all’interno della Banca dell’Agricoltura.
A dare conferma ed avallo quanto mai autorevoli alla partecipazione americana all’operazione destinata a concludersi il 14 dicembre 1969, se non direttamente agli attentati stragisti di Milano e Roma del 12 dicembre, sono scesi in campo l’ex ministro degli Interni, il democristiano Paolo Emilio Taviani, e l’ex ministro degli Interni, presidente del Consiglio e presidente della Repubblica, Francesco Cossiga.
Anche costoro, giunti al termine della loro esistenza terrena, hanno deciso di depistare le indagini sulla strage di piazza Fontana?
Appare, viceversa, più vicino alla verità ritenere che non si abbia, ancora oggi, la volontà e l’interesse di affermare che l’operazione politico-terroristica del 1969 abbia avuto origine ed impulso anche da nazioni estere amiche ed alleate dell’Italia.
Se alle spalle dell’operazione destinata a concludersi con la proclamazione dello stato di emergenza ci sono gli apparati segreti e clandestini degli Stati Uniti, della Francia e dell’Alleanza atlantica, i servizi segreti italiani, militari e civili, sono chiamati a svolgere il loro ruolo di supporto e copertura dei gruppi operativi che, camuffati dietro la fragile apparenza di oppositori del regime, di segno neofascista, rappresentano il braccio armato dello Stato.
La conferma di questa realtà è, perfino, negli atti giudiziari prodotti da una magistratura ostinata nel voler provare, senza riuscirci, che la strage del 12 dicembre 1969 è stata il frutto della collusione fra una cellula nazifascista e i servizi “deviati”, fantomatici quanto la prima.
Non vi è uno solo dei protagonisti e dei comprimari dell’operazione che, in quarant’anni di indagini, non sia risultato collegato alle strutture segrete e clandestine dello Stato democratico ed antifascista.
Certo, ognuno è libero di credere che i Rauti, i Freda, gli Zorzi, i Delle Chiaie ed i loro amici fossero confidenti che non confidavano, informatori che non informavano, spioni che non spiavano, che siano stati così astuti da ingannare gli sprovveduti dirigenti del Sid e della divisione Affari riservati del ministero degli Interni, ma la realtà è diversa come dimostrano le coperture che questi apparati di sicurezza hanno garantito agli uomini ed ai gruppi del neofascismo italiano durante e dopo la guerra politica con una continuità nel tempo che prova come la verità su costoro non può essere detta senza compromettere il potere politico, allora come oggi.
A Padova, quando il commissario di Ps, Pasquale Juliano – che per essere in forza alla Squadra mobile è fuori dai giochi politici e segreti – punta su Massimiliano Fachini, consigliere comunale del Msi, ed i suoi amici come detentori di armi e di esplosivi, a rovinargli la carriera è il direttore della divisione Affari riservati del ministero degli Interni, Elvio Catenacci.
Sempre a Padova, il 7 giugno 1969, agenti dell’ufficio politico della Questura, agli ordini del commissario di Ps Saverio Molino, perquisiscono la abitazione di Eugenio Rizzato al quale sequestrano una pistola automatica calibro 7,65 marca Beretta e 15 pallottole, per il cui possesso lo denunciano a piede libero.
Molino, però, omette nel rapporto alla magistratura di fare cenno al rinvenimento della documentazione relativa al “Comitato d’azione di risveglio nazionale” (Carn), nella quale si legge che, fra i suoi scopi, vi è la “formazione di gruppi d’assalto, pronti a qualsiasi evenienza e disposti a qualsiasi impiego, che saranno a tempo opportuno attrezzati in pieno assetto di guerra”.
Questo documento, il capo dell’ufficio politico della Questura di Padova lo manda solo alla divisione Affari riservati che lo conserva per ovvie ed evidenti ragioni: non far trapelare che i gruppi di destra si preparano a sostenere le Forze armate ed i corpi di polizia nel caso di repressione del movimento comunista italiano.
Il 18 aprile 1969, a Roma, la polizia arresta Marcello Brunetti, trovato in possesso di 18 chili di polvere da mina, 4 metri di miccia a lenta combustione, 85 detonatori, nell’ambito delle indagini sull’attentato del 31 marzo precedente al palazzo di Giustizia per il quale saranno, poi, indiziati suo cugino, Enzo Maria Dantini e Franco Papitto.
Il Sid è in possesso dal 3 marzo 1969 di un rapporto informativo, trasmesso da “fonte certa”, che segnala che Enzo Maria Dantini avrebbe stipulato un “patto” con due esponenti di gruppi filo-cinesi e trozkisti in funzione anti-Pci.
Enzo Maria Dantini, il cui nome sarà poi rinvenuto negli elenchi della struttura clandestina “Gladio”, e Franco Papitto saranno, successivamente, prosciolti da ogni accusa, ma non avrebbero potuto esserlo se il servizio segreto militare avesse trasmesso alla magistratura la nota confidenziale, redatta da “fonte certa”, del 3 marzo 1969.
Il 14 agosto 1969, a Padova, Livio Juculano denuncia alla magistratura la esistenza di un deposito di armi forse ubicato a Paese, “località di campagna compresa tra Treviso e Vittorio Veneto” .
Il 23 agosto 1969, ancora Livio Juculano chiama direttamente in causa come mandante di attentati a Roma, “il già menzionato avvocato Fredda” e, come detentore di armi, un suo amico “libraio di Treviso”.
Benché le accuse siano gravissime, e Franco Freda, avvocato, e Giovanni Ventura, libraio, siano facilmente identificabili, saranno lasciate cadere nel vuoto a riprova che le “protezioni” c’erano anche in campo giudiziario.
Il 30 agosto 1969, un informatore del Sid di Bologna, Francesco Donini, riferendosi agli attentati ai treni della notte fra l’8 ed il 9 agosto, invia una nota al locale Centro di controspionaggio riferendo che “gli autori degli attentati dinamitardi farebbero capo all’organizzazione studentesca di estrema destra Nuova Caravella, che avrebbe sede a Roma e organizzerebbe corsi per sabotatori o dinamitardi diretti da Stefano Delle Chiaie”.
“Nuova Caravella” è un’organizzazione universitaria che fa capo ad Adriano Tilgher e Guido Paglia, effettivamente legati a Stefano Delle Chiaie, già oggetto di indagini da parte della polizia (vedi nota del 31 marzo 1969), ma il servizio segreto militare terrà per sé l’informazione.
Il 6 settembre 1969, il commissario di Ps Pasquale Juliano invia al giudice istruttore padovano, Ruberto, un dettagliato memoriale difensivo nel quale riferisce di aver appreso dal suo confidente, Francesco Tomasoni, che esiste un’organizzazione responsabile di attentati che fa capo a “certo avvocato Freda di Padova” e a un bidello dell’istituto “Configliaschi”, che va identificato in Marco Pozzan, responsabile dei Volontari nazionali del Msi a Padova.
Sul finire dell’estate del 1969, i magistrati padovani hanno nei loro incartamenti le accuse esplicite per detenzione di armi, di esplosivi e per la commissione di attentati, anche a Roma, a carico di Franco Freda, Giovanni Ventura, Marco Pozzan provenienti da fonti diverse e non collegate fra loro.
Non risulta che siano state fatte indagini, compiuti accertamenti, emessi provvedimenti giudiziari, anche meramente formali, a carico degli accusati.
Il 13 settembre 1969, Franco Freda chiede per telefono spiegazioni all’elettricista Tullio Fabris sul modo di montare un congegno ad incandescenza.
Il 18 settembre successivo, lo stesso Franco Freda sollecita alla ditta “Elettrocontrolli” di Bologna, sempre per telefono, la consegna di 50 timer da 60 minuti.
L’utenza telefonica di Franco Freda è sotto il controllo dell’ufficio politico della Questura di Padova, diretto dal commissario di Ps Savero Molino. Questi, però, non si chiede per quale motivo un avvocato debba ordinare timer e farsene spiegare il funzionamento.
Il disinteresse di Molino è ancora più sorprendente se si considera che a carico di Franco Freda esistono già le accuse esplicite del commissario di Ps Pasquale Juliano e di Livio Juculano, di cui non è credibile che i funzionari dell’ufficio politico della Questura di Padova non siano a conoscenza.
Altrettanto sorprendente è che Franco Freda i timer li ordini per telefono. Non lo è se si considera che la sicumera con la quale agisce gli proviene dalla consapevolezza della coperture istituzionali di cui gode.
Lo stesso meccanismo di protezione scatta a Roma.
Il 31 gennaio 1969, in una relazione indirizzata al ministero degli Interni, il prefetto denuncia che i gruppi dell’estrema destra procedono a compiere aggressioni contro gli avversari politici determinando “uno stato di tensione alimentato ad arte”, infiltrando i propri elementi nel Movimento studentesco “per condurre azioni di sfaldamento dall’interno” compiendo a suo nome azioni violente, “volte a creare ripercussioni negative nell’opinione pubblica e a portare discredito sul Movimento”.
Gli organi periferici e subalterni dello Stato registrano i comportamenti politici dei gruppi dell’estrema destra ma, ovviamente, la loro denuncia non può avere conseguenze di carattere giudiziario o, comunque repressivo perché la tattica dell’infiltrazione nel Movimento studentesco per screditarlo rientra nella strategia elaborata da coloro che hanno deciso destabilizzare” politicamente il Paese neutralizzando il Partito comunista e i gruppi che si rifanno all’ideologia marxista-leninista.
Maggiore sarà la violenza espressa dalle formazioni della sinistra, maggiore sarà la richiesta dell’opinione pubblica per il ristabilimento dell’ordine e la repressione dei “sovversivi rossi”.
I movimenti politici di estrema destra traducono sul terreno le direttive impartite dal Sifar agli uomini di “Gladio” e quelle date a loro da persone come Yves Guerin Serac.
Cambiano gli uomini, le nazionalità, gli apparati clandestini ma la strategia portata avanti nei Paesi europei ritenuti a rischio, primo fra tutti l’Italia, è identica per tutti.
In un mondo politico in cui lo Stato, secondo gli insegnamenti di Julius Evola, è il rappresentante dell’ordine gerarchico che deve governare la società, i confidenti dei corpi di polizia abbondano, così che il 29 gennaio 1969 il ministero degli Interni redige un appunto nel quale è scritto:
“La fonte riferisce che attentati non gravi e comunque a carattere dimostrativo potrebbero essere portati tra alcune settimane contro uffici pubblici, ministeri compresi. L’azione dovrebbe essere condotta da elementi di estrazione di destra…”.
La campagna di attentati, puntualmente preannunciata al ministero degli Interni, inizia il 28 febbraio 1969 con un attentato dinamitardo contro un ingresso secondario del Senato, in via della Dogana vecchia.
Il 27 marzo 1969, è compiuto un attentato contro la sede del ministero della Pubblica istruzione in viale Trastevere. Le caratteristiche dell’ordigno impiegato in questa occasione corrispondono a quelle della bomba utilizzata contro il Senato il 28 febbraio.
Il 31 marzo 1969, sempre a Roma, è compiuto un attentato contro il palazzo di Giustizia, questa volta c’è anche la rivendicazione fatta con volantini firmati “Marius Jacob” per denunciarne la matrice anarchica.
Negli ambienti politici e della Questura non ci crede nessuno.
Il 18 marzo 1969, il quotidiano “L’Unità”, organo di stampa del Partito comunista, in un articolo intitolato “Chi si serve dei fascisti? Gli attentati missini e i problemi dell’ordine pubblico”, chiama direttamente in causa il Movimento sociale italiano ed ipotizza che gli attentatori siano agli ordini del ministero degli Interni.
Il 17 aprile 1969, sul settimanale “Panorama”, nell’articolo intitolato “Lo dicono con le bombe”, commentando gli attentati compiuti a Roma contro il Senato (28 febbraio), il ministero della Pubblica istruzione (27 marzo) e il palazzo di Giustizia (31 marzo), Lino Rizzi riporta il convincimento dei magistrati inquirenti che sia unica la centrale che ha compiuto gli attentati utilizzando sempre lo stesso materiale.
E riporta il giudizio espresso in proposito da Giuseppe Velotti:
“Certo il linguaggio (dei volantini di rivendicazione – Ndr) è quello degli anarchici, ma nulla ci impedisce di pensare che dietro di esso si nascondano degli agenti provocatori, o degli ultras di destra impegnati a dimostrare l’incapacità e l’inettitudine del potere costituito contro l’ondata di sovversione e agitare di riflesso, la necessità di uno Stato forte. È solo una ipotesi, ma non bisogna assolutamente trascurarla”.
L’ufficio politico della Questura di Roma la verità la conosce e, almeno in questa occasione, la mette pure per iscritto. Nel suo rapporto sull’attentato del 31 marzo al palazzo di Giustizia, chiama in causa, insieme ad alcuni anarchici, anche tre elementi dell’estrema destra romana: Marcello Brunetti, Enzo Maria Dantini e Franco Papitto:
“Gli autori dell’attentato, in uno scritto rimasto sul luogo dell’esplosivo a firma di una fantomatica organizzazione anarchica, adoperando un frasario che rivela la loro posizione ideologica tutt’altro che anarchica, rivendicano la responsabilità anche dell’attentato al ministero della Pubblica istruzione…Infine la composizione dell’esplosivo adoperato nei due attentati e negli altri precedenti è simile, almeno per quanto è stato dichiarato dal persone della locale direzione di artiglieria, a quella del materiale sequestrato a Brunetti… Si ritiene pertanto che il Brunetti, il Dantini il Papitto siano corresponsabili dei predetti attentati”.
Saranno i magistrati di Milano ai quali gli atti relativi agli attentati al Senato, al ministero della Pubblica istruzione e al palazzo di Giustizia di Roma sono stati trasmessi per competenza in quanto titolari di un’inchiesta su altri attentati compiuti dagli anarchici, ad escludere, il 15 luglio 1969, la responsabilità di Marcello Brunetti, Enzo Maria Dantini e Franco Papitto, disponendo il rinvio a giudizio dei soli anarchici Pietro Angelo Della Savia, Paolo Faccioli e Paolo Braschi.
Il granello di sabbia che avrebbe potuto inceppare l’oliato meccanismo dell’infiltrazione, della strumentalizzazione e della provocazione viene, in questo modo, rimosso.
L’appunto che, il 29 gennaio 1969, preannuncia la campagna di attentati a Roma, condotta da elementi di destra, il convincimento dei funzionari dell’ufficio politico della Questura di Roma che militanti di estrema destra abbiano concorso con anarchici a compiere gli attentati, il sospetto avanzato pubblicamente che l’estrema destra è  impegnata a strumentalizzare gli avversari ideologici per far ricadere su questi ultimi la responsabilità degli atti di violenza, non costituiscono un ostacolo per quanti hanno deciso di “salvare l’Italia dal comunismo”, con ogni mezzo lecito ed illecito.
Perfino il quotidiano vaticano, “L’Osservatore romano”, il 2 aprile 1969, dopo l’attentato al palazzo di Giustizia, avverte il bisogno di denunciare la protezione accordata ai “terroristi”, scrivendo:
“Il commercio degli esplosivi non è come il commercio degli ortaggi. E poiché la polizia non sta certo inattiva e non manca di collegamenti e controlli, si deve concludere che le iniziative sciagurate contano su una immancabile complicità o connivenza od omertà”.
Le condizioni per prevenire e reprimere le violenze, gli attentati, i loro autori materiali ci sono tutte sul piano informativo, ma può un potere politico impegnato attraverso i suoi organismi segreti a “destabilizzare l’ordine pubblico” perseguire sé stesso?
Evidentemente, no.
Lo provano altri due episodi direttamente connessi all’eccidio del 12 dicembre 1969, a Milano, in piazza Fontana.
Il 21 marzo 1969, sul bollettino “Terra e libertà”, organo di stampa del gruppo anarchico “Gli Iconoclasti”, Pietro Valpreda elenca 10 attentati anarchici, compiuti in meno di un mese, e trionfalmente conclude:
“Altri attentati seguiranno a questi qui elencati. La polizia brancola nel vuoto. I borghesi tremano e cercano di svignarsela con il capitale. Gli pseudocomunisti pigliano posizione contro questi atti di terrorismo anarcoide. La coscienza popolare comincia a risvegliarsi e…i botti aumentano!!!”.
Quali conseguenze subisce Pietro Valpreda per la rivendicazione – perché tale è – di ben dieci attentati e il preannuncio che ne verranno fatti molti altri?
Nessuna.
La polizia non lo interroga, se non altro in veste di persona informata sui fatti relativi a ben 10 attentati, non lo denuncia per istigazione alla violenza e apologia di reato.
La polizia non fa nulla, al di là, forse, di una segnalazione alla magistratura che, da parte sua, nel mese di giugno del 1969, le chiede di identificare i componenti del “Gruppo anarchico iconoclasta” che sul suo bollettino porta l’indirizzo del circolo anarchico “Ponte della Ghisolfa” diretto da Giuseppe Pinelli.
La “violenza anarchica” fa comodo alla divisione Affari riservati del ministero degli Interni così come al Sid ed ai loro responsabili politici e chi la propaganda non può – né deve  – essere perseguito.
Come avrebbe potuto, altrimenti, il ministro degli Interni Franco Restivo, nel corso di un suo intervento alla Camera dei deputati, il 10 dicembre 1969, due giorni prima della strage “anarchica” di piazza Fontana a Milano, imputare la gran parte degli atti di violenza verificatisi durante l’anno in Italia all'”estremismo anarcoide”?
Del resto, non stiamo trattando della storia di una rivoluzione che, notoriamente, parte dal basso per travolgere le istituzioni e lo Stato, ma di un’operazione che parte dall’alto e che è finalizzata a salvaguardare lo Stato ed il regime dalla minaccia del “comunismo internazionale”.
È normale, pertanto, che chiunque operi nell’ambito di questo disegno “stabilizzatore” lo faccia con la complicità e la protezione degli apparati segreti dello Stato e delle forze politiche che li dirigono.
Non si può parlare degli eventi del 12-14 dicembre 1969 senza soffermarsi su una figura rimasta sempre sullo sfondo e mai, esattamente come quella di Yves Guerin Serac sul piano internazionale, direttamente chiamata in causa nelle indagini sulla strage di piazza Fontana.
Ci riferiamo al capitano di fregata, medaglia d’oro al V.M., presidente del Movimento sociale italiano, poi presidente del “Fronte nazionale”, principe Junio Valerio Borghese.
Comandante del sommergibile “Scirè”, passato poi al comando della Decima flottiglia mas, il reparto di incursori subacquei della Marina militare più segreto ed ardito della Forze armate italiane, l’unico in grado di infliggere alla potentissima flotta britannica nel Mediterraneo perdite gravissime, Junio Valerio Borghese l’8 settembre 1943 si trova al suo posto di comando a La Spezia.
Non aderisce, se non di fatto, alla Repubblica sociale italiana, perché Junio Valerio Borghese non è mai stato fascista, ma non accetta il tradimento perpetrato nei confronti degli alleati tedeschi con i quali stabilisce un accordo di co-belligeranza.
Nel corso dei 600 giorni della Repubblica di Salò, Junio Valerio Borghese intrattiene ottimi rapporti con i tedeschi, con il servizio segreto della Regia Marina del Regno del sud, pessimi con i fascisti che, giustamente, della sua lealtà non si fidano, tanto che nel gennaio del 1944 lo mettono in carcere.
Ma, ormai, la divisione di fanteria Decima è un realtà militare di cui la Repubblica sociale non si può privare e così, a malincuore, Benito Mussolini rimette Borghese in libertà e lo riconferma nella carica di comandante della Decima.
Il 25 aprile 1945, a Milano, Junio Valerio Borghese si congeda dagli uomini della Decima e si rifugia a casa di un partigiano delle brigate socialiste “Matteotti” in attesa dei soccorsi che non tardano ad arrivare.
Il 12 maggio 1945, a bordo di una jeep americana, vestito con una divisa americana, scortato dal capo dell’X-2 americano, James Jesus Angleton, dal commissario di Ps Umberto Federico D’Amato e da un ufficiale del servizio segreto della Regia Marina viene condotto da Milano a Roma dove, dopo un incontro mai peraltro confermato ufficialmente, con l’ammiraglio Raffaele De Courten, ministro della Marina del regio governo, è associato al carcere di Cinecittà, destinato ad ospitare i nemici di rango sia italiani che tedeschi.
I rapporti di collaborazione instaurati con i servizi segreti americani, in particolare con James Jesus Angleton, sono provati al di là di ogni ragionevole dubbio.
Una collaborazione che ha consentito a Junio Valerio Borghese e ad un ristretto nucleo della Decima flottiglia mas, fra i quali il futuro ammiraglio Gino Birindelli, di affondare nel porto di Sebastopoli, in Crimea, il 29 ottobre 1955, la corazzata sovietica “Novorossijak”, già appartenente alla Marina militare italiana con il nome di “Giulio Cesare” e ceduta ai russi come risarcimento per i danni di guerra, nel 1949.
Esponente prestigioso della “Salò tricolore”, non ideologicamente fascista, Junio Valerio Borghese aderisce al Movimento sociale italiano il 17 novembre 1951, per divenirne il presidente qualche mese dopo e, infine, abbandonare la carica per lasciare il posto al maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani, ex ministro della Difesa e comandante in capo delle Forze armate della Rsi.
Aristocratico, conservatore, anticomunista, Junio Valerio Borghese gode di un meritato credito negli ambienti militari internazionali che si riflette anche nel campo politico in cui egli si trova ad operare, dopo che è fallito il tentativo di farsi reintegrare in servizio nella Marina militare.
Il principe Borghese è un conservatore e un reazionario, non concepisce altra politica che non sia quella improntata ad un anticomunismo fanatico, che porti l’Italia a stringere rapporti sempre più stretti con gli Stati Uniti e che fa di lui un oltranzista “atlantico”, tanto che il 17 maggio 1959 viene espulso dalla carica di presidente della Federazione nazionale combattenti della Rsi e sostituito con Giorgio Pini, uno degli uomini più vicini a Benito Mussolini.
Negli anni Sessanta, Junio Valerio Borghese non può, quindi, che ritrovarsi fra coloro che intendono “salvare l’Italia” dal comunismo, non più dall’interno del Movimento sociale di cui rimane, comunque, un iscritto, ma con uno strumento politico personale, da lui diretto, che chiama “Fronte nazionale”, riprendendo una vecchia idea dei primi anni Cinquanta, e nel quale c’è posto per chiunque si professi anticomunista, senza alcuna preclusione ideologica.
Il “Fronte nazionale” viene ufficialmente costituito il 13 settembre 1968, a Roma.
Cosa si propone l’organizzazione creata dal principe Borghese, lo sintetizza una nota informativa del Sid del 22 maggio 1970 che ne illustra gli scopi :
“Obiettivo minimo…è la difesa contro la piazza avversaria in caso di insurrezione; obiettivo medio è l’inserimento in eventuali ‘reazioni’ degli ambienti politici e militari, che potrebbero muoversi di fronte al prevedibile deterioramento della situazione italiana; obiettivo massimo è l’egemonia politica in un’eventuale soluzione autoritaria da realizzarsi su tutto il territorio nazionale”.
Il “Fronte nazionale” non è un movimento politico che si propone di cercare consensi, magari per trasformarsi in partito e concorrere alle elezioni, ma uno strumento di guerra al comunismo che si propone di agire, se necessario, anche con la forza per eliminare, una volta per sempre, il pericolo comunista in Italia e mantenere quest’ultima a fianco degli Stati Uniti e nell’ambito dell’Alleanza atlantica.
Una formazione politica ma apartitica, aperta a tutti coloro che vogliono combattere il nemico comunista, non soltanto a parole.
Lo riconosce anche il servizio segreto militare, il Sid, che in una nota del 9 agosto 1970, scrive:
“Il Fronte nazionale è stato più volte segnalato come organizzazione per attuare un colpo di Stato; ha delegati provinciali in diverse città; è collegato con Ordine nuovo e Avanguardia nazionale; è ritenuto il sodalizio più idoneo a influenzare in proprio favore le forze armate e la polizia”.
Costituito ufficialmente nel settembre del 1968, il “Fronte nazionale” ed il suo capo non potevano restare estranei agli avvenimenti del 1969, compresi quelli sanguinosi del 12 dicembre.
Le tracce del suo impegno ci sono, vistose pure ma, stranamente, ignorate dalla magistratura italiana e dagli storici italiani per la semplice ragione che nessuno ha mai considerato il rapporto di collaborazione che intercorreva fra Junio Valerio Borghese e Pino Rauti, per “Ordine nuovo”, Pino Romualdi e Giorgio Almirante, per il Msi, mentre Stefano Delle Chiaie ed “Avanguardia nazionale”, ufficialmente inesistente quest’ultima perché auto-scioltasi già nel 1965, ne costituivano la guardia pretoriana.
A Viareggio, presso l’hotel Royal, il 19 marzo 1969 ha luogo la prima riunione pubblica del “Fronte nazionale”, presente Junio Valerio Borghese. Il Sid registra che “l’unico accenno di interesse è quello fatto da Borghese in merito alle Forze armate che, secondo il presidente del Fronte, non avrebbero fatto mancare il loro appoggio nella lotta al comunismo”.
Borghese ed il “Fronte nazionale” non hanno altri e diversi fini politici da quella battaglia contro il comunismo che viene condotta da forze ben più potenti delle loro.
I compiti fra i gruppi sono differenziati, quindi c’è chi cura l’”infiltrazione” a sinistra, chi la “provocazione”, chi compie attentati e chi cerca finanziamenti .
Borghese, fra altri, assolve questo compito curando i rapporti con gli industriali con promesse rassicuranti. Così l’11 maggio 1969, scrive il Sid,
“nel corso di una riunione con esponenti del mondo armatoriale genovese, ha deciso la costituzione di ‘gruppi di salute pubblica’ per contrastare – anche con l’uso delle armi – l’ascesa al potere del Pci”.
Nel corso dell’anno, infine, le promesse non bastano più, così Borghese ed i suoi uomini scendono nei dettagli, con i loro interlocutori, su quanto hanno in animo di preparare.
 Il 6 giugno 1969, l’informatissimo servizio segreto militare scrive in una nota:
“Un esponente del Fronte nazionale ha informato alcuni dirigenti della Società metallurgica italiana (Smi) che il movimento ha in programma di attuare nel periodo da giugno a settembre 1969, un colpo di Stato per porre fine alla precaria situazione politica che travaglia la vita del Paese. L’uomo di Borghese vorrebbe trattare l’acquisto di munizioni prodotte negli stabilimenti della Smi ma riceve un netto rifiuto”.
Il Sid, come il servizio civile, i vertici militari e buona parte di quelli politici, lavora per il “colpo di Stato”, quindi le informazioni che raccolgono sul conto delle intenzioni di Junio Valerio Borghese e dei suoi uomini le tiene per sé, non a caso lo dirige l’ammiraglio Eugenio Henke, socialdemocratico di provata fede.
Il 30 settembre 1969, a Roma, si svolge una riunione di esponenti del “Fronte nazionale”, presieduta dal collaboratore più stretto di Junio Valerio Borghese, Remo Orlandini.
In questa occasione si parla più liberamente degli scopi e dei mezzi per conseguirli, così che il Sid nella immancabile nota informativa scrive:
“Un ufficiale (nome noto) si intrattiene con Prospero Colonna il quale, nel dirsi certo della riuscita del ‘colpo di Stato’, soggiunge che Valerio Borghese aveva già studiato un piano di ‘provocazione’ con una serie di grossi attentati dinamitardi per fare in modo che l’intervento armato di destra potesse verificarsi in un clima di riprovazione generale dei criminali ‘rossi'; precisò inoltre che le vittime innocenti in certi casi saranno purtroppo necessarie”.
Questa volta le informazioni sono più dettagliate, troppo per i gusti del Sid che si sbilancia nel dichiararle poco attendibili.
Ha ragione, il servizio segreto militare di preoccuparsi perché sa bene che a compiere gli attentati stragisti alla Fiera campionaria ed alla Stazione ferroviaria di Milano il 25 aprile 1969 sono stati i suoi collaboratori, Franco Freda e Giovanni Ventura, e non i criminali “anarchici” ai quali è stata attribuita la colpa per indirizzare a sinistra la riprovazione e la collera dei cittadini.
In quell’occasione i morti non ci sono stati, ma il Sid sa che presto si dovranno contare anche questi.
Il “piano” studiato da Junio Valerio Borghese ricalca alla lettera quello del Sifar e di “Gladio”, quello di Yves Guerin Serac, così che, tramite il loquace Prospero Colonna, giunge la conferma ulteriore che tutti i gruppi di destra agiscono nell’ambito di una unica strategia di cui sono gli esecutori, non gli ideatori e che ha per fine ultimo la sconfitta del comunismo, nemico degli Stati Uniti d’America.
I rapporti di Junio Valerio Borghese con Pino Rauti si interromperanno nell’autunno del 1970 perché i due non si accordano sui finanziamenti che devono essere spartiti fra le rispettiva organizzazioni; quelli con Stefano Delle Chiaie avranno fine solo il 27 agosto 1974, quando il principe morirà a Cadice – con tempestiva opportunità per Giulio Andreotti ed i suoi amici – di pancreatite fra le amorose braccia di un agente femminile del Sid.
Nel corso degli anni, sul banco degli imputati per la strage di piazza Fontana sono saliti gli alleati di Ordine nuovo ed i pretoriani di Avanguardia nazionale, anche se a posteriori, dinanzi al Tribunale della storia, ora deve comparirci anche il principe Junio Valerio Borghese.
La figura del “principe nero” non è mai esistita, un’altra leggenda creata dalla disinformazione che, in questo Paese senza libertà, si spaccia per informazione, per di più corretta e rispettosa della verità.
Junio Valerio Borghese, il 26 gennaio 1970, è ricevuto dall’ambasciatore americano a Roma ed ha già iniziato a programmare il tentativo, questa volta da attuare in modo difforme da quello del 12-14 dicembre 1969, che si concluderà a Roma, nella notte fra il 7 e l’8 dicembre 1970 per riportare l’ordine in Italia e sconfiggere il comunismo.
L’apparato bellico di cui Junio Valerio Borghese è parte integrante non è stato scalfito né minacciato dalle indagini giudiziarie sulla strage di piazza Fontana, concentrale sugli anarchici, prima, e sulla “cellula nera” padovana, dopo.           
La guerra al comunismo può, quindi, continuare senza intralci né paure.
Il 12 dicembre 1969, le indagini sulla strage di piazza Fontana, a Milano, e sugli attentati di Roma sono immediatamente indirizzate verso gli ambienti anarchici.
Il ministro degli Interni, Franco Restivo invia a tutte le polizie europee, il 13 dicembre 1969, un telegramma in lingua francese, nel quale scrive:
“Attualmente non abbiamo alcuna indicazione valida a proposito dei possibili autori della strage, ma indirizziamo i nostri primi sospetti verso les cercles anarchisants”.
Mesi di propaganda basata su attentati di presunta matrice anarchica danno ora i suoi frutti, se anche l'”Osservatore romano”, il 14 dicembre 1969, nell’articolo intitolato “Vincere il male”, scrive che la causa della violenza deriva dalla “coltura dei bacilli nullisti, nichilisti, anarcoidi e violenti”.
Sono invece, tassativamente esclusi dalle indagini e dai sospetti uomini e gruppi inseriti in partiti rappresentati in Parlamento, per la pretesa che un’azione sovversiva può essere rivolta contro le istituzioni ed il sistema dal suo esterno e non può essere promossa dal suo interno.
Diviene così evidente la ragione per la quale Pino Rauti ed i suoi uomini sono rientrati, ufficialmente, nel Movimento sociale italiano che si configurava come l'”ombrello” sotto il quale ripararsi perché i suoi dirigenti ed i suoi militanti sarebbero stati esclusi da qualsiasi azione repressiva condotta dalle forze militari e di polizia contro gli “estremisti” sia di destra che di sinistra.
Intanto, gli ordinovisti con a capo Pino Rauti sono esclusi, a priori, dalle indagini sull’eccidio di piazza Fontana.
La pista internazionale, nell’immediatezza degli attentati, non viene trascurata.
Il 13 dicembre 1969, il commissario di Ps, Luigi Calabresi, viene inviato in missione in Svizzera; il 17 dicembre, il questore di Milano, Marcello Guida, nel corso di una conferenza stampa, affermerà che la strage di piazza Fontana è un “affare con collegamenti internazionali”. Il 18 gennaio 1970, la rivista “Epoca”, nell’articolo intitolato “Valpreda come Oswald”, riporta le dichiarazioni del capo dell’ufficio politico della Questura di Roma, Bonaventura Provenza il quale afferma:
“Io non escludo a priori l’idea di un complotto che sarebbe caso mai più internazionale che interno. Ma non azzardo ipotesi in mancanza di elementi sicuri”.
Ancora prima, il 1° gennaio 1970, il settimanale”Panorama” riportava, in un articolo intitolato “L’alibi dell’anarchia”, a firma di Gianni Farneti, le dichiarazioni di un funzionario di polizia rimasto anonimo, il quale ha affermato :
“Si sono avanzate anche le ipotesi di interventi stranieri per servirsi di questi gruppi a fini economici e politici…Da una parte è pressoché certo che alcuni industriali tedeschi hanno finanziato formazioni estremiste per acuire le fasi di sciopero e diminuire la capacità di esportazione di certi settori industriali italiani. Dall’altra parte, l’ipotesi di finanziamenti greci a scopi politici è tutt’altro che peregrina”.
I rapporti fra i gruppi dell’estrema destra italiani e il governo militare greco sono ampiamente provati e, con specifico riferimento alla strage di piazza Fontana ed agli attentati a Roma ed anche a quelli del 25 aprile a Milano alla Stazione ferroviaria ed alla Fiera campionaria, ci sono le gravissime dichiarazioni rese alla rivista “Panorama” da Kostas Plevris e pubblicate nel numero in edicola il 13 marzo 1975, sotto il titolo “Dracme per il Msi”.
Plevris rivela che, nel 1969, il servizio segreto greco
“creò una sezione speciale dotata di mezzi economici particolarmente consistenti e di uomini che conoscevano a fondo le cose italiane. Poi, per evitare il rischio di essere scoperti e accusati di tramare ai danni dell’Italia, i capi del Kyp mascherarono la sezione dietro la facciata innocua di una scuola guida che aveva gli uffici nel centro di Atene, a pochi passi dal palazzo del governo. Infine la sezione ingaggiò direttamente dieci agenti italiani scelti tra le file dei fascisti. Ed io di questi agenti possiedo l’elenco completo”.
Plevris, però, rifiuta di fare i nomi, ma aggiunge:
“Posso dire soltanto che uno di essi è attualmente in prigione perché coinvolto nella strage di piazza Fontana”.
Nel periodo in cui Kostas Plevris rilascia l’intervista, in carcere con l’accusa di concorso nella strage di piazza Fontana ci sono tre persone: Franco Freda, Giovanni Ventura e Guido Giannettini.
Non risulta che qualche magistrato italiano abbia chiesto di interrogare Kostas Plevris per farsi dire i nomi dei dieci italiani, ma soprattutto di quello, fra i tre imputati per strage, che era stato arruolato dal servizio segreto greco.
Nella primavera del 1975, ad Atene, non c’era più la Giunta militare ma un governo socialista al quale, per via diplomatica, si potevano sollecitare le stesse risposte.
Non è stato fatto, da quanto è dato di sapere.
La pista internazionale, per la magistratura italiana, deve essere scartata ad ogni costo.
Eppure, a rendere inevitabile un’indagine seria sulla pista internazionale ci sono la nota del Sid del 16 dicembre 1969, le dichiarazioni del questore di Milano, Marcello Guida, del 17 dicembre 1969, quelle del capo dell’ufficio politico della Questura di Roma, Bonaventura Provenza, pubblicate il 18 gennaio 1970, quelle di un anonimo funzionario di polizia rese pubbliche dalla rivista “Panorama” il 1° gennaio 1970, le affermazioni specifiche di Kostas Plevris apparse sempre su “Panorama” il 13 marzo 1975, le stesse dichiarazioni di Franco Freda sulla consegna dei timer ad un “capitano algerino” che suggeriscono la presenza sulla scena di persone non italiane, e, infine, le accuse rivolte da Carlo Digilio ai servizi segreti americani.
È doveroso ricordare che le indagini sulla strage di via Fatebenefratelli del 17 maggio 1973, a Milano, compiuta dal confidente del Sid Gianfranco Bertoli, autoproclamatasi anarchico dopo l’arresto, a carico degli stessi personaggi imputati per concorso nella strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, hanno evidenziato un possibile ruolo svolto dai servizi segreti israeliani e francesi.
Del resto, che il gruppo veneto di Ordine nuovo avesse rapporti con i servizi segreti israeliani, la magistratura italiana lo sapeva dal 31 maggio 1966, quando a seguito dell’arresto di Marcello Soffiati ed altri, nel loro arsenale era stato rinvenuto esplosivo gelatinizzante israeliano.
Ancora, il generale Gianadelio Maletti ha rivelato che l’espatrio in Spagna di Marco Pozzan, altro imputato per concorso nella strage di piazza Fontana, nel mese di gennaio del 1973, era stato richiesto da un “servizio amico”, per specificare successivamente che si trattava di quello spagnolo.
Sullo sfondo degli avvenimenti italiani dell’epoca si stagliano, a questo punto, i servizi segreti americani, francesi, israeliani, greci e spagnoli, mentre più defilati si presentano i servizi segreti della Germania federale.
Per quanto tempo ancora, questo Paese dovrà tollerare la disinformazione giudiziaria e giornalistica sulla strage “nazifascista” di piazza Fontana?
Abbiamo visto come le direttive impartite ai reparti clandestini delle Forze armate ed ai gruppi politici di estrema destra impegnati nella battaglia contro il comunismo prevedevano la tattica della disinformazione, dell’infiltrazione e della provocazione.
Gli esempi si sprecano.
Dall’affissione dei “manifesti cinesi” a cura dei militanti di “Avanguardia nazionale” nel gennaio del 1966, firmati a nome del “Movimento marxista-leninista d’Italia”, agli attentati del 25 aprile 1969 attribuiti agli anarchici, all’incendio del deposito della Pirelli, a Milano, compiuto dagli uomini del partigiano “bianco” Carlo Fumagalli e rivendicato a nome delle “Brigate rosse” il 7 gennaio 1971, alla mancata strage sul treno “Torino-Roma” del 7 aprile 1973, che avrebbe dovuto essere, nelle intenzioni dei suoi organizzatori, attribuita a “Lotta continua”, c’è una serie infinita di azioni attribuite al “nemico” ideologico e politico per renderlo inviso alla popolazione e giustificare ogni intervento repressivo nei suoi confronti.
L’infiltrazione nei gruppi avversari diviene prassi a partire dalla seconda metà del 1967, quando la Cia avvia l’operazione “Chaos”. Lo scopo non è di carattere informativo, con l’infiltrato che carpisce notizie e riferisce ma è politico perché si propone di condizionare l’azione dei gruppi infiltrati per indurli a compiere azioni violente.
Le operazioni sono fatte in accordo con i servizi segreti italiani. Il 28 aprile 1969, ad esempio, Giovanni Ventura e Pietro Loredan s’incontrano con Alberto Sartori, leader del Partito comunista marxista-leninista, al quale consegnano i “rapporti informativi” redatti allo scopo dall’agente del Sid Guido Giannettini.
Il 6 agosto 1969, la fonte “Agrippina” informa la divisione Affari riservati del ministero degli Interni che, nel corso di un convegno svoltosi a Barcellona (Spagna), Stefano Delle Chiaie si è vantato
“di aver collocato più di una dozzina di membri appartenenti al suo gruppo in organizzazioni comuniste filocinesi in Italia, i quali si sarebbero già distinti come attivisti nelle lotte di piazze”.
Non ci saranno conseguenze perché, come vedremo, l’infiltrazione negli ambienti anarchici, Stefano Delle Chiaie ed i suoi uomini la conducono per conto del ministero degli Interni.
L’infiltrazione fra questi ultimi non è un segreto. Tant’è che, il 13 agosto 1969, a Torino, sul quotidiano della Fiat, “La Stampa”, è pubblicato un articolo intitolato “Scomparsi gli anarchici per evitare interrogatori”, a firma G.M., che avrebbe dovuto essere letto con attenzione prima della strage di piazza Fontana e, a maggiore ragione, dopo.
In esso, si scrive: che “dopo gli attentati ai treni (dell’8-9 agosto – Ndr) gli anarchici milanesi sono spariti dalla circolazione”. E, inoltre:
“Dopo l’attentato alla Campionaria, era sembrato che l’organizzazione dei giovani anarchici fosse stata distrutta: in realtà la loro bandiera nera non è mai stata ammainata; le file sono state riorganizzate seguendo nuovi criteri per rendere più difficile l’identificazione dei nuovi accoliti…Fino a qualche tempo fa gli anarchici a Milano erano pochi, privi di mezzi, per nulla organizzati. Ora qualcuno ha pensato di sfruttare le loro utopie. Così gli anarchici sono stati corteggiati e finanziati dalla destra totalitaria e dall’estremismo di sinistra”.
L’articolo, certamente ispirato da qualcuno che conosce la realtà che esiste dietro le quinte del palcoscenico, suggerisce qualcosa di più inquietante dell'”infiltrazione”. Insinua il dubbio della collusione fra “fascisti” e anarchici.
È possibile un’alleanza tattica fra “fascisti” e anarchici in funzione anticomunista?
La risposta non può che essere affermativa. L’attentato del 31 marzo 1969 al palazzo di Giustizia di Roma sarà confessato, ad esempio, dall’anarchico Paolo Faccioli ma non ha torto l’ufficio politico della Questura di Roma a ritenere che l’esplosivo sia stato fornito dai neofascisti.
A Milano, è il “fascista” Nino Sottosanti a fornire un alibi all’anarchico Tito Pulsinelli, scagionandolo dall’accusa di aver compiuto un attentato, ed è abituale frequentatore della casa di Giuseppe Pinelli, l’anarchico che dirige il circolo “Il Ponte della Ghisolfa”.
Un anarchico storico di Massa Carrara, poi, Gino Bibbi, sarà sfiorato dalle indagini per il tentato golpe del 7-8 dicembre 1970 diretto da Junio Valerio Borghese, mentre risale al 1946 la costituzione del gruppo anarchico, “Unione Spartaco” a cura di un anticomunista oltranzista come Carlo Andreoni.
La linea politica della Federazione anarchica italiana (Fai), nel dopoguerra, individua tre nemici dell’anarchia: la Chiesa cattolica, il militarismo e il comunismo.
A quanti chiedono le ragioni dell’ostilità degli anarchici nei confronti del comunismo, giunge semplice ed esauriente la risposta di Alfonso Pailla:
“Siamo stufi di morire per rivoluzioni che danno il potere a chi poi ci stermina”.
Senza andare eccessivamente indietro nel tempo per scoprire cosa hanno fatto i bolscevichi russi ai loro compatrioti anarchici, è sufficiente riandare alla guerra di Spagna, a Barcellona, dove le Brigate internazionali eliminarono fisicamente centinaia di anarchici che pure si battevano al loro fianco contro le truppe del generale Franco e quelle fasciste italiane.
E al massacro degli anarchici da parte dei comunisti fa proprio riferimento Pietro Valpreda in una conversazione con Aniello D’Errico, da questi riportata il 27 aprile 1969 al commissario di Ps Luigi Calabresi che lo sta interrogando.
Parlando della possibilità di far compiere attentati dinamitardi a persone esperte in materia di esplosivi, Pietro Valpreda, secondo quanto riferito da D’Errico, gli dice che un commando di tre persone, fra le quali Paolo Braschi, “.aveva assunto la denominazione di ‘Barcellona 39′ e aveva compiuto attentati dinamitardi prima a Genova e poi a Milano…”.
Il riferimento, nella scelta dei nome del commando, al massacro compiuto dai comunisti degli anarchici in Spagna, è esplicito e non lascia adito a dubbio alcuno.
L’anticomunismo anarchico può, di conseguenza, aver trovato conveniente ed opportuno stabilire un’alleanza tattica con il neofascismo anticomunista per fare fronte comune ad un nemico la cui spietatezza era nota ad entrambi gli schieramenti.
Il tempo e le menzogne hanno fatto dimenticare, oggi, che il segretario nazionale del Pci, fino al mese di agosto del 1964, quando morì a Jalta, in Crimea, era Palmiro Togliatti divenuto, sul piano propagandistico, un raffinato politico ma, su quello storico, un feroce esecutore degli ordini di Josip Stalin per il quale, notoriamente, la vita degli altri non aveva alcun valore.
Successore di Palmiro Togliatti alla guida del Partito comunista italiano fu Luigi Longo, altro protagonista delle pagine di sangue scritte dai comunisti in Spagna contro gli anarchici, insieme al segretario provinciale del Pci di Trieste, Vittorio Vidali.
Oggi, gli ex comunisti vengono identificati con i baffi di Massimo D’Alema in crociera con la sua barca a vela, o con i modi da allievo del collegio delle Orsoline di Walter Veltroni, ma negli anni Sessanta il ricordo di quello che le milizie comuniste erano state capaci di fare, in termini di massacri, in Spagna e, successivamente, in Italia durante e dopo la guerra civile era ben vivo sia fra i “fascisti” che fra gli anarchici.
Non era difficile rievocare questi ricordi per far comprendere cosa sarebbe capitato agli anticomunisti nel caso che il Pci fosse salito, anche legalmente, per via elettorale, al potere nel nostro Paese.
Per comprendere la realtà storica bisogna calarsi nel suo tempo, non giudicarla con gli occhi del tempo presente. E in quegli anni, il comunismo era sinonimo di ferocia e di crudeltà espresse ovunque avesse avuto modo di agire soprattutto laddove aveva assunto il potere.
Una collusione che non deve far gridare allo scandalo perché la prassi di considerare “amico il nemico del mio nemico” è vecchia quanto il mondo e, in quegli anni i servizi segreti americani e cino-popolari collaboravano contro l’Unione Sovietica.
Con quali gruppi o, forse è meglio dire, con quali uomini dell’anarchia italiana i militanti di “Avanguardia nazionale” ed altri gruppi siano riusciti a stabilire un rapporto politico ed operativo di cobelligeranza è campo ancora tutto da esplorare.
Certo, e ci sentiamo di affermarlo con forza, è che la “collusione” c’è stata.         
In questo contesto s’inquadra la figura di Pietro Valpreda.
Non c’è traccia, fino ad oggi, della nascita dell “‘anarchico” Pietro Valpreda.
La più fitta nebbia copre la data, sia pure approssimativa, della sua adesione all’ideale anarchico, e soprattutto quella dell’inizio della sua attività politica.
Quando comincia la battaglia anarchica di Pietro Valpreda, in quale gruppo, città, con quali compagni, in che modo?
Chi ha una milizia politica alle spalle è in grado di ricostruirla fin dal suo esordio, indicando luoghi, nomi e date.
Non ci è mai capitato di leggere il dettagliato curriculum vitae dell’anarchico Pietro Valpreda.
Come mai?
La prima segnalazione dell’esistenza di Pietro Valpreda risale al 28 gennaio 1968, quando viene fotografato ed intervistato mentre con altri dodici amici si prepara a contestare il Festival di Sanremo.
Valpreda, però, non si presenta come anarchico e neanche con il suo vero nome ma come “Alberto”, e la contestazione al Festival della canzone italiana non ci sarà perché Stefano Delle Chiaie che l’ha organizzata ha dato il contrordine su richiesta del patron del Festival che, tramite una terza persona, gli ha fatto sapere di essere “camerata” e di non meritare il danno derivante al suo spettacolo da una contestazione.
Se la prima apparizione, in veste di mancato contestatore ma non di anarchico, collega Pietro Valpreda a Stefano Delle Chiaie e ad “Avanguardia nazionale”, la seconda lo vede, questa volta come convinto alfiere dell’ideale anarchico, comparire al congresso organizzato dalla Federazione anarchica italiana a Carrara il 31 agosto 1968. Certo, in otto mesi si può abbracciare qualsiasi ideale, così che anche Pietro Valpreda dalla mancata contestazione del Festival di Sanremo all’inizio del congresso anarchico di Carrara, dal 28 gennaio al 31 agosto 1968, può essere diventato un sincero e convinto anarchico.
Non è il solo, però, perché ad accompagnarlo a Carrara ci sono altri “anarchici” che hanno viaggiato,da Roma, con la benzina pagata da Guido Paglia, dirigente di “Avanguardia nazionale”.
Gli “anarchici” sono, difatti, tutti militanti dell’organizzazione diretta da Stefano Delle Chiaie: Pietro “Gregorio” Manlorico, Luciano Paulon, Augusto De Amicis, Aldo Pennisi, Alfredo Sestili, Mario Merlino.
Pietro Valpreda, nella sua ingenuità, non si accorge che i suoi compagni anarchici sono tutti provenienti dalla estrema destra “neofascista”, anzi da un’organizzazione di “picchiatori” fascisti com’è considerata” Avanguardia nazionale”.
Non dubita della loro genuina fede anarchica nemmeno quando il 15 ottobre 1968 uno degli “anarchici” che lo hanno accompagnato a Carrara, Pietro “Gregorio” Manlorico, viene arrestato insieme ai camerati di “Avanguardia nazionale”, Lucio Aragona e Corrado Salemi, per compiuto un attentato contro la sezione del Partito comunista del Quadraro.
Sulla via di Damasco, folgorato dall’ideale anarchico, nello stesso periodo è anche Mario Merlino, dirigente di “Avanguardia nazionale”, a Roma.
Il 16 aprile 1968, Mario Merlino è stato in Grecia, con gli altri camerati, per rendere omaggio ai “colonnelli” che avevano fatto il “colpo di Stato” e salvato il loro Paese dal comunismo.
L’8 maggio 1968, insieme ai camerati Guido Paglia e Adriano Tilgher, Merlino viene denunciato per aver organizzato una manifestazione di protesta contro l’esclusione del Sudafrica dalle Olimpiadi. Non sopporta, Mario Merlino, che i razzisti sudafricani siano emarginati da una manifestazione sportiva così importante.
Nello stesso mese di maggio, Merlino: fonda, a Roma, il circolo “XXII marzo” con lettere che richiamano i fasti della Roma imperiale e la data che ricorda gli incidenti dell’Università francese di Nanterre nei quali tanta parte hanno avuto gli uomini di Yves Guerin Serac.
Del neo-costituito circolo fanno parte Aldo Pennisi, Luciano Paulon, Pietro “Gregorio” Manlorico, Elio Guerino, Senato Granoni, Giovanni Nota, Guido Sciarelli, Antonio De Amicis, Lucio Aragona, Alfredo Sestili.
Il 31 agosto 1968, con cinque componenti del circolo “XXII marzo”, Mario Merlino si presenta insieme a Pietro Valpreda al congresso anarchico di Carrara, anarchico fra gli anarchici.
Nel breve volgere di quattro mesi, Mario Merlino è passato dall’omaggio ai “colonnelli” greci e dalla difesa del Sudafrica “bianco”, all’ideale anarchico che combatte militari e militarismo, schiavisti e razzisti.
Cos’è accaduto?
Un significativo spiraglio di luce, per quanto riguarda il solo Mario Merlino, viene dato dalle dichiarazioni rese da Serafino Di Luia al giornalista Giorgio Zicari e pubblicate su “Il Corriere della sera” il 5 marzo 1970.
Di Luia dichiara, testualmente:
“Merlino è stato mandato fra gli anarchici e la persona che lo ha plagiato è la stessa che fece affiggere il primo manifesto cinese”.
Il messaggio che Serafino Di Luia invia, tramite un giornalista che lavora per il servizio segreto militare, è ricattatorio, indirizzato ai pochi che possono comprenderlo e sono, pertanto, in grado di valutarne la minaccia che contiene.
Il 5 marzo 1970, difatti, solo pochissime persone collocate ai vertici del Movimento sociale italiano, di Avanguardia nazionale e della divisione Affari riservati del ministero degli Interni potevano comprendere il senso dell’oscuro riferimento al “primo manifesto cinese”.
L’episodio dei “manifesti cinesi” affissi dai militanti di “Avanguardia nazionale” nel mese di gennaio del 1966, difatti, diverrà noto solo alla metà degli anni Ottanta.
Da quel momento la possibilità di individuare chi sarebbe stata la persona che aveva “plagiato” Mario Merlino e lo aveva fatto infiltrare fra gli anarchici, diviene concreta per la ragione che a proporre a Stefano Delle Chiaie ed ai suoi amici l’operazione “manifesti cinesi” era stato il direttore del settimanale “Il Borghese”, Mario Tedeschi.
Mario Tedeschi, lo sappiamo, è stato uno dei più accaniti accusatori degli anarchici e di Pietro Valpreda da lui indicati come responsabili della strage di piazza Fontana.
Ma l’ex sergente della divisione di fanteria di marina “decima” che già il 10 gennaio 1947 il questore di Roma, Saverio Polito, scagionava dall’accusa di far parte di organizzazioni clandestine neofasciste, non ha mai fatto mistero, negli anni Ottanta, di essere stato da sempre intimo amico di Umberto Federico D’Amato, il funzionario più rappresentativo della divisione Affari riservati del ministero degli Interni.
Serafino Di Luia, in quel mese di marzo 1970, sa perfettamente che Mario Tedeschi è stato, all’epoca dell’operazione “manifesti cinesi”, il tramite, l’intermediario fra la manovalanza avanguardista e Umberto Federico D’Amato, ideatore e mandante dell’operazione.
Stefano Delle Chiaie ed i suoi uomini vennero a conoscenza, già in quel mese di gennaio del 1966, che ispiratore dell’affissione di manifesti firmati a nome del Movimento marxista-leninista d’Italia non era il “camerata” Mario Tedeschi e neanche il segretario nazionale del Msi, Arturo Michelini, ma Umberto Federico D’Amato.
Si ricatta per procurarsi un vantaggio, la minaccia deve essere fatta ma non portata a termine e, in questo caso, il destinatario era troppo potente per i fratelli Serafino e Bruno Di Luia: l’importante era fargli sapere che loro sapevano, che conoscevano il segreto inconfessabile che vedeva Mario Merlino infiltrato fra gli anarchici, nell’estate del 1968, dalla divisione Affari riservati del ministero degli Interni nella persona dell’allora questore Umberto Federico D’Amato.
Ed al ministero degli Interni, difatti, i due fratelli si rivolgono, questa volta direttamente, facendo sapere al questore di Bolzano, tramite un loro intermediario che “qualora non perseguiti da alcun ordine di cattura o circolare di ricerca” sono disposti “a venire in territorio italiano per incontrarsi con qualche funzionario di Ps al quale intenderebbero fare rivelazioni interessanti sui recenti attentati dinamitardi commessi a Milano ed a Roma e anche su quelli della famosa ‘notte dei treni’…”.
I due fratelli Di Luia sono due gregari di “Avanguardia nazionale” ma la loro minaccia, prima, e la loro disponibilità a parlare in via confidenziale, dopo, non sono sottovalutati se ad incontrarli è inviato, il 10 aprile 1970, un funzionario del servizio segreto civile del rango di Silvano Russomanno.
Il contenuto del loro colloquio non è mai stato reso noto. Se ne conosce, però, il risultato: i due fratelli Di Luia, Bruno e Serafino, potranno rientrare in Italia e non saranno mai disturbati per deposizioni testimoniali o indagati, a qualsiasi titolo, per gli attentati del 12 dicembre 1969 a Roma e a Milano e per quelli ai treni dell’8-9 agosto 1969, sui quali avevano “rivelazioni interessanti” da fare e che sono rimaste sepolte negli inaccessibili archivi della divisione Affari riservati del ministero degli Interni.
Il rapporto fra Avanguardia nazionale ed il ministero degli Interni non si è limitato all’operazione “manifesti cinesi” del gennaio 1966, ma è proseguito nel tempo con altre “operazioni” di ben più pregnante rilievo.
Non è un sospetto che deriva dalle dichiarazioni dei fratelli Bruno e Serafino Di Luia, ma una certezza che proviene dalla reiterazione della minaccia nei confronti di Mario Tedeschi, questa volta fatta direttamente dai vertici dell’organizzazione nel tentativo di evitarne la messa fuori legge con tutte le conseguenze penali e politiche che il provvedimento comporta.
Quando nel 1973-74 si profila l’adozione di provvedimenti di carattere giudiziario nei confronti dei dirigenti e dei militanti di “Avanguardia nazionale”, scatta da parte di questi ultimi l’immancabile operazione ricattatoria a carico di quanti hanno prima utilizzato i loro servigi ed ora li “scaricano” senza battere ciglio.
Chi sia uno dei destinataci del ricatto, lo dice una nota informativa proveniente da Milano, indirizzata al ministero degli Interni, che informa che Pino Romualdi sta preparando un’azione intesa a stroncare la candidatura di Mario Tedeschi a segretario nazionale del Msi-Dn, presentandolo come legato ai servizi segreti.
L’azione di Pino Romualdi sarebbe appoggiata da “Avanguardia nazionale” che porterebbe come prova un assegno di un milione di lire consegnato dal ministero degli Interni a Mario Tedeschi e da questi versato ai dirigenti dell’ organizzazione.
L’avvertimento è pesante e diretto.
Il 15 ottobre 1974, alla presenza dell’avvocato Giorgio Arcangeli, Adriano Tilgher e Felice Genoese Zerbi tengono una conferenza stampa nella quale denunciano, ovviamente senza specificarle, le “sporche e criminali operazioni di potere” da parte della Democrazia cristiana, i tentativi dei servizi segreti italiani, civili e militari, di strumentalizzare l’organizzazione per concludere facendo due nomi: l’ex ministro della Difesa, il socialdemocratico Mario Tanassi, e il direttore de “Il Borghese”, ora senatore del Msi-Dn, Mario Tedeschi.
Appare evidente che la sola operazione “manifesti cinesi” del gennaio 1966 ed il finanziamento, sempre riferito agli anni Sessanta di 300 mila al mese al gruppo avanguardista, non sono argomenti tali da intimidire Mario Tedeschi che da queste “rivelazioni” non subirebbe alcun danno.
Inoltre, nel 1974, il direttore de “Il Borghese” è anche senatore del Msi-Dn, di un partito cioè dal quale, dopo le stragi di Brescia e dell’Italicus, la Democrazia cristiana ha preso decisamente le distanze.
Cosa potrebbe fare Mario Tedeschi per evitare lo scioglimento di “Avanguardia nazionale” e l’incriminazione e l’arresto dei suoi dirigenti?
Nulla.
Ma come abbiamo visto, Mario Tedeschi, nell’operazione “manifesti cinesi” e in quella, successiva, dell’infiltrazione di Mario Merlino fra gli anarchici è stato solo un intermediario.
L’avvertimento di Tilgher e Genoese Zerbi è rivolto, usando il suo nome, a chi è stato sempre alle sue spalle e sopra di lui: il servizio segreto civile e il ministero degli Interni, che hanno loro sì la forza di evitare lo scioglimento di “Avanguardia nazionale” e i provvedimenti giudiziari a carico dei suoi dirigenti e militanti.
Gli oppositori politici non hanno, per ovvie ragioni, possibilità di ricattare i detentori del potere. Ma “Avanguardia nazionale”, come tutte le formazioni politiche di estrema destra ha fatto, per conto del potere, l’opposizione agli oppositori di sinistra, con operazioni sulle quali è obbligata a conservare il segreto.
Può solo minacciare di infrangerlo per reagire alla ingratitudine di chi, dopo averla usata, se ne libera con sprezzante noncuranza.
Ed è questo, esattamente, che “Avanguardia nazionale” fa.
Il 30 giugno 1975, l’organizzazione pubblica un “Bollettino di controinformazione nazionale rivoluzionaria” nel quale scrive:
“Chi pensasse ad un indolore provvedimento amministrativo contro Avanguardia nazionale ha sottovalutato la forza e la decisione di questa organizzazione. Se poi si arriverà al processo, Avanguardia nazionale chiamerà sul banco dei testimoni ministri, uomini politici, segretari di partito, corpi separati e quanti in un modo o nell’altro, hanno prima cercato l’amicizia di Avanguardia nazionale e poi, visti respinti i tentativi, hanno deciso la fine di una organizzazione non incasellabile nei giochi di sistema”.
È una minaccia ma, soprattutto, è una autodenuncia della compromissione del gruppo e dei suoi dirigenti con il sistema che sempre hanno dichiarato di voler combattere.
Per ora, conta la minaccia che qualcuno valorizza perché quando l’operazione giudiziaria e di polizia è in procinto di scattare sulla stampa appare la notizia relativa con l’indicazione perfino del numero dei mandati di cattura che stanno per essere emessi.
La retata contro gli “avanguardisti” viene, quindi, annullata e posticipata di almeno due mesi, messa in atto con tutte le precauzioni del caso che non impediscono, però, che Adriano Tilgher sia informato con un anticipo di pochi minuti dell’arrivo a casa sua della polizia, e riesca a scappare.
Nella storia tragica del massacro di piazza Fontana si può, a questo punto, inserire pacificamente la figura del moderato direttore de “Il Borghese”, uomo di servizi e di potere, Mario Tedeschi, come trait d’union fra il ministero degli Interni e i “fascisti” di “Avanguardia nazionale”.
A carico di Mario Tedeschi non c’è solo la certezza che fu lui personalmente a proporre ai dirigenti di “Avanguardia nazionale” l’operazione “manifesti cinesi”, il rapporto organico con questa organizzazione dimostrato dai finanziamenti che elargiva, 1’accusa gravissima dei fratelli Serafino e Bruno Di Luia di aver infiltrato Mario Merlino fra gli anarchici, il fatto di essere stato proprio lui oggetto del ricatto dei dirigenti di “Avanguardia nazionale” negli anni 1974-1975 per evitare la dissoluzione per legge del gruppo, ma anche qualcos’altro, estremamente significativo, che si ricollega all’operazione del 1969 che porta alla strage di Milano del 12 dicembre 1969, ed alla figura di Pietro Valpreda.
A fornire l’indizio, in modo del tutto involontario ed in epoca non sospetta, sono gli assertori dell’innocenza di Pietro Valpreda, gli autori del libro “La strage di Stato”.
Sono loro, difatti, in un’intervista concessa al “Manifesto” e da questo pubblicata il 2 settembre 1972, a dare una spiegazione alla pubblicità fatta, prima della strage di piazza Fontana a Pietro Valpreda:
“Come mai tutte quelle foto di Valpreda fatte prima. Valpreda era uno sconosciuto…Allora – dichiarano – organizzammo una rapida inchiesta per stabilire come le foto erano arrivate ai giornali. E venne fuori che quelle foto appartenevano tutte ad un unico servizio ed erano state fatte dall’agenzia di Giacomo Alexis per lo ‘Specchio’, Alexis fa le foto anche per ‘Il Borghese'”.
Le foto che ritraggono Pietro Valpreda, seduto per terra, con una vistosa “A” di anarchia sul petto che saluta con il pugno chiuso che fa tanto comunismo, fanno ormai parte della storia della strage di piazza Fontana perché provano la sua sincera adesione all’ideale anarchico.
Il fatto che a scattarle sia stato un fotografo che lavorava per Mario Tedeschi, direttore de “Il Borghese”, acquista ora un significato diverso e sinistro, quello di un particolare, non di poco conto, di un’operazione “sporca”, organizzata dal servizio segreto civile, di cui Pietro Valpreda può essere stato strumento inconsapevole o complice consapevole.
Crediamo che sia giunto il momento di porsi l’interrogativo su chi sia stato realmente Pietro Valpreda.
Fino ad oggi la matrice politica ed ideologica della strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, è stata fatta derivare dall’innocenza o dalla colpevolezza dell'”anarchico Pietro Valpreda”.
Nessuno dubita della testimonianza del tassista Cornelio Rolandi, il primo ed il solo (aggiungiamo
noi) ad affermare di averlo portato dinanzi alla Banca dell’Agricoltura quel pomeriggio del 12 dicembre 1969 con la borsa contenente la bomba fatale.
Per affermare l’innocenza di Pietro Valpreda si ricorre alla presenza, su quel taxi, di un sosia percorrendo una pista che è stata indicata proprio da Pietro Valpreda.
L’ipotesi più ardita formulata in questi anni, quella che propone la figura di un anarchico vero, utilizzato inconsapevolmente dai “fascisti” per i loro fini stragisti ed incastrarlo sul piano giudiziario per criminalizzare gli anarchici e tutta la sinistra italiana, benché ragionevole ha suscitato la rabbiosa e scomposta reazione di quanti hanno visto vacillare il loro mito.
Certo, appare singolare che qualcuno, dovendo deporre una bomba anche se dimostrativa, prenda un taxi in una città, come Milano, dove lo conoscono in tanti, compresi i funzionari e gli agenti dell’ufficio politico della Questura, ma oggi sappiamo anche che, all’interno della Banca dell’Agricoltura quel pomeriggio del 12 dicembre 1969 sono entrati in due, giunti con una macchina dove li attendevano i complici, sulla base di testimonianze più solide e quindi più attendibili di quella del taxista Cornelio Rolandi, perché provenienti dall’interno del gruppo stragista.
La presenza sulla scena della strage di piazza Fontana, nella veste di esecutore materiale, di Pietro Valpreda non appare fondamentale per definire cosa sia stato quel massacro e quali fini si proponesse chi lo ha ideato ed organizzato.
A Milano, quel giorno non c’è stata solo la strage alla Banca dell’Agricoltura: qualcuno è andato a deporre una borsa contenente un ordigno che non poteva esplodere all’interno della Banca commerciale; altri hanno affisso manifesti con gli slogan del “maggio francese”; altri ancora hanno forse deposto in altri luoghi ordigni che non sono poi esplosi o perché sono stati rinvenuti o perché sono stati ritirati a tempo da coloro che li avevano collocati.
A Milano, quel 12 dicembre 1969, c’è stato un lavoro di squadra i cui componenti non sono mai stati identificati. Fra costoro, anche Pietro Valpreda può aver fatto la sua parte senza necessariamente andare in piazza Fontana alla Banca dell’Agricoltura, magari nelle sue vicinanze, ma per fare altro, non certo per compiere una strage o fare un attentato dinamitardo sia pure dimostrativo all’interno di un istituto bancario.
Per fare altro, si può anche prendere un taxi senza il timore di essere riconosciuto dopo.
Cosa ha fatto Pietro Valpreda a Milano è un segreto che ha portato con sé nella tomba, ma che,in fondo, è scarsamente pregnante per rispondere al quesito se costui sia stato un anarchico vero caduto in una trappola o un complice consapevole di Mario Merlino nell’opera di infiltrazione fra gli anarchici e di provocazione ai loro danni.
Nel leggere quanto ha scritto di suo pugno Pietro Valpreda sul bollettino “Terra e libertà”, organo del gruppo anarchico da lui stesso fondato, “Gli Iconoclasti”, composto da cinque persone di cui una stranamente mai identificata, il 21 marzo 1969, si ritrova la stessa logica auto-distruttiva, masochistica, dei “fascisti” che si vantano di essere stragisti e che esaltano lo stragismo indiscriminato, quello che ammazza indistintamente uomini, donne, vecchi, bambini,e pretendono con questi mezzi di accreditarsi come guida politica e morale della Nazione.
Cosa scriveva, difatti, Pietro Valpreda a discredito dell’ideale anarchico, in un momento in cui dal ministro degli Interni in giù la violenza in Italia veniva attribuita all'”estremismo anarcoide”?
“Che gli anarchici facciano scoppiare le loro bombe in zone isolate è falso. Abbiamo visto dove sono scoppiate e possiamo dire che non sempre, anzi quasi mai scoppiano in zone isolate…”.
È il preannuncio di una strage come quella tentata alla Fiera campionaria di Milano il mese successivo, il 25 aprile, e sulla cui matrice anarchica in Italia nessuno, in quel momento, ha dubitato.
Del resto, se la prosa di Pietro Valpreda era quella che segue, l’uomo della strada dubbi non poteva averne:
“Centinaia di giovani – scriveva Valpreda – sono pronti ad organizzarsi per riprendere il posto di nemici dello Stato e a gridare né Dio né padrone, con la dinamite di Ravachol, col pugnale di Caserio, con la pistola di Bresci, col mitra di Bonnot, le bombe di Filippi e di Henry. Tremate borghesi! Ravachol è risorto!”.
Se questa è l’immagine preferita da coloro che denunciano il pericolo anarchico e che si accompagna allo slogan di Pietro Valpreda, “Bombe, sangue, anarchia”, è necessario fare il raffronto con quanto scriveva un uomo dei cui ideali anarchici nessuno ha mai dubitato: Giuseppe Pinelli.
L’11 giugno 1969, nel bollettino della “Crocenera”, ciclostilato del circolo “Il Ponte della Ghisolfa”, a commento di un attentato avvenuto a Palermo, attribuito agli anarchici, ma in realtà commesso da militanti di destra, si scrive :
“Per quanto emozionalmente squilibrati siano i neofascisti, non siamo tanto ingenui da credere all’improvvisa contemporanea follia di sette di loro. Evidentemente le loro azioni facevano parte di un piano. Che dei fascisti colpiscano gli obiettivi ‘anarchici’ si può spiegare solo con l’intento di:
1) suscitare la psicosi dell’attentato sovversivo per giustificare la repressione poliziesca e l’involuzione autoritaria;
2)  gettare discredito sugli anarchici e, per estensione, sulle forze di sinistra.
Essenziale per ottenere il secondo risultato, e utile anche per il primo, è di fare qualche ferito innocente o meglio ancora (ma più pericoloso) qualche morto”.
L’incompatibilità fra la prosa di Pietro Valpreda e quella di Giuseppe Pinelli, non rispecchia la differenza fra due personalità o due visioni di vivere ed interpretare lo stesso ideale politico ma, a nostro avviso, due finalità contrapposte.
Per “suscitare la psicosi dell’attentato sovversivo”, denunciata dall’esponente del circolo “Il Ponte della Ghisolfa”, difatti non servono attentati è sufficiente leggere quello che scrive Pietro Valpreda su un bollettino che reca l’indirizzo dello stesso circolo del “Ponte della Ghisolfa”.
Se misteri rimangono nella vicenda della strage di piazza Fontana uno riguarda certamente il rapporto intercorso fra Giuseppe Pinelli e Pietro Valpreda.
Giuseppe Pinelli non stimava Valpreda. Ne diffidava.
Il 1° dicembre 1969, invia due lettere, una a Pio Turroni, ex combattente in Spagna, l’altra a Veraldo Rossi, responsabile del circolo anarchico “Bakunin” di Roma, nella quali riporta l’accusa rivolta da Paolo Braschi a Pietro Valpreda di aver rivelato al giudice Amati, che glieli ha contestati, due attentati, commessi rispettivamente uno a Genova e l’altro a Livorno, nonché di aver rubato l’esplosivo “attribuendo allo stesso Braschi l’origine delle sue informazioni”.
Pinelli non dubita della veridicità delle accusa di delazione lanciate da Paolo Braschi contro Pietro Valpreda e, difatti, conclude scrivendo
“La prossima settimana vado a Roma per parlare con Pietro Valpreda, per vedere cosa intende fare il giorno del processo”.
Nel processo di beatificazione di Pietro Valpreda, compiuto dalla sinistra italiana (ma non dagli anarchici, come vedremo), è stata opportunamente cancellata dalla memoria una dichiarazione resa l’8 gennaio 1970 da Licia Pinelli.
La vedova dell’anarchico, morto in circostanze mai chiarite all’interno della Questura di Milano, afferma che suo marito aveva cacciato Pietro Valpreda dal circolo “Il Ponte della Ghisolfa” e la circostanza può trovare riscontro nel fatto che Valpreda, con una coincidenza che non può essere solo temporale, dopo il suo interrogatorio in Questura da parte degli agenti dell’ufficio politico, il giorno seguente, 29 aprile 1969 abbandona il capoluogo lombardo e si trasferisce definitivamente a Roma.
La connessione la ricaviamo dalle parole di Licia Pinelli che in merito alla cacciata di Pietro Valpreda dichiara:
“Non ne conosco i motivi. Posso, però, ricostruirli per una circostanza narratami da mio marito. Egli, infatti, dopo gli attentati del 25 aprile 1969, ebbe un colloquio con il dirigente dell’ufficio politico della Questura – dottor Allegra – che gli disse che non avrebbe preso provvedimenti nei suoi confronti perché sapeva che aveva escluso Valpreda dal Circolo e gliene indicò le precise circostanze. Ritengo che il Valpreda non fosse più un elemento che potesse riscuotere la fiducia del movimento anarchico”.
Parole gravissime e dimenticate.
Il 29 novembre 1969, prima ancora di ricevere la lettera che Giuseppe Pinelli gli scriverà il 1° dicembre, il responsabile del circolo anarchico “Bakunin” di Roma, dapprima accusa Pietro Valpreda di essere un delatore, quindi lo diffida insieme ai suoi amici di ripresentarsi al circolo. Pietro Valpreda, Roberto Gargamelli, Enrico Di Cola, Leonardo Claps sono obbligati ad andarsene .
Ancora prima, il 19 novembre 1969, l’anarchico Angelo Spanò abbandona il circolo “22 marzo” e costringe Pietro Valpreda ad andarsene dalla baracca in cui vivono insieme.
In epoca successiva, Spanò spiegherà che “il comportamento di Valpreda appariva sospetto. Temevo di essere coinvolto in qualche pasticcio che avrebbe potuto combinare”.
Cacciato da Giuseppe Pinelli dal circolo de “Il Ponte della Ghisolfa” di Milano, buttato fuori dal circolo “Bakunin” di Roma, sfrattato da Angelo Spanò, che di lui diffida, non si può affermare in tutta coscienza che la figura di Pietro Valpreda sia esente da ombre.
Ombre che i suoi comportamenti successivi all’arresto ingigantiscono. Il 16 dicembre 1969, Valpreda guida la polizia alla ricerca di un deposito di esplosivi di cui aveva già parlato Mario Merlino. Ed accusa esplicitamente, senza alcuna reticenza, Ivo Della Savia:
“Ricordo che Ivo Della Savia prima di partire da Roma l’ultima volta, passando per la via Tiburtina all’altezza della Siderurgica romana e della ditta Decama, a circa 200-300 metri dal Silver cine, mi indicò un tratto di boscaglia dicendo: ‘Non molto lontano dalla strada, ai piedi di una pianta non molto alta, tengo della roba conservata’…”.
Per essere sicuro che i poliziotti non equivocassero sulla parola “roba”, Valpreda specifica:
“Non mi precisò di che cosa si trattasse. Comunque con la parola roba noi intendiamo fare riferimento a esplosivo, detonatori e micce”.
E Ivo Della Savia è sistemato.
Il 20 dicembre 1969, a Roma, la Federazione anarchica italiana emana un comunicato nel quale chiede che sia fatta piena luce sugli attentati stragisti del 12 dicembre, ed afferma che
“il linciaggio morale degli anarchici non verrà consentito a nessuno, come nessuno potrà impedirci di essere noi stessi accusatori di un sistema che tollera la sopraffazione e volutamente ignora – quando non favorisce – i quotidiani attentati alla vita e alla libertà dei cittadini”.
La Fai, però, non ha fatto i conti con Pietro Valpreda.
Il 9 gennaio 1970, Valpreda, nel corso di un interrogatorio, per giustificare il riconoscimento fatto dal taxista Cornelio Rolandi, avanza l’ipotesi di un sosia, che lui avrebbe visto nella primavera del 1969, al bar “Gabriele”, mentre parlava di armi e di esplosivi.
Il “sosia”, prosegue Valpreda, si chiama “Gino” e non è fascista, al contrario, è anarchico.
Le dichiarazioni rese da Pietro Valpreda non restano senza conseguenze concrete perché precise e dettagliate nei confronti dell’anarchico “Gino”. Così, il 13 gennaio 1970, scortato da un gruppo di compagni anarchici, Tommaso Gino Liverani precede l’azione della polizia e si presenta spontaneamente in questura, dove viene arrestato per reticenza.
Sarà scarcerato il 20 febbraio e, successivamente, Tommaso Gino Liverani entrerà a far parte delle Brigate rosse.
Qualcuno ha osservato che Pietro Valpreda e Mario Merlino hanno adottato la stessa linea difensiva ma, aggiungiamo noi, hanno seguito anche la medesima tattica accusatoria contro gli anarchici.
Il rapporto fra Pietro Valpreda e Mario Merlino è un altro elemento, sempre trascurato, per valutare se il primo sia stato un anarchico strumentalizzato, colluso o un infiltrato fra gli anarchici.
Nessuno ha mai osato dubitare che se Pietro Valpreda è stato incastrato nella tragica vicenda di piazza Fontana per farà di lui il colpevole di una strage anarchica, il responsabile primo sia stato Mario Merlino nel ruolo di infiltrato di “Avanguardia nazionale” negli ambienti dell’anarchia.
È questa una “verità” di cui sono convinti tutti, meno uno: Pietro Valpreda.
Mai, nemmeno una volta, Valpreda ha levato il dito accusatore contro Mario Merlino. Mai, l’anarchico Valpreda ha accusato il “fascista” Merlino di averlo ingannato. Mai, l’imputato principale nella strage di piazza Fontana ha dichiarato che Merlino ha agito contro di lui ed il movimento anarchico nell’ambito di un disegno di provocazione portato avanti dai”fascisti” di cui Merlino, a Roma, era oltretutto un elemento di un certo rilievo.
Il 13 giugno 1970, esce nelle librerie il libro “La strage di Stato” che proclama l’innocenza di Pietro Valpreda e accusa Mario Merlino di essere un provocatore fascista.
Nel carcere di “Regina Coeli”, a Roma, dove si trova recluso, Pietro Valpreda, a questo proposito, il 22 luglio 1970, annota:
“La mente provocatoria nonché la cinghia di trasmissione tra i fascisti e il ’22 marzo’ sarebbe dunque Merlino. Che Merlino non abbia un passato limpido, che sia politicamente ambiguo, che sia stato un provocatore, tutti questi precedenti sono ormai ampiamente dimostrati, ma ciò non vuol dire che lo sia stato nel nostro caso, in seno al nostro gruppo, riguardo agli attentati del 12 dicembre. Non per quello necessariamente questo. È una massima molto antica. Vuol dire chiaramente che da ciò che si è commesso nel passato non si può arguire che lo si commetta necessariamente anche ora.
Per cui – prosegue Valpreda – non è che io difenda Merlino o una sua pretesa verginità morale; nego recisamente che al presente sia colpevole nei riguardi nostri di ciò di cui viene imputato dall’accusa…”.
Per Pietro Valpreda, dunque, Mario Merlino non è stato un provocatore fascista, un infiltrato fra gli anarchici, ma una persona che ha avuto nel periodo di comune attività politica, sotto la bandiera dell’anarchia, un comportamento limpido e coerente, esente da ombre, a prescindere dal suo passato di militante dell’estrema destra.
Nel corso del processo per la strage di piazza Fontana, a Catanzaro, Pietro Valpreda la sua fiducia e la sua stima nei confronti di Mario Merlino le ostenta apertamente, sia nell’aula della Corte di assise che fuori quando pranza con lui nell’albergo dove risiedono i giornalisti come risposta implicita ma chiarissima alle accuse che costoro rivolgono al militante di “Avanguardia nazionale”, il “cattivo” fascista contrapposto al “buon” anarchico.
Una favola alla quale, il primo a dare dimostrazione pubblica di non crederci è proprio la “vittima”, Pietro Valpreda.
Il 6 luglio 2002, Pietro Valpreda muore a Milano, senza aver mai detto una sola parola suscettibile di gettare luce sugli eventi del 1969.
Due giorni dopo, l’8 luglio 2002, il quotidiano “Il Giornale”, nell’articolo intitolato “Merlino: io e Pietro arrestati e usati solo per fini politici”, riporta le dichiarazioni di Mario Merlino che, fra l’altro, rivela di aver rivisto l’amico “nel suo pub quando lo andai a trovare insieme ad alcuni camerati. Fu sorpreso ed affettuoso, parlammo a lungo dei tempi andati, mi invitò a tornare”.
Certo, Mario Merlino riconvertitosi al fascismo, può usare il termine “camerati” per indicare coloro che lo hanno accompagnato da Pietro Valpreda, ma può anche essere stato scelto per rivendicare quell’appartenenza all’ambiente neofascista di Pietro Valpreda che rimane un segreto solo perché, a nostro avviso, è mancato il coraggio di analizzare con cura, con serenità, senza pregiudizi, la figura e l’attività dell’anarchico Pietro Valpreda.
Prima di Mario Merlino, un altro personaggio oggi riconosciuto con assoluta certezza fra i responsabili della strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, Giovanni Ventura aveva rilasciato una dichiarazione che poneva in dubbio la fede anarchica di Pietro Valpreda e che, addirittura, rivelava una conoscenza personale e diretta fra loro, pubblicata da “Il Mattino” di Padova il 20 dicembre 1986.
Dichiarava Giovanni Ventura:
“Sì, il ’68 ha prodotto le circostanze del nostro avvicinamento. Allora era normale. Valpreda, Merlino, Delle Chiaie. Il giro era così…”.
La sinistra italiana tutta e, a destra, la sola “Avanguardia nazionale”, hanno fatto dell’innocenza di Pietro Valpreda un postulato di cui non si può e non si deve dubitare se non si vuole finire al rogo, ma è bene ricordare che la direzione nazionale del Pci vietò al suo parlamentare avvocato, Malagugini, di assumere la difesa del ballerino anarchico lasciandola alle cure dell’avvocato Guido Calvi che, per essere militante del Psiup, non comprometteva il partito.
Una prudenza che dimostra come i vertici del Partito comunista qualche dubbio sulla fede anarchica di Pietro Valpreda lo nutrivano, anche se non ritenevano opportuno ostentarlo pubblicamente e, tantomeno, spiegarne le ragioni.
Chi è stato Pietro Valpreda?
Un innocente anarchico che ha rischiato di passare alla storia italiana come il “mostro” che aveva provocato 16 morti e 90 feriti all’interno della Banca dell’Agricoltura di Milano, il 12 dicembre 1969, vittima di una congiura politico-poliziesca che voleva criminalizzare, con l’anarchia, tutta la sinistra italiana?
Un anarchico convinto, sincero nelle sue idee e nelle sue aspirazioni, talmente ingenuo da cadere in una trappola tesa da un individuo che, a Roma, tutti conoscevano come neofascista militante?
Un infiltrato di “Avanguardia nazionale”, alla pari del suo amico Mario Merlino, negli ambienti anarchici, in un’operazione promossa dalla divisione Affari riservati del ministero degli Interni?
Allo stato, a queste tre domande possiamo dare risposta solo alla prima.
O, giustamente, la facciamo dare alla Federazione anarchica italiana, la sola che aveva l’autorità, l’autorevolezza, gli elementi di conoscenza per poter riconoscere o, al contrario, disconoscere in Pietro Valpreda un compagno anarchico. La risposta, la Fai l’ha data nell’immediatezza dei fatti, perentoria, inequivocabile e pubblica.
Il 22 gennaio 1970, il settimanale “Panorama”, nell’articolo intitolato “Le prove e i dubbi”, riporta la dichiarazione della Federazione anarchica italiana sul conto di Pietro Valpreda e degli aderenti al circolo “22 marzo”:
“Non li conosciamo. Per quel che ci riguarda non sono anarchici…”
Più chiaro di così?
L’11 marzo 1972, viene reso noto che Pietro Valpreda ha accettato di candidarsi nelle successive elezioni politiche nelle liste de “Il Manifesto”. Immediatamente , diversi gruppi anarchici informano la stampa che non lo voteranno: Valpreda sarà anche innocente per la strage di piazza Fontana ma per gli anarchici italiani lui non è un compagno anarchico.
Serve altro?
Pietro Valpreda è divenuto anarchico sulla base della sua esclusiva parola, per la fiducia che gli è stata accordata dalla stampa italiana, dalla magistratura, dai partiti politici tutti, dalle formazioni della sinistra, da “Il Manifesto”, ma non dagli anarchici e dai loro organismi rappresentativi, i soli e gli unici in grado di poter avallare o negare la qualifica di anarchico a qualcuno in questo Paese.
A Pietro Valpreda, gli anarchici italiani l’hanno negata.
È questa è una delle poche certezze esistenti nell’ambito degli eventi del 1969, compresa la strage di piazza Fontana.
In un’operazione lunga e complessa come quella di cui stiamo trattando, coordinata dagli apparati segreti e clandestini dello Stato, le protezioni a coloro che agiscano sui terreno devono necessariamente esserci prima per facilitare il loro operato, e dopo nel caso che il fine non venga raggiunto e si debba fronteggiare un’indagine giudiziaria intesa ad accertare le responsabilità penali e personali in eventi di eccezionale gravità come la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969.
Fiumi d’inchiostro sono stati scritti per raccontare le protezioni accordate alla “cellula nera” padovana sia da parte dei servizi segreti militari che da quelli civili, anche se per questi ultimi il loro intervento è stato callidamente sfumato.
Difatti, 1’ intervento del Sid a favore di Franco Freda e Giovanni Ventura poteva essere spiegato all’opinione pubblica con la presenza accanto a loro dell’agente “Z” del Sid, Guido Giannettini.
La necessità di proteggere un loro agente poteva giustificare i depistaggi posti in essere dal servizio segreto militare per salvare processualmente sia Guido Giannettini che Franco Freda e Giovanni Ventura, ma quelli compiuti dagli uomini del ministero degli Interni non potevano avere altra spiegazione che quella di una complicità inconfessabile.
Inoltre, si può sostenere che abbiano “deviato” gli uomini del servizi segreto militare, a scopo difensivo, ma diviene difficile sostenere che lo stesso abbiano fatto quelli del servizio civile del ministero degli Interni e gli uffici politici delle Questure di Padova, Roma e Milano.
È, viceversa, provato che i primi depistaggi seguiti alla strage di piazza Fontana non sono attribuibili al servizio segreto militare bensì a quello civile ed ai funzionari degli uffici politici della Questure di Padova, Milano e Roma.
A Padova, la polizia politica apprende, già il 15 dicembre 1969, che le borse utilizzate per gli attentati di tre giorni prima, a Milano e a Roma, o almeno alcune di esse, sono state vendute in un negozio del centro cittadino.
Interroga i due titolari della valigeria, ma informa del fatto la sola divisione Affari riservati del ministero degli Interni che manterrà segreta la notizia venuta, casualmente, alla luce solo il 15 settembre 1972.
Non serve avere esperienza in campo investigativo per comprendere che fare confronti fra le commesse che hanno venduto le borse e gli eventuali acquirenti dopo tre giorni, quando la memoria visiva è ancora viva, rende possibile conseguire un risultato positivo che diviene molto più difficile da ottenere dopo tre anni, anche se negli intendimenti dei dirigenti del servizio segreto civile la notizia avrebbe dovuta restare segreta per sempre.
A Milano, qualcuno in Questura si preoccuperà di far scomparire il laccio dov’era attaccato il cartellino del prezzo, rinvenuto nella borsa contenente l’esplosivo collocata all’interno della Banca commerciale, perché da esso si può risalire al negozio che l’ha venduta e rendere possibile l’identificazione dell’acquirente.
È un’azione, come si vede, coordinata che ha un solo obiettivo: proteggere gli autori degli attentati del 12 dicembre 1969, a Roma e a Milano, la cui identità è necessariamente nota sia ai servizi segreti civili che a quelli militari.
A Roma, a favore degli aderenti al circolo “anarchico” fondato da Mario Merlino, il “22 marzo”, l’ufficio politico della Questura si muove subito: tace ai magistrati inquirenti la presenza in questo circolo dell’agente di Ps Salvatore Ippolito, infiltrato con il nome di copertura di “Andrea”, perché riferisca quello che vede e sente al commissario di Ps, Spinella, rivelandolo solo il 9 maggio 1970 perché espressamente invitata a farlo dalla magistratura.
Non è un favore da poco agli attentatori del 12 dicembre, perché “Andrea” sa tante cose gran parte delle quali non può, anzi non deve riferire, perché i rapporti che l’agente di Ps infiltrato faceva sul conto degli aderenti al circolo “22 marzo” si fermano alla data del 20 novembre 1969.
Però, risulta in modo certo e documentato che il poliziotto il suo ruolo di “infiltrato” all’interno del circolo “22 marzo” lo ha svolto fino al 12 dicembre 1969, tanto da essere “fermato” dai suoi colleghi e posto in camera di sicurezza con Mario Merlino ed altri per vedere se riusciva a conoscere ancora qualcosa in extremis.
Cosa aveva scritto l’agente di Ps Salvatore Ippolito nei rapporti redatti dalla data del 20 novembre a quella del 12 dicembre 1969?
Una domanda destinata per sempre a restare senza risposta.
L’ufficio politico della Questura di Roma sa, fin dal momento in cui procede al “fermo” di Mario Merlino, la stessa sera del 12 dicembre 1969, che costui non ha un alibi.
Lo sa, con assoluta certezza, perché le due abitazioni alle quali fa capo in quel periodo Stefano Delle Chiaie sono sotto il controllo visivo degli agenti dell’ufficio politico.
Quindi, nel momento stesso in cui Mario Merlino affermerà di essersi recato, nel pomeriggio del 12 dicembre 1969, a casa della convivente di Stefano Delle Chiaie, Leda Minetti, in via Tuscolo e di non averlo trovato ma di essersi intrattenuto nella sua casa con il figlio Riccardo Minetti, i funzionari dell’ufficio politico sanno che mente.
Non fanno, però, assolutamente nulla. Danno il tempo a Stefano Delle Chiaie di conoscere il contenuto delle dichiarazioni di Mario Merlino e di chiedere a Leda Minetti ed al figlio Riccardo di confermarle.
Inoltre, con una procedura inspiegabile, l’ufficio politico della Questura di Roma lascia che siano i carabinieri a vagliare la posizione di Stefano Delle Chiaie, ad interrogarlo, a decidere sulla validità delle testimonianze dei suoi cari, Leda e Riccardo Minetti.
Il 22 dicembre 1969, Stefano Delle Chiaie, in compagnia di Leda Minetti e del figlio Riccardo, si presenta dai carabinieri asserendo di aver saputo da quest’ultimo che, effettivamente, Mario Merlino era stato a casa sua il pomeriggio del 12 dicembre, come poteva confermare anche la madre, ma di non conoscere i motivi per i quali era venuto a fargli visita.
Lo stesso giorno, il tenente colonnello dei carabinieri, Pio Alferano, dopo l’interrogatorio di Stefano Delle Chiaie, redige un rapporto nel quale scrive che non vi è “alcun fondato sospetto su Valpreda”.
La Questura di Roma ha fermato Mario Merlino ed altri aderenti al circolo “22 marzo”, la Questura di Milano ha provveduto al fermo di Pietro Valpreda e, prima a quello di altri anarchici compreso Giuseppe Pinelli. È la polizia che a Roma come a Milano ha in mano l’iniziativa delle indagini, degli interrogatori, dei confronti, che investiga su tutti meno uno: Stefano Delle Chiaie, lasciato alle cure dell’Arma dei carabinieri.
Perché?
Mario Merlino che, nel 1974, farà avere a Riccardo Minetti delle sue poesie con dedica per ringraziarlo di aver reso falsa testimonianza in suo favore, non ha un alibi.
È ufficialmente anarchico dall’estate del 1968, pubblicamente accreditato come tale anche da certa stampa, ma è costretto a chiamare in causa Stefano Delle Chiaie ed i suoi familiari per coprire il lasso di tempo del 12 dicembre 1969 coincidente con quello degli attentati alla Banca nazionale del lavoro e all’Altare della patria.
Stefano Delle Chiaie, a sua volta, chiama in causa il giornalista Gianfranco Finaldi e il dirigente di “Avanguardia nazionale”, Guido Paglia perché confermino di averlo incontrato a piazza San Silvestro.
Non è noto se i magistrati abbiano mai chiesto a Finaldi e a Paglia di confermare o smentire l’incontro quel pomeriggio, dopo le 17.00, con Delle Chiaie. Perché, per quanto possa sembrare incredibile, c’è la possibilità concreta che nessun magistrato abbia mai verificato le dichiarazioni, sul punto, rese dal capo di “Avanguardia nazionale”.
Non ha alibi Pietro Valpreda.
Il principale indiziato per la strage di piazza Fontana riesce solo a chiamare in causa, a suo favore, la nonna e la zia che, affettuosamente, lo sostengono e lo difendono affrontando un processo per falsa testimonianza. Valpreda dice che è stato sempre a casa loro. Ma di chi?
Il 15 gennaio 1970, a Milano, al commissario di Ps Beniamino Zagari, la nonna di Pietro Valpreda, Olimpia Torri, dichiara che il nipote, il pomeriggio dell’11 dicembre, era stato sempre a casa sua perché raffreddato ma, in questo modo, contraddice la zia, Rachele Torri, che viceversa aveva affermato che il nipote era stato a casa sua.
Non è sbagliato ritenere che l’attivissimo ballerino anarchico Pietro Valpreda quel tragico pomeriggio non sia stato a casa della nonna e neanche in quella della zia, ma altrove.
Mario Merlino si protegge dietro il suo capo, Stefano Delle Chiaie, il quale, a sua volta, chiama a difenderlo un suo gregario, Guido Paglia, che la storia dell’infiltrazione di Mario Merlino la conosce fin dagli esordi, mentre Pietro Valpreda, a Milano, può solo invocare la complicità della nonna e della zia.
Ma, nella storia dei militanti di “Avanguardia nazionale” non c’è solo la mancanza di alibi nel pomeriggio del 12 dicembre 1969, ci sono anche comportamenti individuali che fanno presumere una responsabilità collettiva, un coinvolgimento più ampio di quello circoscritto a Delle Chiaie e Merlino, degli uomini di Junio Valerio Borghese.
Ci sono delle fughe all’estero che non trovano giustificazioni in provvedimenti restrittivi della libertà personali o, perfino, in meri avvisi di garanzia o in citazioni per deposizioni testimoniali.
È il caso, per seguire un ordine cronologico, della fuga all’estero dei fratelli Bruno e Serafino Di Luia, entrambi militanti nel gruppo diretto da Stefano Delle Chiaie.
Come abbiamo visto nelle pagine precedenti, i due fratelli non si limitano ad espatriare, ma evidentemente spaventati dall’idea di essere coinvolti in un fatto di estrema gravità come la strage di piazza Fontana, lanciano avvertimenti minacciosi e ricattatori anche attraverso le pagine de “Il Corriere della sera” (5 marzo 1970), fino a richiedere quindici giorni dopo al questore di Bolzano, “se non ricercati”, un incontro con un funzionario del servizio segreto civile. I nomi dei fratelli Bruno e Serafino Di Luia saranno fatti, insieme a quello di Luciano Luberti, dalla moglie di Armando Calzolari che li indicherà come gli assassini del marito, ma l’accusa non avrà seguito e l’indagine giudiziaria si concluderà con il verdetto di “omicidio a carico di ignoti”.
Negli atti del processo di piazza Fontana e in quelli degli attentati ai treni dell’8-9 agosto 1969, sui quali Serafino Di Luia afferma di avere “rivelazioni interessanti” da fare i loro nomi non compaiono, neanche come semplici testimoni.
Il loro comportamento equivale ad un’autodenuncia che rivela la loro partecipazione, non sappiamo con quale grado di responsabilità, agli eventi sui quali affermano di avere “rivelazioni interessanti” da fare, gli attentati del 12 dicembre 1969 e dell’8-9 agosto 1969.
Certo, non si possono conoscere particolari “interessanti” se non si è stati in contatto diretto con gli organizzatori e gli autori degli attentati .
All’epoca, però, i due fratelli non sono stati sfiorati neanche dal sospetto. Quindi la domanda legittima che poniamo è questa: perché sono scappati all’estero?
A questo interrogativo ne sommiamo un secondo: è lecito conoscere oggi quelle “rivelazioni interessanti” di cui, almeno in parte, hanno portato a conoscenza il funzionario della divisione Affari riservati del ministero degli Interni, Silvano Russomanno, quel lontano 10 aprile 1970?
Crediamo che, dopo 41 anni, sia diritto di questo popolo iniziare a conoscere la verità, senza aggettivi, sulla strage di piazza Fontana, l’operazione che la precedette e quelle che ne sono seguite.
I fratelli Bruno e Serafino Di Luia sono in grado, per le loro stesse dichiarazioni, di dare un contributo alla verità, piccolo o grande che esso possa essere: che siano, finalmente, chiamati a darlo.
Il secondo ad abbandonare l’Italia è Stefano Delle Chiaie.
L’accusa a suo carico è modestissima: falsa testimonianza. Il periodo massimo di carcerazione preventiva che può fare non supera i sei mesi.
Stefano Delle Chiaie ha sempre sostenuto la sua innocenza per quanto riguarda la strage di piazza Fontana e gli attentati che l’hanno preceduta.
Nel 1970, la magistratura, in particolare quella romana, non poteva certo essere accusata di prevenzione nei confronti di quanti militavano nell’estrema destra, quindi Delle Chiaie non rischiava di cadere vittima di una persecuzione giudiziaria.
Ma, allora, è normale chiedersi perché una persona che non rischia nulla, che al massimo con un’incriminazione per falsa testimonianza potrà fare alcuni mesi di carcere, debba iniziare una latitanza che avrà termine solo il 23 marzo 1987, in coincidenza con l’inizio del processo per l’attentato di Peteano di Sagrado, per decisione dell’ammiraglio Fulvio Martini, direttore del Sismi.
Stefano Delle Chiaie è stato processato ed assolto, con sentenza ormai passata in giudicato, dall’accusa di concorso nella strage di piazza Fontana.
La sua lunga militanza di combattente nazional-rivoluzionario, in prima linea contro il sistema parlamentare e democratico, gli è costata in tutto una detenzione di due anni di carcere, pochi per chi, come lui, ha rivendicato la responsabilità sia pure solo morale di aver contribuito a determinare la “lotta armata” neofascista nel Paese.
Ma, se il sistema politico non aveva nulla da rimproverargli, se gli organi di polizia a suo carico non avevano raccattato niente che potesse costargli anni di carcere, se la magistratura era riuscita a contestargli il solo reato di “falsa testimonianza”, perché Stefano Delle Chiaie è fuggito ed è rimasto latitante per ben 27 anni?
Cosa temeva per sé stesso, Stefano Delle Chiaie?
Il quarto militante di “Avanguardia nazionale” a rifugiarsi, senza un motivo apparente, all’estero è Maurizio Giorgi.
Se i fratelli Bruno e Serafino Di Luia, in quegli anni, erano noti per l’attivismo in piazza, se Stefano Delle Chiaie era conosciuto come il capo indiscusso di “Avanguardia nazionale”, Maurizio Giorgi era una figura grigia confusa fra tante altre.
Oggi sappiamo che la notte del 7-8 dicembre 1970 era entrato con Adriano Tilgher, Giulio Crescenzi ed altri di “Avanguardia nazionale”, nel ministero degli Interni per ordine di Junio Valerio Borghese, e che il 30 novembre 1972 fu lui ad accompagnare il capitano del Sid, Antonio Labruna, a Barcellona, in Spagna, per farlo incontrare con il latitante Stefano Delle Chiaie.
I nomi di Tilgher, Crescenzi ed il suo non sono mai comparsi fra gli indagati e gli imputati per il tentato golpe del 7-8 dicembre 1970, l’aver accompagnato un capitano dei servizi segreti militari in una località estera per incontrare un latitante nella massima segretezza poteva integrare, nell’ipotesi più pessimistica, gli estremi del reato di favoreggiamento personale per il quale avrebbe potuto essere processato a piede libero e avrebbe riportato una condanna minima che non avrebbe espiato perché amnistiabile.
Come già quello dei fratelli Bruno e Serafino Di Luia, anche il nome di Maurizio Giorgi non è mai comparso negli atti del processo di piazza Fontana.
Però, nel 1976, per ragioni mai chiarite, due imputati per la strage di Milano del 12 dicembre 1969, Marco Pozzan e Giovanni Ventura, decidono di obbligare il Sid a rivelare il nome del confidente che aveva accompagnato il capitano Antonio Labruna da Stefano Delle Chiaie, il 30 novembre 1972.
Sul conto di Maurizio Giorgi giova ricordare le dichiarazioni rese dallo stesso Labruna alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia P2, il 13 ottobre 1982.
Al presidente della commissione, Tina Anselmi, l’ufficiale dichiara:
“Io e i miei uomini eravamo penetrati in Avanguardia nazionale. Sapevamo che erano protetti dal ministero (degli Interni – Ndr). Poi Maletti ci ordinò di uscire. Collaborai con Maurizio Giorgi (Avanguardia nazionale) e andammo in Spagna per incontrare Delle Chiaie. Sospetto – conclude Labruna – che Giorgi collaborasse con gli affari riservati degli Interni”.
Non è il ritratto lusinghiero di un nazional-rivoluzionario duro e puro, ma non ci sono tracce di reati e neanche implicitamente il sospetto che possa aver ricoperto un qualsiasi ruolo, anche marginale, negli attentati del 12 dicembre 1969.
Giovanni Ventura e Marco Pozzan sono, ovviamente, a conoscenza dell’incontro fra il capitano Antonio Labruna e Stefano Delle Chiaie, del 30 novembre 1972.
I due conoscono, almeno in parte, anche il contenuto del loro colloquio perché ha riguardato la vicenda di piazza Fontana e il possibile espatrio di Marco Pozzan in Spagna, cosa che difatti avverrà a metà gennaio del 1973.
Nell’economia di questo discorso non si riesce a comprendere quale importanza possa rivestire per Giovanni Ventura e Marco Pozzan il disvelamento da parte del Sid del nome di Maurizio Giorgi, ufficialmente solo accompagnatore a Barcellona del capitano Antonio Labruna.
Ma, i due imputati di strage parlano a ragion veduta tanto che nel luglio del 1976, a scopo precauzionale, Maurizio Giorgi espatria per la prima volta rifugiandosi in Spagna, a Madrid, nell’appartamento che ospita già i latitanti di “Avanguardia nazionale”, per poi fare rientro a Roma quando la minaccia sembra rientrare.
Non è così: con una costanza ed una tenacia degne di migliore causa Marco Pozzan e Giovanni Ventura insistono perché il servizio segreto militare riveli il nome dell’accompagnatore di Labruna a Barcellona, il 30 novembre 1972, da Delle Chiaie; ed ottengono che di tale richiesta si faccia portatrice la Corte di assise di Catanzaro dov’è in corso il processo per l’eccidio del 12 dicembre 1969.
Il Sid resiste fino a quando può, poi cede, non senza aver informato preventivamente il proprio ambiguo confidente che il suo nome dovrà essere fatto in Corte di assise.
Maurizio Giorgi, questa volta, parte definitivamente dall’Italia, dopo aver attraversato clandestinamente la frontiera, e si sposta a Santiago del Cile, a fine giugno del 1977, dove l’attende Stefano Delle Chiaie.
Il 19 luglio 1977, due settimane dopo la partenza di Giorgi dall’Italia, il capitano Antonio Labruna rivela, nel corso della sua deposizione in Corte di assise a Catanzaro, il nome del confidente ed accompagnatore in Spagna, il 30 novembre 1972.
Non accade nulla.
Maurizio Giorgi non può essere ascoltato, in veste di testimone, perché è ormai ufficialmente irreperibile.
Ma, forse, non viene nemmeno cercato per la semplice ragione che nessuno, a quel punto, insiste sul suo nome, nessuno invoca la sua testimonianza e, tantomeno la sua incriminazione per qualche reato.
Maurizio Giorgi farà rientro in Italia quasi cinque anni più tardi, e verrà arrestato nella primavera del 1982 nell’ambito dell’inchiesta che coinvolge i militanti di “Avanguardia nazionale”, senza che mai il suo nome e la sua persona siano in qualche modo collegate agli eventi del 1969 e alla strage di piazza Fontana.
È doveroso chiedersi, di conseguenza, per quali recondite ragioni Marco Pozzan e Giovanni Ventura abbiano con tanta insistenza obbligato il Sid a fare il suo nome e, soprattutto, perché questo oscuro personaggio abbia sentito il bisogno, in accordo con Stefano Delle Chiaie, di fuggire in Sud America e di restarci per diversi anni, senza che a suo carico fosse stato formulato un atto di accusa, avanzato un sospetto, richiesta una sua testimonianza.
Quattro storie identiche per quattro militanti “nazional-rivoluzionari” che denunciano il loro coinvolgimento nell’operazione del 1969, se non direttamente negli attentati stragisti del 12 dicembre, a Milano e a Roma, che vanno inserite fra le domande ancora senza risposta relative a quel periodo e a quegli eventi.
Il 28 aprile 2005, in una dichiarazione all’agenzia Ansa, pubblicata sotto il titolo “Calvi: Andreotti sbaglia a pensare male”, il senatore dei Democratici di sinistra, Guido Calvi, in merito ai depistaggi sulla strage di piazza Fontana, afferma:
“Concentrammo la nostra attenzione esclusivamente sulle responsabilità del Sid. Con il senno di poi, credo che avremmo dovuto prestare maggiore attenzione alle responsabilità e alle condotte depistanti dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’interno e sul dottor Umberto Federico D’Amato”;
Non condividiamo, pur riconoscendo intellettualmente onesta la dichiarazione del senatore Guido Calvi, la tendenza a concentrare le responsabilità dell’operato del servizio segreto civile, come di quello militare, in una sola persona, in questo caso su Umberto Federico D’Amato.
Il questore Umberto Federico D’Amato è stato certamente uno dei maggiori protagonisti della guerra politica in Italia, uno dei promotori, come abbiamo visto, delle operazioni “sporche” che hanno visto in azione la manovalanza dell’estrema destra italiana, dall’affissione dei “manifesti cinesi” alla infiltrazione di Mario Merlino fra gli anarchici, ma non era in grado di fare tutto da solo e, tantomeno, all’insaputa di colleghi e superiori.
In un mondo senza pace, in permanente stato di guerra sia pure “non ortodossa”, la stampa è lo strumento di battaglia più adeguato per condizionare l’opinione pubblica, per informarla di ciò che fa comodo, per disinformarla su ciò che al potere non conviene far sapere in modo corretto.
In Italia, il compito della propaganda e della contropropaganda, per scopi difensivi ed offensivi, è affidato al ministero degli Interni che può assolverlo non solo facendo circolare “veline”nelle redazioni giornalistiche ma contando su giornalisti al suo servizio ricambiati con agevolazioni di carriera e, spesso, con versamenti finanziari.
Non è difficile al ministero degli Interni ed al servizio segreto civile far pubblicare sulla stampa notizie atte a favorire il raggiungimento di scopi segreti nell’ambito delle operazioni che conduce.
Una di queste, a prescindere della buona fede del giornalista che l’ha pubblicata, la troviamo sul settimanale “L’Espresso” del 20 aprile 1969, dove, all’interno di un articolo a firma di Giuseppe Catalano, si cita il circolo “XXII marzo” dell “‘ex ordinovista ed ex fascista” Mario Merlino addirittura come “il più noto dei gruppi anarchici giovanili”.
Dopo aver ricordato il congresso anarchico svoltosi a Carrara dal 31 agosto al 3 settembre 1968, Catalano aggiunge:
“Poi, in un altro congresso tenutosi a Milano il 13 aprile Valpreda aderì anche lui al ’22 marzo’…”.
È, questa, la classica “notizia del diavolo”, come si definisce nell’ambiente giornalistico, perché, difatti, sappiamo che Mario Merlino aveva fondato il circolo “XXII marzo”, senza qualificarlo come anarchico, alla fine di maggio del 1968, con i militanti di “Avanguardia nazionale” che abbiamo citato nelle pagine precedenti, che il circolo “anarchico” “22 marzo” sarà costituito nel mese di ottobre del 1969 e sarà necessaria un’altra operazione di “intossicazione” giornalistica per accreditarlo in questa veste, come vedremo, e che, infine, Pietro Valpreda per usare le parole degli autori del volume “La strage di Stato” all’epoca non era “nessuno”, quindi l’inserimento del suo nome, accanto a quello di Mario Merlino, è un tentativo di accreditamento pubblico per entrambi i protagonisti del futuro circolo “22 marzo” e della tragica vicenda del 12 dicembre 1969.
L’operazione, compiuta attraverso il settimanale “L’Espresso” e l’inconsapevole Giuseppe Catalano, non coglie il suo obiettivo, tanto che l’operazione deve essere ribadita, questa volta utilizzando il settimanale “Ciao 2001″ e con giornalisti che sanno bene quello che fanno.
Il circolo “22 marzo”, a Roma, viene ufficialmente aperto il 17 ottobre 1969, quando Emilio Bagnoli ritira le chiavi della cantina di via Governo Vecchio dove è stabilita la sede del gruppo.
Quanti, fra amici e nemici, a Roma, possono credere alla conversione all’anarchia di Mario Merlino, pochi, forse nessuno. Così, parte un’operazione di intelligente ed accorta disinformazione che inizia con un attacco.
Il 22 ottobre 1969, il giornalista Tonino Scaroni, capo dell’ufficio stampa del cabaret di destra “Il Giardino dei supplizi” e caporedattore per gli spettacoli del quotidiano democristiano “Il Tempo”, dove lavora il capo di “Ordine nuovo” Pino Rauti, pubblica sulla rivista “Ciao 2001″ un articolo, intitolato “Le guardie bianche di Hitler”, dedicato ai gruppi dell’estrema destra romana, fra i quali colloca “il gruppo anarcoide guidato da Mario Merlino, i cui adepti debbono farsi crescere la barba e farla poi spiovere sulle camicie nere”.
Un duro colpo al tentativo di presentarsi come anarchici di Mario Merlino e compagni almeno in apparenza, perché il 19 novembre 1969 “Ciao 2001″ pubblica un secondo articolo dal titolo “A come anarchia”, che contiene un’intervista a Mario Merlino e si conclude con il riconoscimento per lui e per gli aderenti al circolo “22 marzo” di essere autentici anarchici.
Articolo, intervista e conclusioni, ovviamente, erano preventivamente concordate fra l'”anarchico” Mario Merlino e i giornalisti di destra di “Ciao 2001″.
Abbiamo segnalato in precedenza l’azione depistante degli uffici politici delle Questura di Padova e di Milano per impedire che si potesse giungere all’identificazione degli acquirenti delle borse utilizzate per gli attentati del 12 dicembre 1969 e, da costoro, a quella degli autori materiali e degli organizzatori.
Ma c’è di peggio.
Difatti, nel corso delle indagini sulla strage di piazza Fontana condotte dal giudice istruttore di Milano, Guido Salvini, due “collaboratori di giustizia, entrambi appartenenti al gruppo veneto di “Ordine nuovo”, Martino Siciliano e Carlo Digilio, quest’ultimo fiduciario della Cia a Venezia con il criptonimo di “Erodoto”, indicano come autore materiale della strage di piazza Fontana, a Milano, il 12 dicembre 1969, tale Delfo Zorzi.
Zorzi – premettiamolo subito –  è stato assolto dall’accusa con formula dubitativa e con sentenza passata ormai in giudicato, come già prima di lui Franco Freda e Giovanni Ventura.
Però rimane una figura interessante perché i suoi rapporti con il ministero degli Interni sono emersi già nel corso del processo per l’attentato di Peteano di Sagrado del 31 maggio 1972, svoltosi a Venezia dal 23 marzo al 25 luglio 1987.
Il nome di Zorzi è risultato, in modo documentato, collegato a quello del prefetto Antonio Sampaoli Pignocchi, all’epoca capo dell’ufficio stampa del ministero degli Interni, e a quello di Elvio Catenacci, già questore di Venezia, poi direttore della divisione Affari riservati del ministero degli Interni, infine vice capo della polizia, da taluno indicato come amico personale del padre dello stesso Delfo Zorzi.
Il nome di Delfo Zorzi era tutt’altro che sconosciuto anche al prefetto Umberto Federico D’Amato che, nel corso della sua deposizione dinanzi alla Corte di assise di Venezia, nell’aprile del 1987, si ricorderà perfettamente di lui per averlo incontrato, a suo dire, nel 1971, nell’ufficio del suo collega Antonio Sampaoli Pignocchi che non si occupava solo di “veline” da mandare ai giornali ma era abilitato a trattare “fonti informative”, in altre parole era organico al servizio segreto civile.
Fra le sue qualità, il prefetto D’Amato avrà potuto annoverare una memoria di ferro, ma nemmeno lui avrebbe potuto ragionevolmente indurre qualcuno a credere che, a distanza di ben sedici anni, serbava memoria di uno studente universitario (questo era Zorzi nel 1971) incontrato qualche volta nell’ufficio di Sampaoli Pignocchi.
Non si può concludere questa breve analisi del ruolo del ministero degli Interni nelle vicende del 1969 e, in maniera specifica, degli attentati stragisti a Roma e a Milano del 12 dicembre 1969, senza ricordare che Pietro Valpreda è stato assolto anche grazie al contributo fornitogli, nel corso del processo di Catanzaro, da un ex brigadiere di Ps, già in forza all’ufficio politico della Questura di Milano, Vito Panessa.
Costui era stato, insieme ad un collega e ad un carabiniere, il protagonista del “fermo” di Pietro Valpreda, a Milano, alle 11.30 del 15 dicembre 1969.
Panessa, a posteriori, affermerà di aver redatto un appunto informale riportando la dichiarazione di Pietro Valpreda di essere stato malato tre giorni.
L’appunto non verrà mai consegnato alla magistratura, per ragioni che sfuggono alla comprensione, alla logica umana e anche a quella riferita ai doveri d’ufficio del brigadiere Vito Panessa, dei suoi colleghi e dei suoi superiori .
Comunque, due giorni prima dell’interrogatorio di Pietro Valpreda dinanzi alla Corte di assise di Catanzaro, il brigadiere Vito Panessa si ricorda dell’appunto informale da lui redatto quel mattino del 15 dicembre e lo fa pervenire alla Corte d’assise che ne tiene debito conto perché conferma le dichiarazioni difensive di Pietro Valpreda.
La leggenda di piazza Fontana, vuole che la polizia abbia incastrato Pietro Valpreda, innocente anarchico, ma dimentica opportunamente che è stata sempre la polizia a determinarne l’assoluzione per insufficienza di prove.
Questo, in breve sintesi, il ruolo ricoperto dal ministero degli Interni sia nella fase preparatoria degli attentati del 12 dicembre 1969, sia in quella successiva dei depistaggi per evitare l’identificazione e la condanna degli organizzatori e degli esecutori materiali.
Sul conto del servizio segreto militare, a differenza di quello civile, molto è stato detto ma, come al solito, restringendo il suo ruolo alle persone di Guido Giannettini, agente “Zeta” del Sid, del generale Gianadelio Maletti, capo dell’ufficio “D” del Sid, e del suo collaboratore, capitano Antonio Labruna.
Il servizio segreto militare sa tutto perché partecipa, alla pari di quello civile, all’operazione che dovrà concludersi il 14 dicembre 1969.
Guido Giannettini collabora, in ragione del suo ruolo di agente del Sid, all’opera di infiltrazione fra i marxisti leninisti condotta, a Padova, da Franco Freda e Giovanni Ventura, non per scelta personale. E di quanto fa riferisce ai suoi superiori gerarchici.
La nota del 16 dicembre 1969 è redatta da persone che hanno un patrimonio conoscitivo ben superiore a quello del confidente Stefano Serpieri. I nomi di Yves Guerin Serac, Stefano Delle Chiaie e Robert Leroy non sono inseriti in modo superficiale o per leggerezza, hanno il sapore di una chiamata in correità nei confronti dei servizi segreti esteri per i quali i due francesi lavorano e per il servizio segreto civile con il quale collabora Stefano Delle Chiaie.
Sul conto di Robert Leroy, il giudice istruttore milanese, Guido Salvini, nella sua ordinanza del 3 febbraio 1998, potrà scrivere:
“La prova che Robert Leroy, alla fine degli anni Sessanta, si sia infiltrato nei gruppi filocinesi italiani è densa di significato. Testimonia infatti che gli uomini dell’Aginter press agivano direttamente nel nostro paese, uno dei paesi più a rischio nel conflitto non dichiarato fra l’occidente e il mondo comunista, e che anche in Italia doveva essere sperimentato quel tipo di protocollo di intervento che prevedeva, prima di ogni altra cosa e prima della difesa preventiva mediante il terrore, creare le condizioni affinché la responsabilità fosse attribuita alle forze ‘sovversive’.
Esattamente la stessa strategia preparatoria che…sarebbe stata utilizzata da Mario Merlino a Roma e da Giovanni Ventura a Padova, rispettivamente negli ambienti anarchici e filocinesi, per costruire un paravento di sinistra a quanto si stava progettando”.
Esattamente, aggiungiamo noi, la stessa strategia che, già nel mese di aprile del 1966, il Sifar imponeva agli uomini della struttura clandestina “Gladio” e che il servizio segreto civile aveva cominciato a rendere operativa con l’affissione dei “manifesti cinesi” a cura dei militanti di “Avanguardia nazionale” nel gennaio dello stesso anno.
Gli autori della nota del 16 dicembre 1969 sapevano, pertanto, perfettamente quello che stavano scrivendo sul conto di personaggi la cui attività conoscevano in maniera molto approfondita.
Per quella nota che può essere considerato il primo, raffinato, depistaggio posto in essere dal Sid non sarà chiamato a rispondere nessuno degli ufficiali superiori del servizio, tantomeno il suo direttore, ammiraglio Eugenio Henke.
A chiamare in causa quest’ultimo, sarà in modo aperto il solo giornalista Mino Pecorelli che su “O.P.”, il 19 settembre 1974, scrive:
“Come tutti gli agenti che si rispettano anche Henke canta democratico ed opera totalitario. È nei fatti del 1969 che la leggerezza del passato si trasforma in colpa e responsabilità gravissima…Mentre tutti i protagonisti usciranno dalla vicenda Giannettini quanto meno con la bocca amara, l’unico ad averne tratto un vantaggio abnorme è stato proprio l’ammiraglio delle acque interne, l’amico esclusivo di se stesso, lo scopritore di talenti dei giornalisti da Giannettini a Simeoni, il cui caso è tutto da chiarire nelle sedi più opportune”.
Si è detto e scritto che gli attentatori non volevano compiere una strage, che non sapevano che la Banca dell’Agricoltura di Milano restava aperta al pubblico anche nel pomeriggio di venerdì, che l’attentato doveva essere solo dimostrativo, come tanti altri, ma la testimonianza della figlia dell’avvocato Matteo Fusco di Ravello, agente della struttura segreta denominata “Anello”, li smentisce, confermando che i nostri (e si fa fatica a scrivere nostri) servizi di sicurezza sapevano quello che stava accadendo.
L’avvocato Fusco di Ravello, difatti, si trovava all’aeroporto di Fiumicino per recarsi in aereo a Milano ed impartire l’ordine di annullare gli attentati, quando apprende che si sono già verificati.
Telefonerà alla figlia, Anna Maria, dicendole che si sarebbe tenuto questo “gravissimo cruccio per tutta la vita”.
Ancora oggi c’è chi contesta che la strage di piazza Fontana possa essere definita di “Stato”.
Ma non esiste Paese al mondo in cui imputati di strage chiedano ed ottengano dai servizi segreti militari un intervento a loro favore.
Invece, il 9 gennaio 1973, tramite Guido Giannettini, Giovanni Ventura chiede l’intervento chiarificatore del Sid.
Il servizio segreto militare, ovviamente, non può “chiarire” un bel niente ma si attiva per sottrarre gli imputati alla magistratura.
Il 15 gennaio 1973, il maresciallo Esposito del Sid accompagna Marco Pozzan a Madrid, in Spagna.
Contestualmente, uomini del Sid forniscono a Giovanni Ventura una bomboletta di gas soporifero la chiave del portone del carcere di Monza dove si trova rinchiuso in modo che possa evadere.
Alcuni mesi dopo, verrà programmata anche l’evasione di Franco Freda, perché gli stragisti padovani non accettano di essere i capri espiatori, dopo tutto quello che hanno fatto per lo Stato.
I due ufficiali che si attivano per aiutare Giovanni Ventura e colleghi, non erano nel Servizio segreto militare nel 1969, non hanno pertanto alcuna responsabilità diretta od indiretta in quegli eventi né sono ricattabili dagli imputati di strage.
Gianadelio Maletti e Antonio Labruna intervengono perché devono fare gli interessi dell’apparato nel quale lavorano il quale, a sua volta, ha il dovere istituzionale di proteggere le autorità politiche e militari dalle quali dipende.
Prova ne sia che il capitano Antonio Labruna, nonostante la condanna definitiva per favoreggiamento personale nei confronti di Marco Pozzan, finirà la sua carriera nel servizio segreto militare dal quale nessuno, ministro della Difesa, capo di Stato maggiore della Difesa o presidente del Consiglio dei ministri riterrà necessario allontanarlo.
Un modo implicito ma chiarissimo per dire che, per i vertici politici e militari, il capitano Antonio Labruna non ha commesso alcun illecito penale perché ha agito nell’interesse dello Stato e del regime.
Si è fatta e si continua a fare, specie oggi che si vuole portare agli altari del regime democratico il defunto segretario nazionale del Msi-Dn Giorgio Almirante, come il fondatore della “destra moderna”, la differenza fra destra parlamentare ed extra-parlamentare per ribadire che il partito di Arturo Michelini e Giorgio Almirante è stata cosa ben diversa da “Avanguardia nazionale”, da “Ordine nuovo”, dallo stesso “Fronte nazionale” che pure era diretto dall’iscritto al Msi, Junio Valerio Borghese.
La realtà storica, ovviamente, si colloca all’esatto opposto di questa ricostruzione appartenente a storici che, nei casi migliori, di storia sanno poco e di quelli che invece appartengono alla categoria dei “quanto mi paghi”.
Uomini del Movimento sociale italiano li troviamo coinvolti in tutti gli episodi più oscuri della storia italiana dagli anni Sessanta fino ai primi anni Ottanta.
Sono presenti, accanto a Mario Tedeschi, nell’operazione “manifesti cinesi” del gennaio 1966; ancora prima sono missini che agiscono per conto del Sifar in Austria compiendo attentati; Pino Rauti, capo dell’organizzazione che sarà chiamata in causa per buona parte delle stragi italiane è stato sempre un uomo del Msi nel quale, dopo alcuni anni di ufficiale e strumentale separazione, è rientrato il 16 novembre 1969 per divenirne parlamentare, prima, e segretario nazionale, dopo; senatore del Msi-Dn è stato anche Mario Tedeschi che qui, per la prima volta, sulla base delle dichiarazioni di Serafino Di Luia, indichiamo come la “cinghia di trasmissione” fra Avanguardia nazionale ed il ministero degli Interni; parlamentare missino è stato Sandro Saccucci, implicato nel tentato golpe del 7-8 dicembre 1970 e collaboratore del servizio segreto militare; missino era Augusto Cauchi, confidente del Sid e “bombarolo” che faceva capo, anche durante la latitanza, al federale missino di Arezzo; missini erano i componenti delle “Squadre d’azione Mussolini”(Sam), indicati nominativamente in una nota del Sid del 9 agosto 1969, tutti inseriti nella “Giovane Italia” con sede in Corso Monforte n°13; missini erano i Valerio Fioravanti, le Francesca Mambro e tutta la banda dei cosiddetti “Nar” dei primi anni Ottanta; missini, infine, ben tre capi del servizio segreto militare: Giovanni De Lorenzo, Vito Miceli e Luigi Ramponi.
Sono i vertici nazionali del Msi, guidati in entrambi i casi da Giorgio Almirante ad organizzare le manifestazioni nazionali del 14 dicembre 1969, a Roma, e del 12 aprile 1973, a Milano, che nei loro progetti devono rappresentare la “bomba”innescata dalle stragi che le precedono, in funzione di detonatore, per fare intervenire le Forze armate, ovvero per giungere al tanto agognato “stato di emergenza” dal quale una forza d’ordine anticomunista come il Msi ha tutto da guadagnare e niente da perdere.
La strage o le stragi, sia pure indiscriminate, non bastano per far proclamare lo “stato di emergenza”, come avrà modo di accorgersi il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat il 12 dicembre 1969.
Per ottenere l’effetto voluto serve che il sangue scorra nelle strade, come nel mese di luglio del 1948 dopo l’attentato al segretario nazionale del Pci, Palmiro Togliatti, e nello stesso mese del 1960 a seguito della pretesa del Msi di svolgere il suo congresso nazionale a Genova, città partigiana, perché il disordine raggiunga il suo culmine, si estenda a macchia d’olio in tutto il Paese e giustifichi l’intervento repressivo delle Forze armate chiamate a ristabilire quell’ordine pubblico che le forze di polizia, da sole, non sono più in grado di controllare.
Il piano non è nuovo.
Lo ritroviamo in una nota informativa americana del 25 giugno 1964 inviata al comandante delle truppe americane in Europa:
“Abbiamo avuto informazione – è scritto – da fonte molto attendibile, il cui nome non viene fornito in ragione dell’esplosiva natura dell’informazione, che nel prossimo futuro è possibile che in Italia avvenga un colpo di Stato. Economisti e uomini di destra, cioè liberali, monarchici e membri del Movimento sociale italiano, stanno preparando un piano per l’attuazione nei prossimi mesi di una manifestazione nazionale. Lo scopo è quello di portare a Roma forti gruppi di reduci, invalidi ed ex prigionieri di guerra, col pretesto di risvegliare sentimenti patriottici nel popolo italiano, creare un’atmosfera favorevole all’inversione dell’attuale tendenza politica in Italia ed installare un nuovo ordine politico fondato sui tradizionali valori morali e politici della Nazione…Se la manifestazione dovesse provocare una contromanifestazione di estrema sinistra, i carabinieri sarebbero immediatamente chiamati ad intervenire con l’appoggio delle Forze armate. Le Forze armate si preoccuperebbero poi di mantenere l’ordine e la legge in Italia”.
I riscontri, sia pure indiretti, non mancano.
Il generale Giovanni De Lorenzo, all’epoca comandante generale dell’Arma dei carabinieri, rientrato a casa dopo una riunione con i vertici della Democrazia cristiana, tenutasi nell’abitazione del senatore Tommaso Morlino, dirà alla moglie:
“Vogliono fare di me un nuovo Bava Beccaris, ma non ci riusciranno”.
Se ricordiamo che il generale Bava Beccaris aprì il fuoco con l’artiglieria contro i cittadini milanesi in rivolta, ben si comprende la ritrosia del generale Giovanni De Lorenzo a passare alla storia come massacratore di inermi cittadini per conto di Aldo Moro, Mariano Rumor e cristianissimi colleghi di partito.
Il secondo proviene dall’interno stesso della direzione nazionale del Msi, da Giulio Caradonna, per anni ai vertici del partito nonché confidente della divisione Affari riservati con il criptonimo di “Stanislao”.
L’11 marzo 2008, il quotidiano “Libero”, nell’articolo intitolato “Il ’68 nero: Almirante guidò gli scontri all’Università”, riporta una dichiarazione di Giulio Caradonna che conferma le intenzioni e le responsabilità del partito nel quale ha militato e dei suoi dirigenti:
“Forse la verità è che si voleva portare alle estreme conseguenze lo scontro tra i ragazzi per poi far arrivare l’esercito”.
Se il piano descritto nella nota informativa del 25 giugno 1964 si basava su una manifestazione nazionale, contestata dai militanti comunisti, quello del dicembre del 1969 lo reiterava alla lettera con una sola variabile: una o più stragi “rosse” (la distinzione fra anarchici, “cinesi”, marxisti-leninisti, comunisti ortodossi non esisteva per l’opinione pubblica) contro obiettivi borghesi e l’oltraggio al simbolo stesso dell’unità nazionale e del sacrificio dei suoi combattenti, il monumento al Milite ignoto, ovvero all’Altare della patria, che avrebbero infiammato la piazza di destra e ne avrebbero giustificato l’aggressività se l’adunata nazionale fosse stata contestata dai sovversivi “rossi”.
La strage di piazza Fontana a Milano, con 16 morti e 90 feriti, e quella mancata alla Banca nazionale del lavoro, dove comunque 14 feriti ci sono stati, precedono di due giorni l’adunata nazionale indetta dal Msi contro la quale il Partito comunista, secondo le successive dichiarazioni di Enrico Berlinguer pubblicata da “Panorama” il 25 dicembre 1969, aveva già predisposto un “cordone sanitario”: esattamente quello che speravano e volevano gli organizzatori della manifestazione e i fautori della proclamazione dello “stato di emergenza”.
Non è un’ipotesi.
Il 7 aprile 1973, un militante del Movimento sociale italiano di Milano, Nico Azzi, dopo aver passeggiato per i corridoi del direttissimo “Torino-Roma” leggendo in modo ostentato il quotidiano “Lotta continua”, si reca in una toilette del convoglio ferroviario per innescare un ordigno destinato a fare una strage.
Per fortuna degli ignari ed innocenti passeggeri, Azzi si fa esplodere il detonatore nella mani ed è l’unico a restare ferito.
La ragione della strage, fallita per l’imperizia dell’attentatore, va ricercata nella manifestazione nazionale che i vertici del Msi hanno indetto a Milano per il 12 aprile 1973.
Organizzatore della strage fallita, risulterà essere per chiamata di correità diretta dello stesso Nico Azzi, Giancarlo Rognoni, militante del Msi, impiegato alla Banca commerciale di Milano il 12 dicembre 1969, legato al gruppo veneto di “Ordine nuovo”, infine imputato – poi assolto – per concorso nella strage di piazza Fontana.
Milano non era una “piazza” di destra, al contrario ribolliva di militanti di sinistra di tutte le tendenze e formazioni pronti a mobilitarsi per impedire ai “fascisti” di parlare e sfilare in corteo.
Una “piazza” ideale per chi cercava i morti in numero sufficiente per invocare il ripristino dell’ordine specie se gli animi fossero stati infiammati da una strage “rossa”, questa volta non più anarchica ma di “Lotta continua”.
Come si sono presentati gli attivisti missini in piazza, quel 12 aprile 1973 (perché erano tutti missini, non extraparlamentari) è storia anche giudiziaria visto che una bomba a mano scagliata da loro ha ucciso un agente di polizia e che il tentativo di attribuirla ad “infiltrati” del Pci, come scriverà il quotidiano del partito “Il Secolo d’Italia” il giorno successivo, 13 aprile, era fallito sul nascere per la delazione di uno o più missini che avevano fornito ai funzionari dell’ufficio politico della Questura, in tempo reale, i nomi dei due missini lanciatori delle bombe a mano.
La logica è la stessa, identica, del piano predisposto nel dicembre 1969: prima la strage “rossa”, poi la manifestazione patriottica di una piazza che invocava il ritorno dell’ordine di uno Stato forte contro la “sovversione rossa”.
Il Movimento sociale italiano nasce, il 26 dicembre 1946, come forza politica esclusivamente anticomunista, destinata ad essere la punta di lancia di uno schieramento molto più vasto che va dai socialdemocratici ai monarchici per contrastare anche fisicamente i comunisti.
Nel 1969, ai militanti del Movimento sociale italiani si sommano quelli che fanno parte di altre organizzazioni, ufficialmente distinte dal partito-padre, come “Avanguardia nazionale”, “Ordine nuovo”, “Europa Civiltà”, il “Fronte nazionale”.
Sia il Movimento sociale italiano sia queste organizzazioni sono collegate ai vertici con i servizi di sicurezza militari e civili, che possono così disporre a loro piacimento di una manovalanza che può essere usata per destabilizzare l’ordine pubblico senza compromettere i partiti di governo verso i quali questa massa di manovra ostenta avversione ed ostilità ideologiche, perché si presentano come “fascisti” che agiscono all’interno di un sistema antifascista, e politiche, perché accusano la Democrazia cristiana ed i partiti collegati di cedimento di fronte al comunismo.
Giorgio Almirante, nel periodo della Repubblica sociale italiana, ha condotto un doppio gioco che gli ha garantito un’assoluta impunità al termine del conflitto.
Junio Valerio Borghese, com’è noto, ha mantenuto rapporti di collaborazione con il servizio segreto della regia Marina durante la guerra civile e, dal mese di maggio del 1945, ha collaborato con i servizi segreti americani ed italiani.
Sul conto di Pino Rauti la conferma definitiva dall’intervista del generale Gianadelio Maletti, trasmessa da Giovanni Minoli nel corso della puntata de “La storia siamo noi” del 7 dicembre 2009, che ha affermato come Ordine nuovo abbia mantenuto un rapporto stabile con il Sid fino al 1974.
Per quanto riguarda Stefano Delle Chiaie, dopo anni di smentite, silenzi, reticenze, sottufficiali di Ps già in servizio presso l’ufficio politico della Questura di Roma hanno esplicitamente dichiarato che era un informatore.
Ancora più devastante per l’immagine del capo di “Avanguardia nazionale”, la testimonianza resa, il 15 maggio 1997, al giudice istruttore veneziano Carlo Mastelloni dall’ispettore generale di Ps, in congedo, già in forza alla divisione Affari riservati del ministero degli Interni, il quale ha dichiarato :
“Ricordo Delle Chiaie il quale veniva sempre da D’Amato sia quando questi aveva l’incarico di vice-direttore che anche nei tempi successivi. Si tratteneva nell’ufficio di D’Amato e qualche volta ho assistito anch’io ai colloqui” .
Testimonianza autorevole sul rapporto personale e diretto che è esistito fra Stefano Delle Chiaie ed Umberto Federico D’Amato, non viziata da rancori personali e da secondi fini, perché nulla di personale poteva avere l’ispettore generale di Ps, Guglielmo Carlucci, nei confronti del capo di Avanguardia nazionale”.
Nel raffinato “gioco degli specchi” l’immagine riflessa di questi uomini, dei loro collaboratori e delle loro organizzazioni ci appare come quella di forze politiche ed ideologiche neofasciste, avverse ad un regime politico imposto dai vincitori della Seconda guerra mondiale, ma quella reale ci propone quella di uomini e gruppi ben decisi a riguadagnarsi uno spazio politico svolgendo per lo Stato ed il regime politico anticomunista servigi di ogni genere, anche i più degradanti.
E non è chiaro quale significato attribuire al fatto che contestualmente alla scarcerazione di Pietro Valpreda e Mario Merlino, il 29 dicembre 1972, giunga al commissario capo di Ps, Antonino Allegra, capo dell’ufficio politico della Questura di Milano, la promozione a vice-questore.
Ad “incastrare” Pietro Valpreda, la sera del 15 dicembre 1969, mostrando la sua foto al taxista Cornelio Rolandi era stato il questore di Milano, Marcello Guida, non il capo dell’ufficio politico.
Quella promozione giunta lo stesso giorno della scarcerazione di Pietro Valpreda e Mario Merlino, rappresenta la gratifica consolatoria per un funzionario di Ps che credeva nella colpevolezza dei due imputati o, di converso, il riconoscimento di meriti rimasti sconosciuti per averli favoriti?
Forse, non lo sapremo mai ma l’interrogativo va posto perché coincidenze in un mondo come quello degli apparati segreti dello Stato impegnati in una guerra “sporca” non ce ne sono, tanto più che da tre mesi Allegra era sotto inchiesta per concorso nella “copertura” dei componenti della “cellula nera” di Padova insieme al commissario di Ps, Bonaventura Provenza, capo dell’ufficio politico della Questura di Roma e al vice-capo della polizia, Elvio Catenacci .
Comportamenti che non erano passati inosservati, tanto da sollevare l’indignazione del democristiano Carlo Fracanzani che sull’operato di Antonino Allegra e dei suoi colleghi, il 25 settembre 1972, aveva presentato un’interrogazione parlamentare.
Il 1969 è iniziato con i gravissimi incidenti dinanzi al locale “La Bussola” di Viareggio, nel corso dei quali rimane gravemente ferito Soriano Seccanti, destinato poi a restare paralizzato.
Non si è mai appurato chi abbia sparato rovinando per sempre la vita del giovanissimo Soriano Ceccanti, ma una nota informativa di Armando Mortilla, indirizzata alla divisione Affari riservati del ministero degli Interni, l’11 gennaio 1969, afferma testualmente:
“Da parte sua Ordine nuovo sta intensificando il lavoro organizzativo in alcune zone ‘calde’ della penisola utilizzando a questo fine simpatizzanti e iscritti che compiono il servizio di leva. Si è appreso che il primo esperimento di questa attività è avvenuto in Versilia, esattamente in occasione degli incidenti alla Bussola”.
Non serve commentare ancora.
Ci limitiamo a constatare che la carriera politica del “nazista” Pino Rauti, già segretario nazionale del Msi-Dn e suocero dell’attuale sindaco di Roma, l’antifascista Gianni Alemanno, è costellata di”meriti” del genere ora evidenziato e che sarebbe il caso di renderli pubblici.
Il 27 febbraio 1969, giunge in visita ufficiale a Roma il presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon.
Il quotidiano missino, “Il Secolo d’Italia”, lo saluta pubblicando nell’ultima pagina, a caratteri cubitali, in italiano ed in inglese, la scritta:
“Attenzione Nixon! L’Italia si prepara a tradire gli impegni atlantici e a portare i comunisti al potere”.
Il giorno successivo, 28 febbraio, “Il Secolo d’Italia”, nell’articolo intitolato “I giovani del MSI impegnati in duri scontri con i comunisti”, rivendica per il partito il merito di aver impegnato i giovani militanti missini in scontri fisici con quanti contestavano la visita del presidente americano in Italia.
Il mondo anticomunista, di cui il Msi e i gruppi collegati sono parte integrante, attende proprio dalla venuta di Richard Nixon un segnale che indichi, in maniera esplicita, la volontà della potenza egemone di risolvere il caso italiano con la liquidazione politica del Partito comunista e dei gruppi di sinistra.
Alla testa di questo mondo composito ed eterogeneo politicamente ed ideologicamente, unito solo dall’odio nei confronti del comunismo, si trova il presidente della Repubblica, il socialdemocratico Giuseppe Saragat.
Nel corso del colloquio ufficiale con il presidente americano, secondo gli appunti presi dal generale Vernon Walters, Giuseppe Saragat pronuncia una autentica filippica contro il Partito comunista italiano:
“Agli occhi degli italiani – dice – il Pci si fa passare per un partito socialista attivista e rispettabile ma è dedito agli interessi del Cremlino; il suo capo, Luigi Longo, è a tutti gli effetti un funzionario sovietico. I comunisti hanno condannato l’invasione della Cecoslovacchia e la nostra stampa e quella internazionale, vi hanno visto un distacco dall’Urss. È un errore, lo hanno fatto perché gli italiani sono indignati, e per essere liberi di denunciare la Nato; la vogliono distruggere, rendere prima l’Italia neutrale e poi allinearla con Mosca”.
Ma, prima di questa conversazione ufficiale, Saragat e Nixon, hanno un breve incontro, senza testimoni.
Alcuni storici hanno voluto negare la circostanza, ma la testimonianza dell’ambasciatore Egidio Ortona non lascia adito al dubbio che, viceversa, i due presidenti hanno avuto un colloqui privatissimo:
Ortona annota nel suo diario:
“Al Quirinale Nixon e Saragat si ritirano per un incontro a quattr’occhi: deplorevole dispregio dei diplomatici…”.
Non sapremo mai cosa si siano detti Richard Nixon e Giuseppe Saragat nel loro colloquio a “quattr’occhi”, ma la venuta del presidente americano segna l’inizio della campagna di attentati che si concluderà solo il 12 dicembre 1969.
Il 28 febbraio, difatti, viene compiuto il primo attentato, a Roma, contro l’ingresso secondario del Senato, in via della Dogana vecchia.
Nel mese di giugno del 1974, alla domanda rivoltagli su chi fossero stati a sua conoscenza gli organizzatori della strage di piazza Fontana, Gaetano Orlando, risponde senza esitare: “I socialisti”.
Stefano Delle Chiaie, presente all’interrogatorio del dirigente del Mar, a Madrid, cambia subito argomento.
Ma, i dirigenti di “Avanguardia nazionale” non possono cancellare il fatto che, nell’ottobre del 1974, accanto a quello del senatore Mario Tedeschi, l’unico nome fatto da Adriano Tilgher e Felice Genoese Zerbi, nella loro conferenza stampa per evitare lo scioglimento dell’organizzazione, è stato quello dell’ex ministro della Difesa, il socialdemocratico Mario Tanassi.
Quali “carte” avessero in mano gli avanguardisti per ricattare Tanassi, manco a dirlo, le hanno tenute ben nascoste anche dopo che sono finiti in carcere per sei mesi e che “Avanguardia nazionale” è stata sciolta, con il parere difforme di Amintore Fanfani.
Rapporti oscuri, intessuti in un contesto che oggi appare storicamente chiaro, fra “neofascisti” e socialdemocratici in un periodo in cui il più accanito sostenitore della necessità di liquidare il Partito comunista italiano era il presidente della Repubblica, il socialdemocratico Giuseppe Saragat.
Poche ore sono passate dall’eccidio di piazza Fontana, a Milano, e dagli attentati stragisti di Roma, ed il presidente della Repubblica convoca al Quirinale un vertice al quale prendono parte il ministro degli Interni, Franco Restivo, quello della Difesa, Luigi Gui, il comandante generale dell’Arma dei carabinieri, Luigi Forlenza, il capo della polizia, Angelo Vicari ed altri rappresentanti delle forze di sicurezza.
Giuseppe Saragat propone agli intervenuti la dichiarazione dello stato di “pericolo pubblico”, in base agli articoli 214 e seguenti del Testo unico di pubblica sicurezza.
È questo che i promotori dell’operazione che dal 28 febbraio al 12 dicembre 1969 si proponevano di ottenere utilizzando tutti i mezzi per dare a chi ha il potere per farlo la possibilità di un intervento radicale.
L’Italia, però, è una democrazia parlamentare e non presidenziale, in cui il partito di maggioranza relativa al potere dal 1945 non intende farsi scavalcare dai socialdemocratici, così il democristiano Franco Restivo respinge la richiesta del presidente della Repubblica facendo presente che questa decisione spetta al governo ed al presidente del Consiglio, il democristiano Mariano Rumor, il cui parere non è stato richiesto e che non è presente alla riunione.
Il giorno successivo, 13 dicembre 1969, il governo imporrà il divieto su tutto il territorio nazionale di manifestare pubblicamente.
È anche questa una misura eccezionale, che preclude però ai “congiurati” la possibilità di portare a compimento il piano mettendo a ferro e a fuoco la Capitale,e ne determina il fallimento.
Come abbia potuto naufragare un disegno portato innanzi con tenacia, abilità tattica, spregiudicatezza portata alle estreme conseguenze come i morti di piazza Fontana possono testimoniare, è un segreto ben custodito nella memoria e nella coscienza di quanti hanno vissuto, al vertice, quei giorni e quegli eventi.
Un inaspettata retromarcia americana? Un veto del Dipartimento di stato contrapposto a quello della Difesa? A Washington, come a Roma, il segreto è ben tutelato.
La paura dei democristiani di essere scavalcati dal Partito socialdemocratico di Giuseppe Saragat e di perdere la leadership politica, sul piano interno, ed il prestigio su quello internazionale?
Il timore di non essere sostenuti dagli Stati Uniti, preoccupati di non compromettere il dialogo avviato con l’Unione sovietica?
Un indizio in tal senso, che cioè la decisione di bloccare, in extremis, la macchina del “colpo di Stato” istituzionale sia interna e non estera è dato da quanto scrive Edgardo Sogno in una lettera inviata al ministero degli Esteri da Rangoon (Birmania) dov’era ambasciatore al ministero degli Esteri, il 19 giugno 1967.
“La sicurezza europea – scriveva Sogno – è per ora basata soltanto ed esclusivamente sulla credibilità della garanzia americana né si può dimenticare che l’unico colpo di Stato che ha veramente e seriamente minacciato le istituzioni democratiche in Italia è stato fatto rientrare a metà strada dalla sua esecuzione, già favorevolmente avviata, soltanto perché chi lo dirigeva ritenne (a torto o a ragione, la storia non ha ancora deciso) che gli Stati Uniti non avrebbero accettato una simile alterazione violenta dello status quo nella loro area di influenza”.
Non specifica il futuro “golpista” Edgardo Sogno il periodo temporale così che si può pensare al luglio del 1960 o a quello del 1964; in entrambi i casi chi guida e, poi, blocca l’operazione può essere ragionevolmente un uomo solo: Aldo Moro.
Il 12 dicembre 1969, Aldo Moro è all’estero, ma certamente un colloquio telefonico con il suo collega di partito e presidente del Consiglio Mariano Rumor lo ha avuto, ma, come al solito, il suo contenuto è rimasto ignoto.
La responsabilità di bloccare la, macchina “golpista” ad un passo dalla conclusione della sua marcia vittoriosa, questa volta l’assume, dinanzi alla storia, Mariano Rumor.
Decisione, la sua, non gradita sul piano interno ed internazionale se dopo quasi due anni di preparazione, viene fatto rientrare in Italia da Israele dove si trovava per motivi ignoti e nel quale era entrato con documenti ufficialmente falsi, Gianfranco Bertoli perché lo ammazzi dinanzi alla Questura di Milano, il 17 maggio 1973.
I conti con Aldo Moro saranno fatti il 9 maggio 1978, quando sarà ucciso dal brigatista rosso Mario Moretti in ottemperanza di una decisione assunta nel corso di una riunione svoltasi a Firenze, a casa dell’israelita Igor Markevitc.
Quanti conoscono, in Italia, la verità sull’operazione del I969 e la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969?
La conosce l’ex ministro della Difesa e ex presidente del Consiglio Arnaldo Forlani che, il 5 giugno 1975, sarà informato personalmente dal direttore del Sid, ammiraglio Mario Casardi, della crisi di un confidente padovano del servizio, Gianni Casalini, che pare voglia fare rivelazioni su “gr.Padovano+Delle Chiaie+Giannettini”.
La conosce l’ex ministro della Difesa e ex presidente del Consiglio Giulio Andreotti, sul quale pesa il legittimo sospetto di aver indirizzato il suo amico personale, giudice istruttore a Treviso, Giancarlo Stiz, il primo e per diversi mesi, il solo a percorrere la “pista nera” indicata da un democristiano – Guido Lorenzon – per la strage di Milano.
Del resto, che Giulio Andreotti sia un esperto nell’uso politico delle inchieste giudiziarie, da lui stesso promosse direttamente o per interposta persona, lo provano i processi sul “tentato golpe” del 7-8 dicembre 1970, sull’attentato di Peteano di Sagrado del 31 maggio 1972 e, ultimo in ordine di tempo, sulla struttura “Gladio”.
La conosce Mario Moretti al quale l’ha raccontata personalmente Aldo Moro ma che,  invece di farla conoscere al popolo, l’ha usata, insieme ad altro, per avere benefici di legge,  lavoro ben retribuito e pensione assicurata per la sua serena vecchiaia.
La conoscono i protagonisti ancora in vita, i vertici dei servizi di sicurezza e dei corpi di polizia, i politici democristiani da Giulio Andreotti ad Arnaldo Forlani: in tanti se il loro numero lo rapportiamo all’ambiente politico, in pochissimi se lo confrontiamo con 60 milioni di italiani che ascoltano i telegiornali e leggono i quotidiani, secondo i quali le stragi italiane, a partire da quella di Milano del 12 dicembre 1969, le hanno fatte i “fascisti” rimasti impuniti per la protezione avuta dai”servizi segreti deviati”.
Ma è sufficiente vedere l’operato della magistratura italiana, fatti salvi casi individuali sporadici ed eccezionali, per comprendere che la via giudiziaria per giungere alla verità non è percorribile in questo nostro Paese.
Dei magistrati che si sono occupati della strage di piazza Fontana e degli attentati stragisti di Roma negli anni Settanta ed Ottanta, non uno ha avuto la capacità di percepire la realtà di quegli eventi.
Tutti si sono impegnati a cercare verità parziali che venissero incontro alle esigenze degli apparati di Stato, come a Roma dove i colpevoli dovevano essere solo gli anarchici, o di partito, come a Milano, dove i responsabili dovevano essere individuati esclusivamente nei “fascisti” padovani e nell’agente del Sid, Guido Giannettini, già dirigente giovanile del Msi e giornalista de “Il Secolo d’Italia”.
Patetica la dichiarazione resa dall’allora giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio il 29 marzo 1972, quando ricevette per competenza territoriale gli atti delle indagini sulla strage di piazza Fontana compiute fino a quel momento dal giudice istruttore di Treviso, Giancarlo Stiz:
“Se è vero che i mandanti delle bombe di Milano sono quelli indicati nella sentenza Stiz, mi sembra evidente che gli esecutori non possono essere Valpreda e gli anarchici, ma devono essere rintracciati in altra sfera”.
Monsieur De La Palisse non avrebbe saputo dire di meglio.
Solo che, alla fine di marzo del 1972, l’opera di “infiltrazione” a sinistra, la strumentalizzazione di uomini e gruppi di sinistra da parte di servizi segreti e gruppi di destra collegati, non era più un segreto.
Sarà lo stesso Gerardo D’Ambrosio a constatare che il gruppo padovano aveva infiltrato i propri elementi, da Aldo Trinco a Paolo Romanin allo stesso Giovanni Ventura, negli ambienti marxisti-leninisti: perché mai “Avanguardia nazionale” non avrebbe potuto fare altrettanto fra gli anarchici?
Domanda troppo ardua per un individuo che aveva già deciso che non esisteva una pista internazionale da seguire e neanche una nazionale, ma solo quella della “cellula nera” padovana per ragioni che Gerardo D’Ambrosio non è mai stato in grado di comprendere e di spiegare.
Quale verità poteva giungere da magistrati che accertati, loro malgrado, i reati compiuti dalla divisione Affari riservati del ministero degli Interni, e dai capi degli uffici politici delle Questura di Roma e di Milano per impedire l’identificazione degli acquirenti delle borse utilizzate per gli attentati del 12 dicembre 1969, il 18 marzo 1974 li proscioglie pur scrivendo nella relativa ordinanza che “è pacifico che i pubblici ufficiali commisero i fatti loro addebitati nei capi di imputazione”, ma “ritenuto che le omissioni, da una parte non furono rilevanti, e dall’altra non avvennero con la piena coscienza della illiceità del fatto, stima questo giudice istruttore non doversi procedere”?
Quale verità poteva essere raggiunta da chi aveva eletto come proprio collaboratore quel questore Umberto Federico D’Amato che aveva organizzato la operazione “manifesti cinesi”, l’infiltrazione di Mario Merlino fra gli anarchici e ben si ricordava, dopo sedici anni, di Delfo Zorzi che la procura della Repubblica sarà costretta ad accusare di concorso nella strage di piazza Fontana alla fine degli anni Novanta?
Una magistratura che non ha mai indagato sul conto di Guido Paglia: è lui, secondo l’accusa di Alfredo Sestili a dare i soldi per la benzina agli “anarchici” di Avanguardia nazionale che si recano al congresso della Fai, a Carrara, il 31 agosto 1968; è lui che Stefano Delle Chiaie chiama in causa per confermare il suo alibi per il pomeriggio del 12 dicembre 1969, è sempre a lui che, il 10 gennaio 1970, viene ritrovato un elenco di nominativi e numeri telefonici del circolo anarchico “Bakunin” di via Baccina n°35, e un elenco di saponette esplosive, rotoli di miccia, detonatori e capsule elettriche con, al fianco di ogni voce, indicata la quantità di materiale presente, scritto con una grafia che Mario Merlino riconoscerà, in sede giudiziaria, come propria.
Quale verità potrà mai essere divulgata dalla televisione italiana di cui, oggi, Guido Paglia è vicedirettore generale?
La stessa che diffonde il TG3, dove lavora come giornalista la moglie di Felice Casson, l’ex magistrato che ha cercato in tutti i modi di bloccare le indagini del giudice istruttore di Milano, Guido Salvini, in concorso con certi suoi colleghi della procura della Repubblica milanese, che puntavano diritte sugli ordinovisti veneti.
Una verità, cioè, che è una  menzogna.
Si dice che in Italia esista una democrazia, imperfetta certo, ma sempre rispettosa dei diritti dei cittadini garantiti dalla Costituzione repubblicana, fra i quali spicca quello ad un’informazione corretta.
In realtà, il nostro è un Paese che vive nella prigione della disinformazione le cui sbarre solidissime sono costruite con la carta dei giornali e delle veline dei telegiornali.
Siamo un Paese al quale i patti di Jalta garantivano la certezza che il Partito comunista non avrebbe mai potuto ipotizzare di giungere al potere con atto di forza.
Dove la sola strada percorribile per arrivare al governo da parte della “quinta colonna sovietica” in Italia era quella elettorale.
Per bloccare l’avanzata del Pci, quindi, sarebbe stata sufficiente una politica saggia, accorta, giusta, in grado di venire incontro alle esigenze dei cittadini ed ai loro bisogni elementari.
La classe dirigente cattolica e laica che ha governato il Paese non è stata in grado di confrontarsi con il comunismo sul piano delle riforme e delle idee, così che per garantirsi la permanenza al potere ha fatto ricorso ad altri mezzi.
Alle origini della guerra politica in Italia, di conseguenza, non c’è solo la speranza del Partito comunista di favorire gli interessi sovietici nel Mediterraneo e di allinearla su posizioni di neutralità in politica internazionale, ma anche quella di quanti hanno sfruttato il “pericolo rosso” per il loro tornaconto politico e perfino personale.
Dalla battaglia ad oltranza contro il comunismo, la destra estrema sperava di ricavare il premio della borghesia, “dalla congenita vigliaccheria”, che avrebbe dovuta riportarla ai fasti del governo e del potere per ricambiare il suo impegno sul campo contro la “sovversione rossa” che minacciava i suoi privilegi ed i suoi capitali.
La Democrazia cristiana ne ricavava sostegno da parte degli Stati Uniti, dal “quarto partito” che non controlla voti ma banche e denaro e, naturalmente, dal Vaticano di cui per anni è stato il braccio politico.
I partiti laici anticomunisti, privi di un significativo seguito elettorale, facevano da supporto in una battaglia di cui, ad un certo punto, i socialdemocratici guidati da Giuseppe Saragat hanno ritenuto di poter essere i protagonisti, scavalcando i democristiani.
Ognuno concentrato sui propri particolari interessi che traevano forza ed alimento dallo scontro fra Est ed Ovest, ha ritenuto che quelli del popolo italiano dovevano essere subordinati ai propri.
Non c’è protagonista politico, dal Partito comunista al Movimento sociale italiano, passando per tutti gli altri partiti, che non abbia ignorato gli interessi del popolo italiano.
Anzi, tutti hanno ritenuto che fosse questo popolo a dover pagare il prezzo di uno scontro che il malgoverno dell’anticomunismo, da un lato, e la servile obbedienza all’Unione sovietica dell’italico comunismo, dall’altro, rendevano inevitabile.
La negazione della verità, pertanto, non deriva soltanto dalla specifica compromissione nel “terrorismo” di singoli personaggi politici ed alti esponenti militari o di selezionati ed agguerriti gruppi di potere e di “pressione”, ma dalla necessità di non essere costretti a riconoscere pubblicamente che la guerra italiana deriva dal fallimento di una intera classe politica che già il 19 aprile 1948, Giuseppe Prezzolini definiva non dirigente ma “digerente” contrapposta a dirigenti di un Partito comunista che mai si sono riconosciuti in una Patria che non fosse quella sovietica.
La Democrazia cristiana avrebbe potuto, in qualsiasi momento, utilizzando le informazioni reperite dai servizi segreti sui finanziamenti sovietici, la rete spionistica, l’apparato paramilitare, mettere fuori legge il Partito comunista avvalendosi delle leggi ordinarie che puniscono il tradimento, il sabotaggio industriale, lo spionaggio politico-militare a favore di una potenza straniera ed ostile.
Non ha inteso farlo, perché la presenza del Pei sulla scena politica era funzionale al mantenimento dello status quo che vedeva in essa la diga contro il comunismo, la garanzia che l’Italia sarebbe rimasta nel campo occidentale, la certezza che i valori della civiltà cristiana sarebbe stati difesi ad oltranza.
La Democrazia cristiana si è servita del “pericolo rosso” per mantenersi al potere, con la benedizione di una Chiesa cattolica indifferente al malcostume, alle ruberie, allo squallore morale dei suoi rappresentanti sulla scena politica, così come, a partire, dai primi anni Settanta il dialogo fra i due partiti di massa si è basato sulla lotta al “pericolo fascista” ed al “terrorismo”, che, negli anni Ottanta, saranno rimpiazzati dall’emergenza mafia trasformata da forza ausiliaria dello Stato nell’anti-Stato.
La liquidazione della Democrazia cristiana, già presa in considerazione nel 1975 e poi sospesa per fronteggiare l’avanzata elettorale del Pci, è stata imposta dagli Stati Uniti che così hanno saldato il conto ad un partito che ha incassato miliardi di dollari in quasi mezzo secolo senza assolvere a quel compito che gli era demandato di neutralizzare, sul piano politico, la minaccia comunista.
Al grido di “ladri, ladri”, i baciapile del Vaticano hanno dovuto abbandonare il potere, ma la potenza egemone non può andare oltre fornendo le prove che sono stati anche assassini perché emergerebbero, in questo caso, anche le sue responsabilità e quelle dell’Alleanza atlantica.
Questa classe dirigente tutta composta di ex di qualcosa e di qualcuno non può, quindi, consentire che emerga la verità sulla “guerra politica” in Italia, perché segnerebbe la sua fine.
Deve, viceversa, vigilare perché la pavida stampa italiana non trovi mai il coraggio e la libertà di scrivere qualcosa di vero sugli “anni di piombo”, così che l’oligarchia politica si è sostituita perfino alla sua magistratura, decidendo per proprio conto dell’innocenza e della colpevolezza di quanti, per ragioni recondite o per capacità di ricatto, devono essere salvati.
Così è stato per Pietro Valpreda, per consentire la scarcerazione del quale è stata approvata la prima legge “ad personam”; così è accaduto per Adriano Sofri ed amici; così per Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini, colpevoli per la magistratura che li ha giudicati, innocenti per la politica che non s’identifica con la Nazione.
La storia della strage di piazza Fontana è solo un capitolo, certamente fra i più importanti, di quella Repubblica che è nata nel sangue ed è vissuta alimentandosi di sangue la cui responsabilità si cerca, con un cinismo senza pari, di far ricadere su coloro che, negli anni Sessanta, avevano venti anni e tanti sogni.
Ma ne rimane uno di sogno, l’ultimo degli ultimi, quello di riuscire a dare verità a questo paese e di rendergli la libertà perduta.
E l’ultimo degli ultimi sogni non potrà che morire con noi, non prima.



Vincenzo Vinciguerra

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Il caso Lollo

 

Opera,  febbraio 2011

Il compagno Achille Lollo torna a casa, libero, impunito ed impunibile.
L’episodio che lo ha visto protagonista, con altri suoi compagni, illumina il comportamento della magistratura italiana che, in ossequio ad ordini politici, decise negli anni ’70 che lo “stragismo” fosse solo “fascista”. Lollo ed i suoi amici, nella primavera del 1973, versarono cinque litri di benzina sotto la porta di casa della famiglia Mattei, a Primavalle, con il preciso intento di sterminare l’intera famiglia. Fallirono solo in parte, perché morirono due dei fratelli Mattei, gli altri riuscirono a salvarsi. L’accusa iniziale nei loro confronti fu, doverosamente, di strage perché il numero dei morti poteva essere più elevato, tant’è che la condanna per strage può essere comminata anche quando l’azione non provoca morte, come nel caso dell’attentato fallito al treno Torino-Roma del 7 aprile 1973, dieci giorni prima dell’incendio di Primavalle. Poi, i magistrati romani cambiarono idea: a Lollo e compari elevarono l’accusa di omicidio preterintenzionale ed incendio colposo. Imputazioni grottesche e ridicole che comportarono una condanna a 18 anni di reclusione, mai scontati, ed oggi caduta in prescrizione. Mutato il clima politico e venute meno certo esigenze politiche, i magistrati romani riaprono l’inchiesta, questa volta, sul reato di strage. La storia della sinistra armata è punteggiata da episodi che per il luogo, le circostanze, il numero dei morti e l’eventualità di provocarne altri in modo indeterminato, sono qualificabili giuridicamente come “stragi”. Ne fa testo l’agguato di via Fani, il 16 marzo 1978, quando i brigatisti o chi per loro uccisero la scorta di Aldo Moro e sequestrarono quest’ultimi, sparando anche in direzione di testimoni. Si dice ancora oggi “la strage di via Fani” (cinque morti), ma nessuno magistrato ebbe la dignità di elevare questa accusa a carico di Mario Moretti e compagni. Sarebbe un lungo elenco, che un giorno faremo dettagliato e completo, di fatti che, giuridicamente, erano qualificabili come stragi e che sono sempre stati puntualmente contestati come omicidi plurimi ed amenità del genere. Non ci interesserebbe se non fosse che il comportamento della magistratura italiana, oltre a sottolinearne la dipendenza dal potere politico, non rivelasse l’esistenza di una regia occulta ad altissimo livello. Sappiamo che il “terrorismo” fu il frutto di operazioni condotte dal regime e dallo Stato italiani insieme ai loro alleati internazionali, che come la “guerra a bassa intensità” anche per i depistaggi la regia è unica e la decisione di creare il mito dello “stragismo fascista” contrapposto alle azioni mirate del “terrorismo rosso” ne è una conferma ulteriore. E’ vero che fra tutti gli imputati di stragi, alcuni dei quali nemmeno i magistrati hanno avuto il coraggio di assolvere (Giancarlo Rognoni, Nico Azzi, Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini), non ne hanno mai trovato uno che non fosse dipendente dagli apparati dello Stato e da quelli dei suoi alleati americani ed israeliani, ma la propaganda ha creato il mito dello “stragismo fascista” e, per ora, ce lo teniamo come un peso dal quale riusciremo, un giorno, a liberarci. Ma chi e perché ha sentito il bisogno di creare questa contrapposizione?
A chi ha fatto comodo stabilire una fasulla linea di continuità fra lo “stragismo nero” degli anni Settanta e le stragi compiute dai militari tedeschi nel biennio 1943-45?
Abbiamo sempre sostenuto che 1’uso della strage derivava dalla necessità di offrire allo Stato la possibilità di proclamare, con il consenso dei cittadini, lo “stato di emergenza”, ma che a fomentarlo ci fosse anche l’odio ideologico di chi sente il pericolo di una rivalutazione del fascismo, come storia ed ideologia. Non è una coincidenza che i plurinquisiti spioni veneti, assolti sempre e soltanto per insufficienza di prove, fossero in contatto con agenti dei servizi segreti israeliani e con ufficiali americani tutti, questi ultimi, di religione ebraica. Il massacro di innocenti nelle banche e nelle stazioni ferroviarie, sui treni e nelle strade produce, ovviamente, un senso di rivolta non solo contro i responsabili materiali ma anche contro le idee di cui si ritiene che siano portatori. La magistratura italiana e la stampa non hanno mai posto in rilievo i rapporti fra gli stragisti e gli apparati dello Stato, continuando a tacciarli di “terroristi neri”, “fascisti”, “cellule nere” e così via, in modo da ingannare consapevolmente l’opinione pubblica ed impedirle di conoscere la verità. Ma la storia s’impone, lentamente, sui mentecatti italici, così che i collegamenti, i rapporti, le esigenze che hanno determinato la “guerra a bassa intensità” in Italia, con l’uso della strage come arma, cominciano ad essere conosciuti e valutati nella loro realtà da un numero sempre maggiore di italiani. La decisione imposta alla magistratura, da sempre dipendente dal potere politico, di escludere l’accusa di strage nei confronti degli appartenenti alle formazioni militari di sinistra, in modo che restasse esclusivamente a carico dei terroristi di Stato di destra, è un altro tassello che si aggiunge al mosaico. Lollo è libero, ma il rogo di Primavalle rimane una strage e lui uno stragista che si può vantare di aver ammazzato un bambino per la cui vita non ha mai pagato. Il merito va allo Stato stragista, alle sue scelte, alla sua politica, alla sua magistratura alla quale, oggi, un coro di dementi e di disonesti chiede oggi che faccia “giustizia”: quella che non ha voluto fare nel 1973 e non farà mai più.

Vincenzo Vinciguerra

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