I garantiti

 

Opera, 24 giugno 2014

Molti ancora oggi si chiedono come sia possibile che dopo quasi mezzo secolo la storia italiana degli anni ’60 e ’70 abbia ancora tanti “misteri” irrisolti.
La domanda sorge, lecita e spontanea, in quegli italiani – e sono la stragrande maggioranza – che hanno la sfortuna di essere “informati” solo dalla stampa, dalla televisione e dagli storici del “quanto mi paghi?”, perché una minoranza la risposta la conosce ed è giunta alla conclusione che di “misteri” in questo Paese, su quella storia, non ce ne sono.
C’è solo la protervia di una dittatura democratica che riesce, nonostante il trascorrere inesorabile del tempo, a mantenere il silenzio su quanto essa stessa ha fatto contro il popolo italiano utilizzando tutti gli apparati dello Stato, nessuno dei quali è immune da colpe e privo di responsabilità.
Avevamo definito nel lontano marzo del 1987, per la prima volta dinanzi ad una Corte di assise, a Venezia, la strategia della tensione come mezzo per destabilizzare l’ordine pubblico con il fine di stabilizzare l’ordine politico.
Non abbiamo mai avuto smentite, anzi abbiamo trovato solo conferme puntuali e precise che ci hanno consentito di illuminare quelle zone di ombra che ancora permanevano e di rappresentare una verità storica che suona come condanna inesorabile e definitiva per una intera classe dirigente che si illude di poter cancellare il passato che l’accusa.
Le dichiarazioni di Livio Juculano rese alla magistratura nel mese di agosto del 1969 sono state sottovalutate, benché ribadite dinanzi alla Corte di assise di Milano nel 2000, da tutti coloro che si ostinano a considerare la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 come un attacco allo Stato, un sanguinoso atto eversivo.
Juculano, in quel mese di agosto del 1969, dopo gli attentati ai treni dell’8-9 agosto, si rivolge alla magistratura. Fa nomi (Freda, Pezzato, Tommasoni, Luci, Roveroni, Brancalion, Ravazzolo), parla di fatti, di attentati, perfino di una mancata strage che era costata la vita il 10 settembre 1967 a due agenti di Ps che avevano prelevato dal “Brennero Express” una valigia sospetta, che conteneva un ordigno che, esplodendo, li ha uccisi, indica in Freda uno degli autori de gli attentati ai treni, si diffonde sul possesso di esplosivi e di armi da parte di elementi che sono perfettamente identificabili e che, in parte sono già stati identificati dal commissario di Ps Pasquale Juliano.
Juculano riferisce al sostituto procuratore della Repubblica di Padova Anna Maria Di Oreste e al procuratore della Repubblica Aldo Fais.
In quei verbali, ricchi di nomi e di fatti specifici, compreso il collegamento fra Padova e Roma, ci sono tutti gli elementi per iniziare un’inchiesta giudiziaria suscettibile di portare nell’ arco di qualche mese all’arresto ed all’incriminazione degli “eversori di destra”.
Non stiamo parlando di servizi segreti e di notizie ad essi pervenute da fonti confidenziali, bensì di magistrati che, dinanzi a notizie di reato, hanno l ‘obbligo di iniziare indagini affidandole agli organi di polizia giudiziaria.
La procura della Repubblica di Padova, viceversa, non fa nulla, verbalizza le dichiarazioni di Livio Juculano e le accantona in un cassetto benché alcune facciano esplicito riferimento agli attentati ai treni avvenuti alcuni giorni prima e sui quali sono in corso indagini in numerose città d’Italia.
Sono Aldo Fais e Anna Maria Di Oreste “nazisti” infiltrati nella magistratura, che collaborano con Franco Freda ed i suoi complici?
No, sono semplicemente magistrati ai quali è stato fatto comprendere (o lo hanno compreso da soli) che Franco Freda ed i suoi compari non sono nemici dello Stato ma suoi servitori, impegnati a salvare l’Italia , nel ruolo di esecutori materiali, dal pericolo “rosso”.
Magistrati cauti, prudenti, accorti, messi sull’avviso dalla sorte toccata al commissario di Ps Pasquale Juliano, un mese prima, proprio a Padova, rovinato dal direttore della divisione Affari riservati, Elvio Catenacci, proprio perché aveva osato indagare ed inquisire personaggi che, come Massimiliano Fachini, erano garantiti dallo Stato.
In quel mese di agosto del 1969, gli apparati dello Stato avevano quanto bastava per identificare gli autori degli attentati a i treni dell’8/9 agosto, e smantellare la rete “eversiva” di impronta “nazista”.
Il 20 agosto 1969, la Questura di Trieste segnala, proprio in relazione agli attentati ai treni, il nome di Manlio Portolan, referente locale di Ordine nuovo; il 30 agosto il Centro di controspionaggio di Bologna fa il nome di Stefano Delle Chiaie e del gruppo universitario romano “Nuova Caravella”, a Padova hanno, in verbali giudiziari, il nome di Franco Freda ed il suo collegamento con Roma.
Ma non c’erano reti “eversive” da smantellare, tantomeno di filiazione ideologica “nazista”, bensì manovali del servizio segreto militare e di quello civile, della polizia di Stato e dell’Arma dei carabinieri, delle strutture clandestine dell’Esercito italiano, che andavano protetti e garantiti ad ogni costo perché l’Operazione nella quale erano impegnati doveva essere portata a compimento fino alla proclamazione dello stato di emergenza.
Fermarli significava bloccare la destabilizzazione dell’ordine pubblico e, per logica conseguenza, la stabilizzazione dell’ordine politico.
Nell’interesse dello Stato e della classe dirigente queste persone dovevano continuare ad agire, mascherati da nemici della democrazia e dell’antifascismo.
In realtà, erano impegnati in una battaglia contro il comunismo.
E non erano i soli.
Livio Juculano, il 14 agosto 1969, riferisce al sostituto procuratore Anna Maria Di Oreste che la banda aveva in progetto “altri attentati proprio in uno dei monumenti storici a Padova che potrebbe proprio essere – conclude il teste – la Basilica del Santo”.
Juculano non lo può sapere ma gli attentati alle chiese, alle Basiliche, ai luoghi sacri erano in programma perché già ne erano stati compiuti (ad esempio, proprio il 14 agosto, a Napoli, contro la basilica di San Vincenzo) ed altri ancora ne saranno fatti.
Non può neanche sapere che i ”nazisti” della democrazia agiscono con la copertura e la complicità di certi gruppi anarchici perché l’opinione pubblica va offesa anche nei suoi sentimenti religiosi, e tanto possono fare solo gli anarchici che vedono nella Chiesa cattolica un nemico, esattamente come il militarismo ed il capitalismo.
A dire il vero, gli anarchici hanno come nemico anche il comunismo ma cercheranno di farlo dimenticare per ovvie ragioni difensive.
Abbiamo citato in un articolo precedente gli attentati contro la chiesa delle Grazie a Milano, fallito ed attribuito all’anarchico Tito Pulsinelli del circolo “Il Ponte della Ghisolfa”, quello contro la chiesa di San Bruno, a Reggio Calabria, asseritamente compiuto da militanti del “Fronte nazionale”, già di Avanguardia nazionale,
ed ora registriamo che a Padova avevano progettato un attentato contro la basilica di Sant’Antonio.
Padova, Roma, Reggio Calabria, Milano, Napoli, Torino, e così via: gli attentati ai luoghi sacri, come già quelli alle caserme e, infine, alle banche e al luogo simbolo dell’unità della Nazione, l’Altare della Patria, sono obiettivi anarchici.
Solo che a compierli, insieme a qualche anarchico, c’erano i militanti di destra che odiavano il “comunismo ateo” e combattevano per salvaguardare la “civiltà cristiana”.
La barriera che doveva proteggere la verità sul rapporto operativo fra gruppi di destra, agli ordini dello Stato, ed anarchici elevata inventando la purezza ideologica dell’ “anarchico” Pietro Valpreda e la sua innocenza va lentamente sgretolandosi.
L’operazione di destabilizzazione dell’ordine pubblico, a partire dall’estate del 1968, l’hanno fatta congiuntamente, uomini dei servizi e anarchici, in parte questi ultimi in buona fede in parte no.
La verità sul rapporto fra gli anarchici e gli uomini degli apparati dello Stato in quel tragico 1969 pone altri interrogativi su fatti e figure sui quali, a torto, si ritiene che sia stata fatta ormai piena luce.
Ad esempio, perché è stato ucciso il commissario di Ps Luigi Calabresi?
Una domanda alla quale qualcuno dovrà dare una risposta.
Dopo quasi mezzo secolo, rimangono inalterate le garanzie per i “garantiti” ed i loro protettori, perché dalla prima siamo passati – dicono – alla seconda Repubblica, da Giulio Andreotti a Matteo Renzi ma la verità è un tabù che questo regime e questo Stato non si possono consentire di infrangere.
E le ragioni di questo accanimento contro la verità e coloro che se ne fanno portatori non è un mistero, perché investe le responsabilità di uomini che per le proprie ambizioni di potere ci hanno consegnati agli Stati uniti d’America e dei loro eredi impegnati a mantenere quei vincoli che ci privano di indipendenza, sovranità e dignità nazionale.
La verità non vogliono che emerga perché, in caso contrario, non potranno più opporsi alla richiesta di libertà avanzata da un intero popolo che toccherà, allora, per mano la pesantezza delle catene che l’avvincono.
Verità e libertà sono inscindibili.

Vincenzo Vinciguerra

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1969: andare avanti

 

 

 

Opera, 12 novembre 2013

Non siamo sorpresi né, tantomeno, afflitti dalla decisione del giudice istruttore Fabrizio D’Arcangelo di archiviare, il 30 settembre 2013, le indagini sulla strage di piazza Fontana accogliendo la richiesta avanzata dai pubblici ministeri milanesi Armando Spataro, Maurizio Romanelli e Grazia Pradella.
Riteniamo, viceversa, che con questo atto giudiziario si possa porre fine all’illusione di quanti hanno sempre ritenuto che dalla magistratura italiana potesse giungere una verità, anche parziale, sulla guerra civile italiana.
Dalla lettura dell’ordinanza di Fabrizio D’Arcangelo si ricava, difatti, che la procura della Repubblica di Milano non ha svolto nuove indagini sull’eccidio del 12 dicembre 1969, ma si è limitata a raccogliere, per dovere di ufficio, le segnalazioni che ad essa pervenivano da parte di altri magistrati bresciani, giornalisti, avvocati e ufficiali dei carabinieri) per concludere infine che nessuna di esse fosse meritevole di approfondimento.
Questa non inchiesta della procura della Repubblica di Milano non poteva, di conseguenza, che concludersi con un nulla di fatto.
Ne prendiamo atto.
A differenza del giudice istruttore Fabrizio D’Arcangelo, noi riteniamo che le indagini sulla guerra civile italiana non debbano fermarsi mai, che esse si possano “protrarre all’infinito”, anche se in parte riguardano “persone decedute o già giudicate per la strage” del 12 dicembre 1969, a Milano.
Non tutti sono morti.
I vivi non potranno mai essere condotti in catene in Tribunale perché lo vietano la loro età e il tempo trascorso dei fatti, ma potrebbero contribuire al ristabilimento della verità, se opportunamente indagati ed interrogati.
La morte non costituisce un ostacolo sulla via della verità, sia sul piano giudiziario che su quello storico.
In quanto alle persone “già giudicate”, ricordiamo che per Franco Freda e Giovanni Ventura, la magistratura ha riconosciuto tardivamente la loro responsabilità penale nella strage di piazza Fontana e tanto si può ripetere per altri, come loro, giudicati estranei con sentenze che non rientrano di certo nel novero delle migliori mai emesse dalla magistratura italiana.
Per ricordare la frase minacciosa di Giulio Andreotti, accanto agli imputati ci sono anche gli “imputandi” vivi o morti che siano, mai comparsi in un’aula di Tribunale e mai interrogati dai magistrati della procura della Repubblica di Milano.
Non vogliamo, comunque, polemizzare con questi magistrati milanesi perché abbiamo sempre sostenuto che la responsabilità dei depistaggi e delle menzogne, anche affermate in tante sentenze della magistratura, risale al potere politico di cui quello giudiziario é subalterno.
Potere politico che per aver scatenato una guerra civile, ha tutto l’interesse a negare questa tragica colpa come ha sempre fatto, continua a fare e continuerà a fare perché riconoscerla significherebbe minare alle fondamenta la legittimità di questa classe dirigente che si vedrebbe costretta a rinunciare al suo ruolo dominante.
Come si fa un’indagine?
Per prima cosa si cerca il movente, perché la sua individuazione consente di circoscrivere il campo di ricerca degli ideatori, degli organizzatori e degli esecutori materiali.
La magistratura italiana non ha mai cercato il movente delle stragi, a partire proprio da quella di piazza Fontana del 12 dicembre 1969.
Solo il giudice istruttore Guido Salvini, contro il quale si sono scagliati i magistrati della procura della Repubblica di Milano e Felice Casson, ha inquadrato l’evento nel contesto della guerra “fredda”, ovvero nello scontro fra apparati segreti dell’Ovest e dell’Est, i primi impegnati in Italia a sbarrare la strada al Partito comunista italiano.
Gli sono, però, mancati gli elementi per definire il movente interno ed internazionale, in modo più preciso, tale cioè da consentire una più facile individuazione dei responsabili di alto e basso livello.
Il quadro internazionale dell’anno 1969 lo conosciamo: flotta sovietica nel Mediterraneo, Medio Oriente in fiamme, inizio della guerriglia palestinese in Europa, Libia e Tunisia in rivolta contro le ex potenze coloniali, Marocco traballante, Algeria in mano ad un presidente – Houari Boumedienne – che i servizi segreti occidentali ritenevano un mero agente sovietico.
La situazione interna italiana vedeva l’implacabile crescita elettorale del Pci, la “Quinta colonna sovietica” in Italia, con i primi accenni di timida apertura nei suoi confronti da parte di Aldo Moro, disordini sociali e sindacali, instabilità politica provocata dallo scontro fra coloro che affermavano il fallimento della formula del centro-sinistra e pretendevano il ritorno al centrismo o anche al centro-destra.
Un caos, al quale bisognava mettere fine riportando l’ordine in quella penisola che é la portaerei americana nel Mediterraneo.
Chi poteva assumersi il compito non facile di riportare l’ordine in Italia per trasformarla in un baluardo anticomunista in grado di garantire gli interessi americani, atlantici ed israeliani nel Mediterraneo?
Ognuno é libero di pensare che quattro scalzacani dell’estrema destra, magari con l’aiuto di qualche ufficiale “infedele” o poliziotto “colluso”, potessero assumersi con successo un compito cosi gravoso.
Non siamo democratici ma, a differenza dei democratici, rispettiamo le opinioni di tutti anche quelle che, ictu oculi, appaiono frutto della fantasia degli addetti agli uffici di disinformazione dei servizi segreti militari e civili, fermo restando che non ci sentiamo proprio di condividerle.
Quella, tanto cara alla procura della Repubblica di Milano, che vedeva in “mago Zurlì”, come Marcello Soffiati chiamava Franco Freda, il capo di una “cellula nera” che aveva ideato ed organizzato la strage di piazza Fontana in concorso con i soli Giovanni Ventura e Guido Giannettini, non l’abbiamo mai accettata. Così come ha sempre suscitato in noi amare risate quella che vede nel “Caccola” a Roma il deux ex machina di un inesistente “neofascismo” romano violento e “golpista”.
No, in verità, non potevano essere “mago Zurlì” e il “Caccola” a riportare l’ordine in Italia perché nella scala gerarchica del potere occupavano gli ultimi posti.
Se é vero che il disordine può essere scatenato dal basso é altrettanto vero che l’ordine può essere ristabilito solo dall’alto, da coloro che detengono il potere e gli strumenti esecutivi dello stesso: forze armate e di polizia, servizi segreti, magistratura.
In un sistema bipolare, in cui i patti stipulati a Jalta erano ancora in vigore, come dimostrato dalla passività del mondo cosiddetto libero di fronte all’invasione sovietica della Cecoslovacchia (21 agosto 1968), un intervento repressivo contro il Partito comunista in Italia si poteva ipotizzare solo nel caso che il disordine interno fosse di intensità tale da giustificare agli occhi della comunità internazionale e dell’opinione pubblica italiana il varo, magari temporaneo, di leggi eccezionali, ovvero la proclamazione dello “stato di pericolo pubblico”.
L’azione del governo non doveva apparire come un intervento diretto e mirato contro il Partito comunista che, aveva da tempo dismesso la faccia feroce, le vesti del lupo per indossare quelle dell’agnello.
Doveva, viceversa, stroncare il disordine provocato da una miriade di gruppi e gruppuscoli collocati alla sinistra del Pci e quanti altri erano contrassegnati da un estremismo “anarcoide”.
I provvedimenti eccezionali derivanti dalla proclamazione dello “stato di emergenza” avrebbero, poi, automaticamente interessato il Partito comunista, il suo apparato clandestino, i suoi rapporti segreti con l’Unione sovietica e le sue fonti di finanziamento occulto.
Per raggiungere l’obiettivo, però, il disordine piazzaiolo dei gruppi dell’ultra sinistra, gli attentati dimostrativi a firma anarchica non potevano, ad avviso di molti, bastare per giustificare un “colpo di Stato” istituzionale.
Serviva altro, necessitavano i morti, il sangue sull’asfalto, i colpi mortali ed indiscriminati che sarebbero piombati come mazzate su una popolazione sempre più attonita e smarrita.
Non è difficile, per quanti detengono tutto il potere, destabilizzare l’ordine pubblico perché possono servirsi degli apparati segreti e clandestini di cui dispongono, creati nel corso degli anni all’insaputa del Parlamento e dell’opinione pubblica per fronteggiare l’ipotetica minaccia militare sovietica e quella, più reale e concreta, politica rappresentata dalla costante ascesa elettorale del Partito comunista italiano.
Non detiene, il potere, solo gli strumenti ma anche gli uomini che consapevolmente si prestano ad agire nei suoi interessi sotto copertura, ovvero da ufficiali oppositori del regime (ma non dello Stato) nelle vesti di “neofascisti”, impegnati a contrastare l’avvento della “Repubblica conciliare”, il sorgere di un regime “clerico-marxista” ecc. ecc.
I capi di questo fantomatico neofascismo sono noti: Giorgio Almirante, segretario nazionale del Msi dal mese di giugno del 1969; Pino Romualdi, autentico dominus del partito; Pino Rauti, capo di Ordine nuovo e Junio Valerio Borghese, militante del Msi ma dal 13 settembre 1968 responsabile del “Fronte nazionale”.
Sono questi uomini le “cinghie di trasmissione” fra il potere, i suoi apparati segreti e clandestini e la massa di reazionari e conservatori che si credono “neofascisti” solo perché fanno il saluto romano alle manifestazioni e vanno in pellegrinaggio a Predappio, sulla tomba di Benito Mussolini.
Uno, in particolare, perché gode negli ambienti militari nazionali ed internazionali ai altissima considerazione per il suo passato militare, per aver diretto la Decima flottiglia mas, per aver giustamente meritato il riconoscimento della Medaglia d’oro al V.M. che brilla nel suo petto: Junio Valerio Borghese.
Le indagini sugli attentati del 12 dicembre 1969 hanno sfiorato marginalmente, per la volontà ricattatoria di Franco Freda, il solo Pino Rauti, mentre nessun’altra figura di spicco del mondo dell’estrema destra è mai entrato nel mirino dei magistrati di Treviso, Roma, Milano, Catanzaro che pure per anni hanno indagato alla ricerca della verità.
Per definire la figura di Pino Rauti è sufficiente, qui, ricordare che nei processi svoltisi per la stragi del 12 dicembre 1969, a Milano, del 7 aprile 1973 sul treno Torino-Roma (fallita), del 17 maggio 1973, a Milano, del 28 maggio 1974,a Brescia, sul banco degli imputati ci sono finiti tutti uomini che avevano lui come capo e guida.
Certo, la responsabilità penale è personale. Nessuno, tranne Marco Pozzan per conto di Franco Freda, ha chiamato in correità Pino Rauti e per la magistratura italiana il capo può non sapere quello che fanno i suoi subalterni.
Per la storia, i capi non possono non sapere quello che fanno coloro che gli obbediscono, tant’è che Pino Rauti non ha mai interrotto i suoi rapporti con coloro che, in teoria, avrebbero agito a sua insaputa.
Nei primi giorni di gennaio del 1970, fu proprio Pino Rauti ad imporre Carlo Maria Maggi, insieme ad altri dirigenti di Ordine nuovo come componente del comitato centrale del Msi.
Non era trascorso un mese dalla strage di piazza Fontana.
Ricordiamolo, e passiamo oltre.
Se è esistita in Italia una formazione politica che si proponeva un solo fine, quello di riportare l’ordine nel Paese, questa è stata il Fronte nazionale guidato da Junio Valerio Borghese.
Ufficialmente costituito, a Roma, il 13 settembre 1968, il Fronte nazionale è composto da una doppia struttura, quella “A” ufficiale e politica, e quella “B” clandestina e paramilitare.
Se c’è stata formazione politica che, senza una ragione apparente, si è auto-dissolta nel 1965, per ricostituirsi nei primi mesi del 1970, in via ufficiale, questa è Avanguardia nazionale giovanile diretta da Stefano Delle Chiaie, detto il “Caccola”.
Cosa fanno i militanti dell’auto-disciolta organizzazione del “Caccola?”.
Per la divisione Affari riservati del ministero degli Interni la loro attività è il segreto di Pulcinella.
In una nota informativa del 18 dicembre 1968, difatti, si riepiloga sommariamente l’attività del gruppo ricordando che i suoi esponenti “sarebbero stati in contatto con ufficiali dell’Arma dei carabinieri ed avrebbero presi accordi che in caso di necessita l’A.n.g. avrebbe dovuto costituire la cosiddetta protezione civile. In questo periodo negli ambienti interessati si parlava con insistenza del Generale De Lorenzo”.
Poi, prosegue l’ignoto estensore, “verso la fine del 1964 l’A.n.g. fu sciolta, per riformarsi dopo brevissimo tempo in maniera totalmente diversa: alcuni elementi di sicura fede, appartenenti alla vecchia A.n.g. furono avvicinati cautamente e singolarmente e fu loro proposto, nelle forme che il caso richiedeva, se volevano entrare a far parte di una organizzazione segreta, composta da persone disposte a qualsiasi sacrificio per il trionfo del loro ideale e decise a tutto pur di contrastare il passo alla politica in atto”.
Un’organizzazione clandestina, dunque, “costituita in modo che non tutti i componenti potessero conoscersi tra di loro: furono pertanto formati gruppi di due, tre o quattro persone al massimo”, venendo a configurarsi come una struttura pluricellulare per azioni che, ragionevolmente, non potevano essere quelle relative alla distribuzione di volantini.
Difatti, nel prosieguo della sua memoria l’anonimo redattore ricorda che già prima “molto elementi, mentre facevano parte dell’A.n.g. erano stati istruiti sull’uso delle armi e degli esplosivi da un ex ufficiale francese della legione straniera, in uno scantinato sito in via Amari Michele a Roma”, mentre dopo lo scioglimento ufficiale e la ricostituzione come organizzazione clandestina “seguirono nell’estate del 1965, corsi pratici in Antrodoco (Rieti)”, tenuti da un “ex ufficiale tedesco di circa 38-40 anni”.
Nella sua memoria, l’informatissimo redattore omette però di indicare a chi facesse capo questa struttura clandestina perché, come i fatti dimostreranno Delle Chiaie non ha mai avuto una strategia propria ma solo quella di chi gli era gerarchicamente superiore.
Per sapere per conto di chi operassero il Delle Chiaie ed i suoi militanti nel 1969, non serve andare lontano nel tempo, è sufficiente spostarsi di sei mesi dal fallimento dell’operazione del 12-14 dicembre 1969 per scoprire che il 1° giugno 1970, a Roma, a casa di Mario Rosa, Stefano Delle Chiaie è nominato responsabile della struttura “B” del Fronte nazionale.
Una promozione derivante dai meriti da lui acquisiti dal agli occhi del principe Junio Valerio Borghese, per quanto fatto nel periodo precedente.
Con buona pace degli storici italiani, parte dei quali impegnati a frazionare il mondo dell’estrema destra e, in particolare, Avanguardia nazionale da Ordine nuovo, in quel periodo l’unione fra i dirigenti ed i gruppi era totale.
La strategia dell’infiltrazione a sinistra accomunava sia gli ordinovisti che gli avanguardisti, necessaria perché era sulla sinistra che doveva ricadere la responsabilità dei disordini e degli attentati.
La fase esecutiva della strategia della destabilizzazione era affidata ai militanti dell’estrema destra che erano subalterni a quanti rappresentavano le “cinghie di trasmissione” fra loro e i vertici politici e militari.
Se nell’autunno del 1969, a rientrare nel Movimento sociale italiano “per aprire l’ombrello”, secondo la definizione di Pino Rauti, è il solo Ordine nuovo si deve al fatto che Avanguardia nazionale ufficialmente non esiste più dal 1965, mentre il Fronte nazionale, diretto da Junio Valerio Borghese è un movimento apartitico che, per sua natura, non può ovviamente confluire in un partito politico qual’era il Movimento sociale italiano.
Ma è sufficiente vedere, per comprendere il comune coordinamento, che alla manifestazione indetta da Giorgio Almirante per la data del 14 dicembre 1969, a Roma, dovevano esserci proprio tutti perché quella avrebbe rappresentato il momento culminante dell’intera operazione: quando ai morti di Milano si sarebbero sommati i morti di Roma, il governo di Mariano Rumor non avrebbe potuto fare altro che proclamare lo stato di emergenza.
Nel 1968-69, di conseguenza, ad agire sul terreno ci sono i militanti di Ordine nuovo, agli ordini di Pino Rauti, e quelli del Fronte nazionale guidato da Junio Valerio Borghese nel quale sono confluiti parte degli elementi di Avanguardia nazionale impegnati ad operare all’interno della struttura clandestina dell’organizzazione.
Non si deve cercare, come si è fatto per quarantaquattro anni, la strategia “eversiva” di “Caccola” e “mago Zurlì”, ma si deve accettare che i gruppi dell’estrema destra hanno svolto un ruolo organizzativo ed esecutivo nell’ambito della strategia finalizzata a ristabilire l’ordine pubblico e, soprattutto, a rinvigorire quelle politico.
Strategia non partorita dalla mente dei capi (Almirante, Rauti, Romualdi, Borghese) ma da uomini collocati ai vertici del potere politico e militare, suggerita da quegli alleati americani ed atlantici che dal ristabilimento in Italia di un regime forte, di luna democrazia autoritaria e decisamente anticomunista avevano tutto da guadagnarci.
Il “golpe” del 7-8 dicembre 1970, autorizzato dagli americani e sostenuto da politici di primo piano italiani come Giulio Andreotti, è solo la soluzione di ripiego dopo il fallimento del “colpo di Stato” istituzionale del 12-14 dicembre 1969.
Perché nel 1969 si voleva e si cercava in tutti i medi la soluzione di forza, il “golpe” come a tanti piace chiamarlo.
Il primo ad affermarlo, pubblicamente, era stato nel mese di luglio del 1969 Gian Giacomo Feltrinelli, che aveva diffuso un opuscolo di 14 pagina dal titolo “Estate 1969”, con un sottotitolo eloquente: “La minaccia incombente di una svolta radicale autoritaria a destra, di un colpo di Stato all’italiana”.
Non venne creduto.
Quasi nove anni più tardi, però, il 14 gennaio 1978, l’ex capo della polizia, Angelo Vicari, nel corso della sua deposizione nell’aula della Corte di assise di Roma dov’è in corso di svolgimento il processo per il “golpe Borghese”, dichiara:
“La Questura conduceva indagini sul Fronte nazionale per una serie di tentativi di colpi di Stato messi in atto prima e dopo la famosa notte del ‘Tora Tora’. Di questi episodi, ripete, se ne erano verificati più d’uno. Il più grave, quello che destò maggiore allarme, avvenne nel luglio del 1969”.
Non solo nel torrido mese di luglio del 1969 qualcuno aveva tentato di realizzare il “golpe”, perché il tentativo sarà reiterato nel mese di dicembre dello stesso anno.
Particolare significativo, ma sempre trascurato sul piano storico e giudiziario, l’allarme viene lanciato questa volta da persone collocate, ideologicamente, sul piano opposto a quello di Gian Giacomo Feltrinelli.
I dirigenti della Federazione nazionale combattenti della Repubblica sociale italiana fanno distribuire, nel mese di novembre del 1969, un volantino con il quale invitano i reduci a “non farsi strumentalizzare per un colpe di Stato reazionario”.
La conferma, questa volta, viene in tempi recenti dal giornalista Giovanni Fasanella il quale rinviene negli archivi dei servizi segreti britannici di documenti nei quali si parla, esplicitamente, delle intenzioni del governo guidato da Mariano Rumor e, contestualmente, di quelle di Junio Valerio Borghese di giungere alla proclamazione delle “stato di emergenza” indicando perfino la data in cui questa sarebbe avvenuta: 13-14 dicembre 1969.
La strage di piazza Fontana, a Milano, e quella fallita a Roma, avvengono il 12 dicembre 1969. La manifestazione nazionale indetta da Giorgio Almirante si dovrà svolgere il 14 dicembre 1969.
Non serve altro per spiegare le motivazioni della data stabilita dal governo e da Junio Valerio Borghese per la proclamazione dello stato di emergenza.
Sarebbe stato necessario – ed a nostro avviso doveroso – da parte della procura della Repubblica di Milano acquisire i documenti britannici consultati e citati da Giovanni Fasanella per dare all’inchiesta una svolta definitiva.
Solo che l’inchiesta sulla strage di piazza Fontana l’hanno condotta persone di buona volontà estranee all’ambiente giudiziario, non i pubblici ministeri di Milano.
Il movente è ora chiaramente definito: rafforzare l’ordine politico esistente destabilizzando l’ordine pubblico, in modo da giustificare dinanzi alla comunità internazionale e alla popolazione italiana la proclamazione dello “stato di emergenza” con la conseguente sospensione delle garanzie costituzionali.
Possiamo configurare, senza alcuna difficoltà, i livelli ideativo, organizzativo e operativo:
Al primo, ai collocano gli uomini del potere, chiamati a “stabilizzare” il Paese, a riportare la sicurezza nelle sue piazze e nella sue strade, ad assumere il ruolo di “salvatori della Patria”.
Al secondo, gli Almirante, i Borghese, i Rauti in grado di mobilitare centinaia di uomini per impegnarli nella “destabilizzazione” dell’ordine pubblico, affiancati in veste di controllori e di protettori dagli uomini dei servizi segreti militari e civili.
Al terzo ed ultimo, i “Caccola”, i “mago Zurli” e quanti altri agiscono sul terreno come conviene ai gregari, ai subalterni chiamati ai eseguire ordini, a compiere il “lavoro sporco”.
Abbiamo il movente, il fine ultimo, la configurazione della struttura gerarchicamente ordinata su tre livelli, non è poi impossibile ricostruire quanto hanno fatto, anche sul piano giudiziario, se mai ci fosse stata la volontà di farlo.
Chiariamo subito, inoltre, la confusione creata ad arte da alcuni, in buona fede da altri, relativa alla separazione organizzativa ed operativa esistente, secondo loro, fra Ordine nuovo, da un lato, ed Avanguardia nazionale dall’altro, derivante, sempre secondo questa fantasiosa ipotesi, dalla dipendenza dei due gruppi rispettivamente dal servizio segreto militare, il primo, dalla divisione Affari riservati, la seconda.
Non lo dice solo Giovanni Ventura, il 17 marzo 1973, al giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio che esisteva un accordo fra Ordine nuovo e Avanguardia nazionale, ovvero il Fronte nazionale, lo dicono i fatti e i comportamenti concreti degli appartenenti a questi gruppi, e quelli tenuti dai servizi segreti militari e civili nei loro confronti.
Le abbiamo scritte in modo documentato senza ottenere smentite.
Lo ribadiamo: è accertato, sul piano storico e giudiziario, che gli uomini della divisione Affari riservati, diretti da Elvio Catenacci, hanno subito depistato le indagini e “coperto” gli avanguardisti a Roma e gli ordinovisti a Padova, affiancati dal servizio segreto militare.
La famosa nota con la quale, il 16 dicembre 1969, il Sid indica in Stefano Delle Chiaie, Mario Merlino, Yves Guerin Serac e Robert Leroy i responsabili degli attentati di Roma e di Milano, suona come un avvertimento ai “cugini” del ministero degli Interni per evitare che possano, in un futuro più o meno prossimo, scaricare sulle spalle del servizio segreto militare parte delle responsabilità, per coprire le proprie.
Precauzione saggia ma inutile, quella del Sid se trovasse conferma che a fare il nome di Guido Giaanettini, come persona implicata nelle attività di Franco Freda e Giovanni Ventura, sia stato proprio il prefetto Federico Umberto D’Amato.
La procura della Repubblica di Milano non si è mai discostata dalle indicazioni del servizio segreto civile, così ha dapprima circoscritto le indagini alla sola “cellula nera” padovana e all’agente “Zeta” del Sid Guido Giannettini, rifiutandosi addirittura di prendere in considerazione, negli anni Novanta, i risultati dell’inchiesta del giudice istruttore Guido Salvini che affiancava ai tre – Franco Freda, Giovanni Ventura, Guido Giannettini – gli ordinovisti veneziani Carlo Digilio, Carlo Maria Maggi e Delfo Zorzi, salvo poi arrendersi dinanzi all’evidenza dei fatti e delle testimonianze.
Mai, inoltre, la procura della Repubblica di Milano ha allargato l’orizzonte investigativo a Roma.
La conferma ci viene dall’elenco di ventidue attentati che il giudice istruttore Fabrizio D’Arcangelo ritiene con certezza riferibili all’attività posta in essere, nel 1969, dal gruppo ordinovista veneto.
L’elenco, che non segue un ordine cronologico, inizia con quello compiuto nello studio del rettore dell’Università di Padova il 13 aprile 1969.
Seguono:
– i due attentati compiuti a Milano, il 25 aprile 1969, alla Fiera Campionaria e all’ufficio cambi della Banca nazionale del Lavoro alla Stazione centrale;
– quello del 21 maggio l969, compiuto a Roma, contro gli uffici della procura della Repubblica, fallito per la mancata esplosione dell’ordigno;
– quello del 24 luglio 1969, compiuto a Milano, contro l’ufficio istruzione del Tribunale, fallito per la mancata esplosione dell’ordigno;
– quelli (16) compiuti contro i treni l’8-9 agosto 1969;
– quello del 19 agosto 1969, compiuto a Roma, contro la sede della Corte di cassazione, fallito per la mancata esplosione dell’ordigno;
– quello del 28 ottobre l969, compiuto a Torino, contro la sede del palazzo di Giustizia, fallito per la mancata esplosione dell’ordigno;
– quelli del 12 dicembre l969, a Roma, e a Milano.
È una logica precisa quella che esige di datare l’inizio dell’operazione di “destabilizzazione” dell’ordine pubblico dal 13 aprile 1969, da Padova, in modo da far passare sul piano storico la “verità” giudiziaria secondo la quale la “mente” dell’azione complessiva è da individuarsi nei soliti Franco Freda e Giovanni Ventura, sostenuti dal servizio segreto militare tramite Guido Giannettini.
Non accettiamo di uniformarci a questa logica deviante, perché il fatto che la magistratura non sia riuscita ad individuare i complici romani della banda di Stato veneta, non vuol dire che questi non siano mai esistiti.
Per la storia, non per la nostra personale opinione, l’opera di destabilizzazione inizia dalla Capitale dove il piano è stato concepito e dove risiedono i responsabili del primo e secondo livello, quello ideativo e quello organizzativo.
Il primo attentato, difatti, è compiuto a Roma, il 28 febbraio 1969, contro un ingresso secondario del Senato, in via della Dogana vecchia, in coincidenza non fortuita con la conclusione della visita del presidente americano Richard Nixon in Italia, e del suo colloquio riservatissimo, a quattr’occhi, con il presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat.
Il secondo attentato colpisce la sede del ministero della Pubblica istruzione, in viale Trastevere, il 27 marzo 1969, con un ordigno che ha caratteristiche simili a quello impiegato contro la sede del Senato un mese prima.
Il terzo attentato prende di mira il palazzo di Giustizia, il 31 marzo 1969, e viene rivendicato con volantini “anarchici” a firma di “Marius Jaoob”.
Da questo attentato, come vedremo nel prosieguo, scaturisce una inchiesta che metterà a rischio l’intera operazione rivelando la matrice di destra delle bombe “anarchiche”.
Resi edotti dal pericolo, gli uomini del Fronte nazionale e di Ordine nuovo eviteranno d’ora in avanti di far esplodere i loro ordigni dinanzi alle sedi giudiziarie, limitandosi a compiere azioni meramente dimostrative come, difatti, provano gli attentati da loro successivamente compiuti contro la procura della Repubblica di Roma, il 21 maggio 1969; l’ufficio istruzione del Tribunale di Milano, il 24 luglio 1969; la Corte di cassazione, a Roma, il 19 agosto 1969; il palazzo di Giustizia di Torino il 28 ottobre 1969.
Quattro attentati puntualmente “falliti” per la “mancata esplosione” degli ordigni collocati, segno non d’imperizia ma di volontà degli attentatori ben attenti a non provocare nuove e pericolose inchieste a loro carico.
Cos’è accaduto, difatti, a Roma, dopo l’attentato contro il palazzo di Giustizia del 31 marzo 1969?
Benché l’attentato sia a firma anarchica, persone inserite negli ambienti giudiziari ed investigativi ostentano anche pubblicamente di non crederci.
Il 17 aprile 1969, la rivista Panorama, nell’articolo intitolato “Lo dicono con le bombe”, riferendosi proprio agli attentati avvenuti a Roma il 28 febbraio, il 27 ed il 31 marzo, riporta il giudizio espresso da Giuseppe Velotti:
“Certo il linguaggio (dei volantini di rivendicazione – Nda) è quello degli anarchici, ma nulla ci impedisce di pensare che dietro di esso si nascondano degli agenti provocatori, o degli ultras di destra impegnati a dimostrare l’incapacità e l’inettitudine del potere costituito contro l’ondata di sovversione e agitare di riflesso, la necessità di uno Stato forte. È solo un’ipotesi, ma non bisogna assolutamente trascurarla”.
Non è l’unico, Giuseppe Velotti, ad attribuire alla destra attentati firmati da sinistra, perché la polizia proprio il 31 marzo 1969 aveva perquisita la sede dell’organizzazione universitaria Nuova Caravella, fondata e diretta dagli uomini del Fronte nazionale Guido Paglia, Adriano Tilgher e Cesare Perri.
Del resto, il 31 gennaio 1969, proprio il prefetto di Roma aveva segnalato al ministero degli Interni che i gruppi di destra stavano infiltrando propri elementi nel Movimento studentesco “per condurre azioni di sfaldamento dall’interno”, e compiendo azioni violente “volte a creare ripercussioni negative nell’opinione pubblica e a portare discredito sul Movimento”.
Non solo nel Movimento studentesco perché, per fare un esempio, il 3 marzo 1969, un appunto redatto per il Sid da “fonte certa” afferma che Enzo Maria Dantini avrebbe stipulato un “patto” con due esponenti di gruppi filocinesi e trokzisti in funzione anti-Pci.
Lo stesso Enzo Maria Dantini che verrà indiziato di reato il 18 aprile 1969.
Quel giorno la polizia perquisisce l’abitazione di Stefano Delle Chiaie, a Roma, e arresta, a Rocca di Papa (Roma), Marcello Brunetti, trovato in possesso di 18 chili di polvere di mina, 4 metri di miccia a lenta combustione, 85 detonatori.
L’operazione si svolge nell’ambito delle indagini svelte sull’attentato “anarchico” del 31 marzo contro il palazzo di Giustizia. Insieme a Enzo Maria Dantini, cugino di Marcello Brunetti, sarà indiziato di reato anche Franco Papitto, altro elemento di destra.
Il fatto che la polizia svolga a destra indagini riferite ad attentati di “sinistra”, allarma e sconcerta gli ambienti interessati che esprimono il loro disappunto ed il loro malumore con un avvertimento al ministro degli Interni, Franco Restivo, contro la cui abitazione privata é compiuto un attentato dinamitardo il 19 aprile 1969.
Ma l’ufficio politico della Questura di Roma non demorde e, il 23 aprile 1969, sempre riferendosi all’attentato del 31 marzo al palazzo di Giustizia, in un suo rapporto scrive:
“Gli autori dell’attentato, in uno scritto rimaste sul luogo dell’esplosivo a firma di una fantomatica organizzazione anarchica, adoperando un frasario che rivela la loro posizione ideologica tutt’altro che anarchica, rivendicano la responsabilità anche dell’attentato al ministero della Pubblica istruzione…Infine la composizione dell’esplosivo adoperato nei due attentati e negli altri precedenti é simile, almeno per quanto é stato dichiarato dal personale della locale direzione di artiglieria, a quella del materiale sequestrato a Brunetti…Si ritiene pertanto che il Brunetti, il Dantini e il Papitto siano corresponsabili dei predetti attentati”.
Il patrimonio conoscitivo dell’ufficio politico della Questura di Roma svanirà misteriosamente, senza più riapparire, nemmeno dopo gli attentati “anarchici” del 12 dicembre 1969, a Roma e a Milano.
Anche gli attentati del 27 e 31 marzo 1969 saranno, infine, attribuiti ai solo anarchici Pietro Angelo Della Savia, Paolo Faccioli e Paolo Braschi, mentre scompariranno dell’inchiesta, anche per l’intervento della procura della Repubblica di Milano, quelli di Enzo Maria Dantini e Franco Papitto.
Nessun mistero, perché qualche mese dopo, nel mese di luglio, il direttore della divisione Affari riservati, Elvio Catenacci, stronca la carriera del commissario di Ps, Pasquale Juliano, che incaricato a Padova di condurre le indagini sull’attentato del 13 aprile 1969 nello studio del rettore dell’Università, invece di perseguire anarchici aveva concentrato sulla base di informazioni certe la sua attenzione investigativa su Massimiliano Fachini, Franco Freda e colleghi.
Il copione è identico a Roma come a Padova.
I subalterni, al di fuori del gioco, hanno gli elementi per individuare a destra i mandanti di attentati a firma di sinistra, ma un intervento dall’alto del ministero degli Interni ristabilisce le regole della partita ed impone che gli atti di violenza siano attribuiti, in modo esclusivo, all’”estremismo anarcoide”.
Riepilogando: gli attentati compiuti nel corso dell’operazione di destabilizzazione sono almeno 26, a partire dalla data del 28 febbraio 1969, quando esplode il primo ordigno contro un ingresso secondario del Senato.
Di questi attentati, ben nove sono compiuti nella Capitale, compresi i tre del 12 dicembre 1969.
Inoltre, è certa la presenza di un rappresentante del gruppo romano del “Fronte nazionale”, a Padova, il 18 aprile 1969 nella riunione che precede gli attentati di Milano del 25 aprile successivo contro la Fiera campionaria e l’ufficio cambi della Banca nazionale del lavoro alla Stazione centrale.
È Giovanni Ventura a dichiarare, in sede giudiziaria, che l’ordigno deposto presso l’ufficio istruzione del Tribunale di Milano, il 24 luglio 1969, gli venne consegnato da un emissario giunto da Roma.
Salgono, così, a dodici gli attentati nei quali la presenza del gruppo romano di Junio Valerio Borghese, in modo diretto od indiretto, è certa.
Il coordinamento fra il gruppo di Ordine nuovo guidato da Pino Rauti ed il Fronte nazionale di Junio Valerio Borghese è accertato.
Già il 25 novembre 1968, una nota del Sid segnala che Pino Rauti, “segretario generale di O.N.” ha stretto un “preciso accordo…per un’alternativa al sistema” con Junio Valerio Borghese, presidente del Fronte nazionale.
Non si segnala, nella nota, la presenza del “Caccola” e di “mago Zurli”, perché gli accordi li fanno i capi, non i gregari.
Sono quarant’anni, a dir poco, che i magistrati della procura della Repubblica di Milano sanno che l’operazione del 1969 è stata coordinata fra Roma, il Veneto e Milano.
Ma, mentre il braccio ordinovista del nord-est è entrato nel mirino delle indagini prima per merito del giudice istruttore di Treviso, Giancarlo Stiz, poi per quello del giudice istruttore di Milano Guido Salvini che, unico e solo, ha aperto uno spiraglio anche sul capoluogo lombardo indiziando Giancarlo Rognoni, quello romano è rimasto del tutto immune benché non si possa dire che siano sconosciuti parte dei suoi componenti.
La spiegazione si trova nel fatto che le indagini a Roma sono state concentrate solo su due persone incontestabilmente di destra: Mario Merlino e Stefano Delle Chiaie, per poi essere circoscritte ai soli appartenenti e frequentatori del circolo 22 marzo per la presenza nello stesso di Pietro Valpreda, il “martire dell’anarchia” che noi giudichiamo un collega di Merlino e Delle Chiaie.
Tralasciando, per ora, questa nostra opinione, vediamo che nessun altro componente del mondo romano del Fronte nazionale e di Ordine nuovo è mai stato indagato per i fatti del 12 dicembre 1969 e gli attentati compiuti a partire dal 28 febbraio 1969.
Eppure qualche indizio c’è stato. Ad esempio una chiamata di correità diretta nei confronti di Mario Merlino.
Il 12 aprile 1978, la rivista L’Espresso, nell’articolo intitolato “Le bombe a Roma le mise Merlino”, riporta le dichiarazioni di Alfredo Sestili che, in merito agli attentati del 12 dicembre 1969, compiuti nella Capitale, afferma di aver partecipato alla loro esecuzione insieme a Mario Merlino.
Alfredo Sestili ha fatto parte della struttura clandestina di Avanguardia nazionale poi confluita nel Fronte nazionale, ed in questa veste lo troviamo il 31 agosto 1968, al congresso anarchico di Carrara, insieme a Pietro Valpreda, Mario Merlino ed altri “camerati” camuffati da anarchici.
Mario Merlino non ha un alibi per il pomeriggio del 12 dicembre 1969. Ne deve inventare uno palesemente falso, come è noto ai funzionari dell’ufficio politico della Questura di Roma, ma Sestili non è stato creduto.
Ad accusare i dirigenti di Ordine nuovo fu, invece, l’avvocato Vittorio Ambrosini con due lettere inviate, rispettivamente, al ministro degli Interni, Franco Restivo, e alla segreteria nazionale del Pci nel mese di gennaio del 1970.
Le due lettere non sono mai state ufficialmente ritrovate, anche perché il loro autore, Vittorio Ambrosini, il 20 ottobre 1971, ha avuto la felice idea di “cadere” dalla finestra dell’ospedale romano nel quale si trovava ricoverato dal 1° ottobre.
Capitolo chiuso.
È un luogo comune che gli attentati commessi a Roma il 12 dicembre 1969 siano stati meramente dimostrativi. Tesi portata avanti da quanti si affannano ad affermare (senza dimostrare) che gli attentati di quel tragico giorno sono stati compiuti a Milano dai “cattivi” di Ordine nuovo collegati al Sid, e a Roma dai “buoni” di Avanguardia nazionale, dipendenti dalla divisione Affari riservati.
Senza bisogno di fare l’intero elenco dei feriti, rileviamo che a causa dell’attentato compiuto alle ore 16,55, nel sottopassaggio esistente all’interno della Banca nazionale del lavoro in via S. Basilio, Bartolo Busatta riporta lesioni guaribili in oltre 6 mesi, di cui porterà i segni per tutta la vita; Ferdinando Dioletta, a sua volta, guarirà in poco più di tre mesi e, anche lui, conserverà i postumi per tutta la vita; Maria Antonietta Esposito e Duilio Franzin, a loro volta, resteranno in ospedale per 40 giorni.
Se i morti non ci sono stati, questo non è dipeso dalla volontà degli attentatori.
Tanto si ricorda per dire che quel pomeriggio, a Milano e a Roma, si è cercata la strage, consapevolmente e deliberatamente, perché comune, senza fittizie suddivisioni fra “buoni” e “cattivi”, era l’obiettivo di quel giorno: uccidere.
Un maggiore interesse nei confronti di quanti hanno agito nella Capitale sarebbe stato, lo sarebbe ancora e lo sarà all’infinito, doveroso.
Qui non si tratta di portare alla sbarra persone che sono state già giudicate e assolte, altre che potrebbero esserlo post-mortem, altre ancora che sono state sfiorate dalle indagini ed altre, infine, che mai sono state interrogate sui fatti per verificarne il coinvolgimento e decidere il loro rinvio a giudizio, ma più semplicemente per accertare il loro grado di conoscenza e definire il loro ruolo.
Un’inchiesta si fa interrogando testimoni, cercando indizi, ponendosi degli interrogativi e tentando di dare loro una risposta, non sulla base di fantasiose illazioni ma su quella dei fatti concreti.
La non inchiesta dei pubblici ministeri di Milano ha, viceversa, evidenziato il loro assoluto disinteresse nei confronti di una verità che non dovrà mai, nei loro propositi, essere trovata.
Difatti, hanno omesso di interrogare l’agente di Ps Salvatore Ippoliti, infiltrato nel circolo anarchico Bakunin di Roma e, poi, in veste di controllore nel 22 marzo.
Ippoliti è ancora in vita. E, a nostro avviso, ha molto da dire e sarebbe forse disposto a farlo se qualcuno glielo chiedesse a distanza di quarantaquattro anni.
Difatti, potrebbe raccontare quanto l’ufficio politico di Roma ha accuratamente occultato con l’evidente scopo di proteggere i Merlino e i Valpreda, affermando in quel mese di dicembre del 1969 che i rapporti informativi da lui redatti si erano interrotti il 20 novembre 1969.
In altre parole, “Andrea” è certamente rimasto accanto ai componenti del circolo 22 marzo fino al 12 dicembre l969, ma dalla data del 20 novembre avrebbe omesso di riferire ai suoi superiori gerarchici quanto vedeva e sentiva.
Gli ineffabili magistrati romani hanno accettato, senza battere ciglio, questa incredibile “verità” dell’ufficio politico della Questura ma, a tanti anni di distanza, l’ex agente di Ps potrebbe dirci quanto è stato tenuto nascosto perché è evidente che lui il suo lavoro di “infiltrato” ha continuato a farlo anche dopo il 20 novembre 1969, segnalando a chi di dovere quanto aveva modo di osservare e di ascoltare.
Non è casuale che i dirigenti dell’ufficio politico di Roma abbiano sostenuto che “Andrea”, a partire dal 20 novembre 1969, non ha più segnalato niente perché è il periodo immediatamente precedente agli attentati del 12 dicembre 1969 e, a nostro avviso, l’agente di Ps infiltrato ha visto e sentito cose che non potevano essere portate a conoscenza dell’opinione pubblica e della pur compiacente magistratura romana.
Forse, “Andrea” vorrà mantenere anche oggi l’omertà, vorrà rifiutarsi di raccontare la verità sul circolo 22 marzo, i Merlino e i Valpreda, ma per accertarlo sarebbe necessario interrogarlo.
Ed è esattamente quanto non hanno fatto – e mai faranno – i magistrati di Milano.
È stato ascoltato dai pubblici ministeri milanesi Serafino Di Luia?
Dalla lettura dell’ordinanza del giudice Fabrizio D’Arcangelo non si evince.
Strano, perché il personaggio è, insieme a Pietro Valpreda, il solo componente del gruppo romano del Fronte nazionale che si alterna fra la Capitale e Milano, dove risiede per lunghi periodi.
Lo troviamo spesso, impegnato nell’opera di “infiltrazione” a sinistra accanto ad Enzo Maria Dantini come nella costituzione, il 1° maggio 1969, dell’Organizzazione lotta di popolo (Olp), per conto della quale opera anche a Milano.
Se non è stato interrogato come testimone informato sui fatti è un’omissione grave, perché Serafino Di Luia potrebbe spiegare per quali ragioni fuggì dall’Italia, insieme al fratello Bruno, dopo gli attentati del 12 dicembre 1969 per rifugiarsi in Germania; perché chiese garanzie al ministero degli Interni sul fatto che non ci fosse un mandato di cattura a carico suo e del fratello prima di fare rientro nella penisola; e cosa, infine, raccontò al funzionario della divisione Affari riservati in merito agli attentati a treni dell’8-9 agosto 1969 e del 12 dicembre 1969 nel corso del colloquio da lui stesso sollecitato, avvenuto al Brennero il 10 aprile 1970.
Aveva preannunciato ai funzionari della polizia di Bolzano che aveva “rivelazioni interessanti” da fare su quegli attentati e, ne siamo certi, non millantava credito.
È nei giorni successivi agli attentati ai treni, sia pure per vie confidenziali e per ipotesi investigative, che la matrice romana dell’azione è segnalata ai servizi di sicurezza e, perfino, sulla stampa.
Il 30 agosto 1969, il Centro di controspionaggio di Bologna invia al Sid un appunto nel quale riporta quanto riferito dal confidente Francesco Donini, secondo il quale “gli autori degli attentati dinamitardi sui treni farebbero capo all’organizzazione studentesca di estrema destra Nuova Caravella, che avrebbe sede a Roma e organizzerebbe corsi per sabotatori e dinamitardi diretto da certo Stefano Delle Chiaie”.
Se al nome di quest’ultimo aggiungiamo quelli di Guido Paglia, Cesare Perri e Adriano Tilgher, responsabili di Nuova Caravella, scopriremo che indagini a Roma per quegli attentati non sono mai state fatte.
Alcuni giorni prima, il 21 agosto 1969, la rivista Panorama nell’articolo intitolato “Cinquantamila lire di bombe per la notte del terrore”, scrive che gli ordigni impiegati per gli attentati ai treni “sono uguali come fabbricazione” e prosegue:
“Il vice capo della squadra politica della polizia di Milano ha detto che sono molto simili come costruzione e come tecnica di scoppio a quella che venne trovata il 25 luglio 1968 al palazzo di Giustizia di Milano e a un’altra messa il 21 maggio di quest’anno su uno scaffale di un corridoio nel palazzo di Giustizia di Roma”.
Ricordiamo, quindi, che secondo quanto affermato da Giovanni Ventura la bomba collocata nel palazzo di Giustizia di Milano, il 24 luglio, era stata consegnata, insieme ad altre, a lui e a Franco Freda da un “tipo” legato a Stefano Delle Chiaie che “con le bombe in valigia era arrivato fresco fresco da Roma”, il giorno precedente, 23 luglio.
Normale appare, di conseguenza, che simile sia la bomba rinvenuta il 21 maggio all’interno del palazzo di Giustizia di Roma.
Per la storia è, poi, doveroso sottolineare che dal 14 agosto 1969, Livio Juculano, indica al magistrato padovano, Anna Maria Di Oreste, la corresponsabilità negli attentati e nel possesso di armi e di esplosivi di Franco Freda e di un “libraio di Treviso”, cioè Giovanni Ventura, mentre, il 20 agosto, in un rapporto sugli attentati ai treni, la Questura di Trieste cita il nome di Manlio Portolan, reggente del locale gruppo di Ordine nuovo.
Come a dire che nel mese di agosto del 1969, gli apparati di sicurezza dello Stato avevano tutti gli elementi per bloccare l’operazione che si concluderà con la strage di piazza Fontana, se questa fosse stata concepita ed attuata contro lo Stato.
Non l’hanno fatto perché, viceversa, era un’operazione dello Stato.
Nella ricostruzione degli attentati ai treni dell’8-9 agosto 1969, direttamente connessi agli attentati del 12 dicembre 1969, non ci sono, quindi, solo i già giudicati Franco Freda e Giovanni Ventura, gli ingiudicabili, ad avviso della magistratura milanese, Gianni Casalini e Ivano Toniolo ma altre persone gravitanti soprattutto nell’ambiente del Fronte nazionale e della sua struttura clandestina formata in gran parte da militanti di Avanguardia nazionale.
Non è vero che non ci sia possibilità di indagare sugli attentati ai treni dell’8-9 agosto 1969 perché i reati sarebbero caduti in prescrizione, visto che questi rientrano in un unico “disegno criminoso” nell’ambito del quale è stata commessa la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, a Milano.
E il reato di strage non cade mai in prescrizione, almeno per il codice penale. Magari decade nella coscienza di chi dovrebbe indagare e preferisce non farlo.
Un altro personaggio romano di cui non abbiamo trovato traccia nell’ordinanza del giudice istruttore Fabrizio D’Arcangelo, è Maurizio Giorgi.
La ragione per la quale sarebbe stato importante citarlo come persona informata sui fatti risiede, per prima cosa, nel singolare accanimento con il quale il gruppo padovano, in particolare Giovanni Ventura e Marco Pozzan, a partire dal mese di febbraio del 1976 pretendono che il Sid disveli la sua identità come accompagnatore del capitano Antonio Labruna a Barcellona (Spagna), il 30 novembre 1972, per incontrare Stefano Delle Chiaie.
Il 17 luglio 1976, Giovanni Ventura si spinge fino al punto di denunciare il Sid e il ministero degli Esteri per il segreto che ancora mantengono sul suo nome.
Il servizio segreto militare, però, non cede nemmeno dinanzi alla richiesta della Corte di assise di Catanzaro che, il 26 maggio 1977, chiede ufficialmente di conoscere la sua identità, ottenendo ancora, il 24 giugno successivo, dal direttore del Sid, ammiraglio Mario Casardi, una risposta negativa.
Poi, qualcosa accade, perché il 19 luglio 1977, il capitano Antonio Labruna, nel corso della sua deposizione dinanzi alla Corte di assise di Catanzaro, ne svela l’identità.
Ad ulteriore conferma delle fanfaronate del “Caccola” sulla battaglia da lui condotta contro lo Stato antifascista, Maurizio Giorgi viene puntualmente preavvertito dal Sid che il segreto sul suo nome non può più essere mantenuto e, alla fine del mese di giugno del 1977, scappa in Cile.
Gli interrogativi suscitati dal comportamento di Maurizio Giorgi e dei suoi colleghi dell’ormai disciolto Fronte nazionale non hanno mai trovato risposta perché nessuno ha dimostrato di avere an interesse in merito.
Eppure, la logica ricattatoria della banda padovana non sfugge, anzi essa si palesa come la minaccia implicita di una chiamata di correità per gli attentati del 12 dicembre 1969, di cui sono chiamati a rispondere dinanzi alla Corte di assise di Catanzaro i soli Franco Freda, Giovanni Ventura, Marco Pozzan e Guido Giannettini.
L’obiettivo degli imputati padovani, difatti, non il solo Maurizio Giorgi ma tutto il gruppo romano, come dimostra l’esplicita accusa lanciata da Giovanni Ventura dalle pagine della rivista L’Espresso, il 12 settembre 1976.
Nell’occasione, Ventura si vanta di aver informato Guido Giannettini che “un gruppo romano collegato a Freda e gravitante attorno ad Avanguardia nazionale, di ocui facevano parte Delle Chiaie e Guido Paglia intendeva organizzare attentati in luoghi chiusi”.
Ed é sempre lui ad affermare, esplicitamente, il rapporto operativo fra il “Caccola” e “mago Zurli”, scrivendo il 18 dicembre 1976 a Marco Pozzan:
“Fosti tu a dichiarare il rapporto tra Freda e Delle Chiaie, che a me era stato dato a Padova quando tu vi incontrasti Rauti”.
Non é un caso che Giovanni Ventura, nella sua dichiarazione al L’Espresso parli di “un gruppo romano collegato a Freda e gravitante attorno ad Avanguardia nazionale”, perché sa bene che il “gruppo” agisce nell’ambito e nell’interesse del Fronte nazionale e non si identifica con la inesistente Avanguardia nazionale.
Tornando a Maurizio Giorgi, bollato dal capitano Antonio Labruna in più occasioni come fonte del Nucleo operativo diretto del Sid e, contestualmente, della divisione Affari riservati, senza ottenere smentite e querele, é allarmante che si sottragga all’interrogatorio dinanzi alla Corte di assise di Catanzaro.
Non è indiziato di reato, non è citato come testimone in merito agli attentati del 12 dicembre 1969, ma solo come accompagnatore del capitano Antonio Labruna a Barcellona il 30 novembre 1972 e, in questa veste, come persona a conoscenza del contenuto dei colloqui che si sono svolti fra l’ufficiale del Sid e il “rivoluzionario” Delle Chiaie.
Ma allora perché scappa?
L’ipotesi più attendibile è che non tema le domande dei giudici della Corte di assise di Catanzaro ma quelle che Giovanni Ventura, Franco Freda e Marco Pozzan potranno fargli porre dai loro rispettivi avvocati.
Il tema del colloquio fra Labruna e Delle Chiaie, secondo la versione di quest’ultimo, verteva sull’aiuto da dare agli imputati e, fosse solo questo, il Giorgi avrebbe trovato difficoltà a spiegare perché il servizio segreto militare si rivolgesse a un “rivoluzionario fascista” come Delle Chiaie per ottenere la sua collaborazione per sottrarre Freda, Ventura e Pozzan al processo per la strage di piazza Fontana.
Domande imbarazzanti che potevano velare collusioni e complicità fra i “rivoluzionari” e gli apparati dello Stato ma anche la loro implicazione diretta negli attentati del 12 dicembre 1969, perché il capitano Antonio Labruna va a parlare con uno che i fatti li conosce e che ha dei doveri nei confronti degli imputati che, poi, saranno disattesi.
Domande alle quale Maurizio Giorgi sa di non poter rispondere per cui ha paura di entrare nell’aula della Corte di assise di Catanzaro in veste di testimone e di uscirne in quella di indiziato di reato e futuro imputando.
Quindi, com’è nella tradizione degli “spiriti liberi” di evoliana memoria, fugge il più lontano possibile, in Cile, dove lo attende Delle Chiaie.
Un personaggio siffatto non merita attenzione ed interesse da parti di quanti si prodigano (almeno nelle intenzioni) a cercare la verità?
La risposta è nei fatti.
Guido Paglia è il fantasma ancora in vita, con grande disappunto della procura della Repubblica di Milano, della struttura palese del Fronte nazionale, quella per intenderci che costituisce l’organizzazione universitaria Nuova Caravella.
Non è, però, estraneo all’attività della parte sommersa e clandestina che lavora all’interno del Fronte nazionale.
Figlio di un ammiraglio (circostanza da lui negata per anni e poi ammessa senza fare il nome del padre dinanzi al giudice veneziano Carlo Mastelloni) che potrebbe identificarsi in Dario Paglia, citato nel rapporto del Sid del 20 giugno 1974 come compartecipe al “golpe” Borghese del 7-8 dicembre 1970, Guido Paglia lo troviamo, nelle dichiarazioni di Alfredo Sestili, come colui che consegna i soldi ai finti anarchici (Pietro Valpreda, Mario Merlino e soci) che devono recarsi al congresso internazionale della Federazione anarchica italiana il 30 agosto 1968.
Lo ritroviamo fra i fondatori di Nuova Caravella, gruppo indicato, per via confidenziale, come coinvolto negli attentati ai treni dell’8-9 agosto 1969.
Lo incontriamo ancora il 12 dicembre 1969, perché è proprio lui che Stefano Delle Chiaie chiama in causa per sostenere il suo inesistente alibi per quel tragico pomeriggio.
Mario Merlino offre per alibi un appuntamento, alle ore 17.00, con Stefano Delle Chiaie nella sua abitazione di via Tuscolana; quest’ultimo invoca, a sua volta, la testimonianza di Guido Paglia per le ore 17.00 del 12 dicembre 1969, in piazza San Silvestro, dove lo avrebbe incontrato in compagnia di Gianfranco Finaldi, uno dei protagonisti dell’Istituto “A. Pollio”.
È un’opera di mutuo soccorso sulla quale nessuno ha mai investigato a sufficienza.
Una grave omissione, perché il 10 gennaio 1970 viene ritrovato a Roma il portafoglio che Guido Paglia aveva smarrito qualche giorno prima.
Al suo interno, palese e gravissima, c’è la prova che il figlio dell’ammiraglio non si occupava solo di comunicati stampa all’interno del gruppo ma che era uno dei referenti di Mario Merlino, quando costui era impegnato a fare “l’anarchico”.
All’interno del portafoglio, difatti, si trova un elenco di nominativi e numeri telefonici del circolo anarchico Bakunin di via Baccina n. 35 e, contestualmente, un secondo elenco di saponette esplosive, rotoli di miccia, detonatori e capsule elettrice con, al fianco di ogni voce, indicata la quantità di materiale presente.
Il 30 giugno 1973, Mario Merlino riconosce come sua la grafia degli elenchi ritrovati nel portafoglio di Guido Paglia che, però, non sale sul banco degli imputati insieme a Pietro Valpreda e allo stesso Merlino, anzi inizia un luminosa carriera giornalistica sotto l’egida del servizio segreto militare, secondo l’accusa rivoltagli dal capitano Antonio Labruna che lui non ci risulta abbia mai querelato.
Mario Merlino era stato “fermato” la sera del 12 dicembre 1969, quindi gli elenchi a Guido Paglia li aveva consegnati in data antecedente.
Merlino non frequentava il circolo Bakunin perché non se lo poteva consentire né gli sarebbe stato permesso. Al suo pesto ci andava Pietro Valpreda, fino a quando il titolare del circolo, Veraldo Rossi, lo ha buttato fuori accusandolo di essere un confidente di polizia.
Benché preso “con le mani nel sacco”, cioè con le prove di una attività spionistica ai danni degli anarchici romani, svolta con Mario Merlino, e con quelle di un’attività di “bombarolo” che, con pignoleria, conserva l’elenco del materiale che dovrà essere utilizzato per “destabilizzare” il Passe, Guido Paglia non subisce alcun danno né viene sottoposto a fastidiosi e stringenti interrogatori.
In un appunto del Sid, ritrovato fra le carte di Mino Pecorelli, si rivela che l’11 novembre 1972, alle ore 15.30, Guido Paglia è stato avvicinato da uomini del Sid che cercavano il contatto con Stefano Delle Chiaie allo scopo di “disciplinare la politica attiva” di Avanguardia nazionale. Paglia indica in Maurizio Giorgi la persona che mantiene i collegamenti con Stefano Delle Chiaie, rifugiato in Spagna.
Anche su questo punto fondamentale per comprendere le ragioni reali dell’incontro fra il capitano Antonio Labruna e Stefano Delle Chiaie a Barcellona il 30 novembre 1972, non ci risulta che Guido Paglia sia mai stato interrogato.
Non riteniamo, ragionevolmente, che Giovanni Ventura lo abbia voluto calunniare citandolo, nell’intervista pubblicata il 12 settembre 1976, come la persona che insieme al Delle Chiaie programmava attentati “in luoghi chiusi”.
Ci chiediamo, semplicemente, per quali recondite ragioni Guido Paglia la cui figura è presente, con un ruolo di primo piano, nelle vicende del 1969 e in quelle successive, non abbia mai attirato l’attenzione dei magistrati italiani.
Non necessariamente Guido Paglia sarebbe divenuto un imputato, né possiamo prevedere che possa trasformarsi in imputando, ma la sua testimonianza non reticente aiuterebbe a ricomporre il mosaico di quei fatti che rimangono parzialmente oscuri nei loro dettagli, anche – e soprattutto – per il muro di omertà che persone come lui sono riusciti negli anni ad erigere.
Tanti sono morti fra protagonisti, comprimari e comparse di quei tragici avvenimenti, ma qualcuno di loro può ancora “parlare” per dirci quali sono state le motivazioni reali per le quali è stato ucciso.
È il caso di Carmine Palladino.
Lo “spontaneismo” a destra è parto della fantasia giornalistica, sollecitata dalla “veline” dei servizi segreti militari e civili, è però reale, incontestabilmente vero, che a partire dal 1981, all’interno degli istituti di pena dov’erano rinchiusi molti militanti di destra si è levata una rivolta contro coloro che avevano fatto parte di Avanguardia nazionale e, in parte, di Ordine nuovo.
A farne le spese saranno all’interno del carcere romano di Rebibbia saranno, ad esempio, gli avanguardisti Giulio Crescenzi e Silvano Falabella, mentre Adriano Tilgher sarà tenuto per ragioni di sicurezza al reparto “G.11” e non al “G.9” dove venivano concentrati i detenuti di destra.
A Novara, nel cortile dell’aria, il 28 maggio 1982, toccherà a Franco Freda al quale taglieranno la faccia, per tacciarlo da infame nel linguaggio della malavita che era ormai l’unico che gli sbandati di destra conoscevano.
Il 9 agosto 1982, sempre a Novara, viene ucciso Carmine Palladino, esponente di Avanguardia nazionale a Roma.
Ad ucciderlo, con altri, è stato Pierluigi Concutelli il quale ha giustificato il gesto omicidiario in modo confuso, ponendo però l’accanto sullo stragismo, accusa che non poteva essere rivolta alla persona di Carmine Palladino ma all’organizzazione di cui faceva parte.
Avanguardia nazionale è stata chiamata in causa, direttamente, solo nell’eccidio del 12 dicembre 1969, a Milano, non in quelli successivi, quindi Carmine Palladino paga con la vita quello che è stato l’inizio e l’esempio di un metodo ritenuto da tutti (compreso Pierluigi Concutelli) confacente al raggiungimento degli scopi che si proponevano i vertici delle organizzazioni coinvolte per favorire l’avvento di uno “Stato forte”.
Non sono prove valide sul piano processuale, certo. Ma i pestaggi di Rebibbia, lo sfregio nel viso di Freda, l’omicidio di Palladino sono i sintomi della delusione e della rabbia impotente dell’ultima generazione di militanti di destra che, solo in carcere, si accorgono di essere stati usati per favorire i disegni dello Stato e del regime, non per combatterlo.
Se mai smentita collettiva é venuta alla farneticazioni del Delle Chiaie e dei suoi colleghi di aver combattuto una “guerra rivoluzionaria” contro lo Stato antifascista, questa la troviamo all’interno degli istituti di pena, nella rivolta dei “peones” che privi di senso politico e morale non riescono ad esprimerla che con il linguaggio muto della malavita.
Qualcuno poteva parlare anche da vivo.
È il caso di Nico Azzi, il quale è stato interrogato e, perfino, arrestato dal sostituto procuratore della Repubblica di Milano, Grazia Pradella, il 3 luglio 1997, perché dopo aver rivelato che Franco Freda gli aveva parlato dei rapporti di Ordine nuovo con i servizi segreti non aveva voluto fare i nomi.
Nico Azzi è stato condannato per la mancata strage sul treno Torino-Roma, insieme a Francesco De Min, Mauro Marzorati e Giancarlo Rognoni, dalla Corte di assise di appello di Genova a 15 anni e 6 mesi di reclusione.
Nel 1997, Giancarlo Rognoni entra nel novero degli imputati per la strage di piazza Fontana avendo alle spalle una condanna, passata in giudicato, per strage sia pure fallita.
Sul suo conto era ormai accertato il legame, non sporadico né saltuario, con il comando della divisione carabinieri Pastrengo con sede a Milano; quello con Carlo Maria Maggi e con Pino Rauti, oltre che con Franco Maria Servello, esponente di punta del Movimento sociale italiano.
Le motivazioni della mancata strage del 7 aprile 1973 sono indicate con estrema chiarezza dalla Corte di assise di Genova che, il 25 giugno 1974, a Giancarlo Rognoni aveva ritenuto equo infliggere la pena di 23 anni di reclusione:
“Ed è certo invero – scrivevano i giudici della Corte di assise – che l’evento cui erano diretti nella specie gli atti compiuti dagli imputati si inseriva perfettamente nella strategia della tensione, in quanto il suo verificarsi (o anche il semplice pericolo di esso) avrebbe avuto gravissime conseguenze sul piano della vita politica e sociale, forse incontrollabili e imprevedibili. Del fatto non poteva derivare, oltre all’indignazione e alla commozione per la gravità dell’accaduto, un notevole turbamento della coscienza dei cittadini e la constatazione dell’insicurezza della vita di relazione, che avrebbe potuto portare a sua volta le esasperazioni pericolosamente eversive dalla visione istituzionale ad un progressivo inasprimento delle forme e dei metodi della vita politica…
L’intento degli imputati era proprio quello di colpire, con la loro condotta, la vita democratica nella sua più intima essenza e di intaccare quindi indirettamente alla base la sicurezza delle istituzioni…”.
Nessun magistrato inquirente si era posto il problema di comprendere per conto di chi i quattro avessero programmato un massacro da attribuire ai militanti di Lotta continua.
Riconoscere che l’attentato stragista rientrava nell’ambito della “strategia della tensione” e che, se fosse riuscito, “avrebbe avuto conseguenze gravissime sul piano della vita politica e sociale, forse incontrollabili e imprevedibili”, non avrebbe potuto essere disgiunto dalla ricerca degli ideatori e degli organizzatori di un eccidio di italiani inermi ed innocenti i cui effetti non avrebbero potuto essere sfruttati dai quattro manovali che lo avevano tentato.
Negli anni in cui si svolge il processo (1973-1977) molte informazioni non si conoscevano o erano note solo parzialmente e, pertanto, possiamo facilmente convenire che era difficile per i magistrati inquirenti e giudicanti inserire al loro posto i tasselli del mosaico.
Nel periodo successivo, però, la verità su quanto si stava preparando – e si stava facendo – in quella primavera del 1973, è emersa.
Un riorganizzato Fronte nazionale, ai cui vertici era ora assiso il consigliere provinciale del Msi di Genova, Giancarlo De Marchi, insieme agli uomini riuniti sotto la sigla della Rosa dei venti, collegati al Centro di resistenza democratica di Edgardo Sogno e con il Movimento di azione rivoluzionaria di Carlo Fumagalli, coadiuvati da ufficiali dei carabinieri, delle Forze armate e da funzionari di polizia stava reiterando il tentativo di “golpe” istituzionale fallito il 13-14 dicembre 1969.
Con questa verità, anche processualmente accertata, negli anni Novanta la ricostruzione degli eventi era possibile, anzi sarebbe stata doverosa se si fosse cercata la verità sulla strage di piazza Fontana invece di concordare con lo speculatore giudiziario Felice Casson il modo di bloccarla o, comunque, di svuotarla di contenuto per circoscriverla nell’ambito del solito disegno eversivo di marca “fascista”, portato avanti dalla sola “cellula nera” padovana.
I pubblici ministeri di Milano avrebbero dovuto notare che l’operazione dell’aprile 1973 reiterava alla lettera il piano predisposto nel mese di dicembre del 1969.
All’epoca, difatti, la strage di Milano e quella mancata di Roma del 12 dicembre 1969 hanno preceduto la manifestazione nazionale indetta dal Movimento sociale italiano a Roma per due giorni dopo, 14 dicembre, nel corso della quale sarebbe esplosa la collera contro i “rossi”, responsabili del massacro di Milano.
È offensivo per l’intelligenza degli italiani, non soltanto degli storici, ritenere una mera coincidenza che negli stessi ambienti impegnati ancora a creare le condizioni per la “proclamazione delle stato di emergenza”, siano stato programmate per la seconda volta, a distanza di meno di quattro anni, un eccidio ed una manifestazione nazionale del Msi, questa volta a Milano: il 7 aprile 1973 la strage, il 12 aprile successivo la manifestazione.
Le differenze fra i due eventi, quello del dicembre 1969 e dell’aprile 1973, non risiedono nella programmazione del piano bensì nella sua esecuzione. L’eccidio programmato per il 7 aprile fallisce per colpa dell’esecutore materiale, Nico Azzi; la manifestazione nazionale del Msi, a Milano, degenera come programmato in incidenti nel corso dei quali altri due manovali missini, Maurizio Murelli e Vittorio Loi, lanciano le bombe a mano contro un cordone di polizia provocando la morte dell’agente di Ps Antonio Marino.
Ma, nei tragici fatti dell’aprile del 1973 è provata la relazione fra i due eventi, strage mancata e manifestazione nazionale del Msi; e lo è proprio sul piano processuale senza essere frutto di ipotesi o di “fantasiose illazioni” tanto care al giudice istruttore Fabrizio D’Arcangelo ed ai suoi colleghi della procura della Repubblica di Milano.
Il 26 aprile 1973, Nico Azzi, l’esecutore materiale dell’attentato stragista sul treno “Torino-Roma” del 7 aprile, confessa ai magistrati di essere stato uno dei fornitori delle bombe a mano usate negli incidenti di Milano del 12 aprile 1973.
Siamo dinanzi a quello che giuridicamente si definisce un “unico disegno criminoso”, che vede la programmazione anticipata dia della strage che degli incidenti ad opera di persone che poi prenderanno parte sia alla prima che ai secondi.
Questa connessione fra gli organizzatori e gli esecutori materiali della mancata strage sul treno e quelli della manifestazione nazionale del Movimento sociale italiano non è mai stata valorizzata sul piano processuale e storico.
Eppure, il rapporto fra Giancarlo Rognoni e Franco Maria Servello è presente negli atti giudiziari, anche se ovviamente non costituisce, in mancanza di riscontri che nessun magistrato ha mai cercato, la prova di un accordo fra i due per conto di quelle forze che entrambi rappresentavano.
Non ha valore probatorio né indiziario, per essere un appunto redatto da fonte confidenziale anonima, quanto segnalato al ministero degli Interni il 24 giugno 1978 sul conto del senatore missino Giorgio Pisanò.
Nell’appunto si scrive che Franco Maria Servello sarebbe “vittima notoria” del Pisanò, avendo “dato quasi fondo alle sue finanze personali” alle scopo di “uscire senza danno dai processi ‘Marino’ e treno Genova-Milano.”
Non ha valore processuale nemmeno la presenza ai funerali di Nico Azzi, stragista mancato e delatore parziale dei suoi colleghi, di Ignazio La Russa, all’epoca braccio destro di Franco Maria Servello.
È un dettaglio meritevole di attenzione e di riflessione anche perché, il La Russa quando si presenta a rendere omaggio alla salma di Nico Azzi ha da tempo affermato il suo nuovo credo antifascista. Ragione questa che rende ancora meno comprensibile la sua presenza ai funerali di Nico Azzi.
Qualsiasi elemento indiziario, perfino probatorio, valutato a sé stante, isolato dal suo contesto, non è utile sul piano processuale e storico ma se gli indizi si sommano e si inseriscono nel loro giusto ambito, è possibile compiere altri e, forse, decisivi accertamenti per giungere alla verità.
Ci sono testimonianze mai smentite che collegano gli attentati del 12 dicembre 1969 alla manifestazione nazionale indetta dal Movimento sociale italiano di Giorgio Almirante a Roma, il 14 dicembre 1969.
Non sono mai state valorizzate neanche quando dagli archivi dei servizi segreti britannici è emersa la certezza che il governo di Mariano Rumor e Junio Valerio Borghese avevano predisposto la proclamazione dello “stato di emergenza” per la data del 13-14 dicembre 1969.
Ci sono le prove, fornite addirittura dalla confessione di Nico Azzi, che la mancata strage del 7 aprile 1973 era stata programmata insieme agli incidenti di Milano del 12 aprile resi possibili dalla manifestazione nazionale indetta da Franco Maria Servello.
Neanche quando Giancarlo Rognoni è stato imputato di concorso nella strage di piazza Fontana, la procura della Repubblica di Milano ha inteso rivisitare gli atti processuali della fallita strage del 7 aprile 1973 di cui proprio lui era stato l’organizzatore.
Hanno, questi magistrati, le prove certe, processualmente accertate dai loro colleghi di Brescia, che nella primavera del 1973 era in corso un tentativo di “golpe” istituzionale, esattamente come nel mese di dicembre del 1969.
Hanno le prove certe, per essere stati obbligati ad accusarli in pubblici dibattimenti, che i personaggi implicati nelle vicende della primavera del 1973 sono gli stessi che hanno agito nel mese di dicembre del 1969.
Conoscono con certezza i loro rapporti personali, politici ed organizzativi, ma non hanno voluto, oggi come sempre, trarne le debite conclusioni.
Come nel mese di dicembre del 1969, anche nell’aprile del 1973 il piano prevedeva tre fasi: la strage (fortunatamente in questo caso fallita), la degenerazione preordinata della manifestazione nazionale del Msi a Milano, lo sfruttamento politico-istituzionale dei morti e della violenza degli “opposti estremismi”.
Se la programmazione di questo piano può essere fatta risalire agli uomini del secondo livello, le “cinghie di trasmissione”, la sua esecuzione va ascritta a quelli del terzo livello, i cosiddetti “manovali”, lo sfruttamento politico-istituzionale dei fatti è prerogativa dei soli detentori del potere.
La stessa sera del 12 dicembre 1969, fu il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, nel corso di una riunione dei vertici politici, militari e di sicurezza, a chiedere la immediata proclamazione dello “stato di pericolo pubblico”.
Chi avrebbe dovuto proclamare lo “stato di emergenza” nel mese di aprile del 1973? A norma di legge sarebbe stato il presidente del Consiglio che, non per mera coincidenza rispondeva al nome di Giulio Andreotti, il referente dei “golpisti” del 7-8 dicembre 1970 del “Fronte nazionale”.
Non si può sostenere ragionevolmente, neanche trasformando i manovali in capi, che lo sfruttamento politico-istituzionale della violenza generata dagli “opposti estremismi” fosse prerogativa del “Caccola” e di “mago Zurlì” nel mese di dicembre del 1969; e di Giancarlo Rognoni, Nico Azzi, Francesco De Min, Mauro Marzorati nella primavera del 1973.
Da qui discende la necessità per i magistrati italiani di dismettere la toga per indossare l’uniforme dei corazzieri ed erigere un muro a difesa del potere politico che, a torto, ritengono invalicabile.
Non è un’impresa difficile: basta negare l’esistenza di un unico movente per sostituirlo con altri riconducibili alla volontà di questo o di quel gruppuscolo di “eversori neri”, a Padova, a Milano, a Venezia, a Roma.
La Procura della Repubblica di Milano la cui sensibilità politica è dimostrata dal seggio senatoriale dato dall’ex Partito comunista a Gerardo D’Ambrosio e, contestualmente, al suo collega Felice Casson, ha sempre negato l’esistenza di una “pista internazionale” per gli eventi del 12 dicembre 1969, bollandola come un “depistaggio” senza peraltro riuscire mai a confutarlo, ma nega anche l’esistenza di una “pista nazionale”.
Per questa ragione l’estrema destra romana è stata sempre accuratamente esclusa dalle indagini sulla strage di piazza Fontana, e il centro ideativo ed organizzativo è stato spostato a forza a Padova (sede della “cellula nera” tanta cara a D’Ambrosio) e, poi, a seguito delle nuove indagini degli anni Novanta, a Venezia.
Il solo esponente dell’estrema destra romana entrato nel processo per la strage di piazza Fontana, con la sola accusa di “falsa testimonianza”, è stato Stefano Delle Chiaie.
Il “Caccola” cotanto onore lo ha avuto solo perché chiamato in causa a sostegno del suo inesistente alibi dall’ “anarchico” Mario Merlino, altrimenti non sarebbe mai stato sfiorato dalle indagini esattamente come tutti i suoi colleghi Guido Paglia, Maurizio Giorgi, Serafino Di Luia, Adriano Tilgher ecc. ecc.
Eppure, la presenza del gruppo romano è processualmente accertata, in forma diretta od indiretta, in ben 12 dei 26 attentati compiuti a partire dal 28 febbraio 1969.
E, nella Capitale, non ci sono solo gli attentati e i feriti del 12 dicembre 1969, ma anche i morti.
Armando Calzolari, reduce della Repubblica sociale italiana, scompare il 25 dicembre 1969.
Indicato come dirigente del Fronte nazionale dal quotidiano Il Tempo, il 2 gennaio 1970, subito smentito dallo stesso Junio Valerio Borghese, Armando Calzolari viene ritrovato ucciso, insieme al suo cane, annegati insieme in un pozzo semi-asciutto, il 28 gennaio 1970.
La madre di Calzolari accuserà del delitto Luciano Gruber e i fratelli Bruno e Serafino Di Luia.
Il 19 febbraio 1976, il sostituto procuratore della Repubblica di Roma, Enrico Di Nicola, chiede che si archivi il procedimento penale sulla sua morte con la dichiarazione di “non doversi procedere perché ignoti sono i responsabili dell’omicidio volontario premeditato”.
La richiesta é accolta, il 21 aprile 1976, dal giudice istruttore Eraldo Capri che, nella sua ordinanza, scrive che Armando Calzolari é stato “attirato in una trappola ed ucciso da elementi del movimento nel quale militava”.
Un’indagine giudiziaria c’é stata, quindi, che ha collegato un omicidio all’attività del Fronte nazionale a Roma, a due settimane dal massacro di piazza Fontana a Milano e quello mancato alla Banca nazionale del lavoro nella stessa Capitale.
Un’indagine nella quale, sia pure senza riscontri, sono stati fatti dalla madre dell’ucciso i nomi dei fratelli Bruno e Serafino Di Luia, gli stessi scappati in Germania e in possesso di “rivelazioni interessanti” sugli attentati ai treni dell’8-9 agosto 1969 e del 12 dicembre 1969, fornite però al solo vicequestore della divisione Affari riservati del ministero degli Interni Silvano Russomanno.
Non si può affermare che l’omicidio di Armando Calzolari sia collegato all’eccidio del 12 dicembre 1969, che pure a Roma come a Milano ha sconvolto più di qualche coscienza, ma tantomeno lo si può escludere a priori e con certezza.
Si può solo constatare che in entrambi i fatti, strage di piazza Fontana e omicidio di Armando Calzolari, compaiono i nomi di due elementi della struttura clandestina del Fronte nazionale, sul conto dei quali nessuno ha mai inteso svolgere indagini.
Arrestato per espiare una condanna definitiva di pochi mesi, l’8 aprile 1978, all’interno di una cella di isolamento del carcere romano di Rebibbia moriva, impiccato, Riccardo Minetti.
Afflitto da una grave forma di schizofrenia, Riccardo Minetti era stato usato per confermare la presenza di Mario Merlino a casa di Stefano Delle Chiaie nel pomeriggio del 12 dicembre 1969.
Alibi falso e testimonianza indotta come ben sapevano i dirigenti dell’ufficio politico della Questura di Roma i cui agenti avevano sorvegliato a vista l’abitazione di Stefano Delle Chiaie per l’intera giornata del 12 dicembre 1969 senza vedere Mario Merlino recarvisi.
Falsità confermata dall’intercettazione di una telefonata, il 2 febbraio 1970, fra le sorelle di Riccardo Minetti, Maria Grazia e Patrizia che commentano negativamente il coinvolgimento del ragazzo nella vicenda di piazza Fontana.
Riccardo Minetti è schizofrenico, quindi non è affidabile. Confermerà sempre la sua falsa testimonianza, ritratterà?
La morte per impiccagione in una cella di Rebibbia, sulla quale la magistratura ha ipotizzato l’omicidio a carico di ignoti, ha risolto il dilemma.
Se nel caso dell’omicidio di Armando Calzolari il collegamento con i tragici fatti del 12 dicembre 1969 rimane, allo stato, solo ipotetico, nel caso del “suicidio” di Riccardo Minetti, testimone nel processo di piazza Fontana a sostegno del falso alibi di Mario Merlino, la connessione è esplicita e diretta.
Nell’operazione che inizia il 28 febbraio 1969, a Roma, non ci sono solo i morti all’interno della Banca dell’Agricoltura di Milano del 12 dicembre 1969, ma su questi episodi nessuno ha mai svolto indagini approfondite. Un omicidio a carico di ignoti, una caduta accidentale dalla finestra di un ospedale, un suicidio sospetto, non hanno destato alcun interesse giudiziario ma solo, a volte, giornalistico.
La magistratura, per quanto riguarda Roma, si è fermata ai componenti del circolo 22 marzo, abbagliata dalla presenza in esso dell’ “anarchico” Pietro Valpreda, in un primo tempo per provarne la colpevolezza, successivamente per affermarne l’innocenza.
Non è mai stata presa in considerazione l’ipotesi che Pietro Valpreda, a Milano, quel pomeriggio del 12 dicembre potesse aver svolto incarichi diversi da quello di portare personalmente l’ordigno all’interno della Banca dell’Agricoltura.
Ancora oggi si pretende di affermare la sua estraneità all’operazione stragista del 12 dicembre 1969 solo perché appare certo che non è stato lui l’esecutore materiale della strage, come inizialmente si era ritenuto che fosse.
Si sono trascurate altre ipotesi e, soprattutto, non si è tenuto conto del legame che univa il “fascista” Mario Merlino all’ “anarchico” Pietro Valpreda, sempre ribadito nel corso degli anni fino a poco tempo prima della morte di quest’ultimo.
Ancora oggi si pretende di affermare che Mario Merlino abbia ingannato il “povero” Valpreda per attribuire la paternità della strage agli anarchici.
Si dimentica, però, che il presunto “fascista” ed il presunto “anarchico”, nei loro interrogatori hanno mantenuto all’unisono una comune linea di accusa contro gli anarchici.
Insieme accusano Ivo Della Savia di detenzione di esplosivi, e Pietro Valpreda offre alla polizia addirittura la soluzione del caso: il 9 gennaio 1970, difatti, indica in tale “Gino”, facilmente individuabile, il suo sosia che avrebbe portato la bomba all’interno della Banca dell’Agricoltura di Milano.
Tale “Gino”, il sosia, è un anarchico: Tommaso Gino Liverani, così che l’accusa di Pietro Valpreda coincide con il convincimento della Questura e della divisione Affari riservati che la strage del 12 dicembre 1969 è di matrice anarchica.
Un innocente si difende offrendo un alibi. Un anarchico non accusa gli anarchici di detenzione di esplosivi e della strage di piazza Fontana come, invece, ha fatto Pietro Valpreda.
Quanti oggi si affannano a commemorare l’ “anarchico” Pietro Valpreda si dimenticano che al posto di una figura leggendaria hanno un barista, umilmente dedito a servire aperitivi ai clienti.
Perché, conclusa con la sola condanna per “associazione per delinquere” la sua vicenda giudiziaria, Pietro Valpreda ha smesso di “lottare” per l’anarchia e si è messo a fare il barista.
Se gli anarchici italiani, dopo averlo cacciato dal circolo de Il Ponte della Ghisolfa di Milano e dal circolo Bakunin di Roma, come confidente di polizia, dopo aver ufficialmente affermato di non averlo mai conosciuto come anarchico, lo hanno rivalutato, hanno il mito che meritano.
Per la storia, la pretesa accusatoria di Pietro Valpreda che a compiere la strage di piazza Fontana era stato un anarchico che gli somigliava come una goccia d’acqua è stata smentita dai fatti.
E dai fatti verrà ufficialmente smentita anche la sua pretesa di essere stato un anarchico.
Per la magistratura milanese la figura di Pietro Valpreda non si tocca. È un tema proibito.
Ma non è il solo.
Perché, come sappiamo, intoccabili sono anche altre figure come quella di Junio Valerio Borghese.
La leggenda del “principe nero” ha fatto il suo tempo.
Junio Valerio Borghese è stato un uomo di potere, collegato ai vertici militari e politici, nazionali ed internazionali, favorito dall’amicizia di uno degli uomini più influenti e potenti della Central intelligence agency, James Jesus Angleton.
Il suo nome non è stato mai accostato ai fatti del 12 dicembre 1969, ma non sorprende se si considera che il “golpe” da lui organizzato il 7-8 dicembre 1970 è stato, alla fine, dichiarato inesistente dalla magistratura italiana.
Junio Valerio Borghese rimane fuori dalle vicende del 1969, perché estraneo ne deve rimanere ad ogni costo il Fronte nazionale da lui presieduto, unico modo per non indagare sul retro-terra politico ed organizzativo che stava alla spalle di Stefano Delle Chiaie, Mario Merlino, Pietro Valpreda, Franco Freda, Giovanni Ventura, Carlo Digilio per limitarci ai “manovali”.
In questo caso, lo trascorrere del tempo gioca a sfavore della verità perché, oggi, non è più possibile presentare Junio Valerio Borghese come il tenebroso “principe nero” che cercava la rivincita sulla democrazia e si proponeva di porsi alla guida di una Nazione ridivenuta fascista.
Ormai sono emersi troppi documenti che testimoniano come Junio Valerio Borghese fosse contiguo al potere, ufficiale e segreto, e rappresentasse quella “cinghia di trasmissione” perfetta fra i detentori del potere e la massa attivistica dell’estrema destra, collocandosi quindi al secondo livello della struttura gerarchica che abbiamo delineato.
Escludiamo, quindi, che qualche magistrato italiano voglia indagare sugli uomini del “secondo livello”, da Junio Valerio Borghese a Pino Rauti a Giorgio Almirante e Pino Romualdi, perché a questi la taccia di “eversori neri” non la potrà mai dare.
Dalle figure e dall’operato di questi personaggi, viceversa, si potrebbe risalire agli uomini del primo livello, quelli che per la sventura del nostro popolo hanno scritto la storia italiana dal 1945 in poi.
Un rischio che la magistratura italiana non vorrà mai correre.
Inoltre, i quarantaquattro anni passati dalla strage di piazza Fontana hanno dato un’altra certezza, quella che nessuno degli indagati, processati, assolti con formule varie, riconosciuti colpevoli, è mai stato un oppositore politico dello Stato e del regime.
Possiamo dire che erano contigui al potere gli uomini del secondo livello, le “cinghie di trasmissione”, e subalterni al potere quelli del “terzo livello”, i manovali.
Stefano Delle Chiaie si affanna a dichiararsi l’uomo più calunniato d’Italia, senza però spiegare per quali oscure ragioni tutti debbano calunniare proprio lui.
Tralasciamo, per ragioni di spazio, l’elenco nutritissimo di quanti hanno affermato che il capo di Avanguardia nazionale era alle dipendenze della divisione Affari riservati del ministero degli Interni, per limitarci alle testimonianze più significative.
Il 9 gennaio 1975, sulla rivista Candido è il senatore del Msi Giorgio Pisanò a scrivere:
“Resta dove sei e stai zitto. Perché se torni dovrai raccontare tante cose: certi traffici d’armi, per esempio, con relativa scomparsa dei fondi che ti erano stati affidati, o i tuoi intrallazzi con Mario Merlino. Oppure, i tuoi rapporti con l’Ufficio Affari riservati del ministero dell’Interno”.
Per tante ragioni, compresi i suoi rapporti con il servizio segreto militare e l’Arma dei carabinieri, Pisanò era un uomo ben informato. Non risulta che abbia mai smentito e ritrattato le accuse qui riportate contro il “Caccola” le cui proteste solo verbali sono state ignorate.
Il capitano Antonio Labruna, il più stretto collaboratore del generale Gianadelio Maletti al reparto “D” del Sid e responsabile del Nucleo operativo diretto (Nod), interlocutore di Delle Chiaie a Barcellona (Spagna) il 30 novembre 1972, il 9 ottobre 1992 dichiara al giudice istruttore di Milano Guido Salvini:
“Ritornando alla posizione di Delle Chiaie ripeto ciò che ho detto più volte, cioè affermo formalmente che era un agente dell’ufficio affari riservati. Non sono il solo a dirlo. Lo afferma anche il Paglia nella sua relazione, il Giannettini in un sua relazione, l’Orlandini nelle registrazioni che ho consegnato al giudice istruttore di Milano. Lo diceva anche il Nicoli, probabilmente anche nelle registrazioni”.
Non risulta che Stefano Delle Chiaie lo abbia mai querelato.
Cinque anni più tardi, il 15 ed il 28 maggio 1997, l’ispettore generale di Ps, Guglielmo Carlucci, lo indica come “fonte” della divisione Affari riservati al giudice istruttore di Venezia Carlo Mastelloni.
Carlucci, già componente del servizio segreto civile, specifica di avere assistito personalmente ai colloqui svoltisi fra Umberto Federico D’Amato e Stefano Delle Chiaie al Viminale, specificando che i rapporti fra i due erano già in corso nel 1966, quando lui entrò in servizio nella divisione Affari riservati, che è poi l’anno – ricordiamolo – dell’affissione dei “manifesti cinesi” che segnarono l’avvio dell’azione di “infiltrazione a sinistra” dei militanti di destra.
Tre testimonianze. La prima di una figura storica della destra italiana, la seconda di un ufficiale del servizio segreto militare che ne richiama altre significative, la terza di un funzionario del servizio segreto civile, fondata su un’esperienza diretta e personale non su affermazioni raccolte da terze persone.
Anche sull’amico e collega di Stefano Della Chiaie, Mario Merlino, le ombre e i sospetti non mancano.
Il maresciallo di Ps, Giuseppe Mango, il 22 aprile 1997, dichiara al giudice istruttore veneziano Carlo Mastelloni:
“Nell’ufficio Affari riservati era noto che Merlino era o era stato fonte dell’Ufficio politico di Roma. Tanto ho appreso da D’Amato e altri nel periodo successive all’attentato (di piazza Fontana, Nda) e nel corso del processo la circostanza non é mai emersa”.
Il maresciallo Giuseppe Mango, considerato la “memoria storica” della divisione Affari riservati, preferirà in un secondo interrogatorio ritrattare di fatto l’accusa ma è lecito ritenere che possa averlo fatto dopo aver subito pressioni in merito.
In ogni caso, é giusto prendere atto sia dell’accusa che della ritrattazione, tanto più che a carico di Merlino c’é una seconda dichiarazione accusatoria, questa volta resa dal questore Alessandro Milioni, l’11 novembre 1997, ancora al giudice istruttore di Venezia Carlo Mastelloni.
Anche Milioni afferma di aver appreso dai suoi colleghi della divisione Affari riservati che Mario Merlino era stato inserito fra gli anarchici dal commissario di Ps Umberto Improta, con il consenso del capo dell’ufficio politico Bonaventura Provenza, “per esperire attentati attribuibili agli anarchici e alla sinistra”, ma di non poter dire se costui era gestito dalla divisione Affari riservati o da “altre strutture dello Stato”.
Anche questa seconda dichiarazione non ha trovato, per quanto dato di sapere, conferma da parte di altri appartenenti al servizio segreto civile o all’ufficio politico della Questura di Roma.
Non si comprende, però, quale sia l’interesse del maresciallo di Ps Giuseppe Mango e del questore Alessandro Milioni ad accusare Mario Merlino di essere stato al servizio dell’ufficio politico della Questura di Roma non solo come “fonte” ma, addirittura, come “infiltrato” fra gli anarchici.
Il comportamento mantenuto dagli uomini della Questura di Roma e quello “collaborativo” di Mario Merlino (e Pietro Valpreda con lui) non ci autorizzano ad escludere la veridicità delle dichiarazioni di Mango e Milioni, perché atti di fede nei confronti degli “infiltrati” non se ne possono fare.
Ci limitiamo a prendere atto che queste accuse non hanno trovato conferma.
Sul conto di Maurizio Giorgi, ci limitiamo a riportare una dichiarazione resa dal capitano Antonio Labruna a Tina Anselmi, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia P2, il 13 ottobre 1982:
“Io e i miei uomini eravamo penetrati in Avanguardia nazionale. Sapevamo che erano protetti dal ministero. Poi Maletti ci ordinò di uscire. Collaborai con Maurizio Giorgi (Avanguardia nazionale) e andammo in Spagna per incontrare Delle Chiaie. Nel 1972 Giorgi divenne collaboratore del Nod. Sospetto che Giorgi collaborasse con gli Affari riservati degli Interni”.
Affermazioni che si commentano da sole, perché delineano il ritratto di un movimento (Avanguardia nazionale) posto sotto la protezione del ministero degli Interni, e di un suo militante che è, contestualmente, informatore del Nucleo operativo diretto del Sid e, forse, della divisione Affari riservati.
Sui fratelli Serafino e Bruno Di Luia è sufficiente ricordare che non si cerca – e non si ottiene – un incontro al Brennero con un alto funzionario del servizio segreto civile (Silvano Russomanno) se non c’è stata una pregressa dimestichezza con gli organi di polizia e i suoi funzionari.
Fermo restando il fatto che le loro preoccupazioni e le “rivelazioni interessanti” sugli attentati ai treni e su quelli del 12 dicembre 1969 le hanno riservate ad un uomo della divisione Affari riservati del ministero degli Interni, tacendole a tutti gli altri.
Sul conto di Franco Freda e Giovanni Ventura non ci soffermiamo perché riposa negli atti processuali la loro collaborazione consapevole con il servizio segreto militare tramite Guido Giannettini, così come la protezione offertagli dall’ufficio politico della Questura di Padova e dalla divisione Affari riservati prima e dopo la strage di piazza Fontana.
I due militanti di destra sono stati riconosciuti, tardivamente, colpevoli di concorso nel massacro del 12 dicembre 1969 a Milano, ma c’è una terza persona che come rileva il giudice istruttore di Milano, Fabrizio D’Arcangelo, è stata condannata per concorso nello stesso eccidio con sentenza n. 15/2061 del 30 giugno 2001, emessa dalla Corte di assise di Milano, contro la quale l’interessato non ha fatto ricorso “ed è quindi divenuta definitiva, sicché si può dire – conclude D’Arcangelo – che la sua responsabilità è stata accertata”: Carlo Digilio.
Chi era Carlo Digilio? Un “nazista” di Ordine nuovo? Un fascista che odiava la democrazia? No. Era quello che si è cosi descritto al giudice istruttore di Milano, Guido Salvini, il 6 aprile l994:
“Svolsi attività di informazione facendo riferimento al comando Ftsae di Verona a partire dal 1967 e fino al 1978. La struttura informativa all’interno di questo comando era una struttura informativa della Cia interessata ovviamente ad avere il maggiore numero di dati sulla situazione italiana e a effettuare una sorta di controllo sull’area del Triveneto che era una di quelle di maggiore interesse”.
In questo modo è una verità giudiziaria definitiva che in questo caso corrisponde alla verità storica, che la sola persona condannata da una Corte di assise per concorso nella strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 era un informatore della Central intelligence agency.
Aggiungiamo che è verità giudiziaria e storica anche quella che vede in Franco Freda e Giovanni Ventura, anch’essi correi nella strage, due informatori del servizio segreto militare italiano e, così, comprendiamo perché la procura della Repubblica di Milano non ha mai avuto interesse ad andare al di là di un verità parzialissima, circoscritta alla responsabilità della “cellula nera” padovana che avrebbe agito per odio ideologico contro lo Stato democratico ed antifascista.
La chiusura della “non inchiesta” o meglio dell’inchiesta condotta dagli altri, della procura della Repubblica di Milano decretata dal giudice istruttore Fabrizio D’Arcangelo, ha deluso le aspettative di quanti hanno comunque creduto nella magistratura e nei magistrati.
Fortunato Zinni in una dichiarazione afferma:
“Lo Stato non ha saputo, potuto, voluto, fare giustizia in casi di estrema gravità come quelli delle stragi. Stragi, appunto, di Stato. Oggi la pubblicazione delle motivazioni che accolgono la richiesta della Procura di Milano conferma e certifica il fallimento della giustizia”.
Noi abbiamo sempre sostenuto che lo Stato non ha mai avuto la volontà di fare giustizia perché, in questo caso, dovrebbe decretare la condanna della classe dirigente politica tutta, senza eccezioni, ed il proprio auto-dissolvimento.
Le stragi, come scrive Fortunato Zinni, sono di Stato, di conseguenza è inutile attendersi che la magistratura dello Stato faccia luce su di esse.
L’ordinanza del giudice istruttore Fabrizio D’Arcangelo non rappresenta il “fallimento della giustizia”, bensì è un atto di coerenza con il rifiuto più che quarantennale di accertare la verità e con l’obiettivo, su evidente benché implicita volontà politica, di chiudere una volta per sempre il capitolo che riguarda la guerra civile italiana degli anni Settanta.
Più passano gli anni, più emergono documenti, più sbiadiscono le tele che raffigurano gli “eversori” sempre meno “neri” e sempre più “bianchi” come il colore della Democrazia cristiana, oggi in via di resurrezione.
Non crediamo che sia stata iniziativa personale del capo del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria la decisione di bloccare per sempre i miei incontri con persone interessate alla ricerca storica ed all’affermazione della verità.
Non lo crediamo perché la motivazione del rifiuto, opposto il 10 agosto 2010, al rappresentante di una casa editrice che aveva pubblicato un libro-intervista al generale Gianadelio Maletti sulla strage di piazza Fontana, recita testualmente che essa “verterebbe su temi interferenti su procedure giudiziarie”.
All’epoca le “procedure giudiziarie” in corso erano quelle sulla strage di Brescia del 28 maggio 1974 e quella sulla strage di piazza Fontana a Milano.
Non crediamo che la procura della Repubblica di Brescia avesse interesse a bloccare una mia intervista (e tutti gli incontri successivi) sulla strage di piazza Fontana.
Rimane la constatazione che lo Stato, nelle sue articolazioni giudiziaria e penitenziaria, si preoccupa perfino di impedire a chi scrive di esprimere i suoi convincimenti sulla “guerra a bassa intensità” maturati nel corso della sua attività politica e, in seguito, sulle ricerche storiche condotte in oltre trentennio di precaria ed osteggiata vita carceraria.
È un dettaglio, certo, che illumina i metodi e le finalità di uno Stato che dall’emergere della verità ha tutto da temere.
Non coinvolgiamo in un generalizzato giudizio di condanna gli elettori, gli iscritti, i militanti ed i dirigenti periferici del Partito democratico, ma è doveroso sottolineare che i dirigenti nazionali di questo partito hanno portato in Senato due dei magistrati che si sono opposti all’inchiesta condotta dal giudice istruttore Guido Salvini: Gerardo D’Ambrosio e Felice Casson.
Da parte di una forza politica che non ha mai lesinato telegrammi, interviste, comunicati stampa per dire che si batterà sempre a favore della verità, è stato un segnale inequivocabile di chi pretende esattamente il contrario: chiudere il capitolo senza alcuna verità, o meglio, con la verità di comodo, quella ufficiale che afferma come in Italia abbia agito contro lo Stato e la democrazia il “terrorismo nero” di marca fascista.
Non spendiamo parole per il centro-destra che in Senato ci ha portato anche Cristano De Eccher, solo per fare un nome.
Credere che la magistratura possa e voglia agire a prescindere dalla politica e, addirittura, contro la politica è un’illusione che non deve più essere alimentata.
Chi ancora volesse crederci, si guardi l’immagine del senatore Felice Casson, che si era spinto fino ad indiziare di reato il giudice istruttore Guido Salvini colpevole di indagare sul conto degli ordinovisti, per vedere quella di una magistratura politicizzata che ha sola ambizione di difendere gli interessi della casta nella quale, poi, puntualmente finisce per confluire.
La verità sulla strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 sulla quale ci sono ormai tutti gli elementi per affermare sul piano storico, preso atto dell’impossibilità di farlo su quello giudiziario, sarà sempre negata dallo Stato e dal regime perché, in caso contrario, avrebbe un effetto domino sugli avvenimenti successivi, mettendo in luce la responsabilità dei vertici politici, militari e di sicurezza insieme a quella dei loro alleati internazionali.
La strage della Banca dell’Agricoltura di Milano ha aperto il capitolo di una sanguinosa stagione, scritto dal potere politico e dai suoi terroristi.
Si illude però questo potere, se pensa di poterci scrivere la parola “fine” con la definitiva proclamazione della sua verità di comodo.
Una “pietra tombale” cade ora sulla pretesa della magistratura italiana di cercare la verità, non su quest’ultima.
Noi, andiamo avanti.

Vincenzo Vinciguerra

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L’ultima fiaba

 

 
Opera, 4 luglio 2013

Un poco per volta, lentamente, crollano i miti e le leggende che un’interessata propaganda di regime ha creato sul “neofascismo” postbellico.
La suggestiva fiaba nera di un fascismo risorto nel mese di dicembre del 1946, mentre il Paese era ancora occupato dalle truppe angloamericane, sotto il simbolo del Movimento sociale italiano è ormai screditata, rimpiazzata senza clamorose sconfessioni da quella che vuole in Giorgio Almirante il fondatore della “destra moderna”.
Cancellato il Movimento sociale italiano come partito “neofascista”, si è ormai convenuto che anche Ordine nuovo non è mai stato un’organizzazione “neonazista” ma una struttura alle dipendenze del servizio segreto militare, sotto la guida del giornalista del quotidiano democristiano “Il Tempo” di Roma, Pino Rauti.
Sbiadisce anche la figura del “principe nero”, quell’Junio Valerio Borghese i cui rapporti con James Jesus Angleton, uno dei massimi dirigenti della Cia, sono ormai accettati come provati, esattamente come i suoi rapporti con Giulio Andreotti ed il suo entourage, affondando nel fangoso mare della storia post-bellica anche i suoi seguaci, in modo specifico quell’ “Avanguardia nazionale”, guidata da Stefano Delle Chiaie, detto “il caccola”, che si distingue da Ordine nuovo per avere intrattenuto rapporti più solidi con il ministero degli Interni che non con quello della Difesa.
Resiste ancora la leggenda dello “spontaneismo armato”, sull’esistenza del quale storici di indubbia serietà come Stefania Limiti nutrono fondate perplessità intravedendo sullo sfondo del presunto “spontaneismo neofascista” l’ombra dei servizi segreti e dei loro uomini.
È una leggenda sgangherata, quella dello “spontaneismo armato”, che avrebbe visto come indiscussi protagonisti personaggi che, in altri momenti, avrebbero ottenuto solo l’interesse delle Squadre mobili delle Questure e non quello degli uffici politici.
Ladroni, rapinatori, spacciatori di droga, psicopatici e psicolabili che hanno costruito a partire dal 1977 e fino all’agosto del 1980, la truppa al servizio dei “vecchi fascisti golpisti e stragisti”, come i fratelli Fabio e Alfredo De Felice, Paolo Signorelli, Massimiliano Fachini, solo per citarne alcuni.
Dopo lo sbandamento seguito al fallimento di una strategia perseguita fin dai primi anni Settanta, quella della soluzione di forza affidata per l’esecuzione ai “corpi sani” dello Stato sotto la guida dei “camerati” alla Giulio Andreotti e alla Amintore Fanfani, i militanti della destra evoliana si riorganizzano nel 1977 per riproporre quanto avevano già fatto alla fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta.
Il ricambio generazionale porta alla ribalta nomi e volti nuovi solo sul piano della manovalanza, perché le redini del comando rimangono saldamente in mano ai “neofascisti di servizio segreto” che riprendono le vecchie tattiche confidando nelle solite protezioni.
“Terza posizione” è una riedizione di “Avanguardia nazionale”, che mantiene tramite Giuseppe Dimitri uno stretto collegamento con Adriano Tilgher.
Il “Movimento rivoluzionario popolare” ripropone le tesi e l’azione dell’Organizzazione Lotta di popolo (Olp), costituita a Roma il 1° maggio 1969 e, come “Terza posizione”, si presenta come antagonista del capitalismo e del marxismo, salvo compiere nel maggio del 1979, a Roma, attentati stragisti rivendicati con un linguaggio di sinistra per suscitare lo sdegno dei cittadini contro “i rossi” nell’imminenza delle elezioni politiche anticipate del mese di giugno successivo.
I discepoli di Julius Evola e di Giorgio Almirante rifanno nel 1978-1980 quanto avevano fatto nel 1968-1970, presentandosi come “terza forza”, proponendo alleanze ai gruppi della sinistra rivoluzionaria, meglio se armata, infiltrandosi in essa per le immancabili ragioni di acquisizione di informazioni da passare ai soliti servizi segreti e di provocazione.
Lo “spontaneismo armato” di stampo evoliano e conservatore è solo un’invenzione a posteriori della propaganda e del regime.
Perfino la sigla “Nar”, nuclei armati rivoluzionari, riporta alla denominazione della cellula di base dei “Far” (Fasci di azione rivoluzionaria) degli anni dell’immediato dopoguerra che, a dispetto del nome, sotto la guida di Pino Romualdi, erano finanziati dai servizi segreti americani e collaboravano con gli ebrei impegnati ad ottenere il ritiro delle truppe britanniche dalla Palestina.
Anche “Tabula rasa”, altro organo “spontaneista”, in realtà riprende la denominazione di una rivista fondata negli anni Cinquanta dai fratelli Fabio ed Alfredo De Felice con la collaborazione di Giano Accame.
Nulla di nuovo sotto il cielo tempestoso degli ultimi anni Settanta.
Il compito della destra evoliana e missina è quello di sempre: accrescere il disordine per favorire il ristabilimento dell’ordine, a spese del Partito comunista e dei gruppi di sinistra.
Sul finire degli anni Sessanta erano riusciti ad infiltrarsi fra i marxisti-leninisti e gli anarchici, a dialogare con il Movimento studentesco presentandosi perfino in piazza, come a Valle Giulia, a tirare pietre e molotov contro le forze di polizia, contribuendo in modo decisivo alla strategia del “destabilizzare per stabilizzare”.
Sul finire degli anni Settanta, quasi un decennio più tardi, ripropongono la stessa tattica a scapito dei gruppi di sinistra, con le medesime tesi, le immancabili bombe stragiste, le coperture degli apparati di Stato, l’nfiltrazione a sinistra.
Su quest’ultima, se mai qualcuno nutrisse dubbi, esiste la prova certa, fornita da una lettera sequestrata dalla polizia a casa di Mario Corsi, a Roma, e citata in un verbale della Questura di Cremona del 22 settembre del 1979.
Nella lettera indirizzata da tale Mario Spotti, di Cremona, a Mario Corsi, si legge:
“Caro camerata, con la ripresa delle lezioni universitarie potrò compiere ciò che tu e Guido cercate di fare a Roma. Ora ho trovato un appoggio, una ragazza di sinistra che ovviamente non è al corrente della mia vera fede politica…”.
Non ci sono dubbi su quanto stavano facendo i presunti “spontaneisti” perché tali sono considerazioni di Mario Corsi e “Guido” che è stato identificato come Guido Zappavigna, militante di “Terza posizione”.
Mario Corsi è annoverato come esponente dei Nar ed è stato sospettato di aver preso parte all’omicidio di Fausto e Iaio, avvenuto a Milano il 18 marzo 1978.
Quanti altri elementi di prova giacciono dimenticati nei fascicoli processuali e negli archivi delle Questure, perché il mito dello “spontaneismo armato” non venga messo in discussione?
Chi, però, si ritiene uno storico intellettualmente onesto il suo giudizio lo può già esprimere basandosi sugli elementi di pubblico dominio.
Prendiamo, ad esempio, il caso della rivista “Quex”, presentata da Monica Zornetta, intrepida giornalista del “Corriere della sera”, come la promotrice dello “spontaneismo armato”.
Ci scrivevano un agente ausiliario di Ps, Mario Tuti, imputato per la strage dell’Italicus; un lanciatore di bombe a mano della federazione del Msi di Milano, subalterno di Franco Maria Servello e Ignazio La Russa, Maurizio Murelli; uno psicopatico di Ordine nuovo, Pierluigi Concutelli; il noto ed innominabile “pantegana” che da Carlo Fumagalli percepiva ottanta mila lire a settimana per fare il “fascista” di “Ordine nero”, sigla inventata dalla divisione Affari riservati del ministero degli Interni.
Già i nomi e le “imprese” di cui costoro erano stati protagonisti rendono dubbio il loro improvviso “spontaneismo”, ma se andiamo a vedere che la loro guida politica era Franco Freda, il dubbio che si tratti di una truffa diviene certezza.
Sempre che Monica Zornetta non si senta di affermare che l’ ”agente Z” del Sid è stato il capo dello “spontaneismo armato”, il suo ideologo.
Se, poi, aggiungiamo che la guida spirituale del gruppo era Angelo Izzo, collaboratore di “Quex”, a favore del quale il “pantegana” si era scagliato con veemenza le “vestali di quart’ordine della morale” che osavano condannarlo per lo stupro e l’omicidio del Circeo, la favola dello “spontaneismo armato” svanisce del tutto, per essere sostituita dalla squallida lettura di una rivista porno-politica.
L’interpretazione del pensiero di Julius Evola fatta dal “pantegana” e dai suoi colleghi, esclude a priori che questi potessero mai concepire un’azione “spontanea” contro lo Stato ed il regime come il loro passato ed il loro presente confermano puntualmente.
Non a caso vedevano in Franco Freda il “capo” ed in Angelo Izzo “l’esempio” dello “spirito libero” ai quali si ispiravano.
Franco Freda ed Angelo Izzo sono stati i due poli in mezzo ai quali si sono mossi gli “spontaneisti” quanto mai presunti.
Valerio Fioravanti programmava l’omicidio del giudice istruttore Giancarlo Stiz che, a Treviso, nel 1970-1971, aveva incastrato Franco Freda per la strage di piazza Fontana e, poi, nel carcere di Ascoli Piceno si accordava con Angelo Izzo e Sergio Calore per “pentirsi”, sponsorizzati dal gruppo editoriale “L’espresso – Repubblica”, salvo tirarsi indietro all’ultimo minuto, confermando però ai due il suo appoggio e la sua solidarietà.
E proprio contro l’agente “Z” del Sid si rivolgerà l’infiltrato a sinistra Egidio Giuliani che, nel mese di maggio del 1982, nel cortile dell’aria del carcere di Novara gli taglierà la faccia, compiendo un gesto che nel linguaggio della malavita qualificherà Franco Freda come un infame.
Non è l’azione di uno “spontaneista” contro un “vecchio fascista golpista e stragista”, ma la vendetta di un disilluso che, ormai in carcere, aveva compreso l’inganno nel quale era caduto.
Un gesto tutto sommato vile, quello compiuto da Egidio Giuliani che, come tutti gli altri, non ha mai avuto il coraggio e la dignità di attaccare lo Stato rivelando la trappola nella quale ritiene, con gli altri, di essere caduto.
Perché, quando si combatte una battaglia politica ed ideale, si ha il dovere di svelare i delitti del potere che non subisce passivamente l’attacco ma reagisce con le armi vili che gli sono proprie.
Il silenzio, spacciato come atto di coraggio, è l’ultimo inganno.
Perché, in realtà, l’omertà per favorire lo Stato ed il regime politico attuale fa rima con viltà.

Vincenzo Vinciguerra

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Ancora sullo “spontaneismo”

 

Opera, 23 ottobre 2012

Esiste negli storici italiani e in quanti, a vario titolo, si occupano della guerra politica in questo Paese un blocco mentale, ovvero il rifiuto di analizzare criticamente quanto già si conosce per pervenire a conclusioni che siano diverse – se non quando opposte – a quelle che si pretende di tramandare alle nuove generazioni come verità assolute, puntualmente riscontrate da prove e testimonianze incontrovertibili.
Non è così.
La costruzione di una verità storica che coincide con quella affermata e divulgata dalla propaganda bellica del regime con finalità depistati e difensive, non può essere avallata ancora oggi come rispondente alla realtà dei comportamenti di protagonisti e comprimari di una destra che ci si ostina, nonostante tutte le evidenze contrarie, a voler definire sempre e soltanto “eversiva”.
L’immagine di una destra estrema impegnata a congiurare e complottare contro lo Stato ed il regime politico anticomunista negli anni Sessanta e fino alla metà degli anni Settanta condiziona e distorce il giudizio di quanti analizzano i comportamenti dei movimenti di destra sorti fra il 1977 ed il 1978.
Si pretende, difatti, che questi gruppi e queste bande abbiano rappresentato il tentativo da parte dei giovani “neofascisti” di rompere con un passato di compromessi con esponenti politici e militari del regime che si era contraddistinto per tentativi di “golpe” e per lo stragismo.
Si cerca, in questo modo, di proiettare l’immagine di una destra estrema che prende le distanze dai centri di potere palesi ed occulti del regime contro il quale inizia una battaglia scevra da collusioni e compromessi, da condurre in modo “spontaneo”, affidato cioè alla sincera avversione dei giovani militanti contro il mondo politico ufficiale, compreso il Movimento sociale italiano e gli ormai disciolti gruppi della destra estrema, che spontaneamente si aggregano per condurre una guerra che li avvicina ai loro coetanei della estrema sinistra, non solo nei metodi ma anche nelle finalità.
E’ la leggenda dello “spontaneismo armato”.
Taluni pretendono di riconoscere nell’omicidio del giudice Vittorio Occorsio, avvenuto a Roma il 10 luglio 1976, il primo atto dell’inversione di tendenza della destra estrema che inizia a proporsi, con un gesto eclatante, l’obiettivo di “disarticolare il potere colpendo le cinghie di trasmissione del potere statale”.
In realtà Vittorio Occorsio muore quel giorno per le stesse identiche motivazioni per le quali sarà ucciso il 23 giugno 1980 il suo collega Mario Amato: per voler indagare all’interno di un Tribunale in cui l’estrema destra romana ha sempre contato simpatie ed appoggi, spesso inconfessabili, su ambienti e persone che erano “intoccabili” per i poteri dello Stato.
Con buona pace di quanti, a posteriori e per i benefici di legge, cercano di crearsi la fama di “fascista” spostato a sinistra, Occorsio muore per la decisione di persone che appartenevano alla vecchia destra “golpista e stragista”, sia i mandanti che gli esecutori. Non per vendicarsi dello scioglimento del Movimento politico Ordine nuovo di Clemente Graziani derivato da una decisione politica del ministro degli Interni Paolo Emilio Taviani e non dall’operato del giudice Occorsio, perché sul banco degli imputati saliranno, a conferma, tutti personaggi che con il Mpon non hanno avuto nulla a che fare compreso Pierluigi Concutelli che si sublimava dinanzi a Paolo Signorelli il quale a sua volta aveva come punto di riferimento Pino Rauti, non certo Clemente Graziani.
Detto questo, è doveroso contestare l’assunto secondo il quale gli “spontaneisti” abbiano tratto alimento ideologico dal libretto di Franco Freda, “La disintegrazione del sistema”.
Per un potere mediatico che crea i personaggi o li distrugge, sulla base delle convenienze ci coloro che pagano e comandano, si è cercato di fare di Franco Freda un “ideologo” e un “capo”.
Nulla di più falso: in Ordine nuovo, il capo, la mente, l’ideologo era Pino Rauti, la cui figura è stata coscientemente sminuita proprio ingigantendo quella di Franco Freda che, viceversa, era un gregario, indubbiamente erudito, ma impiegato sul piano operativo alla pari di altri.
E’ accertato, sul piano storico e perfino su quello giudiziario, che a partire dalla metà degli anni Sessanta i gruppi dell’estrema destra italiana siano stati impegnati, per conto dei servizi segreti italiani e stranieri, in una massiccia opera di infiltrazione-provocazione negli ambienti della sinistra extra-parlamentare di matrice anarchica e “cinese”.
Uno dei gruppi periferici di Ordine nuovo più impegnato nella infiltrazione degli ambienti marxisti-leninisti ed anarchici era quello di Padova, di cui faceva parte Franco Freda.
Nessuno dubita che Giovanni Ventura, Paolo Romanin, Aldo Trinco si fossero “infiltrati” a sinistra con scopi di provocazione e alla ricerca di informazioni da passare ai servizi segreti italiani dai quali dipendevano.
Franco Freda era, ovviamente, in prima linea in questa operazione che lo vedeva impegnato come confidente del Sid e, con buone probabilità, del servizio segreto greco con finalità che erano opposte a quelle degli anarchici e dei militanti marxisti-leninisti che candidava alla galera dove sarebbero puntualmente finiti se l’operazione del 1969 avesse avuto buon fine.
La stesura de “La disintegrazione del sistema” rientrava nell’ambito di un’operazione che vedeva coinvolti anche i diplomatici e le spie dell’ambasciata della Cina popolare di Berna, i quali avevano tutto l’interesse a fomentare il dissenso alla sinistra del Pci, notoriamente agli ordini dell’Unione sovietica.
Invitare i “compagni” a combattere insieme contro il “sistema borghese” non era una posizione, addirittura, ideologica del Freda ma un “bidone” da rifilare a quanti sarebbero caduti nella trappola tesa dai servizi segreti atlantici e americani per coinvolgere in operazioni “destabilizzanti” quanti più militanti di sinistra fosse possibile e, nel contempo, indebolire il Partito comunista creando alla sua sinistra una forza “rivoluzionaria” che ne denunciasse e ne combattesse l’imborghesimento.
Le finalità ultime dell’operazione, sul piano politico, erano quelle di obbligare il Pci a dismettere le vesti dell’agnello per reindossare quelle ad esso più consone del lupo in modo da poterlo colpire nel momento giusto e con le modalità appropriate.
Quando Freda presenta in Germania “La disintegrazione del sistema”, nel mese di agosto del 1969, ha già preso parte agli attentati stragisti del 25 aprile 1969, a Milano, a quelli contro i treni dell’8-9 agosto 1969, tutti attribuiti agli anarchici, e si prepara a partecipare agli attentati del 12 dicembre 1969, a Roma e a Milano.
A questo punto, gli storici italiani devono decidere se Franco Freda rappresenta un caso psichiatrico di sdoppiamento della personalità che, un giorno partecipa ad operazioni destinate a favorire l’instaurazione in Italia di un regime autoritario e repressivo nei confronti della sinistra senza distinzioni fra quella parlamentare ed extra-parlamentare, e il giorno successivo invita i “compagni” a combattere insieme a lui e ai suoi “camerati” (fra i quali Guido Giannettini) contro il “sistema borghese”.
Noi escludiamo che Franco Freda sia un caso psichiatrico, così come non lo era Giovanni Ventura che “lavorava” fra i marxisti-leninisti, e tanti altri che hanno preso parte a quelle operazioni di infiltrazione-provocazione a sinistra, così che affermiamo che “La disintegrazione del sistema” fu un’opera strumentale, finalizzata a raggiungere un obiettivo immediato e circoscritto, la cui fortuna è stata fatta da quanti, fin da allora, erano impegnati a suggerire alleanze spurie fra “neri” e “rossi” in odio allo Stato democratico.
Le attività che la destra estrema, sotto nuove denominazioni, ripropone a partire dal 1977-78 sono la mera riproposizione di quanto avevano fatto i loro “maestri” negli anni Sessanta.
Non è dovuto a casualità che Claudio Mutti riediti, nel mese di maggio del 1978, proprio “La disintegrazione del sistema”. Non crediamo che qualcuno voglia arruolare il Mutti fra gli “spontaneisti”, tenendo presente che era stato imputato, poi assolto, nel processo per la strage di piazza Fontana perché trovato in possesso di in biglietto di Freda indirizzato a Guido Giannettini.
Gli storici italiani amano tanto l’analisi delle parole dette e scritte.
Il sospetto che la parola serva anche ad ingannare, che rappresenti l’apparire dietro il quale si occulta l’essere, non li sfiora.
Così che si soffermano sul linguaggio dei volantini di rivendicazione per gli attentati stragisti del maggio 1979, a Roma, compiuti sotto la sigla di “Movimento rivoluzionario popolare”, per rafforzare il loro convincimento che in effetti la destra estrema di quegli anni cercava di emulare le Brigate rosse e proponeva ai “compagni” di creare un fronte unito contro lo Stato.
Però, anche loro  – gli storici – sanno che dietro la sigla del Mrp e il giornale “Costruiamo l’azione” si occultavano con funzioni direttive i fratelli Fabio ed Alfredo De Felice, Paolo Signorelli e Massimiliano Fachini, gli esponenti cioè della vecchia destra “golpista e stragista”.
Le bombe stragiste del maggio 1979, a Roma, rivendicate con un linguaggio di sinistra, avevano un fine vicino nel tempo: alienare simpatie rivolte alla sinistra nell’imminenza delle elezioni politiche anticipate del mese di giugno del 1979.
In altre parole, erano bombe ed eventualmente morti e lutti che dovevano servire a rafforzare la Democrazia cristiana e i partiti anticomunisti.
Perfino qualcuno degli “spontaneisti”, anni dopo, quando si è trovato in galera invece che in servizio presso qualche commissariato di Ps come sperava dopo che era stata raggiunta la vittoria, ha compreso l’inganno e ha provveduto a tagliare la faccia a Franco Freda, il 28 maggio 1982, all’interno del cortile dell’aria del carcere di Novara.
Sono rimasti solo gli storici italiani a raccontare la favola dello “spontaneismo armato”, anche perché non è possibile chiedere la loro opinione a Walter Rossi, Roberto Scialabba, Ivo Zini, Fausto e Iaio, Valerio Verbano uccisi non dai vecchi “fascisti stragisti e golpisti” ma da quelli che ancora oggi, senza pudore, si pretende di spacciare per “spontaneisti”.
La favola ha fatto il suo tempo. Iniziamo a scrivere la storia.

Vincenzo Vinciguerra

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Bologna 2 agosto 1980: strage di Stato

 

Opera, 22 agosto 2012

A 32 anni di distanza dal massacro del 2 agosto 1980 alla stazione ferroviaria di Bologna, la destra reazionaria e conservatrice che ancora oggi pretende di rappresentarsi come erede del fascismo e, di conseguenza, come neofascismo non cessa nel tentativo di introdurre sempre nuovi elementi di confusione in una vicenda che, per quanto incredibile possa apparire in questo Paese, è processualmente definita, almeno per quanto riguarda gli esecutori materiali.
Il fatto che due degli stragisti siano ormai in libertà per avere interamente scontato la condanna all’ergastolo ed uno si trovi in semi-linertà, non attenua il furore polemico di persone che si sentono in dovere di provare la loro innocenza e di dimostrare che quella strage non è “fascista”.
A parte la considerazione che i tre stragisti possono essere definiti “neofascisti” da quanti il fascismo non sanno cosa sia, che due di costoro in un momento di sincerità si sono definiti “criminali recuperati alla società”, appare evidente che il fascismo e i fascisti con l’eccidio di Bologna del 2 agosto 1980 non hanno nulla a che vedere.
Ciarlieri e fantasiosi pseudo-storici, esperti in “fascisterie” varie, e grotteschi e quanto mai presunti “ultime raffiche” sparate in una guerra che da parte loro non è mai stata fatta, sono alla ricerca di “colpevoli” che, furbescamente, collocano all’estero: libici, palestinesi, ora anche israeliani, questi ultimi sulla base di “ragionamenti logici” in base ai quali chiunque potrebbe ipotizzare una responsabilità dei cannibali della Nuova Papuasia o degli aborigeni australiani, per quello che essi valgono.
La destra di servizio (segreto) finge di cercare una verità che, in ogni caso, salvaguardi il suo padrone di sempre, lo Stato.
La strage di Bologna non risponde, ovviamente, alla logica di quelle che l’hanno preceduta da piazza Fontana, il 12 dicembre 1969, in avanti, ma la sua motivazione è egualmente politica ed interessa lo Stato italiano ed i suoi alleati americani ed atlantici.
Per comprenderne la logica e le motivazioni, dobbiamo necessariamente soffermarci sull’abbattimento del DC-9 Itavia sul cielo di Ustica del 27 giugno 1980.
Su cosa sia accaduto quella sera del 27 giugno 1980 nel cielo di Ustica, crediamo che nessuno dubiti sul fatto che il Dc-9 Itavia sia stato abbattuto da un missile aria-aria sparato da un aereo militare che Francesco Cossiga ha indicato di nazionalità francese.
Francese, italiano, americano che sia stato quel velivolo è ormai certo che il nostro Dc-9 Itavia è stato colpito nel corso di un’operazione militare mantenuta ancora oggi segretissima alla quale hanno concorso le Aeronautiche di almeno tre Paesi: Italia, Francia e Stati Uniti.
Quel massacro, che vogliamo sperare sia stato involontario, provoca la reazione tipica di uno Stato e di un’Alleanza atlantica che hanno gli strumenti per depistare nell’immediatezza del fatto le indagini e sviare l’attenzione dell’opinione pubblica, secondo uno schema ampiamente collaudato fin dai tempi della strage di Portella della Ginestra del 1° maggio 1947.
Lo Stato depista le indagini quando deve difendere un segreto inconfessabile che, se conosciuto, è suscettibile di provocare gravi conseguenze sul piano politico.
Ustica non fa eccezione.
L’interesse del governo italiano del tempo, e dei suoi alleati della nato, nel coprire ad ogni costo (anche eliminando fisicamente nel tempo alcuni dei testimoni) le proprie responsabilità nella strage di Ustica risiede nella situazione politica in cui si trovava il Paese nell’estate del 1980.
Nelle elezioni politiche anticipate del 3 giugno 1979, il Partito comunista aveva subito una flessione rispetto al 1976, ma contava egualmente sul 30, 4 per cento dei voti e 201 seggi alla Camera dei deputati, e sul 31,5 per cento dei voti e 109 seggi in Senato.
Una forza che lo collocava al secondo posto fra i partiti politici e che gli garantiva, insieme alla sua nota capacità di mobilitare le masse, la possibilità di mettere in seria difficoltà la casta politica anticomunista ed i suoi alleati internazionali nel caso fosse emersa la responsabilità dell’Alleanza atlantica nel massacro di Ustica.
Inoltre, in quell’estate del 1980, il Partito comunista era in netta difficoltà per l’invasione militare sovietica dell’Afghanistan, iniziata il 27 dicembre 1979, che aveva comportato perfino uno “strappo” con il Partito comunista sovietico da parte del gruppo dirigente comunista guidato da Enrico Berlinguer.
La verità sull’eccidio di Ustica avrebbe pareggiato i conti, perché il partito comunista italiano e l’Unione sovietica non avrebbero avuto scrupolo alcuno a sfruttare al massimo il tragico evento per mettere a loro volta in difficoltà la Democrazia cristiana ed i suoi alleati, all’interno, il governo italiano e la Nato sul piano internazionale.
Non è ipotizzabile che Francesco Cossiga, il governo italiano, l’ambasciata americana e la Nato concedessero al Pci l’uso di una arma che poteva far traballare il potere anticomunista e mettere in discussione perfino la partecipazione italiana alla Nato.
Ma non c’era solo la minaccia politica rappresentata dal Pci dell’Unione sovietica, perché in quel 1980 era ancora viva la guerriglia condotta dai gruppi armati della sinistra.
Fino al 27 giugno 1980, a partire dal 1° gennaio di quell’anno, i guerriglieri di sinistra avevano ucciso quindici persone, fra le quali un colonnello dei carabinieri a Genova, il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura a Roma, tre magistrati rispettivamente a Salerno, Roma e Milano.
Come avrebbero reagito dinanzi al massacro di 81 cittadini italiani innocenti per mano di aerei militari dell’Alleanza atlantica?
E l’opinione pubblica italiana non sarebbe rimasta sconvolta dalla strage e dalla morte lenta, straziante, di uomini, donne, bambini rinchiusi in quella che era stata la loro tomba che lentamente s’inabissava nel Tirreno?
Per il governo italiano, presieduto da Francesco Cossiga, la sola possibilità di evitare una crisi politica devastante dalla quale l’unico a trarre vantaggio sarebbe stato il Partito comunista, e una sequela di omicidi da parte della guerriglia armata che avrebbero incontrato, se non il favore, almeno la comprensione dell’opinione pubblica, era quella di avviare il depistaggio.
E questo inizia in due direzioni, affidato a quegli apparati statali che sono preposti al controllo dell’informazione per scopi difensivi ed offensivi.
In questo caso, l’esigenza difensiva per lo Stato italiano e la Nato era lampante.
Così, il 28 giugno 1980, con una telefonata al “Corriere della sera”, utilizzando la sigla dei Nar e il nome di un confidente di Questura, Marco Affatigato, si avvia il primo depistaggio, quello che pretende che il Dc-9 Itavia sia esploso per la deflagrazione al suo interno di una bomba trasportata dal “terrorista” dei Nar.
In seconda battuta, i manipolatori dell’informazione lanciano un attacco devastante ai responsabili della società aerea “Itavia”, accusandoli di far volare aerei obsoleti, in precarie condizioni di sicurezza, affermando esplicitamente che il Dc-9 è caduto per un cedimento strutturale.
Il risultato è che la società aerea Itavia deve chiudere per fallimento, e la pista della bomba regge per oltre dieci anni, anzi ancora oggi c’è qualche cialtrone politico che la ripropone.
Nessuno, vogliamo sperare, vorrà affermare che i depistaggi possano essere stati ordinati ed attuati dai libici, dai palestinesi, dagli israeliani o dai cannibali della Nuova Papuasia.
I servizi segreti sono organi esecutivi e depistano perché ricevono l’ ordine di farlo dai loro superiori gerarchici (il presidente del Consiglio Francesco Cossiga).
Nel primo depistaggio appare la figura del colonnello Federigo Mannucci Benincasa, capo centro del Sismi di Firenze, al quale molti “neofascisti” devono gratitudine e riconoscenza a cominciare da Augusto Cauchi, Mario Tuti, ecc.
Non sappiamo da dove è stata fatta (e da chi) la telefonata alla redazione del quotidiano “Il Corriere della sera” il 28 giugno 1980, ma il suo contenuto ci permette di affermare che il Sismi ha interessato la cellula spionistica veneta.
Difatti, il riferimento all’orologio “Baume & Mercier” che il confidente di polizia Marco Affatigato avrebbe portato al polso sul Dc-9 Itavia è un particolare veritiero che poteva conoscere solo Marcello Soffiati.
Informatore da sempre dei servizi segreti americani ed italiani, nel 1980 confidente del Sisde con il criptonimo di “Eolo”, Marcello Soffiati alcune settimane prima della strage di Ustica si era recato a Nizza per incontrare proprio il collega Marco Affatigato al quale aveva chiesto in regalo l’orologio che portava al polso, un “Baume & Mercier”, ottenendo però un rifiuto.
Buontempone sanguinario e vendicativo, Soffiati aveva suggerito l’inserimento nella telefonata, per renderla più credibile, del nome del collega Marco Affatigato e del dettaglio del suo orologio da polso, un “Baume & Mercier”.
A fine giugno, primi di luglio del 1980 è quindi in corso una operazione di disinformazione difensiva, finalizzata cioè ad impedire che il Partito comunista, l’estrema sinistra politica ed armata possano sfruttare la strage di Ustica contro il governo e la Nato.
Il compito di “addormentare” l’inchiesta fingendo per almeno 10 anni di non riuscire a comprendere se il Dc-9 Itavia era stato abbattuto da un missili o era esploso per una bomba al suo interno, il governo l’affida ai magistrati romani che sono i “corazzieri” giudiziari del potere italiano, non palestinese, ecc. ecc.
In quei giorni, però, qualcuno avverte come prioritaria l’esigenza di distrarre l’opinione pubblica dalla tragedia di Ustica, compiendo un gesto ancora più clamoroso, tale da farla dimenticare e, contestualmente, da avvalorare l’ipotesi della bomba “fascista” portata sul Dc-9 Itavia da un “terrorista nero” di cui l’opinione pubblica ignora la qualità di confidente della Questura.
Il rilancio dello “stragismo fascista” appare, di conseguenza, funzionale alla difesa dello Stato e del suo segreto ignobile ed inconfessabile.
Non si tratta di mere congetture, basate su ragionamenti “logici”, ma di dati di fatto concreti ed incontrovertibili, perché il 10 luglio 1980, dal carcere di Padova, un ex militante missino, Pierluigi Presilio Vettore, preannuncia al magistrato di sorveglianza un attentato di “eccezionale gravità”.
A Padova non ci sono basi di guerriglieri palestinesi, di tedeschi della Raf, di uomini di Carlos, ma i “neofascisti di servizio segreto” dal cui interno è giunta a Pierluigi Presilio Vettore, detenuto, l’informazione che stanno predisponendo un nuovo massacro.
Il delatore non fornisce le motivazioni dell’attentato di “eccezionale gravità” che i suoi colleghi stanno preparando, perché queste non si possono dire in quanto non si possono giustificare politicamente: non è possibile, infatti, affermare che la nuova strage serva ai “colonnelli” per prendere il potere in Italia.
Nelle ricostruzioni giudiziarie e giornalistiche della strage di Bologna esiste un “buco nero”, relativo all’attentato compiuto alle ore 01,55 del 30 luglio 1980, a Milano, con un’autobomba fatta esplodere in coincidenza con la conclusione della seduta del consiglio comunale, con l’intento di falciare gli spettatori ed i consiglieri comunali che uscivano dal palazzo comunale.
La strage viene rivendicata con un volantino dattiloscritto firmato dai “Gruppi armati per il contropotere territoriale”, una sigla di sinistra apparsa a Roma in occasione di un singolare attentato a Paolo Signorelli, che Paolo Aleandri e Sergio Calore dichiareranno falso, cioè organizzato dallo stesso informatore dell’Arma dei carabinieri.
Nel mirino della magistratura milanese finiranno in veste di indiziati di reato, con altri, Egidio Giuliani, Benito Allatta e Gilberto Cavallini perché la macchina imbottita di esplosivo è stata rubata a Roma, l’esplosivo proviene da Roma, e a Roma è stata usata per la prima e unica volta la sigla utilizzata per la rivendicazione.
Gilberto Cavallini, però, vive in quel periodo in Veneto insieme a Francesca Mambro, Valerio Fioravanti e Luigi Ciavardini.
La strage del 30 luglio 1980, a Milano, fallisce per una manciata di minuti, è rivendicata con una sigla di sinistra ma, al solito, è compiuta da militanti di destra operanti a Roma e nel Veneto.
Come sempre, quando si tratta di fare indagini sul mondo di destra la magistratura milanese, con la sola eccezione del giudice Guido Salvini, si smarrisce, non comprende, non trova prove, ritiene insufficienti gli indizi, non riesce ad infrangere il muro di complicità ed omertà, naviga in mezzo alla nebbia fino all’immancabile naufragio.
Però, quel poco che è riuscita d accertare consente di attribuire al rapinatore Gilberto Cavallini, presunto spontaneista dei Nar, il dubbio onore di essere stato indiziato di reato per due stragi, quella fallita a Milano il 30 luglio 1980 e quella riuscita a Bologna il 2 agosto 19080, tre giorni più tardi.
Cavallini è un nemico degli orefici, non dello Stato, quindi è un personaggio che non ci interessa, ma il duplice indizio di reato lo collega a due stragi, una mancata l’altra compiuta, avvenute nel brevissimo arco temporale di tre giorni, una a Milano l’altra a Bologna, nessuna delle quali ha una motivazione politica individuabile sia pure per ipotesi.
Perché la destra di servizio segreto sente la necessità nel mese di luglio del 1980 di uccidere, con l’arma della strage indiscriminata?
E perché ci si ostina a non fare il collegamento fra Milano e Bologna?
Eppure, per la mancata strage di Milano sono stati indiziati di reato Egidio Giuliani, Benito Allatta e Gilberto Cavallini: per la strage di Bologna del 2 agosto 1980 sono stati condannati Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, e indiziato di reato Gilberto Cavallini.
Il collegamento fra i due episodi è nei fatti (stragi), nel tempo di esecuzione (tre giorni), nei nomi tutti riferiti all’ambiente di servizio segreto di Roma e al milanese Gilberto cavallini da tempo aggregato alla banda capitolina.
I due attentati stragisti di Milano e di Bologna si differenziano solo nel fatto che il primo ha necessitato una preparazione (il furto della macchina a Roma, la verifica delle date delle sedute del consiglio comunale di Milano, quella degli orari della loro conclusione) mentre il secondo, a Bologna, non ne ha richiesta alcuna.
Perché per deporre un ordigno all’interno di una stazione ferroviaria, serve solo la volontà e la disponibilità degli esecutori materiali, e niente altro.
Non a caso, al strage di Bologna del 2 agosto 1980 richiama alla memoria quella fallita a Verona il 28 agosto 1970, compiuta all’interno della stazione ferroviaria, con le stesse modalità.
Se si vuole la verità sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980, bisogna soffermarsi su quella fallita a Milano nella notte del 30 luglio 1980, e chiedersi se la seconda non sia motivata proprio dal fallimento della prima.
Senza la strage non si distrae l’attenzione dell’opinione pubblica dal massacro di Ustica, non si contribuisce al depistaggio in atto da parte dei servizi segreti per conto dell’autorità politica.
Il massacro di Bologna del 2 agosto 1980 coglie l’obiettivo, che quello tentato tre giorni prima a Milano aveva mancato.
Quando la sinistra italiana si deciderà ad affermare, con onestà intellettuale, che sono esistite organizzazioni di estrema destra, come Ordine nuovo, che in realtà sono state al servizio dello Stato e dei suoi apparati di sicurezza, la verità sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980, e non solo, si potrà affermare fino in fondo.
La cellula veneta non era “fascista” o “nazifascista”, era semplicemente spionistica, composta da elementi che svolgevano ruoli informativi ed operativi per conto dei servizi segreti italiani, americani (militari e civili), israeliani.
Carlo Digilio, il tecnico delle stragi, era figlio di Michelangelo Digilio, ufficiale della Guardia di finanza che aveva tradito il Paese in guerra nel 1942, quando prestava servizio a Creta, ponendosi al servizio degli inglesi.
Michelangelo Digilio aveva sempre lavorato per i servizi segreti italiani, esattamente come farà suo figlio Carlo, intruppato in “Ordine nuovo” che veniva utilizzata come organizzazione di copertura dei servizi segreti.
La malafede, la disonestà intellettuale, la necessità di continuare a sostenere i depistaggi dei servizi segreti, alimentando la strategia della confusione, da parte di numerosi elementi di destra, pseudo-storici e grotteschi combattenti di guerre inesistenti, non permette a tanti giovani di individuare nel gruppo veneto, missino ed ordinovista, un struttura sotto copertura degli apparati segreti e clandestini dello Stato.
“Erodoto” (Digilio), “Eolo” (Soffiati), “Attinia” (Spiazzi), Zorzi, Maggi, Fachini, Freda, Ventura, non sono stati militanti politici neofascisti ma informatori dei servizi segreti, non solo italiani, per conto dei quali hanno politicamente lavorato a destra.
La differenza è fondamentale.
Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Gilberto Cavallini, Luigi Ciavardini hanno trovato in Veneto il sostegno logistico della cellula spionistica ivi operante, per conto della quale hanno agito e preventivato di agire.
L’attacco al distretto militare di Padova del 30 marzo 1980, rivendicato a nome delle Brigate Rosse, il progettato omicidio del giudice Giancarlo Stiz per vendicare il confidente del Sid Franco Freda, la stessa mancata strage del 30 luglio a Milano rivendicata con una sigla di sinistra, ridicolizzano la pretesa di quanti ancora oggi si ostinano ad affermare l’esistenza dello “spontaneismo armato”.
Del resto, insieme ai veneti, a Paolo Signorelli, ai fratelli De Felice, Fioravanti e complici la strage l’avevano cercata anche a Roma nel mese di maggio del 1979, quando avevano piazzato bombe che solo per un caso fortuito non hanno provocato morti rivendicate a nome del “Movimento rivoluzionario popolare” per contribuire alla “lotta contro il fascismo”.
I presunti “spontaneisti” non rifuggivano dall’uso dell’arma della strage indiscriminata a Roma, come a Milano e a Bologna.
La telefonata del 28 giugno al “Corriere della sera”, con il riferimento al confidente di polizia Marco Affatigato e al suo orologio da polso “Baume & Mercier”, conferma il coinvolgimento della cellula spionistica veneta nel depistaggio delle indagini sulla strage di Ustica.
La segnalazione di Pier Luigi Presilio Vettore al magistrato di sorveglianza di Padova del 10 luglio 1980, tredici giorni dopo la tragedia di Ustica, prova che all’interno della cellula veneta si era già programmata una strage come diversivo.
L’attentato con finalità stragiste del 30 luglio 1980, a Milano, pacificamente attribuibile ad elementi della destra romano-veneta, conferma l’esattezza delle dichiarazioni di Vettore.
La strage di Bologna del 2 agosto 1980 rimedia al fallimento di quella del 30 luglio e raggiunge il fine di distrarre l’opinione pubblica dalla tragedia di Ustica.
La motivazione politica della strage di Bologna, e di quella fallita di Milano, risiede nella necessità di impedire che si faccia pressante la richiesta di verità su Ustica, che si ipotizzi la possibilità dei vertici politici e militari di Paesi aderenti all’Alleanza atlantica e che si conceda al Partito comunista ed alla sinistra politica ed armata la possibilità di mettere sotto accusa il governo italiano, presieduto da Francesco Cossiga, e la Nato.
E’ la ragioni di Stato, la motivazione della strage di Bologna del 2 agosto 1980.
La ricerca di altre e diverse motivazioni come quella di colpevoli che non siano quelli condannati con sentenza passata in giudicato e ormai liberi per aver espiato con venti anni 6 o 7 ergastoli è solo un espediente per continuare a negare le responsabilità dello Stato italiano e dell’Alleanza atlantica in una tragedia che avrebbe dovuto essere evitata se i vertici politici e militari italiani avessero avuto quel senso della sovranità e della dignità nazionale che invece non hanno.
Il pretesto di affermare l’innocenza di personaggi pluricondannati all’ergastolo ma, caso unico nella storia giudiziaria europea e mondiale, già liberi nasconde la volontà di proseguire il depistaggio della verità a tempo indeterminato.
I tre non sono stati condannati per farne i capro espiatorio perché “fascisti”, ma perché non hanno portato un alibi, si sono contraddetti a vicenda, hanno taciuto sulla presenza di Luigi Ciavardini, hanno insomma dimostrato di non sapersi difendere dall’accusa infamante per chiunque ma non per loro.
Il fascismo è finito il 28 aprile 1945, i fascisti sono finiti dinanzi ai plotoni di esecuzione dello Stato e delle formazioni partigiane, così che definire “fascisti” i componenti della famiglia Adams è un’offesa non solo alla verità ma al fascismo.
A di là di ciarle e ciarlatani, c’è l’istituto della revisione del processo che personaggi che hanno goduto del sostegno dei servizi segreti militari e di quasi tutta l’Italia politica, giornalistica e in parte giudiziaria avrebbero dovuto utilizzare.
Non lo hanno fatto perché nulla di nuovo e di concreto possono portare in un’aula di Tribunale.
“Carlos” ha detto che a fare la strage di Bologna è stata la Cia: Carlo Digilio lavorava con la Cia e il 2 agosto 1980, secondo Valerio Fioravanti e Francesca Mambro era a Padova per incontrarsi con Gilberto Cavallini.
Sono stati gli israeliani? Le prove dei rapporti fra la cellula spionistica veneta e i servizi segreti israeliani sono agli atti dell’istruttoria di Guido Salvini.
Forse, è ora che i ciarlatani si mettano a tacere.
La strage di Bologna del 2 agosto 1980 non è “fascista” ma di Stato, fatta da persone che hanno sempre lavorato per lo Stato e nell’interesse dello Stato che no le ha abbandonate alla loro sorte se ancora infestano le strade di Roma, trovando simpatizzanti e sostenitori.
Per altro ci richiamiamo a quanto scritto nel documento “L’asse stragista”, pubblicato su questo stesso sito.
Le stragi italiane non sono un mistero e, soprattutto, non sono ideologicamente definibili come “fasciste”.
Portella della Ginestra, affidata la mafioso Salvatore Giuliano, è riferibile a settori della Democrazia cristiana, Partito liberale e monarchici; quella di piazza Fontana doveva servire, insieme ai sanguinosi incidenti che sarebbero seguiti alla manifestazione indetta dal Msi a Roma il 14 dicembre 1969, a far proclamare dal governo presieduto da Mariano Rumor lo stato di emergenza; la strage compiuta dal confidente del Sid Gianfranco Bertoli il 17 maggio 1973, a Milano, aveva come obiettivo il “traditore” Mariano Rumor; quelle di Brescia (28 maggio 1974), dell’Italicus (4 agosto 1974) e di Savona (20 novembre 1974) sono derivate dallo scontro durissimo e feroce all’interno dell’anticomunismo italiano ed internazionale.
La strage di Ustica, impossibile da spiegare all’opinione pubblica perché un aereo civile delle dimensioni di un Dc-9 non si può confondere con un minuscolo caccia militare, era in grado di destabilizzare sia l’ordine pubblico che quello politico.
Indirizzare lo sdegno della popolazione nei confronti dello “stragismo fascista” è stato il modo, ritenuto più idoneo, per neutralizzare il pericolo.
Non sono stati i libici, i palestinesi, gli israeliani a dare il via a due depistaggi nell’immediatezza dell’eccidio di Ustica (bomba e cedimento strutturale) né ad impartire l’ordine ai giudici romani di insabbiare le indagini sul Mig libico rinvenuto sulla Sila il 18 luglio 1980, e di fingere di non capire, non vedere e non sentire quando l’evidenza del fatto provava al di là di ogni ragionevole dubbio.
Non sono stati stranieri gli esecutori materiali degli omicidi di diversi testimoni militari della strage di Ustica.
La destra di servizio che continua ad avere voce in capitolo sia pure circoscritta a pochi ma ciarlieri individui di infimo livello intellettivo e morale non spiega perché lo Stato maggiore dell’Aeronautica è finito sotto processo per aver occultato le prove dell’eccidio di Ustica, se questo non fosse stato riferibile alle responsabilità politiche e militari italiani ed atlantiche, non solo francesi.
La strage di Bologna, spostando l’attenzione pubblica sullo “stragismo fascista”, ha consentito di guadagnare tempo, di far lavorare in relativa tranquillità i depistatori militari ed i giudici romani chiamati a paralizzare le indagini sull’abbattimento del Dc-9 ad Ustica, ha avvalorato infine la tesi della bomba che, non a caso, è quella che ha retto per più tempo in contrapposizione a quella del missile.
Nessuno ha spiegato mai la logica della tentata strage a Milano il 30 luglio 1980, anche se una logica doveva averla perché non poteva essere frutto della follia di uno o più individui.
L’organizzazione, l’esecuzione materiale di questa fallita strage sono riferibili a personaggi della destra romana collegati ai veneti dalla figura di Gilberto Cavallini.
Se il 30 luglio 1980, la destra di servizio ha cercato la strage, senza raggiungere il suo obiettivo, la pretesa che tre giorni dopo a Bologna siano giunti i palestinesi, i libici, i tedeschi e gli israeliani, a turno, per compiere un eccidio si commenta da sola.
La verità sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980 passa anche per la spiegazione che nessuno ha mai voluto dare dell’attivismo stragista del gruppo veneto denunciato da Pieluigi Presilio Vettore il 10 luglio 1980, puntualmente confermata dalla tentata strage a Milano del 30 luglio 1980.
Perché mai, subito dopo l’eccidio nato di Ustica, la destra veneta ha sentito il bisogno di compiere un attentato di “eccezionale gravità”?
Cercare una logica politica di opposizione al sistema parlamentare in una strage è grottesco perché questa è un’arma che favorisce chi detiene il potere. Come nel passato anche nell’estate del 1980 la strage di Bologna non poteva – né doveva – destabilizzare l’ordine pubblico e quello politico ma stabilizzarli al prezzo di 85 morti e 200 feriti.
L’eccidio del 2 agosto 1980 ha colto anche questo obiettivo, favorendo l’unità nazionale che la verità su Ustica avrebbe mandato in frantumi.
Il governo italiano, presieduto da Francesco Cossiga, e la Nato avevano un’emergenza in quell’estate del 1980 derivante dal massacro di 81 cittadini italiani sul cielo di Ustica, che la strage di Bologna del 2 agosto ha risolto brillantemente, al prezzo di altri 85 morti e 200 feriti.
Gli israeliani?
E’ il caso, per concludere, di dire che lo “stragismo fascista” ha fatto la felicità del Mossad israeliano per il quale buttare fango sul fascismo è un dovere al quale Israele non rinuncia.
Ma, sul banco degli imputati per le stragi italiane, ancora oggi definite “fasciste”, ci sono finiti tutti personaggi che con i servizi segreti israeliani hanno sempre intrattenuto ottimi rapporti.
Non a caso a proclamare l’innocenza dei “fascisti” Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, è sceso in campo tutto il mondo politico e giornalistico italo-israeliano, che pretende oggi di affermare che l’eccidio del 2 agosto 1980 sia stato compiuto dai palestinesi e non più dai “fascisti”, nemici ormai passati di moda.
Bologna non è un mistero italiano, è una strage italiana, come le altre che l’hanno preceduta, non fascista ma di Stato.
Diciamolo, non per i vivi ma per rispettare i morti.

Vincenzo Vinciguerra

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L’unica verità

 

(Opera, 15 agosto 1012)

Da alcuni anni a questa parte si assiste allo spettacolo offerto da persone che hanno come primario interesse la ricerca del consenso, dei complimenti e del conto in banca, impegnate a ricostruire le vicende del 12 dicembre 1969 in modo romanzesco e fantasioso, convinte (almeno affermano di esserlo) di aver trovato la chiave di lettura degli eventi in una duplicità di azioni e di operazioni: doppie organizzazioni, doppie strutture segrete, doppi depistaggi, doppie bombe.
Purtroppo con questi personaggi in cerca di notorietà a buon mercato, la verità non può essere doppia ma una sola, quella che vede un’operazione ben coordinata che coinvolge uomini ed organizzazioni del neofascismo di Stato (Movimento sociale Italiano, Ordine nuovo, Avanguardia nazionale), servizi segreti militari e civili italiani e stranieri impegnati nella stabilizzazione politica del Paese.
Nell’affannosa ricerca dello scoop ad ogni costo, si è giunti in questo modo ad ipotizzare che doveva essere portata nella banca dell’Agricoltura di Milano, il pomeriggio del 12 dicembre 1969, una bomba “buona”, destinata a fare boom, affidata all’ingenuo “anarchico” Pietro Valpreda dagli uomini di Avanguardia nazionale per conto della Divisione Affari riservati del Ministero degli Interni, repentinamente e furtivamente sostituta con una bomba “cattiva”, destinata a fare strage, dai malvagi di Ordine nuovo appoggiati dal Servizio informazioni difesa (Sid).
Per scriverci un romanzo, girarci un film, disegnarci un fumetto, questa “verità” può andare bene e rendere meglio, ma la verità non romanzata afferma che i “cattivi” di Ordine nuovo del Veneto e di Roma erano sotto la protezione esplicita della Divisione Affari riservati del Ministero degli Interni esattamente come i “buoni” di Avanguardia nazionale.
Prendiamo l’esempio, per cominciare, di Delfo Zorzi, indicato dai suoi colleghi Carlo Digilio e Martino Siciliano come l’autore della strage di piazza Fontana.
L’accusa non è stata ritenuta provata in sede processuale ma il rapporto fra Delfo Zorzi e i funzionari del Ministero degli Interni è provato al di là di ogni ragionevole dubbio.
Arrestato il 16 novembre 1968, a Mestre, su indicazione presumibile del suo collega Giampiero Mariga, Delfo Zorzi in Questura si comporta come un tenore all’opera: “canta”.
In un verbale della polizia, a firma del commissario di Ps Naccarato, si legge che Zorzi “non tenne un atteggiamento negativo ma si lasciò andare ad ampia collaborazione. Dichiarava inoltre che il Mariga si rifornirebbe di armi presso un deposito esistente nel trevigiano e che, per eventuali riparazioni di armi, gli illegittimi detentori delle stesse farebbero capo ad un ufficiale dei paracadutisti in congedo residente tra Mantova e Verona”.
Il riferimento a Giovanni Ventura, a Roberto Besutti ed Elio Massgrande è chiarissimo ed esplicito, ma non ci saranno conseguenze né per Zorzi, né per Mariga e tantomeno per gli alti personaggi chiamati in causa.
Quando uno se la “canta” in Questura, ne consegue il suo allontanamento immediato da un’organizzazione politica che si pretende collocata all’opposizione del sistema parlamentare.
Viceversa, la patente di “canterino” rende Delfo Zorzi un elemento di sicuro affidamento per gli ordinovisti di Mestre-Venezia, anzi fa di lui una colonna portante del gruppo, a conferma che la collaborazione con la polizia è una nota di merito all’interno di Ordine nuovo.
Difatti, Delfo Zorzi da qual giorno è arruolato fra le file degli informatori da Elvio Catenacci, e messo in contatto col viceprefetto Antonio Sampaoli Pignocchi, ufficialmente capo dell’ufficio stampa del ministero degli Interni, in realtà funzionario del servizio segreto civile, e di lui, a distanza di oltre sedici anni affermerà di ricordarsi bene anche il prefetto Umberto Federico D’Amato.
Insomma, il presunto autore materiale della strage del 12 dicembre 1969, a Milano, il “cattivo” che avrebbe sostituito la bomba “buona” collocata da Pietro Valpreda, è un uomo del servizio segreto civile, lo stesso che protegge e dirige gli uomini di Avanguardia nazionale.
Per rendersi conto di quanto sia grottesca la suddivisione tra i “buoni”, identificati nel ministero degli Interni e in Avanguardia nazionale, e i “cattivi” del Sid-Ordine nuovo la vicenda personale di Delfo Zorzi basta e avanza.
Non dovendo farci un conto in banca, né partecipare alla sceneggiatura di film, avendo come unico fine l’affermazione della verità, proseguiamo nella nostra ricostruzione.
E’ sempre il questore Elvio Catenacci, ormai direttore della Divisione Affari Riservati, a minacciare a Padova, il 23 luglio 1969, il commissario di Ps Pasquale Juliano, colpevole di aver iniziato un’inchiesta contro il missino Massimiliano Fachini per armi, esplosivi ed altro.
Ed è sempre lo stesso Catenacci a disporre che si mantenga segreta la scoperta, avvenuta il 13 dicembre 1969, giorno successivo alla strage di piazza Fontana a Milano, del negozio padovano in cui sono state vendute almeno alcune delle borse utilizzate negli attentati di Roma e di Milano del 12 dicembre 1969.
Se il ruolo del ministero degli Interni e della Divisione Affari riservati non è emerso in tutta la sua evidenza e gravità nel corso di oltre quarant’anni, il merito, se così si può definire, è tutto del giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio, oggi senatore del Pd.
E’ cotanto giudice che, per mera casualità, nel settembre del 1972 viene a conoscenza del fatto che la Divisione Affari riservati e le questure di Padova, Roma e Milano gli hanno sempre taciuto di aver identificato nell’immediatezza della strage il negozio padovano in cui erano state vendute le borse usate per gli attentati.
E’ un fatto di eccezionale gravità perché denuncia la volontà di impedire l’identificazione della persona che ha acquistato quelle borse, con una serie di omissioni ma anche con un’azione diretta di cui lo stesso Gerardo D’Ambrosio viene a conoscenza il 12 ottobre 1972: quel giorno, da un appunto della polizia scientifica, il magistrato apprende che ignoti hanno trafugato e fatto scomparire il laccio che assicura il cartellino del prezzo rinvenuto sulla borsa contenente la bomba inesplosa, perché non innescata, con il fine di impedire che da esso si potesse risalire al negozio che l’aveva venduta.
Per Gerardo D’Ambrosio si tratta di una mera bazzecola, di un “fatto di non rilevante gravità”, dovuto all’imbecillità di tre sprovveduti funzionari di polizia con i quali, anche dopo averli formalmente incriminati, lui continua a collaborare nelle indagini sulla strage di piazza Fontana, senza pretendere che siano allontanati se non dal servizio almeno dalla direzione degli uffici politici di Roma e Milano che i commissari Bonaventura Provenza e Antonino Allegra continuano tranquillamente a dirigere.
Dopo la strage del 12 dicembre 1969, il servizio segreto civile, diretto da Elvio Catenacci, con la complicità dei dirigenti degli uffici politici di Roma, Padova e Milano depista le indagini per proteggere Franco Freda ed i suoi colleghi.
Non basta. Come avrà modo di ricordare il sostituto procuratore della Repubblica di Padova, Pietro Calogero, in un’intervista, dopo le dichiarazioni accusatorie di Guido Lorenzon nei confronti di Giovanni Ventura e Franco Freda, organizza un incontro fra il teste e quest’ultimo affidando alla polizia il compito di registrare il colloquio.
Il risultato sarà, secondo il racconto di Calogero, che la prima volta la polizia non aveva inserito le batterie nel registratore, la seconda volta le batterie erano scariche, la terza volta dal tenore delle risposte di Freda egli ne ricavò la netta impressione che quest’ultimo fosse a conoscenza della trappola.
A dirigere l’ufficio politico della Questura di Padova c’era il commissario di Ps, Saverio Molino, che aveva fra i suoi atti anche la registrazione delle telefonate fatte da Franco Freda nei mesi precedenti la strage, per ordinare i timer poi utilizzati negli attentati.
Ad incriminare il funzionario sarà, il 16 novembre 1973, il procuratore della Repubblica di Padova, Aldo Fais, perché il furbissimo Gerardo D’Ambrosio che avrebbe avuto il dovere di farlo si asterrà dal perseguire Saverio Molino per una ragione evidente: con le prove del depistaggio finalizzato ad impedire l’individuazione del negozio dove erano state vendute, a Padova, le borse usate negli attentati, con l’incriminazione formale di Elvio Catenacci, Bonaventura Provenza e Antonino Allegra, procedere contro Saverio Molino per aver omesso di segnalare il contenuto delle telefonate con le quali erano stati ordinati i timer nel mese di settembre del 1969, avrebbe significato riconoscere che il ministero degli Interni aveva garantito protezione ed impunità al gruppo ordinovista veneto, di cui faceva parte Franco Freda, prima e dopo la strage.
Inoltre, il coinvolgimento del direttore della Divisione Affari riservati e di ben tre dirigenti degli uffici politici di tre questure non avrebbe consentito a Gerardo D’Ambrosio di ipotizzare l’infedeltà di un singolo funzionario ma l’avrebbe obbligato a chiamare in causa i vertici del servizio segreto civile e della polizia come complici di Franco Freda e dei suoi colleghi.
E mai sarebbe divenuto senatore.
Queste non sono fantasie scaturite in notti insonni pensando al conto in banca, sono fatti provati perfino sul piano processuale nonostante la magistratura di cui purtroppo gode questo Paese.
Fatti che provano come il ministero degli Interni, nel 1969, era attivo nella protezione e nelle complicità sia degli uomini di Avanguardia nazionale che di quelli di Ordine nuovo.
Una dimostrazione ulteriore, indiretta ma significativa, viene dal fatto che gli ordinovisti veneti, Giovanni Ventura e Marco Pozzan, porteranno sul banco degli imputati il servizio segreto militare, nelle persone di Gianadelio Maletti e Antonio Labruna, ma non diranno mai una sola parola sul conto della Divisione Affari riservati del ministero degli Interni.
Quale valore attribuire, dinanzi alla semplice esposizione di fatti peraltro ampiamente noti a chi conosce la storia del processo per la strage di piazza Fontana, alla pretesa che ci sia stata una bomba “buona” collocata da Pietro Valpreda per conto di Avanguardia nazionale e del ministero degli Interni, ed una “cattiva” deposta dagli ordinovisti veneti su incarico del Sid?
Se non c’è la volontà di introdurre, consapevolmente, una nota ulteriore di confusione in una vicenda che inizia ad apparire in tutta la sua chiarezza (non per merito di magistrati e di giornalisti), si potrebbe anche ipotizzare che accanto alle “doppie bombe”, alle “doppie strutture”, alle “doppie organizzazioni”, ai “doppi depistaggi” ecc. ci siano anche i “doppi fessi”.
In realtà, i servizi segreti italiani, sia militari che civili, collaborano nell’operazione del 1969 destinata a concludersi il 14 dicembre di quell’anno con la proclamazione dello stato di emergenza.
Lo dice la presenza dell’agente del Sid, giornalista missino de “Il Secolo d’Italia”, Guido Giannettini accanto ai veneti che lavorano per conto dei servizi nel campo dell’infiltrazione a sinistra, in particolare fra i marxisti-leninisti.
Lo dice anche un nome che è stato fatto scomparire dalla magistratura, insieme a quello di Guido Paglia, dalla vicenda processuale di piazza Fontana, quello di Gianfranco Finaldi.
Stefano Delle Chiaie, difatti, non indicherà nel solo Guido Paglia la persona che deve confermare il suo alibi per il pomeriggio del 12 dicembre 1969, ma insieme a lui citerà anche Gianfranco Finaldi.
Chi era costui?
Era il presidente dell’Istituto “A. Pollio”, lo stesso che organizzò il convegno all’hotel “Parco dei principi” sulla “guerra rivoluzionaria” del 3-5 maggio 1965.
Cos’è stato l’Istituto “Alberto Pollio”, lo ricaviamo da una nota del direttore del Sifar, Egidio Viggiani, del 23 maggio 1964, che lo definisce “una lancia spezzata delle Forze armate, con quelle funzioni di propaganda e – se del caso – di agitazione politica che le Ffaa non potrebbero istituzionalmente esercitare in proprio. Tutto ciò, naturalmente, sempre in termini di responsabile cautela, e comunque senza mai permettere di stabilire un nesso formale fra l’attività dell’Istituto stesso e gli uffici militari”.
Un uomo del ministero degli Interni, Stefano Delle Chiaie, cita come testimone a sua difesa un personaggio del Sid e dello Stato maggiore dell’Esercito, come Gianfranco Finaldi, perché sa perfettamente, essendo un gregario di Junio Valerio Borghese, che il servizio segreto militare è parte integrante dell’operazione esattamente come quello civile, e sa che lo proteggerà.
Come ha recitato la parte assegnatagli prima degli attentati del 12 dicembre 1969, il Sid continuerà a farlo anche dopo quando si tratterà di cancellare le tracce di un’operazione di respiro internazionale e i cui sono a conoscenza, a grandi linee, i vertici politici e militari italiani.
Una verità che ha infastidito e preoccupato qualche apparato statale che sfiduciato dall’incapacità dell’amministrazione penitenziaria, in particolare del carcere di Opera, di dissuaderlo dal proseguire la sua battaglia ideale, politica e civile a favore del Paese e del suo popolo, ha pensato bene nel mese di dicembre del 2011 di scendere in campo in prima persona con un’operazione finalizzata all’intimidazione.
Non è, per carità, una doppia operazione anche se potrebbe avere una finalità palese ed una occulta, non dichiarata, ma avendo chi scrive un morale altissimo, una salute di ferro, la volontà di proseguire senza mai fermarsi nella sua battaglia, la speranza fondata di campare cent’anni, potrebbero anche risparmiare tempo e soldi.
Del resto, già in passato certe operazioni in carcere sono fallite.
Comunque, non ci rivolgiamo ai furbi ed ai fessi che pretendono di scrivere la storia del Paese con “verità” parziali e strampalate, di quelle che non fanno male al Potere perché finalizzate a proteggerlo e ad escludere le responsabilità.
Ci rivolgiamo a coloro che oggi hanno vent’anni, che non sono ancora corrotti dall’ambizione e dalla viltà, perché possano giudicare i fatti e le logiche conclusioni che dalla loro corretta lettura scaturiscono.
Non è una “doppia” speranza, è una sola, semplice e lineare come la verità.

Vincenzo Vinciguerra

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L’asse stragista

Opera, 16 giugno 2012

Nella geografia politica dell’Italia post-bellica, a partire dalla metà degli anni Sessanta, si evidenzia un asse stragista che collega tre città: Padova-Venezia-Roma.
Non è un’opinione.
Il primo tentativo di strage su un treno si verifica a Trento. Il 30 settembre 1967, quando una valigia contenente un ordigno esplosivo viene lasciata su un vagone dell’ “Alpen Express” e prelevata, su segnalazione di una passeggera, da due agenti di polizia che muoiono quando tenta di aprirla.
Unico indiziato di reato, Franco Freda, confidente del Sid, padovano, che verrà prosciolto perché gli elementi raccolti a suo carico non saranno ritenuti sufficienti per incriminarlo e portarlo a giudizio.
Franco Freda, insieme a Giovanni Ventura, sarà viceversa condannato per le tentate stragi del 25 aprile 1969, a Milano, alla Fiera campionaria ed all’ufficio cambi della stazione ferroviaria.
I due informatori dei servizi segreti italiani saranno, poi, assolti per insufficienza di prove dall’accusa di aver concorso nella strage del 12 dicembre 1969, a Milano, alla Banca dell’Agricoltura. Ma, con venti anni di ritardo, perfino la Corte di cassazione ha dovuto convenire sulla loro certa colpevolezza.
Due confidenti dei servizi segreti e una città: Freda, Ventura, Padova.
Il 12 dicembre 1969, però, esplodono anche bombe con finalità stragiste a Roma, di cui saranno chiamati a rispondere gli uomini di Avanguardia nazionale, che salgono alla ribalta per i collegamenti operativi con Freda e ventura.
Il 20 dicembre 1986, il “Mattino” di Padova, pubblica una dichiarazione, ma i valorizzata sul piano storico e processuale, di Giovanni ventura:
“Si, il 68 ha prodotto le circostanze del nostro avvicinamento. Allora era normale. Valpreda, Merlino, Delle Chiaie. Il giro era così…”.
Agli stragisti padovani si sommano, quindi, quelli romani, autori degli attentati alla banca nazionale del Lavoro e all’Altare della patria, che solo per un caso fortuito non hanno prodotto morti.
Il 7 aprile 1973, un militante del Movimento sociale italiano di Milano, Nico Azzi, tenta di fare una strage sul treno Torino-Roma, da attribuire a “Lotta continua”.
L’inetto Azzi si ferisce da solo e la strage sfuma.
Per questo attentato fallito sono, poi, condannati con sentenza passata in giudicato Giancarlo Rognoni, Nico Azzi, Mauro Marzorati e Francesco De Min.
Fra i nomi di quattro stragisti spicca quello di Giancarlo Rognoni, legatissimo a Carlo Maria Maggi, ispettore triveneto di Ordine nuovo.
E Rognoni sarà imputato anche nel processo per la strage di piazza Fontana, insieme a Carlo Maria Maggi, che si concluderà con la sua assoluzione con formula ampia.
Il 17 maggio 1973, a Milano, è compiuta una strage dinanzi alla Questura ad opera di Gianfranco Bertoli, confidente del Sid, e legato agli ordinovisti veneziani, fra i quali Carlo Maria Maggi.
Il 28 maggio 1974, a Brescia, è compiuta una strage in piazza della Loggia, per la quale, con trent’anni di ritardo, saliranno sul banco degli imputati ordinovisti veneti, fra i quali Carlo Maria Maggi.
Il 4 agosto 1974, è compiuta una strage sul treno “Italicus”, partito dalla stazione Tiburtina a Roma,  che per le sue modalità ricorderà a Stefano Delle Chiaie i “fratelli Karamazov”, ovvero Fabio ed Alfredo De Felice.
Il 30 luglio 1980, a Milano, fallisce la strage, tentata mediante l’esplosione di un’autobomba dinanzi alla sede del Comune, che è pacificamente attribuita al gruppo romano che fa capo a Paolo Signorelli, punto di riferimento del gruppo veneto guidato da Carlo Maria Maggi e in stretto collegamento con i fratelli Fabio ed Alfredo De Felice.
Un anno prima, a Roma, il 20 maggio 1979, era fallita una strage anche in piazza Indipendenza, organizzata dal Movimento rivoluzionario popolare che faceva capo a Paolo Signorelli, Massimiliano Fachini, Fabio ed Alfredo De Felice.
L’ultimo processo per la strage di piazza Fontana, ha visto sul banco degli imputati Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi, Carlo Digilio, del gruppo veneto di Ordine nuovo.
La strage del 2 agosto 1980, alla stazione ferroviaria di Bologna, vede condannati tre militanti del Msi romano, Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, che in quel periodo risiedevano in veneto.
Dal 1967 al 1980, non c’è episodio stragista in Italia che non sia stato ricollegato sul piano processuale e militanti politici del Movimento sociale italiano, Ordine nuovo e Avanguardia nazionale, tutti collegati agli apparati segreti dello Stato sia militari che civili, che hanno operato in tre città: Padova, Venezia, Roma.
La strategia della confusione e del depistaggio oggi più che mai operante pretende che non si conoscono e non si “sapranno mai” i nomi degli autori delle stragi che, viceversa, in parte si conoscono:
Franco Freda e Giovanni Ventura, per le stragi del 15 aprile 1969;
Giancarlo Rognoni, Nico Azzi, Francesco De Min e Mauro Marzorati, per la strage del 7 aprile 1973;
Gianfranco Bertoli, per quella del 17 maggio 1973;
Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Lugi Ciavardini, per la strage del 2 agosto 1980, a Bologna.
Dieci militanti del “neofascismo” di servizio segreto condannati con sentenze passate in giudicato, mentre sui loro colleghi assolti con formula dubitativa sarà il caso di ricordare che l’insufficienza di prove non sancisce la loro innocenza ma solo il fatto che i magistrati non hanno ritenuto che gli indizi a loro carico fossero sufficienti per raggiungere l’assoluta certezza della loro colpevolezza.
La premessa è necessaria per introdurre il tema relativo al cosiddetto “spontaneismo armato” che avrebbe visto, a partire dal 1977, la costituzione dal basso di gruppi giovanili di estrema destra che avrebbero ripudiato i metodi dei “vecchi fascisti stragisti e golpisti” per adottare quelli più consoni ad una “lotta armata” contro lo Stato condotta emulando i metodi della sinistra rivoluzionaria e combattente.
Inserita nel contesto di quella menzogna storica che pretende che in Italia ci sia stato un “neofascismo” che avrebbe tramato contro la democrazia, la favola dello “spontaneismo” viene ribadita, ad ogni possibile occasione, dall’alto, dai rappresentanti dello Stato e della politica, e dal basso, dai protagonisti e dai comprimari della presunta “lotta armata” neofascista ai quali non pare vero di passare alla storia come romantici rivoluzionari che hanno, più o meno eroicamente, combattuto contro lo Stato democratico ed antifascista.
Fa testo, come esempio, a questo proposito, quanto ha scritto qualche anno fa sul suo blog un certo Gabriele Adinolfi, già militante di “Terza posizione”:
“Ho combattuto una guerra e l’ho persa. Ho sparato fino all’ultima cartuccia, anzi fino all’ultima raffica”.
In realtà, lo psicolabile Adinolfi da sempre spara, perfettamente impunito, dal suo blog raffiche di quelle che nel linguaggio popolare sono definite con una parola che inizia con “c” e finisce con “e” (c…e) che non ha niente a che vedere con cartucce, difatti lui scappò, veloce come un coniglio, in Francia dove attese la prescrizione della irrisoria pena inflittagli per rientrare in Italia senza aver mai scontato un solo giorno di carcere.
è sufficiente ricordare che Caterina Picasso, nota come “nonna Mao”, ad oltre 70 anni d’età, per “associazione sovversiva” ha riportato una condanna di 5 anni e 8 mesi di reclusione, superiore a quella inflitta, per più reati, a Gabriele Adinolfi che lo stato non ha considerato combattente né pericoloso.
È giusto dire, però, che lo psicolabile in questione è una figura minore nello zoo dell’estrema destra romana perché la favola dello “spontaneismo armato” poggia principalmente su altri individui, primi fra tutti Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, protagonisti indiscussi della vicenda dei Nuclei armati rivoluzionari (Nar).
Francesca Mambro ha dichiarato di essere stata lei, insieme al suo compagno, ad inventare la denominazione di Nuclei armati rivoluzionari (Nar), ma questa è un’interessata menzogna.
Il 10 giugno 1947, difatti, l’agente americano Victor Barret redige un rapporto sul neofascismo nel quale delinea la struttura dei Fasci di azione rivoluzionaria (Far) che fanno capo a Pino Romualdi, strutturati nei Gruppi di azione rivoluzionaria (Gar) i quali, a loro volta, sono costituiti da tre Nuclei di azione rivoluzionaria (Nar), che sono composti da tre Squadre d’azione rivoluzionaria (Sar).
Quando nel 1977 inizia a comparire la scritta “Nar”, Pino Romualdi è ancora al vertice del Movimento sociale italiano – Destra nazionale, così che possiamo escludere pacificamente che essa sia stata inventata di sana pianta dalla coppia Fioravanti-Mambro.
Inoltre, a conferma di un inganno storico che prosegue senza interruzioni dall’estate del 1946, i Fasci di azione rivoluzionaria, nei quali erano inseriti i Nar, non erano un’organizzazione di lotta armata al sistema democratico ed antifascista, ma erano collegati al gruppo ebraico Irgun al quale fornirono l’esplosivo necessario per compiere un attentato contro l’ambasciata britannica a Roma, il 31 ottobre 1946, ed erano finanziati dai servizi segreti americani come segnala un rapporto dell’intelligence militare italiana dell’ 11 febbraio 1949 sul conto dell’agente del Cic, Jospeh Luongo.
La coppia stragista, insomma, mente quando si attribuisce il merito di aver inventato la parola “Nar” e continua a mentire quando pretende di aver partecipato, se non iniziato, la “lotta armata” per distinguersi dai metodi impiegati dai “vecchi fascisti”.
I giovani protagonisti di una nuova stagione di terrore, in realtà, sono tutti militanti del più vecchio gruppo “fascista” italiano, il Movimento sociale italiano.
Hanno per capi Giorgio Almirante, Pino Romualdi, Pino Rauti e Gianfranco Fini che, per la sua veste di segretario nazionale giovanile, è il loro primo e più diretto interlocutore.
I giovani missini la gistificazione valida per iniziare la “lotta armata” contro lo Stato l’hanno avuta quando, nel corso degli incidenti in via Acca Larentia a Roma, un capitano dei carabinieri uccide Stefano Recchioni.
È la prima volta nel dopoguerra che un ufficiale dell’Arma cosiddetta “benemerita” uccide a sangue freddo un giovanissimo militante di destra nel corso di incidenti di piazza, ma dinanzi alle veementi proteste dei suoi compagni, Pino Romualdi in persona risponde che possono dimenticarsi che il partito prenderà posizione contro i carabinieri.
In quei primi giorni del 1978, le armi non mancano ai missini romani ma nessuna di esse aprirà il fuoco, anche a scopo meramente dimostrativo, contro l’Arma che rappresenta l’istituzione militare e di polizia più rappresentativa dello Stato democratico ed antifascista.
Gli “spontaneisti” si uniformano alle direttive di Pino Romualdi e decidono che l’Arma dei carabinieri non sarà mai un bersaglio per le loro armi, e che Stefano Recchioni potrà giacere nella sua tomba senza pace, senza vendetta e tantomeno giustizia.
Apriranno il fuoco due mesi più tardi, il 18 marzo 1978, a Milano, uccidendo due ragazzi dei centri sociali, Lorenzo Jannucci e fausto Tinelli, che ovviamente non rappresentano lo Stato ma solo il nemico politico ed ideologico del Msi e dei gruppi affini.
Può costituire il duplice omicidio di Milano l’inizio della “lotta armata” da parte degli “spontaneisti” di destra?
No, perché dalla morte di due giovanissimi “compagni” lo Stato non subisce alcun danno, eventualmente ne trae il vantaggio di provare all’opinione pubblica l’esistenza di due estremismi, quello “rosso” che il 16 marzo a Roma ha sequestrato Aldo Moro e massacrato gli uomini della scorta, e quello “nero” che, due giorni dopo, il 18 marzo, uccide senza alcuna motivazione plausibile due ragazzi di sinistra.
Per verificare l’esistenza della “lotta armata” di destra contro lo Stato, abbiamo preso in esame il periodo che va dalla fine del mese di maggio 1978 al 2 agosto 1980, data in cui con la strage alla stazione ferroviaria di Bologna si conclude definitivamente la sciagurata azione del “neofascismo” post-bellico.
Abbiamo circoscritto la ricerca alle sole vittime dello Stato procedendo, inoltre, a fare un veloce raffronto fra le azioni compiute nello stesso arco temporale dai militanti della sinistra armata e quelle attuate dagli “spontaneisti” di Giorgio Almirante e Gianfranco Fini.
Dal 1° giugno 1978 al 2 agosto 1980, i combattenti della sinistra uccidono, quasi sempre in agguati preordinati, 28 rappresentanti dello Stato fra funzionari ed agenti di Ps, ufficiali e militi dei carabinieri, agenti di custodia e magistrati.
In guerra si uccide e si muore: nello stesso periodo, difatti, per mano delle sole forze di polizia, i militanti di sinistra perdono 10 uomini.
Nessun dubbio può di conseguenza, sussistere sull’esistenza di un confronto armato fra sinistra rivoluzionaria e Stato.
E la “lotta armata” che viene presentata ancora oggi come durissima e spietata da parte dei “terroristi neri” contro lo Stato, cosa ha prodotto?
Dal 1° giugno 1978 al 5 febbraio 1980 gli “spontaneisti”, contro lo Stato, non fanno proprio nulla. Si materializzano il giorno successivo, 6 febbraio 1980, a Roma, quando tentano di disarmare un giovanissimo agente di Ps, Maurizio Arnesano, che però si ribella e non lascia a Valerio Fioravanti e Giorgio Vale altra scelta che ucciderlo.
Se il ragazzo in divisa avesse consegnato le armi non sarebbe morto.
Il 28 maggio 1980, sempre a Roma, la banda si presenta dinanzi ad un liceo romano dove sosta una pattuglia di polizia che non rappresenta un bersaglio.
Purtroppo, l’appuntato di Ps Franco Evangelista compie un movimento che spaventa il minorenne Luigi Ciavardini, quello che Valerio Fioravanti bollerà come “infame per stupidità”, che gli spara e lo uccide.
Bisogna giungere al 23 giugno 1980 per assistere ad un agguato preordinato da parte degli “spontaneisti” che, quel giorno, uccidono il giudice Mario Amato che, in totale solitudine, stava conducendo indagini sull’estremismo di destra romano.
Dal 1° giugno 1978 al 2 agosto 1980, la “lotta armata” condotta dagli “spontaneisti” ha prodotto, pertanto, allo Stato 3 morti, uno solo dei quali in un agguato premeditato.
Possono bastare per affermare che i “terroristi neri” hanno condotto una guerra contro lo Stato?
Crediamo ragionevolmente che non si possa parlare di “guerra” e di “lotta armate” se, come abbiamo visto, su 3 morti de sono stati provocati da cause impreviste ed uno solo è stato ucciso con premeditazione.
La controprova è offerta dall’assenza di vittime fra le file dei “terroristi neri” per mano delle forze di polizia, cosa del resto ovvia perché se no si attacca non si rischia, non si uccide, e sopratutto, non si muore.
L’omicidio di Mario Amato non rappresenta una rottura con il passato, viceversa si palesa come la reiterazione di un’azione che era stata compiuta, il 10 luglio 1976, quando non si parlava ancora di “spontaneismo” e di “spontaneisti”, contro il giudice Vittorio Occorsio da parte del militante di Ordine nuovo Pierluigi Concutelli dipendente sul piano gerarchico da Paolo Signorelli.
L’isolamento nel quale versava Mario Amato all’interno del Tribunale di Roma è noto, anche perché personalmente denunciato dallo stesso magistrato.
Meno note sono le dichiarazioni rese da Cristiano Fioravanti, il 12 settembre 1990, al giudice istruttore veneziano Carlo Mastelloni al quale l’ormai “pentito” fratello di Valerio racconta delle protezioni godute da lui e dai suoi amici all’interno del Tribunale di Roma assicurate al giudice Antonio Alibrandi, padre di Alessandro, che ”faceva parte di una corrente di magistrati molto forte ed influente… tutti i nostri processi – spiega il “pentito” – venivano gestiti da tale corrente”.
Sarebbe sufficiente ricostruire le vicende giudiziarie degli “eversori neri” romani per trovare il riscontro alle dichiarazioni di Cristiano Fioravanti, ma lo faremo quando dedicheremo un documento al ruolo ricoperto dalla magistratura italiana nella storia del terrorismo di Stato.
Qui, ci limitiamo a segnalare la straordinaria coincidenza derivante dal fatto che gli “spontaneisti” de Nar uccidono il giudice Mario Amato 10 giorni dopo che costui ha denunciato dinanzi al Csm le condizioni di isolamento in cui è obbligato ad operare in un Tribunale in cui i “terroristi neri” contano su amici e protettori ben decisi a garantire loro impunità.
Come già Vittorio Occorsio, anche Mario Amato paga con la vita l’incapacità di non comprendere che il “neofascismo”, quand’anche si presenti nelle vesti di “terrorismo nero”, è espressione del regime e dello Stato.
I fatti dimostrano, al di là di ogni ragionevole dubbio, che gli “spontaneisti” di Giorgio Almirante e Gianfranco Fini non hanno come obiettivo lo Stato ed i suoi rappresentanti ma quello che Pino Romualdi ha indicato fin dal 1946: i comunisti, nemici dello Stato.
Sono gli oppositori dell’opposizione allo Stato ed al regime che con esso si identifica.
Per questa ragione sparano sui “compagni” come Ivo Zini, ucciso il 28 settembre 1978; Valerio Verbano, il 22 febbraio 1980; Roberto Ugolini, ferito il 30 marzo 1979; il figlio dell’avvocato Edoardo Di Giovanni, ferito il 10 aprile 1979, e prima ancora il 9 gennaio 1979, su un gruppo di ragazze all’interno della sede di “Radio Città futura”, per limitarci solo agli episodi più eclatanti.
Gli “spontaneisti” del Movimento sociale italiano le armi le hanno ma non le usano contro lo Stato.
Hanno anche, in abbondanza, esplosivo con il quale compiono attentati che perseguono l’obiettivo di indebolire il Partito comunista e rafforzare i suoi avversari politici, dalla Democrazia cristiana al Movimento sociale italiano, ed al compimento dei quali i “rivoluzionari” dei Nar partecipano attivamente.
Dagli attentati dimostrativi, alcuni dei quali non rivendicati, a quelli apertamente stragisti, alcuni dei quali rivendicati con sigle e linguaggio di sinistra, la lista è lunga.
Ma prima di prendere in esame i più significativi c’è da chiedersi quale fosse lo scopo di questo rifiorire di ferimenti, omicidi, attentati dimostrativi e stragisti.
Nella Roma del 1978 non ci sono più gli “avanguardisti” di Stefano Delle Chiaie o gli “ordinovisti” di Pino Rauti, ormai dirigente nazionale del Msi, ai quali attribuire la violenza della destra cosiddetta extraparlamentare.
Ci sono, viceversa, in prima linea i ragazzi allevati nelle sezioni del partito, i “figli” di Giorgio Almirante, i “fratelli” di Gianfranco Fini, Francesco Storace, Maurizio Gasparri. Sono loro la nuova manovalanza del neofascismo di Stato e di regime.
Uno dei motivi per i quali i padroni della stampa italiana hanno creato l’immagine dei “ragazzini” dei Nar, tutti “spontaneisti”, tutti addirittura antagonisti dei dirigenti del Movimento sociale, compreso e per primo Gianfranco Fini, risiede proprio nella necessità di non coinvolgere nel “terrorismo nero” i vertici di un partito politico rappresentato in Parlamento fin dall’aprile del 1948, un autentico pilastro del regime non inseribile fra i nemici della democrazia e dello Stato.
È, invece, legittimo e fondato il sospetto che fra dirigenti e manovali missini ci sia stata una comunanza di intenti e di azioni da occultare come sempre e come al solito ripescando da un passato lontano e ormai dimenticato da tutti la sigla dei Nar.
La verità storica vuole che il cambiamento di rotta della Democrazia cristiana a partire dai primi anni Settanta nei confronti del Partito comunista, visto ora come interlocutore credibile ed auspicabile esterno della maggioranza, e la contestuale fine dei tentativi “golpisti” in Italia hanno portato all’emarginazione il Movimento sociale italiano e alla scomparsa dei gruppi gregari della destra extraparlamentare.
A partire dal 1977 iniziano ad apparire i primi segnali di un tentativo di riorganizzazione che, però, non si traduce in un’azione politica coordinata ed efficace.
È con il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro ad opera delle Brigate Rosse, ufficialmente dirette dal futuro direttore onorario del carcere di Opera Mario Moretti, che la destra missina riprende fiato ed intravede la possibilità di reinserirsi nel gioco proponendo una riedizione aggiornata ai tempi della “strategia della tensione”, dell’infiltrazione a sinistra e della provocazione.
L’offensiva riparte da Roma e dal Veneto (Padova e Venezia) con gli stessi metodi e gli identici fini del passato.
A dirigerla sul campo ci sono perfino gli stessi uomini: Pino Rauti e Paolo Signorelli a Roma, Carlo Maria Maggi e Massimiliano Fachini a Venezia e Padova.
Ci sono loro dietro le sigle di “Costruiamo l’azione” e del “Movimento rivoluzionario popolare (Mrp)” che, nel 1978, a Roma, compie attentati dinamitardi non rivendicati per saggiare la reazione della popolazione e l’anno successivo, 1979, cercherà la strage da attribuire – e non poteva essere diversamente – all’estrema sinistra.
Nel solo mese di marzo del 1979 ci sono ben tre segnalazioni sulla ripresa dell’attività politica di Carlo Maria Maggi, insieme a Marcello Soffiati e Carlo Digiglio, in perfetto accordo con Pino Rauti che ormai si propone addirittura di conquistare la segreteria nazionale del Movimento sociale italiano.
La controffensiva missina inizia nel mese di maggio del 1978, con la ristampa a cura di Claudio Mutti, amico di Franco Freda, de “La disintegrazione del sistema” scritto dal confidente del Sid padovano nel 1969.
Ancora oggi questo scritto viene presentato come esempio di una singolare ideologia “nazimaoista”, inventata non dal Freda e dai suoi colleghi ma dagli esperti in disinformazione dei servizi segreti italiani e non solo, difatti il Freda scrive “La disintegrazione del sistema” per ragioni esclusivamente strumentali in un momento in cui, con i buoni uffici dell’ Aginter Presse di Yves Guerin Serac, i “neofascisti” italiani sono entrati in contatto con i diplomatici e gli spioni dell’ambasciata della Cina popolare a Berna.
Lo scritto di Freda doveva dare impulso e consistenza all’infiltrazione nei gruppi “maoisti” e marxisti leninisti e proporre una alleanza anti-borghese fra i gruppi ideologicamente diversi che, però, avevano come unico denominatore comune al lotto contro la borghesia capitalista e l’imperialismo sia sovietico che americano.
Nel 1978, il gioco si ripete.
Inosservato è passato il tentativo, parzialmente riuscito, da parte di alcuni “neofascisti” romani di stabilire un’alleanza operativa con elementi della sinistra armata nella capitale.
Fra i protagonisti di quest’operazione di infiltrazione c’è Egidio Giuliani, figura ingiustamente sottovalutata del mondo missino romano, che il 3 dicembre 1978 compie un attentato contro il centro elaborazione dati della Motorizzazione civile firmandolo come “Movimento armato antimperialista”.
Un “infiltrato” che, alla pari di altri componenti della suburra romana, una volta in carcere si sentirà ingannato e tradito dai suoi “maestri” tanto che sarà proprio lui, il 28 maggio 1982, nel cortile dell’aria del carcere di Novara a tagliare la faccia a Franco Freda, con un gesto che nel linguaggio   della malavita qualifica il ferito come infame.
Il 3 giugno 1979 si devono svolgere le elezioni politiche anticipate, le prime dopo il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro, decisive per il futuro del Paese perché devono necessariamente segnare un arretramento del Pci giunto, nel giugno del 1976, ad un passo dall’acquisire la maggioranza relativa.
Se tre anni dopo, il Pci riconfermerà il risultato o, addirittura, lo migliorerà il fantasma della conquista del potere da parte della “quinta colonna sovietica” in Italia con mezzi pacifici, per via elettorale, si concretizzerà ponendo gli Stati Uniti e la Nato dinanzi al drammatico dilemma di come intervenire per evitare di avere Enrico Berlinguer presidente del Consiglio o, almeno, ministro di un governo del “mondo libero”.
La posta in gioco è, di conseguenza, altissima.
Mario Moretti e il “terrorismo rosso” rappresentano la cara migliore per danneggiare le aspirazioni di una vittoria elettorale del Pci, ma il “neofascismo” di Stato e di regime non intende essere spettatore passivo, al contrario vuol dare il suo contributo alla battaglia anticomunista nella speranza di risollevare le proprie vacillanti fortune.
Lo fa con i metodi già sperimentati negli anni precedenti, quelli impiegati nel corso della cosiddetta “strategia della tensione”, compiendo attentati finalizzati a provocare indignazione nell’opinione pubblica da attribuire alla sinistra.
Non a caso, il primo attentato colpisce il Campidoglio, un obiettivo che non è qualificabile, per la popolazione romana, di destra ma solo di sinistra, il 20 aprile 1979.
Ne seguono altri: il 14 maggio, un ordigno di inusitata potenza è fatto esplodere nei pressi del carcere di “Regina coeli”, rivendicato dal “Movimento rivoluzionario popolare” per “lanciare un appello contro il fascismo di Stato aprendo un fronte dialettico ed armato”.
Il 20 maggio, in piazza Indipendenza, nelle vicinanze della sede del Consiglio superiore della magistratura, si cerca la strage con un’auto imbottita di esplosivo che non esplode per un motivo tecnico.
Il 24 maggio, è compiuto un altro attentato questa volta contro la sede del ministero degli Esteri, sempre a firma Mrp che lo rivendica come un gesto “contro l’imperialismo e il fascismo” e per una “lotta senza tregua”.
Attentati, sigla, rivendicazioni che dagli italiani chiamati di lì a poco a votare sono attribuiti all’estrema sinistra comunista ed eversiva, non certo a Paolo Signorelli, Massimiliano Fachini, Valerio Fioravanti e agli “spontaneisti” dei Nar.
E se questa non è stata un’operazione da “strategia della tensione” per danneggiare le fortune elettorali del Pci, anche a costo di versare sangue innocente, attendiamo che qualcuno ci dica come deve essere interpretata.
I presunti “spontaneisti” dei Nar sono totalmente inseriti in un contesto in cui il “neofascismo” missino prosegue nella sua azione di contrapposizione ai comunisti e di fiancheggiamento dello Stato e del regime.
La “strategia della tensione” è pienamente condivisa dai “ragazzini” dei Nar che hanno per strategia quella tracciata dai loro capi, come si conviene a gregari che non hanno la capacità di distaccarsi dal mondo umano e politico nel quale sono stati allevati.
La conferma giunge il 30 marzo 1980, quando a quasi un anno di distanza dalle bombe stragiste di Roma, Valerio Fioravanti, Gilberto Cavallini, Francesca Mambro attaccano il distretto militare di Padova, feriscono ad un piede un sergente, asportano armi e munizioni e se ne vanno dopo aver tracciato sui muri il simbolo delle Brigate rosse.
Un’azione che denuncia la disonestà intellettuale di quanto vedono in Valerio Fioravanti e Francesca Mambro i simboli dello “spontaneismo armato”, i “ragazzini dei Nar” che si vogliono distinguere dai “vecchi fascisti” impugnando apertamente le armi contro lo Stato come fanno i “compagni” delle Brigate rosse.
In realtà, l’assalto al distretto militare di Padova, attribuito alle Brigate rosse, insieme alle bombe stragiste di Roma, firmate dal Movimento rivoluzionario popolare “contro il fascismo”, dimostrano l’esistenza di solidi collegamenti politici ed operativi fra il gruppo veneto e quello romano che non sono mai stati approfonditi in sede storica e giudiziaria.
La strategia della destra missina, difatti, ripropone i temi dell’infiltrazione e della provocazione che completano e perfezionano il suo deciso inserimento nell’azione politica finalizzata ad aggravare la situazione dell’ordine pubblico, come sempre e cono i metodi di sempre.
E questi metodi prevedono l’infiltrazione nei gruppi avversari, la “propaganda nera” che contempla l’attribuzione al nemico delle azioni che sollevano lo sdegno dell’opinione pubblica, e la provocazione necessaria per aggravare la situazione dell’ordine pubblico che solo lo Stato ha i mezzi per ristabilire.
Un esempio di destabilizzazione dell’ordine pubblico che denuncia inoltre il coordinamento fra gli “spontaneisti” dei Nar e i vertici del Movimento sociale romano lo troviamo negli eventi verificatisi nella Capitale il 9 e10 gennaio 1979.
Il 9 gennaio, Valerio Fioravanti e suo fratello Cristiano compiono quella che, dopo le stragi, è l’azione più infame di cui si sia macchiato il “neofascismo” di regime.
Fanno, difatti, irruzione nella sede di “Radio Città futura” ed aprono il fuoco su cinque ragazze trovate al suo interno ferendole alle gambe in modo grave, tanto che una perderà la possibilità di avere figli.
La rivendicazione, fatta telefonicamente al quotidiano amico, “Il Tempo”, è grottesca perché dopo aver definito “Radio Città futura” un “covo di predicatori di odio”, prosegue spiegando che “abbiamo scelto un bersaglio particolare perché siamo stufi che siano dei giovani rossi e neri a pagare con la vita le colpe del sistema”.
Sarebbe facile rispondere che, se questa era l’intenzione, avrebbero dovuto colpire un simbolo del sistema, non cinque ragazze nella sede di “Radio Città futura” che, da sinistra, è all’opposizione del sistema.
Ma sappiamo che anche la rivendicazione è studiata in modo tale che da non coinvolgere l’ambiente missino ufficiale che, viceversa, si muove in prefetta sintonia con i presunti “spontaneisti” del partito.
Il 10 gennaio, infatti, nel quartiere Centocelle, ritenuto “rosso”, si svolge una manifestazione di giovani missini, organizzata da Gianfranco Fini, Michele Marchio, Adolfo Urso e Bartolo Gallitto, che si conclude con la morte di Alberto Gianquinto, ucciso da un sottufficiale di Pubblica sicurezza.
Nella stessa giornata del 10 gennaio, in via Rovani, militanti di sinistra sparano su tre giovani fermi dinanzi ad una sezione del Msi-Dn uccidendo Stefano Cecchetti e ferendo Maurizio Battaglia e Alessandro Donatoni.
È la risposta dell’attacco a “Radio Città futura” e al ferimento delle cinque ragazze al suo interno, come spiega la rivendicazione firmata dai “Compagni organizzati per il comunismo”: “abbiamo colpito fisicamente. Contro l’arroganza fascista sul territorio”.
Due giorni di sangue, due giovanissimi morti, feriti, caos.
Non sappiamo, purtroppo, se Gianfranco Fini, Adolfo Urso, Michele Marchio e Bartolo Gallitto abbiano deciso di far manifestare i giovani missini a Centocelle prima o subito dopo l’assalto a “Radio Città futura” da parte dei due infami fratelli Fioravanti, ma seppure non si può affermare che le due azioni siano state coordinate prima, appare certo che i dirigenti missini abbiano deciso di sfruttare la situazione dopo, provocando incidenti di piazza in un quartiere ostile al partito.
Morti due giovani, uno missino l’altro no, che dovrebbero pesare sulla coscienza dei protagonisti della sanguinosa provocazione, iniziata con l’assalto a “Radio Città futura” e proseguita con la manifestazione a Centocelle, ma che viceversa è stata cancellata dalla memoria e dalla ricostruzione storica degli avvenimenti come se il collegamento fra i fatti non apparisse evidente anche al più superficiale degli storici.
Molti anni più tardi, ad avvalorare il sospetto che Gianfranco Fini ed i suoi amici abbiano avuto, non solo negli eventi del 9-10 gennaio 1979, un rapporto diretto con i presunti “spontaneisti”, c’è la difesa ad oltranza fatta dai dirigenti missini romani della coppia Fioravanti-Mambro per la cui libertà i neo-convertiti ai valori dell’antifascismo si sono battuti con impegno e zelo, spronati anche dall’avvertimento minaccioso della Mambro che riferendosi a loro, ai “nuovi partigiani”, dichiarerà ai giornalisti: ”loro al governo e noi in galera”.
In galera sì, ma non abbandonati dai loro capi visto che sarà proprio Adolfo Urso, uno dei promotori della manifestazione a Centocelle del 10 gennaio 1979, a mettere la propria rivista a disposizione della Mambro perché possa scrivere, a pagamento, articoli che non leggerà nessuno.
Nell’esame dei comportamenti della destra missina abbiamo rilevato, fino a questo momento, non la prova di una “lotta armata” contro lo Stato condotta da giovani romantici “spontaneisti” protesi a riscattare le collusioni con il sistema democratico dei loro padri, ma la ripresa della “strategia della tensione” con i metodi abituali dell’infiltrazione nei gruppi avversari, con gli attentati con finalità stragista rivendicati a sinistra, con la sistematica provocazione allo scopo di innalzare il livello di scontro ed accrescere il disordine nel Paese.
Cambiano i nomi dei manovali per un ovvio ricambio generazionale, non quelli degli strateghi.
Contro la favola dello “spontaneismo armato”, contro la strumentale leggenda dei “ragazzini dei Nar”, si sommano i fatti citati fino ad orma ma ce ne sono altri che dimostrano i legami strettissimi che intercorrevano fra i burattini e i burattinai dell’estrema destra a Roma come in Veneto.
E proprio in Veneto, gli “spontaneisti” dei Nar installano una loro base operativa perché quella romana, dopo gli omicidi dell’appuntato di Ps Evangelista e del giudice Mario Amato, è ormai “bruciata”.
Nel Veneto, i “ragazzini dei Nar” non si limitano a stare nascosti, a cuccia, per evitare un possibile arresto, viceversa agiscono e progettano.
Pianificano, ad esempio, l’omicidio di Giancarlo Stiz, il giudice che a Treviso per primo imboccò la “pista nera” per la strage di piazza Fontana incriminando Fanco Freda e Giovanni Ventura.
Per quale ragione, gli “spontaneisti” dovevano vendicare due “vecchi fascisti stragisti e golpisti” come Franco Freda e Giovanni Ventura?
Non dovevano essere costoro annoverati fra i “cattivi maestri” che i loro “ragazzini” avevano ripudiato e condannato?
Volevano organizzare la fuga di Pierluigi Concutelli, che certo non era uno “spontaneista” ma solo un gregario al quale faceva piacere sparare ed ammazzare. Tutti sappiamo che costui ha eseguito l’omicidio di Vittorio Occorsio per ordine di “stragisti e golpisti” accreditati presso i comandi dell’Arma dei carabinieri.
Il 9 ottobre 1979, a Rovigo, muore un certo Roberto Cavallaro, a causa di un incidente stradale che, singolarmente viene rivendicato presso il quotidiano “Il mattino di Padova” come propria azione dai Nar.
A parte il fatto che gli omicidi a mezzo di incidenti stradali appartengono alla metodologia sei servizi segreti e non a quella dei militanti politici, la rivendicazione dei Nar è frutto di un equivoco, i un caso di omonimia perché Roberto cavallaro è il nome del personaggio che, nel 1974, con le sue dichiarazioni mise nei guai Amos Spiazzi ed i suoi colleghi della “Rosa dei venti”, organizzazione clandestina dell’Alleanza atlantica.
Avremmo dovuto riscontrare le azioni e le pianificazioni di operazioni contro lo Stato, il sistema democratico, viceversa nella ricostruzione delle attività e dei progetti degli “spontaneisti” abbiamo trovato nel periodo della loro permanenza in Veneto la preparazione dell’omicidio di Giancarlo Stiz,  il “nemico giudiziario di Franco Freda e Giovanni Ventura tanto cari al Sid e alla divisione Affari riservati del ministero degli Interni; il piano per la fuga di Pierluigi Concutelli, presente nel cuore di Paolo Signorelli i cui rapporti con i carabinieri sono agli atti del processo per la strage di Brescia del 28 maggio 1974; la rivendicazione dell’omicidio, vero o presunto, di Roberto cavallaro che così male ha fatto al “camerata” Amos Spiazzi e ad i suoi amici delle Forze armate e della Nato; l’assalto al distretto militare di Padova rivendicato a nome delle Brigate Rosse.
Nulla di nuovo rispetto al passato “golpista e stragista” dei padri politici di Valerio Fioravanti, Francesca Mambro ed amici.
Del resto, la base operativa della banda è Padova.
Al quotidiano “Il Mattino di Padova” inviano la rivendicazione per l’omicidio, vero o presunto, di Roberto cavallaro; a Padova, l’8 gennaio 1980, sparano contro una sezione del Pci; a Padova, il 30 marzo 1980, assaltano il distretto militare; a Padova, compiono un attentato, il 25 luglio 1980, contro la sede della libreria “Feltrinelli”; a Padova, sono presenti la mattina del 2 agosto 1980; a Padova, infine, viene arrestato Valerio Fioravanti dopo che, insieme ai suoi colleghi, ha ucciso due carabinieri, il 5 febbraio 1981.
E proprio a Padova, si verifica una falla nel sistema di sicurezza che protegge i “ragazzini” dei Nar, come dimostrano le informazioni fornite da Luigi Vettore Presilio, detenuto nel carcere padovano, al magistrato di sorveglianza nel mese di luglio del 1980.
Padova dista 30 chilometri da Mestre-Venezia.
Il 1° marzo 1984, Sergio calore, braccio destro di Paolo Signorelli, racconta ai giudici di Bologna che il 16 marzo 1979 si era recato a Padova insieme a Paolo Signorelli dove, dice “incontrai Fachini, Raho, Cavallini e Melioli”.
Dalla dichiarazione di Sergio Calore si ricava che Gilberto Cavallini conosceva Paolo Signorelli di Roma, Massimiliano Fachini di Padova, Roberto Raho di Treviso, Giovanni Melioli di Rovigno.
Non è credibile che li conoscesse solo lui e non Valerio Fioravanti e Francesca mambro.
È accertato con assoluta certezza che dietro “Costruiamo l’azione” e il “Movimento rivoluzionario popolare” c’erano, fra gli altri, Paolo Signorelli e Massimiliano Fachini.
Le dichiarazioni rese dal Walter Sordi, il 7 maggio 1983, confermano i rapporti di dipendenza dei presunti “spontaneisti” da Paolo Signorelli e dei suoi complici.
“Io sapevo che Valerio Fioravanti – dice Sordi – aveva rapporti personali e politici con personaggi del M.R.P. come ad esempio Signorelli e Calore”.
“Cavallini mi rivelò – prosegue Sordi – che egli stesso era stato in contatto con il gruppo di Signorelli e Calore e tutti gli altri che agivano con la sigla M.R.P. Ma che si era dissociato da tale formazione, unitamente ad altri, dopo l’attentato al Consiglio superiore della magistratura (20 maggio 1979 – ndr), attentato che si era rivelato un tentativo di strage…Alla mia domanda di ulteriori spiegazioni mi disse che l’ordine di fare una strage poteva pervenire solo dal De Felice Fabio. Infatti egli era al vertice dell’M.R.P. da cui prendevano ordini Calore, Signorelli e tutti gli altri”.
Signorelli, Fachini, De Felice…siamo nel cuore del “neofascismo di servizio segreto”, fra i “vecchi fascisti golpisti e stragisti” con i quali gli “spontaneisti” dei Nar si trovano a loro agio, anzi ai loro ordini.
Chiedersi per quali ragioni la banda Fioravanti-Mambro abbia deciso di spostare da Roma al Veneto la propria base logistica ed operativa è, a questo punto, retorico.
Dopo Roma, è proprio in Veneto che i Fioravanti e colleghi possono trovare protezione e rifugio sotto le ali protettrici di quel gruppo ordinovista che ha ottimi rapporti con i rappresentanti delle forze di polizia e di sicurezza.
I “ragazzini del Nar” si muovono lungo l’asse stragista: Roma, Padova, Venezia.
In Veneto, conoscono Massimiliano Fachini, Roberto Raho, Giovanni Melioli, Carlo Digiglio, il “tecnico delle stragi”, il “sub” ovvero un sommozzatore adibito al recupero di armi ed esplosivi abbandonati dai tedeschi in ritirata nei laghi e nei fiumi della regione, di cui aveva già parlato Paolo Aleandri.
A Rovigo, dove abita Giovanni Melioli, i Nar affermano di aver ucciso Roberto Cavallaro.
A Padova, l’assalto al distretto militare è reso possibile da un basista che conosce bene l’ubicazione dell’armeria, il numero dei militari presenti, gli orari in cui effettuare l’azione.
A Padova, c’è qualcuno che riferisce a Luigi Vettore Presilio in carcere alcuni dei progetti degli “spontaneisti”, come la preparazione dell’omicidio del giudice Giancarlo Stiz e un “attentato di eccezionale gravità”, di cui il delatore parla al giudice di sorveglianza il 10 luglio 1980.
La volontà di uccidere Stiz è stata confermata dallo stesso Valerio Fioravanti, quindi la notizia di cui era entrato in possesso Luigi Vettore Presilio era esatta.
Per quanto riguarda l’ “attentato di eccezionale gravità”, Massimiliano Fachini sarà imputato nel processo per la strage di Bologna anche per aver telefonato nelle prime ore del 2 agosto 1980 a Jeanni Cogolli, compagna dello “spirito libero” Fabrizio Zani, consigliandole di abbandonare subito la città, cosa che la donna fa insieme a tale Naldi addirittura in autostop.
Milano è stata la città italiana in cui si sono verificate due stragi, quella del 12 dicembre 1969 e del 17 maggio 1973, entrambe attribuite all’ambiente veneto di Ordine nuovo; in cui è stata progettata una strage, fallita per caso fortuito, sul treno Torino-Roma, il 7 aprile 1973, per la quale è stato condannato quel Giancarlo Rognoni in ottimi rapporti con Carlo Maria Maggi; in cui, infine, è fallita per un soffio la strage dinanzi al palazzo del Comune il 30 luglio 1980.
Se, per quest’ultima, il rapporto con ambienti veneti non è stato accertato sul piano giudiziario, lo è stato con l’ambiente romano che gravita attorno a Paolo Signorelli e, se la memoria no ci inganna, è stato chiamato in causa anche l’ “infiltrato” Egidio Giuliani.
Come a dire, se la strage non è attribuibile al lato veneto del triangolo stragista, lo è a quello romano, e i nomi che vi ricorrono sono quelli di sempre, dei padri dei “ragazzini dei Nar”.
Rimane il dubbio circa il riferimento fatto da Luigi Presilio Vettore sull’ “attentato di eccezionale gravità”, da intendere come preambolo alla strage, poi fallita, a Milano o a quella di Bologna del 2 agosto 1980.
Vi è, difatti, da considerare che mentre l’attentato stragista di Milano, del 30 luglio 1980, ha richiesto una programmazione, una verifica degli orari, l’attesa di una seduta del Consiglio comunale a Palazzo Marino, quella attuata alla stazione ferroviaria di Bologna non ne ha richiesta alcuna.
Non è, pertanto, da escludere che la strage di Bologna sia stata decisa ed attuata a causa del fallimento di quella di Milano.
Il precedente, gli stragisti l’avevano: il 28 agosto 1970, difatti, ignoti avevano deposto una valigia contenente un ordigno esplosivo in una sala passeggeri della stazione ferroviaria di Verona, che era stata notata da un sottufficiale della Polfer e portata in un luogo isolato dove esploderà un’ora più tardi.
Verona è sempre in veneto, ed è la città dove viveva ed operava Marcello Soffiati, il più stretto collaboratore di Carlo Maria Maggi, nonché confidente dei servizi segreti militari americani e, in seguito, anche del Sisde con il criptonimo di “Eolo”.
Non è un’accusa, ma una constatazione che abbiamo il dovere di fare.
Perché Milano e, poi, Bologna? Perché una strage?
La risposta può venire dall’esame degli eventi relativi all’abbattimento di un Dc-9 Itavia sul cielo di Ustica il 27 giugno 1980, causato da un missile sparato da un aereo militare penetrato all’interno dello spazio aereo italiano di nazionalità ufficialmente sconosciuta ma che, con oltre venti anni di ritardo, l’informato ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga ha indicato come francese.
Se aerei militari italiani di un paese amico ed alleato dell’Italia penetrano nel nostro spazio aereo per compiere una missione militare, lo fanno con la preventiva autorizzazione dei vertici politici e militari italiani.
Lo prova, a nostro avviso, il fatto che nessuno, a quanto ci è dato da conoscere, ha segnalato in atti giudiziari o ricostruzioni giornalistiche l’intervento nell’area dei nostri caccia intercettori.
Questi si alzano in volo quando i radar segnalano l’ingresso nello spazio aereo di un velivolo sconosciuto, per raggiungerlo, obbligarlo ad identificarsi e, se necessario, costringerlo ad atterrare.
L’azione dei caccia intercettori non è sottoposta alla preventiva autorizzazione dello Stato maggiore dell’Aeronautica, così che se gli aerei che dovevano difendere lo spazio aereo italiano non si sono levati in volo è perché c’era l’ordine di non intervenire in quell’area del Tirreno dove dovevano agire i caccia militari del Paese amico ed alleato.
La prova esiste: alle ore 20.24 del 27 giugno 1980, un F-104 G biposto del 4° stormo, con a bordo i piloti Mario Naldini ed Ivo Nutarelli, all’altezza di Firenze-Peretola lancia il segnale di allarme generale della Difesa aerea, codice 73, ripetendolo per tre volte.
Non accade nulla.
Il Dc-9 Itavia ha un ultimo contatto radio con il controllore procedurale di “Roma controllo” alle ore 20.58, poco dopo viene colpito da un missile e precipita.
Gli aerei militari italiani che dovevano proteggerlo non c’erano, anche se l’allarme era stato lanciato da oltre mezz’ora, un tempo ampiamente sufficiente per fare intervenire i caccia intercettori che, invece, sono rimasti lontani per ordini ricevuti.
Dopo la strage scatta la necessità del depistaggio, necessario non solo per coprire le responsabilità di una nazione amica ed alleata ma quelle dei vertici politici e militari italiani.
Quale potrebbe essere la connessione tra la strage di Ustica, il depistaggio che ne segue e l’ambiente stragista romano-veneto?
Il suo coinvolgimento nel depistaggio delle indagini. Difatti, il 28 giugno 1980, alle 14.10, alla reazione milanese del “Corriere della sera” giunge una telefonata:
“Qui Nar. Informiamo che nell’aereo caduto sulla rotta Bologna-Palermo si trovava un nostro camerata, Marco Affatigato. Era sotto falso nome e doveva compiere un’azione a Palermo. Il suo corpo è riconoscibile dall’orologio Baume & Mercier che aveva al polso. Interrompiamo la comunicazione, grazie”.
Non è l’iniziativa di un mitomane.
Il 17 ottobre 1990, il prefetto Vincenzo Parisi, capo della polizia, nel corso della sua audizione dinanzi alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e le stragi, dichiara:
“Quella telefonata porta la firma dell’intelligence che ha manovrato l’operazione di Ustica”.
Il 7 agosto 1984, a Bologna, verbalizzo i nomi di alcuni presunti “neofascisti” in rapporti con i servizi segreti italiani, fra i quali quello di Marcello Soffiati.
Qualche tempo dopo, Marco Affatigato, ordinovista e confidente della polizia nonché dei servizi segreti americani conferma la qualifica di informatore di Marcello Soffiati ed aggiunge che solo lui era a conoscenza del particolare riferito nella telefonata al “Corriere della sera” del 28 giugno 1980 dell’orologio Baume & Mercier che egli effettivamente portava al polso perché, qualche settimana prima della strage di Ustica, lo aveva incontrato a Nizza e proprio Soffiati glielo aveva chiesto in regalo ottenendone un rifiuto.
È stato valorizzato sul piano giudiziario questo dettaglio che porta al cuore dell’ambiente stragista veneto?
Crediamo di no, perché risulta che per quella telefonata è stato indiziato di reato il colonnello Federigo Mannucci Benincasa, capo centro del Sismi di Firenze, poi evidentemente prosciolto perché il suo nome non figura fra quelli degli imputati rinviati a giudizio, ma la connessione con il gruppo veneto di Ordine nuovo non appare.
Peccato, perché il Veneto torna nelle affermazioni di un notabile democristiano di primissimo piano, Antonio Bisaglia, proprio in relazione al rapporto fra la strage di Ustica e quella di Bologna.
Il 5 agosto 1980, nel corso della riunione del Comitato interministeriale per le informazioni e la sicurezza il collegamento fra le due stragi è fatto dal direttore del Sismi, generale Giuseppe Santovito, e dal ministro degli Esteri, Emilio Colombo, che privilegiano una “pista libica”, mentre Antonio Bisaglia, veneto, afferma che il massacro alla stazione ferroviaria di Bologna era da riconnettersi alla strage di Ustica con intenti di depistaggio.
Aveva raccolto informazioni negli ambienti veneti, Antonio Bisaglia?
Non si saprà mai perché morirà annegato nei pressi di Rapallo il 26 giugno 1984.
Otto anni più tardi, il 17 agosto 1992 verrà rinvenuto nel lago di Domegge in Cadore, il cadavere del fratello Mario Bisaglia, sacerdote, che mai si era rassegnato a considerare la morte del congiunto una fatalità.
Si dirà che Mario Bisaglia si è suicidato gettandosi nel lago e morendovi per annegamento, come annegato era morto Antonio Bisaglia.
È sufficiente scorrere la lunga lista delle morti sospette nella vicenda di Ustica per alimentare il dubbio che i due fratelli siano stati, viceversa, messi a tacere.
L’asse stragista, Roma-Veneto, compare sullo sfondo dei depistaggi seguiti alla strage di Ustica nei quali va inserita anche la strage di Bologna del 2 agosto 1980, che l’ineffabile direttore del Sismi, generale Giuseppe Santovito, attribuisce ai libici.
Due sono state le menzogne che hanno retto più tempo sulle stragi del 27 giugno e del 2 agosto 1980: quella della bomba esplosa all’interno del Dc-9 Itavia, proposta con la telefonata del 28 giugno 1980; e quella suggerita di Giuseppe Santovito in concorso con Emilio Colombo, della “pista libica” che da diversi anni, con i necessari aggiustamenti, è divenuta la “pista mediorientale” che dovrebbe portare ai “terroristi” palestinesi ed ai loro compagni europei.
Tutte e due le piste sono state suggerite da uomini del servizio segreto militare che mai ha portato un solo elemento, sia pure indiziario, a suffragio delle proprie tesi, sia di quella della bomba ormai definitivamente accantonata sia di quella mediorientale sulla quale sono ancora in corso indagini che, a distanza di 32 anni dall’eccidio, hanno come unico e solo obiettivo quello di “provare” l’innocenza di Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, i primi due dei quali non languono in un’orrida cella ma hanno addirittura finito di scontare la pena, mentre il terzo si gode il beneficio della semi-libertà in attesa di tornare, anch’egli, totalmente libero.
L’ “ansia” di verità e di giustizia che anima i politici e i giornalisti al loro servizio, lautamente retribuito, non scaturisce quindi dal desiderio di restituire alla libertà tre “innocenti”, ma dal timore che la verità possa un giorno affermarsi con conseguenze imprevedibili per l’intera classe politica italiana.
Non sprechiamo il nostro tempo per confutare le tesi innocentiste sulla strage di Bologna, perché i tre infami sono stati condannati per le loro contraddizioni, le loro reticenze, le loro menzogne e l’incapacità di fornire un alibi per il 2 agosto 1980 che avesse almeno il riscontro di una persona esterna al gruppo.
La coppi ah affermato che, quel mattino, a Padova, Gilberto Cavallini doveva incontrare Carlo Digiglio, il “tecnico delle stragi”, più furbescamente quest’ultimo ha dichiarato che doveva vedere il “sub”, ma nessuno dei tre si è preoccupato di chiamare a testimoniare a loro favore l’ignoto personaggio, fosse Digilio o il “sub”.
Dinanzi ad un’accusa gravissimi e ad una condanna all’ergastolo, sia la coppia che Cavallini avrebbero chiamato a testimoniare l’ignoto interlocutore padovano se mai fosse esistito o se non fosse stato loro complice nella strage.
In una Paese in cui i cittadini finiscono anche all’ergastolo per il libero convincimento dei giudici, la pretesa che i tre stragisti dovevano essere creduti sulla parola è grottesca.
Quindi, passiamo oltre.
Abbiamo visto che nell’attività politica di Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e compari non c’è traccia di “spontaneismo” e di rottura con il passato golpista, stragista, bombarolo del neofascismo di servizio segreto.
Viceversa, la banda è sempre stata contigua a personaggi come Paolo Signorelli, legato all’Arma dei carabinieri e al servizio segreto militare, a Massimiliano Fachini, anch’egli in ottimi rapporti con il servizio segreto militare; che ha partecipato ad azioni stragiste e di provocazione coincidenti con quelle organizzate da Gianfranco Fini e Adolfo Urso il 9-10 gennaio 1979; che hanno avuto come basi operative Roma e, dopo, gli omicidi Arnesano, Evangelista e Amato, il Veneto, in particolare Padova.
Abbiamo citato la testimonianza di Walter Sordi sui rapporti fra Valerio Fioravanti e Paolo Signorelli, Massimiliano Fachini e Fabio De Felice, registriamo anche quella resa il 28 dicembre 1984 ai giudici di Bologna da Mauro Ansaldi, secondo il quale lo “spontaneista” “operava in una doppia posizione da una parte all’interno dei Nar, dall’altra, usando come paravento la sua militanza nei Nar, aveva stretti rapporti con Signorelli e attraverso di lui con Licio Gelli, Semerari e la P2”.
I cosiddetti Nar annoverano anche delinquenti comuni, come Gilberto Cavallini e Mauro Addis, persone che si facevano gli affari propri dietro lo schermo della politica che, in realtà era un susseguirsi di rapine e traffico di stupefacenti.
A suggerire rapporti stabili con la malavita, secondo Paolo Aleandri sono stati i soliti:
“L’istituzione di collegamenti tra gruppi eversivi della estrema destra romana – afferma Aleandri l’8 agosto 1990 – e la malavita organizzata romana rientrava in un disegno strategico comune al prof. Aldo Semerari e al prof. Fabio De Felice”.
Tutti testimoni inattendibili? Valerio Fioravanti non avrebbe mai avuto rapporti con i Signorelli, i Fachini, i De Felice, i Semerari, Gelli?
Però, Licio Gelli è stato condannato per aver partecipato ai depistaggi delle indagini sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980, a favore di Valerio Fioravanti.
Una coincidenza anche quest’ultima?
Fino al 2 agosto 1980 nei contatti di Valerio Fioravanti e dei suoi compari c’è tutto il mondo spionistico e “neofascista” romano e veneto, e dall’attività della banda nulla di nuovo emerge rispetto al passato né come punti di riferimento politico (Freda, Fachini, Signorelli), né come metodi (attentati, anche stragisti), né come obiettivi (“rossi”) da colpire con le armi e facendo ricadere su di essi la responsabilità delle azioni più riprovevoli come gli attentati stragisti a Roma del maggio 1979, e l’assalto al distretto militare di Padova del 30 marzo 1980.
Dopo la strage di Bologna, però, si verifica un terremoto giudiziario che porta in carcere e, per la prima volta, nel mirino della magistratura, il 28 agosto 1980, Paolo Signorelli, Fabio De Felice, Aldo Semerari, Massimiliano Fachini, fra glia altri.
La banda Fioravanti-Mambro perde in questo modo i propri punti di riferimento, i capi in grado di fare progetti, fornire aiuto logistico, indicare obiettivi.
Dopo questa data non c’è più traccia di attività politica, anche in senso lato, da parte della banda Fioravanti-Mambro che, dimenticati i piani per uccidere il giudice Giancarlo Stiz e liberare Pierluigi Concutelli, si preoccupa solo di sopravvivere in libertà.
Dall’analisi delle su attività fino alla data del 5 marzo 1982, quando Francesca Mambro viene arrestata dopo essere rimasta ferita nel corso di una rapina dove, insieme ai complici, ha ucciso il diciassettenne Alessandro Caravillani, vediamo che la banda uccide il 9 settembre 1980 Francesco Mangiameli; il 30 ottobre 1980, ammazzano per questioni di droga non pagata Maria Paxiu e Cosimo Todaro, a Milano; il 26 novembre 1980, a Milano, per evitare di essere arrestati, Gilberto Cavallini e Stefano Soderini uccidono il brigadiere dei carabinieri Ezio Lucarelli che li aveva riconosciuti; il 5 febbraio 1981, per sfuggire all’arresto uccidono i carabinieri Enea Codotto e Luigi Maronesi che fanno in tempo a ferire Valerio Fioravanti che viene poi arrestato; seguono, quindi le eliminazioni fisiche di tre “camerati”: Luca Perucci il 6 gennaio 1981, Giuseppe De Luca, il 30 luglio 1981 e Marco Pizzari, il 30 settembre 1981, quest’ultimo accusato falsamente di aver provocato l’arresto di Nazareno De Angelis e Luigi Ciavardini nel mese di ottobre del 1980 che, invece, era scaturito da un’intercettazione telefonica e non dalla delazione del ragazzo.
In definitiva, la banda uccide quattro “camerati”, due persone accusate di non aver pagato la droga che gli era stata fornita; un ragazzo nel corso di una rapina, e tre carabinieri per evitare di essere arrestati.
E questa sarebbe un’attività politica contro lo Stato?
In realtà, un’azione che potrebbe suggerire un movente politico la banda lo compie il 21 ottobre 1981 quando uccide il capitano di Ps Francesco Straullo e il suo autista, l’agente di Ps Ciriaco Da Roma.
Ma, a muovere Francesca Mambro e colleghi non è la volontà di attaccare i rappresentanti dello Stato, bensì la volontà di vendetta nei confronti di un ufficiale di Ps conosciuto per i metodi poco ortodossi impiegati nel corso degli interrogatori con i quali avrebbe “convinto” Cristiano Fioravanti a pentirsi.
Sette cittadini ammazzati, e tre carabinieri per sfuggire alla cattura, un capitano ed un agente di Ps per vendetta.
Uccidono per rapina, per droga, per soldi non si sa se effettivamente sottratti alle loro tasche, per vendetta, mai per politica, mai per una ragione ideale.
Una qualsiasi banda di malavitosi di borgata avrebbe agito allo stesso identico modo, con le medesime motivazioni.
Se Valerio Fioravanti ha svolto funzioni di cerniera fra gli esponenti del “neofascismo di servizio segreto” (Signorelli, De Felice, Fachini) e dei “poteri occulti” (Gelli) ed i “ragazzini dei Nar”, non poteva essere abbandonato alla sua sorte insieme a Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, Gilberto Cavallini ed altri ancora.
Difatti, non lo è stato.
Il controllo pressoché totale, come si conviene in uno Stato totalitario, dei mezzi d’informazione controllati dai poteri forti della finanza e da quelli occulti degli apparati di sicurezza, ha permesso la “ripulitura” accuratissima, fin nei dettagli, dell’immagine di Valerio Fioravanti che, nella realtà dei suoi comportamenti, appare francamente sudicia.
È lui, Valerio, a fare i nomi dei “camerati” che stavano con lui a Padova, il 5 febbraio 1981, omettendo solo quello del fratello Cristiano, così che candida all’ergastolo gli amici compresa la “amatissima” Francesca Mambro.
È sempre lui, Valerio Fioravanti, a mandare all’ergastolo Gilberto Cavallini e Stefano Soderini raccontando ai giudici che i due, rientrando da Milano, gli avevano confidato di aver fatto “13 in carrozzeria”. All’interno di una carrozzeria, difatti, avevano ucciso il brigadiere dei carabinieri Ezio Lucarelli.
È ancora Valerio Fioravanti, con maggiore incisività del fratello ufficialmente “pentito” Cristiano, a proporsi come testimone d’accusa nei confronti dei militanti di “Terza Posizione” che, dice, lo volevano come capo militare per guidare la loro struttura clandestina.
La figura del delatore per rancore nei confronti dei suoi “camerati” è stata debitamente cancellata, e sostituita con quella del “ragazzino dei Nar” che si è dissociato dal passato confessando le sue colpe.
Fioravanti, quando si presenta al processo di “Terza posizione”, è salvato dai carabinieri che lo sottraggono alla gragnuola di pugni e calci con i quali i coimputati lo accolgono al suo ingresso nella gabbia.
Fioravanti, perché infame, viene obbligato ad assumersi la responsabilità dell’omicidio di Maria Paxiu e Cosimo Todaro, ma mentre depone è colto da una crisi isterica e si mette a piangere, così che la corte non gli crede e condanna, fra gli altri, Mauro Addis.
È ancora lui, Fioravanti, a concordare nel carcere di Ascoli Piceno, il “pentimento” di Angelo Izzo e Sergio Calore salvo tirarsi indietro pur dichiarando di condividere la scelta dei due.
E come mai dietro questa manovra appare il gruppo editoriale “L’Espresso-Repubblica” che pubblicizzava il pentimento di Sergio Calore e Angelo Izzo presentati come due “bravi ragazzi” che vogliono “fare chiarezza” sulle stragi e pubblica la lettera dello stesso Fioravanti che ne condivide l’azione delatoria?
Una domanda che nessuno si è posto, ma che meriterebbe una risposta.
È in questo modo che nasce la leggenda dei due teneri “ragazzini dei Nar”, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, cancellando la loro immagine di delatori, di esecutori d’ordini di Signorelli, Fachini, De Felice, di stragisti con la presenza a Roma, nel maggio del 1979, prima ancora che a Bologna il 2 agosto 1980, di “vendicatori” del confidente del Sid Franco Freda.
Per l’ingannata opinione pubblica italiana, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, devono essere i due “ragazzini” innamorati che un giorno presero le armi, emulando i compagni delle Brigate rosse, per non ripercorrere le orme dei “vecchi fascisti golpisti e stragisti”.
I due si prestano con entusiasmo alla recita ma il loro interesse, quello che essi pretendono è il ritorno in libertà: ci mancherebbe alto che mentre Fini, Gasparri, Storace ed amici vari stanno al governo, Signorelli; De Felice, Gelli sono in libertà, loro due si facciano un ergastolo.
Anche nei tempi bui e barbari in cui viviamo sarebbe necessario salvaguardare almeno le apparenze, fingere di avere una dignità anche se di essa, i due stagionati “ragazzini” non hanno mai avuto sentore che esistesse.
Viceversa, con un’operazione con la quale traspare la presenza dei poteri forti ed occulti dello Stato, non solo quelli della politica e della stampa, abbiamo visto Valerio Fioravanti Francesca Mambro affermare la loro innocenza e, contestualmente, confessare la loro partecipazione alla strage di Bologna del 2 agosto 1980 chiedendo il perdono dei familiari delle vittime.
Perdono che è stato loro concesso da un cugino di una delle 85 vittime con una lettera pubblicizzata perfino da “Il Corriere della sera”.
È un caso unico al mondo, quello di vedere due “innocenti” chiedere il perdono di due familiari di coloro che negano di avere ucciso.
Parimenti, è un caso senza precedenti che un Tribunale di sorveglianza creda al loro “sicuro ravvedimento”, basato sulle pietose richieste di perdono, fingendo di non sapere che i due hanno asfissiato l’Italia con le loro dichiarazioni di innocenza, avallate da Emma Bonino, pur di rimetterli in libertà.
I telegiornali e i quotidiani hanno scritto che Valerio Fioravanti e Francesca Mambro hanno ottenuto la libertà condizionale dopo aver scontato 26 anni di carcere, come previsto dalla legge.
È una menzogna.
I due hanno atteso la conclusione dell’iter processuale che è stato definito dalla Corte di cassazione il 23 novembre 1995.
Fino alla sentenza definitiva, i condannati non possono usufruire dei benefici della legge penitenziaria.
Francesca Mambro ha ottenuto il primo permesso premio nel maggio del 1997, un anno e mezzo dopo il passaggio in giudicato della condanna all’ergastolo per la strage di Bologna; nel 1998 era già ammessa al lavoro esterno, nel 2000 era una donna libera perché posta in detenzione domiciliare speciale per partorire e poi allevare la figlia avuta con Valerio Fioravanti.
Non farà mai più rientro in carcere, così che la detenzione effettivamente scontata fa Francesca Mambro per gli 85 morti di Bologna ed altri 10 omicidi confessati, è stata di 18 anni.
Un record mondiale, da Guinnes dei primati, seguito dal marito Valerio Fioravanti che di anni ne ha scontati per un numero di delitti quasi pari (ne ha ammazzato uno in meno della cara moglie perché finito in galera un anno prima di lei), soltanto 20 ed ha finito totalmente l’espiazione della pena.
Perché dai ventisei anni ufficialmente scontati dai due ci sono da togliere quelli ottenuti per buona condotta a titolo di “liberazione anticipata”, almeno quattro; poi quelli passati in semi-libertà, che si traduce in una detenzione notturna di 9 ore dalle ore 22.00 alle ore 07.00, e quelli passati in permesso premio.
Insomma, l’allegro carcere di Francesca Mambro e Valerio Fioravanti è durato quanto quello che sconta chi ammazza un marito o una moglie.
Nessuno ha mai visto in televisione uno solo dei familiari delle vittime della coppia, per evitare di turbare l’iter necessario per farli tornare in libertà.
Viceversa, perfino Arturo Parisi dovette chiedere di “porre un freno alle apparizioni televisive” della coppia.
Non si può continuare a fingere che i politici italiani di tutti gli schieramenti o quasi, si siano mossi a favore della coppia Fioravanti-Mambro per senso di giustizia.
Per mancanza di intelligenza, lo riconoscerà lo stesso Gianfranco Fini dichiarando che non conosce gli atti processuali, avallando in questo modo il sospetto che la proclamazione d’innocenza della coppia da lui asserita ad ogni occasione scaturisca da necessità inconfessabili che affondano le loro radici nei tempi in cui il “fascista del 2000” e i due individui militavano insieme nel Movimento sociale italiano.
Ci sono cittadini italiani che hanno impiegato venti anni più o meno per ottenere un processo di revisione, restando chiusi nelle celle, soli per non aver ottenuto sostegno né da politici né da giornalisti.
Alla fine hanno vinto la loro battaglia processuale e sono stati rimessi in libertà perché innocenti.
Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini pur avendo alle spalle la classe politica, il potere mediatico, perfino magistrati, non hanno prodotto un solo elemento nuovo per far riaprire il processo a loro carico.
Sarebbe giunto il momento di cancellare la scritta “fascista” dalla lapide apposta alla stazione ferroviaria di Bologna, così come in quelle che ricordano i morti delle altre stragi italiani e sostituirla con quella di “strage di Stato”, ammettendo la verità storica che vuole che il “neofascismo” post-bellico non si stato altra cosa che il braccio armato e clandestino di questo Stato che lo ha usato per combattere il comuismo.
Un neo-fascismo che, crollato l’impero sovietico, si è dissolto mentre i suoi dirigenti hanno aderito ai valori dell’antifascismo non avendo più altra giustificazione per sopravvivere politicamente.
Nella strage di Ustica del 27 giugno 1980 non c’è traccia di “terrorismo nero”, così come nn c’è in quella di Bologna del 2 agosto 1980.
Per evitare che si conoscesse la verità sull’eccidio di Ustica hanno inventato prima la tesi della “bomba” esplosa a bordo dell’aereo e trasportata da un “terrorista nero” che, nella realtà, era un confidente di Questura: poi, quella del cedimento strutturale del Dc-9 che ha comportato il fallimento della società Itavia che ne era proprietaria, e tutto questo lo hanno fatto perché il presidente del Consiglio, il ministro della Difesa, lo Stato maggiore dell’Aeronautica non potevano giustificare dinanzi all’opinione pubblica l’abbattimento di un aereo passeggeri all’interno del nostro spazio aereo da parte di caccia militare in forza all’Aeronautica di un Paese amico ed alleato che ha potuto agire sui nostri cieli solo con il preventivo consenso dei responsabili politici e militari italiani.
La ragione è una sola: la forza elettorale del Pci, in quell’estate del 1980, aveva subito solo una lieve flessione nelle elezioni politiche del giugno 1979; i dirigenti comunisti italiani erano, tuttavia, alle corde per l’invasione sovietica dell’Afghanistan del dicembre 1979 e si affannavano a penderne le distanze procedendo ad uno “strappo” con il Partito padre, il Partito comunista sovietico.
Se la strage di Ustica fosse stata ricondotta ad un’operazione militare dell’Alleanza atlantica, i vantaggi politici conseguiti dall’anticomunismo sarebbero stati annullati con le intuibili conseguenze sul piano politico interno ed internazionale.
Bisognava evitarlo, ad ogni costo.
La ripresa del “terrorismo fascista” poteva rappresentare un ulteriore depistaggio.
La telefonata fatta al “Corriere della sera” segnalava che a bordo del Dc-9 Itavia era esplosa una bomba portata da un “terrorista nero”, la mancata strage del 30 luglio 1980, a Milano, confermava la volontà dello “stragismo fascista” di riprendere l’uso delle bombe, la strage di Bologna del 2 agosto 1980 ne rappresentava la tragica conferma.
In questo modo hanno guadagnato tempo, distolto l’attenzione dell’opinione pubblica dal “nemico esterno”, che aveva abbattuto un aereo italiano con 81 persone a bordo, per concentrarla sul “nemico interno” identificato con lo “stragismo fascista”.
Riuscivano a sovrapporre ad un evento tragico riconducibile ad un’operazione militare congiunta fra Paesi dell’Alleanza atlantica che, se emerso, avrebbe provocato una frattura all’interno delle forze politiche e nel paese, con conseguenze imprevedibili per l’equilibrio politico interno considerata la forza elettorale del Partito comunista e il divampare del “terrorismo nero”, un secondo evento, ancora più tragico e sanguinoso, capace di unire le forze politiche tutte de il Paese intero nella condanna senza appello dello “stragismo fascista”.
Un piano raffinato che consentiva, inoltre, di calamitare l’attenzione generale sulle indagini condotte dalla magistratura di Bologna sull’orrendo eccidio del 2 agosto, lasciando i magistrati romani, titolari dell’inchiesta sulla strage di Ustica del 27 giugno, liberi di iniziare la tattica temporeggiatrice che gli avrebbe consentito dopo anni di giungere ad una verità parziale, subito cancellata dai rituali proscioglimenti per prescrizione di reato.
La matrice “fascista” della strage è subito rivendicata con una telefonata alla redazione del “Il resto del Carlino” a nome dei Nar, che richiama alla memoria la telefonata fatta al quotidiano “Il Corriere della sera” il 28 giugno 1980 per attribuire ad una bomba dei Nar la causa della caduta del Dc-9 Itavia ad Ustica.
La bomba che, secondo l’ignoto telefonista, avrebbe dovuta essere deposta a Palermo da Marco Affatigato che viaggiava su un aereo che era partito da Bologna, è seguita da una seconda che fa strage proprio a Bologna e segue quella di Milano del 30 luglio 1980, così che nessuno può dubitare che, per oscuri motivi, lo “stragismo fascista” abbia ripreso la sua funesta attività.
Un piano perfetto, ideato da menti intelligenti non certo da Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini sulla cui responsabilità non hanno dubbi i militanti di “Terza posizione” di Palermo che accostano a quella strage l’omicidio di Francesco Mangiameli compiuto da Fioravanti e compari.
Un piano, è giusto dire, quasi perfetto perché lentamente, passo dopo passo, superando ogni interessata resistenza, la verità si va imponendo ed è sempre maggiore il numero di quanti giustamente riconoscono nel “nemico interno” non lo “stragismo fascista” ma lo Stato e la classe dirigente italiana, individuando nel secondo l’esecutore e nei primi i mandanti.
Ci vorrà tempo, certamente, perché questa verità si consolidi nelle menti e nelle coscienze di tutti gli italiani ma quel giorno, vicino o lontano che esso sia, tutti coloro che sono stati sacrificati per gli interessi di una classe politica protesa solo al mantenimento del proprio potere, avranno finalmente pace e giustizia.
E quel giorno giungerà.

Vincenzo Vinciguerra

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12 dicembre 1969

 

Opera, 2001 (scritto assieme a Michela Maffezzoni Cipriani)

La cronologia che presentiamo per ricordare la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 inizia dalla data del 27 febbraio 1969, giorno in cui s’incontrano al Quirinale il presidente americano Richard Nixon e quello italiano, il socialdemocratico Giuseppe Saragat. Come annota l’ambasciatore Ortona, i due parlano “a quattr’occhi” su argomenti che nessuno deve sentire. Se ne vedranno gli effetti, però, nel corso dei mesi successivi. La data del 27 febbraio 1969 rappresenta l’inizio dell’operazione che culminerà nella strage di piazza Fontana, la sua fase operativa, quella sulla quale sono stati scritti fiumi d’inchiostro, si sono accaniti alla ricerca dei responsabili materiali – e solo di quelli- decine di magistrati, si sono esercitati giornalisti e pseudo- storici esperti più che altro in disinformazione. Pochi (fra questi pochi vi è certamente Luigi Cipriani, di cui si leggano gli interventi sub Scritti di controinformazione) hanno tentato però di comprendere le motivazioni autentiche di un’operazione che, attraverso l’arma della strage, doveva consentire ai detentori del potere di proclamare lo stato di emergenza, premessa necessaria per la creazione di un regime autoritario di centro destra.

E’ vero che da anni era in corso il confronto Est-Ovest, Russia e Stati uniti, comunismo e mondo cosiddetto ‘libero’ ma esso si distingueva, in Europa, per essere circoscritto ad un conflitto di carattere economico, politico, propagandistico mentre lo scontro militare era lontano, in Asia e nulla faceva pensare che potesse verificarsi perfino nella paciosa Italia. Eppure, inavvertitamente la minaccia di una guerra si era fatta concreta , ma non palese, alla fine degli anni Sessanta. Non si paventava un’invasione sovietica nell’Europa centro-meridionale, nemmeno si ipotizzava un tentativo insurrezionale comunista appoggiato dalle armate sovietiche e titine. La propaganda teneva desto il “pericolo comunista” ma i vertici politici e militari erano perfettamente consapevoli che il maggior pericolo non era interno e che non proveniva dalle mire sovietiche sulla Germania o da quelle jugoslave su Trieste e Gorizia. Gli Stati maggiori della Difesa, italiani, atlantici ed americani temevano – con inespresso timore – la penetrazione sovietica nel Mediterraneo, quella politica mediante gli aiuti economici e militari agli Stati arabi e quella propriamente militare con la massiccia presenza della flotta russa nei porti del Mediterraneo. Questa era la minaccia da sventare e neutralizzare ad ogni costo. La Nato aveva predisposto il suo schieramento sul fronte centrale, ma aveva trascurato quello meridionale e marittimo. La VI flotta poteva costituire un deterrente solo fino a quando le unità militari sovietiche, prive di portaerei, potevano attraversare lo stretto dei Dardanelli solo per qualche crociera dimostrativa. Ma la flotta sovietica poteva contare ora su portaelicotteri, e quel che è peggio su basi navali nel Mediterraneo, fornite dai paesi arabi.

Gli Stati uniti avevano condotto una politica di decolonizzazione che, giustamente secondo i loro calcoli, era destinata ad indebolire i paesi europei ma, in Medio oriente, si erano sempre più sbilanciati in difesa dello Stato di Israele inimicandosi i paesi arabi, consapevoli che solo la protezione americana consentiva ai sionisti di mettere a ferro e fuoco la Palestina frustrando la loro reazione militare. La guerra dei sei giorni, iniziata il 5 giugno 1967, aveva fornito la prova evidente, l’ultima in ordine di tempo, che gli Stati uniti in Medio oriente contavano su un solo alleato ed amico, Israele. E che non lo sostenevano per garantire la sopravvivenza ma al fine di rafforzarlo e potenziarlo, a spese dei paesi confinanti, per farne una gigantesca base militare a difesa dei propri interessi nel controllo delle risorse energetiche dell’intera regione. C’è una data che segna una svolta cruciale nello scontro in atto fra Est e Ovest in Europa, in modo particolare in Italia, introducendovi la necessità di un inasprimento e di un incrudelimento che apparirà evidente solo nel 1969. Una data che gli storici e i magistrati non hanno registrato nei loro atti e non hanno mai collegato agli eventi tragici del 1969 e a quelli successivi degli anni ’70.

Il 10 giugno 1967, l’Unione sovietica e gli Stati che fanno parte del Patto di Varsavia, meno la Romania, rompono le relazioni diplomatiche con lo Stato di Israele. Un passo grave sul piano diplomatico che costituisce il preludio ad un impegno militare diretto, da parte sovietica, nel sostegno all’Egitto. Le reazioni sono immediate in Italia, il paese che più degli altri sarà coinvolto nello scontro fra Stati uniti ed Israele, da un lato, Egitto e Unione sovietica, dall’altro.

Già il 27 giugno 1967, “il responsabile del Kgb presso l’Ambasciata sovietica Gurgen Semenovic Agajan invia un telegramma a Mosca nel quale comunica la richiesta di Luigi Longo, segretario nazionale del Pci, di poter inviare tre uomini in Urss per addestrarli nelle tecniche di cospirazione, costruzione di documenti falsi, trasmissioni radio”. E’ un segnale preciso delle paure dei vertici del Pci, perfettamente consapevoli delle ripercussioni che la rottura dei rapporti diplomatici fra l’Unione sovietica ed Israele provocherà in Italia. Il Partito comunista si prepara a tempi duri.

Il secondo, e ancor oggi negletto segnale della gravità eccezionale del momento si evidenzia il 1 novembre 1967, quando a capo di Stato maggiore dell’Arma dei carabinieri viene nominato il colonnello Arnaldo Ferrara. Non è un personaggio da poco: fratello di un deputato repubblicano, di razza e religione israelita, Ferrara resterà fermo nel suo incarico per ben dieci anni, fino al 31 luglio 1977. Per dieci lunghi anni, sarà quest’uomo a dirigere l’Arma dei carabinieri ascendendo lentamente tutti i gradi della carriera militare senza mai muoversi dalla sua poltrona, fino al grado di generale di corpo d’armata. Nessuno ha mai protestato o posto domande, allora come dopo. Eppure, la permanenza nell’incarico di capo di Stato maggiore dell’Arma dei carabinieri è perentoriamente fissata in due anni; non oltre. Perché l’israelita Arnaldo Ferrara, ufficialmente senza titoli particolari, senza meriti di rilievo, senza una ragione apparente vi è rimasto invece per dieci lunghi anni, i peggiori della storia del dopoguerra italiano?

La risposta la troviamo nella situazione determinatasi nel Mediterraneo dopo la guerra dei sei giorni, nella necessità di sventare la minaccia politica rappresentata dal Pci, “quinta colonna sovietica” in Italia, nel coordinamento svolto dalla centrale Cia di Roma, responsabile per tutto il bacino del Mediterraneo della guerra clandestina in Europa, in particolare in Italia. E a capo della sezione Cia a Roma, troviamo un nome nefasto, quale responsabile delle operazioni speciali e del controspionaggio, per l’Italia e per gli italiani: James Jesus Angleton. Angleton ha due caratteristiche: è legato ai servizi segreti ebraici dal 1944, ed è il nume tutelare della cosiddetta destra neofascista in Italia, vale a dire il suo protettore nel senso deteriore del termine dal 1945, da quando si portò su una jeep, vestito in divisa americana, in compagnia del commissario di Ps Umberto Federico D’Amato, il principe Junio Valerio Borghese, comandante della divisione di fanteria di marina ‘Decima’ della Repubblica sociale italiana, che non volle morire per l’Italia ma scelse di vivere per l’America. I due poli della destra italiana: i carabinieri guidati dall’israelita Arnaldo Ferrara, gli americani rappresentati da James Jesus Angleton, ‘l’amico del neofascismo’. Perché non c’è ‘neofascista’ o presunto tale che non sia stato coinvolto, consapevolmente o meno, nella strategia del terrore in Italia, bisognerebbe chiederlo al generale Arnaldo Ferrara (Angleton è morto), vivo e muto come un pesce, dimenticato da tutti, primi quelli che hanno la pretesa di aver cercato la verità sulla strage di piazza Fontana e le successive.

Il 21 aprile 1967, due mesi e mezzo prima dell’inizio della guerra dei sei giorni, le forze armate greche assumono il potere in esecuzione di un piano della Nato. Il 15 agosto 1967, Thomas Karamessines invia a James Jesus Angleton “il primo documento autorizzativo della ‘operazione Chaos’ “, predisposto in primavera e le cui reali finalità rimangono segrete ancora oggi.

E’ la macchina della distruzione che si mette in moto, lentamente ma inesorabilmente. Non è agli americani ed agli israeliani che mancano strumenti già pronti per l’attuazione dei piani per sventare il pericolo che il Partito comunista italiano, strumento passivo della politica estera sovietica, possa condizionare in senso neutralistico la politica dei governi italiani, non abbastanza filoisraeliani anche se incapaci di assumere una decisa posizione filoaraba. Nel settembre del 1966 a Lisbona (Portogallo), è stata costituita l’Aginter Press diretta da Yves Guerin Serac; i rapporti di certa destra che si ammanta di neofascismo o, addirittura, di neonazismo con la destra israeliana risalgono addirittura al 1954. Sul piano internazionale e su quello interno, in Italia, gli strumenti non mancano, le marionette nemmeno, i piani si faranno adeguandoli alle esigenze della strategia che ha una precisa finalità: bloccare l’espansione sovietica nel Mediterraneo, neutralizzare la minaccia militare, fare dell’Italia la punta di diamante dello schieramento militare pro-israeliano e anti-arabo. Una necessità, quest’ultima, in una regione in cui agli americani è rimasta solo la Grecia come punto di riferimento affidabile. Il 25 maggio 1969 il senatore americano Steward Simmington afferma: “Il Libano nella primavera del 1967 ha impedito alla nostra flotta l’accesso ai suoi porti. Le ultime due volte che la nostra flotta ha visitato la Turchia si sono verificate violente manifestazioni antiamericane. Queste correnti divengono sempre più forti e se, in Grecia, le cose non andassero come vanno, nel Mediterraneo ci sarebbero pochissimi porti –se non nessuno- disposti ad accogliere le nostre navi senza azioni di disturbo. E siccome noi reputiamo necessario il mantenimento della nostra flotta in quel mare chiuso, questa è la ragione maggiore del nostro sforzo affinché le cose permangano stabili nel Paese in questione, cioè la Grecia”. Parole chiare. E molti, dopo la confusione degli anni precedenti, hanno collegato la strage di piazza Fontana al mantenimento del governo militare greco e alla manovra per obbligare il governo italiano, recalcitrante, a sostenerlo in sede atlantica ed europea. Ma non sono andati oltre, non hanno cioè intuito che la Grecia dei colonnelli era funzionale ai disegni americani, soprattutto per il sostegno allo Stato di Israele ed il controllo, quindi, del Mediterraneo.

La sola Grecia non bastava. La Francia era in aperta rottura con la Nato; la Spagna franchista non poteva essere utilizzata per ragioni di facciata; l’Algeria era perduta, guidata da quel Boumedienne che i servizi di sicurezza della Nato ritenevano un mero agente di Mosca; la Tunisia non era affidabile; la Libia era instabile, tanto che dopo la presa del potere il 1 settembre 1969, la giunta militare ordinerà agli americani ed agli inglesi di sgomberare le basi militari nel paese; il Libano e la Turchia non danno affidamento; in Egitto poi sono presenti almeno 12mila ‘consiglieri’ militari sovietici che sono in prima linea nella guerra non dichiarata contro Israele; rimane un inutile Marocco e, infine, la infida Italia. Cosa farà l’Italia? La domanda, gli Angleton ed i vertici politici e militari americani e Nato non se la pongono. Per loro esiste solo cosa dovrà fare l’Italia, volente o nolente, per rafforzare lo schieramento atlantico nel Mediterraneo a difesa di Israele e degli interessi statunitensi nella regione. L’Italia dovrà frenare l’influenza comunista suscettibile di condizionare il Parlamento ed il governo in senso filo- arabo e neutralista: cosa non facile in una democrazia parlamentare che non ha a sua disposizione quegli strumenti normativi che consentono ad un regime autoritario di tacitare l’opposizione, vietare le manifestazioni pubbliche, porre fuori legge partiti e movimenti contrari alla sua politica senza, per questa ragione, prendere esempio dalla Grecia dei colonnelli o dalla Spagna di Franco; basta pensare alla Germania federale dove il Partito comunista è fuorilegge ed ogni movimento che presenti caratteristiche “eversive” a parere discrezionale dei governi, può esserlo posto in ogni momento, senza alcuna difficoltà.

E’ la Germania federale, il modello al quale guardano i politici italiani. Una democrazia autoritaria, capace di essere fedele senza riserve agli Stati uniti, ossequiente alle sue direttive, disposta a proiettarsi nel Mediterraneo per assolvere quei compiti militari, politici, diplomatici ed economici che la strategia americana prevede. Un’Italia non più oscillante fra le ragioni degli arabi e degli israeliani, ma decisamente schierata con questi ultimi ad onta della ostilità della Chiesa cattolica, in nome dei valori giudaico- cristiani. Come trasformare una democrazia parlamentare in una democrazia autoritaria, in presenza di forze politiche avverse troppo forti per essere elettoralmente battute? Come trasformare l’infido alleato nel quale agisce il più forte Partito comunista occidentale, nel quale il neutralismo anche di marca cattolica avanza inesorabilmente, incalzano dal 1968 movimenti di opposizione sociale e politica e l’antiamericanismo, per questi fattori congiunti, è arrivato quasi al suo massimo storico? La risposta la troviamo in quella che è stata definita la ‘strategia della tensione’, quell’azione cioè intesa a destabilizzare l’ordine pubblico per stabilizzare quello politico, operativa in Italia da tempo, almeno dal 1964 ma senza quelle connotazioni sanguinose che la distingueranno a partire dalla primavera del 1969.

In quel momento, la catena di comando è ben salda e amalgamata: il generale Arnaldo Ferrara per l’Arma dei carabinieri, l’ammiraglio Eugenio Henke, passato dal comando del Servizio segreto militare alla direzione dello Stato maggiore della Difesa; il capo della polizia Angelo Vicari, in carica dal 1960 al 1973, e il questore Umberto Federico D’Amato, dirigente dei Servizi segreti civili e tramite unico con gli americani e la Nato. Pochi uomini al comando reale, moltissimi gli interpreti di secondo e terzo livello, comparse e burattini che la disinformazione giornalistica e giudiziaria ha trasformato nei principali protagonisti della stagione delle stragi. I Freda, i Delle Chiaie, i Maggi, gli Zorzi, i Rognoni, i Ventura, i servi fedeli ed ottusi delle altrui strategie. Mentre il silenzio è calato sulle responsabilità politiche. Paolo Emilio Taviani ha rotto parzialmente il muro dell’omertà, da morto, confermando nel libro di memorie pubblicato postumo che piazza Fontana fu strage di Stato, chiamando addirittura in causa (e non meraviglia) un colonnello dei carabinieri e il servizio segreto militare; ma invece di maledirne la memoria e la reticenza, lo hanno dichiarato uomo onesto ed illustre, a cominciare da quei post comunisti che tante cose sanno e tante hanno taciute: come Taviani ed i suoi colleghi democristiani.

Nella fase operativa iniziata il 27 febbraio 1969, vediamo come comprimari movimenti ed uomini che mai sono entrati nelle indagini sulla strage di piazza Fontana e nemmeno nelle ricostruzioni giornalistiche e storiche. Vediamo l’interlocutore di James Jesus Angleton, Junio Valerio Borghese ed il suo ‘Fronte nazionale’ essere presente in informative del Sid come attivo per giungere alla costituzione di un regime autoritario, ma nessuno lo ha mai collegato alla strage del 12 dicembre 1969. Ed appare grottesco come per anni- almeno venti anni- il nome del suo fedele braccio destro, Stefano Delle Chiaie, sia stato affiancato, insieme a quello di Mario Merlino, alla strage senza che nessuno abbia osato ricordare che costui prendeva ordini da Junio Valerio Borghese; e nessuno ha rilevato che Junio Valerio Borghese era ancora un militante del Movimento sociale italiano. E’ la destra unita, quella che compare nell’operazione che porta a piazza Fontana, con i suoi legami di dipendenza dagli apparati segreti dello Stato e dall’Arma dei carabinieri, non come appare a chi legge oggi la storia di quegli eventi, ora una ‘cellula nera’ padovana, ora un gruppo di ‘anarco-nazisti’ romani, ora un gruppo non bene definito di ordinovisti veneziani collegati ai servizi segreti americani ed israeliani.

Al di là della volontà e degli sforzi fatti dall’ultimo magistrato che si è occupato delle indagini sulla strage di piazza Fontana con onestà intellettuale e coraggio civile, come Guido Salvini (sottoposto per questo motivo ad un autentico linciaggio morale), bisogna convenire che la verità sulla strage del 12 dicembre 1969 è ancora lontana; non è stata scritta se non parzialmente; e anche quel poco non è stato ancora compreso. La partita fra Stati uniti ed Unione sovietica, giocata sulla pelle dei popoli del mondo, ha nel Mediterraneo il nome di Israele, la sua politica è l’imperialismo aggressivo, i suoi simboli la bandiera a stelle e strisce e la stella di David. Altre motivazioni, altri attori sono entrati nella strategia delle bombe come figure secondarie, benché rumorose o addirittura così rumorose da apparire come quei primi attori che non erano, né potevano essere: dai tanti predicatori d’ordine per il ristabilimento di una pace sociale che appariva sconvolta in quegli anni, al fronte padronale che vedeva la propria rappresentanza e sentinella nella Confindustria, buttatasi nella mischia per ottenere furbescamente la chiusura dei contratti dell’autunno caldo e la gigantesca repressione operaia che ne seguì; comprimari, attori di secondo ruolo, profittatori, non registi. Gli attori hanno creato semmai quel consenso diffuso, quell’omertà durevole ed infrangibile che il regista, da solo, non avrebbe potuto ottenere. Ma non ci hanno coinvolti solo per impedire un altro autunno, o che Longo e Berlinguer prendessero in Italia quel potere, che già i patti di Yalta rendevano impossibile. Ci hanno coinvolti in primo luogo per difendere gli interessi americani nello scacchiere medio orientale e perché Gerusalemme tornasse ad essere la capitale “eterna e indivisibile” dello Stato d’Israele.

Abbandonata la ‘soglia di Gorizia’ che mai nessun invasore avrebbe attraversato, gli americani hanno una base come Sigonella dalla quale possono controllare tutto il Medio oriente, e l’Italia è oggi la sentinella a presidio di un mare israeliano; un paese ostile al mondo arabo, ansioso di mandare a morire i suoi soldati per Gerusalemme e il ‘grande Israele’, governato da quella destra che oggi ha potuto – e dovuto – gettare la maschera e rendere omaggio ai rabbini. L’Italia è come hanno voluto che fosse a partire dall’estate del 1967, passando per piazza Fontana e le bombe successive, che ne hanno fatto la Palestina di Europa, dove gli attori erano italiani, i morti erano italiani, ma i burattinai americani ed israeliani. Non si offendano i morti affermando che “la verità c’è”, non si offendano con l’ostinato rifiuto di capire chi sono stati gli stragisti, gli stessi che continuano le stragi in quei paesi, come la Palestina in primo luogo, che si rifiutano di sottostare alla servitù devastante imposta dal colonizzatore. Ecco perché è terra anche nostra la Palestina, anche nostra la sua battaglia di resistenza e libertà. Chi vuole capire quanto è accaduto, e condivide queste espressioni, faccia dunque del 12 dicembre 1969 anziché la solita risibile invocazione di verità agli apparati di uno Stato che davvero non la può dare – mai la darà!- una giornata di lotta e ricordo dei caduti, italiani e palestinesi, vittime della stessa mano imperialista, dello stesso disegno di colonizzazione del Mediterraneo.

Cronologia degli avvenimenti

27 febbraio 1969

Giunge a Roma il presidente americano Richard Nixon. Egidio Ortona, ambasciatore italiano a Washington, annota: “Al Quirinale Saragat e Nixon si ritirano per un incontro a quattr’occhi: deplorevole dispregio dei diplomatici…”. A questo colloquio fra i due presidenti, svoltosi senza alcun testimonio, può esser fatta risalire la data d’inizio dell’operazione stragista che culminerà nell’eccidio di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, finalizzata alla proclamazione dello “stato di emergenza”.

28 febbraio 1969

A Roma, viene compiuto un attentato dinamitardo contro un ingresso secondario di Palazzo Madama in via della Dogana vecchia. Anche se non rivendicato, il gesto verrà successivamente considerato come uno dei primi atti della ‘strategia della tensione’.

febbraio 1969

Il generale Ernesto Cellentani, sulla “Revue militaire générale” scrive: “In seno alle forze politiche protagoniste dei disordini e delle sommosse si è andato rilevando specie negli ultimi tempi un processo crescente di osmosi, ideale e organizzativa, sul piano internazionale. Il problema potrebbe rappresentare, in un futuro prossimo, ulteriori complicazioni e difficoltà poste dall’intervento dell’assai importante componente giovanile studentesca. Sembra allora opportuno realizzare una stretta cooperazione civile e militare, sul piano europeo occidentale, tendente allo scopo di mettere a disposizione fattori comuni esperienze ed informazioni; potrebbe allo scopo essere concretata da una politica dell’ordine pubblico ed un’altrettanta comune politica di informazione ed azione psicologica, entrambe necessarie. La popolazione non interessata al disordine potrebbe – infine – essere chiamata in determinati casi limite a cooperare al ristabilimento dell’ordine. Oggi esiste, ormai, un fronte interno anche in tempo di pace”.

19 marzo 1969

A Viareggio, presso l’hotel Royal ha luogo la prima riunione pubblica del ‘Fronte nazionale’, alla presenza di Junio Valerio Borghese. Nella nota che il Sid stila sulla riunione si riferisce che nel suo corso “l’unico accenno di interesse è quello fatto da Borghese in merito alle Forze armate che, secondo il presidente del Fronte, non avrebbero fatto mancare il loro appoggio nella lotta al comunismo”.

21 marzo 1969

Da questa data e fino ai primi di giugno, Armando Cossutta, responsabile dell’organizzazione del Pci, invia 4 circolari alle federazioni provinciali invitandole ad assumere misure straordinarie di sicurezza e a tenere presente che i telefoni sono sotto controllo.

27 marzo 1969

A Roma, un potente ordigno è fatto esplodere contro la sede del ministero della Pubblica istruzione in viale Trastevere. Le caratteristiche dell’ordigno corrispondono a quello impiegato contro la sede del Senato del 28 febbraio precedente.

29 marzo 1969

A Padova, con sospetta concomitanza sono compiuti 2 attentati dinamitardi, uno contro la sede del Msi, in via Zabarella, l’altro contro la sede del Psiup in via Santa Sofia.

31 marzo 1969

A Roma, un ordigno ad alto potenziale viene fatto esplodere contro il Palazzo di giustizia. L’attentato è rivendicato con manifestini a firma di ‘Marius Jacob’, militante dell’Internazionale anarchica.

marzo 1969

Serafino Di Luia si trasferisce da Roma e Milano.

12 aprile 1969

A Genova, nella villa di Guido Canale, s’incontrano il principe Junio Valerio Borghese, l’armatore Alberto Cameli, l’avvocato Gianni Meneghini, il presidente Gianluigi Lagorio Serra.

14 aprile 1969

Una nota del ministero degli Interni informa che scopo dell’ “Aginter Press” “è quello di combattere il comunismo mondiale…e a tale fine disporrebbe anche di un apparato militare clandestino. Sarebbe guidato ed appoggiato finanziariamente da ambienti di destra francesi, belgi, americani, sudafricani e rodesiani…Per l’addestramento alla guerriglia e al sabotaggio, il movimento avrebbe costituito due campi: uno in Algorvia, (Portogallo) e l’altro a Windhock (Sudafrica)”.

15 aprile 1969

A Padova, è compiuto un attentato dinamitardo contro lo studio del rettore dell’Università, Enrico Opocher. Le indagini sull’episodio vengono affidate al dirigente della Squadra mobile, il commissario di Ps Pasquale Juliano.

18 aprile 1969

A Padova, si svolge una riunione operativa in vista dei prossimi attentati da compiere a cura dei gruppi coinvolti nella ‘strategia della tensione’. Vengono indicati come partecipanti alla riunione Franco Freda, Marco Pozzan, Marco Balzarini, Ivano Toniolo e Angelo Ventura.

19 aprile 1969

Secondo le dichiarazioni rese da Ruggero Pan al giudice istruttore di Treviso Giancarlo Stiz, nel pomeriggio di quel giorno “il Freda gli parlò nel suo studio di una serie di attentati che egli stava conducendo, in particolare di quello da lui commesso il 15 aprile nello studio del rettore dell’Università di Padova, e di avere in mente un ampio programma di attentati per la cui esecuzione gli occorreva l’apporto di altre persone, estremisti sia di destra che di sinistra; che non era il caso di prendersi cura della massa né di proporsi subito il problema della qualificazione politica del nuovo regime…”.

25 aprile 1969

A Milano, scoppiano bombe incendiarie alla Fiera campionaria e all’ufficio cambi della stazione ferroviaria, che provocano il primo 21 feriti, dei quali 2 gravi, e solo fortuitamente nessun morto; il secondo, danni e alcuni feriti lievi. Della mancata strage sono additati i colpevoli ancor prima dello svolgimento di indagini: gli anarchici. Saranno successivamente condannati Freda e Ventura per i quali, però, sarà ritenuta preminente l’azione di ‘associazione sovversiva’, in modo da contenere la pena nei limiti dei 15 anni mascherandone l’attività stragista.

27 aprile 1969

Marques Armando, dirigente di Ot, è presente a Milano come rilevato dalla Questura del capoluogo lombardo.

27 aprile 1969

A Padova, Guido Giannettini consegna a Giovanni Ventura e Freda rapporti ‘informativi’ costruiti ad arte per facilitare la loro opera di infiltrazione nei gruppi della sinistra extraparlamentare. Giannettini alloggia nella notte all’hotel Monaco di Padova.

4 maggio 1969

Nel rapporto inviato al Sid a questa data, il giornalista missino Guido Giannettini scrive: “In base a nuovi elementi raccolti nella zona operativa ‘c’, T ritiene che gli ambienti industriali del nord Italia disposti a finanziare attentati siano costituiti principalmente dal gruppo Monti, Z è d’accordo sulle conclusioni cui è pervenuto T”. Chiarirà, poi, al giudice D’Ambrosio che “Z ero io e T era Freda”; aggiungendo che “in effetti le notizie sul finanziamento di Monti ai gruppi estremisti di destra mi furono passate da Freda. Freda mi disse che non so chi aveva captato, durante un pranzo a cui partecipavano o Monti o i suoi collaboratori, che Monti avrebbe finanziato gruppi di destra per azioni provocatorie, non escluse azioni terroristiche”.

6 maggio 1969

Il direttore della divisione Affari riservati del ministero degli Interni, Elvio Catenacci, crea all’interno della stessa un servizio ‘unico per la trattazione della materia attinente alle attività dei partiti estremisti’, affidato al comando del vice questore Francesco D’Agostino, ed una ‘sezione investigativa’ alla cui direzione viene chiamato il vice questore Guglielmo Carlucci.

11 maggio 1969

A Roma, Mario Tedeschi, direttore de “Il Borghese”, annuncia la costituzione di “250 gruppi di Azione nazionale (Gan) costituitisi in tutta Italia rispondendo al nostro appello per l’unione delle forze nazionali”. Fra i punti programmatici dei Gan, Tedeschi enumera:” Bisogna provvedere a sabotare con tutti i mezzi possibili gli scioperi organizzati dai comunisti e dai clerico comunisti…Bisogna organizzarsi per essere vicini ai soldati in ogni momento; nel momento tranquillo e nel momento non tranquillo”. Conclude, infine: “Alle bombe senza sangue noi preferiamo le beffe sanguinose. Ormai chi vuol fare dell’anticomunismo sul serio deve porsi fuori del sistema e contro il regime”.

15 maggio 1969

Ad Atene, Michel Kottakis, direttore dell’ufficio diplomatico del ministero degli Esteri, invia all’ambasciatore greco a Roma, Antonio Puburas, un rapporto sulla situazione italiana stilato da un agente del Kyp, operante in Italia, e inviato al primo ministro greco Papadopulos. Nella lettera con la quale Kottakis accompagna l’invio del rapporto, si legge che “la situazione in Italia presenta per noi molto interesse e prova che gli eventi si evolvono in senso molto favorevole per la rivoluzione nazionale. Sua eccellenza il presidente ritiene che i difficili sforzi intrapresi da lunga data dal governo nazionale ellenico comincino a produrre frutti”. Kottakis, inoltre, raccomanda l’adozione di precauzioni “in modo da escludere che si possa individuare un legame tra l’azione dei notri amici italiani e le autorità ufficiali elleniche”. Il rapporto riferisce, fra l’altro: “Il signor P ha avuto un incontro con i rappresentanti delle forze armate e ha lungamente analizzato le opinioni del governo ellenico sulle questioni italiane…Abbiamo poi trattato la questione dell’azione futura ed abbiamo proceduto ad una precisa ripartizione dei compiti…Per quanto riguarda i contatti con rappresentanti dell’esercito e della gendarmeria, il signor P mi ha riferito che la maggior parte dei suoi suggerimenti sono stati accettati. Il solo punto di disaccordo riguarda la fissazione delle date precise e dell’azione…Sono già in grado di riferire che qui l’opinione prevalente è che l’intenso sforzo d’organizzazione deve cominciare con l’esercito. Ciò risulta dall’incontro del signor P con i rappresentanti delle forze armate italiane. E’ stato acquisito che i metodi utilizzati dalle forze armate elleniche hanno dato risultati soddisfacenti: perciò vengono accettati come base per l’azione italiana…Per quanto riguarda la gendarmeria italiana, il signor P mi ha detto che i suoi rappresentanti hanno studiato con grande interesse la sua proposta. Essi sono stati profondamente impressionati dalle informazioni sul ruolo assunto dalla polizia militare ellenica nella preparazione della rivoluzione. Hanno accettato unanimamente la sua opinione che in Itala soltanto la gendarmeria potrebbe assumersi analogo compito…Le azioni la cui realizzazione era prevista per epoca anteriore non hanno potuto essere realizzate prima del 20 aprile. La modifica dei nostri piani è stata necessaria per il fatto che un contrattempo ha reso difficile l’accesso al padiglione Fiat. Le due azioni hanno avuto un notevole effetto…Per quanto riguarda la stampa non sarei troppo soddisfatto. Attualmente oltre a ’Il Tempo’ ho continui contatti con ‘Il Giornale d’Italia’. Penso di essere in grado di ottenere su questi due giornali la pubblicazione di qualunque materiale che il governo nazionale giudicasse utile”.

16 maggio 1969

Guido Giannettini prepara il secondo rapporto sui ‘gruppi di pressione’.

25 maggio 1969

Il vice segretario nazionale del Msi, Pino Romualdi, sul periodico “L’assalto” scrive: “Crediamo nell’olio di ricino e nel santo manganello. Crediamo nella guerra civile. Poiché prima che il comunismo arrivi al potere è chiaro che si troveranno mezzo milione di uomini capaci di procurarsi le armi e di usarle. Nessuno deve dimenticarlo: oggi, mutati i tempi, l’olio di ricino e il santo manganello non basterebbero più”.

25 maggio 1969

A Verona, Pino Rauti tiene una riunione coi gruppi di Ordine nuovo del Triveneto.

maggio 1969

A Padova, nei primi giorni del mese si presenta al commissario di Ps Pasquale Juliano, Nicola Pezzato, pregiudicato e missino, che in cambio di denaro gli fornisce i nomi di Fachini, Brancato, Petraroli e Bocchini come componenti di un’organizzazione dedita al compimento di attentati.

7 giugno 1969

A Padova, agenti dell’ufficio politico della Questura al comando del commissario di Ps Saverio Molino, perquisiscono l’abitazione di Eugenio Rizzato, ispettore di zona per il Triveneto della Confederazione nazionale del commercio (Cnc) con sede a Treviso, sequestrando “una pistola automatica calibro 7,65 marca Beretta, con 15 pallottole complessive” per il cui possesso denunciano a piede libero il Rizzato per “detenzione e porto abusivo di armi e munizioni”, ma il funzionario segnala solo alla divisione Affari riservati, omettendo di farne cenno nel rapporto alla magistratura, il rinvenimento della documentazione relativa al ‘Comitato d’azione di risveglio nazionale’ (Carn), nella quale si legge che fra i suoi scopi vi è “la formazione di gruppi d’assalto, pronti a qualsiasi evenienza e disposti a qualsiasi impiego, che saranno a tempo opportuno attrezzati in pieno assetto di guerra”.

16 giugno 1969

Una nota del Sid informa: “Un esponente del Fronte nazionale ha informato alcuni dirigenti della Società metallurgica italiana (Smi) che il movimento ha in programma di attuare nel periodo da giugno a settembre 1969, un colpo di stato per porre fine alla precaria situazione politica che travaglia la vita del Paese. L’uomo di Borghese vorrebbe trattare l’acquisto di munizioni prodotte negli stabilimenti della Smi ma riceve un netto rifiuto”.

18 giugno 1969

A Padova, è arrestato il missino Giancarlo Patrese, all’uscita dello stabile in cui abita il consigliere comunale missino Massimiliano Fachini, che recava un pacchetto contenente esplosivo e pistole. Determinante nei suoi confronti sarà la testimonianza del portiere dello stabile, Alberto Muraro.

19 giugno 1969

Giorgio Almirante è eletto all’unanimità dal comitato centrale, segretario nazionale del Msi.

giugno 1969

In questo mese, secondo le dichiarazioni rese successivamente da Pino Rauti, è assunta la decisione di rientrare nel Msi, che verrà ufficialmente proclamata in autunno in modo che “l’operazione /abbia/ la maggiore risonanza presso l’opinione pubblica”.

giugno 1969

Viene fondato, a Milano, il ‘Fronte degli Italiani’, nato per “sensibilizzare l’opinione pubblica contro l’azione eversiva svolta da taluni partiti di estrema sinistra e dai vari movimenti contestatori e per costituire un sostegno morale per le forze di polizia”.

giugno 1969

Salvatore Ippolito viene infiltrato dalla polizia nel circolo Bakunin. Dirà: “il commissario Spinella mi disse che ero il solo in grado di svolgere questo incarico”.

6 luglio 1969

E’ decretato, secondo quanto scriverà il quotidiano comunista “l’Unità” il 7 settembre 1969, l’allarme Nato che prevede l’esecuzione di un piano di mobilitazione delle forze militari e l’occupazione dei ministeri, sedi di partito e di giornali da parte di unità speciali dell’esercito e dei carabinieri.

7 luglio 1969

Il giornalista Carlo Cavalli, in una lettera intestata ‘Camera dei deputati –giornalisti parlamentari’, spedita al ‘cavaliere del lavoro Attilio Monti presidente Poligrafici – Il resto del Carlino, Bologna’, scrive: “Illustre cavaliere Monti, dopo il colloquio con Dell’Amico e Rauti ho capito bene la natura e i limiti dell’iniziativa. Per il mio campo sono a disposizione felice soprattutto di collaborare con lei. Cordialmente. Avvocato Carlo Cavalli”.

18 luglio 1969

A Bologna, il sindaco comunista Fanti rende noto il testo di una circolare diffusa negli ambienti militari dall’Auca (Associazione ufficiali combattentistici attivi) con sede a Bologna, secondo cui “la situazione interna ci fa pensare all’eventualità che le Forze armate debbano entrare in azione per difendere la libertà democratica e la Costituzione impedendo violenze, distruzioni, sovvertimenti…Si tratterà di collaborare con le forze dell’ordine e di agire anzi con quelle, se necessario, alle dipendenze di un’unica autorità”.

24 luglio 1969

A Milano, è rinvenuto inesploso un ordigno all’interno del Palazzo di giustizia.

31 luglio 1969

La rivista “Il Borghese” pubblica la lettera di un gruppo di ufficiali indirizzata al generale Enzo Marchesi, capo di Stato maggiore dell’Esercito, con la quale sollecitano l’ordine di “reagire singolarmente e collettivamente, con i fatti e se necessario con le armi, a qualsiasi aggressione, a qualsiasi offesa alla Bandiera, all’uniforme, all’essenza spirituale e materiale dell’organismo militare”.

luglio 1969

Il Fronte nazionale diretto da Junio Valerio Borghese, partecipa ad un tentativo di ‘colpo di Stato’, secondo le dichiarazioni rese il 14 gennaio 1978, dal capo della polizia Angelo Vicari in sede giudiziaria.

luglio 1969

Esce nelle librerie un opuscolo di 14 pagine, scritto da Giangiacomo Feltrinelli, dal titolo “Estate 1969″ e con sottotitolo “La minaccia incombente di una svolta radicale a autoritaria a destra, di un colpo di stato all’italiana”. In un’appendice dello scrittore greco Vassakilos è scritto: “Anche noi non credevamo che in Grecia fosse possibile”. Nell’opuscolo, Feltrinelli rileva che le agitazioni sindacali e la crisi dell’economia americana “hanno indotto, a nostro avviso, già da alcuni mesi certe forze di destra a predisporre ed attuare un piano politico e militare preciso, volto ad imporre al Paese una radicale e autoritaria svolta a destra, un colpo di stato all’italiana. Questi piani e la loro parziale attuazione hanno preso nuovo impulso dalla visita di Nixon in Italia ed è possibile che trovino attuazione nel corso di quest’estate, facilitati dall’esodo estivo, dal generale disinteresse, dalla impreparazione delle tradizionali organizzazioni operaie (Pci e sindacati), e dalla sostanziale inefficienza di gruppi che si rifanno ad astratti estremismi ideologici o che, in ogni circostanza, rifiutano il discorso politico”. Il colpo di stato sarebbe “ideato e attuato con la compiacente collaborazione della Cia, della Nato e delle forze reazionarie italiane”.

6 agosto 1969

Ad Alba Adriatica, Freda alloggia all’hotel Lilian, dove si trova in vacanza Ivan Biondo. La località dista 200 chilometri da Riccione e 50 da Pescara.

6 agosto 1969

Si svolge sulla riviera romagnola una riunione segretissima sulla quale, successivamente, la Questura segnalerà che “il padre di Merlino Mario Michele è proprietario di una villa sita a Riccione in viale… Le chiavi della predetta villa sono custodite da tale Giovanni Sapucci, ivi domiciliato”.

8-9 agosto 1969

Vengono compiuti, contemporaneamente, 10 attentati a convogli ferroviari, 2 dei quali falliti. Il commissario Improta dell’ufficio politico della Questura di Roma dirà al giudice Cudillo: “Dopo gli attentati, chiesi a Pietro Valpreda di collaborare con la polizia ed egli rifiutò sdegnosamente”.

20 agosto 1969

A Roma, è trovato all’interno del Palazzo di giustizia un ordigno ad orologeria, non esploso per casualità.

23 agosto 1969

A Padova, presso il locale carcere il pregiudicato Livio Juculano dichiara al magistrato Anna Maria Di Oreste, da lui chiamata per lo scopo: “Sono venuto a conoscenza di altri particolari in merito ai recenti episodi di attentati con esplosivi a mezzo di un detenuto delle carceri giudiziarie di Padova, tale Pezzato Nicolò…Il mandante degli attentati a Roma è il già menzionato avvocato Fredda di Padova”. “In merito poi a quell’arsenale di armi che dovrebbe trovarsi fra Treviso e Vittorio Veneto, il Pezzato mi ha aggiunto che un libraio di Treviso, amico di Freda…detiene nello scantinato della libreria numerose armi”.

24 agosto 1969

A Massa Carrara, il questore informa con lettera il Viminale del passaggio in città del dirigente di Ot, André Fontaine.

30 agosto 1969

A Bologna, il centro Cs invia al Sid un appunto nel quale afferma che “gli autori degli attentati dinamitardi sui treni farebbero capo all’organizzazione studentesca di estrema destra Nuova caravella, che avrebbe sede a Roma e organizzerebbe corsi per sabotatori o dinamitardi diretti da certo Stefano Delle Chiaie….”

2 settembre 1969

A Genova, il questore, in risposta alla lettera del 19 agosto del ministero degli Interni, risponde definendo non meritevoli di attenzione, perché assolutamente non pericolosi per l’ordine democratico, i gruppi del Msi e quelli esterni (On, Giovane Europa, Costituente nazionalrivoluzionaria) e concentrando la sua attenzione sul ‘Comitato di difesa civica’ di cui “nell’ultimo incontro avvenuto a Genova fra il Borghese e noti locali industriali si è espressamente parlato…come organismo non clandestino, ma palese, i suoi programmi non dovranno essere tenuti riservati, e che costituirebbe il lato ‘pubblico’ dell’organizzazione, dietro la quale agirebbero persone economicamente facoltose, cioè i finanziatori. A tale associazione dovrebbe corrispondere altre di tipo ‘attivo’ formate prevalentemente da giovani simpatizzanti per la destra o comunque anticomunisti in senso assoluto; il tutto dovrebbe essere coordinato da Junio Valerio Borghese e dal suo ex aiutante Arillo”.

5 settembre 1969

A Rieti, presso l’albergo ‘Cavallino bianco’ di Monte Terminillo, si svolge un ‘corso di aggiornamento del Msi per dirigenti giovanili’ al quale partecipano 127 militanti fra i quali: Vincenzo Centorame, di Teramo; Graziano Gubbini e Luciano Lanfranco, di Perugia; Romolo Magnani, Pietro Paolo Lentini, Bruno Spotti, emiliani; Piergiorgio Marini, di Ascoli Piceno; Ugo Martinat, di Torino; Alessandro Floreani, Pietro Tondato, Giancarlo Patrese, Delfo Zorzi, Pier Giorgio Gradari, Piero Longo, Massimiliano Fachini, veneti.

6 settembre 1969

Da Ruvo di Puglia dove si è trasferito, il commissario di Ps Pasquale Juliano invia al giudice padovano, Ruberto, un puntiglioso memoriale difensivo nel quale riferisce di essere stato informato dal confidente Francesco Tomasoni che esisteva una organizzazione, responsabile di attentati, che faceva capo a “certo avvocato Freda da Padova”, e a un bidello del ‘Configliachi’ di Padova che va identificato in Marco Pozzan, responsabile dei volontari nazionali del Msi di Padova.

8-15 settembre 1969

A Roma, è presente il dirigente di Ot, Armando Marques, come segnala il Questore con nota successiva diretta al Viminale.

9 settembre 1969

A Padova, la valigeria ‘Al Duomo’ acquista con regolare fattura le borse di similpelle della ‘Mosbach & Gruber’.

9 settembre 1969

Federico D’Amato invia al colonnello Gasca Quierazza, capo dell’ufficio ‘D’, la copia della relazione che svolgerà alla riunione del coordinamento dei servizi di polizia due giorni più tardi. La relazione è ‘riservatissima’, scritta in francese ed intitolata “Les faites terroristes en Italie”, che sintetizza il contenuto di una prima relazione inviata il 15 agosto al ministro degli Interni Franco Restivo. In questa, con riferimento agli attentati ai treni dell’8-9 agosto si “ipotizza quali responsabili: a) gruppi austro-tedeschi-sudtirolesi; b) gruppi di estrema destra; c) gruppi anarcoidi, filocinesi, maoisti e contestatori. La prima ipotesi non trovava conforto; gli estremisti di origine nazionalsocialistico-fascista risultavano, all’epoca, aver adoperato solo cariche rudimentali con sistemi a micce; gli anarcoidi, invece, avevano rivelato nell’azione terroristica una migliore qualità ed efficienza tecnica”. Nell’esaminare, quindi, la figura dell’editore Gian Giacomo Feltrinelli, la relazione “contiene un capitolo nel quale era considerata l’eventualità che i terroristi potessero avere dei collegamenti segreti all’estero. E’ notorio infatti –afferma- che gli anarchici sono in collegamento tra loro sul piano internazionale attraverso l’Internazionale anarchica…”

12 settembre 1969

Nel corso della riunione del ‘Club di Berna’ si definisce la relazione conclusiva che riconosce: ‘l’autonomia dei gruppi di estrema sinistra dai Partiti comunisti; la realtà della contrapposizione di questi gruppuscoli con le confederazioni sindacali; il coordinamento internazionale, non riferibile ad una unica centrale bensì distinto fra esse, dei gruppi anarchici, trotzkjisti e marxisti-leninisti’.

13 settembre 1969

A Padova muore, precipitando inspiegabilmente nella tromba delle scale, Alberto Muraro, portiere dello stabile di piazza Insurrezione, dove abita Massimiliano Fachini, e testimone chiave dell’inchiesta condotta dal commissario di Ps Pasquale Juliano contro il gruppo Fachini-Freda. Avrebbe dovuto testimoniare due giorni dopo.

13 settembre 1969

A Padova, dalla sua utenza telefonica controllata dall’ufficio politico della Questura, Freda chiede a Tullio Fabris spiegazioni dettagliate sul modo di montare un congegno ad incandescenza.

14-18 settembre 1969

A Roma, il Questore, con nota successiva, segnala la ulteriore presenza in città del dirigente di Ot Armando Marques.

15 settembre 1969

Fallisce un tentativo di mediazione fra Grecia e Danimarca, condotto dagli ambasciatori francese e tedesco a Copenaghen.

15 settembre 1969

La divisione Affari riservati del Viminale dirama ai questori di Roma, Genova, Venezia, Milano e Torino una lettera, compilata sulla base delle informazioni fornite da ‘Aristo’, in cui segnala l’avvenuto incontro a Sintra (Portogallo) di ‘Convergenza occidentale’, spiegando che quest’ultima si propone di ‘favorire la reciproca conoscenza di quanti in Europa, si sentono impegnati nella difesa dei valori della civiltà cristiana occidentale, insidiati dai più diversi tentativi di sovversione. Ai lavori – organizzati e diretti dal portoghese Luis Fernandez, dal francese Henryde Roulex e dall’italiano Umberto Mazzotti (alias Sergio Poltronieri) ha partecipato anche una delegazione italiana composta dal prof. Primo Siena, del comitato centrale del Msi, da Gianfranco Di Lorenzo, in rappresentanza della direzione del Raggruppamento giovanile del Msi, dagli studenti universitari dell’Ateneo genovese Domenico Tringale e Dino Segantini in rappresentanza della direzione nazionale del Fuan”.

15 settembre 1969

A Padova, dalla sua utenza telefonica, Freda incarica Tullio Fabris di ritirare presso la ditta Elettrocontrolli di Bologna 50 interruttori a deviazione (timer) in precedenza ordinati.

Metà settembre 1969

A Padova, in una delle biblioteche dell’Ateneo viene collocato in uno scaffale di libri, mimetizzato fra essi, un ‘libro’ internamente cavo contenente un ordigno non esploso per ragioni tecniche.

16 settembre 1969

Secondo le dichiarazioni rese da Lando Dell’Amico il 24 ottobre 1974 a “Panorama”, l’industriale Attilio Monti gli telefonò da Milano invitandolo a prendere contatti con Pino Rauti per consegnargli 18 milioni e 500 mila lire. Se non avesse avuto liquido a sufficienza, specificò Monti, avrebbe dovuto rivolgersi agli uffici della Sarom a Roma che finanziava l’agenzia di stampa “Montecitorio” da lui diretta.

16 settembre 1969

L’ammiraglio Torrisi è nominato responsabile del 3° reparto piani dello Stato maggiore della Marina militare. Lascerà l’incarico il 10 settembre 1971.

17 settembre 1969

La Questura di Genova produce un nuovo rapporto sull’incontro fra Borghese e gli industriali genovesi (Cameli, Cambiaso e Perrino) di cui viene consegnata copia al ministro degli Interni.

17 settembre 1969

Secondo le dichiarazioni rese da Lando Dell’Amico il 24 ottobre alla rivista “Panorama”, in questo giorno alle ore 10, nella sede del Credito italiano in via del Corso a Roma, consegna personalmente a Pino Rauti, con il quale aveva preso appuntamento telefonico il giorno precedente, la somma di 18 milioni e 500 mila lire, come ordinatogli da Attilio Monti, in contanti perché Rauti così pretese rifiutando l’assegno.

18 settembre 1969

Il giornalista Lando Dell’Amico scrive una lettera all’ ‘egregio sig. comm. Bruno Riffeser, direttore generale Sarom, grattacielo Galfa, Milano’: “Carissimo Riffeser, ho versato come d’accordo lire 18.500.000 (diciottomilionicinquecentomila) al giornalista Pino Rauti con assegni ‘Credito italiano’ del 16 ultimo scorso. Se debbo conteggiare l’uscita per la ‘Montecitorio’ dovrei reintegrare la somma con la procedura normale di fine mese in conto Eridania. Va da sé, come ho fatto notare stamane per telefono al cavaliere Monti, che per esborsi straordinari di questa entità non sono (ancora) attrezzato. Per il giornalista Stinchelli, a Parigi, tutte le passate collaborazioni sono state saldate, chiuse. Ho spedito a Bologna le notizie per l’onorevole Preti che, dalla Poligrafici, aveva richiesto l’amico ingegner Zoni. Sono purtroppo incomplete, ma controllatissime. Cari saluti e a presto rivederci a Roma. Lando Dell’Amico”.

19 settembre 1969

A Rieti, il Gruppo carabinieri stila un rapporto ‘riservatissimo’ sul convegno organizzato dal Msi presso l’albergo ‘Cavallino bianco’ di Monte Terminillo. I carabinieri mettono in rilievo che “le lezioni” ai militanti sono state impartite “da parlamentari del partito, tra cui gli onorevoli Pino Romualdi, Giulio Caradonna, Gastone Nencioni, Stefano Menicacci, Franco Maria Servelllo, Franco Franchi e Antonio Guarra, da esponenti quali Pietro Cerullo, Massimo Anderson, Annibale Del Manzo, Giuseppe Tricoli, Antonio Fede e Raffaele Valensise. La chiusura del corso è stata presenziata dall’onorevole Giorgio Almirante, segretario nazionale del partito”. Fra i temi trattati, i carabinieri segnalano, fra gli altri, anche quello di “rovesciare l’attuale classe dirigente italiana, incapace di garantire la sicurezza nazionale, la pace sociale e il progresso civile”.

22 settembre 1969

Franco Freda acquista i 50 timer ordinati alla ditta Elettrocontrolli di Bologna.

27 settembre 1969

Il colonnello Federico Gasca Quierazza, capo del reparto D del Sid, invia una nota all’ammiraglio Eugenio Henke in cui scrive, fra l’altro: “L’accertata disponibilità di esplosivo e la competenza nella confezione di ordigni con caratteristiche analoghe a quelle riscontrate del 9 agosto, da parte di elementi di estrema destra, inducono a non dare più credito alla formulata ipotesi che sia da escludere l’estrema destra dai sospetti. La richiamata valutazione, fatta sulla base di uno studio autorevole, viene infatti a cadere alla luce degli elementi concreti forniti da due fonti diverse del centro controspionaggio di Bologna”.

29 settembre 1969

Giorgio Almirante illustra la piattaforma programmatica del Msi che poggia pressocchè esclusivamente sulla considerazione che è in corso una gravissima “crisi dello Stato”.

30 settembre 1969

Si svolge, in questa data, una riunione di appartenenti al Fronte nazionale di Junio Valerio Borghese, presieduta da Remo Orlandini, sulla quale riferisce una nota informativa del Sid nella quale si legge: “Un ufficiale (nome noto) si intrattiene con Prospero Colonna il quale, nel dirsi certo della riuscita del ‘colpo di Stato’, soggiunge che Valerio Borghese aveva già studiato un piano di ‘provocazione’ con una serie di grossi attentati dinamitardi per fare in modo che l’intervento armato di destra potesse verificarsi in un clima di riprovazione generale nei confronti dei criminali ‘rossi’; precisò inoltre che le vittime innocenti in certi casi sono purtroppo necessarie”. Le affermazioni del principe Colonna furono giudicate, ufficialmente, dai vertici del Sid poco attendibili.

settembre 1969

A Treviso, presso l’hotel Continental si incontrano, come dichiarato da Guido Lorenzon al sostituto procuratore Pietro Calogero il 23 gennaio 1970, Giovanni Ventura, Antonio Massari, “tre persone giunte da Roma” ed il senatore democristiano Caron che era stato interessato per far ottenere un mutuo di 20 milioni dalla Cassa di risparmio della Marca trevigiana allo stesso Ventura.

settembre 1969

In questo mese, secondo le dichiarazioni confidenziali fatte dall’informatore dell’ufficio Affari riservati del ministero degli Interni, Enrico Rovelli, l’8 gennaio 1970, si sarebbero incontrati alla stazione Termini di Roma Serafino Di Luia e Nino Sottosanti. Il primo avrebbe consegnato al secondo un pacchetto dicendogli “questi sono i libri che ti avevo promesso”, e allontanandosi subito dopo.

settembre 1969

L’anarchico Giorgio Spanò testimonierà successivamente che in questo mese Ivo Della Savia gli aveva proposto di compiere un attentato dimostrativo contro la sede della Fiat a Roma, utilizzando un ordigno “già pronto”.

4 ottobre 1969

A Trieste, è deposta una potente carica esplosiva sul davanzale della scuola elementare slovena, destinata ad esplodere alle ore 12.00 seminando morte fra allievi, genitori ed insegnanti. L’ordigno non esplode per un difetto tecnico; in caso contrario, avrebbe provocato una strage. Contestualmente era stato deposto un ordigno, a Gorizia, nei pressi del confine italo-jugoslavo che non esploderà per ragioni tecniche.

6 ottobre 1969

Guido Giannettini è al seguito del presidente della repubblica Giuseppe Saragat in visita ufficiale in Jugoslavia, come corrispondente del giornale missino “Il secolo d’Italia” e incaricato dal Sid di “prendere contatto con i giornalisti jugoslavi e d’oltre cortina che presentino aspetti di vulnerabilità dal punto di vista ideologico e che si dimostrino aperti al sistema di vita occidentale”. In questo ambito Giannettini si informa sul conto del giornalista jugoslavo Emanuel Mickovic, che era riparato in Italia nel 1968 dopo essere stato accusato di ‘appropriazione indebita’ a Zagabria.

6 ottobre 1969

A Trieste, è interrogato dal personale dell’ufficio politico della Questura, l’ordinovista veneto Martino Siciliano nell’ambito delle indagini sul fallito attentato alla scuola slovena di due giorni prima, 4 ottobre. Rivelerà successivamente il commissario di Ps Giulio Cesari, vice capo dell’ufficio politico della Questura, che a fargli il nome di Martino Siciliano era stato personalmente il questore D’Anchise.

10 ottobre 1969

Guido Giannettini, in un articolo apparso sulla rivista “L’italiano” diretta da Pino Romualdi, scrive: “I colpi di Stato, specie in un paese della nostra civiltà, sono un piatto che si serve caldo”.

15 ottobre 1969

A Roma, l’ambasciatore greco, Pompuras, si informa presso il ministero degli Esteri se sia mutato l’atteggiamento italiano in vista della riunione di dicembre del Consiglio d’Europa: la risposta è negativa.

17 ottobre 1969

A Roma, Emilio Bagnoli ritira le chiavi della cantina in via del Governo Vecchio, dove stabilisce la sua sede il circolo ‘22 marzo’. Il circolo è composto da Pietro Valpreda, una quindicina di giovani e giovanissimi anarchici e da Mario Michele Merlino che la sentenza di Catanzaro 23.2.1979 definirà “una delle figure più interessanti…per la sua singolare posizione di attivo elemento del circolo anarchico ’22 marzo’ nel quale esercitò attività direttiva e nel contempo, di uomo appartenente a quel movimento di estrema destra che faceva capo a Stefano Delle Chiaie- Innegabili sono i contatti fra lui e il Delle Chiaie, del quale era solerte procacciatore di notizie raccolte nei gruppi di opposto orientamento politico /al quale scopo/ fingeva identità di fede politica con coloro che in effetti, sottoponeva alla sua attività spionistica” . Prima del ’22 marzo’ il curriculum di Merlino prevede fra l’altro la partecipazione al viaggio in Grecia insieme agli altri militanti di destra, la presenza alla ‘battaglia di valle Giulia’ insieme ad un gruppetto di Avanguardia nazionale che cercò di provocare incidenti; un tentativo non riuscito di infiltrarsi nel gruppo maoista ‘Avanguardia proletaria’, poi nel ‘Partito comunista d’Italia’; infine nel movimento studentesco di Magistero dal quale viene allontanato dopo aver smarrito un’agendina contenente i recapiti di noti esponenti della destra; un ulteriore tentativo con l’Unione m-l finisce con una diffida da parte di questa organizzazione che lo ritiene autore di una ‘trappola’ ai danni di un aderente. A Merlino è anche attribuita una denuncia a carico di 3 studenti in relazione agli attentati ai distributori di benzina, rivelatisi estranei ai fatti (che verranno più tardi addebitati a Mario Palluzzi di Avanguardia nazionale e amico di Stefano Delle Chiaie). Gli anarchici romani, diversamente dai marxisti leninisti, non hanno alcun sospetto su di lui. Nel circolo viene infiltrato anche l’agente Salvatore Ippolito, camuffato da studente anarchico dal nome Andrea Politi.

20 ottobre 1969

A Coblenza, giungono i giornalisti italiani invitati dalla Bundeswehr, su indicazione dell’Ambasciata tedesca a Roma, per un viaggio nelle installazioni militari germaniche. Oltre a Gino Ragno, portavoce ufficiale del gruppo, gli altri giornalisti sono: Pino Rauti, Guidi Giannettini, Baldassarre Molossi, Armando Silvestri, Giancarlo Fortunato, Giancarlo Zanfrognini, Massimo Zamorani e Benedetto Pafi. In una successiva tappa a Bonn, saranno ricevuti dall’ambasciatore italiano e, quindi, dal cancelliere Willy Brandt.

23 ottobre 1969

Il quotidiano “Il Secolo d’Italia”, organo del Msi, intitola un proprio articolo in prima pagina: “L’Italia abbandonata al disordine”.

27 ottobre 1969

Negli Stati uniti, il “New York Times” descrive l’ambasciatore americano in Italia, Graham Martin, come “un uomo aggressivo, spietato che pur di arrivare ai suoi scopi si serve di tutti i mezzi, prima di tutto della Cia”.

28 ottobre 1969

A Torino, è compiuto un attentato al Palazzo di giustizia, fallito per motivi tecnici, ad opera di militanti di destra.

29 ottobre 1969

Il segretario nazionale del ‘Raggruppamento giovanile studenti e lavoratori’ del Msi invia ai subalterni un ‘foglio disposizioni straordinario’: “La drammaticità della situazione che presenta chiari sintomi preinsurrezionali, impone la mobilitazione generale e costante di dirigenti e gregari, per l’approntamento dei mezzi e delle misure corrispondenti. Inviati del centro prenderanno contatto diretto con i responsabili dei coordinamenti regionali per concordare iniziative e programmi. Intanto si dispone tassativamente: che i dirigenti provinciali siano a disposizione delle federazioni in continuità; che stabiliscano contatto con i coordinatori regionali e con la direzione nazionale giovanile; che nessuna iniziativa attivistica in loco o in trasferimento deve essere intrapresa senza preavviso o consenso della direzione nazionale giovanile, avuto riguardo al rapporto di forze con l’avversario, all’ambiente, agli impegni attivistici in atto altrove. Esprimendo e disciplinando tutte le nostre energie, saremo certamente in grado di replicare duramente all’offensiva dei sovversivi e dare un alt al comunismo”.

31 ottobre 1969

Giunge al Viminale una nota informativa da ‘fonte fiduciaria’, relativa ai preparativi della conferenza europea del 9 novembre 1969, promossa dal Msi in accordo con ‘Convergenza occidentale’.

31 ottobre 1969

Freda acquista dalla ditta Elettrocontrolli di Bologna altri 50 commutatori da 120 minuti ‘in deviazione’.

ottobre 1969

A Fiesole, ha luogo una manifestazione “con la partecipazione –scrive in un rapporto il Sid- di circa 300 persone tra cui il generale della riserva Marini, medaglia d’oro dell’Aeronautica militare, e dello staff del Fronte (Borghese, Guadagni, Rosa) che, al termine dell’assemblea, incontra i primi responsabili provinciali della Toscana e della Liguria nella hall dell’albergo Savoia per una messa a punto organizzativa. Una seconda, più ristretta, viene tenuta presso il Circolo forze armate di Firenze”.

ottobre 1969

A Roma, viene costituito il gruppo ‘Organizzazione lotta di popolo’ (Olp), di cui sono fondatori Enzo Maria Dantini, Ugo Gaudenzi e Ugo Cascella. Altri esponenti sono: Dante Polverosi (responsabile a Milano), Serafino Di Luia, Paolo Ceruti, Carlo San Vito, Gianni Prudenza, Sergio Kellerman, Stefano Peri, Tullio Lauro.

5 novembre 1969

Una nota del ministero degli Interni, che viene consegnata in copia al ministro in carica, riferisce che, “…numerosi dirigenti provinciali hanno segnalato alla direzione nazionale che elementi del ‘Raggruppamento giovanile’, della ‘Giovane Italia’, del ‘Fuan’ e del ‘Settore volontari’ avrebbero rassegnato le dimissioni e si starebbero organizzando al di fuori del partito per ‘reagire’ alle intimidazioni dei filocinesi e dei comunisti. I giovani dimissionari intenderebbero, in tal modo, dissociare la responsabilità del partito dalla loro futura attività, evitando di coinvolgerlo nelle loro iniziative di gruppo”. In precedenza, ‘Aristo’ aveva segnalato che appariva “singolare al riguardo il fatto che queste dimissioni avvengano tutte allo stesso modo, vale a dire trasmesse con lettere raccomandate”.

6 novembre 1969

A Gorizia, è ritrovato nei pressi del cippo di confine italo-jugoslavo, l’ordigno piazzato dagli ordinovisti veneti, in concorso con quelli triestini, il 4 ottobre 1969 e non esploso per ragioni tecniche.

7 novembre 1969

A Viareggio, presso lo studio dell’avvocato Giuseppe Gattai si svolge la riunione dalla quale scaturirà la decisione di fondare la ‘Lega Italia unita’ di cui l’avvocato Adamo Degli Occhi, successivamente, indicherà al giudice istruttore bresciano Giovanni Simoni come patrocinanti in modo ‘più o meno scoperto’, Amintore Fanfani e Randolfo Pacciardi. Partecipano: Carlo Fumagalli; Gaetano Orlando; Alberto Ciberti ‘partigiano apuano’; Antonio Fante; Gino Bibbi; Raffaele Bertoli; Giovanni Sabalich, presidente del Tribunale di Monza; Franco De Ranieri, militante missino; Aurelio Di Rella, avvocato genovese; Rodolfo Cerrina-Peroni, colonnello in congedo; Pietro Bianchi, avvocato milanese; Guido Pasquinucci, medico milanese; Aldo De Napoli, in rappresentanza degli ‘Arditi paracadutisti’ e dirigente della società Alden, ‘organismo internazionale’ per l’assistenza commerciale; Giuseppe Biagi, ammiraglio della riserva. Scopo della Lega, secondo Degli Occhi, era quello di “vedere se di fronte alla sconcertante avanzata socialcomunista e all’evidente crisi nazionale ‘uomini di buona volontà’, ‘onesti’, come li chiama Cicerone, potessero opporsi con i mezzi della democrazia al Catilina socialcomunista”.

7-9 novembre 1969

A Roma, si svolge una manifestazione internazionale ‘per l’Europa nazione’ promossa dal Msi e da ‘Convergenza occidentale’ alla quale partecipano portoghesi, greci, svizzeri, spagnoli, francesi, svedesi e numerosi esponenti dei paesi dell’Est. Presente anche Luis Manuel Ferandez e Jaime Nogueira di Convergenza occidentale.

8 novembre 1969

A Roma, insieme ai connazionali Komes Telemaque, segretario amministrativo del movimento ‘4 agosto’ e Stathopoulos Spiridion, presidente della Lega studenti greci in Italia (Esesi), alloggia fino al 10 novembre, presso l’hotel Quattro fontane, Kostas Plevris.

10 novembre 1969

Il ministro della Difesa, Mario Tanassi, in un discorso a Roma pone l’alternativa: o il centrosinistra o lo scioglimento anticipato delle Camere.

12 novembre 1969

A questa data i rapporti del Viminale segnalano il progresso dei rapporti fra il Msi e il Fronte nazionale, dopo l’incontro, avvenuto in ottobre, fra Giorgio Almirante e Junio Valerio Borghese.

13 novembre 1969

A Roma, apre pubblicamente la sede del circolo ‘22 marzo’.

14 novembre 1969

Sul quotidiano “Il Secolo d’Italia”, organo del Msi, appare un comunicato con il quale si annuncia che il Centro Ordine nuovo “ha chiesto l’onore” di rientrare nel Msi.

15 novembre 1969

A Monza, il comandante del Distretto militare afferma, in un pubblico discorso alla presenza di altre autorità fra le quali il procuratore della repubblica, che “stante l’attuale situazione di disordine nelle fabbriche e nelle scuole, l’esercito ha il compiti di difendere le frontiere interne del Paese; l’esercito è l’unico baluardo ormai contro il disordine e l’anarchia”.

17 novembre 1969

Il quotidiano britannico “Economist” scrive che i circoli dirigenti della Confindustria esigono che il governo regolamenti il diritto di sciopero, e proibisca gli scioperi a carattere politico.

17-19 novembre 1969

A Roma, si svolge una manifestazione promossa dal Msi presente, fra gli altri, il portoghese Luis Manuel Fernandez, esponente di ‘Convergenza occidentale’.

18 novembre 1969

Il confidente Armando Mortilla, alias ‘Aristo’, informa il Viminale che “il segretario del Msi ha diffidato alcuni dirigenti giovanili che avevano proposto di organizzare per il prossimo periodo estivo alcuni ‘campi’ per attivisti. L’iniziativa era partita da Alberto Rossi, il dirigente nazionale dei ‘Volontari’ che nello scorso anno aveva portato a termine un’iniziativa del genere. Per come venne riferito a suo tempo, le attività che si svolgevano nel ‘campo’ erano di carattere paramilitare”. Nella stessa nota, ‘Aristo’ informa che “sembra che il tentativo dei missini di ‘catturare’ il Comandante Borghese sia fallito. Risulta infatti che, alcune settimane addietro, a Borghese era stata offerta la presidenza della Consulta dei combattenti. In precedenza, si erano avuti incontri tra esponenti delle due parti e tutto sembrava promettere un accordo, al punto che si era addivenuti alla formulazione di proposte per l’inclusione di elementi del Fn nelle liste elettorali missine per le prossime consultazioni. Non si sa per quali motivi l’accordo è fallito: certo è che Borghese ha rifiutato di assumere la presidenza della Consulta mandando all’aria tutti i progetti che avevano fatto a Palazzo Drago”.

20 novembre 1969

Il quotidiano “Il Secolo d’Italia”, organo del Msi, intitola l’articolo sulla morte dell’agente di Ps Antonio Annarumma: “Un morto che fa gridare basta”.

21 novembre 1969

Una nota confidenziale diretta all’ufficio Affari riservati, a firma ‘Gal’ (Galleni) riferisce che “l’amico massone ci ha fatto sapere che gruppi fascisti si agitano, hanno armi e ci invita alla vigilanza. Una decina di gironi fa due missini ascoltati per caso da un nostro compagno, dicevano che il 14-15 dicembre p.v. ci sarebbe stata una “grossa cosa nazionale”, che dovrebbe “creare nel paese un grosso fatto nuovo”.

22 novembre 1969

Una nota ‘da fonte qualificata’ informa il Viminale sull’incontro fra esponenti del Fronte nazionale (quali Giachi e Adami Rook) ed il console americano a Firenze.

27 novembre 1969

Il confidente Armando Mortilla, in una nota al Viminale, riferisce che la rottura delle trattative fra il comandante Borghese e Almirante sono dovute al rifiuto di procedere all’unificazione fra l’Unione combattenti della Rsi e la Federazione combattenti della Rsi in un unico organismo.

28 novembre 1969

La rivista “Acropolis” dedica un ammirato commento ai campeggi organizzati da Loris Facchinetti di ‘Europa civiltà’: “Ufficialmente viene definito un gruppo di esercitazioni sportive. Le autorità italiane, però, sospettano che si tratti di attività più seria. Nel clima generale di anarchia che regna in Italia questi giovani non sono disturbati da nessuno ed hanno tutto il tempo per prepararsi per il ‘grande giro’ che – bisogna ammetterlo – molti attendono in Italia”.

30 novembre 1969

Il settimanale “Il Borghese”, riferendosi alla rivolta degli agenti della Celere a Milano, il giorno della morte dell’agente Antonio Annarumma, scrive: “Se il 19 novembre gli ufficiali delle caserme di Milano avessero deciso di occupare la città, anziché schierarsi a difendere il loro generale contro i loro uomini, non avrebbero incontrato resistenza e sarebbero stati applauditi dalla popolazione”.

30 novembre 1969

A Reggio Calabria, mentre in piazza Italia è in corso un comizio di Giorgio Almirante vengono fatti esplodere 2 ordigni a breve distanza di pochi minuti l’uno dall’altro e, dopo alcune ore, un terzo dinanzi alla chiesa parrocchiale di San Bruno. Un testimone, Ugo Serranò, interrogato dalla polizia successivamente, racconterà di essere venuto a conoscenza “da persone di cui si rifiutava di indicare i nomi che anche gli attentati del 30 novembre erano stati programmati dalla ‘solita cricca’ e cioè dal Dominici, da certo Sembianza Benito, da Genoese Zerbi Felice e dallo Schirinzi Giuseppe”.

novembre 1969

La Federazione nazionale combattenti della Rsi distribuisce volantini in cui si invitano gli ex combattenti a “non farsi strumentalizzare per un colpo di Stato reazionario”.

5 dicembre 1969

Pino Rauti scrive a Carlo Maria Maggi per ribadire che il rientro di Ordine nuovo non significa lo scioglimento del gruppo che continua a vivere come movimento autonomo all’interno del partito.

6 dicembre 1969

Da questa data, secondo quanto pubblicato successivamente dal periodico “Il Borghese”, viene decretato all’interno del Pci lo stato di massima vigilanza con il controllo notturno e diurno delle federazioni e della sede centrale di via delle Botteghe oscure.

6-7 dicembre 1969

Il giornale “The Guardian” pubblica il famoso ‘rapporto greco’ inviato dal direttore del dicastero degli Esteri greco al proprio ambasciatore a Roma Kottakis nel maggio 1969, in cui si parla dei rapporti che intercorrono fra ambienti politici e militari italiani e greci per un possibile colpo di stato in Italia e si cita il ‘rappresentante non ufficiale’ della giunta militare, ‘signor P’. L’ “Observer” aggiunge altre rivelazioni su documenti segreti inviati ad Atene da un agente dei colonnelli in Italia, dove si afferma la responsabilità della destra negli attentati del 25 aprile. In Italia, la difesa degli anarchici chiede subito che il rapporto sia allegato agli atti processuali, ma il giudice Amati rifiuta.

7-8 dicembre 1969

A Reggio Calabria, militanti di Avanguardia nazionale (successivamente identificati nei viaggiatori greci Pardo e Schirinzi) compiono un attentato dinamitardo contro la Questura provocando il ferimento di un appuntato di Ps.

8 dicembre 1969

Un appello firmato dai giovani democristiani sollecita la espulsione della Grecia dal Consiglio d’Europa in occasione della prossima sessione.

9 dicembre 1969

Il segretario nazionale del Psu Mauro Ferri, in un’intervista al quotidiano “La Stampa” di Torino, dichiara che è ipotizzabile una collaborazione fra democristiani, socialdemocratici e liberali, nel caso si prospetti la “drammatica necessità di garantire la libertà come dopo la crisi del luglio ‘60″.

9 dicembre 1969

Una nota confidenziale del Viminale riferisce che effettivamente Randolfo Pacciardi si è incontrato col ministro degli Esteri greco Pipinelis, dietro sua richiesta, per ottenere finanziamenti per il suo movimento come già ottenuti dal governo del generale De Gaulle, anche se poi “ne fa uso del tutto personale, ed anche famigliare”. Sarebbe quindi effettivamente lui il ‘signor P’ di cui ha parlato il giornale britannico “The Guardian”. La nota riferisce anche che “il direttore nominale di Nuova repubblica, Giano Accame, molto vicino alla corrente politica del Borghese, ha fatto un viaggio ad Atene anche lui, evidentemente in stretto collegamento col suo principale Pacciardi. Al ritorno egli ha cercato di spiegare che i colonnelli non sono fascisti…”. Le informazioni sono state attinte da Camillo Romiti, amministratore di ‘Nuova repubblica’.

10 dicembre 1969

Il ministro degli Interni Franco Restivo conclude alla Camera il discorso sull’ordine pubblico iniziato il giorno precedente, affermando che la gran parte degli atti di violenza verificatisi in Italia sono imputabili all’ “estremismo anarcoide”.

10 dicembre 1969

La direzione nazionale del Pci condanna con un duro comunicato il comportamento “avventuristico” dei dirigenti socialdemocratici.

10 dicembre 1969

Giorgio Almirante, in una intervista rilasciata al giornale tedesco “Der Spiegel” afferma che, a suo avviso, la battaglia contro il comunismo giustifica tutti i mezzi e che è venuto il momento di non fare più distinzioni fra mezzi politici e militari per definire, una volta per sempre, la situazione in Italia.

10 dicembre 1969

Giovanni Ventura giunge a Roma, dove si reca nella sede della casa editrice Ennesse per incontrarsi con Antonio Massari. Incontrerà anche Guido Giannettini.

10 dicembre 1969

A Venezia, dopo aver accompagnato il fratello Giovanni all’aeroporto, Angelo Ventura al ritorno informa Franco Comacchio che “tra poco sarebbe avvenuto qualcosa di grosso: in particolare una marcia di fascisti a Roma e qualcosa sarebbe avvenuto nelle banche”.

10 dicembre 1969

A Padova, un giovane “di statura media, bruno, senza barba né baffi” acquista, tra le ore 18 e le 19, 4 borse modello 2131, prodotte dalla ditta ‘Mosbach & Gruber’ di Offenbach (Germania federale), presso la valigeria ‘Al Duomo’ di Padova: tre del modello 2131 City marrone e una del modello 2131 Peraso nera.

10 dicembre 1969

A Roma, l’avvocato Vittorio Ambrosini partecipa ad una riunione nella sede di Ordine nuovo, in via degli Scipioni, presente un deputato del Msi, dove si parla di andare a Milano “e buttare tutto all’aria”.

11 dicembre 1969

A Roma, Stefano Sestili, dirigente della casa editrice Lerici, annota nella sua agenda alla pagina del giorno: “Ore 19 ha telefonato Ventura. Arriva domani”.

11 dicembre 1969

A Roma, s’incontrano in tarda serata Mario Merlino e Stefano Delle Chiaie.

11 dicembre 1969

A Milano, fra le vetture contravvenzionate dai vigili urbani di Milano l’11-12 dicembre nei pressi della Banca dell’agricoltura, in piazza Diaz a circa 400 metri dalla banca, vi è la autovettura Fiat 1500 targata PD 121532 di Dario Zagolin, padovano, esponente del Msi e informatore dei servizi di sicurezza. Lo Zagolin “aveva fornito le notizie dell’incontro a Padova tra il Freda e il Delle Chiaie” (atti della 4° istruttoria sulla strage del 12 dicembre).

11 dicembre 1969

Il settimanale “Epoca” compare nelle edicole con una appariscente copertina tricolore. Il giornalista Pietro Zullino, legato al socialdemocratico Italo De Feo, scrive al suo interno che se non verrà raggiunto un accordo politico e si dovesse, pertanto, ricorrere ad elezioni anticipate e il loro responso non fosse accettato dalle sinistre, “le Forze armate potrebbero essere chiamate a ristabilire immediatamente la legalità repubblicana”.

11 dicembre 1969

Alla vigilia della sessione del Consiglio d’Europa a Parigi, si delineano gli schieramenti pro e contro la espulsione della Grecia: voteranno per la espulsione Svezia, Norvegia, Danimarca, Olanda, Islanda, Inghilterra e Rft; sono propense a concedere una proroga Francia, Austria, Svizzera, Malta; Belgio e Lussemburgo non hanno precisato le loro intenzioni. Per quanto riguarda l’Italia, il sottosegretario Coppo, al momento di lasciare Roma per Parigi, ha dichiarato “la delegazione italiana non può non tenere presente lo statuto del Consiglio d’Europa e il complesso dei fatti che purtroppo lo contraddicono”.

12 dicembre 1969

A Milano, alle ore 16,37 nel salone della Banca dell’agricoltura a piazza Fontana, esplode un ordigno che provoca la morte immediata di 13 persone e 90 feriti, 2 dei quali decedono in seguito. Muoiono: Giovanni Arnoldi, Giulio China, Ennio Corsini, Pietro Dendena, Carlo Gaiani, Calogero Galatioto, Carlo Garavaglia, Paolo Gerli, Luigi Meloni, Mario Pasi, Carlo Perego, Oreste Sangallo, Angelo Scaglia, Carlo Silva, Attilio Valè. Qualche minuto prima, un commesso della Banca commerciale, Rodolfo Borroni, aveva rinvenuto una borsa depositata in un passaggio contiguo all’ingresso dell’istituto bancario che, come si accerterà, conteneva una bomba. Questa viene fatta esplodere alle 21.12 alla presenza del procuratore della repubblica di Milano, Enrico De Peppo, del suo sostituto Pasquale Carcasio, del vice questore Vittoria, del perito balistico Teonesto Cerri. Il maresciallo Bizzarri, artificiere, dichiarerà successivamente alla stampa: “L’avrei disinnescata io ma nessuno me lo ha chiesto. E’ stato più pericoloso farla brillare che aprirla”. Fra i reperti raccolti dalla polizia alla Banca dell’agricoltura e successivamente alla Banca commerciale, non compare alcun ‘frammento vetroso’. Ancora in piazza Fontana, dove si era recato dopo la strage, in serata viene aggredito il senatore comunista Gianfranco Maris.

12 dicembre 1969

A Roma, alle ore 16,45 nella sede della Banca nazionale del lavoro esplode un ordigno che ferisce 14 persone. Alle 17,16, una seconda bomba deflagra sotto un pennone portabandiera all’Altare della patria. Alle 17,24 un terzo ordigno esplode, sempre all’Altare della patria, davanti all’ingresso del Museo del risorgimento, provocando 3 feriti. Intorno alla capitale, sono in atto movimenti di truppe corazzate.

12 dicembre 1969

Il presidente della repubblica, Giuseppe Saragat, convoca al Quirinale il ministro degli Interni Franco Restivo, il ministro della Difesa Luigi Gui, il generale comandante dell’Arma dei carabinieri, Luigi Forlenza, il capo della polizia Angelo Vicari ed altri rappresentanti dei ‘corpi separati’ per esaminare la possibilità di dichiarare lo stato di ‘pericolo pubblico’ in base agli articoli 214 e seguenti del testo unico di Pubblica sicurezza, che comporterebbe la temporanea sospensione delle garanzie costituzionali.

12 dicembre 1969

A Milano, presso la sede della direzione provinciale della Democrazia cristiana in via Nirone n.15, viene istituito un servizio d’ordine che ha la direttiva di non far entrare chiunque non sia conosciuto. Arnaldo Forlani, segretario nazionale del partito, chiama telefonicamente il segretario provinciale Camillo Ferrari e gli dice: “Occorre tenerci in continuo contatto telefonico, scambiarci notizie di mezz’ora in mezz’ora”. Nella riunione svoltasi nella sede provinciale, il senatore Giovanni Marcora dichiara: “Questi attentati avvengono in concomitanza con la richiesta di espulsione della Grecia dal Consiglio d’Europa. Avvengono dopo che un autorevole giornale inglese ha fatto cenno a possibili collusioni tra il regime dei colonnelli ed ambienti reazionari italiani e all’esistenza di più o meno fantomatici ‘mister P’. Per me –prosegue Marcora- questi attentati si collocano in una precisa logica: svuotare sul piano politico le conquiste sindacali ottenute dai lavoratori dopo mesi di lotta condotta con esemplare coscienza civica e democratica; portare la battaglia politica del nostro paese al clima soffocante di un regime autoritario”.

12 dicembre 1969

Partono da varie località militanti del Msi e di Ordine nuovo, diretti a Roma per partecipare alla manifestazione indetta per la data del 14 dicembre, che sarà preceduta da una riunione dei quadri il mattino del 13 dicembre.

12 dicembre 1969

A Roma, in via Nazionale, qualche ora dopo gli attentati, gli attivisti del Msi distribuiscono volantini sui quali compare l’invito alle “Forze armate a ristabilire l’ordine”.

12 dicembre 1969

A Roma, nel pomeriggio è previsto l’insediamento al Viminale di una commissione composta da 31 giuristi, di cui è segretario il questore Antonio Troisi, il cui compito ufficiale sarebbe stato quello di conciliare le norme di polizia sul diritto di riunione con la libertà garantita dalla Costituzione, in modo da ridurre la conflittualità nelle piazze.

12 dicembre 1969

A Roma, giunge Giovanni Ventura.

12 dicembre 1969

Angelo Ventura, fratello di Giovanni Ventura, si reca verso le ore 18.00 a casa di Ruggero Pan, a Rossano Veneto, e gli dice: “E’ successa una carneficina: però, non c’entra mio fratello”.

12 dicembre 1969

Si svolge la riunione del Consiglio dei ministri d’Europa: “La Grecia si ritira per evitare un voto sfavorevole che pregiudicherebbe anche la successiva scadenza in ambito Nato. Moro mantiene la posizione di condanna italiana e consiglia ai greci il ritiro spontaneo”.

12 dicembre 1969

A Berlino ovest, in serata vengono deposti 3 ordigni dinanzi al club della guarnigione militare americana, nell’Amerikahaus e nella sede della compagnia aerea israeliana El Al. Esplode solo il primo distruggendo una vettura, ma senza provocare vittime o feriti.

13 dicembre 1969

A Roma, è annullata la riunione dei quadri di Ordine nuovo, prevista nella sede nazionale di via degli Scipioni, preparatoria della manifestazione indetta dal Msi per il giorno successivo.

13 dicembre 1969

La stampa britannica spiega la strage di piazza Fontana, a Milano, come derivante da un progetto di “svolta autoritaria” in Italia e chiama in causa gli “agenti dei colonnelli greci”. Fa eccezione lo “Scotsman” di Edimburgo che, riportando voci raccolte negli ambienti politici milanesi, scrive che la strage è da porre in relazione alla manifestazione indetta dal Msi per il 14 dicembre a Roma come reazione ‘preventiva’ delle sinistre ad un tentativo di colpo di Stato preparato, a mo’ di innesco, da quella manifestazione.

14 dicembre 1969

Il ministro degli Interni vieta la manifestazione nazionale, indetta dal Msi a Roma, nella scontata previsione di gravissimi incidenti.

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1969: Piazza Fontana e oltre

Opera, 23 agosto 2011

Il 1969 è l’anno più ricordato e meno conosciuto della storia dell’Italia repubblicana.
Si pretende che segni l’inizio della “strategia della tensione” che si fa coincidere con la strage all’interno della Banca dell’Agricoltura in piazza Fontana, a Milano, il 12 dicembre 1969, ma non è così.
Quella che è stata chiamata “strategia della tensione” inizia diversi anni prima e se le sue finalità erano quelle di “destabilizzare l’ordine pubblico per stabilizzare l’ordine politico”, il primo esempio lo troviamo a Roma, il ottobre 1963, quando squadre di provocatori inserite fra gli operai edili in sciopero innescarono violentissimi incidenti con le forze di polizia che si conclusero con un bilancio di 168 feriti.
Più vicino nel tempo è l’esempio di destabilizzazione dell’ordine pubblico, programmata e predisposta con cura, che viene fornito dalla cosiddetta “battaglia di Valle Giulia” a Roma, il 1° marzo 1968, che vide scendere in campo, in prima persona, gli attivisti di “Avanguardia nazionale” che insieme ad altri militanti dell’estrema destra riuscirono a scatenare alcune migliaia di studenti contro le forze di polizia, con un bilancio finale di 211 feriti, 228 fermi e 4 arresti.
Il primo segnale certo dell’avvio di una strategia destinata a sconvolgere il Paese, in un progressivo ed inesorabile crescendo, ci viene però dall’affissione di manifesti cosiddetti “cinesi”, perché inneggianti alla Cina popolare, nei primi giorni del mese di gennaio del 1966 a Firenze, Livorno, Roma, da parte di militanti di “Avanguardia nazionale” guidati da Stefano Delle Chiaie.
Un’operazione questa, finalizzata a favorire il sorgere di gruppi dissidenti alla sinistra del Pci, accusato di “revisionismo” e di imborghesimento con la speranza, apertamente dichiarata (si ricordi in proposito l’intervento di Pino Rauti al convegno dell’istituto “A. Pollio”, organizzato dal Sid per volere dello Stato maggiore dell’esercito, svoltosi a Roma il 3-5 maggio 1965), di obbligare il Partito comunista a dismettere le vesti dell’agnello per reindossare quelle del lupo per non essere scavalcato alla sua sinistra da gruppi più aggressivi e “rivoluzionari”, come difatti accadrà negli anni successivi con la costituzione di “Potere operaio”, “Lotta continua”, “Avanguardia operaia”, “Autonomia operaia”.
Un’operazione promossa dal servizio segreto civile del ministro degli Interni, tramite il direttore della rivista “Il Borghese”, Mario Tedeschi, amico e confidente del funzionario di Ps Umberto Federico D’Amato, che si collega direttamente con quella che porterà gli attentati del 12 dicembre 1969 a Roma e a Milano, secondo la testimonianza mai valutata di Serafino Di Luia.
Serafino Di Luia, militante di “Avanguardia nazionale” insieme al fratello Bruno, indica esplicitamente nella persona che aveva fatto affiggere i “manifesti cinesi” ai componenti della sua organizzazione, la stessa che aveva fatto infiltrare Mario Merlino fra gli anarchici nell’estate del 1968.
Il 1969 non è l’anno di inizio della “strategia della tensione” e neanche quello dell'”innocenza perduta” come hanno preteso, a posteriori, tanti esponenti della sinistra che hanno cercato di giustificare la loro adesione alla “lotta armata” con l’orrore suscitato dalla strage di piazza Fontana.
La costituzione di “Lotta continua” e “Potere operaio” dei quali tanti militanti saranno in prima fila nello scontro armato con lo Stato, precede di mesi la strage del 12 dicembre 1969, e i loro leader da tempo teorizzano la necessità della violenza operaia e proletaria contro i “padroni” e la borghesia detentrice del potere.
Se il giornale di “Potere operaio” diretto da Francesco Tolin, il 30 ottobre del 1969, esce con un articolo dal titolo “Sì alla violenza operaia”, dal 1° al 4 novembre 1969, a Chiavari, presso l’hotel “Stella Maris” si svolge un convegno del Collettivo politico metropolitano al quale prendono parte Corrado Simioni, Giovanni Mulinaris, Mario Moretti, fra gli altri, destinati a ricoprire un ruolo drammatico negli “anni di piombo”, l’ultimo perfino come capo delle Brigate rosse.
Il 1969 non è neanche l’anno della prima strage di civili in Italia, perché, prescindendo da quelle compiute da reparti militari e forze di polizia, è preceduta da quella compiuta da Salvatore Giuliano ed i suoi uomini a Portella della Ginestra il 1° maggio 1947, quando aprirono il fuoco sugli operai ed i contadini social-comunisti, convenuti sul luogo con le loro famiglie per celebrare la festa del lavoro.
Cosa è stato allora il 1969?
Il ventiquattresimo anno della guerra civile italiana che, in un contesto planetario, opponeva comunismo ed anticomunismo infiammando ed insanguinando tutti i Continenti.
È stato anche 1’anno in cui si è sviluppata l’operazione più raffinata e complessa per imprimere al Paese quella svolta autoritaria auspicata anche in campo internazionale, in particolare da Stati Uniti, Israele e Germania federale, per bloccare definitivamente l’avanzata elettorale del Pci e neutralizzarne l’egemonia in campo sindacale e culturale.
L’ipotesi del “colpo di Stato”, inteso come svolta autoritaria a destra, percorre tutto l’anno 1969, dall’inizio alla fine.
A proporre apertamente un atto di forza anticomunista è la destra in tutte le sue componenti.
Il 5-6 aprile 1969, al termine della X assemblea del Nuovo ordine europeo, svoltasi a Barcellona (Spagna), alla quale hanno partecipato Pino Rauti, Stefano Delle Chiaie e Nino Capotondi, è emesso un comunicato nel quale si afferma che i militanti europei guardano con speranza alla “rivoluzione” greca del 21 aprile 1967 considerata la “nuova realizzazione concreta della riscossa europea”.
A suggerire l’intervento risolutore delle Forze armate non sono solo gli “estremisti”, perché i dirigenti della destra parlamentare e moderata in Italia sono in prima fila a farsene portavoce con toni, spesso, truculenti e minacciosi.
Così, se “L’Assalto” intitola un suo articolo, “Usare le mitragliatici, Esercito e polizia per difendere il Paese dai delinquenti, Popolo italiano svegliati!”, il 13 aprile 1969, un mese più tardi, il 18 maggio, sullo stesso periodico, il parlamentare missino Giulio Caradonna, in un articolo intitolato “La tigre di carta”, scrive che è necessario “richiamare i reprobi agli immortali principi della patria anche dando di piglio a quel santo manganello che nei periodi di smarrimento è l’unico argomento valido per rischiarare gli ottenebrati cervelli dei bruti da troppo tempo abituati a ragionare col ventre se non con il sedere”.
Non si tratta di un’iniziativa individuale, perché è tutto il Movimento sociale italiano ad essere impegnato nell’opera di propaganda finalizzata a presentare il Paese sull’orlo dell’abisso dal quale potrà salvarsi solo con i mezzi più drastici.
Il vicesegretario nazionale del Msi, Pino Romualdi, si spinge fino a paventare la possibilità di un guerra civile per fermare il comunismo.
Il 25 maggio, sempre su “L’Assalto”, Romualdi scrive:
“Crediamo nell’olio di ricino e nel santo manganello. Crediamo nella guerra civile. Poiché prima che il comunismo arrivi al potere è chiaro che si troveranno mezzo milione di uomini capaci di procurarsi le armi e di usarle. Nessuno deve dimenticarlo: oggi, mutati i tempi, l’olio di ricino e il santo manganello non basterebbero più”.
Il 13 giugno, scende personalmente in campo Giorgio Almirante che, in un’intervista pubblicata su “L’Assalto” incita i giovani di destra allo scontro fisico con gli avversari politici affermando che loro devono essere “i contestatori della contestazione”.
Cosa sia e cosa vuole la destra estrema italiana, ancora oggi definita “neofascista”, lo scrive un altro parlamentare e dirigente nazionale del Movimento sociale, sull’organo di stampa del partito, “Il Secolo d’Italia”, nell’articolo intitolato “Viva il blocco d’ordine”, che così definisce:
“È un blocco che crede nella bandiera tricolore, nelle medaglie al valore, nella figura del mutilato. Un blocco che prepari i ragazzi a superare gli esami per studio non per demagogia, che vuole il servizio militare obbligatorio, il matrimonio indissolubile, il celibato dei preti, la morale non bacchettona ma nemmeno prostituta, i pederasti alla gogna e in treni in orario”.
Di questo “blocco d’ordine”, ovviamente, secondo Nino Tripodi devono fare parte anche quei soldati, agenti e carabinieri che offrono silenziosamente fedeltà e disciplina allo Stato, ignorano i partiti e sconoscono i miti della politica”.
È il “blocco d’ordine” di una piccola borghesia che non ha connotazioni ideologiche e che vota, indifferentemente, tutti i partiti da quello socialdemocratico allo stesso Movimento sociale, passando per la Democrazia cristiana, il Partito repubblicano e quello liberale.
Se questo è quello che gli “estremisti” di destra dicono, è fondamentale porre l’accento su quello che fanno.
In prima linea troviamo il direttore de “Il Borghese” , Mario Tedeschi, che l’11 maggio 1969 annuncia la costituzione di “250 gruppi di Azione nazionale (Gan) costituiti in tutta Italia rispondendo al nostro appello per l’”unione delle forze nazionali””.
Nel programma dei Gan, Tedeschi recita:
“Bisogna provvedere a sabotare con tutti i mezzi possibili gli scioperi organizzati dai comunisti e dai clerico-comunisti…Bisogna organizzarsi per essere vicini ai soldati in ogni momento; nel momento tranquillo e nel momento non tranquillo”, per concludere che “ormai chi vuole fare dell’anticomunismo sul serio deve porsi fuori del sistema e contro il regime”.
Incitamento, quest’ultimo, che proviene – è doveroso sottolinearlo – da un personaggio che lavora a stretto contatto con il servizio segreto civile, non disdegnando la collaborazione con il servizio segreto militare.
Quanto annunciano pubblicamente di voler fare corrisponde a quello che fanno riservatamente.
Il 18 luglio 1969, il sindaco comunista di Bologna, Fanti, rende noto il testo di una circolare dell’Associazione ufficiali combattentistici attivi (Auca), secondo cui “la situazione interna ci fa pensare all’eventualità che le Forze armate debbano entrare in azione per difendere la libertà democratica e la Costituzione impedendo violenze, distruzioni, sovvertimenti… Si tratterà di collaborare – conclude – con le forze dell’ordine e di agire con quelle, se necessario, alle dipendenze di un’unica autorità”.
Quale sia l’obiettivo del Msi, lo dice esplicitamente Giorgio Almirante, ormai segretario nazionale del partito, nell’articolo pubblicato da “Il Secolo d’Italia”, sotto il titolo “Il caos”, il 23 ottobre 1969.
Almirante scrive:
“Siamo nel caos…giunti a questo punto, i casi sono due: o la suprema Magistratura della Repubblica interviene per costringere subito la cosiddetta maggioranza di centro-sinistra a una aperta verifica o è fatale che la crisi si trasferisca dal Governo, dai partiti, dal Parlamento al Paese, cioè anche alla piazza”.
L’appello al presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, si accompagna all’esplicita minaccia di ricorrere alla violenza di piazza per riportare l’ordine.
Non è minaccia vana, perché è proprio sulla “piazza” che gli strateghi occulti contano per far scattare la proclamazione dello stato di emergenza. Una “piazza” di destra inferocita per le stragi “rosse” del 12 dicembre 1969, che sarà convocata a Roma, da tutta Italia, per la data del 14 dicembre 1969, con il sangue ancora caldo ed i morti da seppellire.
Non sono solo parole, quelle scritte sul giornale di partito, da Giorgio Almirante, perché sei giorni più tardi, il 29 ottobre 1969 inizia la mobilitazione degli iscritti.
Il segretario nazionale del “Raggruppamento giovanile studenti e lavoratori” del Msi, Massimo Anderson, invia difatti ai subalterni un “foglio disposizioni straordinario”, nel quale scrive:
“La drammaticità della situazione che presenta chiari sintomi pre-insurrezionali, impone la mobilitazione generale e costante di dirigenti e gregari, per l’approntamento dei mezzi e delle misure corrispondenti. Inviati del centro prenderanno contatto diretto con i responsabili dei coordinamenti regionali per concordare iniziative e programmi.
Intanto si dispone tassativamente: che i dirigenti provinciali siano a disposizione delle federazioni in continuità; che stabiliscano contatto con i coordinatori regionali e con la direzione nazionale giovanile; che nessuna iniziativa attivistica in loco o in trasferimento deve essere intrapresa senza preavviso o consenso della direzione giovanile, avuto riguardo al rapporto di forze con l’avversario, all’ambiente, agli impegni attivistici in atto altrove. Esprimendo e disciplinando tutte le nostre energie, saremo certamente in grado di replicare duramente all’offensiva dei sovversivi e dare un alt al comunismo”.
Non si tratta di attuare misure di difesa, bensì di attacco.
Lo conferma una nota informativa che il ministero degli Interni trasmette in copia allo stesso ministro titolare del dicastero, Franco Restivo, con la quale si segnala, il 5 novembre 1969, che “elementi del ‘Raggruppamento giovanile’, della ‘Giovane Italia’, del ‘Fuan’, del ‘Settore volontari’ avrebbero rassegnato le dimissioni e si starebbero organizzando al di fuori del partito per ‘reagire’ alle intimidazioni dei filocinesi e dei comunisti. I giovani dimissionari intenderebbero, in tal modo, dissociare la responsabilità del partito dalla loro futura attività, evitando di coinvolgerlo nelle loro iniziative di gruppo”.
A far dubitare della spontaneità di questa raffica di dimissioni ritenute necessarie per non compromettere l’immagine legalitaria del partito è la segnalazione dell’informatissimo Armando Mortilla, “Aristo”, che nota come appaia “singolare al riguardo che queste dimissioni avvengano tutte allo stesso modo, vale a dire trasmesse con lettere raccomandate”.
Per coloro che escono per non danneggiare il loro partito, ci sono quelli che rientrano per “aprire l’ombrello” che il Movimento sociale può offrire come partito rappresentato in Parlamento.
Il 16 novembre 1969, “Il Secolo d’Italia” annuncia che il Centro “Ordine nuovo” ha chiesto “l’onore” di essere ammesso nel partito.
Il 21 novembre, una nota confidenziale inviata alla divisione Affari riservati del ministero degli Interni, a firma “Gal”, confidente operante a sinistra, informa che “una decina di giorni fa due missini ascoltati per caso da un nostro compagno, dicevano che il 14-15 dicembre p.v. ci sarebbe stata una ‘grossa cosa nazionale’ che dovrebbe ‘creare nel paese un grosso fatto nuovo'”.
Il 2 dicembre, il quotidiano missino “Il Secolo d’Italia” annuncia la manifestazione nazionale indetta dal partito per il 14 dicembre, a Roma, con un articolo intitolato:
“Il MSI mobilita la Nazione contro la sovversione rossa”.
La macchina della morte è in moto, ed il Movimento sociale italiano è uno dei suoi ingranaggi.
Il 10 dicembre, Giorgio Almirante, nel corso di un’intervista al giornale tedesco “Der Spiegel” afferma che, a suo avviso, la battaglia contro il comunismo giustifica tutti i mezzi, e che è venuto il momento di non fare più distinzioni fra mezzi politici e militari per definire, una volta per sempre, la situazione in Italia.
Una dichiarazione imprudente ed impudente che segnala come nel mondo politico anticomunista si respiri un’aria di ottimistica certezza, tanto che alla possibilità di un intervento delle Forze armate nel Paese si rifà anche la rivista “Epoca” che missina non è.
Il 10 dicembre, difatti, “Epoca” appare nelle edicole con in copertina un vortice tricolore e, al centro, la scritta:
“Che cosa può accadere in Italia”.
All’interno, si scrive:
“Se tuttavia la classe politica non riuscisse a risolvere il problema dei rapporti del Pci con lo Stato, se la confusione diventasse drammatica, e se – nell’ipotesi di nuove elezioni – la sinistra non accettasse il risultato delle urne, le Forze armate potrebbero essere chiamate a ristabilire immediatamente la legalità repubblicana.
Questo non sarebbe un colpo di Stato ma un atto di volontà politica a tutela della libertà e della democrazia”.
Lo stesso giorno, 10 dicembre 1969, il fratello di Giovanni Ventura, Angelo, a Venezia, nel corso di una conversazione con Franco Comacchio stabilisce il collegamento diretto fra gli attentati che avranno luogo tra due giorni a Roma e a Milano e la manifestazione indetta dal Movimento sociale nella Capitale il 14 dicembre.
Angelo Ventura, difatti, rivela a Comacchio che “tra poco sarebbe avvenuto qualcosa di grosso: in particolare una marcia di fascisti a Roma e qualcosa sarebbe avvenuto nelle banche”.
A chiamare in correità nella strage di piazza Fontana i vertici del Msi, è, il 13 dicembre 19ó9, il servizio segreto britannico che su un giornale di Edimburgo, lo “Scotsman”, fa scrivere che questa è da porre in relazione alla manifestazione indetta, per il giorno successivo 14 dicembre, dal Msi a Roma, attribuendo la notizia a voci raccolte in ambienti milanesi non specificate.
Il governo presieduto da Mariano Rumor vieta però le manifestazioni pubbliche in tutta Italia e, con questa decisione, decreta il fallimento dell’operazione.
Cercheranno di ammazzarlo il 17 maggio 1973, a Milano, per mano di un finto anarchico. Ma questo è un’altra capitolo, successivo, della stessa storia.
A richiedere il ristabilimento dell’ordine turbato dalla “sovversione rossa” non c’è solo la destra parlamentare, definita estrema, ma anche gli ex partigiani anticomunisti che non hanno remore ad affiancarsi ai missini.
Il 7 novembre 1969, a Viareggio, si svolge una riunione per decidere la costituzione di una nuova organizzazione denominata “Italia unita”, sotto il patrocinio di Randolfo Pacciardi e quello, più riservato, di Amintore Fanfani.
Lo scopo della “Lega Italia Unita” è, secondo quanto dirà successivamente uno dei suoi esponenti di maggiore rilievo, l’avvocato Adamo Degli Occhi, quello di “vedere se di fronte alla sconcertante avanzata socialcomunista e all’evidente crisi nazionale ‘uomini di buona volontà’, ‘onesti’ come li chiama Cicerone, potessero opporsi con i mezzi della democrazia al Catilina socialcomunista”.
Il programma del Partito socialdemocratico che fa capo direttamente al presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, non si differenzia da quello del Movimento sociale:
“La gente è stufa dei disordini e vuole un partito che metta in ordine le cose”, dichiara Franco Nicolazzi alla rivista “Panorama” il 4 dicembre 1969.
“Il Paese ha bisogno di un periodo di pace e noi vogliamo darglielo”, aggiunge la socialdemocratica Maria Vittoria Mezza.
Le Forze armate, dal canto loro, sono adulate, sollecitate e temute in un periodo in cui in America latina, Asia, Africa ed Europa sono protagoniste della vita politica.
Lo ricorda, con implicita ma evidente allusione all’Italia, Giorgio Spini, sul numero unico de “L’Opinione” che, nell’articolo intitolato “Il fascismo senza volto”, scrive:
“Ieri un colpo di Stato militare in Brasile, l’altro ieri in Perù, diciotto mesi fa in Grecia. Tutti lavoretti di poche ore, sbrigati prima ancora che il paese si riavesse della sorpresa. I militari hanno imparato l’arte di far fuori un paese con la stessa sveltezza con cui si tira il collo ad una gallina. A chi toccherà essere fatto fuori la prossima volta?”.
L’interrogativo di Spini non trova risposte rassicuranti negli ambienti militari italiani che, viceversa, pongono in modo aperto e pubblico, la loro candidatura come forza attiva sul piano politico, determinante per il ristabilimento dell’ordine e della pace all’interno del Paese.
Sulla “Revue militaire générale”, il generale Ernesto Cellentani ripropone la necessità di un coordinamento politico-militare per fare fronte alla minaccia rappresentata dalla sovversione su scala continentale fomentata dal comunismo:
“In seno alle forze politiche protagoniste dei disordini e delle sommosse –  scrive l’ufficiale – si è andato rilevando specie negli ultimi tempi un processo di crescente osmosi, ideale e organizzativa, sul piano internazionale. Il problema potrebbe rappresentare, in un futuro prossimo, ulteriori complicazioni e difficoltà poste dall’intervento dell’assai importante componente giovanile studentesca. Sembra allora opportuno realizzare una stretta cooperazione civile e militare sul piano europeo occidentale, tendente allo scopo di mettere a (disposizione) fattori comuni di esperienze ed informazioni: potrebbe allo scopo essere concretata da una politica dell’ordine pubblico ed un’ altrettanto comune politica di informazione ed azione psicologica, entrambe necessarie. La popolazione non interessata al disordine potrebbe – infine – essere chiamata in determinati casi limite a cooperare al ristabilimento dell’ordine . Oggi – conclude Cellentani – esiste, ormai, un fronte interno anche in tempo di pace”.
Non sono solo propositi teorici, destinati a restare privi di risvolti concreti, se, il 27 aprile 1969, nell’articolo intitolato “Vedovato come istituzione”, “L’Astrolabio” deve scrivere:
“Recentemente il generale Vedovato ha scritto che spetta alle forze armate, cioè a lui, di garantire in ogni evenienza, da qualunque parte prodotta, la continuità della politica del governo (non dello Stato) e del suo finanziamento. Il ministro Gui gli ha opposto un’imbarazzata rettifica”.
Se il ruolo determinante nella vita politica del Paese viene rivendicato dal capo di Stato maggiore della Difesa, i subalterni si sentono autorizzati ad investirsi di compiti che concernono l’ordine pubblico che spettano agli organi preposti alla pubblica sicurezza e non a loro.
Il 21 giugno, a Palermo, dopo che la sua vettura è rimasta bloccata da una manifestazione di operai in sciopero, il generale Giglio emette un minaccioso comunicato nel quale scrive:
“Qualunque ulteriore iniziativa suscettibile di ostacolare comunque, direttamente o indirettamente, la mia attività di comando, sarà da me e con i mezzi consentiti a mia disposizione immediatamente stroncata”.
La minaccia di far intervenire reparti militari contro gli scioperanti non verrà attuata, ma a Novara, dal 25 al 30 giugno 1969, i militari sono autorizzati ad agire in prima persona contro i loro contestatori.
Dopo che in città si sono verificati scontri fra giovani di sinistra ed avieri del 53° Stormo, le forze di polizia sono esautorate dalle loro funzioni ed il compito di pattugliare la città è affidato agli avieri ed ai carabinieri, che sono parte integrante delle Forze armate all’interno delle quali svolgono anche il compito di polizia militare.
È un segnale che viene recepito come il riconoscimento del ruolo che le Forze armate potranno essere chiamate a svolgere in un futuro assai prossimo, com’è nelle speranze dei rappresentanti di quei partiti che si pongono dalla parte della popolazione che aspira al ristabilimento dell’ordine e che l’intervento dei militari lo sollecitano apertamente.
E a queste forze politiche i militari si appoggiano con fiducia, certi del loro sostegno politico e propagandistico come avviene con la pubblicazione, da parte della rivista “Il Borghese”, il 31 luglio 1969, di una lettera indirizzata da un gruppo di ufficiali al capo di Stato maggiore dell’Esercito, generale Enzo Marchesi, con la quale sollecitano l’ordine di “reagire singolarmente e collettivamente, con i fatti e se necessario con le armi, a qualsiasi aggressione, a qualsiasi offesa alla Bandiera, all’uniforme, all’essenza spirituale e materiale dell’organismo militare”.
La pretesa delle Forze armate di ricoprire nel Paese un ruolo maggiore non viene sostenuta solo da destra, ma è anche recepita e giustificata in altri ambienti politici.
Così, la rivista “Panorama”, il 29 maggio 1969, dedica alle Forze armate un articolo, dal titolo “L’esercito inquieto”, in cui Giorgio Gatta denuncia il malessere interno all’istituzione militare e conclude:
“Più chiaramente che in passato dunque si propongono per le forze armate funzioni nuove. Un esempio limitato viene dai Paesi del Terzo mondo, dove l’esercito, padrone delle tecniche più moderne e dotato spesso di una visione più progressista rispetto alle strutture civili, diventa un centro di potere e costituisce insieme un elemento unificante della nazione”.
Ma l’unità della Nazione, come la sua pace sociale, la sua sicurezza interna ed internazionale, la sua stabilità economica e politica, per le Forze armate passa attraverso la neutralizzazione del pericolo comunista e del partito che rappresenta ancora in quell’anno 1969 la “quinta colonna sovietica” in Italia.
Il 4 dicembre 1969, sul settimanale “Panorama”, nell’articolo intitolato “I forzati dell’ordine”, Lino Rizzi segnala il processo di politicizzazione a destra in corso all’interno del Corpo di pubblica sicurezza, accelerato a seguito della morte dell’agente di Ps Antonio Annarumma a Milano, il 19 novembre, ed ai conati di ribellione verificati nei battaglioni celeri di Milano e Torino nei giorni immediatamente successivi e repressi a fatica dagli ufficiali.     
“La maggior parte dei giovani agenti di Ps – scrive Rizzi – scopre la politica e cede alla suggestione dello Stato forte, sposa le posizioni dei partiti di estrema destra anche come scelta difensiva, di tipo corporativo. Un deputato democristiano racconta che a Nuoro, nelle elezioni politiche del 1968, quattrocento baschi blu del secondo raggruppamento Celere, votando nella stessa sezione hanno fatto uscire dalle urne altrettanti voti per il Movimento sociale italiano”.
Un atteggiamento che premia la politica di un partito che della difesa dei corpi di polizia, a ragione e più spesso a torto, ha fatto un cardine del suo programma ostentato anche con gesti plateali come, a Pavia, il 13 marzo 1969, quando i giovani del Movimento sociale, nel corso di incidenti fra la polizia e gli studenti, si sono schierati simbolicamente a difesa della Questura.
Un partito, il Movimento sociale italiano, che insieme a monarchici, liberali e a parte dei democristiani chiede il ripristino della pena di morte e l’introduzione nel codice penale della fustigazione, maggiori poteri alla polizia, aumenti salariali e tutela ad oltranza del suo operato.
Il “nemico” anche per la polizia, specie per quella dei battaglioni celeri in prima linea nei servizi di ordine pubblico, è la sinistra in genere, il Partito comunista in particolare.
Significativa la lettera inviata al ministero degli Interni, il 21 novembre 1968, da un gruppo di agenti e di ufficiali di Ps contenente l’esplicita minaccia di agire non contro il comunismo ma contro coloro che cedono al comunismo, con evidente allusione ai democristiani ritenuti inclini al compromesso con il Pci.
“Stretti intorno alla Bandiera del corpo, abbrunata ai sublime olocausto della giovane vita di Antonio Annarumma fermamente giuriamo: o prestigio e autorità alle forze dell’ordine o armi contro i responsabili del cedimento al comunismo”.
Puntuale, giunge il plauso del settimanale “Il Borghese”, diretto da Mario Tedeschi:
“La polizia oggi ha, se vuole, la possibilità di risolvere la crisi in cui si dibatte l’Italia. Se il 20 novembre gli ufficiali di polizia delle caserme di Milano avessero deciso di occupare la città, anziché schierarsi a difendere il loro generale contro i loro uomini, non avrebbero incontrato resistenza e sarebbero stati applauditi dalla maggioranza della popolazione”.
Un invito esplicito al “colpo di Stato”, rivolto alla polizia da un uomo, Mario Tedeschi, che lavora per il ministero degli Interni.
Nel corso di tutto il 1969 si respira l’aria dell’evento, da tanti invocato e da tanti temuto, dell’intervento militare nell’agone politico che il fallimento della politica di centro-sinistra e la scissione interna al Partito socialista unificato rendono, anche agli occhi degli osservatori stranieri, inevitabile.
L’8 luglio 1969, il “New York Times” scrive che la crisi politica in corso rappresenta “la più grave minaccia alla democrazia italiana nella vita della Repubblica”.
Ancora più esplicito è il “Washington Post” che, due giorni più tardi, il 10 luglio, scrive:
“L’Italia si sta forse disintegrando…Caos, guerra civile, un golpe, queste calamità sono minacce reali, a giudizio di molti italiani… Il centrosinistra è caduto vittima delle meschinità personali e di partito…E adesso con lo schieramento di centro ridotto a brandelli, l’estrema destra e l’estrema sinistra si fronteggiano attraverso un abisso di profonda sfiducia e di odio di classe”.
Sul piano politico interno, il pericolo è vissuto come reale da un partito, come quello comunista, che può contare anche sull’apporto informativo dei servizi segreti dei Paesi dell’Est europeo e di quello sovietico, il Kgb, in particolare.
Il 14 gennaio 1969, i parlamentari del Partito socialista di unità proletaria (Psiup) segnalano “iniziative a carattere autoritario che coinvolgono anche organizzazioni militari”.
Il 24 marzo 1969, nel corso della riunione della direzione nazionale del Pci, il segretario Luigi Longo afferma:
“Per quanto riguarda i pericoli di svolte autoritarie o di colpi di mano, dobbiamo richiamare l’attenzione del partito sul fatto che questi pericoli sono reali”.
Nel suo intervento, Abdon Alinovi sottolinea che si sono svolte riunioni di ufficiali e chiede che il partito abbia maggiore sensibilità verso questi fatti.
Nella riunione del 7-8 maggio 1969, dedicata agli attentati stragisti alla Fiera campionaria ed alla Stazione ferroviaria di Milano del 25 aprile, Carlo Galluzzi denuncia “la tendenza a tradurre lo spostamento a destra a livello organizzativo di governo e forse anche la spinta ad andare a soluzioni autoritarie, di tipo greco”.
Galluzzi avanza esplicitamente due ipotesi:
“’Un colpo di Stato autoritario che può venire da ambienti militari integrati dalla Nato”, o una svolta autoritaria di tipo “centrista”, imposta dal presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat.
La direzione nazionale del Pci avverte il pericolo di una azione finalizzata ad imporre con la forza una svolta destra, coordinata da forze nazionali ed internazionali.
Se Galluzzi evoca la Nato, la Grecia e chiama in causa il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, Enrico Berlinguer denuncia il possibile intervento americano:
“Vi è un accrescersi di elementi che indicano qualcosa di torbido e pericoloso in questa situazione. Da questa attivazione di elementi di destra non si può escludere una componente internazionale (forse certi orientamenti nuovi della amministrazione Usa)”.
Le ipotesi “golpiste” non vengono espresse solo nell’ambito del partito, ma denunciate pubblicamente, come fa Pietro Secchia a Padova, il 29 giugno, nel corso del convegno nazionale dell’Associazione nazionale partigiani italiani (Anpi) dove afferma che “un paese non può vivere permanentemente sotto il rischio, la minaccia o il ricatto di colpi di Stato…”
Il Partito comunista non pensa a colpi di Stato militari.
Nella stessa occasione, a Padova, lo dice esplicitamente Pietro Secchia, che nel partito rimane uno degli uomini più rappresentativi, quando afferma che essi “sono sognati da uomini politici che credono di poter abbattere le dighe del malgoverno, alla corruzione sfrenata, all’asservimento allo straniero, eliminando ogni legalità costituzionale e accantonando di fatto la Costituzione” .
I vertici del Pci non temono un “golpe” in stile sudamericano o greco ma, più logicamente, una reiterazione del 25 luglio 1943, un “colpo di Stato” che faccia affidamento sulle Forze armate nell’ambito istituzionale, con il presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, al posto di re Vittorio Emanuele III.
È, questa, l’ipotesi più realistica, quella che fa più paura ai dirigenti comunisti che sanno di non poter contare sull’aiuto dell’Unione sovietica e dei Paesi dell’Est europeo, perché l’invasione militare sovietica della Cecoslovacchia, dodici anni dopo l’intervento militare sovietico in Ungheria, e l’inesistente reazione americana in entrambi i casi, hanno provato che i patti di Yalta sono ancora in vigore e che le due potenze egemoni non interferiscono nelle rispettive aree di influenza.
Che così sia, d’altronde, lo prova al di là di ogni ragionevole dubbio, l’indifferenza sostanziale con la quale l’Unione sovietica ha reagito al colpo di Stato militare in Grecia, del 21 aprile 1967, che pure aveva una dichiarata finalità anticomunista, all’interno, ed antisovietica sul piano internazionale.
Il 2 luglio 1969, il segretario nazionale del Pci, Luigi Longo, comunica ai componenti della direzione nazionale del partito che alcuni dirigenti hanno riferito che “la situazione è tale per cui può esserci un intervento (dell’esercito ). Notizie segnalano movimenti sulla via Appia. Per adesso – prosegue Longo – vedrei di assumere informazioni da tutte le organizzazioni specie nel nord, senza escludere le altre zone”.
La paura ai vertici del Partito comunista è tale che, il 7 luglio, Giorgio Napolitano, attuale presidente della Repubblica ed allora componente della direzione nazionale del partito, si vede obbligato a consigliare di abbassare i toni della polemica: “Ci sono queste notizie. Ci può essere un disegno che fa leva su determinati ambienti dell’esercito. Ma – prosegue – si possono presentare tutti i generali come potenziali golpisti? Fare esplicitamente appello al fatto che i soldati sono figli del popolo”.
Il 16 luglio 1969, è la volta di Armando Cossutta ad intervenire per delineare quale potrebbe essere il più realistico pretesto per un intervento militare inteso a ristabilire l’ordine pubblico.
Ci potranno essere, dice, “grandi lotte che portino a scontri, in cui ci siano ufficiali che perdono la testa e provocano situazioni drammatiche, che ci siano scontri anche con colpi d’armi da fuoco e feriti, insomma si possono determinare situazioni di grandi tensioni in cui si possono inserire questi tentativi”.
È esattamente, questo descritto da Armando Cossutta, lo scenario che preparano le forze decise a fare dell’Italia un baluardo dell’anticomunismo nel Mediterraneo.
Nella riunione del 28 luglio, è Gian Carlo Pajetta a parlare esplicitamente di “colpi di Stato” e della necessità di difendersi.
Mentre, Luciano Lama, da parte sua, ha ben presente che nell’anno in corso scadono 59 contratti nazionali che interessano oltre cinque milioni di lavoratori, e di conseguenza ricorda che le richieste sindacali sono radicali, “ed è veramente posta in discussione la compatibilità di tali rivendicazioni con il sistema. Se vi saranno momenti duri – conclude -certi gruppi potranno avere buon gioco”.
Il 7 settembre 1969, il quotidiano comunista “L’Unità” scrive che, in Italia, è in vigore l’allarme Nato che sarebbe stato decretato il 6 luglio, nell’incombenza della crisi di governo, con la predisposizione di un piano segreto che prevede la mobilitazione delle basi militari, l’occupazione di ministeri, sedi di partiti, redazioni giornalistiche da parte di unità speciali dell’Esercito e dei carabinieri.
Non sono solo ipotesi astratte, quelle formulate dai dirigenti nazionali del Partito comunista, perché costoro assumono provvedimenti concreti a difesa propria e del partito, come l’invio di militanti in Unione sovietica perché siano addestrati come marconisti, e le circolari inviate da Armando Cossutta, a partire dal 21 marzo 1969, ai dirigenti periferici per invitarli a prendere misure di sicurezza straordinarie e a tenere presente che i telefoni sono sotto controllo.
Dal 6 dicembre, infine, secondo quanto scriverà il settimanale “Il Borghese” in epoca successiva, la direzione nazionale del Pci dirama l’ordine di massima vigilanza con il controllo diurno e notturno delle federazioni provinciali e della sede centrale del partito, a Roma, in via delle Botteghe Oscure.
A strage di piazza Fontana avvenuta, nel corso della riunione della direzione nazionale del Pci, avente all’ordine del giorno “l’esame della situazione politica”, il 19 dicembre 1969, il relatore, Enrico Berlinguer, avanza alcune ipotesi ma sottolinea come appaia valida quella che”si sia trattato di un anello di un vero e proprio complotto reazionario. Le cose – dice Berlinguer – non sono andate come previsto perché se le altre bombe fossero scoppiate le cose sarebbero state molto gravi. L’ipotesi di un complotto di destra è avanzata anche da forze Dc…”.
Anche Tortorella segnala la preoccupazione dei democristiani, e prosegue:
“Se ci si trovasse a un complotto e non al gesto isolato, la preoccupazione degli altri è che queste cose si possono ripetere e determinare una situazione molto difficile da controllare…Nei corpi di polizia – afferma Tortorella – ci sono obbedienze a centrali diverse.
Non tutti obbediscono agli ordini dello stesso ministro degli Interni. Altri obbediscono a qualche altra centrale (Presidente della Repubblica?). Certi obbediscono e si muovono su linee diverse…”.
Mauro Scoccimarro, a sua volta, dichiara:
“È la prima volta che sono avvenuti attentati così gravi. Rivelano una organizzazione .C ‘è una simultaneità che rivela una base organizzata. Se si ricollegano i dati sulla stampa, si ha che non ci troviamo di fronte a gesti fanatici ma che ci sono radici più profonde. Se è così significa che ci sono dei piani e ci si potrebbe trovare di fronte a nuovi avvenimenti del genere…”.
I vertici nazionali del Partito comunista, quindi, non credono che gli attentati del 12 dicembre siano il frutto di un’azione isolata, compiuta da elementi senza arte né parte, non ideologicamente inquadrabili.
Non c’è nessun riferimento ad un’azione di marca “fascista”, perché Luigi Longo, Enrico Berlinguer, Gian Carlo Pajetta e tutti gli altri sanno perfettamente che esiste un pericolo “reazionario” non qualificabile come fascista.
Non a caso nei loro interventi fanno riferimento al presidente della Repubblica, il socialdemocratico ed antifascista Giuseppe Saragat, ai “corpi separati”, alle “obbedienze diverse” che presuppongono l’esistenza di centrali di comando diverse non tutte corrispondenti a quelle ufficiali.
Le “bombe fasciste” è un’immagine propagandistica che il Pci avallerà successivamente, sul piano mediatico e giudiziario, quando deciderà di coprire i crimini dello Stato e del regime anticomunisti per provare la sua maturità ed affidabilità democratiche.
In realtà, è un anno che i comunisti vivono nel timore del “colpo di Stato”, e gli attentati del
12 dicembre collegati con quelli che li hanno preceduti (in particolare quelli stragisti del 25 aprile a Milano e quelli sui treni del 3-9 agosto), confermano l’attendibilità delle ipotesi sul tentativo di provocare una svolta autoritaria a destra, con la forza ma nell’ambito della Costituzione.
Per questa ragione il riferimento al presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, è continuo e, soprattutto, esplicito.
Anche settori della Democrazia cristiana non si discostano dalle analisi fatte dal Partito comunista.
Il ministro del Lavoro, Carlo Donat Cattin, nel corso di un incontro con i dirigenti sindacali, il 19 novembre 1969, è chiaro:
“Ci disse – ricorderà successivamente Giorgio Benvenuto – che eravamo ormai alla vigilia dell’ora X, che il golpe era alle porte, che bisognava affrettarsi a mettere un coperchio sulla pentola che bolliva se si voleva evitare l’arrivo dei colonnelli”.
A conferma che l’origine dell’operazione, la sua direzione, è di matrice socialdemocratica con il tacito assenso dei socialisti nenniani, giunge la reazione del segretario nazionale della Democrazia cristiana, Arnaldo Forlani, che pensa subito al “golpe” quando, il 12 dicembre 1969, subito dopo la strage di piazza Fontana telefona al segretario provinciale democristiano, Camillo Ferrari, e gli dice:
“Occorre tenerci in continuo contatto telefonico, scambiarci notizie di mezz’ora in mezz’ora”.
Teme, Forlani, un colpo di mano da parte dei militari, dei carabinieri, di forze che comunque hanno potere e sono espressioni dello Stato, non certo dell’anti-Stato.
E Ferrari comprende, anch’egli al volo la situazione e paventa il pericolo, tanto da far presidiare la sede provinciale della Democrazia cristiana milanese con l’ordine tassativo di non far entrare nessuno che non sia conosciuto.
Una Democrazia cristiana sulla difensiva, costretta come il suo grande antagonista a far presidiare le sue sedi, conferma che parte dei vertici del partito erano stati esclusi dalla conoscenza dell’operazione e dei suoi scopi perché ritenuti, come Aldo Moro, inaffidabili per le loro posizioni inclini al dialogo ed al compromesso con il Pci.
Era stato proprio Aldo Moro a suggerire, sul finire del 1968, una “strategia dell’attenzione” nei confronti del Partito comunista che, per la prima volta nella sua storia, aveva dissentito e criticato, pubblicamente, l’Unione sovietica per l’invasione della Cecoslovacchia.
E proprio ad Aldo Moro, i dirigenti comunisti consiglieranno di adottare misure precauzionali al suo rientro in Italia, a conferma ulteriore che non ritenevano gli attentati del 12 dicembre frutto di un atto di follia, ma azione pianificata per giungere alla soluzione autoritaria apertamente invocata dagli ambienti più fervidamente anticomunisti.
Non avevano torto.
Non era, difatti, peregrino il timore di un colpo di mano che spostasse l’equilibrio politico e mettesse fuori gioco, una volta per sempre, il Partito comunista creando le condizioni politiche per seguire l’esempio della Germania federale dove il Partito comunista era da sempre fuori legge.
Il 28 febbraio ed il 14 marzo 1990, nel corso di due deposizioni dinanzi alla magistratura, Enzo Generali ricorda che, nel mese di gennaio del 1969, Otto Skorzeny, l’ex colonnello delle Ss germaniche ora collaboratore dei servizi segreti americani ed israeliani, a Madrid, gli aveva preannunciato che, in Italia, si “stava preparando qualcosa di concreto con la partecipazione di militari di alto grado e personalità politiche dell’area di centro-centro-destra; mi citò in proposito –  prosegue Generali – il nome del principe Borghese che era l’uomo che lo aveva reso edotto della elaborazione del golpe, dell’ammiraglio Gino Birindelli, comandante dell’area sud della Nato, i predetti appoggiati da quadri dello Stato maggiore marina…nonché il ruolo del Servizio segreto militare e l’avallo di politici di spicco della Democrazia cristiana di cui non fece i nomi. Il progetto era quello di far cessare autoritativamente l’esperienza del centro-sinistra in Italia e di riassestare l’ordine interno privilegiando l’industria”.
Non è, questa, una fantasiosa ricostruzione a posteriori di un millantatore .
Al giudice istruttore di Treviso, Giancarlo Stiz, Ruggero Pan rivelerà che, il 19 aprile 1969, nel suo studio a Padova, Franco Freda gli aveva parlato della campagna di attentati che stava conducendo e, riferendosi alle loro finalità, aveva concluso affermando che “non era il caso di prendersi cura della massa né di proporsi subito il problema della qualificazione del nuovo regime”.
Affermazione rivelatrice sugli scopi di un’operazione finalizzata a destabilizzare l’ordine pubblico per consentire la proclamazione dello “stato di emergenza”, la sospensione temporanea delle garanzie costituzionali, lo spostamento a destra dell’asse politico.
In altre parole, per “stabilizzare l’ordine politico” mediante la “destabilizzazione dell’ordine pubblico”.
Millantava anche Franco Freda? Sembra di no.
Il 14 gennaio 1978, l’ex capo della polizia, prefetto Angelo Vicari, nel corso della sua deposizione al processo per il tentato “golpe Borghese” del 7-8 dicembre 1970, affermerà testualmente :
“La Questura conduceva indagini sul ‘Fronte nazionale’ per una serie di tentativi di colpi di Stato messi in atto prima e dopo la famosa notte del ‘Tora Tora’. Di questi episodi, ripeto, se sono verificati più di uno. Il più grave, quello che destò maggiore allarme, avvenne nel luglio del 1969″.
È una conferma più che autorevole, stante la personalità e la carica ricoperta dal prefetto Angelo Vicari, per più di 13 anni capo della polizia, che fanno di lui una delle persone più informate d’Italia e, a suo tempo, certamente una delle più potenti.
Sempre nel mese di luglio del 1969, un altro personaggio che per posizione sociale, collocazione politica e rapporti con i servizi segreti sovietici e dei Paesi dell’est europeo, era da considerarsi ben informato, Gian Giacomo Feltrinelli, edita un opuscolo di sole 14 pagine, dal titolo “Estate 1969″, che reca come sottotitolo:
“La minaccia incombente di una svolta radicale autoritaria a destra, di un colpo di Stato all’italiana”.
Nel testo, l’editore scrive che le agitazioni sindacali e la crisi della economia americana “hanno indotto, a nostro avviso, già da alcuni mesi certe forze di destra, a predisporre ed attuare un piano politico e militare preciso, volto ad imporre al Paese una radicale e autoritaria svolta a destra con un colpo di Stato all’italiana.
Questi piani e la loro attuazione hanno preso nuovo impulso dalla visita di Nixon in Italia ed è possibile che trovino attuazione nel corso di quest’ estate, facilitati dell’esodo estivo, dal generale disinteresse, dalla impreparazione delle tradizionali organizzazioni operaie (Pci e sindacati), e dalla sostanziale inefficienza di gruppi che si rifanno ad astratti estremismi ideologici e che, in ogni circostanza, rifiutano il discorso politico”.
Feltrinelli, infine, specifica che il “colpo di Stato” all’italiana sarebbe “ideato e attuato con la compiacente collaborazione della Cia, della Nato e delle forze reazionarie italiane”.
Da una collocazione politica ed ideologica diametralmente opposta, nel mesi di novembre del 1969, la Federazione nazionale combattenti della Repubblica sociale italiana (Fncrsi) diffonde volantini con i quali si invitano i reduci repubblicani a “non farsi strumentalizzare per un colpo di Stato reazionario” .
E che di “golpe reazionario” e non “fascista” si tratti lo conferma pubblicamente uno dei suoi fautori, l’ex combattente nella guerra di Spagna contro i franchisti spagnoli e i fascisti italiani, il repubblicano Randolfo Pacciardi.
In una lettera aperta al settimanale “Panorama”, pubblicata il 7 agosto 1969, Randolfo Pacciardi ricorda come al presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, “l’art. 92 della Costituzione … dà il diritto di nominare i ministri. Non solo lo può fare – scrive – ma lo deve fare. E se questo governo non ottenesse il voto di fiducia, il Presidente ha la facoltà di sciogliere le Camere. È grottesco ritenere che questo sia un “colpo di Stato” e chi lo ritenesse tale, insorgendo, si metterebbe fuori legge”.
E chi, in Italia, potuto insorgere, nelle speranze e nelle aspettative di Randolfo Pacciardi e dei suoi amici, se non i comunisti, i soli in grado di poterlo fare per numero ed organizzazione?
L’operazione che avrebbe dovuto concludersi in una domenica di sangue, il 14 dicembre 1969, passando per le mancate stragi del 25 aprile a Milano, per gli attentati ai treni della notte fra l’8 ed il 9 agosto, e per le stragi in parte fallite del 12 dicembre,non scaturisce dai piani e dai programmi dell'”eversione nera” alla quale, come abbiamo documentato, nessuno, nemmeno i dirigenti nazionali del Partito comunista fanno mai riferimento.
Essa è inserita in una strategia internazionale elaborata da un Paese – gli Stati Uniti d’America – che aveva militarmente sconfitto il fascismo e, dall’immediato dopoguerra utilizzava strumentalmente il neofascismo rappresentato dal Movimento sociale italiane e dalle organizzazioni ad esso collegate.                                 ,
Per questa ragione la necessità di giungere alla soluzione del caso Italia, nel senso di garantirsi la fedeltà dei suoi governi e di neutralizzare la minaccia rappresentata dalla costante avanzata elettorale del più forte partito comunista occidentale non si palesa nel 1969 ma percorre tutta la storia postbellica del Paese.
Negli anni Sessanta per un insieme di fattori che vanno dalla ripresa economica sovietica al conflitto mediorientale, al processo di decolonizzazione, al proliferare di movimenti di liberazione nazionale che professano idee marxiste, al mutamento della strategia militare americana passata da quella della “rappresaglia massiccia”, ovvero della risposta nucleare ad ogni attacco sovietico, a quella della “risposta flessibile” che prevede una controffensiva di pari intensità ed utilizzando gli stessi mezzi, le scontro fra le due potenze egemoni cresce con un’intensità ed una violenza senza precedenti.
Impegnati nella guerra del Vietnam, convinti di aver perso l’Algeria a causa della “guerra rivoluzionaria” condotta dal comunismo guidato da Mosca, alle prese con il caso di Cuba ormai inserita nell’orbita sovietica, gli Stati Uniti e 1’Alleanza atlantica non sono disposti a perdere ulteriore terreno soprattutto in quell’area del Mediterraneo che il conflitto fra arabi, sostenuti dal blocco comunista, ed israeliani, appoggiaci da quello occidentale, ha trasformato nella frontiera calda della guerra fredda.
Per la “messa in sicurezza” dell’Italia, sulla cui importanza strategica nel Mediterraneo è inutile soffermarsi, l’anticomunismo nazionale ed internazionale, politico, economico e, soprattutto, militare lavora da anni.
In una situazione politica resa precaria dall’ingresso nell’area governativa del Partito socialista, i primi segnali di una strategia pianificata si possono notare già nel corso del 1965.
È l’anno del convegno organizzato per conto dello Stato maggiore dell’Esercito all’hotel Parco dei principi di Roma dall’istituto “A. Pollio” per discutere di “guerra rivoluzionaria” e dei mezzi per combatterla, dal 3 al 5 maggio 1965.
Al quale segue la creazione, nel successivo mese di giugno, di un “Comitato italiano per l’Occidente” di cui fanno parte esponenti di tutta l’estrema destra italiana.
Ne sono fondatori, difatti, Nicola Romeo, Piera Gatteschi, Maria Gionfrida, Pier Francesco Nistri, Nino Del Totto, “Lillo” Sforza Ruspoli, inseriti o vicini al Movimento sociale, Pino Rauti, capo di “Ordine nuovo”, e Stefano Delle Chiaie, responsabile di “Avanguardia nazionale”.
Il “Comitato” si propone di “approntare elenchi di combattenti e giovani pronti a fornire un italiano anticomunista per ogni comunista italiano che vada a rafforzare i rossi in qualsiasi parte del mondo…”
È un programma di guerra civile reso subito operativo, visto che “Avanguardia nazionale” si auto-scioglie e s’immerge nella clandestinità dove resterà fino ai primi di gennaio del 1970, quando sarà ricostituita come “Avanguardia nazionale giovanile”.
Sempre in quel mese di giugno del 1965, a Bellagio, nella Villa Serbelloni di proprietà della Fondazione Rockfeller, si svolge il convegno sul tema “Condizioni dell’ordine mondiale”, organizzato dal Congresso per la libertà delle cultura che è un’emanazione della Central intelligence agency.
A Roma, a Palazzo Rospigliosi, su invito di Maria Camilla Pallavicini, Pino Rauti, Edgardo Beltrametti e Gianfranco Finaldi svolgono una conferenza sul tema: “Come difendersi dall’aggressione comunista”.
Non c’è solo la destra anticomunista a muoversi, perché l’11 dicembre 1965, a Udine, si svolge una riunione degli appartenenti alla struttura “Gladio” sui temi della “insorgenza e contro-insorgenza”, nel corso della quale viene richiesta “una azione attiva di contropropaganda”.
Il comandante della VIII formazione, “Manlio”, peraltro mai identificato, dopo aver ascoltato le osservazioni dei suoi subalterni, afferma che “ci sono già delle organizzazioni politiche che fanno la contro-propaganda anticomunista” e che, pertanto, a loro conviene:
a) approfondire la conoscenza degli elementi avversari – persone e fatti – e segnalarli con i consueti canali al Centro…;
b) qualsiasi azione intimidatoria e dimostrativa contro gli elementi avversari dovrebbe essere fatta non da elementi nostri del luogo (i quali dovrebbero curare la segnalazione) ma da elementi provenienti da fuori;
c) compilare e diffondere manifesti e manifestini in risposta a quelli compilati dalla parte avversaria;
d) organizzare delle conferenze o comizi per controbattere le idee avversarie” .
L’anticomunismo politico e militare agiscono all’unisono e, nell’anno successivo, il 1966, con l’operazione “manifesti cinesi” i piani divengono operativi.
Se i militanti di “Avanguardia nazionale” svolgono azioni di “propaganda nera” per conto del ministero degli Interni, una relazione interna del Sifar del 6 aprile 1966, riferita alla preparazione dell’operazione “Delfino” della struttura “Gladio” prevista per il periodo 15-24 aprile, si addestra per fare, in modo sistematico, la stessa cosa non limitata però all’affissione di manifesti.
Nella relazione, difatti, si legge che l’esercitazione verrà effettuata “sul terreno della zona di Trieste, con la partecipazione di elementi di un nucleo di propaganda (P/4), di un nucleo di evasione ed esfiltrazione (E/4) e di una unità di pronto impiego (Stella marina). L’esercitazione svilupperà, su base sperimentale, temi concernenti le operazioni caratteristiche della guerra non convenzionale in situazione di insorgenza e contro-insorgenza. Si prevedono quindi azioni di provocazione, quali aggressioni e attentati da attribuirsi all’avversario e la diffusione di materiale di disinformazione”.
Sono le tattiche che impiegheranno i “neofascisti” negli anni successivi, senza, come si può constatare, che siano stati essi ad elaborarle e a sperimentarle sul terreno, bensì le strutture clandestine delle Forze armate italiane.
A confortare la certezza dell’anticomunismo politico giunge, il 20 aprile 1966, la direttiva del capo di Stato maggiore della Difesa, generale Giuseppe Aloja, che raccomanda in seno alle Forze armate ”l’educazione morale e civica” alla scopo di “immunizzare il combattente dalla propaganda sovversiva tendente alla disgregazione della compagine militare”.
Il 1966 si chiude con una lettera inviata ad Yves Guerin Serac da Leo Negrelli , un giornalista italiano, sul quale a torto è stata sempre posta poca attenzione, il quale gli segnala, il 6 novembre, che “c’è in Italia una situazione di emergenza che può determinare non so ancora cosa”.
Il “cosa” comincia a prendere forma nel 1967, ad esempio, con il varo dell’operazione “Chaos”, varata dalla Cia per favorire, fra l’altro, la costituzione di gruppi “cinesi” e marxisti leninisti in dissenso con i partiti comunisti, come quello italiano, dipendenti dall’Unione sovietica.
Favorire la nascita e lo sviluppo del proprio nemico è, però, solo la prima delle condizioni necessarie per stabilizzare l’ordine politica italiano.
Non è sufficiente alimentare il disordine, difatti, perché bisogna incanalarlo, dirigerlo e volgerlo a proprio favore indirizzandolo versa obbiettivi predeterminati.
I continui riferimenti alla Grecia ed al colpo di Stato militare del 21 aprile 1967 hanno indotto molti a ritenere che l’anticomunismo politico abbia ritenuto possibile reiterare l’operazione in Italia, dimenticando che in questo Paese generali e colonnelli fanno la politica di chi governa e non sono mai stati disposti a dissentire o, addirittura, a tramare contro il potere politico per tema di rovinarsi la carriera.
In Italia, viceversa, la via da seguire è quella già presa in considerazione nel mese di luglio del 1948 e, ancor più, in quello stesso mese del 1960, quando gli incidenti seguiti all’attentato a Palmiro Togliatti, nel primo caso, e alla pretesa del Msi di svolgere il proprio congresso nazionale a Genova, nel secondo, diedero ai settori oltranzisti democristiani la possibilità di proporre la proclamazione dello stato di emergenza con tutte le misure di carattere politico-poliziesco che il provvedimento comporta.
A confortare la tesi di quanti sostenevano che questa era la via da seguire, è venuto l’esempio di quanto è accaduto in Francia nel 1968, il carattere insurrezionale assunto dalle proteste studentesche ha consentito alle Forze armate di dettare le proprie, durissime, condizioni al generale Charles De Gaulle e a decretarne la fine politica.
L’operazione inizia a Nanterre, il 22 marzo 1968, con l’infiltrazione degli uomini dell’Oas, in parte dipendenti da Yves Guerin Serac, fra gli studenti in agitazione dell’Università che danno il via ad una vera e propria rivolta a stento sedata dalla forze di polizia.
Non è difficile fomentare gli animi nel mondo giovanile e studentesco, così che gli incidenti di Nanterre diventano l’esempio da seguire anche a Parigi dove si sviluppa quello che sarà poi chiamato il “maggio francese”, a torto mitizzato dalle sinistre di tutto il mondo perché, come già a Nanterre, anche a Parigi la rivolta studentesca è opera degli agitatori professionisti dell’Oas.
Cosa può fare una piazza in rivolta, lo dicono le cifre degli scontri del maggio 1968 nella capitale francese: 625 manifestanti e 513 poliziotti feriti, 73 arrestati, 1.555 fermati, 288 automobili ed autobus incendiati o danneggiati, 27 negozi devastati.
Posto dinanzi ad un’esplosione di violenza giovanile che le forze di polizia non sono in grado di controllare, alla quale si potrebbe affiancare quella delle masse operaie in agitazione, il presidente della Repubblica, Charles De Gaulle si trova obbligato a richiedere il preventivo sostegno delle Forze armate.
Non si conoscono tutte le condizioni poste dai vertici dell’esercito francese a Charles De Gaulle ma di una gli effetti sono visibili ed immediati: l’amnistia incondizionata concessa a tutti gli appartenenti all’Organizzazione dell’esercito segreto (Oas), capi e gregari insieme, scarcerati già nel mese di giugno.
L’obiettivo primo dei “congiurati” internazionali è raggiunto e, con esso, il ridimensionamento drastico del potere del generale Charles De Gaulle chiamato ora a rispondere del suo operato anti-americano, anti-Nato ed anti-israeliano.
Un risultato ottenuto attraverso la manipolazione delle masse studentesche, sempre pronte, per l’età, a scagliarsi contro il potere costituito.
In Italia si può percorrere la stessa strada con alcune variabili tattiche rese inevitabili dalla diversa situazione politica esistente fra i due Paesi.
Qui, a Roma, non c’è un presidente della Repubblica, del carisma di Charles De Gaulle, da spodestare, ci sono invece forze politiche anticomuniste che sostengono la necessità di giungere ad una soluzione autoritaria, resa inevitabile ai loro occhi dal fallimento del centro-sinistra, ed altre che, viceversa, ritengono ancora possibile percorrere la via legalitaria mantenendo nella propria orbita di governo il Partito socialista.
Facendo leva sulle prime, gli strateghi occulti devono mettere le seconde dinanzi all’ineluttabilità della svolta autoritaria, da conseguire nel rispetto della legge e della Costituzione.
Inoltre, le forze di destra, anzi di estrema destra, le uniche che possono contare su attivisti da impiegare in piazza, non sono in assoluto in grado di fomentare rivolte come quella di Parigi del maggio 1968.
Tanto più che non deve essere la piazza di destra ad insorgere contro il potere costituito, ma quella di sinistra come nel luglio del 1948 e nel luglio del 1960, perché in caso contrario la ragione politica dell’intervento militare per il ristabilimento dell’ordine pubblico viene a mancare.
La tecnica utilizzata dall’Oas dell’infiltrazione dei propri elementi fra gli studenti non poteva essere utilizzata dall’estrema destra italiana, se non sporadicamente e in determinate circostanze.
La “battaglia di Valle Giulia” del 1° marzo 1968, a Roma, fu un esperimento irripetibile perché la presenza fra gli studenti dei militanti di Avanguardia nazionale, Ordine nuovo e Movimento sociali, molti dei quali conosciutissimi come “fascisti”, fu taciuta dalla sinistra che preferì utilizzare gli incidenti come prova dell’insofferenza degli studenti contro il potere accademico e politico.
Avrebbe il Partito comunista e, con esso, le altre forze di sinistra ignorato una seconda volta la presenza di Stefano Delle Chiaie e colleghi in veste di “rivoltosi” fra gli studenti?
È da escludere.
In Italia, di conseguenza, restava la via della violenza diffusa con attentati sempre più gravi, da attribuire all’estrema sinistra, fino all’esplosione incontrollata di una piazza in cui si affrontavano, in modo cruento e sanguinose, destra e sinistra.
Una piazza di destra che necessita per esprimere, in modo legittimo, la sua indignazione e la sua rabbia contro i ‘rossi’ di un evento traumatico, come possono esserlo il massacro di piazza Fontana e l’oltraggio ai caduti di tutte le guerre ricordati dall’Altare della patria.
L’operazione che si sviluppa nel 1969 non matura in un ambito esclusivamente nazionale perché gli interessi in gioco travalicano quelli italiani, come si conviene ad un Paese che non è libero, né sovrano né indipendente.
L’Italia non può avere i comunisti al governo, sia pure inseriti in una coalizione, perché potrebbe essere indotta ad adottare una politica di neutralità e di equidistanza fra i due blocchi contrapposti che gioverebbe all’Unione sovietica e renderebbe gravissimo nocumento agli interessi degli Stati Uniti e dell’Alleanza atlantica.
Il 2 maggio 1968, il settimanale “Panorama” pubblica un articolo, intitolato “Sfide negli Oceani”, nel quale scrive:
“Dall’ottobre 1966 all’ottobre 1967 l’Unione sovietica ha aumentato il proprio arsenale di missili intercontinentali a testata atomica al ritmo di oltre uno al giorno, passando da 340 unità a 720 unità. Alla fine del 1966 la marina sovietica aveva nel Mediterraneo una mezza dozzina di navi, una presenza simbolica; oggi quello che era un ‘lago americano’ è diventato un lago a mezzadria, in cui le 50 unità della VI flotta sono costrette a coesistere con una formidabile flotta sovietica di oltre 50 navi. Questi gli aspetti più clamorosi dello sviluppo della potenza russa”.
L’anno successivo, il 1969, la situazione è, se possibile, ancora peggiore per gli Stati Uniti.
Il 25 maggio 1969, riferendosi alla necessità di sostenere il governo militare greco, il senatore americano Stewart Simmington dichiara:
“Il Libano nella primavera del 1967, ha impedito alla nostra flotta l’accesso ai suoi porti. Le ultime due volte che la nostra flotta ha visitato la Turchia si sono verificate violente manifestazioni antiamericane. Queste correnti divengono sempre più forti e se, in Grecia, le cose non andassero come vanno, nel Mediterraneo ci sarebbero pochissimi porti – se non nessuno – disposti ad accogliere le nostre navi senza azioni di disturbo. E siccome noi riteniamo necessario il mantenimento della nostra flotta in quel mare chiuso, questa è la ragione perché le cose permangano stabili nel Paese in questione –  cioè la Grecia”.
La logica del ragionamento vale anche, se non a maggior ragione, per l’Italia che il senatore americano nemmeno cita fra i paesi in grado di accogliere la VI flotta nei propri porti, senza suscitare proteste e scioperi dei portuali della Cgil.
Ai paesi ostili al blocco occidentale, dopo l’Algeria guidata da Houari Boumedienne che i servizi segreti occidentali considerano un mero agente sovietico, dal 1° settembre 1969 si aggiunge la Libia dove ha assunto di fatto il potere una giunta militare il cui rappresentante di maggiore spicco è il capitano Gheddafi.
È in Medio Oriente, però, che la situazione si va facendo sempre più grave perché la guerra non dichiarata, iniziata in sordina già nell’autunno del 1967, fra Israele ed Egitto è andata sempre più aggravandosi.
Sul fronte del Sinai, la guerra non è “fredda” né “virtuale” ma vera, sanguinosa e foriera di pericolosissimi sviluppi per la stabilità internazionale.
Il 20 luglio 1969, l’aviazione israeliana inizia un’offensiva contro le postazioni egiziane che si estende al fronte terrestre, innescando una battaglia che proseguirà, senza soste, fino al mese di dicembre.
Schierati, fianco a fianco, con gli egiziani ci sono i “consiglieri militari” sovietici. Cosa potrà accadere se costoro si scontreranno in prima persona con i militari israeliani?
È una delle tante incognite di un conflitto che si riflette pesantemente sulla situazione del Mediterraneo e su quella italiana in particolare. Perché, in Italia, c’è un governo che proclama l’equidistanza fra arabi ed israeliani ed un Partito comunista che sostiene apertamente la causa araba e quella palestinese in particolare.
La guerriglia palestinese ha iniziato i suoi attacchi militari ad Israele il 2 gennaio 1965 ma, ormai, ha esteso il suo raggio d’azione all’intera Europa occidentale dove può contare sull’appoggio, non solo politico ma anche logistico dei comunisti, dei gruppi della sinistra extraparlamentare, contrastata dai servizi segreti israeliani coadiuvati da quelli americani ed atlantici.
Dopo aver “stabilizzato” la Grecia, il 21 aprile 1967, e la Francia, nel maggio del 1968, la sicurezza del Mediterraneo esige la “stabilizzazione” dell’Italia.
L’informatissimo informatore del ministero degli Interni, Mario Tedeschi, il 2 gennaio 1969, preannuncia la tempesta in arrivo con un articolo intitolato “L’anno dell’assedio”, nel quale scrive che l’anno appena iniziato sarà quello dell’assedio perché in Europa solo l’Italia è rimasta “il bubbone che rischia di contagiare l’intero sistema”, e che di conseguenza toccherà alla amministrazione americana guidata da Richard Nixon l’onere di estirparlo.
Tocca alla potenza egemone salvare dal comunismo un Paese colonizzato, ma deve farlo senza infrangere l’equilibrio di Jalta, conducendo al suo interno una  guerra “sporca” che per essere fatta necessita di specialisti che, a loro volta, non possono agire ufficialmente in nome e per conto dei loro governi che dovranno sempre essere in condizione di negare ogni interferenza negli affari interni di un Paese terzo, per di più amico ed alleato, specie quando questa, come ogni guerra, comporta una scia di sangue e di morte.
Il compito di condurre operazioni clandestine è demandato ai servizi segreti ma anche questi, come i loro governi, dovendo agire in Nazioni alleate, amiche o neutrali, non posso esporsi e devono creare strumenti ad hoc che, ufficialmente, agiscono per proprio conto.
È, il caso dell'”Aginter press”, guidata dal francese Yves Marie Guillon, alias Yves Guerin Serac, noto negli ambienti italiani come “Ralph”.
In oltre 40 anni di inchieste giudiziarie e giornalistiche sulla strage di piazza Fontana e, in generale, sugli eventi del 1969, la figura di Yves Guerin Serac è sempre rimasta sullo sfondo, evocata e mai approfondita.
Il tentativo del giudice istruttore di Milano, Guido Salvini, di indagare sul conto “Ralph” provocò la reazione violenta dell’allora procuratore della Repubblica di Milano, Gerardo D’Ambrosio, che, dinanzi alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e le stragi, non esitò a dichiarare, il 16 gennaio 1997:
“Verificammo anche la storia dell’Aginter Press e avemmo la stessa spiacevole sensazione che fosse stata anche quella un depistaggio”.
Purtroppo, il senatore Gerardo D’Ambrosio ha sempre indagato facendo affidamento sulla polizia e sul servizio segreto civile, non riponendo egli alcuna fiducia nei carabinieri e nel servizio segreto militare, senza mai prendere in considerazione l’ipotesi che quando questi ultimi hanno fatto i ladri, i primi gli hanno fatto da palo e viceversa.
In altre parole, non saranno i corpi investigativi di polizia e carabinieri e i servizi segreti civili e militari a dare un contributo alla ricostruzione della storia italiana relativa alla “strategia della tensione”, per la semplice ragione che ne sono stati i protagonisti in nome e per conto dello Stato maggiore della Difesa e del potere politico che sono chiamati a tutelare.
La storia vera di Yves Marie Guillon, alias Yves Guerin Serac, alias Ralph, è ancora tutta da scrivere.
Ufficiale dei servizi segreti militari in Algeria, Yves Guerin Serac aderisce all’Organizzazione dell’esercito segreto (Oas), emanazione delle strutture segrete dell’Alleanza atlantica e legata alla Cia americana.
L’Oas, difatti, si batte perché l’Algeria divenga dipartimento francese a tutti gli effetti, unico modo per impedire che possa ottenere l’indipendenza dalla Francia e passare al blocco sovietico agli ordini di Houari Boumedienne.
I militari francesi non credono che il popolo algerino voglia affrancarsi dal dominio francese, ritenendo che alle spalle del Fronte di liberazione algerino ci sia il comunismo internazionale guidato da Mosca.
La decisione del generale Charles De Gaulle di concedere l’indipendenza all’Algeria, viene vissuta dai militari francesi come un tradimento contro il quale bisognava ribellarsi.
Yves Guerin Serac passa, quindi, nelle file dell’Oas arruolandosi in quell’esercito di “soldati perduti”, come li definiva con disprezzo equiparandoli alle “femmine perdute”, cioè alle prostitute, il generale De Gaulle, che intendono battersi contro il comunismo ovunque e comunque.
Al servizio di quei paesi che contro il comunismo sono in prima linea, primo gli Stati Uniti ed anche la stessa Francia perché Yves Guerin Serac non ha spezzato mai i legami con i suoi colleghi francesi che, con lui, condividevano l’avversione contro il comunismo.
Il 19 febbraio 1969, nel corso della riunione del Comitato speciale della Nato, il delegato francese afferma;
”Il governo francese e le autorità di sicurezza francesi considerano il Partito comunista come il nemico pubblico numero uno”.
Guerin Serac ed i suoi colleghi francesi erano, quindi, sulla stessa barricata.
Insieme a loro, dalla stessa parte, si collocavano tutti i servizi segreti del cosiddetto “mondo libero”, primi quelli italiani.
Ed è per questa ragione che mai latitante è stato meno ricercato dalle polizie di mezzo mondo, perché Yves Guerin Serac, fino al mese di giugno del 1968, è ufficialmente perseguito dalle autorità francesi perché, a suo dire, condannato a morte da un Tribunale militare del suo Paese, per le attività svolte nell’Oas.
Da Lisbona (Portogallo) dove risiede senza particolari precauzioni, dirige l’Aginter press, viaggia indisturbato in tre Continenti (Europa, Africa e America latina), coordina l’attività dei suoi uomini e svolge, senza alcuna trepidazione, la sua attività di anticomunista di servizio.
In Italia, ovviamente, è intoccabile.
Il 31 gennaio 1968, Yves Guerin Serac incontra a Roma Pino Rauti. Il giorno successivo, 1° febbraio, Armando Mortilla, “Aristo”, redige una nota informativa per la divisione Affari riservati del ministero degli Interni, con la quale ragguaglia il servizio segreto civile sul contenuto dei colloqui fra il latitante francese ed il capo di “Ordine nuovo”.
Per comprendere il rilievo che riveste la figura di Yves Guerin Serac e ribadire che i servizi segreti, civili e militari, non hanno mai avuto bisogno di agire all’insaputa delle autorità politiche dalle quali dipendono, c’è la nota che il 5 febbraio 1968, la divisione Affari riservati invia al ministro degli Interni, Paolo Emilio Taviani, sugli incontri avuti dall’ex ufficiale francese con Rauti ed altri esponenti di estrema destra, fra il 30 gennaio ed il 1° febbraio 1968.
Ha avuto un ruolo, Yves Guerin Serac, nell’operazione del 1969 e nella strage di piazza Fontana?
La prima risposta viene dalla certezza che il direttore dell’Aginter Press conosce almeno tre persone che sono state chiamate in causa per aver preso parte agli attentati del 12 dicembre 1969 a Roma e a Milano: Pino Rauti, Stefano Delle Chiaie e Guido Giannettini.
Sappiamo che Yves Guerin Serac ha mantenuto contatti costanti con i suoi interlocutori italiani prima e dopo i tragici eventi del 1969.
Nel dicembre del 1968, ad esempio, redige per i suoi amici italiani un documento, intitolato “La nostra azione politica”, che sarà reso pubblico dal settimanale “L’Europeo” il 28 novembre 1974, senza suscitare alcun interesse in coloro che indagavano sugli attentati del 12 dicembre 1969.
Il documento è, esattamente, quello che appare e che si proponeva di essere: il programma dell’operazione che dovrà essere condotta nel corso dell’anno entrante per giungere alla proclamazione dello “stato di emergenza” e porre le basi per la reazione di quello “Stato forte contro la sovversione rossa” che è nei sogni di Pino Rauti e colleghi di partito e di servizio.
“Noi pensiamo – è scritto nel documento – che la prima parte della nostra azione politica debba essere quella di favorire l’installazione del caos in tutte le strutture del regime…A nostro avviso la prima azione che dobbiamo lanciare è la distruzione della struttura dello Stato sotto la copertura dell’azione dei comunisti e dei filocinesi.
Noi d’altronde – prosegue il documento – abbiamo già elementi infiltrati in tutti questi gruppi: su di loro dovremo evidentemente adattare la nostra azione: propaganda e azioni di forza che sembreranno fatte dai nostri avversari comunisti e pressioni sugli individui che centralizzano il potere ad ogni grado”.
È la reiterazione del programma dell’esercitazione “Delfino” redatto dagli uomini del Sifar per la struttura “Gladio”, il 6 aprile 1966, che prevedeva “azioni di provocazione, quali aggressioni e attentati da attribuirsi all’avversario e la diffusione di materiale di disinformazione”.
Non c’è traccia ufficiale della presenza in Italia di Yves Guerin Serac nel corso del 1969, ma di quella dei suoi uomini sì.
Difatti, il 3 maggio 1969, il questore di Milano, Ferruccio Allitto Bonanno informa il ministero degli Interni che il dirigente di Ot, Armando Marques si trovava nel capoluogo lombardo il 27 aprile, due giorni dopo gli attentati stragisti alla Fiera campionaria ed alla Stazione ferroviaria, attribuiti agli anarchici.
Il 24 agosto 1969, è il questore di Massa Carrara ad informare il ministero degli Interni del passaggio in città del dirigente di Ot, André Fontaine.
Agosto è il mese degli attentati ai treni (8-9 agosto) e Massa Carrara uno dei centri in cui Avanguardia nazionale può contare su uno dei gruppi più attivi ed agguerriti.
Non sono segnalati gli incontri che costoro hanno avuto con i loro amici italiani dei quali il ministero degli Interni ha preferito, evidentemente, omettere i nominativi e, soprattutto, il contenuto dei colloqui.
Il rapporto fra Yves Guerin Serac ed i suoi colleghi di schieramento e – spesso di servizi – non è solo di natura politica e ne fa testo la nota redatta dal Sid il 16 dicembre 1969, riferita alle responsabilità degli organizzatori della strage di piazza Fontana a Milano e degli attentati alla Banca nazionale del lavoro e all’Altare della patria, a Roma.
Abbiamo già visto come Yves Guerin Serac sia elemento ben conosciuto dai servizi segreti italiani e, perfino, dal ministro degli Interni, Paolo Emilio Taviani.
C’è da aggiungere che il servizio segreto militare, sul conto dell’ex ufficiale francese, è altrettanto ben informato di quello civile, sia perché Pino Rauti è legato al servizio sia perché Armando Mortilla, “Aristo”, non è solo confidente della divisione Affari riservati del ministero degli Interni ma anche del Servizio informazioni difesa.
Inoltre, Guerin Serac è in rapporti con Guido Giannettini, il giornalista de “Il Secolo d’Italia” che dal 1966 è stato arruolato come agente “Zeta” dal servizio segreto militare.
La pretesa che la nota del 16 dicembre 1969 sia stata redatta esclusivamente sulla base delle informazioni fornite dal confidente del Sid, Stefano Serpieri, serve al .servizio segreto militare per occultare le sue responsabilità nel caso che la magistratura voglia approfondire il tema ed investigare sul conto di Yves Guerin Serac.
È nota la capacità dei servizi segreti di mescolare abilmente verità e menzogne. La nota redatta il 16 dicembre 1969, però, si distingue più per le omissioni che per le bugie, in quanto è finalizzata a chiamare in causa il servizio segreto civile al quale fa capo Stefano Delle Chiaie.
Il servizio segreto militare non intende trovarsi da solo nelle bufera, quindi chiama implicitamente in correità il controspionaggio, la divisione Affari riservati, con l’intento di obbligarla ad una difesa comune.
Nella nota, di conseguenza, non fa riferimento agli stabili rapporti che intercorrono fra Pino Rauti e Yves Guerin Serac, ed avalla astutamente la pista “anarchica” sostenuta dal ministero degli Interni per proporre una linea comune e condivisa.
La nota del Sid recita:
” – gli attentati hanno certamente un certo collegamento con quelli organizzati a Parigi nel 1968 e la mente organizzativa dovrebbe essere un certo Guerin Serac, cittadino tedesco, il quale risiede a Lisbona ove dirige l’agenzia Ager Interpress; viaggia spesso in aereo e viene in Italia attraverso la Svizzera; è anarchico, ma a Lisbona non è nota la sua ideologia; ha come aiutante un certo Leroy Robert, residente a Parigi B.P. 55-83 a La Seyne sur Mer; a Roma, ha contatti col predetto Delle Chiaie; ha i seguenti connotati: anni circa 40, altezza m. 1,78 circa, biondo, snello, parla tedesco e francese; è certamente in rapporto con la rappresentanza diplomatica della Gina comunista a Berna”.
Quali le verità?
La descrizione fisica di Yves Guerin Serac è esatta, come più o meno la sua età;
Robert Leroy, ben conosciuto anch’egli dai servizi segreti militari italiani, era effettivamente un suo collaboratore; l’indirizzo parigino dello stesso Leroy si rivelerà esatto; il luogo di residenza di Guerin Serac, Lisbona, è rispondente al vero; veri anche i suoi rapporti con Stefano Delle Chiaie;
i rapporti con l’ambasciata della Cina popolare a Berna (Svizzera), saranno rivelati da Robert Leroy in un’intervista concessa alla rivista “L’Europeo” e da questo pubblicata il 4 luglio 1974, che susciterà l’adirata reazione di Stefano Delle Chiaie, a Madrid, nei confronti dello stesso Guerin Serac.
Le menzogne:
-  L’agenzia si chiama Aginter press;
-  Yves Guerin Serac è francese, non tedesco (ma ha ottimi rapporti con i servizi segreti della Germania federale, come ben sa il Sid);
-  non è anarchico, ma è un ex ufficiale francese fanaticamente anticomunista.
Per quale motivo il Sid avrebbe dovuto depistare le indagini sulla strage di piazza Fontana indicando una pista internazionale, le figure di Yves Guerin Serac e di Robert Leroy, il collegamento del primo con Stefano Delle Chiaie?
La domanda non ha mai avuto risposta da parte di coloro che negano l’origine estera di un’operazione che interessava una Nazione, l’Italia, nella quale non è nemmeno ipotizzabile che si possa tentare di modificare l’assetto istituzionale senza il preventivo consenso della potenza egemone e della Nato.
Il servizio segreto militare depista, effettivamente, le indagini indicando una pista anarchica che non esiste, spacciando lo stesso Yves Guerin Serac come anarchico, ma non sull’origine internazionale degli attentati del 12 dicembre 1969 che fanno parte integrante di un’operazione politica di ampio respiro ispirata da chi ha il patere di poterne sfruttare gli effetti per i propri fini.
Oltre all’accertato, al di là di ogni ragionevole dubbio, rapporto intercorso fra Yves Guerin Serac, Pino Rauti e Stefano Delle Chiaie, ci sono altri indizi che collegano la sua persona e la sua organizzazione agli attentati del 12 dicembre 1969, a Roma e Milano?
La risposta è affermativa.
Il documento programmatico, “La nostra azione politica”, è stato redatto da Guerin Serac nel mese di dicembre del 1968.
Il nome del circolo pseudo anarchico fondato dall’avanguardista Mario Merlino, “22 marzo”, è mutuato dalla rivolta dell’Università francese di Nanterre del 22 marzo 1968, alla quale presero parte anche gli uomini di Guerin Serac.
Il 12 dicembre 1969, a Milano, qualcuno ha piazzato manifesti che riecheggiavano gli slogan del “maggio francese” del 1968: “Autunno 1969. Inizio di una guerra prolungata”, che è la versione pressoché testuale di “Mai.68. Debut d’une lutte prolongée”.
E, infine, è giusto segnalarne un quarto sui collegamenti, anche sul piano esecutivo, fra gli ambienti internazionali di cui è parte integrante Yves Guerin Serac e quelli impropriamente definiti neofascisti italiani.
Il 15 settembre 1969, a Padova, in una delle biblioteche dell’Università ignoti collocano in uno scaffale, mimetizzandolo fra gli altri, un “libro” internamente cavo contenente un ordigno che non esplode solo per ragioni tecniche.
Non è un’arma a portata di tutti coloro che vogliono compiere attentati, tant’è che risulta impiegata la prima volta il 14 luglio 1956, ad Amman (Giordania) dai servizi segreti israeliani che se ne servono per uccidere il tenente colonnello Mahmud Mustafà, in forza ai servizi segreti egiziani.
Nel 1974, Yves Guerin Serac ne aveva uno a sua disposizione nell’appartamento, in avenida Manzanares, a Madrid, dov’era ospite di Stefano Delle Chiaie dopo la sua fuga da Lisbona a seguito della “rivoluzione dei garofani” del 25 aprile 1974.
Una coincidenza suggestiva?
Può darsi, ma va segnalata e tenuta presente, come una seconda che vede Franco Freda dichiarare ai magistrati che i timer da lui acquistati erano destinati ad un capitano algerino.
E capitano era Yves Guerin Serac in Algeria.
Nel linguaggio criptico di un individuo specializzato nel ricattare gli altri il riferimento, comprensibile a pochi, al direttore dell’Aginter press appare diretto.
L’Aginter press si configura come un’agenzia di copertura della Cia, collegata ai servizi segreti francesi, atlantici e dei paesi amici ed alleati degli Stati Uniti.
Il francese Yves Marie Guillon, alias Yves Guerin Serac, non a caso aveva al suo fianco, come stretto collaboratore, l’americano Jay Salby, detto “Castor” della cui dipendenza dal servizio segreto americano nessuno ha mai osato dubitare.
E i servizi segreti americani sono direttamente chiamati in causa nella strage di piazza Fontana dal “tecnico della stragi”, Carlo Digilio, fiduciario della Cia a Venezia e, ufficialmente, componente del gruppo veneto di Ordine nuovo diretto da Carlo Maria Maggi e di cui faceva parte Delfo Zorzi, indicato come uno degli esecutori materiali del massacro all’interno della Banca dell’Agricoltura.
A dare conferma ed avallo quanto mai autorevoli alla partecipazione americana all’operazione destinata a concludersi il 14 dicembre 1969, se non direttamente agli attentati stragisti di Milano e Roma del 12 dicembre, sono scesi in campo l’ex ministro degli Interni, il democristiano Paolo Emilio Taviani, e l’ex ministro degli Interni, presidente del Consiglio e presidente della Repubblica, Francesco Cossiga.
Anche costoro, giunti al termine della loro esistenza terrena, hanno deciso di depistare le indagini sulla strage di piazza Fontana?
Appare, viceversa, più vicino alla verità ritenere che non si abbia, ancora oggi, la volontà e l’interesse di affermare che l’operazione politico-terroristica del 1969 abbia avuto origine ed impulso anche da nazioni estere amiche ed alleate dell’Italia.
Se alle spalle dell’operazione destinata a concludersi con la proclamazione dello stato di emergenza ci sono gli apparati segreti e clandestini degli Stati Uniti, della Francia e dell’Alleanza atlantica, i servizi segreti italiani, militari e civili, sono chiamati a svolgere il loro ruolo di supporto e copertura dei gruppi operativi che, camuffati dietro la fragile apparenza di oppositori del regime, di segno neofascista, rappresentano il braccio armato dello Stato.
La conferma di questa realtà è, perfino, negli atti giudiziari prodotti da una magistratura ostinata nel voler provare, senza riuscirci, che la strage del 12 dicembre 1969 è stata il frutto della collusione fra una cellula nazifascista e i servizi “deviati”, fantomatici quanto la prima.
Non vi è uno solo dei protagonisti e dei comprimari dell’operazione che, in quarant’anni di indagini, non sia risultato collegato alle strutture segrete e clandestine dello Stato democratico ed antifascista.
Certo, ognuno è libero di credere che i Rauti, i Freda, gli Zorzi, i Delle Chiaie ed i loro amici fossero confidenti che non confidavano, informatori che non informavano, spioni che non spiavano, che siano stati così astuti da ingannare gli sprovveduti dirigenti del Sid e della divisione Affari riservati del ministero degli Interni, ma la realtà è diversa come dimostrano le coperture che questi apparati di sicurezza hanno garantito agli uomini ed ai gruppi del neofascismo italiano durante e dopo la guerra politica con una continuità nel tempo che prova come la verità su costoro non può essere detta senza compromettere il potere politico, allora come oggi.
A Padova, quando il commissario di Ps, Pasquale Juliano – che per essere in forza alla Squadra mobile è fuori dai giochi politici e segreti – punta su Massimiliano Fachini, consigliere comunale del Msi, ed i suoi amici come detentori di armi e di esplosivi, a rovinargli la carriera è il direttore della divisione Affari riservati del ministero degli Interni, Elvio Catenacci.
Sempre a Padova, il 7 giugno 1969, agenti dell’ufficio politico della Questura, agli ordini del commissario di Ps Saverio Molino, perquisiscono la abitazione di Eugenio Rizzato al quale sequestrano una pistola automatica calibro 7,65 marca Beretta e 15 pallottole, per il cui possesso lo denunciano a piede libero.
Molino, però, omette nel rapporto alla magistratura di fare cenno al rinvenimento della documentazione relativa al “Comitato d’azione di risveglio nazionale” (Carn), nella quale si legge che, fra i suoi scopi, vi è la “formazione di gruppi d’assalto, pronti a qualsiasi evenienza e disposti a qualsiasi impiego, che saranno a tempo opportuno attrezzati in pieno assetto di guerra”.
Questo documento, il capo dell’ufficio politico della Questura di Padova lo manda solo alla divisione Affari riservati che lo conserva per ovvie ed evidenti ragioni: non far trapelare che i gruppi di destra si preparano a sostenere le Forze armate ed i corpi di polizia nel caso di repressione del movimento comunista italiano.
Il 18 aprile 1969, a Roma, la polizia arresta Marcello Brunetti, trovato in possesso di 18 chili di polvere da mina, 4 metri di miccia a lenta combustione, 85 detonatori, nell’ambito delle indagini sull’attentato del 31 marzo precedente al palazzo di Giustizia per il quale saranno, poi, indiziati suo cugino, Enzo Maria Dantini e Franco Papitto.
Il Sid è in possesso dal 3 marzo 1969 di un rapporto informativo, trasmesso da “fonte certa”, che segnala che Enzo Maria Dantini avrebbe stipulato un “patto” con due esponenti di gruppi filo-cinesi e trozkisti in funzione anti-Pci.
Enzo Maria Dantini, il cui nome sarà poi rinvenuto negli elenchi della struttura clandestina “Gladio”, e Franco Papitto saranno, successivamente, prosciolti da ogni accusa, ma non avrebbero potuto esserlo se il servizio segreto militare avesse trasmesso alla magistratura la nota confidenziale, redatta da “fonte certa”, del 3 marzo 1969.
Il 14 agosto 1969, a Padova, Livio Juculano denuncia alla magistratura la esistenza di un deposito di armi forse ubicato a Paese, “località di campagna compresa tra Treviso e Vittorio Veneto” .
Il 23 agosto 1969, ancora Livio Juculano chiama direttamente in causa come mandante di attentati a Roma, “il già menzionato avvocato Fredda” e, come detentore di armi, un suo amico “libraio di Treviso”.
Benché le accuse siano gravissime, e Franco Freda, avvocato, e Giovanni Ventura, libraio, siano facilmente identificabili, saranno lasciate cadere nel vuoto a riprova che le “protezioni” c’erano anche in campo giudiziario.
Il 30 agosto 1969, un informatore del Sid di Bologna, Francesco Donini, riferendosi agli attentati ai treni della notte fra l’8 ed il 9 agosto, invia una nota al locale Centro di controspionaggio riferendo che “gli autori degli attentati dinamitardi farebbero capo all’organizzazione studentesca di estrema destra Nuova Caravella, che avrebbe sede a Roma e organizzerebbe corsi per sabotatori o dinamitardi diretti da Stefano Delle Chiaie”.
“Nuova Caravella” è un’organizzazione universitaria che fa capo ad Adriano Tilgher e Guido Paglia, effettivamente legati a Stefano Delle Chiaie, già oggetto di indagini da parte della polizia (vedi nota del 31 marzo 1969), ma il servizio segreto militare terrà per sé l’informazione.
Il 6 settembre 1969, il commissario di Ps Pasquale Juliano invia al giudice istruttore padovano, Ruberto, un dettagliato memoriale difensivo nel quale riferisce di aver appreso dal suo confidente, Francesco Tomasoni, che esiste un’organizzazione responsabile di attentati che fa capo a “certo avvocato Freda di Padova” e a un bidello dell’istituto “Configliaschi”, che va identificato in Marco Pozzan, responsabile dei Volontari nazionali del Msi a Padova.
Sul finire dell’estate del 1969, i magistrati padovani hanno nei loro incartamenti le accuse esplicite per detenzione di armi, di esplosivi e per la commissione di attentati, anche a Roma, a carico di Franco Freda, Giovanni Ventura, Marco Pozzan provenienti da fonti diverse e non collegate fra loro.
Non risulta che siano state fatte indagini, compiuti accertamenti, emessi provvedimenti giudiziari, anche meramente formali, a carico degli accusati.
Il 13 settembre 1969, Franco Freda chiede per telefono spiegazioni all’elettricista Tullio Fabris sul modo di montare un congegno ad incandescenza.
Il 18 settembre successivo, lo stesso Franco Freda sollecita alla ditta “Elettrocontrolli” di Bologna, sempre per telefono, la consegna di 50 timer da 60 minuti.
L’utenza telefonica di Franco Freda è sotto il controllo dell’ufficio politico della Questura di Padova, diretto dal commissario di Ps Savero Molino. Questi, però, non si chiede per quale motivo un avvocato debba ordinare timer e farsene spiegare il funzionamento.
Il disinteresse di Molino è ancora più sorprendente se si considera che a carico di Franco Freda esistono già le accuse esplicite del commissario di Ps Pasquale Juliano e di Livio Juculano, di cui non è credibile che i funzionari dell’ufficio politico della Questura di Padova non siano a conoscenza.
Altrettanto sorprendente è che Franco Freda i timer li ordini per telefono. Non lo è se si considera che la sicumera con la quale agisce gli proviene dalla consapevolezza della coperture istituzionali di cui gode.
Lo stesso meccanismo di protezione scatta a Roma.
Il 31 gennaio 1969, in una relazione indirizzata al ministero degli Interni, il prefetto denuncia che i gruppi dell’estrema destra procedono a compiere aggressioni contro gli avversari politici determinando “uno stato di tensione alimentato ad arte”, infiltrando i propri elementi nel Movimento studentesco “per condurre azioni di sfaldamento dall’interno” compiendo a suo nome azioni violente, “volte a creare ripercussioni negative nell’opinione pubblica e a portare discredito sul Movimento”.
Gli organi periferici e subalterni dello Stato registrano i comportamenti politici dei gruppi dell’estrema destra ma, ovviamente, la loro denuncia non può avere conseguenze di carattere giudiziario o, comunque repressivo perché la tattica dell’infiltrazione nel Movimento studentesco per screditarlo rientra nella strategia elaborata da coloro che hanno deciso destabilizzare” politicamente il Paese neutralizzando il Partito comunista e i gruppi che si rifanno all’ideologia marxista-leninista.
Maggiore sarà la violenza espressa dalle formazioni della sinistra, maggiore sarà la richiesta dell’opinione pubblica per il ristabilimento dell’ordine e la repressione dei “sovversivi rossi”.
I movimenti politici di estrema destra traducono sul terreno le direttive impartite dal Sifar agli uomini di “Gladio” e quelle date a loro da persone come Yves Guerin Serac.
Cambiano gli uomini, le nazionalità, gli apparati clandestini ma la strategia portata avanti nei Paesi europei ritenuti a rischio, primo fra tutti l’Italia, è identica per tutti.
In un mondo politico in cui lo Stato, secondo gli insegnamenti di Julius Evola, è il rappresentante dell’ordine gerarchico che deve governare la società, i confidenti dei corpi di polizia abbondano, così che il 29 gennaio 1969 il ministero degli Interni redige un appunto nel quale è scritto:
“La fonte riferisce che attentati non gravi e comunque a carattere dimostrativo potrebbero essere portati tra alcune settimane contro uffici pubblici, ministeri compresi. L’azione dovrebbe essere condotta da elementi di estrazione di destra…”.
La campagna di attentati, puntualmente preannunciata al ministero degli Interni, inizia il 28 febbraio 1969 con un attentato dinamitardo contro un ingresso secondario del Senato, in via della Dogana vecchia.
Il 27 marzo 1969, è compiuto un attentato contro la sede del ministero della Pubblica istruzione in viale Trastevere. Le caratteristiche dell’ordigno impiegato in questa occasione corrispondono a quelle della bomba utilizzata contro il Senato il 28 febbraio.
Il 31 marzo 1969, sempre a Roma, è compiuto un attentato contro il palazzo di Giustizia, questa volta c’è anche la rivendicazione fatta con volantini firmati “Marius Jacob” per denunciarne la matrice anarchica.
Negli ambienti politici e della Questura non ci crede nessuno.
Il 18 marzo 1969, il quotidiano “L’Unità”, organo di stampa del Partito comunista, in un articolo intitolato “Chi si serve dei fascisti? Gli attentati missini e i problemi dell’ordine pubblico”, chiama direttamente in causa il Movimento sociale italiano ed ipotizza che gli attentatori siano agli ordini del ministero degli Interni.
Il 17 aprile 1969, sul settimanale “Panorama”, nell’articolo intitolato “Lo dicono con le bombe”, commentando gli attentati compiuti a Roma contro il Senato (28 febbraio), il ministero della Pubblica istruzione (27 marzo) e il palazzo di Giustizia (31 marzo), Lino Rizzi riporta il convincimento dei magistrati inquirenti che sia unica la centrale che ha compiuto gli attentati utilizzando sempre lo stesso materiale.
E riporta il giudizio espresso in proposito da Giuseppe Velotti:
“Certo il linguaggio (dei volantini di rivendicazione – Ndr) è quello degli anarchici, ma nulla ci impedisce di pensare che dietro di esso si nascondano degli agenti provocatori, o degli ultras di destra impegnati a dimostrare l’incapacità e l’inettitudine del potere costituito contro l’ondata di sovversione e agitare di riflesso, la necessità di uno Stato forte. È solo una ipotesi, ma non bisogna assolutamente trascurarla”.
L’ufficio politico della Questura di Roma la verità la conosce e, almeno in questa occasione, la mette pure per iscritto. Nel suo rapporto sull’attentato del 31 marzo al palazzo di Giustizia, chiama in causa, insieme ad alcuni anarchici, anche tre elementi dell’estrema destra romana: Marcello Brunetti, Enzo Maria Dantini e Franco Papitto:
“Gli autori dell’attentato, in uno scritto rimasto sul luogo dell’esplosivo a firma di una fantomatica organizzazione anarchica, adoperando un frasario che rivela la loro posizione ideologica tutt’altro che anarchica, rivendicano la responsabilità anche dell’attentato al ministero della Pubblica istruzione…Infine la composizione dell’esplosivo adoperato nei due attentati e negli altri precedenti è simile, almeno per quanto è stato dichiarato dal persone della locale direzione di artiglieria, a quella del materiale sequestrato a Brunetti… Si ritiene pertanto che il Brunetti, il Dantini il Papitto siano corresponsabili dei predetti attentati”.
Saranno i magistrati di Milano ai quali gli atti relativi agli attentati al Senato, al ministero della Pubblica istruzione e al palazzo di Giustizia di Roma sono stati trasmessi per competenza in quanto titolari di un’inchiesta su altri attentati compiuti dagli anarchici, ad escludere, il 15 luglio 1969, la responsabilità di Marcello Brunetti, Enzo Maria Dantini e Franco Papitto, disponendo il rinvio a giudizio dei soli anarchici Pietro Angelo Della Savia, Paolo Faccioli e Paolo Braschi.
Il granello di sabbia che avrebbe potuto inceppare l’oliato meccanismo dell’infiltrazione, della strumentalizzazione e della provocazione viene, in questo modo, rimosso.
L’appunto che, il 29 gennaio 1969, preannuncia la campagna di attentati a Roma, condotta da elementi di destra, il convincimento dei funzionari dell’ufficio politico della Questura di Roma che militanti di estrema destra abbiano concorso con anarchici a compiere gli attentati, il sospetto avanzato pubblicamente che l’estrema destra è  impegnata a strumentalizzare gli avversari ideologici per far ricadere su questi ultimi la responsabilità degli atti di violenza, non costituiscono un ostacolo per quanti hanno deciso di “salvare l’Italia dal comunismo”, con ogni mezzo lecito ed illecito.
Perfino il quotidiano vaticano, “L’Osservatore romano”, il 2 aprile 1969, dopo l’attentato al palazzo di Giustizia, avverte il bisogno di denunciare la protezione accordata ai “terroristi”, scrivendo:
“Il commercio degli esplosivi non è come il commercio degli ortaggi. E poiché la polizia non sta certo inattiva e non manca di collegamenti e controlli, si deve concludere che le iniziative sciagurate contano su una immancabile complicità o connivenza od omertà”.
Le condizioni per prevenire e reprimere le violenze, gli attentati, i loro autori materiali ci sono tutte sul piano informativo, ma può un potere politico impegnato attraverso i suoi organismi segreti a “destabilizzare l’ordine pubblico” perseguire sé stesso?
Evidentemente, no.
Lo provano altri due episodi direttamente connessi all’eccidio del 12 dicembre 1969, a Milano, in piazza Fontana.
Il 21 marzo 1969, sul bollettino “Terra e libertà”, organo di stampa del gruppo anarchico “Gli Iconoclasti”, Pietro Valpreda elenca 10 attentati anarchici, compiuti in meno di un mese, e trionfalmente conclude:
“Altri attentati seguiranno a questi qui elencati. La polizia brancola nel vuoto. I borghesi tremano e cercano di svignarsela con il capitale. Gli pseudocomunisti pigliano posizione contro questi atti di terrorismo anarcoide. La coscienza popolare comincia a risvegliarsi e…i botti aumentano!!!”.
Quali conseguenze subisce Pietro Valpreda per la rivendicazione – perché tale è – di ben dieci attentati e il preannuncio che ne verranno fatti molti altri?
Nessuna.
La polizia non lo interroga, se non altro in veste di persona informata sui fatti relativi a ben 10 attentati, non lo denuncia per istigazione alla violenza e apologia di reato.
La polizia non fa nulla, al di là, forse, di una segnalazione alla magistratura che, da parte sua, nel mese di giugno del 1969, le chiede di identificare i componenti del “Gruppo anarchico iconoclasta” che sul suo bollettino porta l’indirizzo del circolo anarchico “Ponte della Ghisolfa” diretto da Giuseppe Pinelli.
La “violenza anarchica” fa comodo alla divisione Affari riservati del ministero degli Interni così come al Sid ed ai loro responsabili politici e chi la propaganda non può – né deve  – essere perseguito.
Come avrebbe potuto, altrimenti, il ministro degli Interni Franco Restivo, nel corso di un suo intervento alla Camera dei deputati, il 10 dicembre 1969, due giorni prima della strage “anarchica” di piazza Fontana a Milano, imputare la gran parte degli atti di violenza verificatisi durante l’anno in Italia all'”estremismo anarcoide”?
Del resto, non stiamo trattando della storia di una rivoluzione che, notoriamente, parte dal basso per travolgere le istituzioni e lo Stato, ma di un’operazione che parte dall’alto e che è finalizzata a salvaguardare lo Stato ed il regime dalla minaccia del “comunismo internazionale”.
È normale, pertanto, che chiunque operi nell’ambito di questo disegno “stabilizzatore” lo faccia con la complicità e la protezione degli apparati segreti dello Stato e delle forze politiche che li dirigono.
Non si può parlare degli eventi del 12-14 dicembre 1969 senza soffermarsi su una figura rimasta sempre sullo sfondo e mai, esattamente come quella di Yves Guerin Serac sul piano internazionale, direttamente chiamata in causa nelle indagini sulla strage di piazza Fontana.
Ci riferiamo al capitano di fregata, medaglia d’oro al V.M., presidente del Movimento sociale italiano, poi presidente del “Fronte nazionale”, principe Junio Valerio Borghese.
Comandante del sommergibile “Scirè”, passato poi al comando della Decima flottiglia mas, il reparto di incursori subacquei della Marina militare più segreto ed ardito della Forze armate italiane, l’unico in grado di infliggere alla potentissima flotta britannica nel Mediterraneo perdite gravissime, Junio Valerio Borghese l’8 settembre 1943 si trova al suo posto di comando a La Spezia.
Non aderisce, se non di fatto, alla Repubblica sociale italiana, perché Junio Valerio Borghese non è mai stato fascista, ma non accetta il tradimento perpetrato nei confronti degli alleati tedeschi con i quali stabilisce un accordo di co-belligeranza.
Nel corso dei 600 giorni della Repubblica di Salò, Junio Valerio Borghese intrattiene ottimi rapporti con i tedeschi, con il servizio segreto della Regia Marina del Regno del sud, pessimi con i fascisti che, giustamente, della sua lealtà non si fidano, tanto che nel gennaio del 1944 lo mettono in carcere.
Ma, ormai, la divisione di fanteria Decima è un realtà militare di cui la Repubblica sociale non si può privare e così, a malincuore, Benito Mussolini rimette Borghese in libertà e lo riconferma nella carica di comandante della Decima.
Il 25 aprile 1945, a Milano, Junio Valerio Borghese si congeda dagli uomini della Decima e si rifugia a casa di un partigiano delle brigate socialiste “Matteotti” in attesa dei soccorsi che non tardano ad arrivare.
Il 12 maggio 1945, a bordo di una jeep americana, vestito con una divisa americana, scortato dal capo dell’X-2 americano, James Jesus Angleton, dal commissario di Ps Umberto Federico D’Amato e da un ufficiale del servizio segreto della Regia Marina viene condotto da Milano a Roma dove, dopo un incontro mai peraltro confermato ufficialmente, con l’ammiraglio Raffaele De Courten, ministro della Marina del regio governo, è associato al carcere di Cinecittà, destinato ad ospitare i nemici di rango sia italiani che tedeschi.
I rapporti di collaborazione instaurati con i servizi segreti americani, in particolare con James Jesus Angleton, sono provati al di là di ogni ragionevole dubbio.
Una collaborazione che ha consentito a Junio Valerio Borghese e ad un ristretto nucleo della Decima flottiglia mas, fra i quali il futuro ammiraglio Gino Birindelli, di affondare nel porto di Sebastopoli, in Crimea, il 29 ottobre 1955, la corazzata sovietica “Novorossijak”, già appartenente alla Marina militare italiana con il nome di “Giulio Cesare” e ceduta ai russi come risarcimento per i danni di guerra, nel 1949.
Esponente prestigioso della “Salò tricolore”, non ideologicamente fascista, Junio Valerio Borghese aderisce al Movimento sociale italiano il 17 novembre 1951, per divenirne il presidente qualche mese dopo e, infine, abbandonare la carica per lasciare il posto al maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani, ex ministro della Difesa e comandante in capo delle Forze armate della Rsi.
Aristocratico, conservatore, anticomunista, Junio Valerio Borghese gode di un meritato credito negli ambienti militari internazionali che si riflette anche nel campo politico in cui egli si trova ad operare, dopo che è fallito il tentativo di farsi reintegrare in servizio nella Marina militare.
Il principe Borghese è un conservatore e un reazionario, non concepisce altra politica che non sia quella improntata ad un anticomunismo fanatico, che porti l’Italia a stringere rapporti sempre più stretti con gli Stati Uniti e che fa di lui un oltranzista “atlantico”, tanto che il 17 maggio 1959 viene espulso dalla carica di presidente della Federazione nazionale combattenti della Rsi e sostituito con Giorgio Pini, uno degli uomini più vicini a Benito Mussolini.
Negli anni Sessanta, Junio Valerio Borghese non può, quindi, che ritrovarsi fra coloro che intendono “salvare l’Italia” dal comunismo, non più dall’interno del Movimento sociale di cui rimane, comunque, un iscritto, ma con uno strumento politico personale, da lui diretto, che chiama “Fronte nazionale”, riprendendo una vecchia idea dei primi anni Cinquanta, e nel quale c’è posto per chiunque si professi anticomunista, senza alcuna preclusione ideologica.
Il “Fronte nazionale” viene ufficialmente costituito il 13 settembre 1968, a Roma.
Cosa si propone l’organizzazione creata dal principe Borghese, lo sintetizza una nota informativa del Sid del 22 maggio 1970 che ne illustra gli scopi :
“Obiettivo minimo…è la difesa contro la piazza avversaria in caso di insurrezione; obiettivo medio è l’inserimento in eventuali ‘reazioni’ degli ambienti politici e militari, che potrebbero muoversi di fronte al prevedibile deterioramento della situazione italiana; obiettivo massimo è l’egemonia politica in un’eventuale soluzione autoritaria da realizzarsi su tutto il territorio nazionale”.
Il “Fronte nazionale” non è un movimento politico che si propone di cercare consensi, magari per trasformarsi in partito e concorrere alle elezioni, ma uno strumento di guerra al comunismo che si propone di agire, se necessario, anche con la forza per eliminare, una volta per sempre, il pericolo comunista in Italia e mantenere quest’ultima a fianco degli Stati Uniti e nell’ambito dell’Alleanza atlantica.
Una formazione politica ma apartitica, aperta a tutti coloro che vogliono combattere il nemico comunista, non soltanto a parole.
Lo riconosce anche il servizio segreto militare, il Sid, che in una nota del 9 agosto 1970, scrive:
“Il Fronte nazionale è stato più volte segnalato come organizzazione per attuare un colpo di Stato; ha delegati provinciali in diverse città; è collegato con Ordine nuovo e Avanguardia nazionale; è ritenuto il sodalizio più idoneo a influenzare in proprio favore le forze armate e la polizia”.
Costituito ufficialmente nel settembre del 1968, il “Fronte nazionale” ed il suo capo non potevano restare estranei agli avvenimenti del 1969, compresi quelli sanguinosi del 12 dicembre.
Le tracce del suo impegno ci sono, vistose pure ma, stranamente, ignorate dalla magistratura italiana e dagli storici italiani per la semplice ragione che nessuno ha mai considerato il rapporto di collaborazione che intercorreva fra Junio Valerio Borghese e Pino Rauti, per “Ordine nuovo”, Pino Romualdi e Giorgio Almirante, per il Msi, mentre Stefano Delle Chiaie ed “Avanguardia nazionale”, ufficialmente inesistente quest’ultima perché auto-scioltasi già nel 1965, ne costituivano la guardia pretoriana.
A Viareggio, presso l’hotel Royal, il 19 marzo 1969 ha luogo la prima riunione pubblica del “Fronte nazionale”, presente Junio Valerio Borghese. Il Sid registra che “l’unico accenno di interesse è quello fatto da Borghese in merito alle Forze armate che, secondo il presidente del Fronte, non avrebbero fatto mancare il loro appoggio nella lotta al comunismo”.
Borghese ed il “Fronte nazionale” non hanno altri e diversi fini politici da quella battaglia contro il comunismo che viene condotta da forze ben più potenti delle loro.
I compiti fra i gruppi sono differenziati, quindi c’è chi cura l’”infiltrazione” a sinistra, chi la “provocazione”, chi compie attentati e chi cerca finanziamenti .
Borghese, fra altri, assolve questo compito curando i rapporti con gli industriali con promesse rassicuranti. Così l’11 maggio 1969, scrive il Sid,
“nel corso di una riunione con esponenti del mondo armatoriale genovese, ha deciso la costituzione di ‘gruppi di salute pubblica’ per contrastare – anche con l’uso delle armi – l’ascesa al potere del Pci”.
Nel corso dell’anno, infine, le promesse non bastano più, così Borghese ed i suoi uomini scendono nei dettagli, con i loro interlocutori, su quanto hanno in animo di preparare.
 Il 6 giugno 1969, l’informatissimo servizio segreto militare scrive in una nota:
“Un esponente del Fronte nazionale ha informato alcuni dirigenti della Società metallurgica italiana (Smi) che il movimento ha in programma di attuare nel periodo da giugno a settembre 1969, un colpo di Stato per porre fine alla precaria situazione politica che travaglia la vita del Paese. L’uomo di Borghese vorrebbe trattare l’acquisto di munizioni prodotte negli stabilimenti della Smi ma riceve un netto rifiuto”.
Il Sid, come il servizio civile, i vertici militari e buona parte di quelli politici, lavora per il “colpo di Stato”, quindi le informazioni che raccolgono sul conto delle intenzioni di Junio Valerio Borghese e dei suoi uomini le tiene per sé, non a caso lo dirige l’ammiraglio Eugenio Henke, socialdemocratico di provata fede.
Il 30 settembre 1969, a Roma, si svolge una riunione di esponenti del “Fronte nazionale”, presieduta dal collaboratore più stretto di Junio Valerio Borghese, Remo Orlandini.
In questa occasione si parla più liberamente degli scopi e dei mezzi per conseguirli, così che il Sid nella immancabile nota informativa scrive:
“Un ufficiale (nome noto) si intrattiene con Prospero Colonna il quale, nel dirsi certo della riuscita del ‘colpo di Stato’, soggiunge che Valerio Borghese aveva già studiato un piano di ‘provocazione’ con una serie di grossi attentati dinamitardi per fare in modo che l’intervento armato di destra potesse verificarsi in un clima di riprovazione generale dei criminali ‘rossi'; precisò inoltre che le vittime innocenti in certi casi saranno purtroppo necessarie”.
Questa volta le informazioni sono più dettagliate, troppo per i gusti del Sid che si sbilancia nel dichiararle poco attendibili.
Ha ragione, il servizio segreto militare di preoccuparsi perché sa bene che a compiere gli attentati stragisti alla Fiera campionaria ed alla Stazione ferroviaria di Milano il 25 aprile 1969 sono stati i suoi collaboratori, Franco Freda e Giovanni Ventura, e non i criminali “anarchici” ai quali è stata attribuita la colpa per indirizzare a sinistra la riprovazione e la collera dei cittadini.
In quell’occasione i morti non ci sono stati, ma il Sid sa che presto si dovranno contare anche questi.
Il “piano” studiato da Junio Valerio Borghese ricalca alla lettera quello del Sifar e di “Gladio”, quello di Yves Guerin Serac, così che, tramite il loquace Prospero Colonna, giunge la conferma ulteriore che tutti i gruppi di destra agiscono nell’ambito di una unica strategia di cui sono gli esecutori, non gli ideatori e che ha per fine ultimo la sconfitta del comunismo, nemico degli Stati Uniti d’America.
I rapporti di Junio Valerio Borghese con Pino Rauti si interromperanno nell’autunno del 1970 perché i due non si accordano sui finanziamenti che devono essere spartiti fra le rispettiva organizzazioni; quelli con Stefano Delle Chiaie avranno fine solo il 27 agosto 1974, quando il principe morirà a Cadice – con tempestiva opportunità per Giulio Andreotti ed i suoi amici – di pancreatite fra le amorose braccia di un agente femminile del Sid.
Nel corso degli anni, sul banco degli imputati per la strage di piazza Fontana sono saliti gli alleati di Ordine nuovo ed i pretoriani di Avanguardia nazionale, anche se a posteriori, dinanzi al Tribunale della storia, ora deve comparirci anche il principe Junio Valerio Borghese.
La figura del “principe nero” non è mai esistita, un’altra leggenda creata dalla disinformazione che, in questo Paese senza libertà, si spaccia per informazione, per di più corretta e rispettosa della verità.
Junio Valerio Borghese, il 26 gennaio 1970, è ricevuto dall’ambasciatore americano a Roma ed ha già iniziato a programmare il tentativo, questa volta da attuare in modo difforme da quello del 12-14 dicembre 1969, che si concluderà a Roma, nella notte fra il 7 e l’8 dicembre 1970 per riportare l’ordine in Italia e sconfiggere il comunismo.
L’apparato bellico di cui Junio Valerio Borghese è parte integrante non è stato scalfito né minacciato dalle indagini giudiziarie sulla strage di piazza Fontana, concentrale sugli anarchici, prima, e sulla “cellula nera” padovana, dopo.           
La guerra al comunismo può, quindi, continuare senza intralci né paure.
Il 12 dicembre 1969, le indagini sulla strage di piazza Fontana, a Milano, e sugli attentati di Roma sono immediatamente indirizzate verso gli ambienti anarchici.
Il ministro degli Interni, Franco Restivo invia a tutte le polizie europee, il 13 dicembre 1969, un telegramma in lingua francese, nel quale scrive:
“Attualmente non abbiamo alcuna indicazione valida a proposito dei possibili autori della strage, ma indirizziamo i nostri primi sospetti verso les cercles anarchisants”.
Mesi di propaganda basata su attentati di presunta matrice anarchica danno ora i suoi frutti, se anche l'”Osservatore romano”, il 14 dicembre 1969, nell’articolo intitolato “Vincere il male”, scrive che la causa della violenza deriva dalla “coltura dei bacilli nullisti, nichilisti, anarcoidi e violenti”.
Sono invece, tassativamente esclusi dalle indagini e dai sospetti uomini e gruppi inseriti in partiti rappresentati in Parlamento, per la pretesa che un’azione sovversiva può essere rivolta contro le istituzioni ed il sistema dal suo esterno e non può essere promossa dal suo interno.
Diviene così evidente la ragione per la quale Pino Rauti ed i suoi uomini sono rientrati, ufficialmente, nel Movimento sociale italiano che si configurava come l'”ombrello” sotto il quale ripararsi perché i suoi dirigenti ed i suoi militanti sarebbero stati esclusi da qualsiasi azione repressiva condotta dalle forze militari e di polizia contro gli “estremisti” sia di destra che di sinistra.
Intanto, gli ordinovisti con a capo Pino Rauti sono esclusi, a priori, dalle indagini sull’eccidio di piazza Fontana.
La pista internazionale, nell’immediatezza degli attentati, non viene trascurata.
Il 13 dicembre 1969, il commissario di Ps, Luigi Calabresi, viene inviato in missione in Svizzera; il 17 dicembre, il questore di Milano, Marcello Guida, nel corso di una conferenza stampa, affermerà che la strage di piazza Fontana è un “affare con collegamenti internazionali”. Il 18 gennaio 1970, la rivista “Epoca”, nell’articolo intitolato “Valpreda come Oswald”, riporta le dichiarazioni del capo dell’ufficio politico della Questura di Roma, Bonaventura Provenza il quale afferma:
“Io non escludo a priori l’idea di un complotto che sarebbe caso mai più internazionale che interno. Ma non azzardo ipotesi in mancanza di elementi sicuri”.
Ancora prima, il 1° gennaio 1970, il settimanale”Panorama” riportava, in un articolo intitolato “L’alibi dell’anarchia”, a firma di Gianni Farneti, le dichiarazioni di un funzionario di polizia rimasto anonimo, il quale ha affermato :
“Si sono avanzate anche le ipotesi di interventi stranieri per servirsi di questi gruppi a fini economici e politici…Da una parte è pressoché certo che alcuni industriali tedeschi hanno finanziato formazioni estremiste per acuire le fasi di sciopero e diminuire la capacità di esportazione di certi settori industriali italiani. Dall’altra parte, l’ipotesi di finanziamenti greci a scopi politici è tutt’altro che peregrina”.
I rapporti fra i gruppi dell’estrema destra italiani e il governo militare greco sono ampiamente provati e, con specifico riferimento alla strage di piazza Fontana ed agli attentati a Roma ed anche a quelli del 25 aprile a Milano alla Stazione ferroviaria ed alla Fiera campionaria, ci sono le gravissime dichiarazioni rese alla rivista “Panorama” da Kostas Plevris e pubblicate nel numero in edicola il 13 marzo 1975, sotto il titolo “Dracme per il Msi”.
Plevris rivela che, nel 1969, il servizio segreto greco
“creò una sezione speciale dotata di mezzi economici particolarmente consistenti e di uomini che conoscevano a fondo le cose italiane. Poi, per evitare il rischio di essere scoperti e accusati di tramare ai danni dell’Italia, i capi del Kyp mascherarono la sezione dietro la facciata innocua di una scuola guida che aveva gli uffici nel centro di Atene, a pochi passi dal palazzo del governo. Infine la sezione ingaggiò direttamente dieci agenti italiani scelti tra le file dei fascisti. Ed io di questi agenti possiedo l’elenco completo”.
Plevris, però, rifiuta di fare i nomi, ma aggiunge:
“Posso dire soltanto che uno di essi è attualmente in prigione perché coinvolto nella strage di piazza Fontana”.
Nel periodo in cui Kostas Plevris rilascia l’intervista, in carcere con l’accusa di concorso nella strage di piazza Fontana ci sono tre persone: Franco Freda, Giovanni Ventura e Guido Giannettini.
Non risulta che qualche magistrato italiano abbia chiesto di interrogare Kostas Plevris per farsi dire i nomi dei dieci italiani, ma soprattutto di quello, fra i tre imputati per strage, che era stato arruolato dal servizio segreto greco.
Nella primavera del 1975, ad Atene, non c’era più la Giunta militare ma un governo socialista al quale, per via diplomatica, si potevano sollecitare le stesse risposte.
Non è stato fatto, da quanto è dato di sapere.
La pista internazionale, per la magistratura italiana, deve essere scartata ad ogni costo.
Eppure, a rendere inevitabile un’indagine seria sulla pista internazionale ci sono la nota del Sid del 16 dicembre 1969, le dichiarazioni del questore di Milano, Marcello Guida, del 17 dicembre 1969, quelle del capo dell’ufficio politico della Questura di Roma, Bonaventura Provenza, pubblicate il 18 gennaio 1970, quelle di un anonimo funzionario di polizia rese pubbliche dalla rivista “Panorama” il 1° gennaio 1970, le affermazioni specifiche di Kostas Plevris apparse sempre su “Panorama” il 13 marzo 1975, le stesse dichiarazioni di Franco Freda sulla consegna dei timer ad un “capitano algerino” che suggeriscono la presenza sulla scena di persone non italiane, e, infine, le accuse rivolte da Carlo Digilio ai servizi segreti americani.
È doveroso ricordare che le indagini sulla strage di via Fatebenefratelli del 17 maggio 1973, a Milano, compiuta dal confidente del Sid Gianfranco Bertoli, autoproclamatasi anarchico dopo l’arresto, a carico degli stessi personaggi imputati per concorso nella strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, hanno evidenziato un possibile ruolo svolto dai servizi segreti israeliani e francesi.
Del resto, che il gruppo veneto di Ordine nuovo avesse rapporti con i servizi segreti israeliani, la magistratura italiana lo sapeva dal 31 maggio 1966, quando a seguito dell’arresto di Marcello Soffiati ed altri, nel loro arsenale era stato rinvenuto esplosivo gelatinizzante israeliano.
Ancora, il generale Gianadelio Maletti ha rivelato che l’espatrio in Spagna di Marco Pozzan, altro imputato per concorso nella strage di piazza Fontana, nel mese di gennaio del 1973, era stato richiesto da un “servizio amico”, per specificare successivamente che si trattava di quello spagnolo.
Sullo sfondo degli avvenimenti italiani dell’epoca si stagliano, a questo punto, i servizi segreti americani, francesi, israeliani, greci e spagnoli, mentre più defilati si presentano i servizi segreti della Germania federale.
Per quanto tempo ancora, questo Paese dovrà tollerare la disinformazione giudiziaria e giornalistica sulla strage “nazifascista” di piazza Fontana?
Abbiamo visto come le direttive impartite ai reparti clandestini delle Forze armate ed ai gruppi politici di estrema destra impegnati nella battaglia contro il comunismo prevedevano la tattica della disinformazione, dell’infiltrazione e della provocazione.
Gli esempi si sprecano.
Dall’affissione dei “manifesti cinesi” a cura dei militanti di “Avanguardia nazionale” nel gennaio del 1966, firmati a nome del “Movimento marxista-leninista d’Italia”, agli attentati del 25 aprile 1969 attribuiti agli anarchici, all’incendio del deposito della Pirelli, a Milano, compiuto dagli uomini del partigiano “bianco” Carlo Fumagalli e rivendicato a nome delle “Brigate rosse” il 7 gennaio 1971, alla mancata strage sul treno “Torino-Roma” del 7 aprile 1973, che avrebbe dovuto essere, nelle intenzioni dei suoi organizzatori, attribuita a “Lotta continua”, c’è una serie infinita di azioni attribuite al “nemico” ideologico e politico per renderlo inviso alla popolazione e giustificare ogni intervento repressivo nei suoi confronti.
L’infiltrazione nei gruppi avversari diviene prassi a partire dalla seconda metà del 1967, quando la Cia avvia l’operazione “Chaos”. Lo scopo non è di carattere informativo, con l’infiltrato che carpisce notizie e riferisce ma è politico perché si propone di condizionare l’azione dei gruppi infiltrati per indurli a compiere azioni violente.
Le operazioni sono fatte in accordo con i servizi segreti italiani. Il 28 aprile 1969, ad esempio, Giovanni Ventura e Pietro Loredan s’incontrano con Alberto Sartori, leader del Partito comunista marxista-leninista, al quale consegnano i “rapporti informativi” redatti allo scopo dall’agente del Sid Guido Giannettini.
Il 6 agosto 1969, la fonte “Agrippina” informa la divisione Affari riservati del ministero degli Interni che, nel corso di un convegno svoltosi a Barcellona (Spagna), Stefano Delle Chiaie si è vantato
“di aver collocato più di una dozzina di membri appartenenti al suo gruppo in organizzazioni comuniste filocinesi in Italia, i quali si sarebbero già distinti come attivisti nelle lotte di piazze”.
Non ci saranno conseguenze perché, come vedremo, l’infiltrazione negli ambienti anarchici, Stefano Delle Chiaie ed i suoi uomini la conducono per conto del ministero degli Interni.
L’infiltrazione fra questi ultimi non è un segreto. Tant’è che, il 13 agosto 1969, a Torino, sul quotidiano della Fiat, “La Stampa”, è pubblicato un articolo intitolato “Scomparsi gli anarchici per evitare interrogatori”, a firma G.M., che avrebbe dovuto essere letto con attenzione prima della strage di piazza Fontana e, a maggiore ragione, dopo.
In esso, si scrive: che “dopo gli attentati ai treni (dell’8-9 agosto – Ndr) gli anarchici milanesi sono spariti dalla circolazione”. E, inoltre:
“Dopo l’attentato alla Campionaria, era sembrato che l’organizzazione dei giovani anarchici fosse stata distrutta: in realtà la loro bandiera nera non è mai stata ammainata; le file sono state riorganizzate seguendo nuovi criteri per rendere più difficile l’identificazione dei nuovi accoliti…Fino a qualche tempo fa gli anarchici a Milano erano pochi, privi di mezzi, per nulla organizzati. Ora qualcuno ha pensato di sfruttare le loro utopie. Così gli anarchici sono stati corteggiati e finanziati dalla destra totalitaria e dall’estremismo di sinistra”.
L’articolo, certamente ispirato da qualcuno che conosce la realtà che esiste dietro le quinte del palcoscenico, suggerisce qualcosa di più inquietante dell'”infiltrazione”. Insinua il dubbio della collusione fra “fascisti” e anarchici.
È possibile un’alleanza tattica fra “fascisti” e anarchici in funzione anticomunista?
La risposta non può che essere affermativa. L’attentato del 31 marzo 1969 al palazzo di Giustizia di Roma sarà confessato, ad esempio, dall’anarchico Paolo Faccioli ma non ha torto l’ufficio politico della Questura di Roma a ritenere che l’esplosivo sia stato fornito dai neofascisti.
A Milano, è il “fascista” Nino Sottosanti a fornire un alibi all’anarchico Tito Pulsinelli, scagionandolo dall’accusa di aver compiuto un attentato, ed è abituale frequentatore della casa di Giuseppe Pinelli, l’anarchico che dirige il circolo “Il Ponte della Ghisolfa”.
Un anarchico storico di Massa Carrara, poi, Gino Bibbi, sarà sfiorato dalle indagini per il tentato golpe del 7-8 dicembre 1970 diretto da Junio Valerio Borghese, mentre risale al 1946 la costituzione del gruppo anarchico, “Unione Spartaco” a cura di un anticomunista oltranzista come Carlo Andreoni.
La linea politica della Federazione anarchica italiana (Fai), nel dopoguerra, individua tre nemici dell’anarchia: la Chiesa cattolica, il militarismo e il comunismo.
A quanti chiedono le ragioni dell’ostilità degli anarchici nei confronti del comunismo, giunge semplice ed esauriente la risposta di Alfonso Pailla:
“Siamo stufi di morire per rivoluzioni che danno il potere a chi poi ci stermina”.
Senza andare eccessivamente indietro nel tempo per scoprire cosa hanno fatto i bolscevichi russi ai loro compatrioti anarchici, è sufficiente riandare alla guerra di Spagna, a Barcellona, dove le Brigate internazionali eliminarono fisicamente centinaia di anarchici che pure si battevano al loro fianco contro le truppe del generale Franco e quelle fasciste italiane.
E al massacro degli anarchici da parte dei comunisti fa proprio riferimento Pietro Valpreda in una conversazione con Aniello D’Errico, da questi riportata il 27 aprile 1969 al commissario di Ps Luigi Calabresi che lo sta interrogando.
Parlando della possibilità di far compiere attentati dinamitardi a persone esperte in materia di esplosivi, Pietro Valpreda, secondo quanto riferito da D’Errico, gli dice che un commando di tre persone, fra le quali Paolo Braschi, “.aveva assunto la denominazione di ‘Barcellona 39′ e aveva compiuto attentati dinamitardi prima a Genova e poi a Milano…”.
Il riferimento, nella scelta dei nome del commando, al massacro compiuto dai comunisti degli anarchici in Spagna, è esplicito e non lascia adito a dubbio alcuno.
L’anticomunismo anarchico può, di conseguenza, aver trovato conveniente ed opportuno stabilire un’alleanza tattica con il neofascismo anticomunista per fare fronte comune ad un nemico la cui spietatezza era nota ad entrambi gli schieramenti.
Il tempo e le menzogne hanno fatto dimenticare, oggi, che il segretario nazionale del Pci, fino al mese di agosto del 1964, quando morì a Jalta, in Crimea, era Palmiro Togliatti divenuto, sul piano propagandistico, un raffinato politico ma, su quello storico, un feroce esecutore degli ordini di Josip Stalin per il quale, notoriamente, la vita degli altri non aveva alcun valore.
Successore di Palmiro Togliatti alla guida del Partito comunista italiano fu Luigi Longo, altro protagonista delle pagine di sangue scritte dai comunisti in Spagna contro gli anarchici, insieme al segretario provinciale del Pci di Trieste, Vittorio Vidali.
Oggi, gli ex comunisti vengono identificati con i baffi di Massimo D’Alema in crociera con la sua barca a vela, o con i modi da allievo del collegio delle Orsoline di Walter Veltroni, ma negli anni Sessanta il ricordo di quello che le milizie comuniste erano state capaci di fare, in termini di massacri, in Spagna e, successivamente, in Italia durante e dopo la guerra civile era ben vivo sia fra i “fascisti” che fra gli anarchici.
Non era difficile rievocare questi ricordi per far comprendere cosa sarebbe capitato agli anticomunisti nel caso che il Pci fosse salito, anche legalmente, per via elettorale, al potere nel nostro Paese.
Per comprendere la realtà storica bisogna calarsi nel suo tempo, non giudicarla con gli occhi del tempo presente. E in quegli anni, il comunismo era sinonimo di ferocia e di crudeltà espresse ovunque avesse avuto modo di agire soprattutto laddove aveva assunto il potere.
Una collusione che non deve far gridare allo scandalo perché la prassi di considerare “amico il nemico del mio nemico” è vecchia quanto il mondo e, in quegli anni i servizi segreti americani e cino-popolari collaboravano contro l’Unione Sovietica.
Con quali gruppi o, forse è meglio dire, con quali uomini dell’anarchia italiana i militanti di “Avanguardia nazionale” ed altri gruppi siano riusciti a stabilire un rapporto politico ed operativo di cobelligeranza è campo ancora tutto da esplorare.
Certo, e ci sentiamo di affermarlo con forza, è che la “collusione” c’è stata.         
In questo contesto s’inquadra la figura di Pietro Valpreda.
Non c’è traccia, fino ad oggi, della nascita dell “‘anarchico” Pietro Valpreda.
La più fitta nebbia copre la data, sia pure approssimativa, della sua adesione all’ideale anarchico, e soprattutto quella dell’inizio della sua attività politica.
Quando comincia la battaglia anarchica di Pietro Valpreda, in quale gruppo, città, con quali compagni, in che modo?
Chi ha una milizia politica alle spalle è in grado di ricostruirla fin dal suo esordio, indicando luoghi, nomi e date.
Non ci è mai capitato di leggere il dettagliato curriculum vitae dell’anarchico Pietro Valpreda.
Come mai?
La prima segnalazione dell’esistenza di Pietro Valpreda risale al 28 gennaio 1968, quando viene fotografato ed intervistato mentre con altri dodici amici si prepara a contestare il Festival di Sanremo.
Valpreda, però, non si presenta come anarchico e neanche con il suo vero nome ma come “Alberto”, e la contestazione al Festival della canzone italiana non ci sarà perché Stefano Delle Chiaie che l’ha organizzata ha dato il contrordine su richiesta del patron del Festival che, tramite una terza persona, gli ha fatto sapere di essere “camerata” e di non meritare il danno derivante al suo spettacolo da una contestazione.
Se la prima apparizione, in veste di mancato contestatore ma non di anarchico, collega Pietro Valpreda a Stefano Delle Chiaie e ad “Avanguardia nazionale”, la seconda lo vede, questa volta come convinto alfiere dell’ideale anarchico, comparire al congresso organizzato dalla Federazione anarchica italiana a Carrara il 31 agosto 1968. Certo, in otto mesi si può abbracciare qualsiasi ideale, così che anche Pietro Valpreda dalla mancata contestazione del Festival di Sanremo all’inizio del congresso anarchico di Carrara, dal 28 gennaio al 31 agosto 1968, può essere diventato un sincero e convinto anarchico.
Non è il solo, però, perché ad accompagnarlo a Carrara ci sono altri “anarchici” che hanno viaggiato,da Roma, con la benzina pagata da Guido Paglia, dirigente di “Avanguardia nazionale”.
Gli “anarchici” sono, difatti, tutti militanti dell’organizzazione diretta da Stefano Delle Chiaie: Pietro “Gregorio” Manlorico, Luciano Paulon, Augusto De Amicis, Aldo Pennisi, Alfredo Sestili, Mario Merlino.
Pietro Valpreda, nella sua ingenuità, non si accorge che i suoi compagni anarchici sono tutti provenienti dalla estrema destra “neofascista”, anzi da un’organizzazione di “picchiatori” fascisti com’è considerata” Avanguardia nazionale”.
Non dubita della loro genuina fede anarchica nemmeno quando il 15 ottobre 1968 uno degli “anarchici” che lo hanno accompagnato a Carrara, Pietro “Gregorio” Manlorico, viene arrestato insieme ai camerati di “Avanguardia nazionale”, Lucio Aragona e Corrado Salemi, per compiuto un attentato contro la sezione del Partito comunista del Quadraro.
Sulla via di Damasco, folgorato dall’ideale anarchico, nello stesso periodo è anche Mario Merlino, dirigente di “Avanguardia nazionale”, a Roma.
Il 16 aprile 1968, Mario Merlino è stato in Grecia, con gli altri camerati, per rendere omaggio ai “colonnelli” che avevano fatto il “colpo di Stato” e salvato il loro Paese dal comunismo.
L’8 maggio 1968, insieme ai camerati Guido Paglia e Adriano Tilgher, Merlino viene denunciato per aver organizzato una manifestazione di protesta contro l’esclusione del Sudafrica dalle Olimpiadi. Non sopporta, Mario Merlino, che i razzisti sudafricani siano emarginati da una manifestazione sportiva così importante.
Nello stesso mese di maggio, Merlino: fonda, a Roma, il circolo “XXII marzo” con lettere che richiamano i fasti della Roma imperiale e la data che ricorda gli incidenti dell’Università francese di Nanterre nei quali tanta parte hanno avuto gli uomini di Yves Guerin Serac.
Del neo-costituito circolo fanno parte Aldo Pennisi, Luciano Paulon, Pietro “Gregorio” Manlorico, Elio Guerino, Senato Granoni, Giovanni Nota, Guido Sciarelli, Antonio De Amicis, Lucio Aragona, Alfredo Sestili.
Il 31 agosto 1968, con cinque componenti del circolo “XXII marzo”, Mario Merlino si presenta insieme a Pietro Valpreda al congresso anarchico di Carrara, anarchico fra gli anarchici.
Nel breve volgere di quattro mesi, Mario Merlino è passato dall’omaggio ai “colonnelli” greci e dalla difesa del Sudafrica “bianco”, all’ideale anarchico che combatte militari e militarismo, schiavisti e razzisti.
Cos’è accaduto?
Un significativo spiraglio di luce, per quanto riguarda il solo Mario Merlino, viene dato dalle dichiarazioni rese da Serafino Di Luia al giornalista Giorgio Zicari e pubblicate su “Il Corriere della sera” il 5 marzo 1970.
Di Luia dichiara, testualmente:
“Merlino è stato mandato fra gli anarchici e la persona che lo ha plagiato è la stessa che fece affiggere il primo manifesto cinese”.
Il messaggio che Serafino Di Luia invia, tramite un giornalista che lavora per il servizio segreto militare, è ricattatorio, indirizzato ai pochi che possono comprenderlo e sono, pertanto, in grado di valutarne la minaccia che contiene.
Il 5 marzo 1970, difatti, solo pochissime persone collocate ai vertici del Movimento sociale italiano, di Avanguardia nazionale e della divisione Affari riservati del ministero degli Interni potevano comprendere il senso dell’oscuro riferimento al “primo manifesto cinese”.
L’episodio dei “manifesti cinesi” affissi dai militanti di “Avanguardia nazionale” nel mese di gennaio del 1966, difatti, diverrà noto solo alla metà degli anni Ottanta.
Da quel momento la possibilità di individuare chi sarebbe stata la persona che aveva “plagiato” Mario Merlino e lo aveva fatto infiltrare fra gli anarchici, diviene concreta per la ragione che a proporre a Stefano Delle Chiaie ed ai suoi amici l’operazione “manifesti cinesi” era stato il direttore del settimanale “Il Borghese”, Mario Tedeschi.
Mario Tedeschi, lo sappiamo, è stato uno dei più accaniti accusatori degli anarchici e di Pietro Valpreda da lui indicati come responsabili della strage di piazza Fontana.
Ma l’ex sergente della divisione di fanteria di marina “decima” che già il 10 gennaio 1947 il questore di Roma, Saverio Polito, scagionava dall’accusa di far parte di organizzazioni clandestine neofasciste, non ha mai fatto mistero, negli anni Ottanta, di essere stato da sempre intimo amico di Umberto Federico D’Amato, il funzionario più rappresentativo della divisione Affari riservati del ministero degli Interni.
Serafino Di Luia, in quel mese di marzo 1970, sa perfettamente che Mario Tedeschi è stato, all’epoca dell’operazione “manifesti cinesi”, il tramite, l’intermediario fra la manovalanza avanguardista e Umberto Federico D’Amato, ideatore e mandante dell’operazione.
Stefano Delle Chiaie ed i suoi uomini vennero a conoscenza, già in quel mese di gennaio del 1966, che ispiratore dell’affissione di manifesti firmati a nome del Movimento marxista-leninista d’Italia non era il “camerata” Mario Tedeschi e neanche il segretario nazionale del Msi, Arturo Michelini, ma Umberto Federico D’Amato.
Si ricatta per procurarsi un vantaggio, la minaccia deve essere fatta ma non portata a termine e, in questo caso, il destinatario era troppo potente per i fratelli Serafino e Bruno Di Luia: l’importante era fargli sapere che loro sapevano, che conoscevano il segreto inconfessabile che vedeva Mario Merlino infiltrato fra gli anarchici, nell’estate del 1968, dalla divisione Affari riservati del ministero degli Interni nella persona dell’allora questore Umberto Federico D’Amato.
Ed al ministero degli Interni, difatti, i due fratelli si rivolgono, questa volta direttamente, facendo sapere al questore di Bolzano, tramite un loro intermediario che “qualora non perseguiti da alcun ordine di cattura o circolare di ricerca” sono disposti “a venire in territorio italiano per incontrarsi con qualche funzionario di Ps al quale intenderebbero fare rivelazioni interessanti sui recenti attentati dinamitardi commessi a Milano ed a Roma e anche su quelli della famosa ‘notte dei treni’…”.
I due fratelli Di Luia sono due gregari di “Avanguardia nazionale” ma la loro minaccia, prima, e la loro disponibilità a parlare in via confidenziale, dopo, non sono sottovalutati se ad incontrarli è inviato, il 10 aprile 1970, un funzionario del servizio segreto civile del rango di Silvano Russomanno.
Il contenuto del loro colloquio non è mai stato reso noto. Se ne conosce, però, il risultato: i due fratelli Di Luia, Bruno e Serafino, potranno rientrare in Italia e non saranno mai disturbati per deposizioni testimoniali o indagati, a qualsiasi titolo, per gli attentati del 12 dicembre 1969 a Roma e a Milano e per quelli ai treni dell’8-9 agosto 1969, sui quali avevano “rivelazioni interessanti” da fare e che sono rimaste sepolte negli inaccessibili archivi della divisione Affari riservati del ministero degli Interni.
Il rapporto fra Avanguardia nazionale ed il ministero degli Interni non si è limitato all’operazione “manifesti cinesi” del gennaio 1966, ma è proseguito nel tempo con altre “operazioni” di ben più pregnante rilievo.
Non è un sospetto che deriva dalle dichiarazioni dei fratelli Bruno e Serafino Di Luia, ma una certezza che proviene dalla reiterazione della minaccia nei confronti di Mario Tedeschi, questa volta fatta direttamente dai vertici dell’organizzazione nel tentativo di evitarne la messa fuori legge con tutte le conseguenze penali e politiche che il provvedimento comporta.
Quando nel 1973-74 si profila l’adozione di provvedimenti di carattere giudiziario nei confronti dei dirigenti e dei militanti di “Avanguardia nazionale”, scatta da parte di questi ultimi l’immancabile operazione ricattatoria a carico di quanti hanno prima utilizzato i loro servigi ed ora li “scaricano” senza battere ciglio.
Chi sia uno dei destinataci del ricatto, lo dice una nota informativa proveniente da Milano, indirizzata al ministero degli Interni, che informa che Pino Romualdi sta preparando un’azione intesa a stroncare la candidatura di Mario Tedeschi a segretario nazionale del Msi-Dn, presentandolo come legato ai servizi segreti.
L’azione di Pino Romualdi sarebbe appoggiata da “Avanguardia nazionale” che porterebbe come prova un assegno di un milione di lire consegnato dal ministero degli Interni a Mario Tedeschi e da questi versato ai dirigenti dell’ organizzazione.
L’avvertimento è pesante e diretto.
Il 15 ottobre 1974, alla presenza dell’avvocato Giorgio Arcangeli, Adriano Tilgher e Felice Genoese Zerbi tengono una conferenza stampa nella quale denunciano, ovviamente senza specificarle, le “sporche e criminali operazioni di potere” da parte della Democrazia cristiana, i tentativi dei servizi segreti italiani, civili e militari, di strumentalizzare l’organizzazione per concludere facendo due nomi: l’ex ministro della Difesa, il socialdemocratico Mario Tanassi, e il direttore de “Il Borghese”, ora senatore del Msi-Dn, Mario Tedeschi.
Appare evidente che la sola operazione “manifesti cinesi” del gennaio 1966 ed il finanziamento, sempre riferito agli anni Sessanta di 300 mila al mese al gruppo avanguardista, non sono argomenti tali da intimidire Mario Tedeschi che da queste “rivelazioni” non subirebbe alcun danno.
Inoltre, nel 1974, il direttore de “Il Borghese” è anche senatore del Msi-Dn, di un partito cioè dal quale, dopo le stragi di Brescia e dell’Italicus, la Democrazia cristiana ha preso decisamente le distanze.
Cosa potrebbe fare Mario Tedeschi per evitare lo scioglimento di “Avanguardia nazionale” e l’incriminazione e l’arresto dei suoi dirigenti?
Nulla.
Ma come abbiamo visto, Mario Tedeschi, nell’operazione “manifesti cinesi” e in quella, successiva, dell’infiltrazione di Mario Merlino fra gli anarchici è stato solo un intermediario.
L’avvertimento di Tilgher e Genoese Zerbi è rivolto, usando il suo nome, a chi è stato sempre alle sue spalle e sopra di lui: il servizio segreto civile e il ministero degli Interni, che hanno loro sì la forza di evitare lo scioglimento di “Avanguardia nazionale” e i provvedimenti giudiziari a carico dei suoi dirigenti e militanti.
Gli oppositori politici non hanno, per ovvie ragioni, possibilità di ricattare i detentori del potere. Ma “Avanguardia nazionale”, come tutte le formazioni politiche di estrema destra ha fatto, per conto del potere, l’opposizione agli oppositori di sinistra, con operazioni sulle quali è obbligata a conservare il segreto.
Può solo minacciare di infrangerlo per reagire alla ingratitudine di chi, dopo averla usata, se ne libera con sprezzante noncuranza.
Ed è questo, esattamente, che “Avanguardia nazionale” fa.
Il 30 giugno 1975, l’organizzazione pubblica un “Bollettino di controinformazione nazionale rivoluzionaria” nel quale scrive:
“Chi pensasse ad un indolore provvedimento amministrativo contro Avanguardia nazionale ha sottovalutato la forza e la decisione di questa organizzazione. Se poi si arriverà al processo, Avanguardia nazionale chiamerà sul banco dei testimoni ministri, uomini politici, segretari di partito, corpi separati e quanti in un modo o nell’altro, hanno prima cercato l’amicizia di Avanguardia nazionale e poi, visti respinti i tentativi, hanno deciso la fine di una organizzazione non incasellabile nei giochi di sistema”.
È una minaccia ma, soprattutto, è una autodenuncia della compromissione del gruppo e dei suoi dirigenti con il sistema che sempre hanno dichiarato di voler combattere.
Per ora, conta la minaccia che qualcuno valorizza perché quando l’operazione giudiziaria e di polizia è in procinto di scattare sulla stampa appare la notizia relativa con l’indicazione perfino del numero dei mandati di cattura che stanno per essere emessi.
La retata contro gli “avanguardisti” viene, quindi, annullata e posticipata di almeno due mesi, messa in atto con tutte le precauzioni del caso che non impediscono, però, che Adriano Tilgher sia informato con un anticipo di pochi minuti dell’arrivo a casa sua della polizia, e riesca a scappare.
Nella storia tragica del massacro di piazza Fontana si può, a questo punto, inserire pacificamente la figura del moderato direttore de “Il Borghese”, uomo di servizi e di potere, Mario Tedeschi, come trait d’union fra il ministero degli Interni e i “fascisti” di “Avanguardia nazionale”.
A carico di Mario Tedeschi non c’è solo la certezza che fu lui personalmente a proporre ai dirigenti di “Avanguardia nazionale” l’operazione “manifesti cinesi”, il rapporto organico con questa organizzazione dimostrato dai finanziamenti che elargiva, 1’accusa gravissima dei fratelli Serafino e Bruno Di Luia di aver infiltrato Mario Merlino fra gli anarchici, il fatto di essere stato proprio lui oggetto del ricatto dei dirigenti di “Avanguardia nazionale” negli anni 1974-1975 per evitare la dissoluzione per legge del gruppo, ma anche qualcos’altro, estremamente significativo, che si ricollega all’operazione del 1969 che porta alla strage di Milano del 12 dicembre 1969, ed alla figura di Pietro Valpreda.
A fornire l’indizio, in modo del tutto involontario ed in epoca non sospetta, sono gli assertori dell’innocenza di Pietro Valpreda, gli autori del libro “La strage di Stato”.
Sono loro, difatti, in un’intervista concessa al “Manifesto” e da questo pubblicata il 2 settembre 1972, a dare una spiegazione alla pubblicità fatta, prima della strage di piazza Fontana a Pietro Valpreda:
“Come mai tutte quelle foto di Valpreda fatte prima. Valpreda era uno sconosciuto…Allora – dichiarano – organizzammo una rapida inchiesta per stabilire come le foto erano arrivate ai giornali. E venne fuori che quelle foto appartenevano tutte ad un unico servizio ed erano state fatte dall’agenzia di Giacomo Alexis per lo ‘Specchio’, Alexis fa le foto anche per ‘Il Borghese'”.
Le foto che ritraggono Pietro Valpreda, seduto per terra, con una vistosa “A” di anarchia sul petto che saluta con il pugno chiuso che fa tanto comunismo, fanno ormai parte della storia della strage di piazza Fontana perché provano la sua sincera adesione all’ideale anarchico.
Il fatto che a scattarle sia stato un fotografo che lavorava per Mario Tedeschi, direttore de “Il Borghese”, acquista ora un significato diverso e sinistro, quello di un particolare, non di poco conto, di un’operazione “sporca”, organizzata dal servizio segreto civile, di cui Pietro Valpreda può essere stato strumento inconsapevole o complice consapevole.
Crediamo che sia giunto il momento di porsi l’interrogativo su chi sia stato realmente Pietro Valpreda.
Fino ad oggi la matrice politica ed ideologica della strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, è stata fatta derivare dall’innocenza o dalla colpevolezza dell'”anarchico Pietro Valpreda”.
Nessuno dubita della testimonianza del tassista Cornelio Rolandi, il primo ed il solo (aggiungiamo
noi) ad affermare di averlo portato dinanzi alla Banca dell’Agricoltura quel pomeriggio del 12 dicembre 1969 con la borsa contenente la bomba fatale.
Per affermare l’innocenza di Pietro Valpreda si ricorre alla presenza, su quel taxi, di un sosia percorrendo una pista che è stata indicata proprio da Pietro Valpreda.
L’ipotesi più ardita formulata in questi anni, quella che propone la figura di un anarchico vero, utilizzato inconsapevolmente dai “fascisti” per i loro fini stragisti ed incastrarlo sul piano giudiziario per criminalizzare gli anarchici e tutta la sinistra italiana, benché ragionevole ha suscitato la rabbiosa e scomposta reazione di quanti hanno visto vacillare il loro mito.
Certo, appare singolare che qualcuno, dovendo deporre una bomba anche se dimostrativa, prenda un taxi in una città, come Milano, dove lo conoscono in tanti, compresi i funzionari e gli agenti dell’ufficio politico della Questura, ma oggi sappiamo anche che, all’interno della Banca dell’Agricoltura quel pomeriggio del 12 dicembre 1969 sono entrati in due, giunti con una macchina dove li attendevano i complici, sulla base di testimonianze più solide e quindi più attendibili di quella del taxista Cornelio Rolandi, perché provenienti dall’interno del gruppo stragista.
La presenza sulla scena della strage di piazza Fontana, nella veste di esecutore materiale, di Pietro Valpreda non appare fondamentale per definire cosa sia stato quel massacro e quali fini si proponesse chi lo ha ideato ed organizzato.
A Milano, quel giorno non c’è stata solo la strage alla Banca dell’Agricoltura: qualcuno è andato a deporre una borsa contenente un ordigno che non poteva esplodere all’interno della Banca commerciale; altri hanno affisso manifesti con gli slogan del “maggio francese”; altri ancora hanno forse deposto in altri luoghi ordigni che non sono poi esplosi o perché sono stati rinvenuti o perché sono stati ritirati a tempo da coloro che li avevano collocati.
A Milano, quel 12 dicembre 1969, c’è stato un lavoro di squadra i cui componenti non sono mai stati identificati. Fra costoro, anche Pietro Valpreda può aver fatto la sua parte senza necessariamente andare in piazza Fontana alla Banca dell’Agricoltura, magari nelle sue vicinanze, ma per fare altro, non certo per compiere una strage o fare un attentato dinamitardo sia pure dimostrativo all’interno di un istituto bancario.
Per fare altro, si può anche prendere un taxi senza il timore di essere riconosciuto dopo.
Cosa ha fatto Pietro Valpreda a Milano è un segreto che ha portato con sé nella tomba, ma che,in fondo, è scarsamente pregnante per rispondere al quesito se costui sia stato un anarchico vero caduto in una trappola o un complice consapevole di Mario Merlino nell’opera di infiltrazione fra gli anarchici e di provocazione ai loro danni.
Nel leggere quanto ha scritto di suo pugno Pietro Valpreda sul bollettino “Terra e libertà”, organo del gruppo anarchico da lui stesso fondato, “Gli Iconoclasti”, composto da cinque persone di cui una stranamente mai identificata, il 21 marzo 1969, si ritrova la stessa logica auto-distruttiva, masochistica, dei “fascisti” che si vantano di essere stragisti e che esaltano lo stragismo indiscriminato, quello che ammazza indistintamente uomini, donne, vecchi, bambini,e pretendono con questi mezzi di accreditarsi come guida politica e morale della Nazione.
Cosa scriveva, difatti, Pietro Valpreda a discredito dell’ideale anarchico, in un momento in cui dal ministro degli Interni in giù la violenza in Italia veniva attribuita all'”estremismo anarcoide”?
“Che gli anarchici facciano scoppiare le loro bombe in zone isolate è falso. Abbiamo visto dove sono scoppiate e possiamo dire che non sempre, anzi quasi mai scoppiano in zone isolate…”.
È il preannuncio di una strage come quella tentata alla Fiera campionaria di Milano il mese successivo, il 25 aprile, e sulla cui matrice anarchica in Italia nessuno, in quel momento, ha dubitato.
Del resto, se la prosa di Pietro Valpreda era quella che segue, l’uomo della strada dubbi non poteva averne:
“Centinaia di giovani – scriveva Valpreda – sono pronti ad organizzarsi per riprendere il posto di nemici dello Stato e a gridare né Dio né padrone, con la dinamite di Ravachol, col pugnale di Caserio, con la pistola di Bresci, col mitra di Bonnot, le bombe di Filippi e di Henry. Tremate borghesi! Ravachol è risorto!”.
Se questa è l’immagine preferita da coloro che denunciano il pericolo anarchico e che si accompagna allo slogan di Pietro Valpreda, “Bombe, sangue, anarchia”, è necessario fare il raffronto con quanto scriveva un uomo dei cui ideali anarchici nessuno ha mai dubitato: Giuseppe Pinelli.
L’11 giugno 1969, nel bollettino della “Crocenera”, ciclostilato del circolo “Il Ponte della Ghisolfa”, a commento di un attentato avvenuto a Palermo, attribuito agli anarchici, ma in realtà commesso da militanti di destra, si scrive :
“Per quanto emozionalmente squilibrati siano i neofascisti, non siamo tanto ingenui da credere all’improvvisa contemporanea follia di sette di loro. Evidentemente le loro azioni facevano parte di un piano. Che dei fascisti colpiscano gli obiettivi ‘anarchici’ si può spiegare solo con l’intento di:
1) suscitare la psicosi dell’attentato sovversivo per giustificare la repressione poliziesca e l’involuzione autoritaria;
2)  gettare discredito sugli anarchici e, per estensione, sulle forze di sinistra.
Essenziale per ottenere il secondo risultato, e utile anche per il primo, è di fare qualche ferito innocente o meglio ancora (ma più pericoloso) qualche morto”.
L’incompatibilità fra la prosa di Pietro Valpreda e quella di Giuseppe Pinelli, non rispecchia la differenza fra due personalità o due visioni di vivere ed interpretare lo stesso ideale politico ma, a nostro avviso, due finalità contrapposte.
Per “suscitare la psicosi dell’attentato sovversivo”, denunciata dall’esponente del circolo “Il Ponte della Ghisolfa”, difatti non servono attentati è sufficiente leggere quello che scrive Pietro Valpreda su un bollettino che reca l’indirizzo dello stesso circolo del “Ponte della Ghisolfa”.
Se misteri rimangono nella vicenda della strage di piazza Fontana uno riguarda certamente il rapporto intercorso fra Giuseppe Pinelli e Pietro Valpreda.
Giuseppe Pinelli non stimava Valpreda. Ne diffidava.
Il 1° dicembre 1969, invia due lettere, una a Pio Turroni, ex combattente in Spagna, l’altra a Veraldo Rossi, responsabile del circolo anarchico “Bakunin” di Roma, nella quali riporta l’accusa rivolta da Paolo Braschi a Pietro Valpreda di aver rivelato al giudice Amati, che glieli ha contestati, due attentati, commessi rispettivamente uno a Genova e l’altro a Livorno, nonché di aver rubato l’esplosivo “attribuendo allo stesso Braschi l’origine delle sue informazioni”.
Pinelli non dubita della veridicità delle accusa di delazione lanciate da Paolo Braschi contro Pietro Valpreda e, difatti, conclude scrivendo
“La prossima settimana vado a Roma per parlare con Pietro Valpreda, per vedere cosa intende fare il giorno del processo”.
Nel processo di beatificazione di Pietro Valpreda, compiuto dalla sinistra italiana (ma non dagli anarchici, come vedremo), è stata opportunamente cancellata dalla memoria una dichiarazione resa l’8 gennaio 1970 da Licia Pinelli.
La vedova dell’anarchico, morto in circostanze mai chiarite all’interno della Questura di Milano, afferma che suo marito aveva cacciato Pietro Valpreda dal circolo “Il Ponte della Ghisolfa” e la circostanza può trovare riscontro nel fatto che Valpreda, con una coincidenza che non può essere solo temporale, dopo il suo interrogatorio in Questura da parte degli agenti dell’ufficio politico, il giorno seguente, 29 aprile 1969 abbandona il capoluogo lombardo e si trasferisce definitivamente a Roma.
La connessione la ricaviamo dalle parole di Licia Pinelli che in merito alla cacciata di Pietro Valpreda dichiara:
“Non ne conosco i motivi. Posso, però, ricostruirli per una circostanza narratami da mio marito. Egli, infatti, dopo gli attentati del 25 aprile 1969, ebbe un colloquio con il dirigente dell’ufficio politico della Questura – dottor Allegra – che gli disse che non avrebbe preso provvedimenti nei suoi confronti perché sapeva che aveva escluso Valpreda dal Circolo e gliene indicò le precise circostanze. Ritengo che il Valpreda non fosse più un elemento che potesse riscuotere la fiducia del movimento anarchico”.
Parole gravissime e dimenticate.
Il 29 novembre 1969, prima ancora di ricevere la lettera che Giuseppe Pinelli gli scriverà il 1° dicembre, il responsabile del circolo anarchico “Bakunin” di Roma, dapprima accusa Pietro Valpreda di essere un delatore, quindi lo diffida insieme ai suoi amici di ripresentarsi al circolo. Pietro Valpreda, Roberto Gargamelli, Enrico Di Cola, Leonardo Claps sono obbligati ad andarsene .
Ancora prima, il 19 novembre 1969, l’anarchico Angelo Spanò abbandona il circolo “22 marzo” e costringe Pietro Valpreda ad andarsene dalla baracca in cui vivono insieme.
In epoca successiva, Spanò spiegherà che “il comportamento di Valpreda appariva sospetto. Temevo di essere coinvolto in qualche pasticcio che avrebbe potuto combinare”.
Cacciato da Giuseppe Pinelli dal circolo de “Il Ponte della Ghisolfa” di Milano, buttato fuori dal circolo “Bakunin” di Roma, sfrattato da Angelo Spanò, che di lui diffida, non si può affermare in tutta coscienza che la figura di Pietro Valpreda sia esente da ombre.
Ombre che i suoi comportamenti successivi all’arresto ingigantiscono. Il 16 dicembre 1969, Valpreda guida la polizia alla ricerca di un deposito di esplosivi di cui aveva già parlato Mario Merlino. Ed accusa esplicitamente, senza alcuna reticenza, Ivo Della Savia:
“Ricordo che Ivo Della Savia prima di partire da Roma l’ultima volta, passando per la via Tiburtina all’altezza della Siderurgica romana e della ditta Decama, a circa 200-300 metri dal Silver cine, mi indicò un tratto di boscaglia dicendo: ‘Non molto lontano dalla strada, ai piedi di una pianta non molto alta, tengo della roba conservata’…”.
Per essere sicuro che i poliziotti non equivocassero sulla parola “roba”, Valpreda specifica:
“Non mi precisò di che cosa si trattasse. Comunque con la parola roba noi intendiamo fare riferimento a esplosivo, detonatori e micce”.
E Ivo Della Savia è sistemato.
Il 20 dicembre 1969, a Roma, la Federazione anarchica italiana emana un comunicato nel quale chiede che sia fatta piena luce sugli attentati stragisti del 12 dicembre, ed afferma che
“il linciaggio morale degli anarchici non verrà consentito a nessuno, come nessuno potrà impedirci di essere noi stessi accusatori di un sistema che tollera la sopraffazione e volutamente ignora – quando non favorisce – i quotidiani attentati alla vita e alla libertà dei cittadini”.
La Fai, però, non ha fatto i conti con Pietro Valpreda.
Il 9 gennaio 1970, Valpreda, nel corso di un interrogatorio, per giustificare il riconoscimento fatto dal taxista Cornelio Rolandi, avanza l’ipotesi di un sosia, che lui avrebbe visto nella primavera del 1969, al bar “Gabriele”, mentre parlava di armi e di esplosivi.
Il “sosia”, prosegue Valpreda, si chiama “Gino” e non è fascista, al contrario, è anarchico.
Le dichiarazioni rese da Pietro Valpreda non restano senza conseguenze concrete perché precise e dettagliate nei confronti dell’anarchico “Gino”. Così, il 13 gennaio 1970, scortato da un gruppo di compagni anarchici, Tommaso Gino Liverani precede l’azione della polizia e si presenta spontaneamente in questura, dove viene arrestato per reticenza.
Sarà scarcerato il 20 febbraio e, successivamente, Tommaso Gino Liverani entrerà a far parte delle Brigate rosse.
Qualcuno ha osservato che Pietro Valpreda e Mario Merlino hanno adottato la stessa linea difensiva ma, aggiungiamo noi, hanno seguito anche la medesima tattica accusatoria contro gli anarchici.
Il rapporto fra Pietro Valpreda e Mario Merlino è un altro elemento, sempre trascurato, per valutare se il primo sia stato un anarchico strumentalizzato, colluso o un infiltrato fra gli anarchici.
Nessuno ha mai osato dubitare che se Pietro Valpreda è stato incastrato nella tragica vicenda di piazza Fontana per farà di lui il colpevole di una strage anarchica, il responsabile primo sia stato Mario Merlino nel ruolo di infiltrato di “Avanguardia nazionale” negli ambienti dell’anarchia.
È questa una “verità” di cui sono convinti tutti, meno uno: Pietro Valpreda.
Mai, nemmeno una volta, Valpreda ha levato il dito accusatore contro Mario Merlino. Mai, l’anarchico Valpreda ha accusato il “fascista” Merlino di averlo ingannato. Mai, l’imputato principale nella strage di piazza Fontana ha dichiarato che Merlino ha agito contro di lui ed il movimento anarchico nell’ambito di un disegno di provocazione portato avanti dai”fascisti” di cui Merlino, a Roma, era oltretutto un elemento di un certo rilievo.
Il 13 giugno 1970, esce nelle librerie il libro “La strage di Stato” che proclama l’innocenza di Pietro Valpreda e accusa Mario Merlino di essere un provocatore fascista.
Nel carcere di “Regina Coeli”, a Roma, dove si trova recluso, Pietro Valpreda, a questo proposito, il 22 luglio 1970, annota:
“La mente provocatoria nonché la cinghia di trasmissione tra i fascisti e il ’22 marzo’ sarebbe dunque Merlino. Che Merlino non abbia un passato limpido, che sia politicamente ambiguo, che sia stato un provocatore, tutti questi precedenti sono ormai ampiamente dimostrati, ma ciò non vuol dire che lo sia stato nel nostro caso, in seno al nostro gruppo, riguardo agli attentati del 12 dicembre. Non per quello necessariamente questo. È una massima molto antica. Vuol dire chiaramente che da ciò che si è commesso nel passato non si può arguire che lo si commetta necessariamente anche ora.
Per cui – prosegue Valpreda – non è che io difenda Merlino o una sua pretesa verginità morale; nego recisamente che al presente sia colpevole nei riguardi nostri di ciò di cui viene imputato dall’accusa…”.
Per Pietro Valpreda, dunque, Mario Merlino non è stato un provocatore fascista, un infiltrato fra gli anarchici, ma una persona che ha avuto nel periodo di comune attività politica, sotto la bandiera dell’anarchia, un comportamento limpido e coerente, esente da ombre, a prescindere dal suo passato di militante dell’estrema destra.
Nel corso del processo per la strage di piazza Fontana, a Catanzaro, Pietro Valpreda la sua fiducia e la sua stima nei confronti di Mario Merlino le ostenta apertamente, sia nell’aula della Corte di assise che fuori quando pranza con lui nell’albergo dove risiedono i giornalisti come risposta implicita ma chiarissima alle accuse che costoro rivolgono al militante di “Avanguardia nazionale”, il “cattivo” fascista contrapposto al “buon” anarchico.
Una favola alla quale, il primo a dare dimostrazione pubblica di non crederci è proprio la “vittima”, Pietro Valpreda.
Il 6 luglio 2002, Pietro Valpreda muore a Milano, senza aver mai detto una sola parola suscettibile di gettare luce sugli eventi del 1969.
Due giorni dopo, l’8 luglio 2002, il quotidiano “Il Giornale”, nell’articolo intitolato “Merlino: io e Pietro arrestati e usati solo per fini politici”, riporta le dichiarazioni di Mario Merlino che, fra l’altro, rivela di aver rivisto l’amico “nel suo pub quando lo andai a trovare insieme ad alcuni camerati. Fu sorpreso ed affettuoso, parlammo a lungo dei tempi andati, mi invitò a tornare”.
Certo, Mario Merlino riconvertitosi al fascismo, può usare il termine “camerati” per indicare coloro che lo hanno accompagnato da Pietro Valpreda, ma può anche essere stato scelto per rivendicare quell’appartenenza all’ambiente neofascista di Pietro Valpreda che rimane un segreto solo perché, a nostro avviso, è mancato il coraggio di analizzare con cura, con serenità, senza pregiudizi, la figura e l’attività dell’anarchico Pietro Valpreda.
Prima di Mario Merlino, un altro personaggio oggi riconosciuto con assoluta certezza fra i responsabili della strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, Giovanni Ventura aveva rilasciato una dichiarazione che poneva in dubbio la fede anarchica di Pietro Valpreda e che, addirittura, rivelava una conoscenza personale e diretta fra loro, pubblicata da “Il Mattino” di Padova il 20 dicembre 1986.
Dichiarava Giovanni Ventura:
“Sì, il ’68 ha prodotto le circostanze del nostro avvicinamento. Allora era normale. Valpreda, Merlino, Delle Chiaie. Il giro era così…”.
La sinistra italiana tutta e, a destra, la sola “Avanguardia nazionale”, hanno fatto dell’innocenza di Pietro Valpreda un postulato di cui non si può e non si deve dubitare se non si vuole finire al rogo, ma è bene ricordare che la direzione nazionale del Pci vietò al suo parlamentare avvocato, Malagugini, di assumere la difesa del ballerino anarchico lasciandola alle cure dell’avvocato Guido Calvi che, per essere militante del Psiup, non comprometteva il partito.
Una prudenza che dimostra come i vertici del Partito comunista qualche dubbio sulla fede anarchica di Pietro Valpreda lo nutrivano, anche se non ritenevano opportuno ostentarlo pubblicamente e, tantomeno, spiegarne le ragioni.
Chi è stato Pietro Valpreda?
Un innocente anarchico che ha rischiato di passare alla storia italiana come il “mostro” che aveva provocato 16 morti e 90 feriti all’interno della Banca dell’Agricoltura di Milano, il 12 dicembre 1969, vittima di una congiura politico-poliziesca che voleva criminalizzare, con l’anarchia, tutta la sinistra italiana?
Un anarchico convinto, sincero nelle sue idee e nelle sue aspirazioni, talmente ingenuo da cadere in una trappola tesa da un individuo che, a Roma, tutti conoscevano come neofascista militante?
Un infiltrato di “Avanguardia nazionale”, alla pari del suo amico Mario Merlino, negli ambienti anarchici, in un’operazione promossa dalla divisione Affari riservati del ministero degli Interni?
Allo stato, a queste tre domande possiamo dare risposta solo alla prima.
O, giustamente, la facciamo dare alla Federazione anarchica italiana, la sola che aveva l’autorità, l’autorevolezza, gli elementi di conoscenza per poter riconoscere o, al contrario, disconoscere in Pietro Valpreda un compagno anarchico. La risposta, la Fai l’ha data nell’immediatezza dei fatti, perentoria, inequivocabile e pubblica.
Il 22 gennaio 1970, il settimanale “Panorama”, nell’articolo intitolato “Le prove e i dubbi”, riporta la dichiarazione della Federazione anarchica italiana sul conto di Pietro Valpreda e degli aderenti al circolo “22 marzo”:
“Non li conosciamo. Per quel che ci riguarda non sono anarchici…”
Più chiaro di così?
L’11 marzo 1972, viene reso noto che Pietro Valpreda ha accettato di candidarsi nelle successive elezioni politiche nelle liste de “Il Manifesto”. Immediatamente , diversi gruppi anarchici informano la stampa che non lo voteranno: Valpreda sarà anche innocente per la strage di piazza Fontana ma per gli anarchici italiani lui non è un compagno anarchico.
Serve altro?
Pietro Valpreda è divenuto anarchico sulla base della sua esclusiva parola, per la fiducia che gli è stata accordata dalla stampa italiana, dalla magistratura, dai partiti politici tutti, dalle formazioni della sinistra, da “Il Manifesto”, ma non dagli anarchici e dai loro organismi rappresentativi, i soli e gli unici in grado di poter avallare o negare la qualifica di anarchico a qualcuno in questo Paese.
A Pietro Valpreda, gli anarchici italiani l’hanno negata.
È questa è una delle poche certezze esistenti nell’ambito degli eventi del 1969, compresa la strage di piazza Fontana.
In un’operazione lunga e complessa come quella di cui stiamo trattando, coordinata dagli apparati segreti e clandestini dello Stato, le protezioni a coloro che agiscano sui terreno devono necessariamente esserci prima per facilitare il loro operato, e dopo nel caso che il fine non venga raggiunto e si debba fronteggiare un’indagine giudiziaria intesa ad accertare le responsabilità penali e personali in eventi di eccezionale gravità come la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969.
Fiumi d’inchiostro sono stati scritti per raccontare le protezioni accordate alla “cellula nera” padovana sia da parte dei servizi segreti militari che da quelli civili, anche se per questi ultimi il loro intervento è stato callidamente sfumato.
Difatti, 1’ intervento del Sid a favore di Franco Freda e Giovanni Ventura poteva essere spiegato all’opinione pubblica con la presenza accanto a loro dell’agente “Z” del Sid, Guido Giannettini.
La necessità di proteggere un loro agente poteva giustificare i depistaggi posti in essere dal servizio segreto militare per salvare processualmente sia Guido Giannettini che Franco Freda e Giovanni Ventura, ma quelli compiuti dagli uomini del ministero degli Interni non potevano avere altra spiegazione che quella di una complicità inconfessabile.
Inoltre, si può sostenere che abbiano “deviato” gli uomini del servizi segreto militare, a scopo difensivo, ma diviene difficile sostenere che lo stesso abbiano fatto quelli del servizio civile del ministero degli Interni e gli uffici politici delle Questure di Padova, Roma e Milano.
È, viceversa, provato che i primi depistaggi seguiti alla strage di piazza Fontana non sono attribuibili al servizio segreto militare bensì a quello civile ed ai funzionari degli uffici politici della Questure di Padova, Milano e Roma.
A Padova, la polizia politica apprende, già il 15 dicembre 1969, che le borse utilizzate per gli attentati di tre giorni prima, a Milano e a Roma, o almeno alcune di esse, sono state vendute in un negozio del centro cittadino.
Interroga i due titolari della valigeria, ma informa del fatto la sola divisione Affari riservati del ministero degli Interni che manterrà segreta la notizia venuta, casualmente, alla luce solo il 15 settembre 1972.
Non serve avere esperienza in campo investigativo per comprendere che fare confronti fra le commesse che hanno venduto le borse e gli eventuali acquirenti dopo tre giorni, quando la memoria visiva è ancora viva, rende possibile conseguire un risultato positivo che diviene molto più difficile da ottenere dopo tre anni, anche se negli intendimenti dei dirigenti del servizio segreto civile la notizia avrebbe dovuta restare segreta per sempre.
A Milano, qualcuno in Questura si preoccuperà di far scomparire il laccio dov’era attaccato il cartellino del prezzo, rinvenuto nella borsa contenente l’esplosivo collocata all’interno della Banca commerciale, perché da esso si può risalire al negozio che l’ha venduta e rendere possibile l’identificazione dell’acquirente.
È un’azione, come si vede, coordinata che ha un solo obiettivo: proteggere gli autori degli attentati del 12 dicembre 1969, a Roma e a Milano, la cui identità è necessariamente nota sia ai servizi segreti civili che a quelli militari.
A Roma, a favore degli aderenti al circolo “anarchico” fondato da Mario Merlino, il “22 marzo”, l’ufficio politico della Questura si muove subito: tace ai magistrati inquirenti la presenza in questo circolo dell’agente di Ps Salvatore Ippolito, infiltrato con il nome di copertura di “Andrea”, perché riferisca quello che vede e sente al commissario di Ps, Spinella, rivelandolo solo il 9 maggio 1970 perché espressamente invitata a farlo dalla magistratura.
Non è un favore da poco agli attentatori del 12 dicembre, perché “Andrea” sa tante cose gran parte delle quali non può, anzi non deve riferire, perché i rapporti che l’agente di Ps infiltrato faceva sul conto degli aderenti al circolo “22 marzo” si fermano alla data del 20 novembre 1969.
Però, risulta in modo certo e documentato che il poliziotto il suo ruolo di “infiltrato” all’interno del circolo “22 marzo” lo ha svolto fino al 12 dicembre 1969, tanto da essere “fermato” dai suoi colleghi e posto in camera di sicurezza con Mario Merlino ed altri per vedere se riusciva a conoscere ancora qualcosa in extremis.
Cosa aveva scritto l’agente di Ps Salvatore Ippolito nei rapporti redatti dalla data del 20 novembre a quella del 12 dicembre 1969?
Una domanda destinata per sempre a restare senza risposta.
L’ufficio politico della Questura di Roma sa, fin dal momento in cui procede al “fermo” di Mario Merlino, la stessa sera del 12 dicembre 1969, che costui non ha un alibi.
Lo sa, con assoluta certezza, perché le due abitazioni alle quali fa capo in quel periodo Stefano Delle Chiaie sono sotto il controllo visivo degli agenti dell’ufficio politico.
Quindi, nel momento stesso in cui Mario Merlino affermerà di essersi recato, nel pomeriggio del 12 dicembre 1969, a casa della convivente di Stefano Delle Chiaie, Leda Minetti, in via Tuscolo e di non averlo trovato ma di essersi intrattenuto nella sua casa con il figlio Riccardo Minetti, i funzionari dell’ufficio politico sanno che mente.
Non fanno, però, assolutamente nulla. Danno il tempo a Stefano Delle Chiaie di conoscere il contenuto delle dichiarazioni di Mario Merlino e di chiedere a Leda Minetti ed al figlio Riccardo di confermarle.
Inoltre, con una procedura inspiegabile, l’ufficio politico della Questura di Roma lascia che siano i carabinieri a vagliare la posizione di Stefano Delle Chiaie, ad interrogarlo, a decidere sulla validità delle testimonianze dei suoi cari, Leda e Riccardo Minetti.
Il 22 dicembre 1969, Stefano Delle Chiaie, in compagnia di Leda Minetti e del figlio Riccardo, si presenta dai carabinieri asserendo di aver saputo da quest’ultimo che, effettivamente, Mario Merlino era stato a casa sua il pomeriggio del 12 dicembre, come poteva confermare anche la madre, ma di non conoscere i motivi per i quali era venuto a fargli visita.
Lo stesso giorno, il tenente colonnello dei carabinieri, Pio Alferano, dopo l’interrogatorio di Stefano Delle Chiaie, redige un rapporto nel quale scrive che non vi è “alcun fondato sospetto su Valpreda”.
La Questura di Roma ha fermato Mario Merlino ed altri aderenti al circolo “22 marzo”, la Questura di Milano ha provveduto al fermo di Pietro Valpreda e, prima a quello di altri anarchici compreso Giuseppe Pinelli. È la polizia che a Roma come a Milano ha in mano l’iniziativa delle indagini, degli interrogatori, dei confronti, che investiga su tutti meno uno: Stefano Delle Chiaie, lasciato alle cure dell’Arma dei carabinieri.
Perché?
Mario Merlino che, nel 1974, farà avere a Riccardo Minetti delle sue poesie con dedica per ringraziarlo di aver reso falsa testimonianza in suo favore, non ha un alibi.
È ufficialmente anarchico dall’estate del 1968, pubblicamente accreditato come tale anche da certa stampa, ma è costretto a chiamare in causa Stefano Delle Chiaie ed i suoi familiari per coprire il lasso di tempo del 12 dicembre 1969 coincidente con quello degli attentati alla Banca nazionale del lavoro e all’Altare della patria.
Stefano Delle Chiaie, a sua volta, chiama in causa il giornalista Gianfranco Finaldi e il dirigente di “Avanguardia nazionale”, Guido Paglia perché confermino di averlo incontrato a piazza San Silvestro.
Non è noto se i magistrati abbiano mai chiesto a Finaldi e a Paglia di confermare o smentire l’incontro quel pomeriggio, dopo le 17.00, con Delle Chiaie. Perché, per quanto possa sembrare incredibile, c’è la possibilità concreta che nessun magistrato abbia mai verificato le dichiarazioni, sul punto, rese dal capo di “Avanguardia nazionale”.
Non ha alibi Pietro Valpreda.
Il principale indiziato per la strage di piazza Fontana riesce solo a chiamare in causa, a suo favore, la nonna e la zia che, affettuosamente, lo sostengono e lo difendono affrontando un processo per falsa testimonianza. Valpreda dice che è stato sempre a casa loro. Ma di chi?
Il 15 gennaio 1970, a Milano, al commissario di Ps Beniamino Zagari, la nonna di Pietro Valpreda, Olimpia Torri, dichiara che il nipote, il pomeriggio dell’11 dicembre, era stato sempre a casa sua perché raffreddato ma, in questo modo, contraddice la zia, Rachele Torri, che viceversa aveva affermato che il nipote era stato a casa sua.
Non è sbagliato ritenere che l’attivissimo ballerino anarchico Pietro Valpreda quel tragico pomeriggio non sia stato a casa della nonna e neanche in quella della zia, ma altrove.
Mario Merlino si protegge dietro il suo capo, Stefano Delle Chiaie, il quale, a sua volta, chiama a difenderlo un suo gregario, Guido Paglia, che la storia dell’infiltrazione di Mario Merlino la conosce fin dagli esordi, mentre Pietro Valpreda, a Milano, può solo invocare la complicità della nonna e della zia.
Ma, nella storia dei militanti di “Avanguardia nazionale” non c’è solo la mancanza di alibi nel pomeriggio del 12 dicembre 1969, ci sono anche comportamenti individuali che fanno presumere una responsabilità collettiva, un coinvolgimento più ampio di quello circoscritto a Delle Chiaie e Merlino, degli uomini di Junio Valerio Borghese.
Ci sono delle fughe all’estero che non trovano giustificazioni in provvedimenti restrittivi della libertà personali o, perfino, in meri avvisi di garanzia o in citazioni per deposizioni testimoniali.
È il caso, per seguire un ordine cronologico, della fuga all’estero dei fratelli Bruno e Serafino Di Luia, entrambi militanti nel gruppo diretto da Stefano Delle Chiaie.
Come abbiamo visto nelle pagine precedenti, i due fratelli non si limitano ad espatriare, ma evidentemente spaventati dall’idea di essere coinvolti in un fatto di estrema gravità come la strage di piazza Fontana, lanciano avvertimenti minacciosi e ricattatori anche attraverso le pagine de “Il Corriere della sera” (5 marzo 1970), fino a richiedere quindici giorni dopo al questore di Bolzano, “se non ricercati”, un incontro con un funzionario del servizio segreto civile. I nomi dei fratelli Bruno e Serafino Di Luia saranno fatti, insieme a quello di Luciano Luberti, dalla moglie di Armando Calzolari che li indicherà come gli assassini del marito, ma l’accusa non avrà seguito e l’indagine giudiziaria si concluderà con il verdetto di “omicidio a carico di ignoti”.
Negli atti del processo di piazza Fontana e in quelli degli attentati ai treni dell’8-9 agosto 1969, sui quali Serafino Di Luia afferma di avere “rivelazioni interessanti” da fare i loro nomi non compaiono, neanche come semplici testimoni.
Il loro comportamento equivale ad un’autodenuncia che rivela la loro partecipazione, non sappiamo con quale grado di responsabilità, agli eventi sui quali affermano di avere “rivelazioni interessanti” da fare, gli attentati del 12 dicembre 1969 e dell’8-9 agosto 1969.
Certo, non si possono conoscere particolari “interessanti” se non si è stati in contatto diretto con gli organizzatori e gli autori degli attentati .
All’epoca, però, i due fratelli non sono stati sfiorati neanche dal sospetto. Quindi la domanda legittima che poniamo è questa: perché sono scappati all’estero?
A questo interrogativo ne sommiamo un secondo: è lecito conoscere oggi quelle “rivelazioni interessanti” di cui, almeno in parte, hanno portato a conoscenza il funzionario della divisione Affari riservati del ministero degli Interni, Silvano Russomanno, quel lontano 10 aprile 1970?
Crediamo che, dopo 41 anni, sia diritto di questo popolo iniziare a conoscere la verità, senza aggettivi, sulla strage di piazza Fontana, l’operazione che la precedette e quelle che ne sono seguite.
I fratelli Bruno e Serafino Di Luia sono in grado, per le loro stesse dichiarazioni, di dare un contributo alla verità, piccolo o grande che esso possa essere: che siano, finalmente, chiamati a darlo.
Il secondo ad abbandonare l’Italia è Stefano Delle Chiaie.
L’accusa a suo carico è modestissima: falsa testimonianza. Il periodo massimo di carcerazione preventiva che può fare non supera i sei mesi.
Stefano Delle Chiaie ha sempre sostenuto la sua innocenza per quanto riguarda la strage di piazza Fontana e gli attentati che l’hanno preceduta.
Nel 1970, la magistratura, in particolare quella romana, non poteva certo essere accusata di prevenzione nei confronti di quanti militavano nell’estrema destra, quindi Delle Chiaie non rischiava di cadere vittima di una persecuzione giudiziaria.
Ma, allora, è normale chiedersi perché una persona che non rischia nulla, che al massimo con un’incriminazione per falsa testimonianza potrà fare alcuni mesi di carcere, debba iniziare una latitanza che avrà termine solo il 23 marzo 1987, in coincidenza con l’inizio del processo per l’attentato di Peteano di Sagrado, per decisione dell’ammiraglio Fulvio Martini, direttore del Sismi.
Stefano Delle Chiaie è stato processato ed assolto, con sentenza ormai passata in giudicato, dall’accusa di concorso nella strage di piazza Fontana.
La sua lunga militanza di combattente nazional-rivoluzionario, in prima linea contro il sistema parlamentare e democratico, gli è costata in tutto una detenzione di due anni di carcere, pochi per chi, come lui, ha rivendicato la responsabilità sia pure solo morale di aver contribuito a determinare la “lotta armata” neofascista nel Paese.
Ma, se il sistema politico non aveva nulla da rimproverargli, se gli organi di polizia a suo carico non avevano raccattato niente che potesse costargli anni di carcere, se la magistratura era riuscita a contestargli il solo reato di “falsa testimonianza”, perché Stefano Delle Chiaie è fuggito ed è rimasto latitante per ben 27 anni?
Cosa temeva per sé stesso, Stefano Delle Chiaie?
Il quarto militante di “Avanguardia nazionale” a rifugiarsi, senza un motivo apparente, all’estero è Maurizio Giorgi.
Se i fratelli Bruno e Serafino Di Luia, in quegli anni, erano noti per l’attivismo in piazza, se Stefano Delle Chiaie era conosciuto come il capo indiscusso di “Avanguardia nazionale”, Maurizio Giorgi era una figura grigia confusa fra tante altre.
Oggi sappiamo che la notte del 7-8 dicembre 1970 era entrato con Adriano Tilgher, Giulio Crescenzi ed altri di “Avanguardia nazionale”, nel ministero degli Interni per ordine di Junio Valerio Borghese, e che il 30 novembre 1972 fu lui ad accompagnare il capitano del Sid, Antonio Labruna, a Barcellona, in Spagna, per farlo incontrare con il latitante Stefano Delle Chiaie.
I nomi di Tilgher, Crescenzi ed il suo non sono mai comparsi fra gli indagati e gli imputati per il tentato golpe del 7-8 dicembre 1970, l’aver accompagnato un capitano dei servizi segreti militari in una località estera per incontrare un latitante nella massima segretezza poteva integrare, nell’ipotesi più pessimistica, gli estremi del reato di favoreggiamento personale per il quale avrebbe potuto essere processato a piede libero e avrebbe riportato una condanna minima che non avrebbe espiato perché amnistiabile.
Come già quello dei fratelli Bruno e Serafino Di Luia, anche il nome di Maurizio Giorgi non è mai comparso negli atti del processo di piazza Fontana.
Però, nel 1976, per ragioni mai chiarite, due imputati per la strage di Milano del 12 dicembre 1969, Marco Pozzan e Giovanni Ventura, decidono di obbligare il Sid a rivelare il nome del confidente che aveva accompagnato il capitano Antonio Labruna da Stefano Delle Chiaie, il 30 novembre 1972.
Sul conto di Maurizio Giorgi giova ricordare le dichiarazioni rese dallo stesso Labruna alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia P2, il 13 ottobre 1982.
Al presidente della commissione, Tina Anselmi, l’ufficiale dichiara:
“Io e i miei uomini eravamo penetrati in Avanguardia nazionale. Sapevamo che erano protetti dal ministero (degli Interni – Ndr). Poi Maletti ci ordinò di uscire. Collaborai con Maurizio Giorgi (Avanguardia nazionale) e andammo in Spagna per incontrare Delle Chiaie. Sospetto – conclude Labruna – che Giorgi collaborasse con gli affari riservati degli Interni”.
Non è il ritratto lusinghiero di un nazional-rivoluzionario duro e puro, ma non ci sono tracce di reati e neanche implicitamente il sospetto che possa aver ricoperto un qualsiasi ruolo, anche marginale, negli attentati del 12 dicembre 1969.
Giovanni Ventura e Marco Pozzan sono, ovviamente, a conoscenza dell’incontro fra il capitano Antonio Labruna e Stefano Delle Chiaie, del 30 novembre 1972.
I due conoscono, almeno in parte, anche il contenuto del loro colloquio perché ha riguardato la vicenda di piazza Fontana e il possibile espatrio di Marco Pozzan in Spagna, cosa che difatti avverrà a metà gennaio del 1973.
Nell’economia di questo discorso non si riesce a comprendere quale importanza possa rivestire per Giovanni Ventura e Marco Pozzan il disvelamento da parte del Sid del nome di Maurizio Giorgi, ufficialmente solo accompagnatore a Barcellona del capitano Antonio Labruna.
Ma, i due imputati di strage parlano a ragion veduta tanto che nel luglio del 1976, a scopo precauzionale, Maurizio Giorgi espatria per la prima volta rifugiandosi in Spagna, a Madrid, nell’appartamento che ospita già i latitanti di “Avanguardia nazionale”, per poi fare rientro a Roma quando la minaccia sembra rientrare.
Non è così: con una costanza ed una tenacia degne di migliore causa Marco Pozzan e Giovanni Ventura insistono perché il servizio segreto militare riveli il nome dell’accompagnatore di Labruna a Barcellona, il 30 novembre 1972, da Delle Chiaie; ed ottengono che di tale richiesta si faccia portatrice la Corte di assise di Catanzaro dov’è in corso il processo per l’eccidio del 12 dicembre 1969.
Il Sid resiste fino a quando può, poi cede, non senza aver informato preventivamente il proprio ambiguo confidente che il suo nome dovrà essere fatto in Corte di assise.
Maurizio Giorgi, questa volta, parte definitivamente dall’Italia, dopo aver attraversato clandestinamente la frontiera, e si sposta a Santiago del Cile, a fine giugno del 1977, dove l’attende Stefano Delle Chiaie.
Il 19 luglio 1977, due settimane dopo la partenza di Giorgi dall’Italia, il capitano Antonio Labruna rivela, nel corso della sua deposizione in Corte di assise a Catanzaro, il nome del confidente ed accompagnatore in Spagna, il 30 novembre 1972.
Non accade nulla.
Maurizio Giorgi non può essere ascoltato, in veste di testimone, perché è ormai ufficialmente irreperibile.
Ma, forse, non viene nemmeno cercato per la semplice ragione che nessuno, a quel punto, insiste sul suo nome, nessuno invoca la sua testimonianza e, tantomeno la sua incriminazione per qualche reato.
Maurizio Giorgi farà rientro in Italia quasi cinque anni più tardi, e verrà arrestato nella primavera del 1982 nell’ambito dell’inchiesta che coinvolge i militanti di “Avanguardia nazionale”, senza che mai il suo nome e la sua persona siano in qualche modo collegate agli eventi del 1969 e alla strage di piazza Fontana.
È doveroso chiedersi, di conseguenza, per quali recondite ragioni Marco Pozzan e Giovanni Ventura abbiano con tanta insistenza obbligato il Sid a fare il suo nome e, soprattutto, perché questo oscuro personaggio abbia sentito il bisogno, in accordo con Stefano Delle Chiaie, di fuggire in Sud America e di restarci per diversi anni, senza che a suo carico fosse stato formulato un atto di accusa, avanzato un sospetto, richiesta una sua testimonianza.
Quattro storie identiche per quattro militanti “nazional-rivoluzionari” che denunciano il loro coinvolgimento nell’operazione del 1969, se non direttamente negli attentati stragisti del 12 dicembre, a Milano e a Roma, che vanno inserite fra le domande ancora senza risposta relative a quel periodo e a quegli eventi.
Il 28 aprile 2005, in una dichiarazione all’agenzia Ansa, pubblicata sotto il titolo “Calvi: Andreotti sbaglia a pensare male”, il senatore dei Democratici di sinistra, Guido Calvi, in merito ai depistaggi sulla strage di piazza Fontana, afferma:
“Concentrammo la nostra attenzione esclusivamente sulle responsabilità del Sid. Con il senno di poi, credo che avremmo dovuto prestare maggiore attenzione alle responsabilità e alle condotte depistanti dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’interno e sul dottor Umberto Federico D’Amato”;
Non condividiamo, pur riconoscendo intellettualmente onesta la dichiarazione del senatore Guido Calvi, la tendenza a concentrare le responsabilità dell’operato del servizio segreto civile, come di quello militare, in una sola persona, in questo caso su Umberto Federico D’Amato.
Il questore Umberto Federico D’Amato è stato certamente uno dei maggiori protagonisti della guerra politica in Italia, uno dei promotori, come abbiamo visto, delle operazioni “sporche” che hanno visto in azione la manovalanza dell’estrema destra italiana, dall’affissione dei “manifesti cinesi” alla infiltrazione di Mario Merlino fra gli anarchici, ma non era in grado di fare tutto da solo e, tantomeno, all’insaputa di colleghi e superiori.
In un mondo senza pace, in permanente stato di guerra sia pure “non ortodossa”, la stampa è lo strumento di battaglia più adeguato per condizionare l’opinione pubblica, per informarla di ciò che fa comodo, per disinformarla su ciò che al potere non conviene far sapere in modo corretto.
In Italia, il compito della propaganda e della contropropaganda, per scopi difensivi ed offensivi, è affidato al ministero degli Interni che può assolverlo non solo facendo circolare “veline”nelle redazioni giornalistiche ma contando su giornalisti al suo servizio ricambiati con agevolazioni di carriera e, spesso, con versamenti finanziari.
Non è difficile al ministero degli Interni ed al servizio segreto civile far pubblicare sulla stampa notizie atte a favorire il raggiungimento di scopi segreti nell’ambito delle operazioni che conduce.
Una di queste, a prescindere della buona fede del giornalista che l’ha pubblicata, la troviamo sul settimanale “L’Espresso” del 20 aprile 1969, dove, all’interno di un articolo a firma di Giuseppe Catalano, si cita il circolo “XXII marzo” dell “‘ex ordinovista ed ex fascista” Mario Merlino addirittura come “il più noto dei gruppi anarchici giovanili”.
Dopo aver ricordato il congresso anarchico svoltosi a Carrara dal 31 agosto al 3 settembre 1968, Catalano aggiunge:
“Poi, in un altro congresso tenutosi a Milano il 13 aprile Valpreda aderì anche lui al ’22 marzo’…”.
È, questa, la classica “notizia del diavolo”, come si definisce nell’ambiente giornalistico, perché, difatti, sappiamo che Mario Merlino aveva fondato il circolo “XXII marzo”, senza qualificarlo come anarchico, alla fine di maggio del 1968, con i militanti di “Avanguardia nazionale” che abbiamo citato nelle pagine precedenti, che il circolo “anarchico” “22 marzo” sarà costituito nel mese di ottobre del 1969 e sarà necessaria un’altra operazione di “intossicazione” giornalistica per accreditarlo in questa veste, come vedremo, e che, infine, Pietro Valpreda per usare le parole degli autori del volume “La strage di Stato” all’epoca non era “nessuno”, quindi l’inserimento del suo nome, accanto a quello di Mario Merlino, è un tentativo di accreditamento pubblico per entrambi i protagonisti del futuro circolo “22 marzo” e della tragica vicenda del 12 dicembre 1969.
L’operazione, compiuta attraverso il settimanale “L’Espresso” e l’inconsapevole Giuseppe Catalano, non coglie il suo obiettivo, tanto che l’operazione deve essere ribadita, questa volta utilizzando il settimanale “Ciao 2001″ e con giornalisti che sanno bene quello che fanno.
Il circolo “22 marzo”, a Roma, viene ufficialmente aperto il 17 ottobre 1969, quando Emilio Bagnoli ritira le chiavi della cantina di via Governo Vecchio dove è stabilita la sede del gruppo.
Quanti, fra amici e nemici, a Roma, possono credere alla conversione all’anarchia di Mario Merlino, pochi, forse nessuno. Così, parte un’operazione di intelligente ed accorta disinformazione che inizia con un attacco.
Il 22 ottobre 1969, il giornalista Tonino Scaroni, capo dell’ufficio stampa del cabaret di destra “Il Giardino dei supplizi” e caporedattore per gli spettacoli del quotidiano democristiano “Il Tempo”, dove lavora il capo di “Ordine nuovo” Pino Rauti, pubblica sulla rivista “Ciao 2001″ un articolo, intitolato “Le guardie bianche di Hitler”, dedicato ai gruppi dell’estrema destra romana, fra i quali colloca “il gruppo anarcoide guidato da Mario Merlino, i cui adepti debbono farsi crescere la barba e farla poi spiovere sulle camicie nere”.
Un duro colpo al tentativo di presentarsi come anarchici di Mario Merlino e compagni almeno in apparenza, perché il 19 novembre 1969 “Ciao 2001″ pubblica un secondo articolo dal titolo “A come anarchia”, che contiene un’intervista a Mario Merlino e si conclude con il riconoscimento per lui e per gli aderenti al circolo “22 marzo” di essere autentici anarchici.
Articolo, intervista e conclusioni, ovviamente, erano preventivamente concordate fra l'”anarchico” Mario Merlino e i giornalisti di destra di “Ciao 2001″.
Abbiamo segnalato in precedenza l’azione depistante degli uffici politici delle Questura di Padova e di Milano per impedire che si potesse giungere all’identificazione degli acquirenti delle borse utilizzate per gli attentati del 12 dicembre 1969 e, da costoro, a quella degli autori materiali e degli organizzatori.
Ma c’è di peggio.
Difatti, nel corso delle indagini sulla strage di piazza Fontana condotte dal giudice istruttore di Milano, Guido Salvini, due “collaboratori di giustizia, entrambi appartenenti al gruppo veneto di “Ordine nuovo”, Martino Siciliano e Carlo Digilio, quest’ultimo fiduciario della Cia a Venezia con il criptonimo di “Erodoto”, indicano come autore materiale della strage di piazza Fontana, a Milano, il 12 dicembre 1969, tale Delfo Zorzi.
Zorzi – premettiamolo subito –  è stato assolto dall’accusa con formula dubitativa e con sentenza passata ormai in giudicato, come già prima di lui Franco Freda e Giovanni Ventura.
Però rimane una figura interessante perché i suoi rapporti con il ministero degli Interni sono emersi già nel corso del processo per l’attentato di Peteano di Sagrado del 31 maggio 1972, svoltosi a Venezia dal 23 marzo al 25 luglio 1987.
Il nome di Zorzi è risultato, in modo documentato, collegato a quello del prefetto Antonio Sampaoli Pignocchi, all’epoca capo dell’ufficio stampa del ministero degli Interni, e a quello di Elvio Catenacci, già questore di Venezia, poi direttore della divisione Affari riservati del ministero degli Interni, infine vice capo della polizia, da taluno indicato come amico personale del padre dello stesso Delfo Zorzi.
Il nome di Delfo Zorzi era tutt’altro che sconosciuto anche al prefetto Umberto Federico D’Amato che, nel corso della sua deposizione dinanzi alla Corte di assise di Venezia, nell’aprile del 1987, si ricorderà perfettamente di lui per averlo incontrato, a suo dire, nel 1971, nell’ufficio del suo collega Antonio Sampaoli Pignocchi che non si occupava solo di “veline” da mandare ai giornali ma era abilitato a trattare “fonti informative”, in altre parole era organico al servizio segreto civile.
Fra le sue qualità, il prefetto D’Amato avrà potuto annoverare una memoria di ferro, ma nemmeno lui avrebbe potuto ragionevolmente indurre qualcuno a credere che, a distanza di ben sedici anni, serbava memoria di uno studente universitario (questo era Zorzi nel 1971) incontrato qualche volta nell’ufficio di Sampaoli Pignocchi.
Non si può concludere questa breve analisi del ruolo del ministero degli Interni nelle vicende del 1969 e, in maniera specifica, degli attentati stragisti a Roma e a Milano del 12 dicembre 1969, senza ricordare che Pietro Valpreda è stato assolto anche grazie al contributo fornitogli, nel corso del processo di Catanzaro, da un ex brigadiere di Ps, già in forza all’ufficio politico della Questura di Milano, Vito Panessa.
Costui era stato, insieme ad un collega e ad un carabiniere, il protagonista del “fermo” di Pietro Valpreda, a Milano, alle 11.30 del 15 dicembre 1969.
Panessa, a posteriori, affermerà di aver redatto un appunto informale riportando la dichiarazione di Pietro Valpreda di essere stato malato tre giorni.
L’appunto non verrà mai consegnato alla magistratura, per ragioni che sfuggono alla comprensione, alla logica umana e anche a quella riferita ai doveri d’ufficio del brigadiere Vito Panessa, dei suoi colleghi e dei suoi superiori .
Comunque, due giorni prima dell’interrogatorio di Pietro Valpreda dinanzi alla Corte di assise di Catanzaro, il brigadiere Vito Panessa si ricorda dell’appunto informale da lui redatto quel mattino del 15 dicembre e lo fa pervenire alla Corte d’assise che ne tiene debito conto perché conferma le dichiarazioni difensive di Pietro Valpreda.
La leggenda di piazza Fontana, vuole che la polizia abbia incastrato Pietro Valpreda, innocente anarchico, ma dimentica opportunamente che è stata sempre la polizia a determinarne l’assoluzione per insufficienza di prove.
Questo, in breve sintesi, il ruolo ricoperto dal ministero degli Interni sia nella fase preparatoria degli attentati del 12 dicembre 1969, sia in quella successiva dei depistaggi per evitare l’identificazione e la condanna degli organizzatori e degli esecutori materiali.
Sul conto del servizio segreto militare, a differenza di quello civile, molto è stato detto ma, come al solito, restringendo il suo ruolo alle persone di Guido Giannettini, agente “Zeta” del Sid, del generale Gianadelio Maletti, capo dell’ufficio “D” del Sid, e del suo collaboratore, capitano Antonio Labruna.
Il servizio segreto militare sa tutto perché partecipa, alla pari di quello civile, all’operazione che dovrà concludersi il 14 dicembre 1969.
Guido Giannettini collabora, in ragione del suo ruolo di agente del Sid, all’opera di infiltrazione fra i marxisti leninisti condotta, a Padova, da Franco Freda e Giovanni Ventura, non per scelta personale. E di quanto fa riferisce ai suoi superiori gerarchici.
La nota del 16 dicembre 1969 è redatta da persone che hanno un patrimonio conoscitivo ben superiore a quello del confidente Stefano Serpieri. I nomi di Yves Guerin Serac, Stefano Delle Chiaie e Robert Leroy non sono inseriti in modo superficiale o per leggerezza, hanno il sapore di una chiamata in correità nei confronti dei servizi segreti esteri per i quali i due francesi lavorano e per il servizio segreto civile con il quale collabora Stefano Delle Chiaie.
Sul conto di Robert Leroy, il giudice istruttore milanese, Guido Salvini, nella sua ordinanza del 3 febbraio 1998, potrà scrivere:
“La prova che Robert Leroy, alla fine degli anni Sessanta, si sia infiltrato nei gruppi filocinesi italiani è densa di significato. Testimonia infatti che gli uomini dell’Aginter press agivano direttamente nel nostro paese, uno dei paesi più a rischio nel conflitto non dichiarato fra l’occidente e il mondo comunista, e che anche in Italia doveva essere sperimentato quel tipo di protocollo di intervento che prevedeva, prima di ogni altra cosa e prima della difesa preventiva mediante il terrore, creare le condizioni affinché la responsabilità fosse attribuita alle forze ‘sovversive’.
Esattamente la stessa strategia preparatoria che…sarebbe stata utilizzata da Mario Merlino a Roma e da Giovanni Ventura a Padova, rispettivamente negli ambienti anarchici e filocinesi, per costruire un paravento di sinistra a quanto si stava progettando”.
Esattamente, aggiungiamo noi, la stessa strategia che, già nel mese di aprile del 1966, il Sifar imponeva agli uomini della struttura clandestina “Gladio” e che il servizio segreto civile aveva cominciato a rendere operativa con l’affissione dei “manifesti cinesi” a cura dei militanti di “Avanguardia nazionale” nel gennaio dello stesso anno.
Gli autori della nota del 16 dicembre 1969 sapevano, pertanto, perfettamente quello che stavano scrivendo sul conto di personaggi la cui attività conoscevano in maniera molto approfondita.
Per quella nota che può essere considerato il primo, raffinato, depistaggio posto in essere dal Sid non sarà chiamato a rispondere nessuno degli ufficiali superiori del servizio, tantomeno il suo direttore, ammiraglio Eugenio Henke.
A chiamare in causa quest’ultimo, sarà in modo aperto il solo giornalista Mino Pecorelli che su “O.P.”, il 19 settembre 1974, scrive:
“Come tutti gli agenti che si rispettano anche Henke canta democratico ed opera totalitario. È nei fatti del 1969 che la leggerezza del passato si trasforma in colpa e responsabilità gravissima…Mentre tutti i protagonisti usciranno dalla vicenda Giannettini quanto meno con la bocca amara, l’unico ad averne tratto un vantaggio abnorme è stato proprio l’ammiraglio delle acque interne, l’amico esclusivo di se stesso, lo scopritore di talenti dei giornalisti da Giannettini a Simeoni, il cui caso è tutto da chiarire nelle sedi più opportune”.
Si è detto e scritto che gli attentatori non volevano compiere una strage, che non sapevano che la Banca dell’Agricoltura di Milano restava aperta al pubblico anche nel pomeriggio di venerdì, che l’attentato doveva essere solo dimostrativo, come tanti altri, ma la testimonianza della figlia dell’avvocato Matteo Fusco di Ravello, agente della struttura segreta denominata “Anello”, li smentisce, confermando che i nostri (e si fa fatica a scrivere nostri) servizi di sicurezza sapevano quello che stava accadendo.
L’avvocato Fusco di Ravello, difatti, si trovava all’aeroporto di Fiumicino per recarsi in aereo a Milano ed impartire l’ordine di annullare gli attentati, quando apprende che si sono già verificati.
Telefonerà alla figlia, Anna Maria, dicendole che si sarebbe tenuto questo “gravissimo cruccio per tutta la vita”.
Ancora oggi c’è chi contesta che la strage di piazza Fontana possa essere definita di “Stato”.
Ma non esiste Paese al mondo in cui imputati di strage chiedano ed ottengano dai servizi segreti militari un intervento a loro favore.
Invece, il 9 gennaio 1973, tramite Guido Giannettini, Giovanni Ventura chiede l’intervento chiarificatore del Sid.
Il servizio segreto militare, ovviamente, non può “chiarire” un bel niente ma si attiva per sottrarre gli imputati alla magistratura.
Il 15 gennaio 1973, il maresciallo Esposito del Sid accompagna Marco Pozzan a Madrid, in Spagna.
Contestualmente, uomini del Sid forniscono a Giovanni Ventura una bomboletta di gas soporifero la chiave del portone del carcere di Monza dove si trova rinchiuso in modo che possa evadere.
Alcuni mesi dopo, verrà programmata anche l’evasione di Franco Freda, perché gli stragisti padovani non accettano di essere i capri espiatori, dopo tutto quello che hanno fatto per lo Stato.
I due ufficiali che si attivano per aiutare Giovanni Ventura e colleghi, non erano nel Servizio segreto militare nel 1969, non hanno pertanto alcuna responsabilità diretta od indiretta in quegli eventi né sono ricattabili dagli imputati di strage.
Gianadelio Maletti e Antonio Labruna intervengono perché devono fare gli interessi dell’apparato nel quale lavorano il quale, a sua volta, ha il dovere istituzionale di proteggere le autorità politiche e militari dalle quali dipende.
Prova ne sia che il capitano Antonio Labruna, nonostante la condanna definitiva per favoreggiamento personale nei confronti di Marco Pozzan, finirà la sua carriera nel servizio segreto militare dal quale nessuno, ministro della Difesa, capo di Stato maggiore della Difesa o presidente del Consiglio dei ministri riterrà necessario allontanarlo.
Un modo implicito ma chiarissimo per dire che, per i vertici politici e militari, il capitano Antonio Labruna non ha commesso alcun illecito penale perché ha agito nell’interesse dello Stato e del regime.
Si è fatta e si continua a fare, specie oggi che si vuole portare agli altari del regime democratico il defunto segretario nazionale del Msi-Dn Giorgio Almirante, come il fondatore della “destra moderna”, la differenza fra destra parlamentare ed extra-parlamentare per ribadire che il partito di Arturo Michelini e Giorgio Almirante è stata cosa ben diversa da “Avanguardia nazionale”, da “Ordine nuovo”, dallo stesso “Fronte nazionale” che pure era diretto dall’iscritto al Msi, Junio Valerio Borghese.
La realtà storica, ovviamente, si colloca all’esatto opposto di questa ricostruzione appartenente a storici che, nei casi migliori, di storia sanno poco e di quelli che invece appartengono alla categoria dei “quanto mi paghi”.
Uomini del Movimento sociale italiano li troviamo coinvolti in tutti gli episodi più oscuri della storia italiana dagli anni Sessanta fino ai primi anni Ottanta.
Sono presenti, accanto a Mario Tedeschi, nell’operazione “manifesti cinesi” del gennaio 1966; ancora prima sono missini che agiscono per conto del Sifar in Austria compiendo attentati; Pino Rauti, capo dell’organizzazione che sarà chiamata in causa per buona parte delle stragi italiane è stato sempre un uomo del Msi nel quale, dopo alcuni anni di ufficiale e strumentale separazione, è rientrato il 16 novembre 1969 per divenirne parlamentare, prima, e segretario nazionale, dopo; senatore del Msi-Dn è stato anche Mario Tedeschi che qui, per la prima volta, sulla base delle dichiarazioni di Serafino Di Luia, indichiamo come la “cinghia di trasmissione” fra Avanguardia nazionale ed il ministero degli Interni; parlamentare missino è stato Sandro Saccucci, implicato nel tentato golpe del 7-8 dicembre 1970 e collaboratore del servizio segreto militare; missino era Augusto Cauchi, confidente del Sid e “bombarolo” che faceva capo, anche durante la latitanza, al federale missino di Arezzo; missini erano i componenti delle “Squadre d’azione Mussolini”(Sam), indicati nominativamente in una nota del Sid del 9 agosto 1969, tutti inseriti nella “Giovane Italia” con sede in Corso Monforte n°13; missini erano i Valerio Fioravanti, le Francesca Mambro e tutta la banda dei cosiddetti “Nar” dei primi anni Ottanta; missini, infine, ben tre capi del servizio segreto militare: Giovanni De Lorenzo, Vito Miceli e Luigi Ramponi.
Sono i vertici nazionali del Msi, guidati in entrambi i casi da Giorgio Almirante ad organizzare le manifestazioni nazionali del 14 dicembre 1969, a Roma, e del 12 aprile 1973, a Milano, che nei loro progetti devono rappresentare la “bomba”innescata dalle stragi che le precedono, in funzione di detonatore, per fare intervenire le Forze armate, ovvero per giungere al tanto agognato “stato di emergenza” dal quale una forza d’ordine anticomunista come il Msi ha tutto da guadagnare e niente da perdere.
La strage o le stragi, sia pure indiscriminate, non bastano per far proclamare lo “stato di emergenza”, come avrà modo di accorgersi il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat il 12 dicembre 1969.
Per ottenere l’effetto voluto serve che il sangue scorra nelle strade, come nel mese di luglio del 1948 dopo l’attentato al segretario nazionale del Pci, Palmiro Togliatti, e nello stesso mese del 1960 a seguito della pretesa del Msi di svolgere il suo congresso nazionale a Genova, città partigiana, perché il disordine raggiunga il suo culmine, si estenda a macchia d’olio in tutto il Paese e giustifichi l’intervento repressivo delle Forze armate chiamate a ristabilire quell’ordine pubblico che le forze di polizia, da sole, non sono più in grado di controllare.
Il piano non è nuovo.
Lo ritroviamo in una nota informativa americana del 25 giugno 1964 inviata al comandante delle truppe americane in Europa:
“Abbiamo avuto informazione – è scritto – da fonte molto attendibile, il cui nome non viene fornito in ragione dell’esplosiva natura dell’informazione, che nel prossimo futuro è possibile che in Italia avvenga un colpo di Stato. Economisti e uomini di destra, cioè liberali, monarchici e membri del Movimento sociale italiano, stanno preparando un piano per l’attuazione nei prossimi mesi di una manifestazione nazionale. Lo scopo è quello di portare a Roma forti gruppi di reduci, invalidi ed ex prigionieri di guerra, col pretesto di risvegliare sentimenti patriottici nel popolo italiano, creare un’atmosfera favorevole all’inversione dell’attuale tendenza politica in Italia ed installare un nuovo ordine politico fondato sui tradizionali valori morali e politici della Nazione…Se la manifestazione dovesse provocare una contromanifestazione di estrema sinistra, i carabinieri sarebbero immediatamente chiamati ad intervenire con l’appoggio delle Forze armate. Le Forze armate si preoccuperebbero poi di mantenere l’ordine e la legge in Italia”.
I riscontri, sia pure indiretti, non mancano.
Il generale Giovanni De Lorenzo, all’epoca comandante generale dell’Arma dei carabinieri, rientrato a casa dopo una riunione con i vertici della Democrazia cristiana, tenutasi nell’abitazione del senatore Tommaso Morlino, dirà alla moglie:
“Vogliono fare di me un nuovo Bava Beccaris, ma non ci riusciranno”.
Se ricordiamo che il generale Bava Beccaris aprì il fuoco con l’artiglieria contro i cittadini milanesi in rivolta, ben si comprende la ritrosia del generale Giovanni De Lorenzo a passare alla storia come massacratore di inermi cittadini per conto di Aldo Moro, Mariano Rumor e cristianissimi colleghi di partito.
Il secondo proviene dall’interno stesso della direzione nazionale del Msi, da Giulio Caradonna, per anni ai vertici del partito nonché confidente della divisione Affari riservati con il criptonimo di “Stanislao”.
L’11 marzo 2008, il quotidiano “Libero”, nell’articolo intitolato “Il ’68 nero: Almirante guidò gli scontri all’Università”, riporta una dichiarazione di Giulio Caradonna che conferma le intenzioni e le responsabilità del partito nel quale ha militato e dei suoi dirigenti:
“Forse la verità è che si voleva portare alle estreme conseguenze lo scontro tra i ragazzi per poi far arrivare l’esercito”.
Se il piano descritto nella nota informativa del 25 giugno 1964 si basava su una manifestazione nazionale, contestata dai militanti comunisti, quello del dicembre del 1969 lo reiterava alla lettera con una sola variabile: una o più stragi “rosse” (la distinzione fra anarchici, “cinesi”, marxisti-leninisti, comunisti ortodossi non esisteva per l’opinione pubblica) contro obiettivi borghesi e l’oltraggio al simbolo stesso dell’unità nazionale e del sacrificio dei suoi combattenti, il monumento al Milite ignoto, ovvero all’Altare della patria, che avrebbero infiammato la piazza di destra e ne avrebbero giustificato l’aggressività se l’adunata nazionale fosse stata contestata dai sovversivi “rossi”.
La strage di piazza Fontana a Milano, con 16 morti e 90 feriti, e quella mancata alla Banca nazionale del lavoro, dove comunque 14 feriti ci sono stati, precedono di due giorni l’adunata nazionale indetta dal Msi contro la quale il Partito comunista, secondo le successive dichiarazioni di Enrico Berlinguer pubblicata da “Panorama” il 25 dicembre 1969, aveva già predisposto un “cordone sanitario”: esattamente quello che speravano e volevano gli organizzatori della manifestazione e i fautori della proclamazione dello “stato di emergenza”.
Non è un’ipotesi.
Il 7 aprile 1973, un militante del Movimento sociale italiano di Milano, Nico Azzi, dopo aver passeggiato per i corridoi del direttissimo “Torino-Roma” leggendo in modo ostentato il quotidiano “Lotta continua”, si reca in una toilette del convoglio ferroviario per innescare un ordigno destinato a fare una strage.
Per fortuna degli ignari ed innocenti passeggeri, Azzi si fa esplodere il detonatore nella mani ed è l’unico a restare ferito.
La ragione della strage, fallita per l’imperizia dell’attentatore, va ricercata nella manifestazione nazionale che i vertici del Msi hanno indetto a Milano per il 12 aprile 1973.
Organizzatore della strage fallita, risulterà essere per chiamata di correità diretta dello stesso Nico Azzi, Giancarlo Rognoni, militante del Msi, impiegato alla Banca commerciale di Milano il 12 dicembre 1969, legato al gruppo veneto di “Ordine nuovo”, infine imputato – poi assolto – per concorso nella strage di piazza Fontana.
Milano non era una “piazza” di destra, al contrario ribolliva di militanti di sinistra di tutte le tendenze e formazioni pronti a mobilitarsi per impedire ai “fascisti” di parlare e sfilare in corteo.
Una “piazza” ideale per chi cercava i morti in numero sufficiente per invocare il ripristino dell’ordine specie se gli animi fossero stati infiammati da una strage “rossa”, questa volta non più anarchica ma di “Lotta continua”.
Come si sono presentati gli attivisti missini in piazza, quel 12 aprile 1973 (perché erano tutti missini, non extraparlamentari) è storia anche giudiziaria visto che una bomba a mano scagliata da loro ha ucciso un agente di polizia e che il tentativo di attribuirla ad “infiltrati” del Pci, come scriverà il quotidiano del partito “Il Secolo d’Italia” il giorno successivo, 13 aprile, era fallito sul nascere per la delazione di uno o più missini che avevano fornito ai funzionari dell’ufficio politico della Questura, in tempo reale, i nomi dei due missini lanciatori delle bombe a mano.
La logica è la stessa, identica, del piano predisposto nel dicembre 1969: prima la strage “rossa”, poi la manifestazione patriottica di una piazza che invocava il ritorno dell’ordine di uno Stato forte contro la “sovversione rossa”.
Il Movimento sociale italiano nasce, il 26 dicembre 1946, come forza politica esclusivamente anticomunista, destinata ad essere la punta di lancia di uno schieramento molto più vasto che va dai socialdemocratici ai monarchici per contrastare anche fisicamente i comunisti.
Nel 1969, ai militanti del Movimento sociale italiani si sommano quelli che fanno parte di altre organizzazioni, ufficialmente distinte dal partito-padre, come “Avanguardia nazionale”, “Ordine nuovo”, “Europa Civiltà”, il “Fronte nazionale”.
Sia il Movimento sociale italiano sia queste organizzazioni sono collegate ai vertici con i servizi di sicurezza militari e civili, che possono così disporre a loro piacimento di una manovalanza che può essere usata per destabilizzare l’ordine pubblico senza compromettere i partiti di governo verso i quali questa massa di manovra ostenta avversione ed ostilità ideologiche, perché si presentano come “fascisti” che agiscono all’interno di un sistema antifascista, e politiche, perché accusano la Democrazia cristiana ed i partiti collegati di cedimento di fronte al comunismo.
Giorgio Almirante, nel periodo della Repubblica sociale italiana, ha condotto un doppio gioco che gli ha garantito un’assoluta impunità al termine del conflitto.
Junio Valerio Borghese, com’è noto, ha mantenuto rapporti di collaborazione con il servizio segreto della regia Marina durante la guerra civile e, dal mese di maggio del 1945, ha collaborato con i servizi segreti americani ed italiani.
Sul conto di Pino Rauti la conferma definitiva dall’intervista del generale Gianadelio Maletti, trasmessa da Giovanni Minoli nel corso della puntata de “La storia siamo noi” del 7 dicembre 2009, che ha affermato come Ordine nuovo abbia mantenuto un rapporto stabile con il Sid fino al 1974.
Per quanto riguarda Stefano Delle Chiaie, dopo anni di smentite, silenzi, reticenze, sottufficiali di Ps già in servizio presso l’ufficio politico della Questura di Roma hanno esplicitamente dichiarato che era un informatore.
Ancora più devastante per l’immagine del capo di “Avanguardia nazionale”, la testimonianza resa, il 15 maggio 1997, al giudice istruttore veneziano Carlo Mastelloni dall’ispettore generale di Ps, in congedo, già in forza alla divisione Affari riservati del ministero degli Interni, il quale ha dichiarato :
“Ricordo Delle Chiaie il quale veniva sempre da D’Amato sia quando questi aveva l’incarico di vice-direttore che anche nei tempi successivi. Si tratteneva nell’ufficio di D’Amato e qualche volta ho assistito anch’io ai colloqui” .
Testimonianza autorevole sul rapporto personale e diretto che è esistito fra Stefano Delle Chiaie ed Umberto Federico D’Amato, non viziata da rancori personali e da secondi fini, perché nulla di personale poteva avere l’ispettore generale di Ps, Guglielmo Carlucci, nei confronti del capo di Avanguardia nazionale”.
Nel raffinato “gioco degli specchi” l’immagine riflessa di questi uomini, dei loro collaboratori e delle loro organizzazioni ci appare come quella di forze politiche ed ideologiche neofasciste, avverse ad un regime politico imposto dai vincitori della Seconda guerra mondiale, ma quella reale ci propone quella di uomini e gruppi ben decisi a riguadagnarsi uno spazio politico svolgendo per lo Stato ed il regime politico anticomunista servigi di ogni genere, anche i più degradanti.
E non è chiaro quale significato attribuire al fatto che contestualmente alla scarcerazione di Pietro Valpreda e Mario Merlino, il 29 dicembre 1972, giunga al commissario capo di Ps, Antonino Allegra, capo dell’ufficio politico della Questura di Milano, la promozione a vice-questore.
Ad “incastrare” Pietro Valpreda, la sera del 15 dicembre 1969, mostrando la sua foto al taxista Cornelio Rolandi era stato il questore di Milano, Marcello Guida, non il capo dell’ufficio politico.
Quella promozione giunta lo stesso giorno della scarcerazione di Pietro Valpreda e Mario Merlino, rappresenta la gratifica consolatoria per un funzionario di Ps che credeva nella colpevolezza dei due imputati o, di converso, il riconoscimento di meriti rimasti sconosciuti per averli favoriti?
Forse, non lo sapremo mai ma l’interrogativo va posto perché coincidenze in un mondo come quello degli apparati segreti dello Stato impegnati in una guerra “sporca” non ce ne sono, tanto più che da tre mesi Allegra era sotto inchiesta per concorso nella “copertura” dei componenti della “cellula nera” di Padova insieme al commissario di Ps, Bonaventura Provenza, capo dell’ufficio politico della Questura di Roma e al vice-capo della polizia, Elvio Catenacci .
Comportamenti che non erano passati inosservati, tanto da sollevare l’indignazione del democristiano Carlo Fracanzani che sull’operato di Antonino Allegra e dei suoi colleghi, il 25 settembre 1972, aveva presentato un’interrogazione parlamentare.
Il 1969 è iniziato con i gravissimi incidenti dinanzi al locale “La Bussola” di Viareggio, nel corso dei quali rimane gravemente ferito Soriano Seccanti, destinato poi a restare paralizzato.
Non si è mai appurato chi abbia sparato rovinando per sempre la vita del giovanissimo Soriano Ceccanti, ma una nota informativa di Armando Mortilla, indirizzata alla divisione Affari riservati del ministero degli Interni, l’11 gennaio 1969, afferma testualmente:
“Da parte sua Ordine nuovo sta intensificando il lavoro organizzativo in alcune zone ‘calde’ della penisola utilizzando a questo fine simpatizzanti e iscritti che compiono il servizio di leva. Si è appreso che il primo esperimento di questa attività è avvenuto in Versilia, esattamente in occasione degli incidenti alla Bussola”.
Non serve commentare ancora.
Ci limitiamo a constatare che la carriera politica del “nazista” Pino Rauti, già segretario nazionale del Msi-Dn e suocero dell’attuale sindaco di Roma, l’antifascista Gianni Alemanno, è costellata di”meriti” del genere ora evidenziato e che sarebbe il caso di renderli pubblici.
Il 27 febbraio 1969, giunge in visita ufficiale a Roma il presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon.
Il quotidiano missino, “Il Secolo d’Italia”, lo saluta pubblicando nell’ultima pagina, a caratteri cubitali, in italiano ed in inglese, la scritta:
“Attenzione Nixon! L’Italia si prepara a tradire gli impegni atlantici e a portare i comunisti al potere”.
Il giorno successivo, 28 febbraio, “Il Secolo d’Italia”, nell’articolo intitolato “I giovani del MSI impegnati in duri scontri con i comunisti”, rivendica per il partito il merito di aver impegnato i giovani militanti missini in scontri fisici con quanti contestavano la visita del presidente americano in Italia.
Il mondo anticomunista, di cui il Msi e i gruppi collegati sono parte integrante, attende proprio dalla venuta di Richard Nixon un segnale che indichi, in maniera esplicita, la volontà della potenza egemone di risolvere il caso italiano con la liquidazione politica del Partito comunista e dei gruppi di sinistra.
Alla testa di questo mondo composito ed eterogeneo politicamente ed ideologicamente, unito solo dall’odio nei confronti del comunismo, si trova il presidente della Repubblica, il socialdemocratico Giuseppe Saragat.
Nel corso del colloquio ufficiale con il presidente americano, secondo gli appunti presi dal generale Vernon Walters, Giuseppe Saragat pronuncia una autentica filippica contro il Partito comunista italiano:
“Agli occhi degli italiani – dice – il Pci si fa passare per un partito socialista attivista e rispettabile ma è dedito agli interessi del Cremlino; il suo capo, Luigi Longo, è a tutti gli effetti un funzionario sovietico. I comunisti hanno condannato l’invasione della Cecoslovacchia e la nostra stampa e quella internazionale, vi hanno visto un distacco dall’Urss. È un errore, lo hanno fatto perché gli italiani sono indignati, e per essere liberi di denunciare la Nato; la vogliono distruggere, rendere prima l’Italia neutrale e poi allinearla con Mosca”.
Ma, prima di questa conversazione ufficiale, Saragat e Nixon, hanno un breve incontro, senza testimoni.
Alcuni storici hanno voluto negare la circostanza, ma la testimonianza dell’ambasciatore Egidio Ortona non lascia adito al dubbio che, viceversa, i due presidenti hanno avuto un colloqui privatissimo:
Ortona annota nel suo diario:
“Al Quirinale Nixon e Saragat si ritirano per un incontro a quattr’occhi: deplorevole dispregio dei diplomatici…”.
Non sapremo mai cosa si siano detti Richard Nixon e Giuseppe Saragat nel loro colloquio a “quattr’occhi”, ma la venuta del presidente americano segna l’inizio della campagna di attentati che si concluderà solo il 12 dicembre 1969.
Il 28 febbraio, difatti, viene compiuto il primo attentato, a Roma, contro l’ingresso secondario del Senato, in via della Dogana vecchia.
Nel mese di giugno del 1974, alla domanda rivoltagli su chi fossero stati a sua conoscenza gli organizzatori della strage di piazza Fontana, Gaetano Orlando, risponde senza esitare: “I socialisti”.
Stefano Delle Chiaie, presente all’interrogatorio del dirigente del Mar, a Madrid, cambia subito argomento.
Ma, i dirigenti di “Avanguardia nazionale” non possono cancellare il fatto che, nell’ottobre del 1974, accanto a quello del senatore Mario Tedeschi, l’unico nome fatto da Adriano Tilgher e Felice Genoese Zerbi, nella loro conferenza stampa per evitare lo scioglimento dell’organizzazione, è stato quello dell’ex ministro della Difesa, il socialdemocratico Mario Tanassi.
Quali “carte” avessero in mano gli avanguardisti per ricattare Tanassi, manco a dirlo, le hanno tenute ben nascoste anche dopo che sono finiti in carcere per sei mesi e che “Avanguardia nazionale” è stata sciolta, con il parere difforme di Amintore Fanfani.
Rapporti oscuri, intessuti in un contesto che oggi appare storicamente chiaro, fra “neofascisti” e socialdemocratici in un periodo in cui il più accanito sostenitore della necessità di liquidare il Partito comunista italiano era il presidente della Repubblica, il socialdemocratico Giuseppe Saragat.
Poche ore sono passate dall’eccidio di piazza Fontana, a Milano, e dagli attentati stragisti di Roma, ed il presidente della Repubblica convoca al Quirinale un vertice al quale prendono parte il ministro degli Interni, Franco Restivo, quello della Difesa, Luigi Gui, il comandante generale dell’Arma dei carabinieri, Luigi Forlenza, il capo della polizia, Angelo Vicari ed altri rappresentanti delle forze di sicurezza.
Giuseppe Saragat propone agli intervenuti la dichiarazione dello stato di “pericolo pubblico”, in base agli articoli 214 e seguenti del Testo unico di pubblica sicurezza.
È questo che i promotori dell’operazione che dal 28 febbraio al 12 dicembre 1969 si proponevano di ottenere utilizzando tutti i mezzi per dare a chi ha il potere per farlo la possibilità di un intervento radicale.
L’Italia, però, è una democrazia parlamentare e non presidenziale, in cui il partito di maggioranza relativa al potere dal 1945 non intende farsi scavalcare dai socialdemocratici, così il democristiano Franco Restivo respinge la richiesta del presidente della Repubblica facendo presente che questa decisione spetta al governo ed al presidente del Consiglio, il democristiano Mariano Rumor, il cui parere non è stato richiesto e che non è presente alla riunione.
Il giorno successivo, 13 dicembre 1969, il governo imporrà il divieto su tutto il territorio nazionale di manifestare pubblicamente.
È anche questa una misura eccezionale, che preclude però ai “congiurati” la possibilità di portare a compimento il piano mettendo a ferro e a fuoco la Capitale,e ne determina il fallimento.
Come abbia potuto naufragare un disegno portato innanzi con tenacia, abilità tattica, spregiudicatezza portata alle estreme conseguenze come i morti di piazza Fontana possono testimoniare, è un segreto ben custodito nella memoria e nella coscienza di quanti hanno vissuto, al vertice, quei giorni e quegli eventi.
Un inaspettata retromarcia americana? Un veto del Dipartimento di stato contrapposto a quello della Difesa? A Washington, come a Roma, il segreto è ben tutelato.
La paura dei democristiani di essere scavalcati dal Partito socialdemocratico di Giuseppe Saragat e di perdere la leadership politica, sul piano interno, ed il prestigio su quello internazionale?
Il timore di non essere sostenuti dagli Stati Uniti, preoccupati di non compromettere il dialogo avviato con l’Unione sovietica?
Un indizio in tal senso, che cioè la decisione di bloccare, in extremis, la macchina del “colpo di Stato” istituzionale sia interna e non estera è dato da quanto scrive Edgardo Sogno in una lettera inviata al ministero degli Esteri da Rangoon (Birmania) dov’era ambasciatore al ministero degli Esteri, il 19 giugno 1967.
“La sicurezza europea – scriveva Sogno – è per ora basata soltanto ed esclusivamente sulla credibilità della garanzia americana né si può dimenticare che l’unico colpo di Stato che ha veramente e seriamente minacciato le istituzioni democratiche in Italia è stato fatto rientrare a metà strada dalla sua esecuzione, già favorevolmente avviata, soltanto perché chi lo dirigeva ritenne (a torto o a ragione, la storia non ha ancora deciso) che gli Stati Uniti non avrebbero accettato una simile alterazione violenta dello status quo nella loro area di influenza”.
Non specifica il futuro “golpista” Edgardo Sogno il periodo temporale così che si può pensare al luglio del 1960 o a quello del 1964; in entrambi i casi chi guida e, poi, blocca l’operazione può essere ragionevolmente un uomo solo: Aldo Moro.
Il 12 dicembre 1969, Aldo Moro è all’estero, ma certamente un colloquio telefonico con il suo collega di partito e presidente del Consiglio Mariano Rumor lo ha avuto, ma, come al solito, il suo contenuto è rimasto ignoto.
La responsabilità di bloccare la, macchina “golpista” ad un passo dalla conclusione della sua marcia vittoriosa, questa volta l’assume, dinanzi alla storia, Mariano Rumor.
Decisione, la sua, non gradita sul piano interno ed internazionale se dopo quasi due anni di preparazione, viene fatto rientrare in Italia da Israele dove si trovava per motivi ignoti e nel quale era entrato con documenti ufficialmente falsi, Gianfranco Bertoli perché lo ammazzi dinanzi alla Questura di Milano, il 17 maggio 1973.
I conti con Aldo Moro saranno fatti il 9 maggio 1978, quando sarà ucciso dal brigatista rosso Mario Moretti in ottemperanza di una decisione assunta nel corso di una riunione svoltasi a Firenze, a casa dell’israelita Igor Markevitc.
Quanti conoscono, in Italia, la verità sull’operazione del I969 e la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969?
La conosce l’ex ministro della Difesa e ex presidente del Consiglio Arnaldo Forlani che, il 5 giugno 1975, sarà informato personalmente dal direttore del Sid, ammiraglio Mario Casardi, della crisi di un confidente padovano del servizio, Gianni Casalini, che pare voglia fare rivelazioni su “gr.Padovano+Delle Chiaie+Giannettini”.
La conosce l’ex ministro della Difesa e ex presidente del Consiglio Giulio Andreotti, sul quale pesa il legittimo sospetto di aver indirizzato il suo amico personale, giudice istruttore a Treviso, Giancarlo Stiz, il primo e per diversi mesi, il solo a percorrere la “pista nera” indicata da un democristiano – Guido Lorenzon – per la strage di Milano.
Del resto, che Giulio Andreotti sia un esperto nell’uso politico delle inchieste giudiziarie, da lui stesso promosse direttamente o per interposta persona, lo provano i processi sul “tentato golpe” del 7-8 dicembre 1970, sull’attentato di Peteano di Sagrado del 31 maggio 1972 e, ultimo in ordine di tempo, sulla struttura “Gladio”.
La conosce Mario Moretti al quale l’ha raccontata personalmente Aldo Moro ma che,  invece di farla conoscere al popolo, l’ha usata, insieme ad altro, per avere benefici di legge,  lavoro ben retribuito e pensione assicurata per la sua serena vecchiaia.
La conoscono i protagonisti ancora in vita, i vertici dei servizi di sicurezza e dei corpi di polizia, i politici democristiani da Giulio Andreotti ad Arnaldo Forlani: in tanti se il loro numero lo rapportiamo all’ambiente politico, in pochissimi se lo confrontiamo con 60 milioni di italiani che ascoltano i telegiornali e leggono i quotidiani, secondo i quali le stragi italiane, a partire da quella di Milano del 12 dicembre 1969, le hanno fatte i “fascisti” rimasti impuniti per la protezione avuta dai”servizi segreti deviati”.
Ma è sufficiente vedere l’operato della magistratura italiana, fatti salvi casi individuali sporadici ed eccezionali, per comprendere che la via giudiziaria per giungere alla verità non è percorribile in questo nostro Paese.
Dei magistrati che si sono occupati della strage di piazza Fontana e degli attentati stragisti di Roma negli anni Settanta ed Ottanta, non uno ha avuto la capacità di percepire la realtà di quegli eventi.
Tutti si sono impegnati a cercare verità parziali che venissero incontro alle esigenze degli apparati di Stato, come a Roma dove i colpevoli dovevano essere solo gli anarchici, o di partito, come a Milano, dove i responsabili dovevano essere individuati esclusivamente nei “fascisti” padovani e nell’agente del Sid, Guido Giannettini, già dirigente giovanile del Msi e giornalista de “Il Secolo d’Italia”.
Patetica la dichiarazione resa dall’allora giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio il 29 marzo 1972, quando ricevette per competenza territoriale gli atti delle indagini sulla strage di piazza Fontana compiute fino a quel momento dal giudice istruttore di Treviso, Giancarlo Stiz:
“Se è vero che i mandanti delle bombe di Milano sono quelli indicati nella sentenza Stiz, mi sembra evidente che gli esecutori non possono essere Valpreda e gli anarchici, ma devono essere rintracciati in altra sfera”.
Monsieur De La Palisse non avrebbe saputo dire di meglio.
Solo che, alla fine di marzo del 1972, l’opera di “infiltrazione” a sinistra, la strumentalizzazione di uomini e gruppi di sinistra da parte di servizi segreti e gruppi di destra collegati, non era più un segreto.
Sarà lo stesso Gerardo D’Ambrosio a constatare che il gruppo padovano aveva infiltrato i propri elementi, da Aldo Trinco a Paolo Romanin allo stesso Giovanni Ventura, negli ambienti marxisti-leninisti: perché mai “Avanguardia nazionale” non avrebbe potuto fare altrettanto fra gli anarchici?
Domanda troppo ardua per un individuo che aveva già deciso che non esisteva una pista internazionale da seguire e neanche una nazionale, ma solo quella della “cellula nera” padovana per ragioni che Gerardo D’Ambrosio non è mai stato in grado di comprendere e di spiegare.
Quale verità poteva giungere da magistrati che accertati, loro malgrado, i reati compiuti dalla divisione Affari riservati del ministero degli Interni, e dai capi degli uffici politici delle Questura di Roma e di Milano per impedire l’identificazione degli acquirenti delle borse utilizzate per gli attentati del 12 dicembre 1969, il 18 marzo 1974 li proscioglie pur scrivendo nella relativa ordinanza che “è pacifico che i pubblici ufficiali commisero i fatti loro addebitati nei capi di imputazione”, ma “ritenuto che le omissioni, da una parte non furono rilevanti, e dall’altra non avvennero con la piena coscienza della illiceità del fatto, stima questo giudice istruttore non doversi procedere”?
Quale verità poteva essere raggiunta da chi aveva eletto come proprio collaboratore quel questore Umberto Federico D’Amato che aveva organizzato la operazione “manifesti cinesi”, l’infiltrazione di Mario Merlino fra gli anarchici e ben si ricordava, dopo sedici anni, di Delfo Zorzi che la procura della Repubblica sarà costretta ad accusare di concorso nella strage di piazza Fontana alla fine degli anni Novanta?
Una magistratura che non ha mai indagato sul conto di Guido Paglia: è lui, secondo l’accusa di Alfredo Sestili a dare i soldi per la benzina agli “anarchici” di Avanguardia nazionale che si recano al congresso della Fai, a Carrara, il 31 agosto 1968; è lui che Stefano Delle Chiaie chiama in causa per confermare il suo alibi per il pomeriggio del 12 dicembre 1969, è sempre a lui che, il 10 gennaio 1970, viene ritrovato un elenco di nominativi e numeri telefonici del circolo anarchico “Bakunin” di via Baccina n°35, e un elenco di saponette esplosive, rotoli di miccia, detonatori e capsule elettriche con, al fianco di ogni voce, indicata la quantità di materiale presente, scritto con una grafia che Mario Merlino riconoscerà, in sede giudiziaria, come propria.
Quale verità potrà mai essere divulgata dalla televisione italiana di cui, oggi, Guido Paglia è vicedirettore generale?
La stessa che diffonde il TG3, dove lavora come giornalista la moglie di Felice Casson, l’ex magistrato che ha cercato in tutti i modi di bloccare le indagini del giudice istruttore di Milano, Guido Salvini, in concorso con certi suoi colleghi della procura della Repubblica milanese, che puntavano diritte sugli ordinovisti veneti.
Una verità, cioè, che è una  menzogna.
Si dice che in Italia esista una democrazia, imperfetta certo, ma sempre rispettosa dei diritti dei cittadini garantiti dalla Costituzione repubblicana, fra i quali spicca quello ad un’informazione corretta.
In realtà, il nostro è un Paese che vive nella prigione della disinformazione le cui sbarre solidissime sono costruite con la carta dei giornali e delle veline dei telegiornali.
Siamo un Paese al quale i patti di Jalta garantivano la certezza che il Partito comunista non avrebbe mai potuto ipotizzare di giungere al potere con atto di forza.
Dove la sola strada percorribile per arrivare al governo da parte della “quinta colonna sovietica” in Italia era quella elettorale.
Per bloccare l’avanzata del Pci, quindi, sarebbe stata sufficiente una politica saggia, accorta, giusta, in grado di venire incontro alle esigenze dei cittadini ed ai loro bisogni elementari.
La classe dirigente cattolica e laica che ha governato il Paese non è stata in grado di confrontarsi con il comunismo sul piano delle riforme e delle idee, così che per garantirsi la permanenza al potere ha fatto ricorso ad altri mezzi.
Alle origini della guerra politica in Italia, di conseguenza, non c’è solo la speranza del Partito comunista di favorire gli interessi sovietici nel Mediterraneo e di allinearla su posizioni di neutralità in politica internazionale, ma anche quella di quanti hanno sfruttato il “pericolo rosso” per il loro tornaconto politico e perfino personale.
Dalla battaglia ad oltranza contro il comunismo, la destra estrema sperava di ricavare il premio della borghesia, “dalla congenita vigliaccheria”, che avrebbe dovuta riportarla ai fasti del governo e del potere per ricambiare il suo impegno sul campo contro la “sovversione rossa” che minacciava i suoi privilegi ed i suoi capitali.
La Democrazia cristiana ne ricavava sostegno da parte degli Stati Uniti, dal “quarto partito” che non controlla voti ma banche e denaro e, naturalmente, dal Vaticano di cui per anni è stato il braccio politico.
I partiti laici anticomunisti, privi di un significativo seguito elettorale, facevano da supporto in una battaglia di cui, ad un certo punto, i socialdemocratici guidati da Giuseppe Saragat hanno ritenuto di poter essere i protagonisti, scavalcando i democristiani.
Ognuno concentrato sui propri particolari interessi che traevano forza ed alimento dallo scontro fra Est ed Ovest, ha ritenuto che quelli del popolo italiano dovevano essere subordinati ai propri.
Non c’è protagonista politico, dal Partito comunista al Movimento sociale italiano, passando per tutti gli altri partiti, che non abbia ignorato gli interessi del popolo italiano.
Anzi, tutti hanno ritenuto che fosse questo popolo a dover pagare il prezzo di uno scontro che il malgoverno dell’anticomunismo, da un lato, e la servile obbedienza all’Unione sovietica dell’italico comunismo, dall’altro, rendevano inevitabile.
La negazione della verità, pertanto, non deriva soltanto dalla specifica compromissione nel “terrorismo” di singoli personaggi politici ed alti esponenti militari o di selezionati ed agguerriti gruppi di potere e di “pressione”, ma dalla necessità di non essere costretti a riconoscere pubblicamente che la guerra italiana deriva dal fallimento di una intera classe politica che già il 19 aprile 1948, Giuseppe Prezzolini definiva non dirigente ma “digerente” contrapposta a dirigenti di un Partito comunista che mai si sono riconosciuti in una Patria che non fosse quella sovietica.
La Democrazia cristiana avrebbe potuto, in qualsiasi momento, utilizzando le informazioni reperite dai servizi segreti sui finanziamenti sovietici, la rete spionistica, l’apparato paramilitare, mettere fuori legge il Partito comunista avvalendosi delle leggi ordinarie che puniscono il tradimento, il sabotaggio industriale, lo spionaggio politico-militare a favore di una potenza straniera ed ostile.
Non ha inteso farlo, perché la presenza del Pei sulla scena politica era funzionale al mantenimento dello status quo che vedeva in essa la diga contro il comunismo, la garanzia che l’Italia sarebbe rimasta nel campo occidentale, la certezza che i valori della civiltà cristiana sarebbe stati difesi ad oltranza.
La Democrazia cristiana si è servita del “pericolo rosso” per mantenersi al potere, con la benedizione di una Chiesa cattolica indifferente al malcostume, alle ruberie, allo squallore morale dei suoi rappresentanti sulla scena politica, così come, a partire, dai primi anni Settanta il dialogo fra i due partiti di massa si è basato sulla lotta al “pericolo fascista” ed al “terrorismo”, che, negli anni Ottanta, saranno rimpiazzati dall’emergenza mafia trasformata da forza ausiliaria dello Stato nell’anti-Stato.
La liquidazione della Democrazia cristiana, già presa in considerazione nel 1975 e poi sospesa per fronteggiare l’avanzata elettorale del Pci, è stata imposta dagli Stati Uniti che così hanno saldato il conto ad un partito che ha incassato miliardi di dollari in quasi mezzo secolo senza assolvere a quel compito che gli era demandato di neutralizzare, sul piano politico, la minaccia comunista.
Al grido di “ladri, ladri”, i baciapile del Vaticano hanno dovuto abbandonare il potere, ma la potenza egemone non può andare oltre fornendo le prove che sono stati anche assassini perché emergerebbero, in questo caso, anche le sue responsabilità e quelle dell’Alleanza atlantica.
Questa classe dirigente tutta composta di ex di qualcosa e di qualcuno non può, quindi, consentire che emerga la verità sulla “guerra politica” in Italia, perché segnerebbe la sua fine.
Deve, viceversa, vigilare perché la pavida stampa italiana non trovi mai il coraggio e la libertà di scrivere qualcosa di vero sugli “anni di piombo”, così che l’oligarchia politica si è sostituita perfino alla sua magistratura, decidendo per proprio conto dell’innocenza e della colpevolezza di quanti, per ragioni recondite o per capacità di ricatto, devono essere salvati.
Così è stato per Pietro Valpreda, per consentire la scarcerazione del quale è stata approvata la prima legge “ad personam”; così è accaduto per Adriano Sofri ed amici; così per Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini, colpevoli per la magistratura che li ha giudicati, innocenti per la politica che non s’identifica con la Nazione.
La storia della strage di piazza Fontana è solo un capitolo, certamente fra i più importanti, di quella Repubblica che è nata nel sangue ed è vissuta alimentandosi di sangue la cui responsabilità si cerca, con un cinismo senza pari, di far ricadere su coloro che, negli anni Sessanta, avevano venti anni e tanti sogni.
Ma ne rimane uno di sogno, l’ultimo degli ultimi, quello di riuscire a dare verità a questo paese e di rendergli la libertà perduta.
E l’ultimo degli ultimi sogni non potrà che morire con noi, non prima.



Vincenzo Vinciguerra

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Imputati e imputandi

Opera, 23 giugno 2012

Fu Giulio Andreotti, il 21 gennaio 1977, nel corso di un’intervista radiofonica, a dichiararsi contrario all’opposizione del segreto di Stato nei processi politici perché la sua rimozione avrebbe consentito a tutti, “imputati e imputandi di avere il massimo spazio per difendersi”.
Rilasciata nelle more del processo per la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969, la dichiarazione di Giulio Andreotti è apparsa una minaccia rivolta ai propri nemici politici all’interno ed all’esterno della Democrazia Cristiana, da parte di un individuo che sul quel tragico evento sa tutto quello che c’è da sapere.
L’immagine suggestiva di “imputati e imputandi”, però, conserva integra la sua attualità perché se è vero che imputati ne sono comparsi, a vario titolo, molti nelle aule dei Tribunali, è altrettanto vero che un numero ancora maggiore di imputandi attende di essere chiamato alla sbarra del Tribunale della Storia per rispondere di quanto fatto nel corso della guerra politica.
Non è stato possibile fino ad oggi, e non sarà agevole in futuro, chiamare questa classe politica a rispondere dei delitti che ha commesso nell’arco di quasi settant’anni, perché essa è ancora saldamente al potere e controlla ferreamente la magistratura e la stampa, i mezzi cioè di cui si è servita per affermare la menzogna e perpetuarla nel corso del tempo.
Una parte della verità, però, è già scritta sul conto degli imputati che sono sfilati, negli anni, nelle aule dei tribunali nelle molteplici vesti di esecutori, organizzatori, testimoni reticenti, depistatori, favoreggiatori, complici e mandanti a prescindere dall’esito finale dei processi condotti da una magistratura che, tranne rarissime eccezioni individuali, è stata l’arma decisiva per affermare la menzogna negando l’esistenza di un disegno strategico unitario e le responsabilità dei vertici politici e militari, ritenuti soggetti da salvaguardare ad ogni costo e con ogni mezzo.
Anche questa verità parziale è negata da un potere mediatico che rifiuta di divulgarla ma si nutre dell’illusione di poterla cancellare, rimpiazzandola ad uso e consumo di un popolo ingannato con una verità ufficiale, tanto rassicurante quanto falsa.
Quest’ultima, difatti, pretende di affermare che lo Stato è stato aggredito da “opposti estremismi”, dal “terrorismo nero”, affiancato da quello “rosso”, accomunati dall’odio verso la democrazia.
Per quanto riguarda il terrorismo “nero”, è però sufficiente scorrere la lista dei rappresentanti dello Stato e degli esponenti dei partiti politici presenti in parlamento che sono comparsi nei Tribunali, non in veste di parte lesa ma in quella di imputati accusati di favoreggiamento nei confronti dei presunti “terroristi” e, talora, di correità negli eccidi commessi da questi ultimi, per rendersi conto che la verità ufficiale corrisponde ad una menzogna.
Quello che presentiamo è un elenco che non ha mai pubblicato nessuno dal quale risulta che il numero dei rappresentati dello Stato e della politica imputati ed indiziati nei processi a carico degli “eversori neri” è molto più elevato di quello degli uomini dello Stato caduti per mano degli stessi.
Inserendo nel novero di questi ultimi anche quelli sui cui matrice di destra non è stata raggiunta una certezza giudiziaria, l’elenco dei morti dello Stato è il seguente:
30.09.1967 – Filippo Foti.
30.09.1967 – Edoardo Martini.
12.04.1973 – Antonio Marino.
17.05.1973 – Federico Masarin.
17.05.1973 – Giuseppe Panzino.
24.01.1975 – Leonardo Falco.
24.01.1975 – Giovanni Ceravolo.
10.07.1976 – Vittorio Occorsio.
06.02.1980 – Maurizio Arnesano.
28.05.1980 – Franco Evangelista.
23.06.1980 – Mario Amato.
26.11.1980 – Ezio Lucarelli.
05.02.1981 – Enea Codotto.
05.02.1981 – Luigi Maronese.
21.10.1981 – Francesco Straullu.
21.10.1981 – Ciriaco Da Roma
05.12.1981 – Ciro Capobianco.
06.12.1981 – Romano Radici.
05.05.1982 – Antonio Rapesta.
07.06.1982 – Franco Sammarco.
07.06.1982 – Giuseppe Carretta.
24.06.1982 – Antonio Galluzzo.
Dal 30 settembre 1967 al 24 giugno 1982, lo Stato perde 22 uomini per mano dei “terroristi neri”, tanti certo ma non tanti quanti i rappresentati dello stesso Stato che sono sfilati nelle aule giudiziarie in veste di imputati.
E’ la quantità e la qualità degli imputati e degli imputandi dello Stato, diversi dei quali condannati con sentenze passate in giudicato, altri assolti per insufficienza di prove, altri prosciolti per prescrizione di reato, non processati per la mancata autorizzazione a procedere del Parlamento, altri ancora depennati dagli elenchi dei presunti “sovversivi” ed “eversori” dai loro stessi complici, a provare il coinvolgimento diretto delle istituzioni e della classe politica nella guerra a bassa intensità che si è combattuta in Italia negli anni Sessanta.
La prima conferma la ricaviamo dai processi per la strage di Piazza Fontana Che si sono svolti a Milano, Catanzaro, Bari e, ancora, nel capoluogo lombardo.
Fronte a 10 presunti “terroristi neri” imputati per concorso in strage, senza considerare quelli chiamati a rispondere per reati minori (Freda, Ventura, Fachini, Delle Chiaie. Maggi, Zorzi, Rognoni, Digilio, Merlino, Valpreda), lo stato ha allineato i seguenti imputati:
– Elvio Catenacci, direttore della divisione Affari riservati;
– Bonaventura Provenza, commissario di Ps;
– Antonino Allegra, commissario di Ps;
– Saverio Molino, commissario di Ps;
– Marcello Guida, questore;
– Luigi Calabresi, commissario di Ps;
– Vito Panessa, brigadiere di Ps;
– Giuseppe Caracuta, brigadiere di Ps;
– Carlo Mainardi, brigadiere di Ps;
– Pietro Mucilli, brigadiere di Ps;
– Eugenio Henke, direttore del Sid;
– Vito Miceli, direttore del Sid;
– Ganadelio Maletti, responsabile dell’”ufficio D” del Sid;
– Giorgio Genovesi, colonnello, in forza al Sid;
– Antonio Labruna, capitano, in forza al Sid;
– Gaetano Tanzilli, maresciallo, in forza al Sid;
– Guido Giannettini, agente civile del Sid;
– Lando Dell’Amico, agente civile dei Sifar;
– Savino Lograno, tenente dei carabinieri;
– Saverio Malizia, generale dell’esercito;
– Mariano Rumor, presidente del Consiglio;
– Giulio Andreotti, presidente del Consiglio;
– Mario Tanassi, ministro della Difesa;
– Giuseppe Rauti detto “Pino”, parlamentare del MSI.
Se la strage della Banca nazionale dell’agricoltura di Milano fosse stata compiuta contro lo Stato, non si comprende come siano finiti sul banco degli imputati per concorso in strage un agente civile del Sid, (Giannettini) e, per depistaggi, favoreggiamento, reticenza, falsa testimonianza, morte di un testimone (Pinelli) altri 19 uomini dello Stato e 4 esponenti politici, tre dei quali di primissimo piano, che se la verità fosse quella propagandata dal regime, non avrebbero dovuto nemmeno essere sfiorati dal sospetto di un loro coinvolgimento seppure marginale nell’eccidio del 12 dicembre 1969.
24 imputati in un solo processo superano già il numero dei morti (22) dello Stato in 25 anni di fantasiosa “lotta armata” neofascista contro il sistema democratico ed antifascista.
Non è finita, perché a questo elenco vanno sommati gli imputandi, coloro cioè che hanno tenuto condotte penalmente rilevanti ma sui quali la magistratura ha preferito non indagare.
– Arnaldo Forlani, presidente del Consiglio;
– Mario Casardi, direttore del Sid;
– Umberto Federico D’Amato, direttore della divisione Affari riservati;
– Silvano Russomanno, vicequestore;
– Manlio del Gaudio, maggiore dei carabinieri.
Il 5 giugno 1975, a Roma, si svolge un colloquio fra il direttore del Sid, ammiraglio Mario Casardi, e il generale Gianadelio Maletti, responsabile dell’ufficio “D”, in merito alla crisi del confidente del servizio, Gianni Casalini, ordinovista di Padova, che si “vuole scaricare la coscienza” raccontando quello che sa in merito alla strage di Piazza Fontana, agli attentati ai treni dell’agosto 1969 ed altro ancora.
L’ammiraglio Mario Casardi decide di affrontare l’argomento direttamente con il ministro della Difesa, Arnaldo Forlani, e di incaricare il maggiore dei carabinieri Manlio Del Gaudio, comandante del Gruppo di Padova, di parlare con Casalini per chiudere la vicenda inducendolo a tacere.
Il colloquio fra l’ammiraglio Casardi e il ministro della Difesa Forlani avviene effettivamente a prova che quest’ultimo è a conoscenza dei fatti relativi alla strage di piazza Fontana e che condivide, con i suoi subalterni, la decisione di indurre a tacere Casalini.
La verità su quest’episodio emerge nei primi anni Ottanta quando il processo per la strage del 12 dicembre 1969 è ancora in corso, e proseguono le indagini in sede istruttoria a Catanzaro.
La rilevanza penale dei comportamenti del ministro della Difesa, Arnaldo Forlani, del direttore del Sid, Mario Casardi, del maggiore dei carabinieri, Manlio Del Gaudio, emerge ictu oculi perché si concretizza nel reato di favoreggiamento nei confronti degli organizzatori e degli esecutori dell’eccidio del 12 dicembre 1969.
La testimonianza di Gianni Casalini avrebbe determinato la condanna di Franco Freda e Giovanni Ventura, nonché l’incriminazione di altri partecipanti agli attentati compiuti nel 1969, non soltanto quello della strage di piazza Fontana.
Con buona pace di quanti ancora oggi si prodigano di presentare gli stragisti padovani come irriducibili nemici della democrazia e dello Stato antifascista, ai nomi già noti per l’attività svolta a loro favore (Maletti, Labruna, Catenacci, Allegra, Provenza) si aggiungono anche quelli di Forlani, casardi, Del Gaudio, obbligati ad operare per chiudere la falla che si era aperta nel muro che doveva proteggere la verità sugli eventi del 1969, in particolare sulla strage del 12 dicembre.
Non c’era solo la cellula stragista e spionistica di Padova, perché un’altra breccia si era aperta a Roma a causa dell’imprevista testimonianza del taxista comunista milanese, Cornelio Rolandi, che aveva accusato Pietro Valpreda.
Il 20 dicembre 1986, “Il Mattino di Padova” pubblica una dichiarazione di Giovanni Ventura:
“Sì, il ’68 ha prodotto le circostanze del nostro avvicinamento. Allora era normale. Valpreda, Merlino, Delle Chiaie. Il giro era così…”.
Era, di conseguenza, necessario chiudere anche questa e, sul versante romano, è la divisione Affari riservati del ministero degli Interni ad intervenire.
Il 10 aprile 1970, i fratelli Bruno e Serafino di Luia, militanti di “Avanguardia nazionale”, incontrano al Brennero il vicequestore Silvano Russomanno al quale raccontano, in via confidenziale, particolari interessanti sugli attentati ai treni dell’agosto 1969 e sulla strage del 12 dicembre 1969, a Milano.
Il funzionario ne riferirà solo ai superiori gerarchici, Elvio Catenacci e Umberto Federico D’Amato, che non trasmetteranno mai alla magistratura i nomi e le dichiarazioni dei due confidenti avanguardisti.
A proteggere i funzionari della divisione Affari riservati del ministero degli Interni, quando saranno evidenziati nel mese di settembre del 1972 i depistaggi compiuti per impedire l’emergere della verità sulla strage di Piazza Fontana, saranno a loro volta i magistrati milanesi Gerardo D’Ambrosio ed Emilio Alessandrini.
Non soltanto, D’Ambrosio riterrà di “non rilevante gravità” quanto fatto dagli uomini del servizio segreto civile e delle Questure di Roma e Milano prosciogliendoli per prescrizione del reato ed amnistia, ma eleggerà come suo collaboratore Umberto Federico D’Amato.
Il fatto che il direttore della divisione Affari riservati, D’Amato, abbia annoverato tra le sue amicizie migliori Giancarlo Pajetta, componente della direzione nazionale del PCI, è ritenuto dal alcuni una mera coincidenza, non la giustificazione dei comportamenti protettivi a favore suo e dei suoi funzionari del giudice Gerardo D’Ambrosio che, peraltro, è oggi senatore nei ranghi dell’ex partito comunista.
Fra gli imputati per i fatti del 1969, compreso l’eccidio di piazza Fontana e gli attentati stragisti di Roma del 12 dicembre 1696, non si può non segnalare Guido Paglia, dirigente nazionale all’epoca di “Avanguardia Nazionale”.
Il 25 luglio 1970, Alfredo Sestili lo indicherà come colui che gli aveva dato i soldi per la benzina necessari per recarsi, insieme a Mario Merlino, Pietro Valpreda ed altri “camerati” al congresso anarchico di Carrara del 30 agosto 1968.
Stefano delle Chiaie lo chiamerà in causa per avallare il suo alibi per il pomeriggio del 12 dicembre 1969: dirà, difatti, che fu proprio lui, insieme a Gianfranco Finaldi, ad informarlo alle 17.00 di quel giorno, nella sala stampa di piazza San Silvestro, della strage compiuta a Milano all’interno della Banca dell’agricoltura.
Il 10 gennaio del 1970, a Roma, è rinvenuto il portafogli rubato a Guido Paglia qualche giorno prima. Al suo interno vengono trovati un elenco di nominativi e numeri telefonici di militanti del circolo anarchico “Bakunin” di via Baccina n.35, ed un secondo di saponette esplosive, rotoli di miccia, detonatori, capsule elettriche con, al fianco di ogni voce, indicata la quantità di materiale presente.
Il 30 giugno 1973, Mario Merlino riconosce come propria la grafia dell’appunto ritrovato a Guido Paglia.
Il capitano del Sid, Antonio Labruna, lo accuserà di essere un confidente del Sid al quale avrebbe fornito la dettagliata relazione su quanto fatto da “Avanguardia nazionale” nella notte fra il 7 e l’8 dicembre 1970.
Paglia nega, ma non risulta che abbia difeso la propria onorabilità querelando per diffamazione l’ex ufficiale del servizio segreto militare.
Guido Paglia, nel mese di gennaio del 1973, nel corso di un’intervista rivela che il giornalista in contatto con Franco Freda e Giovanni Ventura, identificato dalla magistratura milanese con il solo nome di battesimo, “Guido”, è Guido Giannettini, non lui.
Guido Paglia, ex vicepresidente di “Avanguardia nazionale”, testimone inattendibile per l’alibi di Stefano Delle Chiaie, correo di Mario Merlino in detenzione di esplosivo e rotoli di miccia, ben informato sul conto di Guido Giannettini e dei suoi rapporti con la cellula spionistica di Padova, non ha mai fatto la sua comparse negli atti e nei processi per gli eventi del 12 dicembre 1969.
Oggi, è vice-direttore generale della Rai-Tv e controlla l’informazione televisiva su fatti come la strage di piazza Fontana, il “golpe Borghese”, l’infiltrazione di Mario Merlino fra gli anarchici ecc. ecc.
E’ doveroso, infine, segnalare tra i testimoni reticenti e, di conseguenza, imputabili da una magistratura protesa a compiere solo il proprio dovere, l’ex ministro della Difesa e degli Interni, Paolo Emilio Taviani, l’ex presidente del Consiglio e poi della Repubblica, Francesco Cossiga, e l’ex presidente del Consiglio Aldo Moro.
Tutti e tre, in circostanze e momenti diversi, hanno dimostrato di conoscere la verità sulla strage di piazza Fontana, che rimane un segreto solo per l’ingannata opinione pubblica italiana.
Fronte a 22 morti in 25 anni, in un elenco necessariamente incompleto lo Stato annovera fra imputati ed imputandi nei processi per la strage di piazza Fontana e gli eventi del 1969, quattro presidenti del Consiglio (Rumor, Andreotti, Forlani, Moro), un presidente della Repubblica (Cossiga), due ministri della difesa (Taviani e Tanassi).
Inoltre, tre direttori del servizio segreto militare (Henke, Miceli, Casardi), e due direttori del servizio segreto civile (Catenacci e D’Amato).
Fra i subalterni: un questore, un vicequestore, quattro commissari di Ps, un maggiore ed un tenente dei carabinieri, due ufficiali ed un sottufficiale del Sid, quattro brigadieri di Ps, un generale dell’Esercito.
Si può anche dire che la verità sulla strage di piazza Fontana non è stata affermata sul piano giudiziario, ma è doveroso spiegare il perché.
Fra i testimoni reticenti, per finire va segnalato l’ex capo delle Brigate Rosse, Mario moretti, che ha raccolto le confidenze di Aldo Moro, che per aver detto troppo doveva morire, e che ha scelto di tacere, su questo e molto altro, per percorrere la carriera penitenziaria all’interno del carcere di Opera dove, debitamente riverito e temuto, ha raggiunto il grado di direttore onorario.
In conclusione, i processi per la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 si sono conclusi con il tardivo riconoscimento della colpevolezza di Franco Freda e Giovanni Ventura e, nella parte relativa alle protezioni istituzionali accordate ai due stragisti, di quello di ben cinque rappresentanti dello Stato suddivisi fra due ufficiali del servizio segreto militare (Maletti e Labruna), e tre funzionari del servizio segreto civile (Catenacci, Allegra e Provenza).
La responsabilità penale dei cinque uomini dello Stato rappresenta una certezza che, da sola, giustifica la definizione dell’eccidio del 12 dicembre 1969 come “strage di Stato” tenendo presente due elementi di giudizio fondamentali: il generale Gianadelio Maletti era il responsabile del controspionaggio militare, ed il questore Elvio catenacci era il direttore del servizio segreto civile; i cinque, inoltre, non hanno subito contraccolpi negativi per le loro carriere (Maletti sarà travolto per il ruolo ricoperto nell’inchiesta del 1973-74 sul “golpe Borghese”) perché hanno depistato le indagini sulla strage di piazza Fontana, hanno protetto Franco Freda, Giovanni Ventura e i loro complici in ossequio alle direttive ricevute dai loro superiori gerarchici i quali, a loro volta, hanno obbedito ai responsabili politici e militari preposti alla direzione dei servizi segreti militari e civili, presidenti del Consiglio, ministri degli Interni e della Difesa, capi di Stato maggiore della Difesa.
Una verità storica, questa, affermata nonostante le resistenze, le omissioni, i depistaggi di una magistratura che è subalterna al potere politico e militare come confermano tutti i processi intentati contro i presunti “terroristi neri”, in particolare quelli relativi ai cosiddetti “colpi di Stato” che hanno punteggiato la storia del paese dal 1969 in avanti, per quasi tutti gli anni Settanta.
Sui “golpisti” italici che tramavano, ufficialmente, contro la democrazia, sono state tre le inchieste giudiziarie: la prima inizia, in sordina, a Roma alla fine del 1972, con l’ordine di Giulio Andreotti al generale Gianadelio Maletti, responsabile del controspionaggio militare, di indagare sul “golpe” diretto da Junio Valerio Borghese del 7-8 dicembre 1970, che sarà poi affidata al sostituto procuratore della Repubblica, Claudio Vitalone, fedelissimo collaboratore all’interno del Tribunale di Roma dello stesso Andreotti.
La seconda si avvia a Padova, con un rapporto della locale Questura del 18 luglio 1973 sul conto dell’organizzazione denominata “Rosa dei venti”, simbolo questo dell’Alleanza atlantica, non casualmente successiva alla strage compiuta a Milano il 17 maggio 1973 dal confidente del Sid Gianfranco Bertoli, affidata al giudice istruttore Giovanni Tamburrino.
La terza si sviluppa a Torino, a partire dal 29 luglio 1974, sul conto di militanti di Ordine Nuovo e del Fronte nazionale in contatto con Edgardo Sogno Rata del Vallino, ambasciatore, medaglia d’oro della resistenza, liberale, sospettato di essere il promotore di un “golpe bianco”, affidata al giudice istruttore Luciano Violante.
Sul tentato “golpe Borghese” del 7-8 dicembre 1970 c’è da dire, come doverosa premessa, che della sua progettazione erano a conoscenza con largo anticipo, sul piano interno, i vertici politici e militari italiani e, su quello internazionale, i governi americano, tedesco, israeliano, spagnolo e greco.
Il “golpe” fallisce per motivi che ancora sono parzialmente sconosciuti, anche se c’è da registrare l’accusa rivolta da Giulio Andreotti al segretario nazionale del Msi, Giorgio Almirante, di esserne stato la causa per aver fatto una telefonata al ministro degli Interni, Franco Restivo, nella tarda serata del 7 dicembre 1970 per sincerarsi della sua adesione o meno al “colpo di Stato”.
Sul “golpe”, infine, con buona pace di chi ancora oggi è convinto di vivere in un regime democratico, benché siano stati mobilitati nel suo corso migliaia di uomini su tutto il territorio nazionale, fra militari e civili, viene mantenuto il più rigoroso silenzio per ben tre mesi, poi nel mese di marzo del 1971 si avvia un’inchiesta giudiziaria circoscritta al solo Junio Valerio Borghese, spacciato come “principe nero”, tenebroso nemico della democrazia, ed alcuni suoi collaboratori.
Bisogna attendere la resa dei conti tra le due anime dell’anticomunismo politico e militare al potere, che inizia il 5 novembre 1972 a la Spezia, con un sibillino discorso dell’allora segretario nazionale della Democrazia Cristiana, Arnaldo Forlani, perché si squarci, in modo parziale, il velo dell’omertà e si configuri pubblicamente la qualità e la quantità dei personaggi che sostenevano la necessità di una “soluzione autoritaria”, rapida e possibilmente indolore, da porre in atto con il diretto intervento delle Forze armate per sventare una volta per sempre la minaccia rappresentata dal Partito comunista all’epoca più che mai considerato come la “quinta colonna sovietica” in Italia.
E’ giusto dire che tutti gli imputati sono stati assolti e tutti gli indiziati debitamente prosciolti così che, sul piano giudiziario, non si potrebbe affermare che in Italia ci siano mai stati tentativi di colpi di Stato e siano esistiti “golpisti”, ma la verità storica non può essere cancellata da sentenze emesse da una magistratura subalterna al potere politico e che conosce il senso dello Stato (e della carriera dei singoli magistrati) non quello della giustizia.
A conclusione delle tre inchieste, unificate in una sola affidata agli andreottiani giudici romani per decisione della Corte di cassazione, sul banco degli imputati risultano presenti:
– Duilio Fanali, generale, capo di Stato maggiore dell’Aeronautica;
– Giuseppe Rosselli Lorenzini, ammiraglio, capo di Stato maggiore della Marina;
– Vito Miceli, generale, direttore del Sid;
– Francesco Nardella, generale della riserva;
– Ugo Ricci, generale dell’Esercito;
– Angelo Dominioni, colonnello dell’Esercito;
– Salvatore Pecorella, tenente colonnello dei carabinieri;
– Luciano Berti, tenente colonnello della Guardia forestale;
– Enzo Capanna, maggiore di Ps;
– Amos Spiazzi, maggiore dell’Esercito;
– Lorenzo Pinto, capitano dei carabinieri;
– Gaetano Bove, appuntato di Ps;
– Randolfo Pacciardi, ex ministro della Difesa;
– Edgardo Sogno, ambasciatore;
– Sandro Saccucci, deputato del Msi;
– Filippo de Jorio, consigliere regionale della Dc;
– Giancarlo De Marchi, consigliere provinciale del Msi;
Alcuni saranno prosciolti in istruttoria, altri saranno assolti nel giudizio di primo grado, tutti insieme in appello.
Diciassette imputati tra politici e militari non sono pochi né di scarso rilievo ma a costoro vanno aggiunti, per rispetto della verità storica, anche coloro che per decisione di Giulio Andreotti non sono stati segnalati alla pur remissiva ed obbediente magistratura romana.
Fra costoro, i “congiurati” militari i cui nominativi sono riportati in un primo rapporto dell’ufficio D del Sid del 22 agosto 1973:
– Salvatore Pecorella, tenente colonnello dei carabinieri;
– Giuseppe Consalvo, maggiore di Ps;
– Enzo Capanna, maggiore di Ps;
– Corrias, commissario di Ps;
– Servolini, capitano dei carabinieri;
– Prosperi, capitano dei carabinieri;
– Giorgio Castellani, capitano dei carabinieri;
– Gino Birindelli, ammiraglio.
I nomi di Servolini, Prosperi, Castellani, e Birindelli non giungeranno mai sul tavolo dei magistrati.
Altri nominativi saranno inseriti nel rapporto dello stesso ufficio “D” del Sid del 20 giugno 1974:
– Francesco Mereu, generale, capo di Stato maggiore dell’Esercito;
– Vito Miceli, direttore del Sid;
– Giulio Cesare Graziani, generale di Squadra aerea;
– Luigi Salatiello, generale;
– Antonio Giglio, generale;
– Giulio Macrì, generale;
– Ugo Ricci, generale;
– Filippo Stefano, generale;
– Cacciò, generale;
– Zavattaro Ardizzi, generale;
– Domenico Barbieri, generale di Ps;
– Antonio Mondaini, ammiraglio;
– Dario Paglia, ammiraglio;
– Renato Palma, colonnello dei carabinieri;
– D’Ambrosio, colonnello dell’Esercito;
– Antonio Erra, colonnello di Ps;
– Montuori, colonnello della Guardia di finanza;
– Cosimo Pace, colonnello in forza al Sios-Esercito;
– Pietro Cangioli, capitano in forza al Sios-Esercito.
Tolti i generali Vito Miceli e ugo Ricci che figurano fra gli imputati, sono  ben sedici gli imputati che Giulio Andreotti deciderà di salvare sul piano giudiziario, facendo omettere i loro nomi dal rapporto conclusivo che consegnerà personalmente al fido Claudio Vitalone.
Dai documenti prodotti dal controspionaggio militare e da quelli risultanti dalle indagini della magistratura, si ricava che le Forze armate erano ben presente nei progetti “golpistici” con tre capi di Stato Maggiore, uno per ogni Arma (Aeronautica, Marina ed Esercito), un direttore del servizio segreto militare, altri dieci generali della varie Armi e dei corpi di polizia, tre ammiragli, undici ufficiali superiori fra colonnelli, tenenti colonnelli e maggiori, quattro capitani, un commissario di Ps.
Non sono, però, tutti quelli che aderivano al “partito del golpe”, perchè altri nominativi emergeranno nel corso degli anni, fra i quali:
– Giovanni Torrisi, ammiraglio;
– Dino Mingarelli, colonnello dei carabinieri;
– Francesco Delfino, capitano dei carabinieri.
Sul conto di quest’ultimo è giusto segnalare che sarà il solo ad essere riconosciuto colpevole, ma sarà prosciolto per prescrizione  di reato il 19 novembre 1997 dal giudice istruttore di Roma, per essere stato identificato come l’ufficiale dei carabinieri che, con il criptonimo di “Palinuro”, partecipava nel 1973 alle riunioni dei “golpisti”.
E i politici?
Dalle indagini della magistratura emergono i nomi di Randolfo Pacciardi, ex ministro della Difesa, e quelli di un esponente liberale (Sogno), di uno democristiano (De Jorio) e di due missini (Saccucci e De Marchi).
Pochi e non di primo piano ma il 15 marzo 1997 Edgardo Sogno rivela i nomi di coloro che avrebbero dovuto formare il nuovo governo sostenuto dalle Forze armate:
Randolfo Pacciardi, presidente del Consiglio;
– Manlio Brosio, agli Esteri;
– Eugenio Reale, agli Interni;
– Edgardo Sogno, alla Difesa;
– Ivan Matteo Lombardo, alle Finanze;
– Sergio Ricossa, al Tesoro e Bilancio;
– Giovanni Colli, alla Giustizia;
– Giano Accame, alla Pubblica istruzione;
– Mauro Mita, all’Informazione;
– Giuseppe Zamberletti, all’Industria;
– Bartolo Ciccardini, al lavoro;
– Aldo Cucchi, alla Sanità;
– Luigi Durand de la Penne, alla Marina mercantile;
– Antonio De Martini e Celso De Stefanis, sottosegretari alla presidenza del Consiglio.
Il partigiano Edgardo Sogno Rata del Vallino specifica che reale, Ricossa, Colli, Accame, Mita, Zamberletti, Ciccardini, Cucchi e De La Penne erano inseriti nell’elenco dei futuri ministri e a loro insaputa.
Se ne ricava, pertanto, che Randolfo Pacciardi, Manlio Brosio, Ivan Matteo Lombardo, Antonio De Martini e Celso De Stefanis erano partecipi con piena consapevolezza del “golpe bianco” capeggiato da Edgardo Sogno.
All’elenco degli imputati e degli imputandi è doveroso, di conseguenza, aggiungere ai nomi già citati, quelli di:
– Manlio Brosio, segretario nazionale della Nato dal 1964 al 1971;
– Ivan Matteo Lombardo, ex ministro delle Finanze;
– Antonio De Martini, democristiano;
– Celso De Stefanis, democristiano.
Non basta, perché nei suoi colloqui debitamente registrati dal suo interlocutore, capitano Antonio Labruna, Remo Orlandini fa i nomi di Giuseppe Pella, già presidente del Consiglio, fra i “simpatizzanti” del “Fronte nazionale”, e di Licio Gelli, responsabile della Loggia P2.
A definire il quadro, sempre in modo estremamente imparziale ma profondamente significativo,  giunge la lettera-testamento di Junio Velerio Borghese che, l’8 agosto 1980, il procuratore della Repubblica di Milano, Mauro Gresti, invia alla Commissione parlamentare inquirente e non ai giudici del processo sul “golpe” del 7-8 dicembre 1970 ancora in corso a Roma.
La ragione della “furbata” del magistrato milanese risiede nei nomi che Junio Valerio Borghese fa nel suo scritto come correi nel suo tentativo di “colpo di Stato”:
– Giulio Andreotti, che avrebbe dovuto rivestire l’incarico di presidente del Consiglio;
– Gilberto Bernabei, consigliere di Stato e uomo-ombra di Andreotti;
– Giovanni De Lorenzo, generale, ex direttore del Sifar, ex capo di Stato maggiore dell’Esercito, ed ex comandante generale dell’Arma dei carabinieri;
– James Jesus Angleton, capo del controspionaggio della Cia nel bacino del Mediterraneo;
– Graham Martin, ambasciatore americano in Italia;
– James Clavio, colonnello, addetto militare all’ambasciata americana in Italia.
Non desta sorpresa che i politici della Commissione inquirente abbiano immediatamente dichiarata “inattendibile” la lettera, e che dal canto suo la magistratura romana non abbia svolto alcuna indagine in merito al suo contenuto.
A Roma, difatti, era stato indagato (si fa per dire) e prosciolto nell’ambito dell’inchiesta sul “golpe” del 7-8 dicembre 1970, il presidente degli Stati uniti Richard Nixon così che la lettera-testamento di Borghese riapriva il capitolo relativo al ruolo rivestito dagli americani nel “golpe” e rendeva credibile quello ricoperto da personaggi di primissimo piano come Giulio Andreotti.
Dapprima taciuto, poi negato, quindi presentato come un “golpe da operetta”,  dopo riconosciuto come tentativo serio e destabilizzante condotto dall’ ”eversione nera”, infine dichiarato inesistente da una disonorata magistratura, il “colpo di Stato” vagheggiato fin dal 1960 e, successivamente, riproposto in più occasioni fino al termine degli anni Settanta, si presenta viceversa come la giusta chiave di lettura per comprendere le ragioni e le finalità della “guerra a bassa intensità”, della strategia intesa a “destabilizzare l’ordine pubblico per stabilizzare l’ordine politico”, delle stragi e del terrorismo “nero”.
In un elenco molto parziale possiamo enumerare almeno cinquanta nomi di quanti, a livello di vertice e comunque collocati in posizioni di preminente rilievo nei campi politico e militare, non solo nazionali ma anche internazionali, hanno partecipato ai tentativi di “colpo di Stato” in Italia.
Come la strage di piazza Fontana, a Milano, del 12 dicembre 1969, qualificata ancora oggi come “fascista” perché gli esecutori materiali hanno agito sotto la copertura di una ideologia che non gli appartiene, anche il “colpo di Stato” del 7-8 dicembre 1970 e quelli successivi sono presentati come frutto di un’azione sovvertitrice delle istituzioni democratiche di marca, ovviamente, “fascista”.
In verità, i presunti “fascisti” compaiono in questi due ed altri capitoli della nostra storia ma sempre e soltanto in vesti di manovali come nel caso di Stefano Delle Chiaie, non a caso presente come imputato nei processi per l’eccidio del 12 dicembre 1969 e del “golpe Borghese” assolto in entrambi i casi perché non punibile da un potere che ha servito e che continua e proteggere con il silenzio obbligato dei ricattati.
Dalle indagini della magistratura e dalle ammissioni degli stessi personaggi che hanno preso parte con ruoli di primaria importanza emerge, viceversa, che le operazioni di potere in Italia potevano essere ideate, condotte ed organizzate solo da uomini provenienti dalle file della Resistenza e dell’antifascismo, da quelle dei vincitori non certo da quelle dei vinti.
Un potere che complotta per rovesciare sé stesso non è mai esistito nella storia dell’umanità. I “colpi di Stato” in Italia dovevano rafforzare la democrazia, neutralizzando i suoi soli nemici ritenuti tali – i  comunisti – anche con le maniere forti, non certo per abbatterla e sostituirla con una dittatura militare o politica di tipo fascista.
Vale la pena di riportare l’autodifesa di Filippo De Jorio, imputato per il “golpe Borghese”, pubblicata il 29 agosto 1975 dal quotidiano missino “Il Secolo d’Italia”:
“A quel tempo ero deputato regionale per la Dc nel Lazio, ero consigliere politico dell’on. Mariano Rumor, allora presidente del Consiglio. Godevo della stima e della fiducia della classe dirigente del mio partito e partecipavo a riunioni al massimo livello. Possono attestarlo fari i tanti, gli onorevoli Rumor, Flaminio Piccoli e Giulio Orlando.
A 37 anni, tanti ne avevo, ero in una posizione di rilevante prestigio, sia in ambienti governanti sia nell’organizzazione del partito. Oggi si afferma che cospiravo e addirittura organizzavo l’insurrezione. Cospirazione o insurrezione contro chi? Contro il potere di cui facevo parte?”.
E come dargli torto?
Difatti, fra i nomi degli imputati e degli imputandi per la strage di piazza Fontana (il “golpe del 14 dicembre 1969), quello del 7-8 dicembre 1970 e successivi, abbiamo visto emergere quelli di presidenti del Consiglio (Rumor, Andreotti, Forlani, Pella, Moro), di ministri della Difesa (Taviani, Tanassi, Pacciardi) e delle Finanze (Lombardo), dei capi di Stato maggiore dell’Esercito (Mereu), della marina (Rosselli Lorenzini) e dell’Aeronautica (Fanali), dei direttori dei servizi segreti militari (De Lorenzo, Henke, Miceli, Casardi) e di quelli civili (Catenacci e D’Amato), del segretario generale della Nato (Brosio), del comandante delle Forze navali alleate nel Sud-Europa (Birindelli), più una pletora di ufficiali superiori delle Forze armate, della polizia di Stato, della Guardia di Finanza, dell’Arma dei carabinieri e degli onnipresenti servizi segreti militari e civili, e sul versante internazionale spiccano i nomi del presidente degli Stati uniti Richard Nixon, dell’ambasciatore americano in Italia Graham Martin, del capo del controspionaggio della Cia nel Mediterraneo James Jesus Angleton.
Questi nomi rappresentano non un potere ma il potere, non contaminato dalla presenza di eversori fascisti e “terroristi neri” relegati nel ruolo loro congeniale di servi che aspirano a divenire liberti.
Non è “misterioso”, come qualcuno ancora insinua, l’attentato di Peteano di Sagrado del 31 maggio 1972, in cui morirono tre carabinieri.
E’, viceversa, l’unico episodio in cui tutto è limpido a cominciare dalla motivazione (un atto di guerra contro lo Stato) alla figura dell’autore che si è assunta, il 28 giugno 1984, la totale responsabilità dell’ideazione, organizzazione ed esecuzione dell’attentato provandola in Corte di assise, a Venezia, nel corso di un processo durato quattro mesi (23 marzo – 25 luglio 1987), invano osteggiato dagli avvocati difensori degli ufficiali dei carabinieri e dei servizi segreti imputati per i depistaggi, e dall’assoluta carenza di riscontri oggettivi alle sue dichiarazioni derivante dall’incompetenza professionale del giudice istruttore Felice Casson.
Non sono mai state chiarite, invece, sul piano giudiziario le motivazioni per le quali l’Arma dei carabinieri, la polizia di Stato, i servizi segreti civili e militari, la magistratura hanno ritenuto necessario dapprima, nel mese di giugno 1972, bloccare le indagini, poi tentare di creare una pista di sinistra e, infine, ripiegare su quella comune che ha condotto in carcere sette innocenti.
Nessuno sul piano storico, tanto meno su quello giudiziario, ha cercato di dare risposta alla domanda sulle ragioni per le quali un atto di guerra contro lo Stato ha determinato l’intervento di tutti i poteri dello Stato per cancellare la matrice ideologica e politica dell’azione che ha causato la morte di tre militi dell’Arma dei carabinieri, fino al punto per la prima volta nella storia politico-giudiziaria dell’Italia post-bellica di costruire le prove contro sette cittadini innocenti candidandoli al carcere a vita.
La risposta si può trovare nelle dichiarazioni rese dal generale Vittorio Emanuele Borsi di Parma al giudice istruttore di Venezia, Carlo Mastelloni, il 30 dicembre 1997:
“Sapevamo dal Sifar dell’esistenza di un’organizzazione paramilitare di estrema destra chiamata Ordine nuovo sorretta dai servizi di sicurezza della Nato che aveva compiti di guerriglia e di informazioni in caso di invasione.
Si trattava di civili e militari che, all’emergenza, dovevano comunicare alla nostra Armata (la III, con sede a Padova – Ndr) i movimenti del nemico.
Si trattava di un’organizzazione tipicamente americana munita di armamento e di attrezzature radio.”
E’ doveroso, dinanzi a queste illuminanti dichiarazioni, ritenere che il Nasco di Duino Aurisina fosse nella disponibilità di elementi di Ordine nuovo tanto che qualcuno ha ipotizzato che a denunciarne l’esistenza nel mese di febbraio del 1972 ai carabinieri sia stato Gabriele Forziati, reggente di Ordine nuovo di Trieste.
Non è difficile pensare che i servizi segreti militari con un ragionamento semplicistico abbiano ritenuto che si fosse aperta una falla nel sistema di sicurezza con un travaso di informazioni e, magari, di materiale dalla struttura segreta di Ordine nuovo a quella palese di cui chi scrive era, a Udine, il reggente.
La necessità dei depistaggi trova, quindi, la sua naturale spiegazione nella necessità di chiudere la falla per coprirne l’esistenza agli alleati-padroni americani, spingendo il proprio zelo fino al punto di accusare sette cittadini innocenti da sacrificare sull’altare della sicurezza nazionale, ovvero sulla loro incapacità di garantirla.
Non possiamo, ovviamente, essere noi in grado di conoscere le conseguenze che si sarebbero verificate nei rapporti fra le strutture occulte delle forze armate italiane e quelle statunitensi ed atlantiche, se la verità fosse emersa.
Non lievi né di poco conto, se dopo quarant’anni il segreto rimane tale e i depistaggi sul piano giudiziario, politico, storico e giornalistico proseguono senza sosta, concentrati sulla persona dell’autore dell’attentato che viene chiamato dallo stato a rispondere non dell’uccisione di tre suoi uomini ma della “colpa” di aver detto la verità e di portarla avanti con lucida e determinata coerenza.
Lo Stato ha subito come una sconfitta l’autocondanna all’ergastolo di chi scrive, ma dinanzi all’opinione pubblica ha tentato di presentarla come una vittoria conseguita grazie al giudice-ragazzino, eroico, intemerato, geniale Felice Casson.
E’ un depistaggio nel depistaggio perché la verità e diametralmente opposta.
La verità sui depistaggi dell’attentato di Peteano di Sagrado inizia ad emergere per l’impegno esclusivo degli avvocati difensori dei sette cittadini goriziani portati alla sbarra innocenti, fra i quali l’avvocato Roberto Maniacco.
Il 24 novembre 1975, difatti, sono loro a denunciare:
– Antonio Pontrelli, procuratore generale di Trieste;
– Bruno Pascoli, procuratore della Repubblica di Gorizia;
– Dino Mingarelli, generale dei carabinieri;
– Antonio Chirico, tenente colonnello dei carabinieri;
– Domenico Farro, tenente colonnello dei carabinieri.
Ne seguono dei processi che vedono anche la condanna per “falso ideologico” di Dino Mingarelli, cancellata nei successivi gradi di giudizio che si concludono con la sentenza della Corte di cassazione dell’aprile 1981.
Le prove a carico degli ufficiali dei carabinieri e del procuratore della Repubblica di Gorizia, rimangono, però, agli atti del processo e saranno successivamente rivalutate dopo il 28 giugno 1984, quando chi scrive si assume la responsabilità del gesto.
L’inchiesta sull’attentato si riapre, per le necessità politiche di Giulio Andreotti, intento a favorire il gruppo di “Democrazia nazionale” guidato dal dissidente missino senatore Mario Tedeschi, nel mese di novembre del 1978 quando il direttore del Sismi, generale Giuseppe Santovito, invia alla magistratura veneziana una nota in cui indica in Carlo Cicuttini, segretario della sezione del Msi di Manzano del Friuli, uno dei responsabili dell’attentato di Peteano di Sagrado.
Sempre a seguito di ulteriori note informative che lo indicano come favoreggiatore di Carlo Cicuttini, il 26 agosto 1980 la procura della Repubblica di Venezia indizia di reato il segretario nazionale del Msi, Giorgio Almirante.
Dopo le prove evidenziate dagli avvocati Roberto Maniacco e Livio Bernot sui depistaggi organizzati dagli ufficiali dei carabinieri con il concorso dei magistrati goriziani; dopo le note informative con le quali il Sismi ha indicato in Carlo Cicuttini e nel sottoscritto i responsabili dell’attentato e in Giorgio Almirante il favoreggiatore del primo, ponendo a disposizione della magistratura perfino i testimoni, il 28 giugno 1984 giunge anche la mia assunzione di responsabilità.
Felice Casson in poco più di due anni, con la collaborazione del direttore del Sismi, generale Ninetto Lugaresi, ha raccolto solo i “si diceva” di tre o quattro pentiti ed una perizia esplosivista falsa, deve assemblare solo tutto ciò che hanno fatto gli altri e dare inizio ad uno spettacolare depistaggio mediatico strillando di aver scoperto tutto lui.
Casson, certamente con il silenzioso assenso della procura della Repubblica di Venezia, ha depistato le indagini sul piano giudiziario per coprire le responsabilità, in primo luogo, dei vertici del ministero degli Interni e, quindi, degli altri apparati segreti e di polizia di Stato.
Difatti, con la sua ordinanza del 4 agosto 1986, rinvia a giudizio:
– Dino Mingarelli, generale dei carabinieri;
– Antonino Chirico, tenente colonnello dei carabinieri;
– Luigi Napoli, maresciallo dei carabinieri;
– Michele Santoro, colonnello dei carabinieri;
– Angelo Pignatelli, colonnello in forza al Sid;
– Vincenzo Molinari, prefetto di Gorizia;
– Giovanni Battista Palumbo, generale dei carabinieri non perseguibile per morte del reo;
– Domenico De Focatis, questore di Gorizia non perseguibile per morte del reo;
– Bruno Pascoli, procuratore della Repubblica di Gorizia.
Ci sono, come si vede, i nomi di coloro che gli avvocati Maniacco e Bernot avevano indicato come responsabili dei depistaggi, quelli si Santoro e Pignatelli chiamati in causa per aver tentato di costruire la pista di “Lotta continua” utilizzando allo scopo il pentito Marco Pisetta, quelli di Palumbo e De Focatis che per essere deceduti sono un comodissimo capro espiatorio, e quello del prefetto Molinari, accusato di reticenza e falsa testimonianza per non aver rivelato il nome della persona che da ministero degli Interni, nel mese di giugno 1972, gli aveva ordinato di bloccare le indagini.
Invece, il prefetto Vincenzo Molinari aveva rivelato al Casson che l’ordine gli era stato impartito dal segretario del capo della polizia, Angelo Vicari.
Il Casson aveva, a quel punto, bloccato le indagini e per coprire il depistaggio aveva rinviato a giudizio Molinari, commettendo a danno di quest’ultimo anche il reato di calunnia.
Questa ed altre verità emergeranno nel corso del dibattimento dinanzi alla Corte di assise di Venezia, presieduta da Renato Gavagnin che sconfessa l’operato di Felice Casson in particolare sulla responsabilità degli uomini del ministero degli Interni circoscritta a lui, callidamente, al solo questore defunto De Focatis.
La Corte di assise, difatti, incrimina:
– Mariano Rumor, ministro degli Interni;
– Angelo Vicari, capo della polizia;
– Umberto Federico D’Amato, direttore della Divisione Affari riservati del ministero degli Interni;
– Pasquale Zappone, questore;
– Leandro Malizia, vicequestore;
– Rosario Sannino, vicequestore.
I vuoti dell’istruttoria condotta da Felice Casson vengono parzialmente colmati dalla Corte di assise che evidenzia la responsabilità di altri due magistrati:
– Raul Cenisi, consigliere della Corte di appello;
– Giampaolo Tosel, sostituto procuratore della Repubblica.
E del maresciallo dei carabinieri, Francesco Valerio.
Il 4 maggio 1987, la Corte d’assise dispone l’arresto in aula, per reticenza e falsa testimonianza, dei marescialli dei carabinieri:
– Antonio Maio;
– Giuseppe Razzini;
– Ilvano Rossini.
Sempre nel corso del processo emerge come certo il rapporto fra Delfo Zorzi e il viceprefetto Antonio Sampaoli Pignocchi, capo dell’ufficio stampa del ministero degli Interni.
Purtroppo, gli atti devono tornare a Felice Casson che s’ingegna a limitare i danni, e a presentare la sconfessione del suo operato come l’ennesima vittoria conseguita con il suo coraggio.
Il 3 gennaio 1989, Casson deposita la seconda ordinanza con la quale dispone il rinvio a giudizio di:
– Pasquale Zappone, questore;
– Leandro Malizia, vicequestore;
– Rosario Sannino, vicequestore;
– Marco Morin, perito esplosivistico;
– Manlio Del Gaudio, tenente colonnello dei carabinieri;
– Renzo Monico, ufficiale del Sismi;
– Manlio Rocco, ufficiale del Sismi;
– Raul Cenisi, consigliere della Corte di appello.
Proscioglie, manco a dirlo, per prescrizione di reato:
– Angelo Vicari, capo della polizia;
– Umberto Federico D’Amato, direttore della Divisione Affari riservati del ministero degli Interni;
– Antonio Labruna, capitano in forza al Sid.
Infine, trasmette alla procura della Repubblica di Venezia, a quella di Trento e al Parlamento gli atti relativi, rispettivamente, a:
– Fulvio Martini, ammiraglio, direttore del Sismi;
– Roberto Jucci, generale, comandante dell’Arma dei carabinieri;
– Giampaolo Tosel, sostituto procuratore della Repubblica;
– Mariano Rumor, presidente del Consiglio;
– Giuseppe Rauti, detto Pino, deputato del Msi-Dn.
Il segretario nazionale del Msi-Dn, Giorgio Almirante, è uscito dal processo per aver chiesta ad ottenuta la concessione dell’amnistia per il reato di “favoreggiamento” nei confronti di Carlo Cicuttini, ammettendo in tal modo la sua penale responsabilità.
Felice Casson non lo aveva mai interrogato.
Fra gli imputati dinanzi al tribunale della storia vanno segnalati il comandante generale dell’Arma dei carabinieri, generale Enrico Mino, e il capo di Stato maggiore dell’Arma, generale Arnaldo Ferrara.
A carico del primo c’è la testimonianza del generale Dino Mingarelli che, nel corso del suo interrogatorio dinanzi alla Corte di assise, ricordò come fu proprio lui personalmente ad impartirgli l’ordine telefonico di procedere all’arresto, nel marzo del 1973, dei sette cittadini goriziani. La responsabilità del secondo ne consegue per la semplice ragione che, in veste di capo di Stato maggiore, era proprio lui a coordinare l’azione dei comandi subalterni.
La grottesca verità di Felice Casson sull’esclusiva responsabilità nei depistaggi del generale Giovanni Battista Palumbo, comandante della divisione carabinieri “Pastrengo”, s’infrange contro l’evidenza delle prove, l’ultima delle quali è costituita dall’avanzamento in carriera dell’allora capitano Antonino Chirico chiamato a collaborare con Dino Mingarelli nel depistaggio delle indagini.
A suo carico esiste un durissimo giudizio espresso dal comandante della divisione carabinieri “Pastrengo”, Carlo Alberto Dalla Chiesa, ma l’ufficiale venne egualmente promosso dalla commissione di avanzamento dell’Arma che, evidentemente, obbediva ad ordini superiori.
Tre episodi della guerra a bassa intensità, uno dei quali, il solo, contro lo Stato hanno portato sul banco degli imputati un numero di rappresentanti dello Stato di Gran lunga superiore a quello dei morti per mano dei “terroristi neri”.
E non è finita, perché la presenza di politici ed uomini dello Stato nei depistaggi delle indagini è una costante presente in tutta la Storia della guerra politica italiana.
Nella strage dimenticata del 17 maggio 1973, il più negletto fra tutti i massacri compiuti in nome e per conto dello Stato, emergono le responsabilità gravissime dei vertici del Partito comunista italiano che decide di concorrere all’occultamento della verità per favorire quello schieramento anticomunista che lo voleva fuori legge sperando di acquisire benevolenza.
Il 15 maggio 1973 i vertici regionali del Pci in Veneto e quelli nazionali a Roma vengono informati da Pietro Loredan, militante del Msi e confidente del Sid, che due giorni più tardi, il 17 maggio, a Milano, sarà compiuto un attentato contro un’alta personalità politica.
L’identificazione di quest’ultima non è difficile perché il 17 maggio, nel capoluogo lombardo, ci sarà Mariano Rumor che, all’interno della questura, parteciperà alla commemorazione del commissario di Ps Luigi Calabresi, ucciso un anno prima da militanti di “Lotta continua”.
Il segretario nazionale del Pci, Enrico Berlinguer, incarica Paolo Bufalini e Giancarlo Pajetta di prendere contato, rispettivamente, con persone delle istituzioni con le quali i due sono in costante contatto.
Bufalini viene a Milano ed incontra presso la procura della Repubblica un “compagno” magistrato il cui nome resterà ignoto; Pajetta, a sua volta, informa il direttore della divisione Affari riservati del ministero degli interni, Umberto Federico D’Amato.
Non accadrà nulla.
L’attentato contro Mariano Rumor viene egualmente compiuto nel momento in cui l’esponente democristiano esce con la sua vettura dalla Questura, ma questi rimante illeso mentre muoiono quattro persone ed un altro centinaio rimangono ferite per l’esplosione di una bomba a mano di tipo “Ananas” a frammentazione, lanciata da Gianfranco Bertoli.
Non ci vorrà molto al giudice istruttore Antonio Lombardi per scoprire che Bertoli non è l’anarchico che afferma di essere, ma un confidente del servizio segreto militare operante in veneto con il criptonimo di “Negro”, che è rientrato da Israele, facendo tappa prima a Marsiglia, dove risiedeva con un documento falso allo scopo di uccidere Mariano Rumor.
Pietro Loredan, che aveva evitato di informare il Sid del progettato attentato perché consapevole che nulla il servizio segreto militare avrebbe fatto per sventarlo e perché desideroso di vivere e non di morire suicidato, si era rivolto agli uomini del Pci nel convincimento che sarebbero intervenuti prima ed, eventualmente, dopo, compiendo un peccato di ingenuità.
I vertici comunisti, difatti, non diranno mai la verità che essi conoscono e saranno necessari venti anni perché un loro dirigente regionale, lo stesso che aveva raccolto le confidenze di Loredan e dato l’allarme, si decida ad informare la magistratura.
Insieme ai soliti ordinovisti veneti, sul banco degli imputati si ritrovano ancora una volta uomini dello Stato:
– Amos Spiazzi, generale di brigata in congedo;
– Gianadelio Maletti, ex responsabile dell’ufficio “D” del Sid;
– Sandro Romagnoli, generale in congedo, già in forza all’ufficio “D” del Sid.
Spiazzi sarà assolto, gli altri due prosciolti per prescrizione di reato dall’accusa di soppressione di atti concernenti la sicurezza dello Stato.
Fra gli imputandi, la storia chiamerà alla sbarra i dirigenti del Partito comunista italiano:
– Enrico Berlinguer, segretario nazionale;
– Gian Carlo Pajetta;
– Paolo Bufalini.
Mentre nella spazzatura della storia sarà relegato il nome del magistrato milanese che con il suo silenzio garantirà impunità agli autori della strage.
La strage dell’ ”Italicus” del 4 agosto 1974, sul piano processuale non si differenzia dalle altre. Difatti, sul banco degli imputati sono presenti i rappresentanti dello Stato:
– Liugi Bittoni, generale dei carabinieri, arrestato per reticenza e falsa testimonianza dalla Corte di assise di Bologna il 15 marzo 1982, poi assolto;
– Claudia Ajello, agente civile del Sid, condannata a due anni di reclusione dal pretore di Bologna per falsa testimonianza, il 27 gennaio 1983.
Nell’ambito della stessa inchiesta, sono trasmessi alle procure della Repubblica competenti per le valutazioni del caso, gli atti relativi a:
– Paolino Dell’Anno, sostituto procuratore della Repubblica;
– Lo Stumbo, colonnello in forza al Sid;
– Sasso, colonnello in forza al Sid;
– Costantini, maresciallo in forza al Sid,
– Molinari, maresciallo in forza la Sid.
Non potevano mancare gli uomini dello Stato sul banco degli imputati per l’ultimo e più sanguinoso eccidio commesso dal “terrorismo nero”, quello di Bologna del 2 agosto 1980.
In questo processo, con sentenza passata in giudicato, sono stati difatti condannati:
– Pietro Musmeci, generale in forza al Sismi;
– Giuseppe Belmonte, colonnello in forza al Sismi;
– Francesco Pazienza, agente civile del Sismi.
A questi tre va aggiunto Licio Gelli, maestro venerabile della Loggia P2, informatore dei servizi segreti militari e civili, dirigente di una struttura segreta atlantica che operava sotto la copertura della massoneria.
Ci sono, oltre agli episodi più eclatanti perché più tragici per numero di vittime civili, anche quelli che possiamo definire minori ma non per questa ragione meno significativi per provare l’inesistenza di uno Stato “aggredito” e dimostrare, al contrario, quella di uno Stato “aggressore”.
Per la mancata strage del 18 gennaio 1971, a Trento, i rappresentanti dello Stato si accusano addirittura a vicenda. Così vengono dapprima inquisiti e poi arrestati:
– Lucio Siragusa, tenente colonnello della Guardia di finanza;
– Salvatore Aija, maresciallo della Guardia di finanza;
Scagionati e scarcerati i due, i magistrati dispongono l’arresto, il 27 gennaio 1977, di:
– Michele Santoro, colonnello dei carabinieri;
– Angelo Pignatelli, colonnello in forza al Sid;
– Saverio Molino, commissario di Ps;
– Luigi D’Andrea, maresciallo dei carabinieri.
Saranno, infine, tutti prosciolti dall’ineffabile magistratura trentina che non riesce, però, a cancellare l’eccezionale gravità di un fatto che vede uomini dello Stato accusarsi a vicenda di aver progettato un massacro di civili fallito per cause indipendenti dalla loro volontà.
Fiumi di inchiostro sono stati versati per illustrare l’attività “terroristica” del partigiano Carlo Fumagalli e dei militanti del Movimento di azione rivoluzionaria (Mar) da lui diretto.
Anche in questo caso, però, sul banco degli imputati i “terroristi” non sono soli. Al loro fianco, difatti, ci sono:
– Mario purificato, vicequestore;
– Giancarlo D’Ovidio, capitano in forza al Sid;
– Mario D’Ovidio, procuratore della Repubblica di Lanciano.
Fra gli imputandi sono da segnalare l’ispettore generale di Ps, Musolino, indicato dal giudice Giovanni Arcai, e il prefetto o questore Motta, referente occulto nel ministero degli interni del Mar, chiamato in causa da Gaetano Orlando.
Il 19-20 febbraio 1982, a Roma, sono arrestati:
– Sergio Vecchioni, maggiore dei carabinieri;
– Sandro Spagnoli, capitano dei carabinieri;
e indiziati di reato:
– Luigi Caracò, tenente colonnello dei carabinieri;
– Salvatore Pappa, tenente colonnello dei carabinieri.
A loro carico ci sono le accuse del pentito ordinovista Aldo Tisei, che li indica come referenti di Paolo Signorelli per lo svolgimento di attività informative nel campo dell’estrema sinistra.
Saranno, ovviamente, tutti assolti ma le prove della collaborazione, in forma confidenziale, di Paolo Signorelli, presunto “ideologo nero”, e l’Arma dei carabinieri sono oggi agli atti del processo per la strage di piazza della Loggia, a Brescia.
Non si può dimenticare, infine, che il 28 maggio 1976, a Sezze Romano, accanto al “golpista” e deputato Sandro Saccucci, c’era il maresciallo del Sid Francesco Troccia che sarà arrestato, il 3 giugno 1976, per “favoreggiamento”, “omissioni di atti d’ufficio” e “falsa testimonianza”.
Per quanto riguarda l’attività delle Stay-behind, ufficialmente preposte solo ad agire in caso di invasione militare sovietica, c’è da dire che perfino i magistrati della procura della Repubblica di Roma hanno riscontrato tali e tante interferenze nella vita politica interna del Paese da sentirsi obbligati, il 15 luglio 1996, a rinviare a giudizio:
– Giovanni Invernizzi, colonnello;
– Paolo Inzerilli, generale;
– Fulvio Martini, ammiraglio, direttore del Sismi.
Saranno, serve dirlo?, tutti assolti.
Non è possibile, per mancanza di documentazione, stabilire con esattezza il numero degli imputati dello Stato nelle vicende giudiziarie relative al “terrorismo nero”, certamente superiore alle cento unità.
E’ solo possibile pubblicare un elenco, per difetto, di coloro che sono stati riconosciuti colpevoli, al di là di ogni ragionevole dubbio, dalla dipendente magistratura italiana:
– Angelo Vicari, capo della polizia;
– Umberto Federico D’Amato, direttore del servizio segreto civile;
– Almirante Giorgio, segretario nazionale del Msi, amnistiato;
– Giandelio Maletti, generale del Sid;
– Elvio Catenacci, direttore del servizio segreto civile;
– Bonaventura Provenza, commissario capo di Ps;
– Antonino Allegra, commissario capo di Ps;
– Antonio Labruna, capo del Sid;
– Francesco Delfino, generale dei carabinieri;
– Dino Mingarelli, generale dei carabinieri;
– Antonino Chirico, tenente colonnello dei carabinieri;
– Luigi Napoli, maresciallo dei carabinieri;
– Pietro Musmeci, generale del Sismi;
– Giuseppe Belmonte, colonnello del Sismi;
– Francesco Pazienza, agente civile del Sismi;
– Francesco Troccia, maresciallo del Sid;
– Sandro Romagnoli, colonnello del Sid;
– Renzo Monico, ufficiale del Sismi;
– Manlio Rocco, ufficiale del Sismi;
– Giovanni Battista Palumbo, generale dei carabinieri;
– Domenico De Focatis, questore;
– Raul Cenisi, consigliere di corte d’appello;
– Bruno Pascoli, procuratore della Repubblica.
Un elenco, largamente incompleto, di nomi di condannati con sentenze passate in giudicato, prosciolti per prescrizione di reato, non condannati per morte del reo, tutti sicuramente colpevoli, il cui numero è già superiore a quello degli uomini dello Stato uccisi dai “terroristi neri” in 25 anni di “lotta armata”, 23 contro 22.
Dovrebbe far riflettere che fra i sicuri colpevoli ci siano un capo della polizia, due direttori del servizio segreto civile, due generali del servizio segreto militare, tre generali dei carabinieri, il segretario nazionale di un partito politico, due alti magistrati.
Non è poco, se si considera il ruolo svolto dalla magistratura per impedire l’emergere della verità sulle responsabilità dello Stato e della classe politica.
La leggenda di un potere giudiziario che si contrappone agli altri poteri dello Stato per ansia di giustizia e amore della verità, s’infrange contro la realtà ben evidenziata dallo spettacolo di vedere in Senato, oggi, tre magistrati premiati dai loro referenti politici comunisti (Luciano Violante) ed ex comunisti (Gerardo D’Ambrosio e Felice Casson) per aver portato avanti la tesi del “terrorismo nero” che ha aggredito lo Stato democratico ed antifascista, sostenuto dai “servizi segreti deviati” e protetto dalla tenebrosa loggia P2.
Convinti che l’appoggio incondizionato del potere mediatico possa consentire loro di passare alla storia come giudici intemerati che hanno fatto solo il loro dovere, oggi i tre siedono orgogliosi in Senato accanto agli “eversori neri” Cristiano De Eccher e Marcello De Angelis, ed a piduisti del calibro di Silvio Berlusconi e Fabrizio Cicchitto.
E’ la foto di famiglia che vede riuniti nelle aule parlamentari tutti coloro che portano la responsabilità della guerra politica e dell’occultamento, per via giudiziaria, della verità.
Condannati e premiati, tutti dalla parte del più forte, quella di un regime e di uno Stato che deve difendere il suo operato criminale inventando, sul piano giudiziario e mediatico, nemici che non ha mai avuto.
La favola del “terrorismo nero” e dell’ “eversione fascista” comincia a mostrare i segni di logoramento che il regime riesce a rallentare ma non sarà in grado di evitare per sempre.
Coloro che hanno scatenato una guerra civile e che sul sangue dei morti hanno cementato il proprio potere, costruito fortune politiche e personali, brillanti carriere militari e giudiziarie, camminano oggi sul viale del tramonto, al termine del quale li attende l’oscurità dalla quale le loro figure emergeranno per essere ricordate con disprezzo nelle pagine di una storia che sarà scritta dalle generazioni future ed alle quali affidiamo i nostri scritti e le nostre speranze.

Vincenzo Vinciguerra

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