I magliari

 

Opera, 12 maggio 2014

I dirigenti politici italiani sono quelli che tutti conosciamo, espertissimi solo nel gioco delle tre carte, nella vendita di merce adulterata e prodotti contraffatti.
L’operazione “trasparenza”, di cui parla in modo esplicito e condivisibile la giornalista Simona Zecchi nell’articolo intitolato “Le stragi ‘declassificate’? L'”operazione trasparenza” non contempla i segreti di Stato” del 24 aprile 2014, si presenta come l’ennesima truffa perpetrata nei confronti dei cittadini italiani.
L’inserimento dell’attentato di Peteano di Sagrado del 31 maggio 1972 nel novero delle “stragi” di civili sui treni, nelle banche e nelle piazze qualifica già il livello morale di quanti hanno compiuto un’operazione “sporca” finalizzata a confondere le idee e a simulare un desiderio di verità che nessuno, a livello politico, nutre.
Il processo per l’attentato del 31 maggio 1972, svoltosi a Venezia dal 23 marzo al 25 luglio 1987, e pervenuto ad una verità giudiziaria e storica esclusivamente per volontà di chi scrive che, come ha sottolineato il presidente della Corte di assise Renato Gavagnin, non ha mai inteso “confessare” una colpa, al contrario ha portato sul banco degli imputati gli uomini dello Stato, i suoi corpi separati e di polizia, i suoi uomini politici, non avrebbe mai potuto farlo se non si fosse assunto la responsabilità di aver ideato, organizzato e compiuto quell’attentato.
L’unico “mistero” che esiste nel processo di Peteano di Sagrado è quello relativo al modo con il quale Felice Casson sia riuscito a coprire le responsabilità dei vertici della polizia di Stato, dell’Arma dei carabinieri, dei servizi segreti militari e civili, dei presidenti del Consiglio e dei ministri degli Interni e della Difesa, strepitando di essere riuscito a “scoprire” tutto lui.
Se dalle carte che saranno depositate nell’ archivio di Stato, già conosciute dal Felice Casson, potrà emergere qualche indizio su questo “mistero” allora l’operazione “sporca” si rivolgerà contro chi ha inserito quell’attentato nel novero delle stragi italiane.
Perché se ci hanno messo l’attentato del 31 maggio 1972 che è costato la vita a tre carabinieri, avrebbero dovuto metterci a maggior ragione l’agguato di via Fani del 16 marzo 1978, nel quale persero la vita cinque appartenenti alle forze di polizia e che non è stato qualificato giuridicamente come “strage” perché dovevano comprare il silenzio di Mario Moretti e colleghi offrendo gli tutti i benefici di legge in cambio di una simulata dissociazione di fatto.
La differenza è che sull’attentato di Peteano per quanto riguarda l’ideazione, l’organizzazione e l’esecuzione misteri non ce ne sono, mentre sull’agguato di via Fani ne restano tanti e gravi.
Una furbata pericolosa per i suoi ideatori perché i “misteri” (che poi sono tali solo per la stampa) di Peteano riguardano i depistaggi, quelli compiuti a partire dal giugno del 1972 per giungere a quelli di cui si è reso protagonista Felice Casson.
Se proprio vogliamo essere precisi, dobbiamo dire che il solo mistero rimasto fale grazie a Felice Casson, è che è rimasta ignota la motivazione per la quale i vertici dello Stato hanno sentito il bisogno di depistare le indagini per coprire la matrice ordinovista dell’attentato.
Difatti, che l’ordine di depistare le indagini sia stato impartito al colonnello Dino Mingarelli, comandante della Legione carabinieri di Udine, dal capo di Stato maggiore dell’Arma, generale Arnaldo Ferrara, e da l Comandante generale Enrico Mino, è certo, oltre che documentabile.
Così come la decisione di fare altrettanto debba essere fatta risalire ai generali Vito Miceli, direttore del Sid, e al generale Gianadelio Maletti, responsabile dell’Ufficio “D” (sicurezza interna), e al capo della polizia Angelo Vicari e al direttore della divisione Affari riservati Umberto Federico D’Amato, per il ministero degli Interni.
Sono verità, queste, che sono già agli atti di un processo che Felice Casson è riuscito a mascherare ma non a cancellare.
È normale, di conseguenza, che fino ad oggi l’unico a paventare qualche brutta sorpresa sia stato proprio Felice Casson il quale, nel corso di un’intervista resa al TG2, ha denunciato il pericolo che nel materiale che sarà consegnato all’archivio di Stato ci potrà essere qualche “velina” disinformante.
Cosa teme Felice Casson?
Da trent’anni ed oltre costui è il protagonista primo e principale di una campagna di calunnie e di menzogne, all’esterno ed all’interno del carcere, nei miei confronti, ma io attendo con serenità e curiosità di conoscere le carte che i servizi segreti militari e civili potranno riversare negli archivi dello Stato sul mio conto personale e sull’attentato di Peteano di Sagrado.
Mancheranno ovviamente i quasi cento documenti classificati distrutti fra i l 6 ed il 7 agosto 1984, in coincidenza con le mie risposte ai giudici di Bologna, a Forte Braschi di cui Felice Casson non ha mai chiesto conto all’allora direttore del Sismi, ammiraglio Fulvio Martini.
E non saranno i soli documenti ad essere scomparsi dagli archivi dei servizi segreti, della polizia di Stato e dell’Arma dei carabinieri.
Diciamo, dunque, che tutti questi apparati verseranno sull’argomento solo quello che hanno ritenuto di poter conservare.
E questo avverrà per tutti gli altri episodi citati nella direttiva partita dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi, per avviare un’ “operazione trasparenza” dalla quale si propone di non far trasparire nulla che possa creare problemi al governo ed ai suo apparati di insicurezza (non è un refuso).
In altre parole, Matteo Renzi ed i suoi consiglieri hanno avviato un’operazione che ha lo scopo di ri-velare, cioè di coprire per la seconda volta, ciò che hanno sempre tenuto coperto ed occultato.
I magliari dello Stato e della politica sono troppo sicuri del loro operato, ma, come è già accaduto nel processo per l’attentato di Peteano di Sagrado a Venezia, nonostante Felice Casson, qualche “sorpresa” potranno averla loro. Non a caso, chi scrive, in totale solitudine e per anni osteggiato da tutti, ha dettato la ricostruzione della storia italiana che, oggi, tanti hanno fatta propria dimenticando, molti in buona fede perché troppo giovani per ricordare, altri ancora in totale malafede, che a farlo è stato non un “reo confesso” ma un oppositore politico, unico e vero, di questo Stato e di questo regime.
Ne converrà, con il tempo, anche Simona Zecchi la cui lucidità fa intravedere anche un’onestà intellettuale che certamente manca alla gran parte dei giornalisti italiani.

Vincenzo Vinciguerra

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Processo popolare

 

 
Opera, 5 luglio 2013

Si usa l’arma della democrazia diretta, i referendum, per chiamare gli italiani ad esprimere la loro opinione su problemi che il Parlamento ed i governi non hanno la capacità o la volontà di risolvere.
Nessuno, però, fino ad oggi ha osato ipotizzare di rivolgersi agli italiani per esprimere un giudizio sulla storia del Paese, in particolare su quella relativa alla “guerra politica”.
Può sembrare, a prima vista, un’idea astratta, non attuabile perché il giudizio si può esprimere conoscendo i fatti, le circostanze, gli indizi, le prove, le testimonianze, i rapporti delle forze di polizia, ecc. ecc.
E, certo, gli italiani sulla “guerra politica” sanno ben poco perché i mezzi di comunicazione di massa tutto fanno fuorché informare l’opinione pubblica sui fatti relativi a quella guerra e sulle vicende processuali che ne sono seguite.
Ma è altrettanto certo che oggi con internet si potrebbero fare quei “processi nelle piazze” che Aldo Moro, giustamente, tanto temeva perché il loro esito era facilmente prevedibile avendo gli italiani tutti la esatta percezione della capacità di ladrocinio e corruzione della Democrazia cristiana.
Chiedere agli italiani un giudizio sulle responsabilità di quella guerra è un’impresa difficile ma non impossibile, perché non si tratta di rifare i processi penali ma di sottoporre agli italiani delle domande per le quali la risposta non richiede preparazione giuridica e, neanche, una approfondita conoscenza storica degli avvenimenti, ma solo la logica ed il buon senso.
Ad esempio, il 9 gennaio 1973, la madre di Giovanni Ventura chiede tramite l’agente del Sid, Guido Giannettini, l’intervento “chiarificatore” dei servizi a favore del figlio.
Il Sid accoglie la proposta: fa espatriare uno dei complici di Franco Freda e Giovanni Ventura, Marco Pozzan, e si attiva per consentire allo stesso Ventura di evadere dal carcere di Monza nel quale si trova recluso.
La magistratura chiamerà i soli generali Gianadelio Maletti e il capitano Antonio Labruna a rispondere penalmente di quanto fatto per favorire l’espatrio in Spagna di Marco Pozzan e consentire l’evasione di Giovanni Ventura.
Questa magistratura riuscirà, senza motivo, ad eludere sempre il problema posto dalla richiesta della madre di Giovanni Ventura di un intervento “chiarificatore” per salvare il figlio dalla condanna all’ergastolo.
Problema che si pone in termini logici: il chiarimento richiesto dalla madre di Giovanni Ventura, a nome e per conto del figlio, si riferisce agli eventi del mese di dicembre del 1969, quando ai vertici del Sid c’erano altri uomini, ufficiali diversi da quelli che si prendono la briga, nel mese di gennaio del 1973, di favorire gli stragisti padovani e veneti.
Il diretto del Sid, nel 1969, era l’ammiraglio Eugenio Henke, l’unico che, nell’ambito del servizio, poteva compiere l’intervento “chiarificatore” richiesto dalla madre di Giovanni Ventura.
Solo che dal 1° agosto 1972, non a caso, l’ammiraglio Eugenio Henke era stato promosso a capo di Stato maggiore della Difesa e, come massima autorità militare del Paese, era divenuto un intoccabile.
Difatti, il giudice istruttore di Milano, Gerardo D’Ambrosio, lo disturberà solo dopo che aveva dichiarato di aver incontrato Pino Rauti su richiesta dell’allora ministro della Difesa, Roberto Tremelloni.
In seguito, verrà sfiorato marginalmente dai sospetti solo per il ruolo ricoperto all’interno del Sid da Guido Giannettini.
Se il Sid è sollecitato dalla madre di Giovanni Ventura ad intervenire per “chiarire” i comportamenti e le responsabilità del figlio, è evidente che il servizio segreto militare conosce tutta la verità sulla strage di piazza Fontana.
Nessun magistrato, però, chiederà all’ammiraglio Eugenio Henke di raccontarla.
Nessun magistrato osa farlo perché è evidente che, portato sul banco degli imputati, l’ammiraglio Henke non potrà non chiamare in causa i suoi superiori gerarchici: presidente del Consiglio, ministro della Difesa, capo di stato maggiore della Difesa.
Un secondo esempio può essere offerto dal depistaggio delle indagini sulla strage di Brescia del 28 maggio 1974, per la qual in perfetta malafede si è scomodato come precedente all’attentato di Peteano di Sagrado del 31 maggio 1972.
A parte la considerazione che quell’attentato mortale era stato compiuto in una solitaria stradina di campagna per evitare che vi venissero coinvolti civili, e non su una piazza nel corso di una manifestazione politico-sindacale come a Brescia, c’è da dire che in effetti il modus-operandi dei depistatori ricalca quello seguito all’attentato di Peteano di Sagrado.
In quel caso, carabinieri e servizi segreti imboccarono prima la pista della sinistra rivoluzionaria, dopo ripiegarono su quella comune.
A Brescia, prima cercano di addossare la responsabilità agli uomini del Mar, giungendo fino al punto di tracciare l’identikit di Giancarlo Esposti, uomo di Carlo Funagalli, come quello dell’attentatore, poi, fallito il tentativo, propongono la pista comune.
Perché il Mar? Per la semplice ragione che i carabinieri ed il Sid avevano arrestato il 9 maggio 1974 Carlo Fumagalli e gran parte dei suoi uomini.
I latitanti del Mar, compreso Giancarlo Esposti, potevano quindi avere un movente – la vendetta – per compiere un attentato mortale contro i carabinieri, il 28 maggio 1974, a Brescia.
È lo stesso, identico schema utilizzato per depistare le indagini sull’attentato di Peteano di Sagrado sostituendo il Mar a Lotta continua e finendo per imboccare la pista della criminalità comune in entrambi i casi.
Cambiano i subalterni: per Peteano, c’è il colonnello Dino Mingarelli, della Legione carabinieri di Udine; per Brescia, il capitano Francesco Delfino, comandante del Nucleo investigativo dei carabinieri.
La catena di comando è la stessa: comandante generale dell’Arma dei carabinieri, Enrico Mino; capo di stato maggiore dell’Arma, generale Arnaldo Ferrara, comandante della divisione carabinieri “Pastrengo”, con sede a Milano e competenza in tutta l’Italia del nord, generale Giovanni Battista Palumbo.
C’è un’altra circostanza da sempre ignorata da tutti, quella dell’interessamento personale e diretto del generale Enrico Mino alle indagini svolte dai subalterni.
Il capitano Francesco Delfino si farà dovere di dichiarare che il comandante generale dell’Arma lo aveva invitato a telefonargli, anche, a casa per tenerlo informato sugli sviluppi delle indagini mentre, più esplicitamente, il colonnello Dino Mingarelli dirà alla Corte di assise di Venezia di aver ordinato l’arresto, nel mese di marzo del 1973, dei sette goriziani innocenti per l’attentato di Peteano solo dopo aver ricevuto una telefonata personale del generale Enrico Mino.
Un modo implicito ma chiarissimo per dire che aveva eseguito un ordine impartito dal comandante generale dell’Arma dei carabinieri.
Ma, in Italia, i subalterni non hanno fortuna. Quando le cose si mettono male pagano loro, non i loro superiori gerarchici, non perché manchino gli elementi indiziari a loro carico ma perché la magistratura italiana è quella che è.
L’elenco degli esempi che si potrebbero fare è lunghissimo. Basti pensare che a carico di Giulio Andreotti non è mai stato preso un provvedimento giudiziario, neanche formale, per aver depennato i nomi degli ufficiali che avevano preso parte al “golpe Borghese”, per il quale, per altro, tutti gli imputati erano stati assolti con una sentenza che avrebbe suscitato scandalo in ogni Paese del mondo, non nel nostro.
È anche vero che siamo vicino al mezzo secolo da avvenimenti come la strage di piazza Fontana e che, con grande esultanza dei magistrati della procura della Repubblica di Milano, testimoni, imputati ed imputandi, continuano a morire rendendo più agevole il rifiuto di riaprire l’inchiesta, ma ne consegue che i processi giudiziari non appaiono più idonei per l’accertamento della verità.
Da escludere, poi, l’idea di creare commissioni parlamentari d’inchiesta, nelle quali intruppare complici, depistatori, velinari, perfino qualche protagonista ancora in vita ed in servizio attivo, per giungere a conclusioni già note e scontate.
Precluse le vie giudiziaria e politica, per giungere alla definitiva affermazione della verità rimane la strada di un processo su una piazza virtuale come quella di internet.
In anni lontani, in Parlamento, a nome di tutti i suoi colleghi, Aldo Moro aveva affermato:
“Non ci faremo processare sulle piazze”.
È giunto il momento, invece, di scavalcare magistratura e politica, per istruire un processo popolare che coinvolga un numero sempre maggiore di italiani, a prescindere dalle loro idee politiche, perché si possa giungere ad una sentenza definitiva sulle responsabilità della guerra politica, che non sarà mai pronunciata da quello strumento del potere che è la magistratura.
Processiamoli sulle piazze.
Avremo verità e riassaporeremo il gusto della libertà.

Vincenzo Vinciguerra

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2 agosto 2013

 
Opera, 6 luglio 2013

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha già pronto il messaggio da inviare all’associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna del 2 agosto 1980.
Non è difficile immaginare cosa scriverà perché sono 33 anni che i vertici politici ed istituzionali ribadiscono che, come per tutte le altre stragi, lo Stato non lascerà nulla di intentato per giungere alla verità, ecc. ecc.
In questo caso però una verità parziale esiste ed è circoscritta alla responsabilità degli autori materiali del massacro – Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini – due dei quali hanno battuto ogni record, “espiando” la pena in soli 18 anni (Francesca Mambro) e in 20 anni (Valerio Fioravanti) mentre il terzo, Luigi Ciavardini, si gode la semi-libertà.
Non è, però, una verità assoluta perché da anni la procura della Repubblica tiene aperto un fascicolo a carico di fantomatici ed ignoti “terroristi” palestinesi che avrebbero compiuto la strage per motivazioni ignote, per errore, per un incidente tecnico e così via.
Insomma, anche per l’eccidio del 2 agosto 1980 la verità c’è ma non deve essere affermata con assoluta certezza per la volontà di politici, magistrati, giornalisti, pseudo storici, preti.
Mentre Valerio Fioravanti e Francesca Mambro si rosolano al sole estivo, in qualche amena spiaggia, immemori dei 95 morti che pesano sulle loro spalle, compiaciuti per la loro potenza politica e mediatica, il dibattito sulle responsabilità dei mandanti di qual massacro e sulle sue reali motivazioni prosegue.
Non è stata una strage “fascista”, perché quella del 2 agosto 1980 non ha un significato politico proprio, non è stata fatta per destabilizzare per dare ai governanti di turno la possibilità di stabilizzare, non si è proposta di creare crisi di governo né di colpire il Partito comunista elettoralmente avviato, dalle elezioni amministrative del maggio 1978, sulla via del tramonto.
Non ha senso neanche la tentata strage di Milano del 30 luglio 1980, sulla quale le indagini sono state frettolosamente chiuse dalla magistratura milanese.
Due stragi senza senso, quelle dell’estate 1980, e la sola certezza che i loro autori vanno individuati nel verminaio, umano e politico, dell’estrema destra romana e veneta.
Con buona pace dell’attuale ministro degli esteri, Emma Bonino, Valerio Fioravanti e Fancesca Mambro hanno confessato la loro responsabilità nel momento in cui hanno chiesto perdono ai familiari delle vittime del massacro in modo da ottenere dal Tribunale di sorveglianza di Roma la liberazione condizionale.
L’impegno profuso dai partiti politici di quasi tutti i partiti, di giornalisti, di magistrati, di preti per convincere gli italiani che i due “ragazzini” dei Nar erano vittime di un errore giudiziario o, addirittura, di una persecuzione giudiziaria delle “toghe rosse” di Bologna è naufragato miseramente quando i due hanno implorato il perdono dei familiari delle vittime ed hanno ottenuto il beneficio della condizionale perché sicuramente ravveduti.
Dinanzi alla confessione di fatto dei due massacratori, non ci sono stati “mea culpa” da parte di Emma Bonino e soci, mentre la procura della Repubblica di Bologna non ha chiuso il fascicolo a carico degli ignoti e quanto mai presunti autori della strage.
Per quanti conoscono i meccanismi della comunicazione in Italia, appare evidente che a favore di Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini c’è stata una mobilitazione ordinata dall’alto, da quel potere politico che si è sempre fatto puntualmente beffa dell’ansia di giustizia degli italiani e solo si è mosso per proteggere colpevoli, da Pietro Valpreda ad Adriano Sofri fino, appunto, al trio Fioravanti-Mambro-Ciavardini.
Se alla mobilitazione politico-mediatica che ha coinvolto perfino alcuni magistrati poi felicemente approdati ai vertici dell’amministrazione penitenziaria italiana, aggiungiamo il sostegno dato dal servizio segreto militare ai massacratori rei confessi, possiamo affermare che la strage di Bologna nasconde un segreto ignobile dello Stato e dei suoi alleati atlantici.
Come quelle che l’hanno preceduta, la strage di Bologna del 2 agosto 1980 è stata, quindi, una strage di Stato, non ideologicamente attribuibile ai “fascisti”.
Non è una tesi nuova, perché in molti hanno sempre considerato il massacro di Bologna come un “diversivo” per distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica dalla strage di Ustica.
È il servizio segreto militare che, nell’immediatezza dell’abbattimento del DC-9 Itavia ad Ustica, lancia il depistaggio insinuando che questo è caduto per l’esplosione di una bomba a bordo, manco a dirlo portata da un “fascista”.
Ustica come strage “fascista”, magari involontaria; la mancata strage di Milano del 30 luglio 1980, naturalmente di marca “fascista”, quella di Bologna ovviamente “fascista”.
Negli intendimenti dei manovratori occulti l’estate del 1980 doveva passare alla storia della Repubblica come quella delle stragi “fasciste”.
Non è andata così.
Oggi è una verità condivisa da tutti che il Dc-9 Itavia è stato abbattuto, ad Ustica, da un aereo militare, forse francese (le verità di Francesco Cossiga vanno prese con cautela) nel corso di una operazione segretissima di cui erano perfettamente a conoscenza i vertici politici (Francesco Cossiga) e militari italiani.
Il massacro del 2 agosto 1980 ha visto la confessione di due degli esecutori materiali che rimangono “fascisti” e “spontaneisti” solo per certa stampa.
Mentre, non valutata a sufficienza, è emersa la certezza che gli “ordinovisti” veneti con i quali operavano Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, altri non erano che confidenti ed agenti operativi dei servizi segreti italiano, americano, israeliano, francese, ecc.
Sullo sfondo della strage di Bologna del 2 agosto 1980, non si intravede, di conseguenza, l’ombra dell’ideologia “fascista” bensì quella, concreta, di un mondo di spioni nazionali ed internazionali impegnati a proteggere i segreti dello Stato e della Nato.
Si è anche ricordato, in precedenza, che la strage di Bologna era già stata tentata, con le medesime modalità, a Verona nel 1970, fallendo solo per un difetto tecnico.
È qui il caso di ricordare agli interessati immemori la mancata strage al Cantagallo, nel mese di giugno del 1973, dov’era stato contestato Giorgio Almirante.
Non solo i mandanti erano i soliti ordinovisti veneti, ma quel tentativo di strage dimostra come sia estremamente facile compiere un massacro indiscriminato quando l’obiettivo è un luogo pubblico, nel quale si può penetrare senza dare nell’occhio e senza alcuna difficoltà, come un autogrill e una stazione ferroviaria.
Per compierlo, è sufficiente un ordigno, una borsa e la volontà di farlo, decidendo ed organizzando il tutto in poche ore.
Per giungere alla verità, a volte, non è necessario partire dall’inizio perché si può pervenire ad essa cominciando dalla fine, ad esempio dalle ragioni reali che hanno indotto il servizio segreto militare a prodigarsi, anche con l’intervento di giornalisti sul proprio libro paga, ad aiutare Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, insieme a politici, magistrati e preti.
Esclusa l’ansa di giustizia a favore di due innocenti che, poi, si sono apertamente dichiarati colpevoli, il prodigarsi a loro favore di personaggi della “politica, della cultura e dell’impegno sociale”, come scrive il Tribunale di sorveglianza di Roma, risponde ad una logica che deve essere spiegata e chiarita.
Come la decisione del governo di Enrico Letta, degno nipote di Gianni Letta, di non impugnare la sentenza della Corte di appello di Palermo che dispone il risarcimento finanziario ai familiari delle vittime della strage di Ustica appare come un espediente per tacitare le coscienze e le polemiche, così le incredibili protezioni offerte ai massacratori del 2 agosto 1980, a Bologna, sembrano rispondere ad una logica di necessità da parte dello Stato e del potere politico, quella di garantirsi il loro silenzio.
E non è per mero caso che, mentre l’inchiesta su Ustica si avviava al riconoscimento che il Dc-9 Itavia era stato abbattuto da un missile; mentre il processo per la strage di Bologna si avviava alla sua conclusione con l’affermazione della responsabilità penale di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, il sostituto procuratore veneziano Felice Casson, con la collaborazione di qualche magistrato della procura della Repubblica (in modo particolare Grazia Pradella), e dei suoi amici politici della sinistra italiana, tentava in tutti i modi, anche ai margini della legalità se non proprio apertamente illeciti, di bloccare l’inchista condotta dal giudice istruttore di Milano Guido Salvini sugli ordinovisti veneti per la stragi di piazza Fontana, di inquinare quella diretta dal giudice istruttore di Milano Antonio Lombradi, a carico degli stessi personaggi per la strage di via Fatebenefratelli per la strage del 17 maggio 1973, consapevole di poter condizionare in questo modo l’inchiesta di Brescia sulla strage del 28 maggio 1974 che vedeva come indiziati sempre i soliti ordinovisti veneti.
Non è una mera coincidenza che alle spalle dei massacratori di Bologna, presentati come due tenerissimi “ragazzini” dei Nar, ci sia sempre stato il gruppo editoriale “L’espresso-Repubblica”, lo stesso che da sempre si è prodigato per creare l’immagine pubblica di Felice Casson presentato come l’intemerato giudice scopritore di tutto.
Chi si è tanto preoccupato della collaborazione con i giudici milanesi, Salvini e Lombradi, di Carlo Digilio, il “tecnico delle stragi”, lo stesso che Valerio Fioravanti e Francesca Mambro avevano dichiarato che aveva incontrato a Padova, nel mattino del 2 agosto 1980, il loro socio Gilberto Cavallini?
Fino a che punto si sarebbe spinta la collaborazione della spia Carlo Digilio con i magistrati milanesi?
La paura è stata tanta se tanto hanno fatto per screditarlo, e infine per riuscire, a causa di un ictus cerebrale, a farlo dichiarare “demente-rincretinito”, salvando in tal modo i suoi ex complici, assolti, però, solo per insufficienza di prove.
Cos’era andato a fare Carlo Digilio a Padova, quel mattino del 2 agosto 1980?
Non lo potrà dire Carlo Digilio, morto nel 2005. Non lo diranno i due massacratori che, esaltati ed osannati, sono stati graziati di fatto e rimessi in libertà per fine pena; tantomeno lo dirà Gilberto Cavallini o qualche ordinovista veneto.
La verità non si può trovare nelle sole aule dei Tribunali, mentre i motivi per i quali la verità non può ancora essere affermata sono ancora sotto gli occhi di tutti:
Felice Casson è oggi senatore del Partito democratico; Grazia Pradella continua ad opporsi alla richiesta di riaprire l’inchiesta sulla strage di piazza Fontana; il presidente del Tribunale di sorveglianza di Roma, Giovanni Tamburino, è direttore generale dell’associazione penitenziaria; Giorgio Santacroce che tanto credeva nella tesi della bomba che aveva fatto precipitare il Dc-9 Itavia ad Ustica è primo presidente della Corte di Cassazione.
Il 2 agosto 2013, a Bologna, sarebbe giusto ricordarsi anche di questi fatti e chiederne conto ai politici che si presenteranno in piazza per esprimere la loro solidarietà.
Per ottenere la verità, è necessario rimuovere gli ostacoli che si frappongono.
Non si è mai fatto.
Si può iniziare a farlo dal 2 agosto 2013, dalla stazione ferroviaria di Bologna.

Vincenzo Vinciguerra

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Leggende metropolitane

 

 

Opera, 4 maggio 2013

Si avvicina la data del 28 maggio 2013, quando saranno passati esattamente 39 anni dalla strage di piazza della Loggia, a Brescia, compiuta dagli uomini dello Stato italiano il 28 maggio 1974.
Trentanove anni ed una verità perfino accertata in gran parte sul piano giudiziario che, però, viene sistematicamente negata, per sostituirla con la leggenda metropolitana dei “fascisti” che l’hanno compiuta per colpire l’Arma dei carabinieri con la quale “lavoravano” e dalla quale erano protetti.
Fino a quella data, in Italia s’indagava su una strage di civili, quella compiuta a piazza Fontana a Milano il 12 dicembre 1969, che che vedeva imputati sia “anarchici” che “neofascisti” i quali tutti proclamavano la loro innocenza.
Si dava, viceversa, per scontato che la strage di via Fatebenefratelli a Milano, il 17 maggio 1973, era stata compiuta dall’anarchico individualista Gianfranco Bertoli che non voleva uccidere civili innocenti ma Mariano Rumour per vendicare l’assassinio di Giuseppe Pinelli.
E’ un luogo comune che i “fascisti” in quegli anni plaudissero con entusiasmo ai massacri ai civili, uomini, donne, bambini, perché rappresentanti del “male assoluto”. Ma, questa è un altra leggenda metropolitana che fa comodo alle comunità ebraiche ed alla ambasciata israeliana, senza però corrispondere alla verità.
Perché, in realtà, le stragi di innocenti ripugnavano alla coscienza della stragrande maggioranza dei militanti ”neofascisti”, che, viceversa, avevano visto nell’attentato di Peteano di Sagrado, avvenuto il 31 maggio 1972, l’esempio di un’azione contro lo Stato che aveva colpito militari non donne e  bambini, né vecchi, né lavoratori, né estranei alla contesa.
Il giudizio della “base” non era, ovviamente, condiviso dai vertici del “neofascismo” che ne paventavano le conseguenze sui rapporti che intercorrevano fra loro, l’Arma dei carabinieri e il servizio segreto militare.
Non avevano torto, se Francesco Cossiga durante la sua audizione dinanzi alla Commissione parlamentare sul terrorismo e le stragi ha esplicitamente affermato che l’attentato di Peteano di Sagrado determinò la prima incrinatura tra l’estrema destra, i carabinieri e il Sid.
Potevano i congiurati stragisti dello Stato italiano colpire ancora i Carabinieri? No, non potevano nel momento in cui l’Arma era impegnata a loro fianco a salvare l’Italia dal comunismo ateo e sovvertitore.
E non potevano farlo con la complicità del capitano Francesco Delfino, congiurato con il criptonimo di “Palinuro” che per essere un ufficiale dei carabinieri avrebbe forse potuto ipotizzare un massacro di agenti di pubblica sicurezza, mai dei propri uomini molti dei quali, sicuramente, conosceva di persona.
La favole dell’attentato contro i carabinieri, compiuto in una piazza dove si stava svolgendo una manifestazione sindacale e politica della sinistra che intendeva protestare contro il “terrorismo fascista” è stata diffusa ad arte dagli stessi ideatori ed organizzatori del massacro di Brescia timorosi della reazione di sdegno nella base della destra estrema, militanti, aderenti e simpatizzanti.
Come già per la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, si avvalorava la tesi dell’errore dovuto all’orario perché la bomba avrebbe dovuto esplodere dopo la chiusura della Banca dell’Agricoltura, così per Brescia il massacro che ne è seguito è stato attribuito alla fatalità meteorologica che ha esposto i partecipanti alla manifestazione all’ordigno salvando i carabinieri  predestinati a morire.
Per uccidere i carabinieri bisognava avere una motivazione, e la sola che poteva fornire il capitano Francesco Delfino era la ritorsione compiuta dagli uomini del Mar contro i carabinieri che avevano arrestato nella notte tra il 9 e il 19 maggio 1974 Carlo Fumagalli e buona parte dei suoi militanti.
Sarà un brigadiere dei carabinieri, agli ordini di Francesco Delfino, a tracciare l’identikit del presunto attentatore che corrispondeva esattamente a Giancarlo Esposti, uomo di fiducia di Carlo Fumagalli, e a farlo circolare tra i giornalisti di Brescia il 30 maggio 1974.
Sarà Giovanni Maifredi, informatore del capitano Francesco Delfino e suo collaboratore nell’operazione contro il Mar, ad avvalorare la tesi dell’attentato contro i carabinieri.
Astuti gli stragisti, perché’ in questo modo si allontanano i sospetti dal loro ambiente “rosaventista”, composto dai militari, carabinieri e uomini del Sid, per farli ricadere sul Mar che dipende dal ministero degli Interni.
Per il ministro degli Interni, Paolo Emilio Taviani, al danno si aggiunge la beffa.
Dopo 39 anni, è giunto il momento di usare la logica e la razionalità per giudicare i fatti: se le piste indicate dal capitano dei carabinieri Francesco Delfino, quella del Mar e poi quella della malavita comune sono false, perché ostinarsi a credere che sia vero solo l’obbiettivo della strage indicato nei carabinieri in servizio di ordine pubblico?
Il falso obbiettivo era funzionale alle false piste, il Mar di Carlo Fumagalli prima, la malavita comune dopo.
Dopo aver fallito nel tentativo di costruire la pista di sinistra per l’attentato di Peteano di Sagrado del 31 maggio 1972, i carabinieri al comando del generale Enrico Mino, del suo capo di Stato maggiore Arnaldo Ferrara e del comandante della divisione “Pastrengo” Giovanni Battista Palumbo, inventarono la pista della delinquenza comune incastrando sette cittadini goriziani innocenti.
Questi tre personaggi erano i superiori del capitano Francesco Delfino quando si trattò di depistare le indagini sulla strage di Brescia, non è quindi per caso che anche a Brescia alla fine prevalse la tesi della pista comune, tanto cara ai vertici dell’Arma e del servizio segreto militare che Felice Casson, nel 1982, provò a riproporla anche per l’attentato di Peteano di Sagrado, in perfetta malafede perché aveva le prove che la escludevano ma cercò disperatamente di sostenerla per oltre due anni.
Fu un tentativo di depistaggio in cui non si fatica ad individuare nel generale Ninetto Lugaresi, direttore del Sismi nel 1982, amico ed estimatore del generale Arnaldo Ferrara, il consigliere di Felice Casson, che con lui collaborava senza alcuna riserva.
Il tentativo depistante di Casson e Lugaresi si è infranto miseramente per quanto riguarda l’attentato di Peteano, ma quello su Brescia continua ad avere parziale fortuna se ancora sono in tanti a credere che l’obbiettivo del massacro fossero i carabinieri e non i dimostranti di sinistra confluiti in piazza della Loggia per protestare contro il “terrorismo fascista”.
Ha sempre avuto fortuna anche un’altra leggenda metropolitana, quella secondo la quale a depistare le indagini sono sempre e soltanto gli ufficiali di grado inferiore, protesi per ragioni mai spiegate a”tradire” lo Stato e a colludere con i “biechi nazifascisti”.
Invece, a livello di ufficiali subalterni cambiano i nomi, i gradi, i luoghi, gli eventi, come nel caso dell’attentato de Peteano di Sagrado avvenuto in provincia di Gorizia il 31 maggio 1972, e la strage compiuta a Brescia il 28 maggio 1974, ma non le gerarchie superiori.
Non invochiamo le “responsabilità’ penali individuali” lasciandole ai magistrati che non possono essere colpevolizzati perché è praticamente impossibile trovare le prove delle responsabilità di un comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, di un capo di stato maggiore dell’Arma e di comandante di divisione, ma gli indizi possiamo – e dobbiamo – valorizzarli.
Ad esempio, chi ha garantito al colonnello Mingarelli la nomina a generale di brigata e al capitano Antonino Chirico, nonostante su quest’ultimo il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa avesse espresso un giudizio negativo durissimo, la nomina a maggiore, prima, e a tenente colonnello, dopo? E chi ha garantito la brillante carriera del capitano Francesco Delfino se non i vertici di quell’Arma dei carabinieri ai quali vanno ricondotte tutte le responsabilità? “Palinuro”, quando si riuniva con i congiurati di Ordine nuovo, Fronte nazionale, Movimento sociale italiano, Amos Spiazzi, non agiva in maniera autonoma, ma obbediva agli ordini impartiti da coloro che avevano deciso di salvare l’Italia dal comunismo con l’impiego della forza.
Dobbiamo, quindi, ritenere che un brutto giorno i vertici dell’Arma dei carabinieri e del Sid abbiano deciso di far uccidere carabinieri a Brescia il 28 maggio 1974?
E che, successivamente, abbiano premiato il mancato autore del massacro dei propri uomini con una carriera che lo ha visto andare in congedo con il grado di generale di divisione?
Andiamo, se non soccorrono la logica, la razionalità, la conoscenza dell’ambiente e della mentalità militare, intervenga almeno il senso del ridicolo.
Appare, difatti, evidente che i “neofascisti” del Mossad e della Cia hanno avuto il tempo e la possibilità, i mezzi e lo spazio per attuare la loro “vendetta” nei confronti dei carabinieri rimediando all’ ”involontario errore “ fatto a Brescia il 28 maggio 1974.
Viceversa, hanno ideato, pianificato ed organizzato (perché gli ideatori sono sempre gli stessi) la strage del treno Italicus, compiuta il 4 agosto 1974, questa volta esplicitamente finalizzata ad un massacro di innocenti.
Sono carabinieri quelli che liquidano a Pian del Rascino il “camerata” del ministero degli Interni Giancarlo Esposti, alla fine di quel mese di maggio del 1974, E sarà’ un capitano dei carabinieri a sparare alla nuca di Stefano Recchioni, a Roma, 4 anni dopo, ma dall’ambiente del “neofascismo” di Stato e di servizio segreto più di belati di protesta non si leveranno.
Il proposito di vendicare i “camerati” a quanto pare non animerà mai i vecchi “fascisti stragisti e golpisti” così come gli “spontaneisti” del Sismi.
Mai il “neofascismo” al servizio dell’antifascismo cattolico e liberale ha programmato un attacco contro l’Arma dei Carabinieri, e voler credere che lo abbia fatto a Brescia, il 28 maggio 1974, nel corso di una manifestazione antifascista è un ‘offesa all’intelligenza.
Se volevano colpire i carabinieri, gli italici stragisti non avevano che l’imbarazzo della scelta per quanto riguarda i tempi e i luoghi. Non lo hanno mai fatto perché vedevano nell’Arma dei carabinieri uno dei “corpi sani” che avrebbe concorso, in maniera determinante, e a salvare l’Italia dal comunismo.
Una verità, questa, che è documentata sul piano storico e giudiziario e che lasciamo negare alle vittime della propaganda, quando in buona fede, e a quanti hanno interesse a perpetuare la menzogna.
Mettiamo a tacere quanti ancora affermano che la verità non c’è, che non ci sarà, che le stragi italiane sono rimaste senza colpevoli, perché la verità c’è, serve solo il coraggio di affermarle, a voce alta e ferma.
Ed è tempo di trovarlo questo coraggio, nel nome dei morti e dei vivi, della nostra storia e di un paese che ha il diritto di avere verità, passo decisivo per riacquistare la libertà e la dignità perdute.

Vincenzo Vinciguerra

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Il colpaccio

 

 

Opera, 12 marzo 2013

A quarant’anni dall’attentato di Peteano di Sagrado del 31 maggio 1972, un gruppo di persone, a Gorizia, ha voluto girare un film-documentario su un episodio nel quale hanno perso la vita tre carabinieri.
Potevano farlo in ricordo dei militi che vi hanno perso la vita, per dare voce ai loro familiari per i quali, peraltro, la verità ha sempre coinciso con quella dell’Arma dei carabinieri, cioè con una non verità.
Avrebbero potuto circoscrivere il loro intervento al dolore, rispettabile e sempre rispettato, dei familiari dei caduti, invece hanno girato un documentario che si basa sulle fantasie di Felice Casson.
Hanno, cioè, offeso i morti e i vivi.
Quando mi hanno scritto per chiedermi un’intervista, il documentario aveva come titolo “Peteano: una storia all’italiana”, successivamente lo hanno modificato con un illogico quanto menzognero “Per mano ignota”.
La cupola penitenziaria, diretta da Giovanni Tamburino, gli ha negato il permesso di venire per l’intervista.
Così, ha avuto mano libera felice Casson, che, come tutti sanno, ha fatto carriera e fortuna sfruttando a più non posso l’inchiesta sull’attentato di Peteano di Sagrado nel corso della quale non ha scoperto niente ed ha coperto molto.
Il regista del documentario, Cristian natoli, non si è documentato così ha scodellato un racconto nel quale si afferma che il colonnello Dino Mingarelli ha sbagliato in buona fede le indagini su di un attentato che è stato fatto con l’esplosivo proveniente dal nasco di “Gladio” di Duino Aurisina e che, infine, la verità è stata trovata grazie alla genialità del Felice Casson.
Un documentario che è una “cassonata”.
Lo hanno presentato a Gorizia, il 30 maggio 2012, presenti manco a dirlo Felice Casson e il fido Giorgio Cecchetti.
Il Casson, forte della presenza della moglie giornalista di Rai Tre, ha cercato di ritagliarsi uno spazio sempre più considerevole per le sue vanterie, partecipando ad una trasmissione de “La storia siamo noi” di Giovanni Minoli, il quale con quarant’anni di ritardo ha cercato di girare un documentario sull’argomento.
A maggio del 2012, la cupola penitenziaria gli nega il permesso di intervistarmi, a ottobre dello stesso anno fa retromarcia e gli concede di venire.
Solo che io non ricevo propagandisti di regime, soprattutto se maleducati, come Giovanni Minoli e Casson che già aveva pregustato la gioia di poter commentare le mie dichiarazioni, al riparo da ogni mia replica, è rimasto a bocca asciutta.
Si è consolato a Venezia, il 20 gennaio 2013, quando il documentario è stato presentato ad uno scarso pubblico, assente il Casson ma presente il fido Giorgio Cecchetti, per un contributo alla campagna elettorale di cotanto scopritore del nulla.
Il 1° marzo, il documentario è stato presentato anche a Udine dove, però, i relatori, primo il regista, hanno dovuto affrontare le domande critiche di un ex militante di “Lotta continua”, arrestato a suo tempo dai carabinieri proprio nell’ambito delle indagini sull’attentato di Peteano (quando cercavano di costruire la “pista rossa”), e di un giovane storico friulano che li ha invitati a indicare se esiste un solo elemento concreto “sul piano giudiziario o storico” che colleghi il sottoscritto a “Gladio”.
Gli ha risposto il balbettio del regista che ha ammesso di non essersi documentato, di non aver voluto girare un documentario storico ma di aver voluto solo ricordare il dolore e le esperienze delle persone coinvolte.
Ma non è vero.
Natoli ha dato voce ai familiari dei caduti che hanno ribadito (ma non gliene facciamo una colpa) la verità dell’Arma dei carabinieri; quella di alcuni dei goriziani accusati, benché innocenti, dai carabinieri per sostenere la tesi della “pista comune”, il tutto scandito dalle cassonate del Casson Felice.
Sulla “buona fede” del colonnello Dino Mingarelli, ricordiamo che nell’aula della Corte di assise di Venezia, ci tenne a sottolineare, con forza e disperazione, che aveva arrestato i goriziani solo dopo aver ricevuto un ordine telefonico del comandante generale dell’Arma, generale Enrico Mino.
Come a dire: ho obbedito ad un ordine.
Sul collegamento fra l’attentato ed il Nasco di Duino Aurisina, costituito, secondo Casson, dal detonatore a strappo, facciamo notare che questo è stato letteralmente fuso nell’esplosione dell’ordigno e che nessuno, tantomeno il Casson, lo ha mai visto od esaminato.
In altre parole: è un parto della interessata fantasia di Casson. Sui rapporti fra me e “Gladio”, le uniche procure della Repubblica che hanno indagato sulla struttura (Casson non l’ha fatto perché non ne aveva la competenza) sono state quelle di Roma e di Padova, ed entrambe hanno escluso ogni collegamento, sia pure ipotetico, fra me e “Gladio”.
Anche questo rapporto è una mera invenzione di Casson.
Il Natoli è giovane, ingenuo, convinto certamente di aver condotto un documentario che getta luce su una storia “dimenticata”, aggiungendo una menzogna a tutte le altre, ma non è scusabile perché chi si è compiaciuto di farsi ingannare dal Casson va in giro  presentare un documentario che inganna altri perpetuando il contrario della verità.
Un documentario che è servito solo a Felice Casson per farsi propaganda, addirittura elettorale a Venezia il 30 gennaio, e che offende la memoria dei caduti e l’intelligenza dei vivi.
È la verità il solo modo di rispettare quanti sono caduti nel corso della guerra politica.
Natoli e Sorge (il produttore) hanno preferito non farlo perché Felice Casson è vivo e si presenta come potente, quando in realtà è stato solo uno sherpa senatoriale.
Sarebbe stato più opportuno, per i morti e per i vivi, scegliere il silenzio che offrire uno strumento di propaganda personale ad un magistrato che non ha trovato alcuna verità, che ha cercato di soffocarla riproponendo la tesi della “pista comune”, tanto cara ai carabinieri e al Sismi con il quale collaborava dal 1982, salvo inventarsi meriti quando non ha più potuto negare l’evidenza dei fatti.
Peccato! Un documentario che non passerà alla Storia, se non come atto di accusa nei confronti di quanti, come Felice Casson, la storia non la scrivono ma la sfruttano per fini personali.
Ma questo è un altro capitolo, ancora da scrivere, perché si avvicina il momento di tiare le somme sugli speculatori politici e giudiziari, sui quali altri potranno poi girare un documentario su una storia da ricordare per le generazioni future.

Vincenzo Vinciguerra

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Imputati e imputandi

Opera, 23 giugno 2012

Fu Giulio Andreotti, il 21 gennaio 1977, nel corso di un’intervista radiofonica, a dichiararsi contrario all’opposizione del segreto di Stato nei processi politici perché la sua rimozione avrebbe consentito a tutti, “imputati e imputandi di avere il massimo spazio per difendersi”.
Rilasciata nelle more del processo per la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969, la dichiarazione di Giulio Andreotti è apparsa una minaccia rivolta ai propri nemici politici all’interno ed all’esterno della Democrazia Cristiana, da parte di un individuo che sul quel tragico evento sa tutto quello che c’è da sapere.
L’immagine suggestiva di “imputati e imputandi”, però, conserva integra la sua attualità perché se è vero che imputati ne sono comparsi, a vario titolo, molti nelle aule dei Tribunali, è altrettanto vero che un numero ancora maggiore di imputandi attende di essere chiamato alla sbarra del Tribunale della Storia per rispondere di quanto fatto nel corso della guerra politica.
Non è stato possibile fino ad oggi, e non sarà agevole in futuro, chiamare questa classe politica a rispondere dei delitti che ha commesso nell’arco di quasi settant’anni, perché essa è ancora saldamente al potere e controlla ferreamente la magistratura e la stampa, i mezzi cioè di cui si è servita per affermare la menzogna e perpetuarla nel corso del tempo.
Una parte della verità, però, è già scritta sul conto degli imputati che sono sfilati, negli anni, nelle aule dei tribunali nelle molteplici vesti di esecutori, organizzatori, testimoni reticenti, depistatori, favoreggiatori, complici e mandanti a prescindere dall’esito finale dei processi condotti da una magistratura che, tranne rarissime eccezioni individuali, è stata l’arma decisiva per affermare la menzogna negando l’esistenza di un disegno strategico unitario e le responsabilità dei vertici politici e militari, ritenuti soggetti da salvaguardare ad ogni costo e con ogni mezzo.
Anche questa verità parziale è negata da un potere mediatico che rifiuta di divulgarla ma si nutre dell’illusione di poterla cancellare, rimpiazzandola ad uso e consumo di un popolo ingannato con una verità ufficiale, tanto rassicurante quanto falsa.
Quest’ultima, difatti, pretende di affermare che lo Stato è stato aggredito da “opposti estremismi”, dal “terrorismo nero”, affiancato da quello “rosso”, accomunati dall’odio verso la democrazia.
Per quanto riguarda il terrorismo “nero”, è però sufficiente scorrere la lista dei rappresentanti dello Stato e degli esponenti dei partiti politici presenti in parlamento che sono comparsi nei Tribunali, non in veste di parte lesa ma in quella di imputati accusati di favoreggiamento nei confronti dei presunti “terroristi” e, talora, di correità negli eccidi commessi da questi ultimi, per rendersi conto che la verità ufficiale corrisponde ad una menzogna.
Quello che presentiamo è un elenco che non ha mai pubblicato nessuno dal quale risulta che il numero dei rappresentati dello Stato e della politica imputati ed indiziati nei processi a carico degli “eversori neri” è molto più elevato di quello degli uomini dello Stato caduti per mano degli stessi.
Inserendo nel novero di questi ultimi anche quelli sui cui matrice di destra non è stata raggiunta una certezza giudiziaria, l’elenco dei morti dello Stato è il seguente:
30.09.1967 – Filippo Foti.
30.09.1967 – Edoardo Martini.
12.04.1973 – Antonio Marino.
17.05.1973 – Federico Masarin.
17.05.1973 – Giuseppe Panzino.
24.01.1975 – Leonardo Falco.
24.01.1975 – Giovanni Ceravolo.
10.07.1976 – Vittorio Occorsio.
06.02.1980 – Maurizio Arnesano.
28.05.1980 – Franco Evangelista.
23.06.1980 – Mario Amato.
26.11.1980 – Ezio Lucarelli.
05.02.1981 – Enea Codotto.
05.02.1981 – Luigi Maronese.
21.10.1981 – Francesco Straullu.
21.10.1981 – Ciriaco Da Roma
05.12.1981 – Ciro Capobianco.
06.12.1981 – Romano Radici.
05.05.1982 – Antonio Rapesta.
07.06.1982 – Franco Sammarco.
07.06.1982 – Giuseppe Carretta.
24.06.1982 – Antonio Galluzzo.
Dal 30 settembre 1967 al 24 giugno 1982, lo Stato perde 22 uomini per mano dei “terroristi neri”, tanti certo ma non tanti quanti i rappresentati dello stesso Stato che sono sfilati nelle aule giudiziarie in veste di imputati.
E’ la quantità e la qualità degli imputati e degli imputandi dello Stato, diversi dei quali condannati con sentenze passate in giudicato, altri assolti per insufficienza di prove, altri prosciolti per prescrizione di reato, non processati per la mancata autorizzazione a procedere del Parlamento, altri ancora depennati dagli elenchi dei presunti “sovversivi” ed “eversori” dai loro stessi complici, a provare il coinvolgimento diretto delle istituzioni e della classe politica nella guerra a bassa intensità che si è combattuta in Italia negli anni Sessanta.
La prima conferma la ricaviamo dai processi per la strage di Piazza Fontana Che si sono svolti a Milano, Catanzaro, Bari e, ancora, nel capoluogo lombardo.
Fronte a 10 presunti “terroristi neri” imputati per concorso in strage, senza considerare quelli chiamati a rispondere per reati minori (Freda, Ventura, Fachini, Delle Chiaie. Maggi, Zorzi, Rognoni, Digilio, Merlino, Valpreda), lo stato ha allineato i seguenti imputati:
– Elvio Catenacci, direttore della divisione Affari riservati;
– Bonaventura Provenza, commissario di Ps;
– Antonino Allegra, commissario di Ps;
– Saverio Molino, commissario di Ps;
– Marcello Guida, questore;
– Luigi Calabresi, commissario di Ps;
– Vito Panessa, brigadiere di Ps;
– Giuseppe Caracuta, brigadiere di Ps;
– Carlo Mainardi, brigadiere di Ps;
– Pietro Mucilli, brigadiere di Ps;
– Eugenio Henke, direttore del Sid;
– Vito Miceli, direttore del Sid;
– Ganadelio Maletti, responsabile dell’”ufficio D” del Sid;
– Giorgio Genovesi, colonnello, in forza al Sid;
– Antonio Labruna, capitano, in forza al Sid;
– Gaetano Tanzilli, maresciallo, in forza al Sid;
– Guido Giannettini, agente civile del Sid;
– Lando Dell’Amico, agente civile dei Sifar;
– Savino Lograno, tenente dei carabinieri;
– Saverio Malizia, generale dell’esercito;
– Mariano Rumor, presidente del Consiglio;
– Giulio Andreotti, presidente del Consiglio;
– Mario Tanassi, ministro della Difesa;
– Giuseppe Rauti detto “Pino”, parlamentare del MSI.
Se la strage della Banca nazionale dell’agricoltura di Milano fosse stata compiuta contro lo Stato, non si comprende come siano finiti sul banco degli imputati per concorso in strage un agente civile del Sid, (Giannettini) e, per depistaggi, favoreggiamento, reticenza, falsa testimonianza, morte di un testimone (Pinelli) altri 19 uomini dello Stato e 4 esponenti politici, tre dei quali di primissimo piano, che se la verità fosse quella propagandata dal regime, non avrebbero dovuto nemmeno essere sfiorati dal sospetto di un loro coinvolgimento seppure marginale nell’eccidio del 12 dicembre 1969.
24 imputati in un solo processo superano già il numero dei morti (22) dello Stato in 25 anni di fantasiosa “lotta armata” neofascista contro il sistema democratico ed antifascista.
Non è finita, perché a questo elenco vanno sommati gli imputandi, coloro cioè che hanno tenuto condotte penalmente rilevanti ma sui quali la magistratura ha preferito non indagare.
– Arnaldo Forlani, presidente del Consiglio;
– Mario Casardi, direttore del Sid;
– Umberto Federico D’Amato, direttore della divisione Affari riservati;
– Silvano Russomanno, vicequestore;
– Manlio del Gaudio, maggiore dei carabinieri.
Il 5 giugno 1975, a Roma, si svolge un colloquio fra il direttore del Sid, ammiraglio Mario Casardi, e il generale Gianadelio Maletti, responsabile dell’ufficio “D”, in merito alla crisi del confidente del servizio, Gianni Casalini, ordinovista di Padova, che si “vuole scaricare la coscienza” raccontando quello che sa in merito alla strage di Piazza Fontana, agli attentati ai treni dell’agosto 1969 ed altro ancora.
L’ammiraglio Mario Casardi decide di affrontare l’argomento direttamente con il ministro della Difesa, Arnaldo Forlani, e di incaricare il maggiore dei carabinieri Manlio Del Gaudio, comandante del Gruppo di Padova, di parlare con Casalini per chiudere la vicenda inducendolo a tacere.
Il colloquio fra l’ammiraglio Casardi e il ministro della Difesa Forlani avviene effettivamente a prova che quest’ultimo è a conoscenza dei fatti relativi alla strage di piazza Fontana e che condivide, con i suoi subalterni, la decisione di indurre a tacere Casalini.
La verità su quest’episodio emerge nei primi anni Ottanta quando il processo per la strage del 12 dicembre 1969 è ancora in corso, e proseguono le indagini in sede istruttoria a Catanzaro.
La rilevanza penale dei comportamenti del ministro della Difesa, Arnaldo Forlani, del direttore del Sid, Mario Casardi, del maggiore dei carabinieri, Manlio Del Gaudio, emerge ictu oculi perché si concretizza nel reato di favoreggiamento nei confronti degli organizzatori e degli esecutori dell’eccidio del 12 dicembre 1969.
La testimonianza di Gianni Casalini avrebbe determinato la condanna di Franco Freda e Giovanni Ventura, nonché l’incriminazione di altri partecipanti agli attentati compiuti nel 1969, non soltanto quello della strage di piazza Fontana.
Con buona pace di quanti ancora oggi si prodigano di presentare gli stragisti padovani come irriducibili nemici della democrazia e dello Stato antifascista, ai nomi già noti per l’attività svolta a loro favore (Maletti, Labruna, Catenacci, Allegra, Provenza) si aggiungono anche quelli di Forlani, casardi, Del Gaudio, obbligati ad operare per chiudere la falla che si era aperta nel muro che doveva proteggere la verità sugli eventi del 1969, in particolare sulla strage del 12 dicembre.
Non c’era solo la cellula stragista e spionistica di Padova, perché un’altra breccia si era aperta a Roma a causa dell’imprevista testimonianza del taxista comunista milanese, Cornelio Rolandi, che aveva accusato Pietro Valpreda.
Il 20 dicembre 1986, “Il Mattino di Padova” pubblica una dichiarazione di Giovanni Ventura:
“Sì, il ’68 ha prodotto le circostanze del nostro avvicinamento. Allora era normale. Valpreda, Merlino, Delle Chiaie. Il giro era così…”.
Era, di conseguenza, necessario chiudere anche questa e, sul versante romano, è la divisione Affari riservati del ministero degli Interni ad intervenire.
Il 10 aprile 1970, i fratelli Bruno e Serafino di Luia, militanti di “Avanguardia nazionale”, incontrano al Brennero il vicequestore Silvano Russomanno al quale raccontano, in via confidenziale, particolari interessanti sugli attentati ai treni dell’agosto 1969 e sulla strage del 12 dicembre 1969, a Milano.
Il funzionario ne riferirà solo ai superiori gerarchici, Elvio Catenacci e Umberto Federico D’Amato, che non trasmetteranno mai alla magistratura i nomi e le dichiarazioni dei due confidenti avanguardisti.
A proteggere i funzionari della divisione Affari riservati del ministero degli Interni, quando saranno evidenziati nel mese di settembre del 1972 i depistaggi compiuti per impedire l’emergere della verità sulla strage di Piazza Fontana, saranno a loro volta i magistrati milanesi Gerardo D’Ambrosio ed Emilio Alessandrini.
Non soltanto, D’Ambrosio riterrà di “non rilevante gravità” quanto fatto dagli uomini del servizio segreto civile e delle Questure di Roma e Milano prosciogliendoli per prescrizione del reato ed amnistia, ma eleggerà come suo collaboratore Umberto Federico D’Amato.
Il fatto che il direttore della divisione Affari riservati, D’Amato, abbia annoverato tra le sue amicizie migliori Giancarlo Pajetta, componente della direzione nazionale del PCI, è ritenuto dal alcuni una mera coincidenza, non la giustificazione dei comportamenti protettivi a favore suo e dei suoi funzionari del giudice Gerardo D’Ambrosio che, peraltro, è oggi senatore nei ranghi dell’ex partito comunista.
Fra gli imputati per i fatti del 1969, compreso l’eccidio di piazza Fontana e gli attentati stragisti di Roma del 12 dicembre 1696, non si può non segnalare Guido Paglia, dirigente nazionale all’epoca di “Avanguardia Nazionale”.
Il 25 luglio 1970, Alfredo Sestili lo indicherà come colui che gli aveva dato i soldi per la benzina necessari per recarsi, insieme a Mario Merlino, Pietro Valpreda ed altri “camerati” al congresso anarchico di Carrara del 30 agosto 1968.
Stefano delle Chiaie lo chiamerà in causa per avallare il suo alibi per il pomeriggio del 12 dicembre 1969: dirà, difatti, che fu proprio lui, insieme a Gianfranco Finaldi, ad informarlo alle 17.00 di quel giorno, nella sala stampa di piazza San Silvestro, della strage compiuta a Milano all’interno della Banca dell’agricoltura.
Il 10 gennaio del 1970, a Roma, è rinvenuto il portafogli rubato a Guido Paglia qualche giorno prima. Al suo interno vengono trovati un elenco di nominativi e numeri telefonici di militanti del circolo anarchico “Bakunin” di via Baccina n.35, ed un secondo di saponette esplosive, rotoli di miccia, detonatori, capsule elettriche con, al fianco di ogni voce, indicata la quantità di materiale presente.
Il 30 giugno 1973, Mario Merlino riconosce come propria la grafia dell’appunto ritrovato a Guido Paglia.
Il capitano del Sid, Antonio Labruna, lo accuserà di essere un confidente del Sid al quale avrebbe fornito la dettagliata relazione su quanto fatto da “Avanguardia nazionale” nella notte fra il 7 e l’8 dicembre 1970.
Paglia nega, ma non risulta che abbia difeso la propria onorabilità querelando per diffamazione l’ex ufficiale del servizio segreto militare.
Guido Paglia, nel mese di gennaio del 1973, nel corso di un’intervista rivela che il giornalista in contatto con Franco Freda e Giovanni Ventura, identificato dalla magistratura milanese con il solo nome di battesimo, “Guido”, è Guido Giannettini, non lui.
Guido Paglia, ex vicepresidente di “Avanguardia nazionale”, testimone inattendibile per l’alibi di Stefano Delle Chiaie, correo di Mario Merlino in detenzione di esplosivo e rotoli di miccia, ben informato sul conto di Guido Giannettini e dei suoi rapporti con la cellula spionistica di Padova, non ha mai fatto la sua comparse negli atti e nei processi per gli eventi del 12 dicembre 1969.
Oggi, è vice-direttore generale della Rai-Tv e controlla l’informazione televisiva su fatti come la strage di piazza Fontana, il “golpe Borghese”, l’infiltrazione di Mario Merlino fra gli anarchici ecc. ecc.
E’ doveroso, infine, segnalare tra i testimoni reticenti e, di conseguenza, imputabili da una magistratura protesa a compiere solo il proprio dovere, l’ex ministro della Difesa e degli Interni, Paolo Emilio Taviani, l’ex presidente del Consiglio e poi della Repubblica, Francesco Cossiga, e l’ex presidente del Consiglio Aldo Moro.
Tutti e tre, in circostanze e momenti diversi, hanno dimostrato di conoscere la verità sulla strage di piazza Fontana, che rimane un segreto solo per l’ingannata opinione pubblica italiana.
Fronte a 22 morti in 25 anni, in un elenco necessariamente incompleto lo Stato annovera fra imputati ed imputandi nei processi per la strage di piazza Fontana e gli eventi del 1969, quattro presidenti del Consiglio (Rumor, Andreotti, Forlani, Moro), un presidente della Repubblica (Cossiga), due ministri della difesa (Taviani e Tanassi).
Inoltre, tre direttori del servizio segreto militare (Henke, Miceli, Casardi), e due direttori del servizio segreto civile (Catenacci e D’Amato).
Fra i subalterni: un questore, un vicequestore, quattro commissari di Ps, un maggiore ed un tenente dei carabinieri, due ufficiali ed un sottufficiale del Sid, quattro brigadieri di Ps, un generale dell’Esercito.
Si può anche dire che la verità sulla strage di piazza Fontana non è stata affermata sul piano giudiziario, ma è doveroso spiegare il perché.
Fra i testimoni reticenti, per finire va segnalato l’ex capo delle Brigate Rosse, Mario moretti, che ha raccolto le confidenze di Aldo Moro, che per aver detto troppo doveva morire, e che ha scelto di tacere, su questo e molto altro, per percorrere la carriera penitenziaria all’interno del carcere di Opera dove, debitamente riverito e temuto, ha raggiunto il grado di direttore onorario.
In conclusione, i processi per la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 si sono conclusi con il tardivo riconoscimento della colpevolezza di Franco Freda e Giovanni Ventura e, nella parte relativa alle protezioni istituzionali accordate ai due stragisti, di quello di ben cinque rappresentanti dello Stato suddivisi fra due ufficiali del servizio segreto militare (Maletti e Labruna), e tre funzionari del servizio segreto civile (Catenacci, Allegra e Provenza).
La responsabilità penale dei cinque uomini dello Stato rappresenta una certezza che, da sola, giustifica la definizione dell’eccidio del 12 dicembre 1969 come “strage di Stato” tenendo presente due elementi di giudizio fondamentali: il generale Gianadelio Maletti era il responsabile del controspionaggio militare, ed il questore Elvio catenacci era il direttore del servizio segreto civile; i cinque, inoltre, non hanno subito contraccolpi negativi per le loro carriere (Maletti sarà travolto per il ruolo ricoperto nell’inchiesta del 1973-74 sul “golpe Borghese”) perché hanno depistato le indagini sulla strage di piazza Fontana, hanno protetto Franco Freda, Giovanni Ventura e i loro complici in ossequio alle direttive ricevute dai loro superiori gerarchici i quali, a loro volta, hanno obbedito ai responsabili politici e militari preposti alla direzione dei servizi segreti militari e civili, presidenti del Consiglio, ministri degli Interni e della Difesa, capi di Stato maggiore della Difesa.
Una verità storica, questa, affermata nonostante le resistenze, le omissioni, i depistaggi di una magistratura che è subalterna al potere politico e militare come confermano tutti i processi intentati contro i presunti “terroristi neri”, in particolare quelli relativi ai cosiddetti “colpi di Stato” che hanno punteggiato la storia del paese dal 1969 in avanti, per quasi tutti gli anni Settanta.
Sui “golpisti” italici che tramavano, ufficialmente, contro la democrazia, sono state tre le inchieste giudiziarie: la prima inizia, in sordina, a Roma alla fine del 1972, con l’ordine di Giulio Andreotti al generale Gianadelio Maletti, responsabile del controspionaggio militare, di indagare sul “golpe” diretto da Junio Valerio Borghese del 7-8 dicembre 1970, che sarà poi affidata al sostituto procuratore della Repubblica, Claudio Vitalone, fedelissimo collaboratore all’interno del Tribunale di Roma dello stesso Andreotti.
La seconda si avvia a Padova, con un rapporto della locale Questura del 18 luglio 1973 sul conto dell’organizzazione denominata “Rosa dei venti”, simbolo questo dell’Alleanza atlantica, non casualmente successiva alla strage compiuta a Milano il 17 maggio 1973 dal confidente del Sid Gianfranco Bertoli, affidata al giudice istruttore Giovanni Tamburrino.
La terza si sviluppa a Torino, a partire dal 29 luglio 1974, sul conto di militanti di Ordine Nuovo e del Fronte nazionale in contatto con Edgardo Sogno Rata del Vallino, ambasciatore, medaglia d’oro della resistenza, liberale, sospettato di essere il promotore di un “golpe bianco”, affidata al giudice istruttore Luciano Violante.
Sul tentato “golpe Borghese” del 7-8 dicembre 1970 c’è da dire, come doverosa premessa, che della sua progettazione erano a conoscenza con largo anticipo, sul piano interno, i vertici politici e militari italiani e, su quello internazionale, i governi americano, tedesco, israeliano, spagnolo e greco.
Il “golpe” fallisce per motivi che ancora sono parzialmente sconosciuti, anche se c’è da registrare l’accusa rivolta da Giulio Andreotti al segretario nazionale del Msi, Giorgio Almirante, di esserne stato la causa per aver fatto una telefonata al ministro degli Interni, Franco Restivo, nella tarda serata del 7 dicembre 1970 per sincerarsi della sua adesione o meno al “colpo di Stato”.
Sul “golpe”, infine, con buona pace di chi ancora oggi è convinto di vivere in un regime democratico, benché siano stati mobilitati nel suo corso migliaia di uomini su tutto il territorio nazionale, fra militari e civili, viene mantenuto il più rigoroso silenzio per ben tre mesi, poi nel mese di marzo del 1971 si avvia un’inchiesta giudiziaria circoscritta al solo Junio Valerio Borghese, spacciato come “principe nero”, tenebroso nemico della democrazia, ed alcuni suoi collaboratori.
Bisogna attendere la resa dei conti tra le due anime dell’anticomunismo politico e militare al potere, che inizia il 5 novembre 1972 a la Spezia, con un sibillino discorso dell’allora segretario nazionale della Democrazia Cristiana, Arnaldo Forlani, perché si squarci, in modo parziale, il velo dell’omertà e si configuri pubblicamente la qualità e la quantità dei personaggi che sostenevano la necessità di una “soluzione autoritaria”, rapida e possibilmente indolore, da porre in atto con il diretto intervento delle Forze armate per sventare una volta per sempre la minaccia rappresentata dal Partito comunista all’epoca più che mai considerato come la “quinta colonna sovietica” in Italia.
E’ giusto dire che tutti gli imputati sono stati assolti e tutti gli indiziati debitamente prosciolti così che, sul piano giudiziario, non si potrebbe affermare che in Italia ci siano mai stati tentativi di colpi di Stato e siano esistiti “golpisti”, ma la verità storica non può essere cancellata da sentenze emesse da una magistratura subalterna al potere politico e che conosce il senso dello Stato (e della carriera dei singoli magistrati) non quello della giustizia.
A conclusione delle tre inchieste, unificate in una sola affidata agli andreottiani giudici romani per decisione della Corte di cassazione, sul banco degli imputati risultano presenti:
– Duilio Fanali, generale, capo di Stato maggiore dell’Aeronautica;
– Giuseppe Rosselli Lorenzini, ammiraglio, capo di Stato maggiore della Marina;
– Vito Miceli, generale, direttore del Sid;
– Francesco Nardella, generale della riserva;
– Ugo Ricci, generale dell’Esercito;
– Angelo Dominioni, colonnello dell’Esercito;
– Salvatore Pecorella, tenente colonnello dei carabinieri;
– Luciano Berti, tenente colonnello della Guardia forestale;
– Enzo Capanna, maggiore di Ps;
– Amos Spiazzi, maggiore dell’Esercito;
– Lorenzo Pinto, capitano dei carabinieri;
– Gaetano Bove, appuntato di Ps;
– Randolfo Pacciardi, ex ministro della Difesa;
– Edgardo Sogno, ambasciatore;
– Sandro Saccucci, deputato del Msi;
– Filippo de Jorio, consigliere regionale della Dc;
– Giancarlo De Marchi, consigliere provinciale del Msi;
Alcuni saranno prosciolti in istruttoria, altri saranno assolti nel giudizio di primo grado, tutti insieme in appello.
Diciassette imputati tra politici e militari non sono pochi né di scarso rilievo ma a costoro vanno aggiunti, per rispetto della verità storica, anche coloro che per decisione di Giulio Andreotti non sono stati segnalati alla pur remissiva ed obbediente magistratura romana.
Fra costoro, i “congiurati” militari i cui nominativi sono riportati in un primo rapporto dell’ufficio D del Sid del 22 agosto 1973:
– Salvatore Pecorella, tenente colonnello dei carabinieri;
– Giuseppe Consalvo, maggiore di Ps;
– Enzo Capanna, maggiore di Ps;
– Corrias, commissario di Ps;
– Servolini, capitano dei carabinieri;
– Prosperi, capitano dei carabinieri;
– Giorgio Castellani, capitano dei carabinieri;
– Gino Birindelli, ammiraglio.
I nomi di Servolini, Prosperi, Castellani, e Birindelli non giungeranno mai sul tavolo dei magistrati.
Altri nominativi saranno inseriti nel rapporto dello stesso ufficio “D” del Sid del 20 giugno 1974:
– Francesco Mereu, generale, capo di Stato maggiore dell’Esercito;
– Vito Miceli, direttore del Sid;
– Giulio Cesare Graziani, generale di Squadra aerea;
– Luigi Salatiello, generale;
– Antonio Giglio, generale;
– Giulio Macrì, generale;
– Ugo Ricci, generale;
– Filippo Stefano, generale;
– Cacciò, generale;
– Zavattaro Ardizzi, generale;
– Domenico Barbieri, generale di Ps;
– Antonio Mondaini, ammiraglio;
– Dario Paglia, ammiraglio;
– Renato Palma, colonnello dei carabinieri;
– D’Ambrosio, colonnello dell’Esercito;
– Antonio Erra, colonnello di Ps;
– Montuori, colonnello della Guardia di finanza;
– Cosimo Pace, colonnello in forza al Sios-Esercito;
– Pietro Cangioli, capitano in forza al Sios-Esercito.
Tolti i generali Vito Miceli e ugo Ricci che figurano fra gli imputati, sono  ben sedici gli imputati che Giulio Andreotti deciderà di salvare sul piano giudiziario, facendo omettere i loro nomi dal rapporto conclusivo che consegnerà personalmente al fido Claudio Vitalone.
Dai documenti prodotti dal controspionaggio militare e da quelli risultanti dalle indagini della magistratura, si ricava che le Forze armate erano ben presente nei progetti “golpistici” con tre capi di Stato Maggiore, uno per ogni Arma (Aeronautica, Marina ed Esercito), un direttore del servizio segreto militare, altri dieci generali della varie Armi e dei corpi di polizia, tre ammiragli, undici ufficiali superiori fra colonnelli, tenenti colonnelli e maggiori, quattro capitani, un commissario di Ps.
Non sono, però, tutti quelli che aderivano al “partito del golpe”, perchè altri nominativi emergeranno nel corso degli anni, fra i quali:
– Giovanni Torrisi, ammiraglio;
– Dino Mingarelli, colonnello dei carabinieri;
– Francesco Delfino, capitano dei carabinieri.
Sul conto di quest’ultimo è giusto segnalare che sarà il solo ad essere riconosciuto colpevole, ma sarà prosciolto per prescrizione  di reato il 19 novembre 1997 dal giudice istruttore di Roma, per essere stato identificato come l’ufficiale dei carabinieri che, con il criptonimo di “Palinuro”, partecipava nel 1973 alle riunioni dei “golpisti”.
E i politici?
Dalle indagini della magistratura emergono i nomi di Randolfo Pacciardi, ex ministro della Difesa, e quelli di un esponente liberale (Sogno), di uno democristiano (De Jorio) e di due missini (Saccucci e De Marchi).
Pochi e non di primo piano ma il 15 marzo 1997 Edgardo Sogno rivela i nomi di coloro che avrebbero dovuto formare il nuovo governo sostenuto dalle Forze armate:
Randolfo Pacciardi, presidente del Consiglio;
– Manlio Brosio, agli Esteri;
– Eugenio Reale, agli Interni;
– Edgardo Sogno, alla Difesa;
– Ivan Matteo Lombardo, alle Finanze;
– Sergio Ricossa, al Tesoro e Bilancio;
– Giovanni Colli, alla Giustizia;
– Giano Accame, alla Pubblica istruzione;
– Mauro Mita, all’Informazione;
– Giuseppe Zamberletti, all’Industria;
– Bartolo Ciccardini, al lavoro;
– Aldo Cucchi, alla Sanità;
– Luigi Durand de la Penne, alla Marina mercantile;
– Antonio De Martini e Celso De Stefanis, sottosegretari alla presidenza del Consiglio.
Il partigiano Edgardo Sogno Rata del Vallino specifica che reale, Ricossa, Colli, Accame, Mita, Zamberletti, Ciccardini, Cucchi e De La Penne erano inseriti nell’elenco dei futuri ministri e a loro insaputa.
Se ne ricava, pertanto, che Randolfo Pacciardi, Manlio Brosio, Ivan Matteo Lombardo, Antonio De Martini e Celso De Stefanis erano partecipi con piena consapevolezza del “golpe bianco” capeggiato da Edgardo Sogno.
All’elenco degli imputati e degli imputandi è doveroso, di conseguenza, aggiungere ai nomi già citati, quelli di:
– Manlio Brosio, segretario nazionale della Nato dal 1964 al 1971;
– Ivan Matteo Lombardo, ex ministro delle Finanze;
– Antonio De Martini, democristiano;
– Celso De Stefanis, democristiano.
Non basta, perché nei suoi colloqui debitamente registrati dal suo interlocutore, capitano Antonio Labruna, Remo Orlandini fa i nomi di Giuseppe Pella, già presidente del Consiglio, fra i “simpatizzanti” del “Fronte nazionale”, e di Licio Gelli, responsabile della Loggia P2.
A definire il quadro, sempre in modo estremamente imparziale ma profondamente significativo,  giunge la lettera-testamento di Junio Velerio Borghese che, l’8 agosto 1980, il procuratore della Repubblica di Milano, Mauro Gresti, invia alla Commissione parlamentare inquirente e non ai giudici del processo sul “golpe” del 7-8 dicembre 1970 ancora in corso a Roma.
La ragione della “furbata” del magistrato milanese risiede nei nomi che Junio Valerio Borghese fa nel suo scritto come correi nel suo tentativo di “colpo di Stato”:
– Giulio Andreotti, che avrebbe dovuto rivestire l’incarico di presidente del Consiglio;
– Gilberto Bernabei, consigliere di Stato e uomo-ombra di Andreotti;
– Giovanni De Lorenzo, generale, ex direttore del Sifar, ex capo di Stato maggiore dell’Esercito, ed ex comandante generale dell’Arma dei carabinieri;
– James Jesus Angleton, capo del controspionaggio della Cia nel bacino del Mediterraneo;
– Graham Martin, ambasciatore americano in Italia;
– James Clavio, colonnello, addetto militare all’ambasciata americana in Italia.
Non desta sorpresa che i politici della Commissione inquirente abbiano immediatamente dichiarata “inattendibile” la lettera, e che dal canto suo la magistratura romana non abbia svolto alcuna indagine in merito al suo contenuto.
A Roma, difatti, era stato indagato (si fa per dire) e prosciolto nell’ambito dell’inchiesta sul “golpe” del 7-8 dicembre 1970, il presidente degli Stati uniti Richard Nixon così che la lettera-testamento di Borghese riapriva il capitolo relativo al ruolo rivestito dagli americani nel “golpe” e rendeva credibile quello ricoperto da personaggi di primissimo piano come Giulio Andreotti.
Dapprima taciuto, poi negato, quindi presentato come un “golpe da operetta”,  dopo riconosciuto come tentativo serio e destabilizzante condotto dall’ ”eversione nera”, infine dichiarato inesistente da una disonorata magistratura, il “colpo di Stato” vagheggiato fin dal 1960 e, successivamente, riproposto in più occasioni fino al termine degli anni Settanta, si presenta viceversa come la giusta chiave di lettura per comprendere le ragioni e le finalità della “guerra a bassa intensità”, della strategia intesa a “destabilizzare l’ordine pubblico per stabilizzare l’ordine politico”, delle stragi e del terrorismo “nero”.
In un elenco molto parziale possiamo enumerare almeno cinquanta nomi di quanti, a livello di vertice e comunque collocati in posizioni di preminente rilievo nei campi politico e militare, non solo nazionali ma anche internazionali, hanno partecipato ai tentativi di “colpo di Stato” in Italia.
Come la strage di piazza Fontana, a Milano, del 12 dicembre 1969, qualificata ancora oggi come “fascista” perché gli esecutori materiali hanno agito sotto la copertura di una ideologia che non gli appartiene, anche il “colpo di Stato” del 7-8 dicembre 1970 e quelli successivi sono presentati come frutto di un’azione sovvertitrice delle istituzioni democratiche di marca, ovviamente, “fascista”.
In verità, i presunti “fascisti” compaiono in questi due ed altri capitoli della nostra storia ma sempre e soltanto in vesti di manovali come nel caso di Stefano Delle Chiaie, non a caso presente come imputato nei processi per l’eccidio del 12 dicembre 1969 e del “golpe Borghese” assolto in entrambi i casi perché non punibile da un potere che ha servito e che continua e proteggere con il silenzio obbligato dei ricattati.
Dalle indagini della magistratura e dalle ammissioni degli stessi personaggi che hanno preso parte con ruoli di primaria importanza emerge, viceversa, che le operazioni di potere in Italia potevano essere ideate, condotte ed organizzate solo da uomini provenienti dalle file della Resistenza e dell’antifascismo, da quelle dei vincitori non certo da quelle dei vinti.
Un potere che complotta per rovesciare sé stesso non è mai esistito nella storia dell’umanità. I “colpi di Stato” in Italia dovevano rafforzare la democrazia, neutralizzando i suoi soli nemici ritenuti tali – i  comunisti – anche con le maniere forti, non certo per abbatterla e sostituirla con una dittatura militare o politica di tipo fascista.
Vale la pena di riportare l’autodifesa di Filippo De Jorio, imputato per il “golpe Borghese”, pubblicata il 29 agosto 1975 dal quotidiano missino “Il Secolo d’Italia”:
“A quel tempo ero deputato regionale per la Dc nel Lazio, ero consigliere politico dell’on. Mariano Rumor, allora presidente del Consiglio. Godevo della stima e della fiducia della classe dirigente del mio partito e partecipavo a riunioni al massimo livello. Possono attestarlo fari i tanti, gli onorevoli Rumor, Flaminio Piccoli e Giulio Orlando.
A 37 anni, tanti ne avevo, ero in una posizione di rilevante prestigio, sia in ambienti governanti sia nell’organizzazione del partito. Oggi si afferma che cospiravo e addirittura organizzavo l’insurrezione. Cospirazione o insurrezione contro chi? Contro il potere di cui facevo parte?”.
E come dargli torto?
Difatti, fra i nomi degli imputati e degli imputandi per la strage di piazza Fontana (il “golpe del 14 dicembre 1969), quello del 7-8 dicembre 1970 e successivi, abbiamo visto emergere quelli di presidenti del Consiglio (Rumor, Andreotti, Forlani, Pella, Moro), di ministri della Difesa (Taviani, Tanassi, Pacciardi) e delle Finanze (Lombardo), dei capi di Stato maggiore dell’Esercito (Mereu), della marina (Rosselli Lorenzini) e dell’Aeronautica (Fanali), dei direttori dei servizi segreti militari (De Lorenzo, Henke, Miceli, Casardi) e di quelli civili (Catenacci e D’Amato), del segretario generale della Nato (Brosio), del comandante delle Forze navali alleate nel Sud-Europa (Birindelli), più una pletora di ufficiali superiori delle Forze armate, della polizia di Stato, della Guardia di Finanza, dell’Arma dei carabinieri e degli onnipresenti servizi segreti militari e civili, e sul versante internazionale spiccano i nomi del presidente degli Stati uniti Richard Nixon, dell’ambasciatore americano in Italia Graham Martin, del capo del controspionaggio della Cia nel Mediterraneo James Jesus Angleton.
Questi nomi rappresentano non un potere ma il potere, non contaminato dalla presenza di eversori fascisti e “terroristi neri” relegati nel ruolo loro congeniale di servi che aspirano a divenire liberti.
Non è “misterioso”, come qualcuno ancora insinua, l’attentato di Peteano di Sagrado del 31 maggio 1972, in cui morirono tre carabinieri.
E’, viceversa, l’unico episodio in cui tutto è limpido a cominciare dalla motivazione (un atto di guerra contro lo Stato) alla figura dell’autore che si è assunta, il 28 giugno 1984, la totale responsabilità dell’ideazione, organizzazione ed esecuzione dell’attentato provandola in Corte di assise, a Venezia, nel corso di un processo durato quattro mesi (23 marzo – 25 luglio 1987), invano osteggiato dagli avvocati difensori degli ufficiali dei carabinieri e dei servizi segreti imputati per i depistaggi, e dall’assoluta carenza di riscontri oggettivi alle sue dichiarazioni derivante dall’incompetenza professionale del giudice istruttore Felice Casson.
Non sono mai state chiarite, invece, sul piano giudiziario le motivazioni per le quali l’Arma dei carabinieri, la polizia di Stato, i servizi segreti civili e militari, la magistratura hanno ritenuto necessario dapprima, nel mese di giugno 1972, bloccare le indagini, poi tentare di creare una pista di sinistra e, infine, ripiegare su quella comune che ha condotto in carcere sette innocenti.
Nessuno sul piano storico, tanto meno su quello giudiziario, ha cercato di dare risposta alla domanda sulle ragioni per le quali un atto di guerra contro lo Stato ha determinato l’intervento di tutti i poteri dello Stato per cancellare la matrice ideologica e politica dell’azione che ha causato la morte di tre militi dell’Arma dei carabinieri, fino al punto per la prima volta nella storia politico-giudiziaria dell’Italia post-bellica di costruire le prove contro sette cittadini innocenti candidandoli al carcere a vita.
La risposta si può trovare nelle dichiarazioni rese dal generale Vittorio Emanuele Borsi di Parma al giudice istruttore di Venezia, Carlo Mastelloni, il 30 dicembre 1997:
“Sapevamo dal Sifar dell’esistenza di un’organizzazione paramilitare di estrema destra chiamata Ordine nuovo sorretta dai servizi di sicurezza della Nato che aveva compiti di guerriglia e di informazioni in caso di invasione.
Si trattava di civili e militari che, all’emergenza, dovevano comunicare alla nostra Armata (la III, con sede a Padova – Ndr) i movimenti del nemico.
Si trattava di un’organizzazione tipicamente americana munita di armamento e di attrezzature radio.”
E’ doveroso, dinanzi a queste illuminanti dichiarazioni, ritenere che il Nasco di Duino Aurisina fosse nella disponibilità di elementi di Ordine nuovo tanto che qualcuno ha ipotizzato che a denunciarne l’esistenza nel mese di febbraio del 1972 ai carabinieri sia stato Gabriele Forziati, reggente di Ordine nuovo di Trieste.
Non è difficile pensare che i servizi segreti militari con un ragionamento semplicistico abbiano ritenuto che si fosse aperta una falla nel sistema di sicurezza con un travaso di informazioni e, magari, di materiale dalla struttura segreta di Ordine nuovo a quella palese di cui chi scrive era, a Udine, il reggente.
La necessità dei depistaggi trova, quindi, la sua naturale spiegazione nella necessità di chiudere la falla per coprirne l’esistenza agli alleati-padroni americani, spingendo il proprio zelo fino al punto di accusare sette cittadini innocenti da sacrificare sull’altare della sicurezza nazionale, ovvero sulla loro incapacità di garantirla.
Non possiamo, ovviamente, essere noi in grado di conoscere le conseguenze che si sarebbero verificate nei rapporti fra le strutture occulte delle forze armate italiane e quelle statunitensi ed atlantiche, se la verità fosse emersa.
Non lievi né di poco conto, se dopo quarant’anni il segreto rimane tale e i depistaggi sul piano giudiziario, politico, storico e giornalistico proseguono senza sosta, concentrati sulla persona dell’autore dell’attentato che viene chiamato dallo stato a rispondere non dell’uccisione di tre suoi uomini ma della “colpa” di aver detto la verità e di portarla avanti con lucida e determinata coerenza.
Lo Stato ha subito come una sconfitta l’autocondanna all’ergastolo di chi scrive, ma dinanzi all’opinione pubblica ha tentato di presentarla come una vittoria conseguita grazie al giudice-ragazzino, eroico, intemerato, geniale Felice Casson.
E’ un depistaggio nel depistaggio perché la verità e diametralmente opposta.
La verità sui depistaggi dell’attentato di Peteano di Sagrado inizia ad emergere per l’impegno esclusivo degli avvocati difensori dei sette cittadini goriziani portati alla sbarra innocenti, fra i quali l’avvocato Roberto Maniacco.
Il 24 novembre 1975, difatti, sono loro a denunciare:
– Antonio Pontrelli, procuratore generale di Trieste;
– Bruno Pascoli, procuratore della Repubblica di Gorizia;
– Dino Mingarelli, generale dei carabinieri;
– Antonio Chirico, tenente colonnello dei carabinieri;
– Domenico Farro, tenente colonnello dei carabinieri.
Ne seguono dei processi che vedono anche la condanna per “falso ideologico” di Dino Mingarelli, cancellata nei successivi gradi di giudizio che si concludono con la sentenza della Corte di cassazione dell’aprile 1981.
Le prove a carico degli ufficiali dei carabinieri e del procuratore della Repubblica di Gorizia, rimangono, però, agli atti del processo e saranno successivamente rivalutate dopo il 28 giugno 1984, quando chi scrive si assume la responsabilità del gesto.
L’inchiesta sull’attentato si riapre, per le necessità politiche di Giulio Andreotti, intento a favorire il gruppo di “Democrazia nazionale” guidato dal dissidente missino senatore Mario Tedeschi, nel mese di novembre del 1978 quando il direttore del Sismi, generale Giuseppe Santovito, invia alla magistratura veneziana una nota in cui indica in Carlo Cicuttini, segretario della sezione del Msi di Manzano del Friuli, uno dei responsabili dell’attentato di Peteano di Sagrado.
Sempre a seguito di ulteriori note informative che lo indicano come favoreggiatore di Carlo Cicuttini, il 26 agosto 1980 la procura della Repubblica di Venezia indizia di reato il segretario nazionale del Msi, Giorgio Almirante.
Dopo le prove evidenziate dagli avvocati Roberto Maniacco e Livio Bernot sui depistaggi organizzati dagli ufficiali dei carabinieri con il concorso dei magistrati goriziani; dopo le note informative con le quali il Sismi ha indicato in Carlo Cicuttini e nel sottoscritto i responsabili dell’attentato e in Giorgio Almirante il favoreggiatore del primo, ponendo a disposizione della magistratura perfino i testimoni, il 28 giugno 1984 giunge anche la mia assunzione di responsabilità.
Felice Casson in poco più di due anni, con la collaborazione del direttore del Sismi, generale Ninetto Lugaresi, ha raccolto solo i “si diceva” di tre o quattro pentiti ed una perizia esplosivista falsa, deve assemblare solo tutto ciò che hanno fatto gli altri e dare inizio ad uno spettacolare depistaggio mediatico strillando di aver scoperto tutto lui.
Casson, certamente con il silenzioso assenso della procura della Repubblica di Venezia, ha depistato le indagini sul piano giudiziario per coprire le responsabilità, in primo luogo, dei vertici del ministero degli Interni e, quindi, degli altri apparati segreti e di polizia di Stato.
Difatti, con la sua ordinanza del 4 agosto 1986, rinvia a giudizio:
– Dino Mingarelli, generale dei carabinieri;
– Antonino Chirico, tenente colonnello dei carabinieri;
– Luigi Napoli, maresciallo dei carabinieri;
– Michele Santoro, colonnello dei carabinieri;
– Angelo Pignatelli, colonnello in forza al Sid;
– Vincenzo Molinari, prefetto di Gorizia;
– Giovanni Battista Palumbo, generale dei carabinieri non perseguibile per morte del reo;
– Domenico De Focatis, questore di Gorizia non perseguibile per morte del reo;
– Bruno Pascoli, procuratore della Repubblica di Gorizia.
Ci sono, come si vede, i nomi di coloro che gli avvocati Maniacco e Bernot avevano indicato come responsabili dei depistaggi, quelli si Santoro e Pignatelli chiamati in causa per aver tentato di costruire la pista di “Lotta continua” utilizzando allo scopo il pentito Marco Pisetta, quelli di Palumbo e De Focatis che per essere deceduti sono un comodissimo capro espiatorio, e quello del prefetto Molinari, accusato di reticenza e falsa testimonianza per non aver rivelato il nome della persona che da ministero degli Interni, nel mese di giugno 1972, gli aveva ordinato di bloccare le indagini.
Invece, il prefetto Vincenzo Molinari aveva rivelato al Casson che l’ordine gli era stato impartito dal segretario del capo della polizia, Angelo Vicari.
Il Casson aveva, a quel punto, bloccato le indagini e per coprire il depistaggio aveva rinviato a giudizio Molinari, commettendo a danno di quest’ultimo anche il reato di calunnia.
Questa ed altre verità emergeranno nel corso del dibattimento dinanzi alla Corte di assise di Venezia, presieduta da Renato Gavagnin che sconfessa l’operato di Felice Casson in particolare sulla responsabilità degli uomini del ministero degli Interni circoscritta a lui, callidamente, al solo questore defunto De Focatis.
La Corte di assise, difatti, incrimina:
– Mariano Rumor, ministro degli Interni;
– Angelo Vicari, capo della polizia;
– Umberto Federico D’Amato, direttore della Divisione Affari riservati del ministero degli Interni;
– Pasquale Zappone, questore;
– Leandro Malizia, vicequestore;
– Rosario Sannino, vicequestore.
I vuoti dell’istruttoria condotta da Felice Casson vengono parzialmente colmati dalla Corte di assise che evidenzia la responsabilità di altri due magistrati:
– Raul Cenisi, consigliere della Corte di appello;
– Giampaolo Tosel, sostituto procuratore della Repubblica.
E del maresciallo dei carabinieri, Francesco Valerio.
Il 4 maggio 1987, la Corte d’assise dispone l’arresto in aula, per reticenza e falsa testimonianza, dei marescialli dei carabinieri:
– Antonio Maio;
– Giuseppe Razzini;
– Ilvano Rossini.
Sempre nel corso del processo emerge come certo il rapporto fra Delfo Zorzi e il viceprefetto Antonio Sampaoli Pignocchi, capo dell’ufficio stampa del ministero degli Interni.
Purtroppo, gli atti devono tornare a Felice Casson che s’ingegna a limitare i danni, e a presentare la sconfessione del suo operato come l’ennesima vittoria conseguita con il suo coraggio.
Il 3 gennaio 1989, Casson deposita la seconda ordinanza con la quale dispone il rinvio a giudizio di:
– Pasquale Zappone, questore;
– Leandro Malizia, vicequestore;
– Rosario Sannino, vicequestore;
– Marco Morin, perito esplosivistico;
– Manlio Del Gaudio, tenente colonnello dei carabinieri;
– Renzo Monico, ufficiale del Sismi;
– Manlio Rocco, ufficiale del Sismi;
– Raul Cenisi, consigliere della Corte di appello.
Proscioglie, manco a dirlo, per prescrizione di reato:
– Angelo Vicari, capo della polizia;
– Umberto Federico D’Amato, direttore della Divisione Affari riservati del ministero degli Interni;
– Antonio Labruna, capitano in forza al Sid.
Infine, trasmette alla procura della Repubblica di Venezia, a quella di Trento e al Parlamento gli atti relativi, rispettivamente, a:
– Fulvio Martini, ammiraglio, direttore del Sismi;
– Roberto Jucci, generale, comandante dell’Arma dei carabinieri;
– Giampaolo Tosel, sostituto procuratore della Repubblica;
– Mariano Rumor, presidente del Consiglio;
– Giuseppe Rauti, detto Pino, deputato del Msi-Dn.
Il segretario nazionale del Msi-Dn, Giorgio Almirante, è uscito dal processo per aver chiesta ad ottenuta la concessione dell’amnistia per il reato di “favoreggiamento” nei confronti di Carlo Cicuttini, ammettendo in tal modo la sua penale responsabilità.
Felice Casson non lo aveva mai interrogato.
Fra gli imputati dinanzi al tribunale della storia vanno segnalati il comandante generale dell’Arma dei carabinieri, generale Enrico Mino, e il capo di Stato maggiore dell’Arma, generale Arnaldo Ferrara.
A carico del primo c’è la testimonianza del generale Dino Mingarelli che, nel corso del suo interrogatorio dinanzi alla Corte di assise, ricordò come fu proprio lui personalmente ad impartirgli l’ordine telefonico di procedere all’arresto, nel marzo del 1973, dei sette cittadini goriziani. La responsabilità del secondo ne consegue per la semplice ragione che, in veste di capo di Stato maggiore, era proprio lui a coordinare l’azione dei comandi subalterni.
La grottesca verità di Felice Casson sull’esclusiva responsabilità nei depistaggi del generale Giovanni Battista Palumbo, comandante della divisione carabinieri “Pastrengo”, s’infrange contro l’evidenza delle prove, l’ultima delle quali è costituita dall’avanzamento in carriera dell’allora capitano Antonino Chirico chiamato a collaborare con Dino Mingarelli nel depistaggio delle indagini.
A suo carico esiste un durissimo giudizio espresso dal comandante della divisione carabinieri “Pastrengo”, Carlo Alberto Dalla Chiesa, ma l’ufficiale venne egualmente promosso dalla commissione di avanzamento dell’Arma che, evidentemente, obbediva ad ordini superiori.
Tre episodi della guerra a bassa intensità, uno dei quali, il solo, contro lo Stato hanno portato sul banco degli imputati un numero di rappresentanti dello Stato di Gran lunga superiore a quello dei morti per mano dei “terroristi neri”.
E non è finita, perché la presenza di politici ed uomini dello Stato nei depistaggi delle indagini è una costante presente in tutta la Storia della guerra politica italiana.
Nella strage dimenticata del 17 maggio 1973, il più negletto fra tutti i massacri compiuti in nome e per conto dello Stato, emergono le responsabilità gravissime dei vertici del Partito comunista italiano che decide di concorrere all’occultamento della verità per favorire quello schieramento anticomunista che lo voleva fuori legge sperando di acquisire benevolenza.
Il 15 maggio 1973 i vertici regionali del Pci in Veneto e quelli nazionali a Roma vengono informati da Pietro Loredan, militante del Msi e confidente del Sid, che due giorni più tardi, il 17 maggio, a Milano, sarà compiuto un attentato contro un’alta personalità politica.
L’identificazione di quest’ultima non è difficile perché il 17 maggio, nel capoluogo lombardo, ci sarà Mariano Rumor che, all’interno della questura, parteciperà alla commemorazione del commissario di Ps Luigi Calabresi, ucciso un anno prima da militanti di “Lotta continua”.
Il segretario nazionale del Pci, Enrico Berlinguer, incarica Paolo Bufalini e Giancarlo Pajetta di prendere contato, rispettivamente, con persone delle istituzioni con le quali i due sono in costante contatto.
Bufalini viene a Milano ed incontra presso la procura della Repubblica un “compagno” magistrato il cui nome resterà ignoto; Pajetta, a sua volta, informa il direttore della divisione Affari riservati del ministero degli interni, Umberto Federico D’Amato.
Non accadrà nulla.
L’attentato contro Mariano Rumor viene egualmente compiuto nel momento in cui l’esponente democristiano esce con la sua vettura dalla Questura, ma questi rimante illeso mentre muoiono quattro persone ed un altro centinaio rimangono ferite per l’esplosione di una bomba a mano di tipo “Ananas” a frammentazione, lanciata da Gianfranco Bertoli.
Non ci vorrà molto al giudice istruttore Antonio Lombardi per scoprire che Bertoli non è l’anarchico che afferma di essere, ma un confidente del servizio segreto militare operante in veneto con il criptonimo di “Negro”, che è rientrato da Israele, facendo tappa prima a Marsiglia, dove risiedeva con un documento falso allo scopo di uccidere Mariano Rumor.
Pietro Loredan, che aveva evitato di informare il Sid del progettato attentato perché consapevole che nulla il servizio segreto militare avrebbe fatto per sventarlo e perché desideroso di vivere e non di morire suicidato, si era rivolto agli uomini del Pci nel convincimento che sarebbero intervenuti prima ed, eventualmente, dopo, compiendo un peccato di ingenuità.
I vertici comunisti, difatti, non diranno mai la verità che essi conoscono e saranno necessari venti anni perché un loro dirigente regionale, lo stesso che aveva raccolto le confidenze di Loredan e dato l’allarme, si decida ad informare la magistratura.
Insieme ai soliti ordinovisti veneti, sul banco degli imputati si ritrovano ancora una volta uomini dello Stato:
– Amos Spiazzi, generale di brigata in congedo;
– Gianadelio Maletti, ex responsabile dell’ufficio “D” del Sid;
– Sandro Romagnoli, generale in congedo, già in forza all’ufficio “D” del Sid.
Spiazzi sarà assolto, gli altri due prosciolti per prescrizione di reato dall’accusa di soppressione di atti concernenti la sicurezza dello Stato.
Fra gli imputandi, la storia chiamerà alla sbarra i dirigenti del Partito comunista italiano:
– Enrico Berlinguer, segretario nazionale;
– Gian Carlo Pajetta;
– Paolo Bufalini.
Mentre nella spazzatura della storia sarà relegato il nome del magistrato milanese che con il suo silenzio garantirà impunità agli autori della strage.
La strage dell’ ”Italicus” del 4 agosto 1974, sul piano processuale non si differenzia dalle altre. Difatti, sul banco degli imputati sono presenti i rappresentanti dello Stato:
– Liugi Bittoni, generale dei carabinieri, arrestato per reticenza e falsa testimonianza dalla Corte di assise di Bologna il 15 marzo 1982, poi assolto;
– Claudia Ajello, agente civile del Sid, condannata a due anni di reclusione dal pretore di Bologna per falsa testimonianza, il 27 gennaio 1983.
Nell’ambito della stessa inchiesta, sono trasmessi alle procure della Repubblica competenti per le valutazioni del caso, gli atti relativi a:
– Paolino Dell’Anno, sostituto procuratore della Repubblica;
– Lo Stumbo, colonnello in forza al Sid;
– Sasso, colonnello in forza al Sid;
– Costantini, maresciallo in forza al Sid,
– Molinari, maresciallo in forza la Sid.
Non potevano mancare gli uomini dello Stato sul banco degli imputati per l’ultimo e più sanguinoso eccidio commesso dal “terrorismo nero”, quello di Bologna del 2 agosto 1980.
In questo processo, con sentenza passata in giudicato, sono stati difatti condannati:
– Pietro Musmeci, generale in forza al Sismi;
– Giuseppe Belmonte, colonnello in forza al Sismi;
– Francesco Pazienza, agente civile del Sismi.
A questi tre va aggiunto Licio Gelli, maestro venerabile della Loggia P2, informatore dei servizi segreti militari e civili, dirigente di una struttura segreta atlantica che operava sotto la copertura della massoneria.
Ci sono, oltre agli episodi più eclatanti perché più tragici per numero di vittime civili, anche quelli che possiamo definire minori ma non per questa ragione meno significativi per provare l’inesistenza di uno Stato “aggredito” e dimostrare, al contrario, quella di uno Stato “aggressore”.
Per la mancata strage del 18 gennaio 1971, a Trento, i rappresentanti dello Stato si accusano addirittura a vicenda. Così vengono dapprima inquisiti e poi arrestati:
– Lucio Siragusa, tenente colonnello della Guardia di finanza;
– Salvatore Aija, maresciallo della Guardia di finanza;
Scagionati e scarcerati i due, i magistrati dispongono l’arresto, il 27 gennaio 1977, di:
– Michele Santoro, colonnello dei carabinieri;
– Angelo Pignatelli, colonnello in forza al Sid;
– Saverio Molino, commissario di Ps;
– Luigi D’Andrea, maresciallo dei carabinieri.
Saranno, infine, tutti prosciolti dall’ineffabile magistratura trentina che non riesce, però, a cancellare l’eccezionale gravità di un fatto che vede uomini dello Stato accusarsi a vicenda di aver progettato un massacro di civili fallito per cause indipendenti dalla loro volontà.
Fiumi di inchiostro sono stati versati per illustrare l’attività “terroristica” del partigiano Carlo Fumagalli e dei militanti del Movimento di azione rivoluzionaria (Mar) da lui diretto.
Anche in questo caso, però, sul banco degli imputati i “terroristi” non sono soli. Al loro fianco, difatti, ci sono:
– Mario purificato, vicequestore;
– Giancarlo D’Ovidio, capitano in forza al Sid;
– Mario D’Ovidio, procuratore della Repubblica di Lanciano.
Fra gli imputandi sono da segnalare l’ispettore generale di Ps, Musolino, indicato dal giudice Giovanni Arcai, e il prefetto o questore Motta, referente occulto nel ministero degli interni del Mar, chiamato in causa da Gaetano Orlando.
Il 19-20 febbraio 1982, a Roma, sono arrestati:
– Sergio Vecchioni, maggiore dei carabinieri;
– Sandro Spagnoli, capitano dei carabinieri;
e indiziati di reato:
– Luigi Caracò, tenente colonnello dei carabinieri;
– Salvatore Pappa, tenente colonnello dei carabinieri.
A loro carico ci sono le accuse del pentito ordinovista Aldo Tisei, che li indica come referenti di Paolo Signorelli per lo svolgimento di attività informative nel campo dell’estrema sinistra.
Saranno, ovviamente, tutti assolti ma le prove della collaborazione, in forma confidenziale, di Paolo Signorelli, presunto “ideologo nero”, e l’Arma dei carabinieri sono oggi agli atti del processo per la strage di piazza della Loggia, a Brescia.
Non si può dimenticare, infine, che il 28 maggio 1976, a Sezze Romano, accanto al “golpista” e deputato Sandro Saccucci, c’era il maresciallo del Sid Francesco Troccia che sarà arrestato, il 3 giugno 1976, per “favoreggiamento”, “omissioni di atti d’ufficio” e “falsa testimonianza”.
Per quanto riguarda l’attività delle Stay-behind, ufficialmente preposte solo ad agire in caso di invasione militare sovietica, c’è da dire che perfino i magistrati della procura della Repubblica di Roma hanno riscontrato tali e tante interferenze nella vita politica interna del Paese da sentirsi obbligati, il 15 luglio 1996, a rinviare a giudizio:
– Giovanni Invernizzi, colonnello;
– Paolo Inzerilli, generale;
– Fulvio Martini, ammiraglio, direttore del Sismi.
Saranno, serve dirlo?, tutti assolti.
Non è possibile, per mancanza di documentazione, stabilire con esattezza il numero degli imputati dello Stato nelle vicende giudiziarie relative al “terrorismo nero”, certamente superiore alle cento unità.
E’ solo possibile pubblicare un elenco, per difetto, di coloro che sono stati riconosciuti colpevoli, al di là di ogni ragionevole dubbio, dalla dipendente magistratura italiana:
– Angelo Vicari, capo della polizia;
– Umberto Federico D’Amato, direttore del servizio segreto civile;
– Almirante Giorgio, segretario nazionale del Msi, amnistiato;
– Giandelio Maletti, generale del Sid;
– Elvio Catenacci, direttore del servizio segreto civile;
– Bonaventura Provenza, commissario capo di Ps;
– Antonino Allegra, commissario capo di Ps;
– Antonio Labruna, capo del Sid;
– Francesco Delfino, generale dei carabinieri;
– Dino Mingarelli, generale dei carabinieri;
– Antonino Chirico, tenente colonnello dei carabinieri;
– Luigi Napoli, maresciallo dei carabinieri;
– Pietro Musmeci, generale del Sismi;
– Giuseppe Belmonte, colonnello del Sismi;
– Francesco Pazienza, agente civile del Sismi;
– Francesco Troccia, maresciallo del Sid;
– Sandro Romagnoli, colonnello del Sid;
– Renzo Monico, ufficiale del Sismi;
– Manlio Rocco, ufficiale del Sismi;
– Giovanni Battista Palumbo, generale dei carabinieri;
– Domenico De Focatis, questore;
– Raul Cenisi, consigliere di corte d’appello;
– Bruno Pascoli, procuratore della Repubblica.
Un elenco, largamente incompleto, di nomi di condannati con sentenze passate in giudicato, prosciolti per prescrizione di reato, non condannati per morte del reo, tutti sicuramente colpevoli, il cui numero è già superiore a quello degli uomini dello Stato uccisi dai “terroristi neri” in 25 anni di “lotta armata”, 23 contro 22.
Dovrebbe far riflettere che fra i sicuri colpevoli ci siano un capo della polizia, due direttori del servizio segreto civile, due generali del servizio segreto militare, tre generali dei carabinieri, il segretario nazionale di un partito politico, due alti magistrati.
Non è poco, se si considera il ruolo svolto dalla magistratura per impedire l’emergere della verità sulle responsabilità dello Stato e della classe politica.
La leggenda di un potere giudiziario che si contrappone agli altri poteri dello Stato per ansia di giustizia e amore della verità, s’infrange contro la realtà ben evidenziata dallo spettacolo di vedere in Senato, oggi, tre magistrati premiati dai loro referenti politici comunisti (Luciano Violante) ed ex comunisti (Gerardo D’Ambrosio e Felice Casson) per aver portato avanti la tesi del “terrorismo nero” che ha aggredito lo Stato democratico ed antifascista, sostenuto dai “servizi segreti deviati” e protetto dalla tenebrosa loggia P2.
Convinti che l’appoggio incondizionato del potere mediatico possa consentire loro di passare alla storia come giudici intemerati che hanno fatto solo il loro dovere, oggi i tre siedono orgogliosi in Senato accanto agli “eversori neri” Cristiano De Eccher e Marcello De Angelis, ed a piduisti del calibro di Silvio Berlusconi e Fabrizio Cicchitto.
E’ la foto di famiglia che vede riuniti nelle aule parlamentari tutti coloro che portano la responsabilità della guerra politica e dell’occultamento, per via giudiziaria, della verità.
Condannati e premiati, tutti dalla parte del più forte, quella di un regime e di uno Stato che deve difendere il suo operato criminale inventando, sul piano giudiziario e mediatico, nemici che non ha mai avuto.
La favola del “terrorismo nero” e dell’ “eversione fascista” comincia a mostrare i segni di logoramento che il regime riesce a rallentare ma non sarà in grado di evitare per sempre.
Coloro che hanno scatenato una guerra civile e che sul sangue dei morti hanno cementato il proprio potere, costruito fortune politiche e personali, brillanti carriere militari e giudiziarie, camminano oggi sul viale del tramonto, al termine del quale li attende l’oscurità dalla quale le loro figure emergeranno per essere ricordate con disprezzo nelle pagine di una storia che sarà scritta dalle generazioni future ed alle quali affidiamo i nostri scritti e le nostre speranze.

Vincenzo Vinciguerra

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Nemici della Patria

Opera, 2011

PREMESSA
Nella storia della guerra politica italiana, nelle ricostruzioni storiche che ne sono state fatte, è assente un protagonista di prima grandezza: le Forze armate.
Per quanto possa apparire paradossale, nonostante la presenza di elementi concreti ed oggettivi, nessuno ha mai osato chiamare in causa lo Stato maggiore della Difesa che è l’organismo preposto al­la conduzione delle guerre.
Eppure, l’interesse degli Stati uniti per l’Italia è di caratte­re esclusivamente militare.
Nel documento del National security council n. 1/1 del 15 settem­bre 1947, che sarà approvato il 14 novembre 1947, si afferma che ”l’obiettivo basilare degli Stati uniti in Italia è quello di sta­bilire e conservare condizioni favorevoli alla nostra sicurezza na­zionale”, in quanto “la posizione dell’Italia nel Mediterraneo domina le linee di comunicazione verso il Vicino Oriente e protegge il fianco dei paesi balcanici. Dalle basi situate in Italia è possibi­le, per la potenza che le controlla, dominare il traffico mediter­raneo fra Gibilterra e Suez e rivolgere consistenti forze aeree contro ogni punto dei Balcani o dell’area circostante”.
Il 1° aprile 1949, il consigliere dell’ambasciata americana a Mo­sca, Foy Kohler, dichiara all’ambasciatore italiano Manlio Brosio:
“Non credo che il Patto atlantico possa consentire all’Italia al­cuna ipotesi di neutralità in caso di guerra. Questa ipotesi è esclu­sa perché noi pensiamo che centro della guerra sarebbe, più ancora che l’Europa, il Medio Oriente: e per condurre la guerra in Medio Oriente noi abbiamo bisogno del completo dominio del Mediterraneo, Italia compresa”.
Se la nascita dello Stato di Israele, il 14 maggio 1948, ha fatto del Medio Oriente la prima linea del mondo occidentale contro i Pae­si arabi appoggiati dall’Unione sovietica, l’Italia è la retrovia avanzata dalle cui basi aeronavali si può stendere l’ombrello protettivo necessario per garantire la sopravvivenza dello Stato ebraico.
Se l’importanza della penisola italiana deriva dalla sua posizione strategica nel Mediterraneo, ritenere che il contrasto del comu­nismo, necessario per impedire lo scivolamento dell’Italia su posi­zioni neutralistiche, sia stato esclusivamente affidato alle forze politiche e di polizia è fuori luogo.
La guerra anche nelle sue forme più raffinate e sofisticate rima­ne un compito degli Stati maggiori e delle Forze armate, chiamate a difendere non solo lo spazio geografico ma anche quello politi­co della Nazione.
Negli Stati uniti, non a caso, il 1° aprile 1951 saranno i capi di Stato maggiore riuniti ad inviare alla Casa Bianca una raccoman­dazione segretissima che sollecita l’avvio di una crociata propagandistica, basata su un “programma di vasta scala di guerra psicologica comprendente operazioni speciali comparabile, nelle proporzioni dello sforzo, al progetto ‘Manhattan’ della seconda guerra mondiale”.
Qualche giorno più tardi, il 4 aprile, il presidente Harry Truman istituisce, con una direttiva segreta, il Psychological Strategy Board (Psb) organismo delegato a “pianificare, coordinare e diri­gere nell’ambito della politica nazionale le operazioni psicologi­che” .
Nato su richiesta degli Stati maggiori riuniti, il Psb, al pari del gruppo speciale “Panel 10/2″ passerà sotto il controllo del Na­tional security council, del sottosegretario di Stato, del segreta­rio alla Difesa e del direttore della Cia.
La “guerra psicologica” è un affare militare affidato ai militari.
Il 28 aprile 1952, il consigliere presidenziale, Charles Douglas Jack­son afferma che serve un “progetto politico e un piano di guerra psicologica” con lo scopo di “vincere la terza guerra mondiale”.
Lo stesso presidente americano, Dwight Eisenhower, interviene sul­l’argomento invitando a non inquietarsi “per questo termine; è solo una parola di cinque sillabe. ‘Guerra psicologica’ è la battaglia per conquistare le menti e la volontà degli uomini”.
Il 1° gennaio 1957, presso la caserma Passalacqua di Verona, è istituito il Reparto di guerra psicologica, posto alle dirette di­pendenze del Comando forze terrestri alleate del Sud Europa (Ftsae).
Le Forze armate che hanno gli strumenti per difendere lo “spa­zio geografico”, si dotano anche di quelli necessari per tutelare lo “spazio politico”.
Nessuno potrà mai dire che la battaglia contro il comunismo in­terno ed internazionale sia stata condotta per difendere lo spazio geografico dell’Italia, ma non si può sostenere che le Forze arma­te abbiano approntato i mezzi bellici per proteggere lo “spazio politico” e, poi, non ne abbiano fatto uso.
Sarà bene ricordare, prima di iniziare l’analisi dell’azione mi­litare in Italia, che i servizi segreti militari sono un reparto delle Forze armate, non un’entità a sé stante oscura e soggetta a deviazioni.
E che in una “guerra psicologica” fatta di “operazioni clandesti­ne”, i reparti idonei a condurla sono i servizi segreti e non le di­visioni corazzate.
Come ogni guerra, anche quella “psicologica” ha prodotto morti, feriti e prigionieri, di cui è giunto il momento di chiamare a ri­spondere, dinanzi alla Storia, accanto ai vertici politici quelli militari che l’hanno condotta con totale disprezzo nei confronti dell’inerme popolazione civile, così che non esitiamo a definirli, insieme ai primi, nemici della Patria.

UNA NUOVA BANDIERA
Le Forze armate italiane come simbolo dell’unità della Nazione hanno cessato di esistere nel momento in cui, l’8 settembre 1943, poste di fronte all’alternativa di scegliere fra lo Stato e la Nazione, si sono schierate, nella loro quasi totalità, dalla parte del primo contro gli interessi della seconda.
Non si tratta di fare un discorso ideologico per contrapporre il fascismo all’antifascismo, perché il rovesciamento di fronte venne deciso per salvare la monarchia e garantire a Casa Savoia di sopravvivere a quella che si profilava come una sconfitta militare ormai certa.
Non era antifascista Vittorio Emanuele III, non lo erano i suoi generali, né gli industriali ed i banchieri che collaboravano con gli alleati dal giorno in cui gli Stati uniti erano entrati in guerra ipotecando le sorti di un conflitto che il loro potenziale indu­striale e bellico rendeva, agli occhi dei più esperti, già perduto per le potenze dell’Asse.
Gli interessi di Casa Savoia non coincidevano con quelli dell’Italia che, difatti, con la scelta di passare dalla parte degli alleati anglo-americani si trovò a dover sostenere il peso di tre guerre al posto di una sola: la guerra contro gli alleati; quella contro i tedeschi, insieme agli alleati; quella civile fra fascisti ed antifascisti.
A farne una sola, quella iniziata il 10 giugno 1940, ci sarebbe­ro stati meno morti e, soprattutto, la Nazione sconfitta avrebbe potuto restare unita.
Così non è stato.
I vertici della Forze armate trovarono conveniente ed opportuno schierarsi a difesa della monarchia, che, dopo il 25 luglio 1943, doveva essere tutelata sia dalla possibile reazione fascista che dal ritorno di quella “sovversione rossa” che il regime mussoliniano aveva fatto scomparire.
Le misure adottate per mantenere l’ordine pubblico illustrano a sufficienza la mentalità di una casta di ufficiali che si era tenuta distaccata dal popolo italiano con il quale, dal 1861, non si era mai identificata.
La circolare emanata il 26 luglio 1943 dal capo di Stato maggiore dell’esercito, generale Mario Roatta, per la tutela dell’ordi­ne pubblico ne è la conferma:
“Qualunque pietà a riguardo della repressione è un delitto, po­co sangue versato inizialmente risparmierà fiumi di sangue in se­guito. Perciò ogni movimento deve essere inesorabilmente stroncato in origine. Siano abbandonati i sistemi antidiluviani, quali i cordoni, gli squilli, le intimazioni, la persuasione…I reparti abbiano i fucili a ‘pronti’ e non a ‘bracciarm’. Muovendo contro i grup­pi di individui che turbino l’ordine pubblico…si proceda in for­mazione di combattimento e si apra il fuoco a distanza anche con mortai e artiglierie senza preavviso come se si procedesse contro truppe nemiche. Non è ammesso il tiro in aria. Si tira sempre a col­pire come in combattimento”.
Una direttiva che costerà la vita a 93 cittadini, dei quali 83 nel periodo 26-30 luglio 1943, ai quali vanno aggiunti 563 feriti, mentre i Tribunali militari condannavano, fino all’8 settembre 1943, 3.500 persone a pene varianti da 18 anni a 6 mesi di reclu­sione e le forze di polizia traevano in arresto 35 mila cittadini, tutti rei di essersi illusi di aver ritrovato le libertà politiche.
Il prezzo della fedeltà alla monarchia sabauda, i generali ita­liani sono disposti a pagarlo con le vite degli altri, non con le proprie.
Per loro, l’onore è un concetto astratto. Ne fa testo il compor­tamento del maresciallo d’Italia, Pietro Badoglio, che, il 3 set­tembre 1943, mentre il generale Giuseppe Castellano, a Cassibile, firma a nome suo e del governo l’armistizio con gli alleati, non esita a dichiarare al nuovo ambasciatore tedesco in Italia, Rudolf Rahn, che l’Italia resterà fedele all’alleanza con le Germania, concludendo con parole che vale la pena di riportare:
“Io sono il maresciallo Pietro Badoglio, uno dei tre più vecchi marescialli d’Europa. Sì, Mackensen, Pétain ed io siamo i più vec­chi marescialli d’Europa. La diffidenza del governo del Reich nei riguardi della mia persona mi riesce incomprensibile. Ho dato la mia parola e la manterrò. Vi prego di avere fiducia”.
Disonore fine a stesso, inutile, perché i tedeschi già conosceva­no la verità.
Il 30 agosto 1943, il tenente colonnello Herbert Kappler scrive a Berlino:
“La mia impressione è che il governo Badoglio concluderà una pace separata nei prossimi dieci giorni”.
Il 4 settembre 1943, a Roma, il direttore della centrale telefonica del Quartiere generale dell’Aeronautica informa il confiden­te dei tedeschi, Del Re, che il governo italiano ha firmato l’armistizio. Il Comando supremo germanico, a Berlino, ne viene subito informato.
Morti inutili: come quelle dei marinai del sommergibile “Velia”, fatto uscire insieme ad altri sette, dal porto di Napoli in missione di guerra dallo Stato maggiore della Marina, come da accordi stabiliti con gli alleati il 19 agosto 1943 per ingannare i tedeschi.
Il sommergibile “Velia”, al comando del tenente di vascello Patané, sarà affondato alle ore 22.00 dell’8 settembre 1943 nel golfo di Salerno, immolato per un inganno che ha mancato il suo obietti­vo .
La sera dell’8 settembre, difatti, l’Alto comando tedesco in Italia dirama ai reparti dipendenti il messaggio radio “Fall achse…Ernte einbrigen” (“Mettete al coperto il raccolto”) che rende esecutivo il piano da tempo predisposto di disarmo delle Forze armate italiane.
Quello stesso giorno, sulla base delle informazioni fornite dal generale Giuseppe Castellano, l’aviazione alleata, bombarda Frascati dove ha sede il comando supremo tedesco in Italia, provocando 500 morti fra gli italiani ma fallendo il suo obiettivo.
Sempre quell’8 settembre 1943, il capo di Stato maggiore dell’e­sercito, generale Mario Roatta, telefona al feldmaresciallo Albert Kesselring per metterlo al corrente della sua “sorpresa” nell’apprendere via radio della firma dell’armistizio, garantendogli di essere sempre stato all’oscuro di tutto.
Un modo astuto per garantirsi la pelle nel caso che fallisca la fuga programmata per il giorno successivo.
Il giudizio più impietoso e realistico sui vertici militari italiani viene dal loro interno, dal generale Giacomo Zanussi che, alla speranza, espressa dal generale Mario Roatta, che i comandan­ti delle unità dislocate fuori Roma possano reagire con le armi ad atti di ostilità da parte dei tedeschi, risponde:
“Ma lei li conosce meglio di me i nostri comandanti. È già dub­bio che dinanzi ad un ordine perentorio uno su due obbedisca, so­prattutto quando l’obbedire impegna non soltanto la propria responsabilità, ma rischia la propria testa. E dopo di ciò, lei si illude che, lasciati liberi di optare tra un atto di forza che li compro­mette e un atto di rinuncia che li risparmia, essi scelgano l’atto di forza! Segnatamente poi quando si saprà la scelta che abbiamo fatto noi!”.
Tranne pochissime eccezioni, difatti, i generali italiani si ar­rendono senza opporre resistenza alle truppe tedesche.
La retorica neofascista ha enfatizzato il numero degli ufficiali di grado elevato che hanno aderito alla Repubblica sociale italia­na, a cominciare dal maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani, ma la realtà è molto diversa.
Moltissimi ufficiali, per i primi i generali, hanno aderito alla Repubblica di Salò perché l’8 settembre 1943 si sono trovati dietro le linee tedesche e non hanno voluto rischiare la vita o finire in un campo di concentramento in Germania.
Altri perché il governo fascista repubblicano pagava ottimi stipendi ed avevano famiglie da mantenere, altri ancora con la riserva di “aderire per sabotare”, gli ultimi perché Benito Mussolini aveva concesso al maresciallo Rodolfo Graziani di costituire un esercito “apolitico” nel quale, quindi, si poteva militare senza compromettersi con il fascismo, giustificando la scelta con la difesa dell’onore d’Italia.
È di origine militare l’immagine della “Salò tricolore” alla quale si riferirà il neofascismo postbellico, compreso Giorgio Almirante, la sua figura più rappresentativa, che nel suo libro autobiografico scriverà di aver aderito alla Rsi dopo aver ascoltato il discorso tenuto dal maresciallo Rodolfo Graziani al teatro Adriano, a Roma, il 1° ottobre 1943.
La frattura che si determina l’8 settembre 1943, all’interno del le Forze armate italiane, viene quindi ricondotta e circoscritta ad una diversa interpretazione dell’onore militare che per gli uni, aderenti al Regno del sud, si riconosce nel rispetto del giu­ramento di fedeltà al re, negli altri, inseriti nei ranghi della Repubblica sociale italiana, in quello della parola data agli al­leati tedeschi.
Entrambi gli schieramenti proclamano la loro apoliticità ed il comune intento di conservare l’integrità del territorio nazionale e l’unità della Nazione.
La frattura, anche se più formale che sostanziale, però esiste, e va pertanto ricomposta perché il nuovo Stato non può prescinde­re dalle Forze armate e non può ricostituirle epurando da esse mi­gliaia di quadri che dovranno necessariamente essere riassorbiti nel ruolo e nel grado, in modo da farne in un tempo ragionevole un organismo unitario, rappresentativo della ritrovata unità di una Nazione impegnata a rimarginare le ferite della guerra e, in modo particolare, di quella civile.
Ed è questo uno dei compiti dei primi governi postbellici, non assolvibile nell’immediatezza della fine del conflitto dal gover­no presieduto da un esponente del movimento partigiano come Ferruccio Parri, ma al quale si accinge con alacrità quello successivo, guidato dal democristiano Alcide De Gasperi.
La fine della guerra non segna quella delle apprensioni per il proprio destino e le proprie vite di tanti ufficiali, soprattutto di grado elevato, che potrebbero essere estradati nei Paesi occu­pati dall’esercito italiano durante il conflitto per esservi giudicati come criminali di guerra.
Anche se, nel corso degli anni, è stato fatto opportunamente di­menticare, il problema rappresentato dall’estradizione di decine di ufficiali – in paesi come l’Alba­nia, la Jugoslavia, l’Unione sovietica, l’Etiopia, la Grecia, la Francia – non era di poco conto e coinvolgeva persone che avevano fatto, dopo l’8 settembre 1943, scelte opposte.
La fucilazione, a Bari, del generale Nicola Bellomo, l’11 settembre 1945, da parte di un plotone di esecuzione britannico, provava che per gli alleati la distinzione fra aderenti al Regno del sud o alla Repubblica sociale non aveva alcun valore dinanzi alla com­missione di quelli che a loro insindacabile giudizio erano “crimini di guerra”.
Il generale Nicola Bellomo aveva aderito al Regno del sud ed era stato addirittura ferito nei combattimenti contro le retroguardie germaniche a Bari, il 9 settembre 1943, ma aveva la “colpa” di aver fatto sparare su due ufficiali britannici che avevano tentato la fuga da un campo di concentramento sotto la sua giurisdizione nel 1941, uno dei quali era rimasto ucciso.
Sui prigionieri che evadono l’ordine di aprire il fuoco esiste in tutti i Paesi del mondo, ma per gli inglesi quello commesso dal generale Bellomo era un “crimine di guerra” che andava punito con la morte.
E se questa era stata la sorte di un ufficiale italiano che ave­va aderito al Regno del sud, che si era schierato con gli alleati, che aveva provocato la morte di un solo ufficiale britannico, non era difficile ipotizzare quale sarebbe stata quella degli ufficia­li italiani che nei Balcani, in Africa, in Unione sovietica, avevano incendiato paesi, ucciso per rappresaglia migliaia di uomini, donne e bambini, imprigionato e torturato.
Pochi, forse nessuno, sarebbero tornati vivi dalla Jugoslavia, dall’Unione sovietica, dall’Albania, dalla Grecia, dall’Etiopia, che reclamava sia il maresciallo Pietro Badoglio che il suo anta­gonista Rodolfo Graziani.
Evitare il cappio al collo era una necessità che contribuiva a rendere unita la casta militare che riponeva le suo speranze nel­la Democrazia cristiana e nella Chiesa cattolica, le forze certa­mente più idonee, per il credito che godevano presso gli alleati anglo-americani, per evitare il peggio.
Il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, non abbandona le gerarchie militari sulla cui disciplina deve contare nel momento in cui si avvicina il momento di scegliere fra monarchia e repubblica.
Il 9 aprile 1946, Alcide De Gasperi si rivolge all’ammiraglio Ellery Stone, capo della Commissione alleata, per puntualizzare le ragioni che sconsigliano di accogliere la richiesta avanzata dalla Jugoslavia per ottenere l’estradizione di ufficiali italiani accu­sati di crimini di guerra:
“Non posso nasconderle – scrive De Gasperi – che un’eventuale consegna alla Jugoslavia di cittadini italiani, mentre ogni gior­no pervengono notizie molto gravi su veri e propri atti di crimi­nalità compiuti dalle autorità jugoslave a danno di italiani e dei quali sono testimoni i reduci dalla prigionia e le foibe del Carso e dell’Istria susciterebbe nel paese una viva reazione e una giustificata indignazione. L’emozione così suscitata non mancherebbe di riflettersi anche su taluni aspetti della situazione interna, di cui non appare conveniente turbare il processo di normalizzazione soprattutto nel periodo che precede le elezioni della Costituente”.
Alcide De Gasperi preannuncia, quindi, la costituzione di una commissione d’inchiesta italiana per l’accertamento delle respon­sabilità individuali nella commissione di crimini di guerra.
Il 2 maggio 1946, l’ammiraglio Ellery Stone risponde alla nota del 9 aprile del presidente del Consiglio italiano rassicurandolo sul fatto che “i governi americano e britannico sono ben consapevoli delle implicazioni di tale questione”, ed attendono di conosce­re i risultati dell’inchiesta condotta dal ministero della Guerra.
Il 6 maggio 1946, viene ufficialmente costituita la commissione d’inchiesta che è presieduta da Alessandro Casati e composta da sei giuristi, tre ufficiali in rappresentanza delle tre Armi e un ufficiale con funzioni di segretario.
In un Paese in cui la capacità di insabbiare tutto ciò che può nuocere alle classi dirigenti è superlativa e ben collaudata, per la prima volta ci si trova dinanzi alla realtà delle atrocità commesse da militari italiani in guerra che non possono essere cancellate del tutto ma solo circoscritte ad un numero il più possibile minimo di ufficiali e funzionari civili.
Così, il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, l’11 set­tembre 1946, invia una lettera all’ammiraglio Ellery Stone con la quale annuncia l’individuazione di 40 persone, tra funzionari civili e ufficiali dell’Esercito, che potranno essere deferite alla giustizia militare “per essere venuti meno, con gli ordini o nella esecuzione degli stessi, ai principi del diritto internazionale di guerra”.
Il governo italiano, di cui sono parte integrante i rappresen­tanti del Partito comunista, ostenta di voler procedere con seve­rità all’istruzione di una “Norimberga” italiana che veda alla sbarra quanti si sono macchiati di “crimini di guerra”.
Il 23 ottobre 1946, viene emesso un primo comunicato nel quale sono elencati i nomi di alcuni dei 40 ufficiali e funzionari civili sotto accusa. Fra i nomi resi pubblici spiccano quelli dei gene­rali Mario Roatta, Mario Robotti, Gherardo Magaldi, del tenente colonnello Vincenzo Serrentino e dell’ambasciatore Francesco Bastianini.
Fra questi, il generale Mario Roatta è latitante in Spagna; l’ ambasciatore Bastianini è rifugiato in Spagna; il tenente colon­nello Vincenzo Serrentino è prigioniero in Jugoslavia.
L’inserimento di Serrentino nell’elenco dei “criminali di guerra” legittima la condanna a morte che gli sarà inflitta dal tribunale jugoslavo, ma la sorte dell’ultimo prefetto italiano di Fiume, aderente alla Repubblica di Salò, non interessa al governo italiano ed alle gerarchie militari.
Vincenzo Serrentino sarà fucilato, a Sebenico, il 5 maggio 1947.
Sarà uno dei pochi ad essere immolato sull’altare della giusti­zia dei vincitori, perché i generali in Italia sono sotto il man­to protettivo della Democrazia cristiana che prosegue nella sua tattica volta a guadagnare tempo, in attesa che l’acuirsi dello scontro fra Mosca e Washington renda possibile la definizione del problema con un nulla di fatto.
Intanto, il 23 dicembre 1946, è pubblicato un secondo elenco di nomi fra i quali risaltano quelli dei generali Emilio Graziosi, Alessandro Pirzio Biroli, Francesco Giunta e Gastone Gambara.
In un elenco successivo, comparirà anche il nome di Achille Marazza, esponente di primo piano della Democrazia cristiana, ai vertici del Comitato di liberazione nazionale alta Italia, che non si era distinto nel corso del conflitto nei Balcani, al comando di un reggimento, per spiccata carità cristiana.
Il 25 aprile 1947, a distanza di poco più di un mese dal discorso del presidente americano Harry Truman del 12 marzo 1947 che segna l’inizio ufficiale della “guerra fredda”, il governo italiano presenta, tramite l’ambasciatore a Washington, Alberto Tarchiani, un memorandum al governo americano nel quale illustra le ragioni per le quali richiede la non applicazione dell’art. 45 del Trattato di pace che prevede la consegna ai Paesi che ne faranno richiesta dei “criminali di guerra” italiani.
L’incondizionata adesione italiana alla politica degli Stati uniti, la firma del Trattato di pace il 10 febbraio 1947, la necessità americana di mantenere l’Italia nella propria sfera d’influenza per la sua posizione strategica nel Mediterraneo iniziano a dare i primi corposi frutti alla casta militare divenuta, senza al­cun rimpianto e senso di colpa, repubblicana e democratico-cristiana.
L’articolo 45 del Trattato di pace non sarà applicato di fatto perché i Paesi aderenti all’alleanza occidentale (Stati uniti, Francia, Grecia, Gran Bretagna) e, infine, la stessa Etiopia notificheranno al governo italiano, in tempi successivi, la loro rinuncia a richiedere l’estradizione degli ufficiali italiani accu­sati di aver commesso crimini di guerra nei loro territori.
La possibilità di estradare nei Paesi del blocco comunista ufficiali italiani per farli giudicare e condannare a morte certa, non viene presa in considerazione nemmeno a livello di ipotesi.
Nessun ufficiale italiano sarà chiamato a rispondere sul piano penale del suo operato in guerra, a prescindere dalle scelte fatte l’8 settembre 1943, per affermare che il comportamento delle regie Forze armate prima dell’armistizio e quello dell’esercito “apolitico” di Salò non meritano censure da parte della classe dirigente po­litica repubblicana che su di esse e sulla loro fedeltà conta per mantenersi al potere.
Non c’è solo la pretesca abilità dei democristiani per spiegare come l’Italia sia il solo Paese dell’Asse che non ha preso provvedimenti contro la casta militare, i cui esponenti di spicco in Germania e in Giappone sono finiti sulla forca, ma la complicità di tutte le forze politiche italiane ed il tacito consenso degli americani e dei britannici.
Gli alleati sono, difatti, consapevoli che la paura, prima, e la gratitudine per essere stati risparmiati, dopo, avrebbero provocato nel­le gerarchie militari italiane uno stato di totale sudditanza, non solo psicologica, nei loro confronti.
I fatti hanno dato loro ragione.
Del resto, gli anglo-americani le loro vendette in Italia se le so­no prese per proprio conto.
Dopo aver fucilato il generale Nicola Bellomo, a Bari, l’11 set­tembre 1945, difatti, il 27 gennaio 1947 passano per le armi un altro ufficiale italiano, Italo Simonetti, a Marina di Pisa, anch’esso colpevole di aver ucciso un militare americano in Garfagnana nel corso del conflitto.
Nessuno protesta.
Una casta militare che si pone come obiettivo prioritario quello anzitutto di salvare la pelle, poi quello di salvaguardare la carriera e la pensione, non può che far comodo a chi è venuto per conquistare ed ora dovrà governare in maniera accorta e pubblicamente inavvertita.
Il servilismo militare nei confronti degli alleati si evidenzia nei giorni che precedono la firma del Trattato di pace, avvenuta a Parigi il 10 febbraio 1947.
Contro di essa si erge don Luigi Sturzo che, il 6 febbraio 1947, si spinge a criticare la restrizioni imposte alla flotta militare italiana; insorge il ministro degli Interni, Mario Scelba, che il 9 febbraio per protesta rassegna le dimissioni rientrate dopo un colloquio personale con il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi; lo sdegno si esprime nel tragico gesto di Maria Pasquinelli che, il 10 febbraio 1947, uccide il governatore militare di Pola, il generale britannico Robert W. De Winton; mentre lo stesso giorno, al suono delle sirene, si ferma l’intera Nazione che esprime in que­sto modo l’amarezza per l’iniquità delle condizioni imposte al Pae­se sconfitto dai vincitori.
La sola voce discordante è quella dell’ammiraglio Raffaele De Courten, ex capo di Stato maggiore della Marina, che il 6 febbraio 1947 su “Il Mattino dell’Italia centrale” non esita a scrivere che il Trattato di pace lascia una “porta aperta verso l’avvenire”.
È il segnale di un comportamento che verrà mantenuto inalterato fino ad oggi: la casta militare non ha mai espresso un dissenso, sia pure timido e riservato, verso le limitazioni alla sovranità nazionale, all’indipendenza del Paese, alla subalternità assoluta nei confronti dei vincitori della Seconda guerra mondiale.
La classe dirigente, nel fare dell’Italia un Paese a disposizione degli Stati uniti, non ha trovato critiche ed oppositori nel campo militare.
Una della ragioni che spiegano questo comportamento è da ricer­care proprio nella benevolenza con la quale le gerarchie militari sono state trattate dagli alleati e dai politici che avrebbero do­vuto giudicarle ed epurarle.
Difatti, saranno pochissimi gli ufficiali di grado elevato che subiranno conseguenze di una certa gravità per i comportamenti mantenuti l’8 settembre 1943 e per la loro adesione alla Repubblica sociale italiana.
Il 7 febbraio 1946, la Corte di cassazione proscioglie da ogni addebito, in blocco, gli ufficiali superiori della Guardia nazio­nale repubblicana stabilendo che “sono formazioni di camicie nere con funzioni politico-militari le squadre d’azione di camicie ne­re (brigate nere) che, giusta decreto istitutivo, rappresentavano la ‘struttura politico-militare del partito’, e non già le forma­zioni della Guardia nazionale repubblicana, modellata sull’ordinamento dell’Arma dei Regi Carabinieri”.
Il 10 febbraio 1946, a Roma, il Tribunale militare assolve il generale Lorenzo Dalmazzo, accusato di resa e aiuto militare ai tedeschi alla data dell’armistizio, “perché i fatti a lui ascritti non costituiscono reato”.
Il 12 ottobre 1946, a Roma, il Tribunale militare condanna a 2 anni e 20 giorni di reclusione, interamente condonati, il genera­le Umberto Giglio, comandante militare dell’Emilia durante la Rsi.
Il 7 gennaio 1947, a Bologna, la Corte di assise proscioglie per amnistia il generale della Guardia nazionale repubblicana Ivan Do­ro, presidente del Tribunale militare repubblicano, “per difetto della volontà omicida” che non può ritenersi sussistente, ad avvi­so dei giudici, “soltanto perché vi furono delle sentenze di con­danna a morte”.
Il 13 gennaio 1948, la Corte di cassazione applica l’amnistia al colonnello Corrado, comandante militare della provincia di Brescia durante la Rsi, in quanto, scrive:
“La convocazione di tribunali straordinari da parte di un comandante militare della Provincia è effetto dell’esecuzione di ordini superiori emanati dal prefetto o dal comandante regionale, senza possibilità di iniziativa di rilievo e di decisioni sottratte al controllo di detta autorità”.
Lo stesso giorno, il Tribunale supremo militare, presieduto dal generale Angelo Cerica, assolve il generale Casimiro Delfini, co­mandante della Brigata carabinieri di Roma che aveva cooperato nella deportazione in Germania di 1.500 carabinieri in servizio nella Capitale, nel mese di ottobre del 1943, e che poi aveva aderito alla Rsi rivestendo l’incarico di capo del Reparto Amministrazione-Intendenza presso il Comando generale della Guardia nazionale re­pubblicana.
Il Tribunale lo giudica innocente delle accuse di collaborazio­nismo perché riconosce “la legittimità nell’ambito del diritto in­ternazionale di accordi fra l’autorità italiana e quelle tedesche per il disarmo ed il trasferimento” dei carabinieri.
Le Forze armate proteggono se stesse, a prescindere dai comportamenti individuali mantenuti l’8 settembre 1943 e successivamente, e la classe politica tutela le Forze armate con l’assenso degli anglo-americani che riconoscono l’imperiosa necessità di restitui­re allo strumento militare italiano la sua efficienza.
In silenzio, senza clamori, il governo presieduto da Alcide De Gasperi, già nel mese di febbraio del 1946, ha richiamato alle ar­mi i giovani che hanno fatto parte dell’esercito repubblicano, purché non accusati di reati specifici.
Non sono nemici dello Stato democratico quei ragazzi che hanno risposto alla chiamata alla leva della Repubblica sociale italia­na, sono viceversa soldati già addestrati, disciplinati e necessa­ri ad un esercito che deve fronteggiare gravi emergenze, compreso il rifiuto di tanti giovani meridionali, siciliani in particolare, di difendere in armi uno Stato che non riconoscono come proprio.
La retorica resistenziale post-bellica ha inteso vedere nella mancata epurazione delle Forze armate, nel trattamento clemente riservato agli ufficiali in alto grado che avevano aderito alla Rsi, nel reintegro di molti di essi nell’esercito nato dalla Resisten­za, la prova di un fascismo che rimaneva latente ma ancora in grado di condizionare la vita politica della Repubblica democratica ed antifascista.
Non è così.
Gli ufficiali del regio Esercito che, dopo aver giurato fedeltà alla monarchia, avevano giurato fedeltà alla Repubblica sociale italiana e, successivamente, hanno espresso un terzo giuramento di fedeltà, questa volta alla Repubblica antifascista, non hanno mai ritenuto di venire meno alla coerenza e all’onore militare perché apolitico era l’Esercito regio, apolitico quello repubblicano, apolitico doveva essere quello democratico: in tutti e tre i casi, difatti, il dovere del soldato è obbedire, difendere l’integrità territoriale della Nazione, combattere la sovversione che mina l’unità del Paese.
L’obbedienza del soldato, distaccato dalla politica, al di fuo­ri delle fazioni, alieno da ogni ideologia, fedele allo Stato, a “qualunque Stato” (come sosteneva Julius Evola), diviene lo scudo e l’alibi di quanti passano, apparentemente senza traumi e sensi di colpa, dal servizio della Monarchia a quello dello Stato fascista repubblicano a quello, infine, dello Stato democratico e repubblicano.
L’Italia dell’immediato dopoguerra affronta i problemi dell’in­tegrità territoriale sul confine orientale dove appare grave il contenzioso con la Jugoslavia, in Sicilia dove il separatismo av­via la propria guerriglia a partire dal mese di ottobre del 1945, del mantenimento dell’ordine pubblico e della necessità di contrastare la “sovversione” socialcomunista.
Garantire e tutelare le Forze armate significa per i governi democristiani assicurarsi la certezza di poter fare affidamento sul loro intervento in qualunque circostanza e contro qualsiasi nemi­co interno.
Riabilitare le Forze armate, riassorbire il trauma dell’8 settembre 1943, ricomporre la frattura creatasi con i 600 giorni della Repubblica di Salò, salvaguardarne l’immagine evitando che venga infangata dai processi, all’interno ed all’estero, per “crimini di guerra”, sono tutte azioni promosse non da un fascismo occulto ma dalla nuova classe politica, di cui fanno parte anche i comuni­sti che sperano, inizialmente, di immettere nei ruoli dell’Eserci­to i quadri delle formazioni partigiane.
Le ombre che gravano sulle gerarchie militari sono tante e non possono essere dissipate se non con un atto di coraggio che la classe politica italiana non ha mai avuto né mai ha ipotizzato di ave­re.
L’accusa di tradimento nei confronti di alti ufficiali che dal­l’entrata in guerra dell’Italia, il 10 giugno 1940, fino alla da­ta dell’armistizio, l’8 settembre 1943, avevano collaborato con gli alleati non era solo una voce di popolo per giustificare le nostre sconfitte ma una realtà triste ed amara, confermata dalla imposizione nel Trattato di pace dell’art. 16 che fa divieto all’Italia di processare quanti hanno collaborato con gli alleati dal 1939 al 1945.
La resa dell’isola di Pantelleria nel mese di giugno del 1943, l’abbandono da parte della guarnigione della base di Augusta, la sola dotata di cannoni da 381 mm, nella notte fra il 9 ed il 10 luglio 1943, che apre la strada all’invasione anglo-americana del­la Sicilia, provano che alla base del tradimento di ufficiali di grado elevato non vi erano motivazioni ideologiche ammesso che queste ultime possano giustificare quanti, dalle posizioni di co­mando che occupano, mandano a morte certa i propri compatrioti ed i propri subalterni per favorire l’azione del nemico.
Quanti italiani sono scomparsi nel Mediterraneo perché qualche ammiraglio segnalava agli inglesi le rotte dei convogli diretti in Africa rendendoli facili bersagli dei sommergibili e degli ae­rei di Sua Maestà britannica?
Neanche la fine della guerra a fianco degli alleati e la scom­parsa del fascismo avrebbero dovuto consentire all’ammiraglio Fran­co Maugeri, apertamente e pubblicamente accusato di intelligenza con il nemico, di divenire capo di Stato maggiore della marina, eppure è proprio quanto è stato fatto da quelle gerarchie milita­ri per le quali la sola difesa è rappresentata dalla negazione in toto di ogni accusa e dalla cancellazione di tutte le verità, unico modo per ricostituire l’unità della Forte armate e restituire ad esse il prestigio definitivamente perduto.
Dovevano, quindi, cadere le accuse di tradimento, quelle relati­ve ai ”crimini di guerra” ed, infine, quella di aver partecipato su fronti contrapposti alla guerra civile dopo l’8 settembre 1943.
Il 22 febbraio 1947, il Tribunale militare di Taranto aveva pro­sciolto per amnistia il sottotenente Calogero Lo Sardo, tre sottufficiali e 17 soldati imputati per la strage di Palermo del 19 otto­bre 1944, quando avevano sparato senza alcuna motivazione plausi­bile su un corteo di cittadini che chiedevano il miglioramento delle condizioni di vita, uccidendone 23 e ferendone oltre 100.
La Procura generale militare aveva impugnato la sentenza di pro­scioglimento ma, il 31 maggio 1947, dopo l’esclusione dei comunisti dal governo rinunciò al ricorso e la sentenza di proscioglimento divenne esecutiva il 4 giugno 1947.
Il 17 febbraio 1949, a Roma, dov’era stato trasferito da Milano per ragioni di opportunità, si conclude il processo per “collaborazionismo” a carico del capitano di fregata Junio Valerio Borghese, decorato di medaglia d’oro al valor militare, comandante della Decima flottiglia mas fino all’8 settembre 1943 e, poi, della divi­sione di fanteria di marina Decima nella Repubblica sociale ita­liana.
Junio Valerio Borghese viene condannato a 12 anni di reclusione dei quali 9 condonati, e rimesso subito in libertà fra l’esultanza della Marina militare di cui era l’ufficiale di maggiore prestigio.
Due giorni più tardi, il 19 febbraio, il giudice del Tribunale militare, generale Enrico Santacroce, proscioglie i generali Mario Roatta e Giacomo Carboni, che erano stati denunciati dalla commissione d’inchiesta, presieduta dal comunista Mario Palermo, sulla mancata difesa di Roma dell’8-10 settembre 1943 e, contestualmente, i generali Ambrosio, Castellano, De Stefanis, Utili e Calvi di Bergolo che erano stati, a loro volta, denunciati dal genera­le Giacomo Carboni.
Sul conto di quest’ultimo, ex direttore del Sim, il giudice mi­litare scrive che la sua condotta era stata, “improntata alle pre­scrizioni che il dovere e l’onore imponevano in quelle specialissime circostanze”.
Il 14 ottobre 1949, a Perugia, la Corte di assise assolve tutti gli imputati, militari e diplomatici, accusati di aver organizzato l’omicidio dei fratelli Rosselli, compreso il colonnello dei cara­binieri Sante Emanuele che aveva addirittura confessato la sua partecipazione al delitto, non esitando a giustificare la sentenza assolutoria con una motivazione nella quale i giudici scrivono:
“La logica conclusione di quanto si è esposto e ragionato sareb­be la dichiarazione della responsabilità dell’Emanuele e del Nava­le nell’uccisione, di Carlo Rosselli. Notisi poi nei confronti del primo che anche il semplice fatto da lui inizialmente confessato, avere cioè trasmesso al secondo l’ordine di uccisione costituireb­be, come tanti elementi inducono a credere, partecipazione al de­litto. Però la Corte non può dissimularsi un dubbio, tenue è vero, ma sem­pre un dubbio; che nel torbido mondo del fuoriuscitismo internazionale in Francia potessero fermentare oscure tragedie e che vittima di una di queste possa essere stato Carlo Rosselli”.
Bisognerà attendere altri trent’anni circa per vedere una secon­da Corte d’assise, questa volta romana, assolvere perfino i rei confessi in un processo che, anche in questo caso, coinvolge alti ufficiali delle Forze armate, quello sul presunto golpe Borghese del 7-8 dicembre 1970.
Il 2 maggio 1950, a Roma, si conclude il processo a carico del maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani, ministro della Difesa e comandante in capo delle Forze armate della Rsi.
Rodolfo Graziani è condannato a 19 anni di reclusione che si riducono a 5 anni e 4 mesi per effetto delle amnistie e dei condoni la cui decorrenza deve essere calcolata dal giorno in cui è stato arrestato dagli alleati e non da quello in cui è stato passato in consegna alle autorità italiane, così che la pena, in effetti, è quasi interamente scontata.
Graziani, difatti, sarà rimesso in libertà il 28 agosto 1950.
Con note, rispettivamente, del 27 maggio 1947 e del 7 luglio 1947, la Gran Bretagna e la Francia, precedute da quella dello stesso tenore degli Stati uniti, rinunciano a richiedere l’estradizione de­gli ufficiali accusati di “crimini di guerra”, a norma dell’art. 45 del Trattato di pace, ma chiedono che i processi a loro cari­co si svolgano comunque in Italia.
In tempi successivi, la stessa posizione assume la Grecia e, di fatto, anche l’Etiopia, fiduciose nel fatto che i Tribunali mili­tari italiani avrebbero, in ogni caso ed in qualche modo, reso loro giustizia.
Il 25 giugno 1951, però, a Roma, si svolge una riunione fra i ministri della Difesa, Randolfo Pacciardi, degli Esteri, Carlo Sforza, di Grazia e giustizia, Attilio Piccioni, ed un rappresentante della Procura generale militare per esaminare il problema relativo ai processi da fare a carico dei “criminali di guerra”.
Le decisioni assunte nel corso della riunione non si conoscono, ma i suoi effetti sì, perché tutti i procedimenti pendenti relati­vi ad almeno 40 fra alti ufficiali e funzionari civili saranno de­bitamente archiviati e i fascicoli processuali chiusi in armadi che nessuno ha mai avuto il coraggio e la dignità di riaprire.
Per chiudere definitivamente la questione militare, per sanare le ferite delle Forze armate e presentarle alla Nazione come un organismo unitario immune da tradimenti e viltà, proteso solo alla difesa della Patria in guerra e in pace rimane da fare un so­lo, ultimo e definitivo, passo: riabilitare anche sotto il profi­lo giuridico, non solo quindi sotto quelli politico e morale, gli appartenenti in divisa alla “Salò tricolore” che, a loro merito, potevano ascrivere di non aver mai schierato, nel corso dei 600 giorni della Repubblica di Salò, i loro reparti su quelle linee del fronte dove si trovavano, a fianco di inglesi ed americani, i militari del Regno del sud.
Una scelta, concordata con lo Stato maggiore del regio Eserci­to, per affermare che le Forze armate regolari della Repubblica sociale non partecipavano ad una guerra civile ma continuavano a combattere solo per l’Italia ed il suo onore, non per il fascismo.
Una scelta che aveva già fruttato, sia pure circoscritto alla so­la divisione Decima, il riconoscimento del contrammiraglio B. Inglis, capo del servizio segreto della Marina militare americana, che nel mese di gennaio del 1946, nel bollettino riservato agli ufficiali della U.S. Navy security of the O.n.i. Review, sul conto di Junio Valerio Borghese e dei suoi uomini aveva scritto:
“…Quello che è certo è che essi non furono favorevoli agli al­leati; ma sarebbe scorretto affermare che essi furono delle forma­zioni più favorevoli ai tedeschi e più filofasciste delle forze ar­mate italiane. La maggior parte di essi sentì che l’armistizio era stato un vergognoso tradimento al suo alleato da parte del re e di Badoglio e decisero di ‘redimere l’onore d’Italia'”.
Ora, il riconoscimento, esteso a tutti gli appartenenti alle For­ze armate regolari della Repubblica sociale italiana agli ordini del maresciallo Rodolfo Graziani, diveniva pubblico ed ufficiale.
Il 23 febbraio 1952, con legge n. 93, è riconosciuto valido ai fini della carriera il servizio prestato nelle Forze armate della Rsi, con il conseguente reintegro nel ruolo e nel grado di tutti gli ufficiali, non condannati per fatti specifici, che potranno riprendere servizio nelle Forze armate della Repubblica democrati­ca ed antifascista.
È, in questo modo, riaffermato il concetto di “apoliticità” che costituisce l’alibi delle Forze armate che al servizio di un governo di diritto (il Regno del sud) o di fatto (la Repubblica sociale) hanno preteso di servire solo lo Stato e la Nazione, non regimi politici.
Mutate però le condizioni politiche, interne ed internazionali, il capo di Stato maggiore della Difesa, generale Andrea Viglione, nel 1975 bloccherà le carriere degli ufficiali provenienti dall’ esercito repubblicano che non potranno superare il grado di gene­rale di brigata.
In Italia, le Forze armate erano uscite dalla Seconda guerra mon­diale distrutte, non solo materialmente, così che l’opera di ricostruzione aveva richiesto tempo e, soprattutto, una nuova bandiera attorno alla quale riunirsi che non fosse quella di un’Italia unita, che i fatti avevano dimostrato non esistere nel cuore e nelle coscienze di milioni di italiani.
Una bandiera che non era più quella dei tre colori, ma a stelle e a strisce.

L’APPARATO POLITICO-MILITARE
Alla fine della Seconda guerra mondiale, l’8 maggio 1945, tutti i partiti politici, dalle Alpi alla Sicilia, mantengono in armi le proprie strutture che, man mano, dovrebbero essere disarmate ma che, in realtà, consegnano solo quel che basta per dare agli al­leati la sensazione di aver provveduto alla smobilitazione delle formazioni partigiane di partito, comuniste, azioniste, democri­stiane, liberali.
Le Forze armate, dal canto loro, sono impegnate in prima linea in due punti della penisola: la Sicilia, dove si trovano a dover fronteggiare il movimento separatista, in forma ufficiale; e il confine orientale con la Jugoslavia, dove non hanno alcuna possi­bilità d’intervento perché tutto il Friuli Venezia Giulia permane sotto rigida occupazione militare alleata.
Non ci sarà guerra fra le potenze anglo-sassoni e la Jugoslavia perché quest’ultima non è assolutamente in grado di sostenerla. Ne sono consapevoli i diplomatici americani e britannici.
Il 17 giugno 1946, l’ambasciatore britannico a Mosca invia al Foreign office il resoconto di un colloquio avuto con il suo collega, americano, Walter Bedell Smith:
“È convinto – scrive – che Tito, a Mosca, abbia proposto ai russi di attaccare Trieste, e che questi abbiano respinto il piano. Secondo il generale, i russi si rendono conto meglio di chiunque al­tro, dei limiti delle armate partigiane; di conseguenza sono al corrente della precarietà dell’attuale situazione jugoslava, so­prattutto da un punto di vista militare. A suo dire, in nessuna circostanza Mosca incoraggerà Tito a rischiare uno scontro armato con le truppe alleate nella Venezia Giulia. Sa benissimo che ciò porte­rebbe a un conflitto fra le truppe sovietiche e l’esercito angloa­mericano che è ottimamente equipaggiato. I russi non desiderano in alcun modo affrontare una simile situazione: non sarebbero così for­ti da scatenare una guerra totale, anche se disponessero di un’ini­ziale superiorità numerica”.
Il giorno successivo, 18 giugno, il suo collega a Belgrado, in­via a Londra una relazione nella quale non esita a scrivere:
“L’Urss spera di riguadagnare la fiducia dell’Italia sostenendo le richieste jugoslave in una certa fase delle trattative, e quelle di Roma in un momento successivo. Mosca non si cura degli effet­ti di questo doppio gioco sulla Jugoslavia, che è già un paese a influenza sovietica. Al contrario, l’Italia è fuori dal blocco russo e assume quindi, sul lungo periodo, un’importanza maggiore nelle mire moscovite”.
Non ci sarà guerra al confine orientale, ma il contenzioso con la Jugoslavia che ha pesantissimi riflessi sul piano interno per­ché il Partito comunista italiano, diretto da Palmiro Togliatti, in base alle direttive ricevute da Josip Stalin, sostiene le pre­tese del maresciallo Josip Broz, detto “Tito”, su Trieste e Gorizia, consente al governo italiano, presieduto da Alcide De Gasperi, ed allo Stato maggiore dell’esercito di iniziare la costituzione di gruppi paramilitari clandestini in Friuli Venezia Giulia.
La difesa dell’italianità delle terre irredente permette al go­verno ed all’esercito di anticipare quanto sarà, poi, fatto negli anni successivi su tutto il territorio nazionale: inquadrare nei gruppi clandestini, a fianco dei partigiani “bianchi”, i reduci della Repubblica sociale italiana, che fanno fronte comune contro gli iugoslavi ed i comunisti italiani, loro alleati, cementando una alleanza che si era già formata, riservatamente, nel corso del con­flitto quando i soli ad opporsi all’avanzata del IX Corpus, in mo­do necessariamente diverso per la militanza in campi avversi, era­no stati i partigiani della divisione “Osoppo-Friuli” al comando di Candido Grassi, “Verdi”, e i battaglioni della Repubblica so­ciale italiana, in particolare quelli della divisione di fanteria di marina “Decima” agli ordini di Junio Valerio Borghese.
La lotta contro il nemico esterno (gli jugoslavi) si coniuga con quella contro il nemico interno (i comunisti italiani) e il fronte interno anticomunista si salda e si unisce dimenticando la passata contrapposizione politica ed ideologica.
Nel tempo che intercorre fra la caduta del governo presieduto da Ferruccio Parri (24 novembre 1945) e la costituzione del primo go­verno presieduto dal democristiano Alcide De Gasperi (10 dicembre 1945), a Gorizia, il locale Comitato di liberazione nazionale co­stituisce la formazione paramilitare clandestina, denominata “Divisione Gorizia”, forte di 1.200 uomini, collegata con il 5° Comiliter di Udine.
L’11 dicembre 1945, il giorno successivo all’insediamento di Al­cide De Gasperi al governo, sempre a Gorizia, a cura di Primo Cre­sta, del capitano Barba, di Bruno Cocianni e con la collaborazio­ne di Candido Grassi, comandante della divisione partigiana “Osoppo-Friuli”, è costituita l’Associazione partigiani italiani (Api).
Ufficialmente, l’Api è un’associazione politica composta da re­duci partigiani ma rientra a pieno titolo nel novero delle forma­zioni paramilitari perché è dotata di una struttura armata clan­destina anch’essa in contatto con gli ufficiali dell’esercito.
Nel mese di gennaio, a Udine, i comandanti della divisione “Osoppo” riarmano i reparti dandone notizia al capo di Stato maggio­re dell’esercito, generale Raffaele Cadorna.
Il 28 aprile 1946, il comandante generale dell’Arma dei carabi­nieri, generale Brunetto Brunetti, informa personalmente il presi­dente del Consiglio, Alcide De Gasperi, che in Friuli è stato co­stituito il gruppo paramilitare “Fratelli d’Italia”.
A Gorizia, l’11 giugno 1946, è creato il “Gruppo Brigate Venezia Giulia”, composto da partigiani anticomunisti.
Prima ancora della costituzione del 3° Corpo volontari della li­bertà, che può essere considerata un’unità ausiliaria dell’eserci­to ufficialmente riconosciuta e pubblicamente nota, tutti gli altri gruppi clandestini sono dipendenti e coordinati dallo Stato maggio­re dell’esercito che mette a disposizione ufficiali, armi e soste­gno logistico ben consapevole che il loro impiego contro la Jugo­slavia rientra nel novero delle possibilità, mentre è certo quello contro i comunisti italiani.
Se la presenza delle Forze armate nei gruppi paramilitari costi­tuiti fin dal novembre 1945 a ridosso della frontiera orientale è da tutti accettata ed ampiamente documentata, sfuma fino ad apparire pressoché inesistente nei gruppi che sono stati creati, sul territorio nazionale, nel corso del 1946 e, via via, fino alla prima­vera del 1948.
L’anticomunismo che si arma non può prescindere dall’autorizza­zione delle autorità politiche che, a loro volta, demandano a quelle militari l’incarico di coordinare le attività dei vari gruppi tramite l’Arma dei carabinieri ed i servizi segreti.
Il 3 marzo 1946, a Milano, con l’approvazione dello statuto e del regolamento provvisorio, la Chiesa ambrosiana ricostituisce la propria formazione paramilitare, il Movimento dell’avanguardia cattolica (Maci), che ha come requisito primo la segretezza anche nei confronti delle forze di polizia.
Lo dimostrano le istruzioni impartite ai militanti, il 27 marzo 1947, che impongono, nel caso di domande da parte di agenti e fun­zionari della Pubblica sicurezza, di “dire che trattasi di orga­nizzazione cattolica con scopi culturali e divulgazione dei prin­cipi cristiani; che non esiste alcun registro e che non siamo in grado di fornire altri elementi”.
Ma non esistono dubbi sul fatto che il Maci sia stato un gruppo paramilitare predisposto, sotto la guida di vescovi e monsignori, a partecipare ad una guerra civile.
Nel mese di febbraio del 1948, ad esempio, il gruppo “Ariberto” comunica ai propri dirigenti di avere 70 uomini, con una squadra di pronto impiego di 15 uomini, 2 mitra, 8 pistole e 5 bombe a ma­no ma, specifica, che in caso di bisogno può contare su vari grup­pi armati dell’Opc a Origgio.
Il gruppo “Garcia Moreno” informa di essere privo di munizioni di riserva, e delinea la situazione dei trasporti, l’ubicazione delle fabbriche, indicando gli obiettivi da difendere fra i quali la chiesa, l’oratorio, il cinema, la sede delle Acli ed altri an­cora.
Un terzo gruppo, infine, lamenta di aver poche pistole ma segna­la di intrattenere ottimi rapporti con i carabinieri.
Il 1° aprile 1948, a Milano, il maggiore dei carabinieri Antonio Di Dato consegna ai propri subalterni, fra i quali il capita­no Aldo Altomare, comandante della compagnia di Milano suburbana, un promemoria a titolo di “orientamento” relativo all’inquadramen­to, armamento ed impiego di volontari civili cattolici da parte dell’Arma.
Al promemoria è allegato un elenco di persone “affidabili” del Maci, fra le quali spicca Adamo Degli Occhi che, nei primi anni Settanta, sarà a Milano uno dei protagonisti dell’anticomunismo politico e sarà, infine, grottescamente accusato di “golpismo”.
Non c’è, in campo cattolico, solo il Maci.
Il 27 febbraio 1948, a Torino. Renato Foietta, responsabile del­l’organizzazione paramilitare cattolica “Vedette” in Piemonte, scrive a tale Pozzati per informarlo che “il Cs (controspionag­gio – Ndr) è disposto a permettere che qualcuno di voi indossi la divisa di carabiniere…Il Cs è disposto a mettere in contatto personale uno di voi; e pensavo a te (vedi tu) con il comando dei carabinieri locale e agire sempre assieme. Mi pare che questa – con­clude Foietta – sia una buona cosa”.
L’8 febbraio 1948, su ordine personale di Pio XII, è stato co­stituito il “Comitato civico” diretto da Luigi Gedda, che sarà l’organizzazione politica con la quale il Vaticano contrasterà i social-comunisti del “Fronte popolare”, ed accanto ad essa, dis­simulata e segreta, ci sarà l’organizzazione paramilitare pronta ad intervenire con le armi contro i “senza Dio”, anch’essa debitamente collegata alle Forze armate ed al suo Stato maggiore.
Nel mese di aprile del 1946, a cura del colonnello Ugo Corrado Musco, è fondata l’Armata italiana della libertà (Ail) che si pro­pone di difendere le “quattro libertà” proclamate dalla Carta atlan­tica.
Il colonnello Ugo Corrado Musco è fratello del colonnello Etto­re Musco, comandante dei servizi segreti militari, così che nono­stante la speculazione fatta sul conto di questa organizzazione che, alla pari di tutte le altre annoverava fra i suoi gregari numerosi reduci fascisti, l’Ail può essere considerata una formazione politico-militare governativa.
Ne fa testo l’elenco dei componenti del suo comitato centrale, depositato presso l’ambasciata americana dal colonnello Ugo Corrado Musco, il 23 ottobre 1947.
Il vertice dell’Armata di liberazione è composto da 35 persone, delle quali 10 sono generali, 4 ammiragli e 3 colonnelli, tutti componenti di quelle gerarchie militari che, l’8 settembre 1943, si erano schierate con gli alleati.
Vi sono, difatti, l’ammiraglio Alberto Da Zara che aveva con­dotto le navi italiane, con i segni della resa, da Taranto a Mal­ta; il generale Renato Sandalli, ministro dell’Aeronautica nel pri­mo governo Badoglio; Gustavo Reisoli Mathieu; il generale dei ca­rabinieri, Luigi Sabatini, solo per citarne alcuni.
Ad ulteriore smentita di quanti continuano a presentare l’Ail come un’organizzazione “neofascista”, e a confermare la matrice militare delle sue origini vi è la nota inviata al Dipartimento di stato dall’ambasciatore americano a Roma, James Clement Dunn, il 5 settembre 1947.
In questa Dunn segnala che “esiste una forza anticomunista or­ganizzata su scala nazionale nota come Armata italiana di libera­zione (Ail) che venne creata nella primavera del 1946. Le domande di arruolamento sono state 200.000 anche se il dato viene consi­derato ottimistico. Il comitato centrale dell’Ail ha sede a Roma, opera attraverso alti comandi regionali, provinciali, comunali. Formata dall’esercito, dalla Marina e dai carabinieri, è un’organizzazione – scrive Dunn – ancora non bene armata ma potrebbe essere equipaggiata se da parte dei comunisti ci fossero minacce di violenza attiva”.
Come prassi e logica vogliono, l’ambasciata americana ufficial­mente non partecipa all’attività dell’Ail, ma una lettera inviata dal massone Frank Gigliotti all’assistente segretario di Stato, Nor­man Armour, il 26 settembre 1947, conferma l’intervento americano.
Gigliotti scrive:
“Sono di origine italiana e…conosco come lavorano i comunisti da quando sono stato commissario all’Assistenza pubblica del mio paese e ho potuto vedere le loro cellule segrete in azione. Non possiamo acconsentire che ciò avvenga in Italia, ma è proprio questo che avverrà se non faremo qualcosa per i gruppi che sono all’’immedia­ta sinistra del centro’. Tutti i gruppi liberali e sinceramente de­mocratici, anticomunisti quanto il nostro stesso governo, si sentono terribilmente scoraggiati e delusi. Sentono che li abbiamo dimen­ticati dopo averli messi in piedi, specie quando li abbiamo aiuta­ti a costruire l’Armata italiana della libertà. E non possiamo la­sciare che succeda questo, perché se dovesse capitare un’altra guerra, e Dio non voglia che capiti, allora finiremmo per guadagnarci in Italia la stessa reputazione che adesso abbiamo in Jugoslavia per aver permesso che Mihajlovic venisse impiccato da Tito”.
L’appartenenza alla massoneria, di Frank Gigliotti come degli ufficiali che fanno parte del comitato centrale dell’Ail, la sua di­pendenza dai vertici militari, la sua funzione di forza d’urto con­tro i comunisti, fanno di questa organizzazione l’esempio al quale si sono ispirati quanti hanno fatto della loggia Propaganda 2 del Grande Oriente d’Italia, negli anni Sessanta, e Settanta, una struttu­ra atlantica operante all’interno della massoneria.
La sola differenza fra l’Armata italiana di liberazione e la loggia P2 risiede nel fatto che la prima si proponeva di organizzare un esercito nell’esercito, ovvero una forza paramilitare in grado di affiancare le Forze armate contro i comunisti, mentre la secon­da, mutati i tempi e le condizioni, ha proceduto ad un arruolamen­to selettivo dei propri elementi chiamati a svolgere compiti poli­tici ad alto livello, sul piano interno ed internazionale, con l’obiettivo dichiarato di impedire al Pci l’ingresso in una maggio­ranza governativa.
Massoneria e Forze armate si stagliano apertamente anche alle spalle del “Fronte italiano anticomunista”, la cui imminente co­stituzione è segnalata in un rapporto del 20 maggio 1946 che attribuisce l’iniziativa all’ammiraglio Raffaele De Courten, al genera­le Roberto Bencivenga e al senatore Alberto Bergamini.
Un secondo rapporto americano del 17 giugno 1946 afferma che “un gruppo di personalità politiche e militari legati agli ambienti della destra, incoraggiate e perfino finanziate da centri di osservazione stranieri, hanno iniziato consultazioni con l’obiettivo di creare un movimento politico di stampo massonico conosciuto co­me il Fronte italiano anticomunista…il suo programma politico non è ancora pienamente noto. È sintomatico, comunque, che il mo­vimento sia aperto a tutti i nemici del comunismo, specialmente ai circoli militari e agli ex fascisti”.
Due note informative dell’anno successivo confermano che il Fronte italiano anticomunista è stato effettivamente costituito e ne chiariscono le finalità.
La prima dell’8 luglio 1947, rileva che i capi dell’organizzazione si riunirebbero nella sede della Lux Film, a Roma, e che ad essa aderirebbero molti ufficiali dei carabinieri.
La seconda, risalente al 15 luglio 1947, specifica che il “Fron­te italiano anticomunista”, fondato dall’ammiraglio Raffaele De Courten nella primavera del 1946, avrebbe assunto la denominazio­ne di “Truppe nazionali anticomuniste” e sarebbe in grado di in­tervenire in caso di disordini di piazza.
L’attivismo militare in campo politico produce anche la creazio­ne di un altro gruppo paramilitare, il “Fronte antibolscevico”, i cui promotori sono il colonnello dell’Esercito, Oete Blatto, in servizio presso lo Stato maggiore; il colonnello dell’Aeronautica, ex responsabile del Sia, Ugo Fischietti, il colonnello del Sia, Angelo Crocetta.
Il Fronte antibolscevico è occultato sotto la copertura dell’As­sociazione per il turismo aereo internazionale (Atai), e giunge ad annoverare fino a 2.500 uomini per essere, ufficialmente, di­sciolto nell’estate del 1948.
Il luogo comune sull’apoliticità delle Forze armate italiane, sul loro distacco dalle contese politico-ideologiche trova nella storia delle formazioni paramilitari del secondo dopoguerra la migliore e la più netta delle smentite.
Non c’è gruppo di estrazione anticomunista che, quando non sia stato promosso da ufficiali delle Forze armate, rappresentanti di tutte e tre le Armi (Esercito, Marina ed Aeronautica), non sia in stabile contatto almeno con i carabinieri, onnipresenti ed onni­scienti .
In due anni, dal 1946 al 1948, l’anticomunismo italiano si ar­ma sotto il controllo del governo e dei suoi organismi militari e di polizia per fare fronte ad una minaccia che appare solo ipote­tica.
All’elenco delle formazioni già citate si possono aggiungere, a titolo di esempio, il “Movimento anticomunista repubblicano ita­liano” (Macri), forte, secondo una nota informativa del 31 dicem­bre 1946, di undicimila uomini e in contatto con il mafioso Salva­tore Giuliano; mentre, nel mese di giugno del 1947, a Roma, è creata l’”Unione patriottica anticomunista” (Upa) che fa capo direttamente all’Arma dei carabinieri.
L’apparato clandestino del Partito comunista italiano si trova a dover fronteggiare una miriade di gruppi ed organizzazioni pa­ramilitari non ufficiali, magari slegate fra esse, prive cioè di collegamenti orizzontali, ma verticalmente dipendenti, sotto il pro­filo del coordinamento, dallo Stato maggiore della Difesa, in for­ma occulta.
Una conferma indiretta viene dall’autorevole testimonianza del generale Ambrogio Viviani, secondo il quale, nel 1947, nell’ambito dell’Ufficio operazioni dello Stato maggiore dell’esercito risulta­va operante una “sezione informazioni” che non s’identificava con l’Ufficio informazioni e, nell’ambito del 1° Reparto dello Stato maggiore dell’Aeronautica risultava in funzione una sezione infor­mazioni distinta dal Servizio informazioni aeronautica (Sia).
Il 10 maggio 1947, con Ddl n. 306, viene emanato l’ordinamento del ministero della Difesa e, nell’ambito del Gabinetto del mini­stro, viene istituito un “Ufficio affari riservati” con compiti che non vengono specificati.
Una risposta all’esistenza di questo misterioso ufficio si può forse trovare in un memorandum redatto dall’ambasciatore britannico in Italia, Victor Mallet, relativo ad un colloquio fra il pre­sidente del Consiglio Alcide De Gasperi, il ministro degli Esteri Carlo Sforza ed il suo omologo britannico Anthony Eden, del 30 di­cembre 1947.
De Gasperi, difatti, informa Eden di aver “incaricato il signor Pacciardi, uno dei nuovi vicepresidenti del Consiglio e leader del Partito repubblicano, di agire in qualità di presidente di una sorta di comitato per la difesa civile”.
Non ci sono solo le formazioni paramilitari create dallo Stato maggiore dell’esercito in forma più o meno occulta o, comunque, per iniziativa di alti ufficiali delle tre Armi e dei carabinieri.
La lotta politica italiana, infatti, si militarizza ma in for­ma clandestina perché è ufficialmente tornata la pace ed i parti­ti ideologicamente nemici convivono nello stesso governo, mentre i sostenitori della Repubblica si preparano ad abbattere la mo­narchia ed i monarchici a difendere Casa Savoia.
Fino al 2 giugno 1946, la necessità di restare con le armi in pugno risponde ad una logica ambivalente: da un lato quella del­la possibilità dello scontro fra anticomunisti e comunisti, dal­l’altro, quella di una guerra civile fra monarchici e repubblica­ni.
Così, il 13 febbraio 1946, l’agente JK23 dell’Oss, nel rapporto intitolato “Attività politiche clandestine”, scrive che al “coman­do di Pacciardi, i repubblicani hanno probabilmente nascosto gran­di quantità di armi e organizzato forze militari clandestine”.
Lo stesso giorno, un altro rapporto dello stesso Oss, relativo ad “Organizzazione monarchica Raam-Reparti antitotalitari antimar­xisti monarchici”, segnala:
“La Raam è una organizzazione anticomunista pro monarchica ope­rante all’interno delle forze armate italiane e al comando del maresciallo Messe. È formata da piccoli gruppi di sei o sette per­sone guidati da ufficiali dell’esercito, della marina e dei cara­binieri. Si contano anche molti civili…Si dice che prepari in segreto un’insurrezione armata con l’aiuto di partiti politici a lei legati. I suoi principali centri si trovano a Roma, a Milano, Napo­li, Cesano, Aurelia e Alto Adige”.
Ancora il 30 maggio 1946, Corrado Bonfantini e Carlo Andreoni distribuiscono armi ai militanti socialisti in previsione di un colpo di Stato monarchico.
Anche i servizi segreti americani paventano la possibilità di un colpo di mano, in questo caso comunista, in caso di vittoria monar­chica al referendum del 2 giugno 1946.
La valutazione che ne fanno, il 17 aprile 1946, in risposta ad una richiesta avanzata dal presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, appare realistica:
“Eccetto che per le province dell’Emilia Romagna, si ritiene improbabile il ricorso alla forza se non con tentativi sporadici e limitati localmente. Nessuna prova di preparativi di colpi di Sta­to. I comunisti risultano meglio armati ed organizzati degli altri partiti, ma anche questi perlomeno a certi livelli risultano arma­ti. Se la monarchia dovesse vincere il referendum con una maggioranza minima, allora questo potrebbe costituire lo spunto per un pos­sibile colpo di Stato di sinistra…”
Il 2 giugno 1946 vince la Repubblica.
Viene così evitato un possibile scontro fra repubblicani e monar­chici che avrebbe affiancati fra i primi, spalla a spalla, gran par­te dei reduci della Repubblica sociale e partigiani delle brigate “Garibaldi” con conseguenze imprevedibili per la successiva sto­ria italiana.
Viceversa, nessuno si muove. L’Esercito accetta il risultato, l’Arma dei reali carabinieri fa altrettanto, la regia Marina militare si limita ad accompagnare la regina Maria José e la sua famiglia, il 5 giugno 1946, ad Oporto (Portogallo), a bordo dell’incrociato­re “Duca degli Abruzzi”.
La partenza per Oporto di Umberto II, il 13 giugno 1946, dall’ae­roporto di Ciampino scongiura definitivamente il pericolo di uno scontro fra le due opposte fazioni, ma le armi non vengono riposte.
L’esito delle votazioni per l’elezione dell’Assemblea costi­tuente ha, difatti, posto in evidenza la forza elettorale dei partiti dell’estrema sinistra italiana.
La Democrazia cristiana si è affermata come il primo partito italiano con 8.101.404 voti, alle sue spalle però il Partito socialista conta 4.758.129 voti e quello comunista 4.356.686, per un totale per i due partiti di 9.114.818 voti, un numero tale che sgomenta l’anticomunismo italiano ed internazionale.
Scongiurato il pericolo dello scontro fra monarchici e repubbli­cani, dinanzi all’evidenza dei risultati elettorali sia gli anticomunisti che i comunisti non escludono la possibilità di fare ri­corso alla forza per giungere al potere in Italia.
Stati uniti e Gran Bretagna sanno perfettamente che non sarà Josip Stalin ad autorizzare il Pci, diretto da un uomo di sua fidu­cia come Palmiro Togliatti, a tentare la conquista del potere in Italia per via insurrezionale perché lo vietano gli accordi di Jalta, la cui violazione nella sfera d’influenza occidentale po­trebbe autorizzare gli anglo-sassoni ad intervenire all’interno dei paesi dell’Europa dell’est, in cui i partiti comunisti non hanno ancora consolidato il loro potere.
Ma, se il Partito comunista italiano insieme a quello sociali­sta fosse in grado nel giro di pochi anni di ottenere la maggio­ranza relativa dei voti, acquisendo il diritto di formare il go­verno, come potrebbero le democrazia anglo-sassoni contestare un potere raggiunto per via elettorale, democratica, basata sul con­senso di gran parte dell’elettorato italiano?
Si materializza, in questo modo, la grande paura dell’anticomu­nismo, quella dell’aggiramento dei patti di Jalta per via eletto­rale da parte del Pci e dei suoi alleati, che condizionerà in modo tragico tutta la vita italiana fino ai primi anni Ottanta.
Quali contromisure adottare per scongiurare questo pericolo?
La costituzione, in forma permanente, di un apparato militare se­greto rientra certamente nel novero delle misure prese dai gover­ni democristiani in accordo con lo Stato maggiore della difesa, per fronteggiare tre eventualità:
1° – la possibilità che il Partito comunista tenti un colpo di ma­no per impadronirsi del potere.
2° – La possibile reazione armata dei comunisti dinanzi alla sconfitta elettorale del 18 aprile 1948, considerata certa, e al­la loro successiva estromissione dal governo;
3° – una possibile vittoria elettorale del Pci al quale bisognerà impedire di formare il nuovo governo e, comunque, di governare.
L’apparato politico-militare avrà, quindi, compiti difensivi ed offensivi ma, nel corso degli anni, naufragate le ipotesi di una insurrezione comunista per impadronirsi del potere o per reagire ad una sconfitta elettorale, all’estromissione del partito dal go­verno o alle provocazioni dei governi democristiani, resteranno va­lidi solo questi ultimi che, via via, saranno i soli ad essere con­siderati ed attuati fino al 1979, quando per la prima volta nella storia del dopoguerra il Partito comunista inizierà a perdere con­sensi elettorali e cesserà di rappresentare una minaccia per l’an­ticomunismo interno ed internazionale.
L’esistenza di un apparato politico-militare occulto diretto dallo Stato maggiore della difesa, sotto il controllo dei governi de­mocristiani non è una mera ipotesi.
Nel mese di ottobre del 1947, il segretario nazionale della De­mocrazia cristiana, Attilio Piccioni, affida a Paolo Emilio Taviani l’incarico di coordinare le attività delle formazioni paramili­tari clandestine che fanno capo al partito, e che sono composte nella quasi totalità da ex partigiani.
Il 7 novembre 1947, l’argomento relativo alla struttura parami­litare viene affrontato nel corso di una riunione della direzione nazionale.
Giuseppe Dossetti osserva che i comunisti “sono in grado di massacrare tutti i nostri quadri periferici con pochi uomini”, e chiede di “inserire il nostro piano nel piano generale del governo”. Mario Scelba, ministro degli Interni, afferma che occorre “mettere il partito in assetto di difesa” perché “il governo non può fronteggiare tutto e dappertutto” e che, inoltre, “bisogna met­tersi d’accordo con i partiti che intendono difendere decisamen­te le libertà democratiche”.
Fra questi ultimi si colloca il Movimento sociale italiano.
Non doveva il “neofascismo”, secondo la strategia delineata da Pi­no Romualdi nel luglio del 1946, riguadagnare i favori della bor­ghesia italiana “dalla congenita vigliaccheria”, ponendosi alla avanguardia della battaglia contro il comunismo?
L’eventualità di uno scontro armato con i comunisti esalta Gior­gio Almirante che in vita sua non ha mai combattuto, ma sa di po­ter contare su diverse migliaia di reduci della Repubblica socia­le addestrati militarmente e disponibili alla battaglia.
Già il 1° febbraio 1947, Giorgio Almirante aveva scritto a Fran­co De Agazio, direttore de “Il Meridiano d’Italia”, a Milano, per richiedere il suo intervento presso il cardinale di Torino, Fossa­ti :
“Caro De Agazio, a nome del Movimento ti prego di una missione urgente ed importantissima. Abbiamo avuta notizia sicura che il cardinale Fossati di Torino ha convocate parecchie persone e personalità allo scopo di addivenire alla fondazione in Piemonte di squadre di resistenza anticomunista. Tu capirai cosa significa e cosa può significare ciò. Affidiamo quindi a te la missione di an­dare a Torino, possibilmente con altra persona di fiducia, di far­ti ad ogni costo ricevere dal Fossati e di prospettargli la possi­bilità che il Msi collabori con lui…”.
Il 16 aprile 1947, l’agente americano Barret, in un suo rapporto, segnala che a Napoli, “come contromisura contro la violenza comunista…Il Movimento sociale italiano (Msi) ha iniziato a di­stribuire armi automatiche ai suoi militanti e ha nominato un ge­nerale (la cui identità è ignota) al comando delle fazioni”.
A prescindere dalle iniziative assunte sul piano locale in vari centri della penisola, la struttura clandestina paramilitare del Movimento sociale italiano s’identifica con i Fasci di azione rivoluzionaria, fondati nell’estate del 1946, da Pino Romualdi che è, contestualmente, uno dei fondatori dello stesso Msi.
Come il partito che rappresenta la struttura legale, politica ed ufficiale, anche i Far sono un’emanazione diretta dei servizi se­greti americani ed italiani.
Il 29 ottobre 1946, il capo della polizia, Luigi Ferrari, segna la ai questori di Roma e Frosinone tale Antonio Di Legge, alias Quinto Romani, il quale afferma di essere al servizio degli anglo- americani per i quali organizza, anche con la collaborazione di Pino Romualdi, “gruppi armati anticomunisti”.
Due giorni più tardi, il 31 ottobre, gli ebrei dell’Irgun di Menachem Begin fanno saltare in aria la sede dell’ambasciata bri­tannica a Roma, con l’esplosivo fornito dallo stesso Pino Romual­di che collabora con l’organizzazione terroristica ebraica, su in­vito dei servizi segreti italiani ed americani, gli stessi che hanno già stabilito il contatto fra gli uomini di Junio Valerio Borghese e gli esponenti del sionismo armato.
La conferma, se mai serve, giunge da una nota informativa dei servizi segreti militari dell’11 febbraio 1949, che segnala come l’agente americano Joseph Luongo abbia richiesto a persona non identificata se il governo italiano si avvale dell’opera dei Fasci di azione rivoluzionaria per i quali gli americani hanno speso forti somme per potenziarli e metterli in grado di agire in caso di sollevazioni di sinistra.
L’11 febbraio 1948, una nota informativa del ministero degli In­terni segnala che è stato concluso “un importante accordo… tra il Msi e alcuni industriali dell’Alta Italia, già sovvenzionatori del fascismo…per l’apporto di fondi per un maggiore incremento del­l’organizzazione del movimento”, nonché la creazione “a Roma di una brigata composta da ex combattenti ed elementi fascisti per la difesa esterna della capitale contro gli attacchi comunisti”, affidata al comando di un ex console della Milizia.
Due giorni dopo, il 13 febbraio, il questore di Roma segnala, in un appunto, che la segreteria nazionale del Msi, “in previsione di possibili aggressioni alle sue sedi”, ha chiesto alle sezioni periferiche “nominativi di iscritti disposti a costituire speciali squadre di difesa”.
L’attivismo in campo paramilitare del Movimento sociale italia­no non è fine a sé stesso, perché il partito di Giorgio Almirante procede di comune accordo con la Democrazia cristiana sul piano attivistico, con squadre formate da militanti di entrambi i partiti, e si appresta a svolgere propaganda elettorale per il partito di Al­cide De Gasperi rinunciando perfino a una parte di voti che potrebbe­ro confluire sul suo simbolo, per avere la possibilità di entrare a far parte, a pieno titolo, di quei partiti politici che inten­dono “difendere decisamente le libertà democratiche”, come afferma­to dal ministro degli Interni, Mario Scelba.
Il Movimento sociale italiano sarà, infatti, inserito sia nel piano di difesa dello Stato che in quello predisposto per l’auto­difesa dei partiti politici, dei loro uomini e delle loro sedi che entrerà in funzione nell’imminenza delle elezioni politiche del 18 aprile 1948.
Se il 26 dicembre 1946, il Movimento sociale nasce come movimen­to politico legittimato ad operare nella nuova Italia post-bellica, democratica ed antifascista, il 18 aprile 1948 riceve la sua consacrazione come colonna portante del sistema parlamentare sulla cui affidabilità nella lotta contro il comunismo e nella fedeltà gli Stati uniti d’America non ci potranno essere dubbi di sorta.
Anzi, negli anni a venire, sarà proprio il Msi a fornire allo Stato ed alle sue strutture segrete e segretissime gli uomini per condurre la guerra civile che, mediante la destabilizzazione del­l’ordine pubblico, riuscirà a stabilizzare quell’ordine politico di cui è parte integrante.
Non ci sono solo la Democrazia cristiana ed il Movimento socia­le impegnati a prepararsi ad un eventuale scontro militare, perché il 19 febbraio 1948, a palazzo Drago, a Roma, si svolge una riunio­ne alla quale prendono parte ventuno persone per studiare i piani da attuare in caso di vittoria elettorale del Fronte popolare.
Vi prendono parte, con altri, il generale Gustavo Reisoli Mathieu, il maresciallo Giovanni Messe, l’ammiraglio Thaon de Revel, il principe Colonna, Sartorio per la Confidustria, ed Emilio Patrissi.
L’obiettivo è coordinare l’attività di quei gruppi paramilita­ri che dovranno affiancare le Forze armate e di polizia in caso di scontri con i comunisti e, difatti, è chiamato a presiederla il generale Giuseppe Piéche, primo comandante generale dell’Arma dei carabinieri sotto il governo diretto dal maresciallo Pietro Badoglio nell’autunno del 1943.
Un mese prima, il 12 gennaio 1948, il console americano a Mi­lano, Charles Bay, aveva segnalato in un suo rapporto la tenden­za ad unire le forze delle formazioni paramilitari operanti in città e nella regione come il Movimento di resistenza popolare (Mrp) di Carlo Andreoni, di matrice socialdemocratica, l’Armata italiana della libertà, l’Uomo qualunque ed il gruppo capeggiato da Emilio Patrissi.
La richiesta avanzata riservatamente dal governo di centro-si­nistra, presieduto da Massimo D’Alema, a quello americano di non divulgare i documenti della Cia inerenti l’intervento americano in Italia nel 1948, non consente di procedere ad una ricostruzione esaustiva dei piani predisposti dal governo di Alcide De Gasperi, dallo Stato maggiore della difesa e dagli Stati uniti per impedi­re al Fronte popolare di giungere al potere, in un modo o nell’altro, ma quanto è emerso nel corso degli anni ci consente di farla egualmente e di affermare che l’apparato politico-militare costi­tuito in quel periodo è stato mantenuto negli anni a venire come i piani di difesa, debitamente aggiornati via via, perché la “mi­naccia” comunista è rimasta inalterata, anzi si è accresciuta nel corso degli anni fine a raggiungere il suo culmine negli anni Set­tanta.
Negli anni Settanta, l’ex ministro degli Interni, Mario Scelba, racconterà al giornalista Antonio Gambino, in sintesi, quali era­no le misure predisposte dal governo, nell’aprile del 1948, per fronteggiare il “pericolo rosso”:
“…Già nei primi mesi del 1948 – ricorda Scelba – era stata messa a punto un’infrastruttura capace di far fronte a un tentativo insurrezionale comunista. L’intero paese era stato diviso in una serie di grosse circoscrizioni, ognuna delle quali comprendeva varie provincie, e alla loro testa era stato designato in manie­ra riservata, per un eventuale momento di emergenza, una specie di prefetto più anziano o quello della città più importante, perché in alcuni casi era invece il questore o un altro uomo di sicura energia e di mia assoluta fiducia.
L’entrata in vigore di queste prefetture allargate sarebbe stata automatica, nel momento in cui le comunicazioni con Roma fossero state, a causa di una sollevazione, interrotte; allora i super-prefetti da me designati avrebbero assunto i pieni poteri dello Stato sapendo esattamente, in base a un piano preordinato, che co­sa fare.
D’altra parte ci eravamo preoccupati anche di impedire che si po­tesse arrivare a un’interruzione delle comunicazioni. Pensando che la prima mossa dei promotori di un eventuale colpo di Stato sarebbe stata di impadronirsi delle centrali telefoniche e delle stazio­ni radio, o quanto meno di renderle inutilizzabili, avevamo orga­nizzato un sistema di comunicazioni alternative, servendoci come punti di appoggio, di un certo numero di navi italiane e alleate presenti nel Mediterraneo”.
Una doppia struttura di comando, una rete alternativa di comuni­cazioni che poggia sulla collaborazione nelle navi della VI flot­ta, la suddivisione del Paese in circoscrizioni che non corrispon­dono a quelle delle province: di più Mario Scelba non dice, ma è sufficiente, specie se ricordiamo la circolare della direzione ge­nerale di Ps del 18 marzo 1948 che indicava le misure da prendere in vista delle elezioni politiche.
Accanto ai “servizi fissi di vigilanza ai seggi”, a quelli di “pattugliamento e riserva”, compaiono infatti i “servizi straordi­nari”, non dipendenti dai prefetti, costituiti da reparti mobili di Ps, carabinieri ed Esercito come “riserva da impiegare soltanto in casi di gravi necessità”.
Reparti inter-forze chiamati ad intervenire per reprimere even­tuali tentativi di rivolta ma non tali, per numero, da garantire il successo delle operazioni.
Accanto a questi reparti inter-forze è necessario affiancare mi­lizie civili i cui componenti abbiano due requisiti minimi: una fede anticomunista e una preparazione militare.
A guidare i reparti civili sono le Forze armate.
La prima testimonianza è quella di Piero Cattaneo:
“In occasione delle elezioni del 1948 vennero formati dei gruppi di partigiani cattolici col preciso compito di opporsi ad un’even­tuale presa del potere da parte dei comunisti. La formazione di que­sti gruppi armati era non solo conosciuta ma autorizzata e favori­ta dalle autorità costituite. Io personalmente sono stato nominato comandante generale per la provincia di Milano”.
Piero Cattaneo era collegato, per sua ammissione, al comando dell’Arma dei carabinieri, da un lato, e al questore Vincenzo Agnesina, dall’altro, nominato quest’ultimo dal ministro degli Interni, Mario Scelba, responsabile dell’apparato clandestino costituendo l’alter ego segreto del prefetto di Milano, in quella che era la doppia struttura di comando creata per l’occasione.
La conferma viene da una dichiarazione resa dal colonnello di fanteria in congedo, Giuseppe Falcone, trasmessa per conoscenza al ministro della Difesa, Luigi Gui, il 3 settembre 1969.
“Nell’anno 1948 in previsione delle elezioni politiche che si presentavano abbastanza difficoltose ebbi l’incarico in qualità di comandante del presidio di Sacile, dal comando del V Comiliter di Udine, di armare alcuni civili fidati nella zona di Sacile, Vittorio Veneto, Valcellina e limitrofi…Detti armi anche all’Arcivescovado di Udine – mons. Zaffonato – allora vescovo di Vittorio Veneto. Tutta questa zona era sotto il controllo diretto. Ad elezioni ultimate ritirai le armi e le versai alla sezione staccata di Artiglieria di Conegliano…”.
La terza testimonianza viene da Massimo Rosti, componente a Pa­via della formazione paramilitare cattolica “Avanguardia di Cri­sto Re”, fondata nel 1947 da don Carlo Barcella, ex cappellano mi­litare degli alpini in Albania e poi della divisione repubblicana “Monterosa”, che rivela come il 15 aprile 1948 venne avvicinato da un ufficiale in congedo che gli fornì la parola d’ordine che, in caso di vittoria comunista alle elezioni, avrebbe dato inizio al­la reazione armata.
Nelle formazioni paramilitari che, nel tempo, si sono costitui­te dal 1945, i reduci della Repubblica sociale e i fascisti in genere hanno rivestito il ruolo che la loro condizione di sconfitti consentiva: un ruolo subalterno e gregario che, per essi, ha il vantaggio di facilitarne il reinserimento nella vita civile e politica del Paese operando nel solo campo il cui il loro contri­buto è ritenuto utile, spesso sollecitato, quella della battaglia contro il comunismo.
La nascita del Msi consente ora il loro impiego come forza au­tonoma e compatta.
La necessità del governo democristiano e dello Stato maggiore delle difesa di disporre di uomini in grado di combattere rappre­senta la grande occasione dei reduci fascisti che assaporano il piacere – che ha il gusto della rivincita – dopo tante persecu­zioni, di essere chiamati a schierarsi insieme ai partigiani ‘bian­chi’ a difesa dello Stato repubblicano, democratico ed antifasci­sta.
Il 18 aprile 1948 rappresenta per i reduci della Rsi, che si ri­conoscono nel Movimento sociale, il giorno della loro definitiva riabilitazione: dopo quella data non ci saranno che due Italie con­trapposte, quella anticomunista e quella comunista.
L’Italia fascista rinuncia ai sogni di rivincita e si schiera sotto la bandiera dell’anticomunismo di Stato e di regime attorno al quale si raccolgono, uniti e compatti, militari della Repubbli­ca sociale e del Regno del sud, marò della divisione Decima e par­tigiani autonomi, militi della “Tagliamento” e “fazzoletti verdi” della “Osoppo”, ognuno convinto di non rinnegare il proprio passato ma di considerarlo superato dal presente e ancor più dal futuro da ricostruire uniti nella battaglia, ridivenuta comune contro il nemico di sempre: il comunismo.
Il 18 aprile 1948, a Milano, all’interno della caserma La Marmo­ra sono ben 400 i reduci della Rsi che attendono, inquadrati dai carabinieri, di intervenire contro i “rossi”.
Sempre a Milano, un ex ufficiale della Decima mas viene “avvici­nato da un capitano di polizia che con le credenziali del ministe­ro dell’interno a firma del ministro Scelba, gli chiede quanti uo­mini può mobilitare in caso di vittoria dei comunisti”, ed è quin­di informato dal capitano di Ps che sono a loro disposizione “bracciali della polizia ausiliaria, armi, tessere di riconoscimento e altra dotazione… presso la caserma S. Ambrogio di Milano”.
A Roma, nella sede del Msi è piazzata una mitragliatrice pesante Breda 37, fornita dall’esercito. E una seconda è installata nella sede nazionale nella Dc, a piazza del Gesù, servita da tre ex fanti di marina della Rsi che, su richiesta di Giorgio Tupini, sono stati mandati da Giorgio Almirante.
A Cremona, l’ex sottotenente dell’Aeronautica repubblicana, Tom­maso Donato, testimonierà in epoca successiva che il 18 aprile 1947, i carabinieri avevano fornito ai reduci della Rsi divise dell’Arma e uno “speciale tesserino contrassegnato da una lette­ra dell’alfabeto e da un numero in codice”.
E migliaia di altri sono mobilitati per lo stesso fine, a di­sposizione nella loro grande maggioranza dell’Arma dei carabinie­ri che, per la dislocazione capillare nel territorio, può assolve­re il compito di selezionare gli uomini, armarli, inquadrarli, smobilitarli e, infine, mantenere con loro un rapporto destinato a durare per sempre.
Contro quello comunista, il regime democristiano riesce a schierare un esercito non ideologicamente omogeneo ma politicamente compatto che resterà, occultamente, a sua disposizione per tutto il tempo che la Democrazia cristiana riterrà opportuno.
Un tempo che giunge fino ai primi anni Ottanta, fino a quando cioè la “minaccia” rappresentata dal Partito comunista svanisce per le mutate condizioni internazionali e per la pochezza dei di­rigenti comunisti italiani incapaci ormai di distinguersi dai lo­ro colleghi degli altri partiti, sul piano morale ed ideale.

GOVERNI DEBOLI E…
Il 10 dicembre 1945 si forma, a Roma, il primo governo guidato da un esponente della Democrazia cristiana, l’ex bibliotecario vaticano Alcide De Gasperi.
Il governo è ancora espressione dei Comitati di liberazione na­zionale e dei partiti che li hanno composti, così che democristia­ni, comunisti, socialisti, rappresentanti dei tre partiti di massa, sono ancora insieme impegnati nella difficile ricostruzione del Paese uscito distrutto dalla guerra.
Ma, pochi mesi più tardi, nel corso del 1946, gli Stati uniti decidono di rompere gli indugi e di passare all’offensiva contro l’Unione sovietica.
A rivelarlo è una figura storica del servizio segreto civile, il prefetto Umberto Federico D’Amato che, nel corso di un’intervista pubblicata dalla rivista “Il Borghese”, diretta da Mario Tedeschi, il 12 luglio 1987, ricorda come James Jesus Angleton, uno dei prin­cipali responsabili dello spionaggio statunitense in Italia, gli disse all’epoca che il nemico da combattere non era più il fasci­smo ma il comunismo:
“Prese il discorso alla larga – ricorda D’Amato – poi arrivò alla sostanza: fino a quel momento ci eravamo occupati di fascisti; ma adesso il fascismo era finito, sconfitto mentre il vero perico­lo era il comunismo. Bisogna cambiare obiettivo…”
Ora, coincidevano e si fondevano armoniosamente le esigenze del Vaticano, ispiratore della politica di Alcide De Gasperi, e quel­le degli Stati uniti che obbligavano i democristiani ad andare al­la guerra.
Per fare quest’ultima, però, serve coraggio e questo i democri­stiani non l’hanno mai avuto, di conseguenza il loro agire politi­co è stato dettato sempre dalla paura alla quale, successivamente, si è coniugato l’interesse di mantenere in vita un Partito comuni­sta che, con la sua minacciosa presenza, rendeva la Democrazia cri­stiana indispensabile per qualsiasi interlocutore interno e, soprat­tutto, internazionale.
Ai “deboli” governi democristiani si affiancano, però, i poteri forti, quello bancario ed industriale e quello militare.
La resa democristiana al primo porta la data del 30 aprile 1947, quando nel corso di una riunione del Consiglio dei ministri, Alci­de De Gasperi riconosce l’esigenza di cedere alle pretese avanza­te dal potere finanziario ed economico che non esita a definire il “quarto partito”:
“È innegabile – dice il presidente del Consiglio – che noi di­sponiamo di una forte maggioranza all’Assemblea; ed è pure innega­bile che nel complesso i partiti che partecipano al governo riscuotono un crescente numero di suffragi dal corpo elettorale.
Ma i voti non sono tutto.
Possiamo godere, sì, della fiducia della grande maggioranza degli elettori, ma le leve di comando decisive in un momento economico così grave non sono in mano né degli elettori né del governo. Non sono i nostri milioni di elettori che possono fornire allo Stato i miliardi e la potenza economica necessaria a dominare la situa­zione.
Oltre ai nostri partiti, vi è in Italia un quarto partito, che può non avere molti elettori, ma che è capace di paralizzare e di rendere vano ogni nostro sforzo, organizzando il sabotaggio del prestito e la fuga dei capitali, l’aumento dei prezzi e le campa­gne scandalistiche.
L’esperienza mi ha convinto – conclude De Gasperi – che non si governa oggi in Italia senza attrarre nella nuova formazione di governo oggi, in una forma o nell’altra, i rappresentanti di questo quarto partito, del partito di coloro che dispongono del de­naro e della forza economica”.
La Democrazia cristiana rinuncia, in questo modo e per queste ragioni, a fare una politica sociale in grado di allontanare la massa dei lavoratori dal Partito comunista, per impegnarsi esclu­sivamente nel mantenimento e nell’esercizio del potere con il so­stegno del capitalismo interno ed internazionale.
La grande borghesia italiana ha capitali e privilegi da difendere e non ha scrupoli nei mezzi da impiegare per farlo, siano essi leciti o meno, scaturiti dalle decisioni del governo e del Parlamento o prodotti da sicari prezzolati.
Il 13 dicembre 1946, l’ex sottosegretario agli Interni della Rsi, Giorgio Pini, aveva annotato in una sua relazione:
“I grossi borghesi non sperano più di salvarsi facendo il dop­pio gioco e finanziando i sovversivi. Presi alla gola, essi vorrebbero alimentare un nuovo squadrismo della vecchia impronta. Promettono soldi ma chiedono sangue!”.
E il sangue viene versato.
Dopo l’esito delle elezioni regionali in Sicilia, svoltesi il 20-21 aprile 1947, che hanno visto il “Blocco del popolo”, formato dai partiti comunista, socialista ed azionista, aumentare i pro­pri voti in modo consistente (100 mila in più rispetto al 2 giu­gno 1946) e la Democrazia cristiana perderne quasi 250 mila, la risposta è affidata alle armi, a quelle della mafia palermitana.
Il 1° maggio 1947, il mafioso Salvatore Giuliano fa sparare con una mitragliatrice sui “rossi” convenuti con le loro famiglie a Portella della Ginestra per la festa del lavoro, provocando 12 morti e 33 feriti.
Nella notte fra il 22 ed il 23 giugno 1947, Salvatore Giuliano ed i suoi uomini compiono un raid contro le sedi delle sezioni co­muniste di Partinico, San Giuseppe Jato, Carini, Borgetto, Monrea­le e Cinisi, provocando altri morti ed altri feriti.
La grande borghesia siciliana che si riconosce nella massoneria e vede nella Democrazia cristiana il partito chiamato a protegger­ne gli interessi, utilizza la mafia, forza borghese e di polizia ausiliaria a disposizione dello Stato, per lanciare un monito che travalica i confini dell’isola e si propone come modello valido per l’intero territorio nazionale.
Le azioni di Salvatore Giuliano, bandito fantomatico e mafioso effettivo, sono frutto di un gelido e cinico calcolo politico per­ché sono prossime le elezioni politiche dapprima previste per il 20 giugno 1947, poi posticipate ad ottobre ed infine fissate per il 18-19 aprile 1948.
La possibilità che i partiti di estrema sinistra possano conse­guire sull’intero territorio nazionale un risultato altrettanto positivo di quello ottenuto in Sicilia, con un forte aumento di voti al quale potrebbe corrispondere un secca perdita di consensi da par­te della Democrazia cristiana, è concreta ed è segnalata con preoccupazione anche dall’agente americano Barret che, in un rapporto del 22 aprile 1947, scrive
“I comunisti emergeranno come il partito italiano più forte a meno che a posporre la data delle elezioni non intervengano even­ti imprevedibili”.
La grande borghesia italiana si pone, quindi, all’avanguardia della lotta contro il comunismo condizionando l’operato del go­verno che ha perso, come abbiamo visto, l’illusione di comandare nel Paese prescindendo da quel capitalismo che, dopo aver sostenu­to il regime fascista, aveva finanziato l’antifascismo ed ora in­tende dirigere l’anticomunismo.
Sarebbe improprio definire le Forze armate il “quinto partito”, ma è corretto considerarlo uno dei “poteri forti” di una Nazione, in stretto collegamento con quello capitalista con il quale stabilisce un rapporto simbiotico.
Non è una novità fare riferimento al complesso militare-industriale, nel quale esiste un giro vorticoso di miliardi che incide anche nel tessuto sociale perché offre lavoro a migliaia di persone e sviluppa tecnologie che possono avere anche impieghi civili.
I due poteri forti, quello industriale e quello militare, si ri­troveranno insieme a combattere contro la Cgil così come, sempre congiuntamente, costituiranno un servizio informativo parallelo a quelli dello Stato, e svilupperanno un autonomo rapporto con i corrispettivi “poteri forti” internazionali collocandosi, nel tempo, in una sfera sovranazionale dall’alto della quale l’Ita­lia appare la parte di un tutto così che i suoi interessi perdo­no valore ed importanza dinanzi agli obiettivi strategici che si pone l’impero americano.
Agli Stati uniti non interessiamo come popolo perché a parte l’intelligenza e la furberia non abbiamo nessuna delle qualità che possono destare la stima e l’ammirazione del mondo.
Se qualche anno dopo la fine del conflitto, Maurice Bardeche poteva sottoporre ai vincitori il dilemma se avere “le Ss con noi o contro di noi”, ponendo in risalto il valore guerriero della stirpe germanica, non altrettanto si poteva fare con gli italiani che, 8 settembre 1943 e relativa fuga collettiva a parte, aveva­no schierato, con le debite eccezioni, nel corso della guerra accanto ai ferrei reggimenti tedeschi i fragili battaglioni di “mam­ma mia” con gli esiti bellici che tutti conosciamo.
Possiamo essere un grande museo all’aperto, possiamo esibire le bellezze naturali del nostro territorio, o’sole mio, le nostre pia­centi e disponibili donne, ma è sempre troppo poco perché qualcuno voglia rischiare un conflitto mondiale per averci al suo fianco.
Siamo una fortezza naturale, una grande base militare aeronava­le dalla quale si può controllare l’intera area mediterranea, ed è la sola, unica ed esclusiva ragione per la quale gli Stati uni­ti non ci hanno abbandonati al nostro destino e non hanno favori­to le secessioni che avrebbero riportato l’Italia indietro nel tem­po, ad un’epoca anteriore al 17 marzo 1861.
Se l’interesse americano per il nostro Paese è di carattere  esclusivamente militare, non deve destare sorpresa il fatto che gli americani abbiano sempre diffidato dei politici italiani ed abbiano di converso stretto legami sempre più forti con l’establishment militare fino a trasformarlo nella propria guardia pretoriana.
Il vero problema, l’autentico cruccio dei governi americani nel dopoguerra è stato, difatti, rappresentato dalla inettitudine dei politici italiani che il National security council segnala fin dal 15 settembre 1947:
“Il governo italiano – scrive – che propende ideologicamente ver­so le democrazie occidentali, è debole e soggetto ai continui at­tacchi di un forte partito comunista”.
Il 5 gennaio 1951, il segretario di Stato americano, Dean Acheson, in una lettera indirizzata al presidente, Dwight Eisenhower, include l’Italia nel novero dei paesi facenti parte della Nato che “per la loro natura latina soffrono di instabilità sociale, politica ed emotiva”, mentre la presenza al loro interno di forti partiti comunisti esercita “un’influenza corrosiva sul morale nazio­nale” e ne rafforza il “desiderio di essere neutrali”.
Solo esercitando una forte leadership, conclude Acheson, gli Stati uniti potranno indurre questi Paesi ad “intraprendere i passi necessari” per combattere il pericolo comunista.
Il 14 gennaio 1954, su sollecitazione dell’ambasciatrice ameri­cana a Roma, Clara Booth Luce, il segretario di Stato John Foster Dulles indirizza una lettera al presidente del Consiglio italiano informandolo minacciosamente che gli Stati uniti rivedranno “il proprio atteggiamento politico nei confronti dell’Italia, se da parte italiana emergesse a sua volta un nuovo e diverso orientamento” .
Il 19 gennaio 1961, il National security council premette nella direttiva 6014/1 che la politica condotta dai governi democristia­ni non è stata in grado di “screditare le pretese comuniste di le­gittimazione come forza politica democratica e non ha preso adeguate misure per indebolire il vasto apparato organizzativo comuni­sta”, adottando contromisure sulla cui gravità torneremo più avan­ti, nel prosieguo della nostra analisi.
Il 12 gennaio 1978, gli Stati uniti reiterano, questa volta in forma pubblica, il minaccioso avvertimento lanciato da John Foster Dulles il 14 gennaio di ventiquattro anni prima.
A Washington, il portavoce del Dipartimento di stato, John Trattnen, rende pubblica la dichiarazione approvata il giorno preceden­te dal Consiglio per la sicurezza nazionale sulla politica di so­stanziale apertura verso il Partito comunista seguita dal governo italiano.
“La visita dell’ambasciatore Gardner a Washington ha fornito l’occasione di un incontro con autorevoli esponenti del Governo per un esame generale delle direttive politiche. L’atteggiamento del Go­verno nei riguardi dei partiti comunisti dell’Europa occidentale, compreso quello italiano non è mutato. Non v’è dubbio tuttavia che i recenti avvenimenti in Italia hanno accresciuto la nostra preoccupazione. Come il Presidente e altri esponenti del Governo hanno dichiarato in numerose occasioni, i nostri alleati dell’Europa oc­cidentale sono paesi sovrani e, com’è giusto e appropriato la decisione su come governarsi spetta esclusivamente ai loro cittadini.
Al tempo stesso – prosegue il portavoce del Dipartimento di sta­to – riteniamo di avere verso i nostri amici e alleati il dovere di esprimere chiaramente il nostro punto di vista. Esponenti del Governo hanno ripetutamente espresso tali vedute sulla questione del­la partecipazione dei comunisti ai governi dell’Europa occidentale. La nostra posizione è chiara: noi non siamo favorevoli a tale partecipazione e vorremmo veder diminuire l’influenza comunista nei paesi dell’Europa occidentale.
Come abbiamo detto in passato, riteniamo che il modo migliore per conseguire questi obiettivi sia attraverso gli sforzi dei par­titi democratici per soddisfare le aspirazioni popolari di un go­verno efficiente, giusto e aperto alle istanze sociali”.
È un ultimatum.
Lo stesso giorno, il quotidiano milanese “Il Giorno” non pubblica un articolo scritto da Aldo Moro che rivendica autonomia per l’Ita­lia sia nei confronti degli Stati uniti che dell’Unione sovietica:
“A noi – scrive il presidente della Democrazia cristiana – tocca decidere, in piena autonomia, ma con grande equilibrio e senso di responsabilità”.
La raffica di mitra sparatagli da un cialtrone prezzolato come Mario Moretti, il 9 maggio 1978, dirà ad Aldo Moro che si stava sba­gliando.
Del resto, gli americani conoscono la pavidità dei politici de­mocristiani fin dall’immediato dopoguerra.
Il governo presieduto da Alcide De Gasperi tenta in tutti i mo­di di ritardare la partenza delle truppe d’occupazione americane dall’Italia.
Lo prova il telegramma che l’assistente segretario di Stato, Robert A. Lovett, invia il 28 novembre 1947 al segretario delle Forze armate americane, Royall:
“Come è noto il presidente ha approvato oggi la richiesta del premier italiano De Gasperi per un rinvio della partenza delle forze degli Stati uniti in Italia fino al 14 dicembre. Si deside­ra che vengano date le istruzioni relative dal Dipartimento del­le forze armate al Comando generale Usa in Italia”.
La paura democristiana e clericale che invoca la protezione del­le baionette straniere è confermata il 5 dicembre 1947, dal tele­gramma che l’ambasciatore americano, James Clement Dunn, invia al segretario di Stato, George Marshall, nel quale segnala i timori di Alcide De Gasperi per l’imminente ritiro delle truppe america­ne dall’Italia, ed il suo consiglio di acquartierare i contingenti in Austria in modo che possano intervenire subito in caso di ne­cessità.
De Gasperi, segnala l’ambasciatore, chiede anche che il governo americano faccia una dichiarazione “per ricordare alla opinione pubblica il proprio dovere ed il proprio diritto ad intervenire non appena l’integrità territoriale dell’Italia oppure il gover­no democratico ed antitotalitario del paese risultassero in pericolo”.
Due giorni più tardi, il 7 dicembre 1947, l’ambasciatore ameri­cano, James Clement Dunn, trasmette via radio al Dipartimento di Stato un dispaccio contenente l’elenco degli articoli militari richiesti dal governo italiano (25 mila armi leggere per la Pub­blica sicurezza e i carabinieri) che viene immediatamente inoltrato al Dipartimento delle forze armate.
Spendere milioni di dollari per acquistare armi in un Paese ancora alla fame, con la gente che si fa ammazzare nelle strade e nelle piazze dalle forze di polizia per chiedere, con giusta veemenza, un miglioramento delle proprie condizioni di vita, nuoce­rebbe all’immagine che Alcide De Gasperi ed i suoi collaboratori vogliono offrire di sé stessi agli italiani, così l’addetto mili­tare presso l’ambasciata americana a Roma, il 9 dicembre 1947, in merito alla richiesta di armi avanzata dal governo italiano, infor­ma il suo governo che “faremo un accordo informale, poiché gli ita­liani non desiderano mettere niente per iscritto”.
Dopo quasi trent’anni, uno dei più stretti collaboratori di Al­cide De Gasperi, Giulio Andreotti, si sentirà autorizzato a nega­re la richiesta di armi al governo americano avanzata dall’allora presidente del Consiglio, affermando di aver sentito quest’ultimo chiedere agli americani solo pane per gli italiani.
A smentire Andreotti c’è la documentazione americana.
Il 13 dicembre 1947, in un memorandum inviato al segretario di Stato dal generale D. H. Arnold della divisione Piani e operazioni, è elencato il materiale militare destinato all’Italia su richiesta del governo presieduto da Alcide De Gasperi:
“Il Dipartimento delle Forze armate – è scritto nel memorandum – è preparato a fornire al governo italiano le seguenti partite di armi e munizioni:
Proiettili US cal. 30 M 1903 – 50.000.
Pistole auto cal. 45 M 1911 – 5.000.
Fucili mitragliatori cal. 45 Thompson – 20.000
Cartucce Ball cal. 30 – 30.000.000.
Cartucce Ball cal. 45 – 20.175.000.
Il 21 aprile 1947, a Washington, il Comitato di coordinamento delle Forze armate americane presenta il rapporto redatto su ri­chiesta del sottosegretario di Stato, Dean Acheson, sui mezzi mi­gliori per fermare il comunismo. Il metodo che i militari america­ni ritengono più idoneo è quello di utilizzare “bread and ballots rather than bullets”, cioè pane e voti piuttosto che pallottole.
I cristianissimi politici democristiani, al contrario, preferi­scono prima le pallottole e poi, se avanza, il pane.
Il 14 dicembre 1947, a Washington, il presidente Harry Truman autorizza la Cia a “compiere operazioni psicologiche clandestine per neutralizzare le attività sovietiche” in Europa e, contestual­mente, rilascia la pubblica dichiarazione invocata da Alcide De Gasperi.
“Nonostante gli Stati uniti stiano ritirando le loro truppe dal­l’Italia in base agli obblighi assunti con il Trattato di pace, il nostro paese continua ad avere un interesse nel mantenimento di un’Italia libera e indipendente. Se lo sviluppo degli avvenimenti dovesse dimostrare che la libertà e l’indipendenza dell’Italia, che sono le premesse su cui sono basati gli accordi di pace, sono minacciate direttamente o indirettamente, gli Stati uniti, in quan­to firmatari del trattato di pace e in quanto membri delle Nazioni unite, si sentiranno obbligati a chiedersi quali misure possano essere più idonee al mantenimento della pace e della sicurezza”.
Il giorno dopo, 15 dicembre 1947, con due mesi di ritardo, le truppe americane abbandonavano l’Italia dopo oltre quattro anni di occupazione, per ritornarvi ancora e definitivamente, questa volta come alleate, nelle basi militari poste a loro disposizione dai governi democristiani, alla metà degli anni Cinquanta.
Il governo di un Paese militarmente sconfitto e ridotto in ro­vina che chiede alle truppe di occupazione straniere di restare nel suo territorio per sparare su quella parte di italiani che non sono allineati con la sua politica, può apparire come il fon­do del baratro in cui erano caduti l’Italia e gli italiani.
Ma il peggio deve ancora venire.
Il 18 aprile 1948, il “Fronte democratico popolare” arretra, perdendo più di un milione di voti, mentre la Democrazia cristiana ne raccoglie 12.741.299 assicurandosi una maggioranza che le ga­rantisce l’assoluta governabilità.
Ma, per la “classe digerente” uscita dalle urne il 18 aprile 1948, rimane prioritaria la minaccia rappresentata da quegli 8.137.407 voti raccolti dal Partito comunista e da quello socia­lista.
Invece di dare avvio ad una politica di pace, la Democrazia cri­stiana intensifica quella di guerra, pur nella consapevolezza che il Pci, vincolato dagli ordini di Mosca, non tenterà mai l’assal­to armato al potere.
La prova giunge il 14 luglio 1948, quando Antonio Pallante spara su Palmiro Togliatti, a Roma, in piazza Montecitorio, riuscendo però solo a ferirlo.
In serata, il segretario nazionale del Pci fa pervenire ad Alci­de De Gasperi un messaggio chiaro e conciso:
“Non succederà niente”.
Come rivelerà, il 22 marzo 1950, Matteo Secchia ad un diplomatico sovietico, quel 14 luglio 1948, su 22 componenti della direzione nazionale del Pci, 12 votarono contro la proposta di passare al­la fase insurrezionale, 8 a favore e 2 si astennero.
Le proteste dei militanti comunisti per l’attentato contro Palmiro Togliatti si conclusero nell’arco di due giorni con un bilan­cio ufficiale, secondo i dati forniti dal ministro degli Interni Mario Scelba al Parlamento, il 16 luglio 1948, di 7 morti e 120 feriti fra le forze di polizia e di 7 morti e 86 feriti tra i ma­nifestanti.
Ma i 14 morti e i 206 feriti seguiti all’attentato contro Palmiro Togliatti non sono il frutto di un tentativo insurrezionale.
Lo riconosce il comandante generale dell’Arma dei carabinieri, Fedele De Giorgis, che il 5 agosto 1948, in una sua relazione scri­ve:
“Non sono nel giusto secondo me coloro i quali hanno voluto ve­dere negli ultimi fatti, o una generale prova delle forze sovver­titrici, per ogni evenienza futura, o la realizzazione parziale di un coordinato progetto insurrezionale…Fin dal primo momento ebbi la sensazione che ci si trovasse di fronte a iniziative lo­cali, slegate fra loro, spesso non orientate verso obiettivi pre­cisi, talora assurde, che finirono per concludersi in danno degli stessi promotori”.
Lo segnala un dettagliato rapporto della Cia del 18 agosto 1948, redatto sulla base di informazioni provenienti dall’interno dei vertici del Pci, che informa come “verso le ore 23,30 di merco­ledì (14 luglio – Ndr) l’ambasciata russa ha fatto sapere per te­lefono che lo sciopero doveva essere revocato giovedì mattina. Grieco si è recato presso l’ambasciata russa per poi tornare molto ab­battuto al quartiere generale del Pci. Ha quindi informato i suoi colleghi che Mosca aveva condannato l’azione del partito e aveva impartito ordini perché per nessun motivo venissero provocati at­ti di violenza in Italia. A causa della delicata situazione inter­nazionale in atto, aggravata dalla crisi di Berlino e da quella jugoslava, Mosca non desiderava che i partiti comunisti di Italia e Francia si compromettessero troppo. Il Cremlino, infatti, non vo­leva al momento una guerra civile in Italia e in Francia, dal momento che la Russia era impossibilitata ad intervenire per soste­nere i comunisti”.
Sulla volontà sovietica di imporre ai partiti comunisti italiano e francese di mantenersi nei limiti della legalità le segnalazioni erano molteplici. Così l’8 agosto 1948, anche il prefetto di Tori­no, in una nota inviata al ministero degli Interni, scrive che “il Cominform avrebbe rinunciato ad una azione rivoluzionaria in Italia, dove bisogna attuare grandi agitazioni di massa con pre­testi economici”.
La certezza, confermata da fatti concreti, che il Pci non ha al­cuna intenzione di giungere al potere con un’insurrezione induce i dirigenti democristiani a disporre la smobilitazione sia pure par­ziale del proprio apparato militare.
Lo ricorda Paolo Emilio Taviani che, nel suo diario, alla data del 20 settembre 1948, scrive:
“Ci siamo riuniti oggi a piazza del Gesù. C’erano Martiri Mauri, Ferrari Aggradi, Marcora, il comandante Scrivia (Aurelio Ferrando), Chiri, presidente dei Volontari del Lazio e il colonnello Ferralasco di Genova. Ho detto che è giunto il momento di disarmarci. La Repubblica ha saputo dimostrare di sapere mantenere l’ordine, il popolo è in maggioranza con noi. Ho proposto di cedere le armi all’esercito.
Mattei ha osservato che il nuovo esercito è abbastanza ben piaz­zato sull’Adriatico, ma non altrettanto sui versanti occidentali.
A farla breve, abbiamo deciso di consegnare ai Carabinieri tutte le armi, ad eccezione delle pistole che saranno trattenute e denunciate”.
È una verità parziale, perché don Gianni Baget Bozzo rivelerà che “un’organizzazione paramilitare cattolica Dc ci fu anche du­rante la guerra di Corea, altro periodo di forte tensione in Italia”.
Un fatto emerge con chiarezza dall’esame dei comportamenti dei dirigenti democristiani: che, al loro interno, il sentimento pre­valente è la paura, non solo politica ma anche fisica dei comunisti.
Una paura che viene attenuata solo dalla consolante certezza di poter fare affidamento sulla potenza militare degli Stati uniti che, da parte loro, passato il timore di una vittoria elettorale del “Fronte popolare” in Italia il 18 aprile 1948, non ritengono che questa sia al primo posto nelle esigenze difensive che, via via, si prospettano.
Lo segnala, al ministro degli Esteri Carlo Sforza, il segretario generale del ministero degli Esteri, Guido Zoppi, con una nota del 22 luglio 1948, nella quale scrive:
“È stato comunque detto da parte americana che la messa in atto di difesa della Groelandia, Irlanda, Islanda costituisce il primo obiettivo da raggiungere fuori dalle frontiere degli Stati uniti.
Ciò risponde del resto a esigenze tecniche e militari ben com­prensibili ed è da ritenersi che l’eventuale difesa dell’Europa verrà presa in considerazione in tempi successivi estendendola progressivamente dall’estremo occidente europeo e nord Africa, via via, verso est a seconda dei progressi del riarmo americano e delle disponibilità offerte da tale riarmo.
In queste condizioni è da ritenersi che l’Italia non potrebbe venire compresa nell’area di una effettiva difesa americana che in un secondo o terzo tempo”.
Per una classe dirigente che vive nel terrore di una vittoria comunista sul piano elettorale, la prospettiva di essere esclusa, per un tempo indefinito dall’area di difesa degli Stati uniti ap­pare spaventosa.
Cosi il governo italiano muove i primi cauti passi per convincere gli Stati uniti ad aggiungere anche l’Italia al novero dei Pae­si che dovranno far parte della costituenda Alleanza atlantica, nella quale per la nostra posizione geografica non abbiamo alcun titolo per partecipare.
Il 3 settembre 1948, a Washington, un funzionario del Diparti­mento di stato, rimasto ufficialmente anonimo, suggerisce all’in­caricato d’affari italiano, Mario Di Stefano, in assenza dell’am­basciatore Alberto Tarchiani, che il governo italiano si unisca ai Paesi che stanno progettando un’alleanza difensiva nel Nord Atlantico.
È quanto il governo italiano intende fare.
Il 13 ottobre 1948, il ministro degli Esteri Carlo Sforza scrive al segretario di Stato americano, George Marshall, per definire una “formula vana” la neutralità e garantirgli una adesione “sen­za condizioni” dell’Italia alla futura alleanza.
Il 22 ottobre 1948, l’ambasciatore americano a Roma, James Cle­ment Dunn, può segnalare al segretario di Stato, George Marshall, che il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, si è impegna­to a condurre l’opinione pubblica “fuori dalla illusione della neutralità verso la necessità di un allineamento occidentale”.
In un Paese devastato dalla guerra conclusa solo tre anni pri­ma, la neutralità appare la sola opzione possibile, la più logi­ca, quella che consente di fare una politica di equidistanza fra i due blocchi che consentirebbe, fra l’altro, di avere il vantaggio di poter scegliere quale posizione assumere sui problemi in­ternazionali contrattando, di volta in volta, con le due potenze entrambi desiderose di averne il sostegno.
L’opposizione all’adesione dell’Italia ad un’alleanza militare è forte nel Paese e nell’ambiente politico, anche quello più filo americano come il socialdemocratico, dove Giuseppe Saragat esprime la sua netta contrarietà ad una politica che non si ispiri ad una rigida neutralità.
Il 2 dicembre 1948, il capo di Stato maggiore dell’esercito, generale Efisio Marras, si reca in visita negli Stati uniti dove vie­ne ricevuto anche dal presidente Harry Truman.
Il giorno successivo, 3 dicembre 1948, Giulio Andreotti annota nel suo diario:
“Saragat illustra al Presidente (Alcide De Gasperi – Ndr) la sua contrarietà ad accordi militari con gli Stati uniti. Il potente sin­dacalista Antonini è venuto a parlargli per convincerlo in senso opposto ma ha fallito. Vorrebbe una dichiarazione del governo cir­ca il carattere meramente esplorativo dei colloqui del generale Marras. De Gasperi lo invita alla riflessione e alla prudenza”.
A favore della neutralità dell’Italia, non c’è solo Giuseppe Sa­ragat ma anche il futuro presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi, e il futuro segretario generale della Nato, Manlio Brosio. Pro­prio quest’ultimo, all’epoca ambasciatore a Mosca, annota, il 15 gen­naio 1949, il contenuto di una conversazione con Gastone Guidotti, direttore generale per gli Affari politici del ministero degli Esteri:
“È chiaro – gli dice costui – che bisogna essere satelliti del­l’America o della Russia. È chiaro che l’America non ci armerà se non siamo nel Patto atlantico’.
Dunque – commenta stizzito Brosio -, secondo lui, per essere più o meno bene armati, dobbiamo definire e vincolare la nostra indipendenza. Non è la politica che stabilisce gli armamenti ma sono gli armamenti che determinano la politica”.
Intanto, anche il Vaticano si schiera a favore dell’ingresso del­l’Italia nel Patto atlantico.
L’ambasciatore francese presso la Santa Sede, Wladimir D’Ormesson, il 14 gennaio 1949, invia al proprio ministero degli Esteri un rapporto relativo ad una conversazione avuta con monsignor Gio­vanni Battista Montini che si è dichiarato convinto che “l’Italia sarebbe entrata nel Patto atlantico” e che “la Santa Sede consi­derava che non ci fosse altra via per l’Italia e si augurava vivamente di vederla impegnarvisi”.
Il ministro degli Esteri Carlo Sforza ha premesso che l’Italia non porrà condizioni per la sua adesione al Patto atlantico, ma non sa nemmeno cosa sarà questa alleanza che gli Stati uniti stan­no costituendo per il proprio esclusivo tornaconto.
Lo prova un’annotazione di Giulio Andreotti che, alla data del 26 gennaio 1949, nel suo diario, scrive :
“Il Segretario di Stato Acheson nella sua prima conferenza stam­pa ha illustrato il progetto per un Patto atlantico. Via via, attraverso i rapporti del generale Marras e le carte diplomatiche cono­sciamo il modello che si sta costruendo”.
È un’alleanza nella quale il governo italiano vuole entrare ad ogni costo senza conoscere le condizioni e gli obblighi che essa potrà comportare, costituendosi come un caso senza precedenti nel­la storia della diplomazia mondiale, non solo del XX secolo ma an­che di quelli precedenti.
Il presidente americano, Harry Truman, il 24 febbraio 1949 comu­nica al segretario di Stato, Dean Acheson, di non avere ancora “al­cuna opinione definitiva” sull’ingresso dell’Italia nella Nato e di preferire un “rinvio della decisione”.
Ancora il 28 febbraio 1949, allo stesso Acheson dice che prefe­rirebbe “non avere l’Italia fra i primi firmatari e forse neanche nel Patto, ritenendo più opportuno inserirla insieme a Grecia e Turchia in ‘qualche intesa mediterranea’ “.
Per superare l’opposizione del presidente americano, su consi­glio del Dipartimento di stato, il 1° marzo 1949 il governo ita­liano presenta richiesta formale di adesione al Patto atlantico.
Il 2 marzo, di conseguenza, il segretario di Stato, Dean Ache­son, ripropone a Truman la questione dell’adesione dell’Italia al­la Nato, sostenuta anche da Canada, Olanda, Belgio, Lussemburgo e Francia, mentre Gran Bretagna, Norvegia, Islanda e Danimarca comu­nicano di aver ritirato la loro opposizione.
Al presidente americano, Dean Acheson fa presente che l’Italia dispone “della terza maggiore Marina dell’Europa occidentale… e di una delle principali flotte mercantili europee, con un surplus di marinai addestrati”, e che “in termini di guerra marittima non vi è questione circa la potenzialità strategica, critica rispetto al controllo del Mediterraneo” e che, ancora, “è di grande impor­tanza negare al nemico di usare l’Italia, come base per il control­lo marittimo e aereo del Mediterraneo centrale”.
Argomentazioni, come si vede, di natura esclusivamente militare che hanno la capacità di far recedere il presidente Harry Truman dalla sua decisione di non accettare l’Italia fra i Paesi fondato­ri dell’Alleanza atlantica.
Dopo il consenso di Truman, la situazione si evolve rapidamente. L’8 marzo 1949, John Hickerson consegna all’ambasciatore italiano a Washington, Alberto Tarchiani, l’invito ufficiale del governo americano a quello italiano di entrare a far parte del Patto atlan­tico come membro fondatore.
Lo stesso giorno, a Roma, il Consiglio dei ministri approva la decisione di accettare l’invito rivolto all’Italia di entrare a far parte della nuova alleanza, nonostante che il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, abbia dovuto premettere che “le trat­tative sono ancora nella fase preparatoria. Nessuno conosce esatta­mente la portata del Patto atlantico. Ignoriamo quali siano le con­dizioni poste agli altri Paesi, quali a noi. Abbiamo svolto un’azio­ne solo per evitare di essere tenuti fuori”.
Neanche una prostituta si vende senza conoscere le prestazioni che le saranno richieste.
L’Italia di Alcide De Gasperi lo fa, calpestando l’indipendenza della Nazione e la dignità di 50 milioni di inconsapevoli italia­ni che pagheranno a carissimo prezzo l’adesione dell’Italia alla Nato.
L’11 marzo 1949, Alcide De Gasperi convoca in seduta straordinaria il Consiglio dei ministri che decide all’unanimità “per l’ac­cessione in via di massima al Patto atlantico”.
Il 16 marzo 1949, il segretario di Stato americano Dean Acheson trasmette all’ambasciatore americano a Roma, James Clement Dunn, il testo del Trattato del Nord Atlantico fino a quel momento sco­nosciuto al presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, ed ai componenti del governo.
Il 18 marzo 1949, il testo del Trattato viene reso di pubblico dominio, debitamente depurato da quelle clausole che ancora oggi sono mantenute segrete.
Lo stesso giorno, la Camera dei deputati approva l’adesione al Patto atlantico con 342 voti favorevoli, 170 contrari e 19 aste­nuti.
Il 27 marzo 1949, è il Senato ad approvare l’adesione dell’Ita­lia alla Nato con 118 voti favorevoli, 112 contrari e 19 astenuti.
Il 4 aprile 1949, a Washington, i rappresentanti di Stati uniti, Canada, Gran Bretagna, Francia, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Porto­gallo, Italia, Norvegia, Danimarca e Islanda firmano il Trattato dell’Atlantico del nord che ha validità ventennale ed è tacitamen­te rinnovabile in caso di mancato recesso.
Non ci volevano: il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, ed il suo ministro degli Esteri, Carlo Sforza, hanno brigato, im­plorato, supplicato, utilizzato anche le amicizie massoniche del ministro, fino ad ottenere l’assenso per entrare nel Patto dell’Atlantico settentrionale.
Il 5 aprile 1950, a Washington, nelle pagine del suo diario, Egidio Ortona annota:
“Telegramma di Sforza ad Acheson per l’anniversario del Patto atlantico. Patto – dice Sforza – ‘che noi creammo’. Non possiamo non farci qualche buona risata con l’ambasciatore se pensiamo al­la fatica improba che ci è costata entrare, accettati alquanto a malincuore come buoni ultimi, nel Patto atlantico.
Ma la faccia di Sforza – prosegue Ortona – è più che tosta e può permettergli di atteggiarsi a creatore di un qualcosa in cui siamo riusciti a penetrare solo dopo sforzi inenarrabili”.
Se la paura aveva indotto il governo diretto da Alcide De Gasperi a ritardare la partenza delle truppe americane dall’Italia, ed ora ad umiliare la Nazione rendendola partecipe ad un’alleanza militare ricercata a tutti i costi, senza porre condizioni e sen­za conoscerle, aveva mantenuto però il punto fermo di non concedere basi militari agli americani.
Ma, il 7 gennaio 1952, mentre a capo del governo è lo stesso Al­cide De Gasperi, iniziano le trattative per l’installazione di basi militari americane sul territorio nazionale.
Il 7 ottobre 1953, in un documento americano riferito all’apertura di basi militari in Italia, è scritto:
“Taviani preferirebbe evitare qualsiasi riferimento ad appendici o addendum nel testo dell’accordo-ombrello poiché pensa che quest’ul­timo finirà in qualche modo col circolare in Parlamento. Se ci fosse­ro riferimenti o documenti aggiuntivi, i parlamentari vorrebbero si­curamente vederli”.
Come già per le armi acquistate in totale segretezza nel dicembre del 1947, come per l’adesione alla Nato cercata senza condizioni all’insaputa della pubblica opinione e dello stesso Parlamento, anche per l’installazione delle basi militari americane in Italia si pro­cede con il medesimo metodo della segretezza assoluta.
La conferma giunge, puntuale, il 27 febbraio 1954, quando il fun­zionario dell’ambasciata americana, Elbridge Durbrow, riporta in un rapporto il contenuto di una conversazione avuta con il ministro della Difesa, Paolo Emilio Taviani:
“Quando ho posto la questione dell’accordo sullo stato delle for­ze, il ministro Taviani si è dimostrato sorpreso e ha risposto che l’Italia ha già firmato quell’accordo. Gli ho allora fatto notare che nonostante sia stato firmato, l’accordo non è stato ratificato dal Parlamento. Il ministro ha sostenuto che a suo parere non è es­senziale che lo sia.
Ha fatto notare che abbiamo già un numero considerevole di trup­pe americane stanziate in Italia e che la mancata ratifica non ha creato difficoltà di sorta. Ha poi aggiunto che, visto l’attuale schieramento politico in Parlamento, adesso la ratifica sarebbe a suo parere difficile da ottenere”.
Durbrow rileva, ancora, che Taviani “ha nuovamente sottolineato il fatto che se si optasse per un accordo-ombrello e l’opposizio­ne in Parlamento venisse a sapere una qualche sua parte, il governo si troverebbe costretto a rivelare il fatto che molte basi e strutture di vario tipo sono state accordate dal governo alle for­ze Usa”.
E, infine, che “se invece l’accordo fosse diviso in sei o sette lettere segrete, il governo potrebbe limitarsi a divulgare il te­sto solo di quelle parti di cui l’opposizione viene a sapere”.
Il 9 aprile 1954, il presidente del Consiglio Mario Scelba con­cede il definitivo ed ufficiale benestare per l’installazione del­le basi militari americane in Italia.
Paura e disprezzo per quelle regole della democrazia di cui si proclamano alfieri, sono alla base di quanto riferisce il diplo­matico americano Durbrow in merito alla questione del comando e del controllo delle forze militari americane di stanza in Italia, al Dipartimento di stato:
“Il ministro Taviani ritiene che – nel caso il testo di questo documento venga pubblicato (e lui spera che non lo sia) – il lin­guaggio debba essere tale da non far pensare che l’Italia abbia in alcun modo rinunciato alla propria sovranità territoriale. Ha sottolineato che si tratta di una questione puramente formale e non di sostanza”.
Con perfidia democristiana, Taviani annota l’8 agosto 1954 nel suo diario i nomi dei suoi complici in un’operazione che fa dell’Ita­lia una colonia, a tutti gli effetti, degli Stati uniti: Mario Scelba, Gaetano Martino, Amintore Fanfani, Ugo La Malfa, e gli ex neutrali­sti Giuseppe Saragat e Giovanni Gronchi.
L’arrendevolezza dei democristiani dinanzi ad ogni richiesta avanzata dagli Stati uniti, la loro ricerca costante della rassi­curazione sulla disponibilità americana ad intervenire militarmen­te in Italia contro i comunisti in caso se ne presenti la necessi­tà segni inequivocabili di una paura a stento dominata contrasta però con il rifiuto caparbio degli stessi esponenti democristiani di assumere contro il Partito comunista quel provvedimento di mes­sa fuori legge che risolverebbe una volta per sempre il problema, facendo dei comunisti una mera questione di polizia politica.
Gli Stati uniti non riusciranno mai a comprendere questa contraddizione.
Già il 15 marzo 1948, la messa fuori legge del Pci l’aveva suggerita il direttore del Policy Planning Staff, George Kennan, al se­gretario di Stato, George Marshall, ma all’epoca l’apparato milita­re del Partito comunista nel nord Italia faceva prevedere una resi­stenza armata tale da degenerare in un nuova guerra civile di in­certa durata e con alte perdite.
Il 18 giugno 1951, a Washington, la Division of research of western european affairs (Drw), in un suo documento, afferma che in Italia “la soppressione del partito comunista se applicata con efficacia, eliminerebbe i comunisti come seria forza della politica italiana. Esperienze in altre realtà hanno evidenziato che azioni repressive di questo tipo funzionano bene. Il problema è la capacità dello Stato di liquidare un’organizzazione politica numerosa, e ben organizzata come quella comunista senza diventare esso stesso un semplice Stato di polizia”.
La proposta non avrà seguito.
Nella primavera del 1954, Josip Stalin è morto da un anno, i nuovi dirigenti sovietici hanno avviato la fase della “distensione” in­ternazionale ed il Pci può ormai contare su un apparato informati­vo e spionistico, poliziesco ma non militare, così che la possibi­lità di agire esiste con la certezza di dover fronteggiare magari violente manifestazioni di massa, non mai una guerra civile.
Lo scioglimento per legge del Pci lo suggerisce il questore Ge­sualdo Barletta ad un agente americano del G-2, nel mese di marzo del 1954, affermando che è possibile arrestare il segretario nazio­nale del Pci, Palmiro Togliatti, e gli alti dirigenti del partito applicando la legge sui “reati contro lo Stato” e che, poi, si po­tevano usare le isole Tremiti e Ponza come luoghi di confino.
Barletta garantisce l’intervento delle forze di polizia ma si dice dubbioso circa il consenso del presidente del Consiglio, Ma­rio Scelba.
Quest’ultimo, da parte sua, nei suoi colloqui con i diplomatici americani, non esclude la possibilità di agire legalmente contro il Pci ma per farlo attende un pretesto valido.
Il 13 aprile 1954, difatti, nel corso di una riunione del Natio­nal security council, Walter Bedell Smith riporta una dichiarazio­ne del presidente del Consiglio italiano secondo il quale la rati­fica del trattato che istituisce la Comunità europea di difesa (Ced) provocherà la violenta reazione del Pci che, in questo modo, consentirà al governo di metterlo fuori legge.
Ma è un bluff.
Il 24 gennaio 1955 , il direttore del Sifar, generale Ettore Musco, consegna al ministro della Difesa, Paolo Emilio Taviani, la docu­mentazione dettagliata di un finanziamento sovietico al Pci, giunto via Zurigo, dell’importo di due miliardi di lire.
Due giorni più tardi, il 26 gennaio, sull’argomento si svolge una riunione alla quale prendono parte il presidente del Consi­glio, Mario Scelba, il ministro degli Esteri, Gaetano Martino, e quello della Difesa, Paolo Emilio Taviani, il quale nel suo diario annota :
“Riunione a tre al Viminale. Scelba ha preso nota dei nomi ita­liani di secondaria importanza. Abbiamo sempre detto che il Pci è pagato da Mosca. Ma dare pubblicità alle carte di quel finanziamen­to comporterebbe necessariamente mettere al bando il Pci. Dunque la guerra civile”.
Si decide, pertanto, di mantenere segreta la notizia per evita­re la reazione del Pci che si pretende affermare che sarà in ogni caso violenta.
La paura, quindi, si ripropone come il sentimento che domina i politici democristiani.
Lo prova anche la comunicazione che, a Washington, il 30 ottobre 1954, il segretario di Stato, John Foster Dulles, trasmette al presidente Dwight Eisenhower, relativa alla disponibilità del presidente del Consiglio italiano, Mario Scelba, a rafforzare il con­trasto con il Pci, pretendendo però l’assicurazione che le Forze armate americane interverranno in Italia per reprimere l’insurrezione comuniste che le misure da adottare, a suo avviso, provo­cheranno.
Eisenhower darà il suo benestare applicando “la dottrina della protezione e salvaguardia della proprietà, vita e sicurezza” dei militari americani presenti sul territorio italiano.
Il 23 marzo 1955, a Washington, Arthur Redford, addetto al Joint Chief of Staff, stila un memorandum relativo al contenuto del colloquio, avvenuto nel mese di gennaio, fra l’ammiraglio Carney e il presidente del Consiglio italiano, Mario Scelba:
“Il governo italiano ci chiede di aiutarlo a ridurre la forza del Pci attraverso alcune nuove misure. Il signor Scelba ci ha an­ticipato – scrive Redford – che il Pci potrebbe reagire violentemente contro alcune di queste misure e potrebbe anche scatenarsi una guerra civile.
Prima di introdurre le misure più drastiche, il primo ministro desidera assicurarsi l’appoggio degli Stati uniti incluso l’aiuto militare per evitare una reazione comunista”.
Gli americani credono alla sincerità delle intenzioni di Scelba. E Redford conclude:
“Obiettivo della politica americana è la liberazione dell’Ita­lia dalla minaccia di una sovversione o dominazione comunista. Ciò significa che gli Stati uniti devono sostenere con tutti i mezzi la riduzione della forza della Pci e dei gruppi che gli sono vicini. In particolare nell’eventualità di un’insurrezione o di altre azioni illegali che minaccino il legittimo governo italiano, gli Stati uniti devono rispondere con l’uso della forza militare”.
Il 16 marzo 1955, gli accordi di Jalta fra le potenze anglo-sassoni e l’Unione sovietica erano stati resi di pubblico dominio, quindi tutti ormai erano consapevoli che la liquidazione politica del Partito comunista italiano non avrebbe provocato altro che proteste verbali da parte dei regimi comunisti europei, ma questo non bastava a placare le paure dei democristiani al potere.
La polizia prova a saggiare la disponibilità della Democrazia cristiana e dei suoi alleati anticomunisti ad intraprendere una azione legale contro gli esponenti del Pci, seguendo le riservate direttive del questore Gesualdo Barletta.
Il 15 dicembre 1954, difatti, denuncia il deputato comunista Edoardo D’Onofrio per “attività antinazionali all’estero”, reato previsto dall’art. 269 del codice penale, in relazione ad un suo discorso al congresso del Partito comunista cecoslovacco, ma le speranze poliziesche s’infrangono contro la decisione della Camera dei deputati che nega l’autorizzazione a procedere.
Sul sentimento di paura che anima i democristiani ed i loro alleati concorda anche l’ambasciatore italiano a Washington, Manlio Brosio, che nel suo diario, a commento di un discorso del mini­stro degli Esteri Gaetano Martirio, scrive:
“Drammatizza un po’ troppo le conseguenze di una messa fuori legge del Partito comunista: secondo lui ne deriverebbe addirittura la guerra mondiale, secondo me non capiterebbe niente. È la paura”.
La “distensione internazionale” è un paravento dietro il quale gli Stati uniti e l’Unione sovietica alimentano la guerra fredda che, con l’accrescersi  della potenza militare di quest’ultima, di­viene necessariamente sempre più aspra, tanto da indurre alcuni esponenti democristiani, per la prima volta dal 1945 in modo serio, ad ipotizzare la possibilità di un “colpo di Stato” legale, ovvero della proclamazione dello “stato di emergenza”.
La prima segnalazione giunge dal giornalista Vittorio Gorresio che, il 20 giugno 1960, prima che inizino le sanguinose giornate dei tumulti comunisti contro il governo, prendendo a pretesto la scelta della città di Genova come sede del congresso nazionale del Msi, scrive che il presidente del Consiglio, Ferdinando Tambroni, sta progettando un “colpo di Stato” di cui fornisce anche il nome in codice, “Operazione Ippocampo”.
Non è una mera fantasia giornalistica, se il 13 luglio 1960, a Washington, un documento americano segnala la possibilità che in Italia si giunga ad una soluzione “autoritaria di destra”.
Possibilità, quest’ultima, confermata da un’annotazione dell’am­basciatore italiano a Washington, Manlio Brosio, che nel suo diario, fra il 20 ed il 26 luglio 1960, commentando la defenestrazione di Ferdinando Tambroni, scrive:
“Bacchetti e Conti mi dicono che si è voluto soprattutto impedi­re il consolidarsi del crescente potere di Tambroni. Si temeva un colpo di Stato fra Gronchi e Tambroni: già Tambroni aveva portato alla firma di Gronchi il provvedimento che dichiarava lo stato di emergenza”.
Ma qualcuno all’interno della stessa Democrazia cristiana blocca la manovra ritenendo che il distacco del Partito socialista, ormai in atto, porterà all’indebolimento del Partito comunista senza fa­re dell’Italia uno Stato di polizia.
Quattro anni più tardi, però, dinanzi al fallimento del centro- sinistra, i democristiani, questa volta compatti, faranno “tintinna­re le sciabole” dei generali per indurre il Partito socialista a più miti consigli, senza ovviamente tradurre in atto la loro mi­naccia.
La leggenda del “colpo di Stato” del luglio 1964, attribuito al comandante generale dell’Arma dei carabinieri, Giovanni De Lorenzo, viene creata ad arte dagli stessi circoli politico-militari che con essa liquidano un ufficiale che si opponeva alla trasformazione del­la “guerra non ortodossa” in “guerra a bassa intensità”.
Ne riparleremo.
Ancora, fra l’estate e l’inverno del 1969, una parte dello schiera­mento politico anticomunista, questa volta guidato dai socialdemo­cratici di Giuseppe Saragat, tenta in modo spregiudicato di creare i presupposti per una “soluzione autoritaria”, ma anche in questa occasione saranno gli esponenti di maggior rilievo della Democra­zia cristiana a bloccare l’operazione determinandone il fallimen­to.
Da quel momento in poi, la Democrazia cristiana farà quadrato per non perdere il controllo politico, gestendo in maniera cini­ca il malumore delle gerarchie militari e degli ambienti finanziari ed industriali senza mai ipotizzare la possibilità concreta di ricorrere alla forza per mantenersi al potere.
Solo un ritorno al passato da parte del Partito socialista, con una rinnovata edizione del “Fronte popolare” in grado di modifica­re la maggioranza, elettorale, avrebbe potuto indurre Aldo Moro ed i suoi colleghi ad agire sul piano della forza, ma questo non è avvenuto anche perché l’abile regia della “strategia della tensio­ne” lo ha impedito.
L’inettitudine dell’anticomunismo italiano, in particolare del partito democristiano che lo ha guidato fin dal 1945, è dato dal numero dei voti affluiti sulle liste del Partito comunista italiano nel dopoguerra dalle elezioni referendarie fino a quelle poli­tiche del 1976:
2 giugno 1946 – 4.356.686 voti;
18 aprile 1948 – 8.137.047 voti, nelle liste del “Fronte popolare”;
7 giugno 1953 – 6.121.551 voti;
25 maggio 1958 – 6.704.706 voti;
28 aprile 1963 – 7.768.228 voti;
18 maggio 1968 – 8.551.347 voti;
7 maggio 1972 – 9.072.454 voti;
18 giugno 1976 – 12.614.650 voti.
In trent’anni di dominio democristiano, il Partito comunista ha triplicato i suoi voti giungendo, con le sue sole forze, nel giugno del 1976, ad un passo dall’ottenere la maggioranza dei voti.
Il fallimento di un’intera classe politica si può sintetizzare in tre parole: inettitudine, paura ed interesse.
L’inettitudine è provata dai numeri di voti affluiti al Pci nel corso degli anni con un aumento progressivo che non ha conosciuto soste nemmeno dopo la sanguinosa repressione della rivolta unghere­se dell’autunno 1956.
La paura, l’abbiamo evidenziata nelle pagine precedenti e non riteniamo utile e necessario aggiungere altro.
Sull’interesse, concordiamo pienamente con quanto scriveva a suo tempo l’ambasciatrice americana a Roma, Clara Booth Luce.
In una lettera indirizzata al marito, Henry, il 31 ottobre 1954, la Luce esprimeva il suo giudizio su quello che considerava il doppiogiochismo democristiano nei confronti del Pci, la cui presenza in Italia era, a suo avviso, strumentale all’ottenimento di aiuti finanziari da parte degli americani:
“L’anticomunismo in Italia – scriveva – è un affare assai van­taggioso – perché procura miliardi di dollari a condizioni di mantenere nel gioco i comunisti”.
E prosegue:
“Sii anticomunista e gli Stati uniti ti aiuteranno, ma non essere così anticomunista da liberarti del problema perché a quel punto non ci sarà più ragione per continuare gli aiuti. Fintanto che non renderanno impossibile per loro non liquidare il partito (comuni­sta – Ndr) continueranno a tenerselo come fonte indiretta di dol­lari americani. Dobbiamo cambiare questo stato di cose”.
Il 1° giugno 1955, l’adirata ambasciatrice americana scriveva a Cabot Lodge:
“Negli ultimi mesi ho maturato la profonda convinzione che la no­stra politica di aiuti clandestini ai partiti politici italiani è destinata al fallimento, per ragioni sia politiche che morali…
Dopo cinque anni e mezzo miliardo di dollari di aiuti ufficia­li, e ingenti quantitativi di aiuti clandestini, i leader di ‘que­sti partiti’ ci dicono oggi, esattamente come ci dicevano nel ’48, che l’unica alternativa ad una vittoria comunista alle urne è rap­presentata dal nostro finanziamento a loro ed ai partiti…Anni di aiuto clandestino ai partiti governativi non hanno prodotto né una prolungata azione anticomunista né la formazione di un ‘governo sta­bile’. Essi non sono neppure in vista.
…Il peggiore aspetto della politica degli aiuti clandestini è che essi indeboliscono la virtù, principale che noi vogliamo vede­re in un governo italiano, ossia un vigoroso comportamento antico­munista…un forte governo anticomunista è impossibile in una si­tuazione in cui il mantenimento della minaccia comunista è l’unica cosa a disposizione dei politici per ottenere ampie somme di dena­ro di cui essi non sono tenuti a rendere conto in pubblico”.
Il disprezzo, legittimo ed ampiamente giustificato, di Clara Booth Luce nei confronti dei politici anticomunisti italiani aumenterà, negli Stati uniti, nel corso dei decenni successivi e troverà in­fine la sua vendetta nell’inchiesta definita “Mani pulite”.
Crollato l’impero sovietico, muovendo le giuste pedine e le im­mancabili marionette italiane al loro servizio, gli americani si liberano nel 1992 dei predatori famelici che dell’anticomunismo hanno fatto anche un mezzo per arricchirsi illecitamente sul pia­no non solo partitico ma anche personale.
L’anticomunismo italiano, democristiano in particolare, sprofon­da nel fango dell’ignominia, del ladrocinio, delle truffe, delle tangenti, delle collusioni con le organizzazioni mafiose, ma de­vono ancora rispondere del sangue che hanno versato, delle miglia­ia di vite spezzate, rovinate, distrutte per mantenere un potere per il potere, contro gli interessi dell’Italia e degli italiani.

POTERI FORTI
Nel dopoguerra italiano, parallela ad un mondo politico dominato dalla Democrazia cristiana, pavido, incerto, incline alla trattativa ed al compromesso con il Partito comunista, esiste una forza mi­litare compatta e determinata nel suo anticomunismo che, nel tempo, si accrediterà come la sola, autentica garanzia per gli Stati uni­ti e, successivamente, per l’Alleanza atlantica che l’Italia resterà fedele ai patti e, questa volta, manterrà la parola data.
Fino a quando i governi democristiani adotteranno la linea del­la fermezza nei confronti del Partito comunista e del suo alleato socialista, la garanzia militare resterà riservata, se non proprio invisibile, per poi apparire in tutta la sua drammatica evidenza negli anni Sessanta e fino alla metà degli anni Settanta come fat­tore di pesante condizionamento della politica governativa nei con­fronti del comunismo interno.
Del resto, sono la Democrazia cristiana ed i suoi alleati anticomunisti ad affrontare il problema rappresentato dalla presenza, in Italia, del più forte Partito comunista occidentale con misure di carattere militare e poliziesco più che politico, delegando la propria difesa a quegli Stati maggiori che nella guerra contro il nemico interno hanno visto, prima, la salvezza dei propri ufficia­li e del proprio prestigio e, dopo, quella del riscatto e della ri­vincita.
Dal momento in cui inizia la concreta riorganizzazione delle For­ze armate, con la creazione del ministero della Difesa il 4 feb­braio 1947, l’istituzione si distingue per la stabilità dei verti­ci di comando che si contrappone, in modo vistoso, all’instabili­tà politica che vede l’avvicendamento costante di uomini e di go­verni.
Dal 20 maggio 1948, data in cui si forma un governo presieduto da Alcide De Gasperi, il primo dopo la vittoria elettorale del 18 aprile che ha stabilizzato definitivamente la situazione politica italiana, fino al 6 agosto 1970, data in cui assume la presidenza del Consiglio il democristiano Emilio Colombo, in un Paese ancora scosso dal massacro di piazza Fontana, si avvicendano alla direzio­ne politica della Nazione 21 governi e 11 presidenti del Consiglio: Alcide De Gasperi, Giuseppe Pella, Mario Scelba, Antonio Segni, Adone Zoli, Amintore Fanfani, Ferdinando Tambroni, Giovanni Leone, Aldo Moro, Mariano Rumor ed Emilio Colombo.
La catena di comando militare, viceversa, vede la nomina il 1° febbraio 1947 a capo di Stato maggiore dell’esercito del genera­le Efisio Marras, già addetto militare a Berlino durante la guer­ra, che il 10 novembre 1950 verrà promosso a capo di Stato maggio­re della Difesa permanendo nella carica fino al 15 aprile 1954.
Gli subentra, nella carica di capo di Stato maggiore della Dife­sa, il generale Giuseppe Mancinelli, che si dimetterà il 29 marzo 1959 per dissensi con il ministro della Difesa, Giulio Andreotti.
Il 1° aprile 1959 è nominato capo di Stato maggiore della Dife­sa il generale Aldo Rossi che manterrà l’incarico fino al 22 di­cembre 1965, quando sarà sostituito dal generale Giuseppe Aloja che, peraltro, ha ricoperto l’incarico di capo di Stato maggiore dell’esercito dal 10 aprile 1962, e che resterà al vertice delle Forze armate fino al 16 febbraio 1968.
Nel corso di 21 anni, le Forze armate italiane sono state gui­date da soli quattro uomini, Marras, Mancinelli, Rossi e Aloja, due dei quali hanno ricoperto anche la carica di capi di Stato maggiore dell’esercito, Marras ed Aloja, restando rispettivamen­te al comando dell’istituzione militare per poco più di sette an­ni il primo, per poco meno di sei anni il secondo.
Ancora più stabile appare la guida della polizia italiana con annesso servizio segreto civile, che in oltre 19 anni è stata di­retta da due soli uomini: Giovanni Carcaterra, nominato il 22 marzo 1954, che lascerà l’incarico al suo successore, Angelo Vicari, che lo manterrà fino al 28 gennaio 1973.
Quattro uomini alla guida delle Forze armate dal 1947 al 1968, due soli a quella delle forze di polizia dal 1954 al 1973, un dato che dovrebbe far riflettere quanti ancora oggi ritengono che questo Paese sia stato retto da una democrazia parlamentare e non sia stato, viceversa, uno Stato autoritario e di polizia, in stile sudamericano.
Se gli Stati uniti e l’Alleanza atlantica hanno potuto contare su alleati silenziosi e fedeli, guidati con mano ferma da pochi uomini, questi sono stati i militari ed i poliziotti italiani, non certo i politici.
Le Forze armate italiane non sono state ricostruite, nel dopo­guerra, per un possibile impiego contro un nemico esterno che per anni è rimasto solo ipotetico non avendo l’Unione sovietica la capacità e la volontà di affrontare un conflitto mondiale, e dopo, a partire dagli anni Sessanta, è divenuto potenziale ma affrontabi­le solo dagli Stati uniti, gli unici in grado di schierare un armamento nucleare con funzioni di deterrenza e una forza armata con­venzionale capace di fronteggiare qualsiasi minaccia.
Per comprendere meglio l’inesistenza della “minaccia” militare sovietica è giusto ricordare l’elenco parziale dei danni subiti dal suo Paese, fatto dal ministro degli Esteri sovietico, Mikhailovic Molotov, il 19 marzo 1947:
“I danni subiti dall’Urss ammontano a 128 miliardi di dollari; 1.700 città e 70.000 villaggi distrutti; 25 milioni di persone ri­maste senza tetto; distrutte 31.000 fabbriche che davano lavoro a 4 milioni di operai; distrutti 65.000 chilometri di binari ferro­viari e 4.000 stazioni; 98.000 fattorie collettive e 1.800 fatto­rie statali distrutte e saccheggiate; 7 milioni di cavalli, 17 milioni di bovini, 20 milioni di suini, 27 milioni di ovini perduti; distrutti 40.000 ospedali e dispensari medici; 84.000 scuole, 42.000 biblioteche”.
A questi danni, va aggiunta la perdita, di circa 27 milioni di abitanti nel corso di un guerra che, da una parte e dall’altra, aveva cancellata la pietà.
Nessun Paese del blocco comunista era nelle condizioni di soste­nere un conflitto armato.
Il 16 aprile 1946, il generale Duff invia da Trieste al Quartier generale alleato a Caserta un documento segretissimo nel quale ipotizza l’inizio del conflitto con la Jugoslavia per la data del 1° giugno 1946, ma quest’ultima nulla può fare senza il supporto dell’Unione sovietica che, a sua volta, non è assolutamente in grado di fornirglielo.
Difatti, il 4 giugno 1946, a Caserta, il generale William Mor­gan, in un dispaccio, scrive che nella Venezia Giulia “tutto in­dica che, al momento, sia in corso soltanto una guerra di nervi.
Di conseguenza, reputo improbabile un colpo di mano jugoslavo”.
I sovietici abbandoneranno le loro pretese sui territori al confine con la Turchia, ritireranno le proprie truppe dall’Iran, manderanno allo sbaraglio i comunisti greci che, illusi di avere al­le loro spalle paesi ormai dominati dai loro compagni albanesi, bulgari e jugoslavi, daranno inizio il 26 ottobre 1946 ad una guerriglia dalla quale usciranno sconfitti.
Le ragioni della passività sovietica, sono di carattere milita­re, come confermano gli esiti della riunione svoltasi a Mosca il 10 febbraio 1948, fra sovietici, bulgari ed jugoslavi sulla que­stione greca.
Dopo aver avuto conferma da Edvard Kardelj che la Jugoslavia non era disposta ad intervenire militarmente in Grecia per so­stenere i comunisti greci, Josip Stalin si dichiara d’accordo nel far cessare l’insurrezione nel Paese ellenico.
“I comunisti greci – disse il dittatore sovietico, secondo il resoconto di Milovan Gilas – non hanno alcuna possibilità di vin­cere. Non potete immaginare che la Gran Bretagna e gli Stati uniti, la più grande potenza del mondo, permetteranno la rottura delle loro arterie di comunicazione nel Mediterraneo. Fesserie! E noi non abbiamo la flotta. L’insurrezione greca deve cessare il più presto possibile”.
Neanche la guerra di Corea dimostra la volontà guerrafondaia dell’Unione sovietica.
Il conflitto coreano nasce da un errore commesso dal segretario di Stato americano, Dean Acheson, che il 12 gennaio 1950, nel cor­so di un discorso a Washington, esclude la Corea del sud dal “perimetro” difensivo degli Stati uniti, così che Stalin autorizza la Corea del nord a sferrare un’offensiva lungo il 38° parallelo, il 25 giugno 1950, con la ragionevole certezza che la conquista della Corea del sud non comporterà una risposta militare americana.
Ma si sbaglia, perché come conferma una nota dell’ambasciatore italiano a Washington, Alberto Tarchiani, al ministro degli Esteri Carlo Sforza, la Corea non ha rilevanza strategica per gli Stati uniti ma ha un grande valore simbolico perché “l’eventuale conqui­sta di questa da parte delle forze comuniste comporterebbe una perdita di prestigio tale da scuotere non solo in Estremo Oriente, ma anche in Europa, la fiducia dei popoli liberi sull’appoggio de­gli Stati uniti”.
Quando la Corea del nord chiede assistenza per resistere alla controffensiva americana, il 29 settembre 1950, Josip Stalin può solo rivolgersi a Mao Tse Tung che l’8 ottobre 1950, quando le truppe americane ed alleate varcano la frontiera del 38° paralle­lo dando inizio all’occupazione della Corea del nord, ordina ai “volontari” cinesi di intervenire e di travolgere, come difatti avviene, le truppe americane obbligate ad una sanguinosa ritirata.
L’Unione sovietica non può intervenire direttamente in soccorso dei compagni coreani perché darebbe il pretesto agli Stati uniti di attaccarla usando l’arma nucleare, come dal 1946 vanno pianificando.
Già nel mese di giugno del 1946, gli americani avevano predispo­sto il “Piano Pincher” (Morsa), che prevede un attacco nucleare all’Unione sovietica con l’impiego di 50 bombe atomiche, e che resterà valido fino al 10 marzo 1948 quando sarà sostituito da un altro, denominato “Broiler”, che prevede lo sganciamento di 34 bom­be atomiche su altrettante città sovietiche.
Solo se l’attacco americano fosse stato realizzato, l’Armata rossa sarebbe scattata in avanti per occupare i centri industriali del­l’Europa occidentale certa che su questi gli Stati uniti non avreb­bero potuto utilizzare i loro ordigni nucleari.
Il “pericolo rosso”, sotto il profilo militare negli anni dell’immediato dopoguerra era inesistente, come prova il fatto che l’eser­cito sovietico era passato dagli 11 milioni di uomini del 1945 ai poco più di 2 milioni del 1948, perché per un Paese distrutto da una guerra spaventosa prioritaria era la ricostruzione non l’espan­sione territoriale con la forza delle armi.
La necessità di un riarmo delle Forze armate italiane non dovreb­be, pertanto, essere al primo posto delle esigenze della Nazione e dello Stato.
Viceversa, nel clima bellico in cui vive il Paese, dopo la ces­sazione delle ostilità, l’esigenza dei governi è il rafforzamento delle forze di polizia e delle Forze armate.
Il 26 febbraio 1946, l’ambasciatore americano a Roma, Alexander Kirk, trasmette al Dipartimento di stato la richiesta del presiden­te del Consiglio, Alcide De Gasperi, già avanzata dal suo predeces­sore, Ferruccio Parri, di elevare il numero dei carabinieri in ser­vizio da 65 mila a 75 mila.
Le condizioni in cui versa l’Italia sono denunciate dalla sezio­ne R&A dell’Oss in un rapporto del 2 febbraio 1946:
“1.700 calorie a testa invece delle 2.100 che rappresentano il minimo per una sana sopravvivenza, condizioni generali peggiori che in qualsiasi altro paese d’Europa se si eccettua la Germania, industrie ferme per mancanza di materie prime e carburante, una disoccupazione in aumento che alla fine dell’inverno toccherà il 40% delle forze lavorative come unica prospettiva (sia il gover­no che il sindacato hanno dovuto accettarla), un’emigrazione massiccia in Francia che indirizzerà fin d’ora 40.000 lavoratori in Belgio e mezzo milione in Francia”.
Il 10 ottobre 1948, il quotidiano comunista “L’Unità” potrà scrivere, senza essere smentito, che il bilancio del ministero degli Interni prevede “40 miliardi per la polizia, 2 per la maternità ed infanzia”.
L’ultimo combattimento che l’Esercito italiano sosterrà, sul territorio nazionale, sarà quello contro i separatisti, a San Mauro, nei pressi di Catania, il 29 dicembre 1945, per il resto concorre al mantenimento dell’ordire pubblico turbato, specie in Meridione, dalle disperate condizioni di vita dei cittadini più che dall’attività ”sovversiva” dei partiti socialista e comunista.
Il riarmo delle Forze armate risponde, perciò, ad una logica po­litica interna ed internazionale che callidamente prospetta la possibilità, presentata come probabilità concreta, di un attacco mili­tare al Paese da parte di una potenza straniera (L’Unione sovietica) in concorso con una “quinta colonna” rappresentata dal Partito comunista.
Anche quando i fatti hanno provatamente dimostrato l’inesisten­za di una volontà insurrezionale da parte dei comunisti italiani, i governi italiano ed americano continueranno ad insistere, accen­tuando i toni, sulla improrogabile necessità di riarmare le Forze armate italiane.
Ne è un esempio significativo la relazione della Cia del 24 feb­braio 1949, nella quale si scrive:
“La volontà del popolo italiano di resistere all’aggressione so­vietica è compromessa dal suo timore di coinvolgimento in un’altra guerra, specialmente in assenza di efficaci mezzi di autodifesa…
Le Forze armate italiane sono in grado di sconfiggere un’insurre­zione comunista, ma solo dopo che siano avvenuti gravi danni. Nel­la misura in cui l’aiuto militare degli Stati uniti accresca la loro capacità da questo punto di vista i risultati sarebbero vantaggiosi….”.
Abbiamo visto diplomatici di estrazione liberale come Manlio Brosio, politici socialdemocratici come Giuseppe Saragat e democristiani come Giovanni Gronchi, opporsi all’ingresso dell’Italia in una alleanza militare, ritenendo giustamente più pertinente per il Pae­se una politica di stretta neutralità fra i due blocchi, ma non c’è traccia di opposizione da parte degli ambienti militari pur consa­pevoli che l’ingresso nella Nato avrebbe significato la rinuncia definitiva all’indipendenza del Paese, alla sua sovranità naziona­le e, di conseguenza, alla sua dignità nazionale.
Le gerarchie militari hanno tutto da guadagnare dalla psicosi bellica, dalla paura collettiva del “pericolo rosso” perché sono loro a rappresentare la difesa del nascente regine democristiano con tutti i vantaggi materiali che questa condizione comporta in termini di carriera, ampliamento dei reparti, riarmo che si tradu­ce nella possibilità di ricostruire l’industria bellica italiana, chiamata a lavorare sulle commesse militari americane, prima fra tutte la Fiat, saldando in maniera indissolubile gli interessi del mondo militare con quello industriale.
Il 3 gennaio 1950, il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi comunica al governo la costituzione di nuove unità: la brigata alpina Julia, la brigata corazzata Ariete, la divisione Granatieri di Sardegna, la divisione di fanteria Avellino, e il progetto di ammodernamento dell’Aeronautica.
Gli Stati uniti sostengono il riarmo delle Forze armate italia­ne, che ormai sono integrate nella Nato.
Il 29 dicembre 1950, difatti, il segretario esecutivo del Natio­nal security council, a Washington, in un rapporto relativo alla “minaccia comunista” in Italia introduce il principio che quest’ul­tima, benché nazione sconfitta, “nell’interesse della sicurezza de­gli Stati uniti e dei paesi della Nato, possa derogare alle limitazioni al proprio riarmo”.
Il 7 marzo 1951, è approvata la legge che consente il riarmo del­le Forze armate, superando parzialmente le limitazioni imposte dal Trattato di pace, e che prolunga la ferma a 15 mesi effettivi.
Il 21 dicembre 1951, Stati uniti, Gran Bretagna e Francia abroga­no 29 clausole del Trattato di pace imposto all’Italia, in gran par­te riferite alle restrizioni sul piano militare.
Il 21 gennaio 1952, il Consiglio dei ministri approva uno stan­ziamento aggiuntivo di 250 miliardi per il riarmo, suddivisi in due anni.
Il giorno successivo, il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, afferma che lo stanziamento straordinario per il riarmo “non corri­sponde pienamente ai desideri dei nostri alleati americani” e chiarisce che “a questa politica non vi è alternativa: o l’alleanza mi­litare con l’America, o una politica di abbandono”.
La casta militare non ha recriminazioni da fare nei confronti della classe dirigente politica la cui politica pro-americana e filo-Nato è disposta a sostenere ad oltranza anche venendo meno a quella che è la solidarietà all’interno delle stesse Forze ar­mate nei confronti di ufficiali subalterni.
Il 10 ottobre 1956, il ministro degli Esteri Gaetano Martino invia una lettera “riservata” al ministro della Difesa, Paolo Emilio Taviani, per esprimere il suo parere contrario alla richie­sta di estradizione in Italia di ufficiali germanici accusati di strage.
Per i coloro i quali hanno espresso indignazione per l’archiviazione di procedimenti penali contro militari germanici ed hanno chiesto a gran voce di conoscere i nomi dei responsabili, è giu­sto riportare parte di quanto scritto da Martino a Taviani:
“Sono convinto che coloro i quali presero parte a così barbare azioni non meritino personalmente alcuna clemenza. Non posso tut­tavia nascondermi, come responsabile della nostra politica este­ra, la sfavorevole impressione che produrrebbe sull’opinione pub­blica tedesca e internazionale una richiesta di estradizione da noi avanzata al governo di Bonn a distanza di ben 13 anni da quan­do i dolorosi incidenti surriferiti ebbero luogo tanto più che una buona parte dei militari incriminati risulterebbero già stati giudicati e condannati dalle corti alleate al momento opportuno e cioè nell’immediato dopoguerra.
Ma, a parte le considerazioni negative che potrebbero farsi su questo nuovo tardivo risveglio non ho bisogno di sottolineare a te, che segui da vicino i problemi della collaborazione atlantica ed europea da parte del governo di Bonn, una nostra iniziativa che venisse ad alimentare la polemica sul comportamento del soldato tedesco.
Proprio in questo momento infatti tale governo si vede costretto a compiere presso la propria opinione pubblica il massimo sforzo, allo scopo di vincere la resistenza che incontra oggi in Germania la ricostruzione di quelle Forze armate, di cui la Nato reclama con impazienza l’allestimento”.
Il 20 ottobre 1956, il ministro della Difesa, Paolo Emilio Ta­viani, annota nel suo diario:
“Gaetano Martino mi scrive che non è opportuno chiedere alla Ger­mania l’estradizione di Speidel ritenuto (ma ci sono dei dubbi) uno dei responsabili della strage di Cefalonia. I russi stanno per invadere l’Ungheria. Il riarmo tedesco è più che mai indispen­sabile. Moro mi aveva detto che la competenza non è sua, ma è mia e degli Esteri. Mi ero imposto contro il parere di Mancinelli, per iniziare la pratica di estradizione. Ma ora, non ci penso neppure a insistere per questo Speidel. Martino ha ragione”.
Motivazioni politiche di carattere militare ed internazionale: non si potranno schierare le armate germaniche a fianco di quelle anglo-sassoni ed alleate contro l’Unione sovietica continuando a perseguire i loro ufficiali.
La logica che sta alla base della decisione italiana di archivia­re i procedimenti penali a carico degli ufficiali tedeschi è ineccepibile, ed è condivisa sia dai vertici politici che da quelli mili­tari .
La ragion di Stato, americana ed atlantica, non viene però re­cepita e avallata da un gruppo di ufficiali della divisione di fan­teria “Acqui”, di stanza a Cefalonia nel mese di settembre del 1943. Loro l’estradizione ed il processo a carico di uno degli ufficiali tedeschi che partecipò alla repressione dei militari italiani nel­l’isola greca li vogliono, anzi li esigono.
Ricondurli alla ragione non è, però, difficile per un vertice mi­litare che non nutre sentimentalismi di sorta. Così, il 23 novembre 1956, il giudice istruttore militare Carlo Del Prato spicca un mandato di comparizione a carico di Renzo Apollonio ed altri ex uffi­ciali della divisione “Acqui”, ipotizzando a loro carico i reati di rivolta continuata, cospirazione ed insubordinazione con mi­naccia verso un superiore ufficiale, per aver disobbedito agli ordini “di desistere da ogni atto ostile e di predisporre la cessio­ne ai tedeschi delle armi pesanti”, inducendo “la truppa alla ri­volta per commettere atti di ostilità contro i tedeschi al fine di creare il “fatto compiuto” e contrastare militarmente le truppe germaniche.
Posti di fronte alla possibilità di essere processati come colo­ro che, infrangendo le regole del dovere militare, avevano provoca­to il massacro dei loro commilitoni a Cefalonia, Apollonio ed i suoi colleghi rinunciano ai loro propositi di vendetta e riscopro­no che l’obbedienza è il mezzo migliore per fare carriera.
L’ondata di retorica sugli “eroici caduti” italiani di Cefalonia è rinviata di 50 anni, quando cioè l’opportunità e la convenien­za politiche faranno, negli anni Novanta, dello Stato di Israele il faro della politica governativa italiana di centro-destra e di centro-sinistra, che fa “scoprire” gli “armadi della vergogna” e spende miliardi per istruire processi a carico di novantenni uffi­ciali, sottufficiali e semplici soldati tedeschi da condannare al­l’ergastolo perché, perbacco, la giustizia deve fare il suo corso e punire i criminali di guerra tedeschi.
Del resto, dall’8 settembre 1943 le parole onore e dignità sono cancellate dal vocabolario politico e militare italiano.
Il rapporto fra le gerarchie militari ed i vertici politici de­mocristiani s’incrina per la prima volta nel 1959, quando, rispet­tivamente, il 28 marzo ed il 29 marzo, rassegnano le dimissioni il capo di Stato maggiore dell’esercito, Giorgio Liuzzi, e il ca­po di Stato maggiore della Difesa, Giuseppe Mancinelli, per contra­sti mai resi pubblici con il ministro della Difesa, Giulio Andreotti.

Dopo la Seconda guerra mondiale, il mondo non ha conosciuto la pace.
Il processo di decolonizzazione ha infiammato l’Asia con la guerra d’Indocina sostenuta dalla Francia, la guerriglia in Malesia, Fi­lippine, Indonesia, la guerra di Corea ha obbligato gli Stati uni­ti ad intervenire militarmente e a scoprire la propria incapacità di vincere una guerra convenzionale per l’impossibilità di usare il suo arsenale nucleare.
Dalla metà degli anni Cinquanta, il processo di liberazione dal dominio coloniale bianco investe l’Africa e l’area del Mediterra­neo ridiviene terra di frontiera e di conflitto.
La guerra civile in Grecia è finita il 16 ottobre 1949, con la netta sconfitta dalla guerriglia comunista, ma dall’autunno del 1954 è in corso la guerra d’Algeria che vede la Francia incapace di reprimere militarmente la rivolta che si vuole alimentata pro­prio dall’Unione sovietica.
Ma, se i paesi arabi sono in fermento, l’avvenimento che deter­mina la svolta è rappresentato dalla fornitura di armi che la Ce­coslovacchia, nel mese di luglio del 1955, concede all’Egitto, su richiesta del governo sovietico che vede, ormai, in Israele uno strumento dell’imperialismo anglo-sassone.
La polveriera mediterranea s’infiamma con l’attacco franco-britannico-israeliano all’Egitto del 29 ottobre 1956, che determina per la prima volta, la minaccia sovietica di intervenire direttamente con proprie truppe a difesa dei Paesi arabi sotto attacco.
Asia, Africa e Medio Oriente non sono inclusi nei patti di Jal­ta, quindi in quelle aree lo scontro fra Stati uniti ed Unione so­vietica può avvenire senza esclusione di colpi, con l’avvertenza di condurlo per interposta persona.
Le due potenze mondiali sostengono le lotte di liberazione na­zionali avversando entrambi il colonialismo europeo, ma gli Sta­ti uniti si trovano a dover fare i conti con il fatto che le po­tenze coloniali sono componenti essenziali dell’Alleanza atlanti­ca dal Portogallo all’Olanda, dalla Francia alla Gran Bretagna.
Il blocco occidentale concorda solo sulla difesa ad oltranza di Israele, divenuta sentinella avanzata del “mondo libero” in un Medio Oriente in cui la presenza sovietica ed il diffondersi del marxismo-leninismo divengono, via via, sempre più forti.
L’Italia non è direttamente coinvolta nei conflitti, ma divie­ne anch’essa prima linea quando l’Unione sovietica rafforza in modo massiccio la propria Marina militare per presidiare il Mediterraneo insidiando minacciosamente la supremazia della VI flotta americana.
Il 5 gennaio 1957, a Washington, il presidente Dwight Eisenhower proclama la sua dottrina per il Medio Oriente ufficialmente diretta a contrastare l’”aggressione comunista”.
“La perdita del Medio Oriente – afferma Eisenhower – determine­rebbe una situazione di strangolamento per il mondo libero”.
La dottrina sancisce l’”autorizzazione ad impiegare le Forze armate per assicurare e proteggere l’integrità territoriale e l’indipendenza politica di qualsiasi nazione o gruppo di nazioni nel Medio Oriente che domandi l’assistenza americana contro un’aggressione armata proveniente da qualunque Paese che sia controllato dal comunismo internazionale”.
L’anno successivo, il 18 luglio 1958, le truppe americane e britanniche sbarcano in Libano ed in Giordania dando applicazio­ne pratica alla dottrina Eisenhower e ribadendo la sfida all’U­nione sovietica che l’accetta potenziando la sua flotta ed impo­nendo la sua presenza nel Mediterraneo.
Dal momento in cui la minaccia militare sovietica, per la pri­ma volta dal 1945, diviene concreta le Forze armate iniziano a rivendicare un ruolo maggiore all’interno degli Stati occidenta­li, in nome della battaglia contro il “comunismo internazionale”.
Non si profila solo la possibilità di una guerra convenzionale, perché la guerra politica si combatte anche con altre e diverse armi.
Così che nel blocco occidentale tutta la comunità dei servizi segreti è messa in allarme dalla ricostituzione a Mosca del di­rettorato “D”, il 23 giugno 1959, nell’ambito del primo diparti­mento generale (spionaggio) del Kgb al comando di Ivan Agato, “in­caricato della pianificazione o della diversione su scala strate­gica”.
La mossa sovietica viene interpretata come il segnale di un campagna di disinformazione su scala planetaria da parte di Mosca, tanto che i dirigenti dei servizi segreti occidentali non crederanno, inizialmente, alla veridicità dello scontro fra Unio­ne sovietica e Cina popolare.
Dal 1° al 3 dicembre 1959, a Parigi, presso la sede della Nato, si svolge una conferenza internazionale sulla “guerra politica dei Soviet”, nel corso della quale è prospettata la necessità di organizzare la lotta politica anticomunista costituendo uno Stato maggiore misto, composto da civili e militari.
Le Forze armate propongono sé stesse come nuova forza politica, il partito nuovo che i mezzi di cui dispone e la disciplina dei suoi adepti può garantire la vittoria contro il comunismo e salvare la civiltà occidentale.
Il precedente delle Forze armate francesi che, da Algeri, il 13 maggio 1958, han­no imposto il generale Charles De Gaulle come nuovo presidente della Repubblica transalpina, senza violare la legalità costitu­zionale, ha fatto scuola perché ha dimostrato che i militari han­no un ruolo da svolgere in campo politico e non sono disposti a subire passivamente le decisioni dei governi quando non conformi alle necessità della battaglia contro il comunismo internaziona­le .
In Italia, il tentativo di staccare il Partito socialista da quello comunista condotto da Aldo Moro, ridesta i timori americani di un risorgere nella penisola di tendenze neutraliste, come segnalato da un documento redatto, il 10 gennaio 1958, dall’Office of intelligence research and analysis (Oir) del Dipartimento di stato.
Gli americani hanno inizialmente guardato con sospetto e diffi­denza alla politica di centro-sinistra ritenuta essenziale da par­te di una parte della dirigenza democristiana per assicurare gover­nabilità al Paese.
L’8 agosto 1956, avevano perfino ipotizzato che l’azione di Pie­tro Nenni fosse ispirata direttamente dal governo sovietico, ma successivamente la Central intelligence agency (Cia) aveva aderi­to, senza riserve, alla tesi che il passaggio del Partito socialista al campo democratico ed il suo ingresso nell’area governati­va avrebbero costituito un duro colpo al Partito comunista che ne avrebbe risentito anche in termini di consensi elettorali.
Le speranze americane sono chiaramente espresse in una lettera che Robert Komer, membro del Consiglio di sicurezza nazionale, scri­ve ad Arthur Schlesinger, il 9 giugno 1961:
“Un’ultima rottura tra Psi e Pci, risultante da un eventuale governo di centrosinistra, potrebbe distruggere definitivamente le speranze dei comunisti di conquistare una maggioranza parlamenta­re e creare un’alternativa dinamica non comunista”.
Lo stesso Arthur Schlesinger, il giorno successivo, 10 giugno, invia al presidente John F. Kennedy un memorandum in vista della visita del presidente del Consiglio italiano, Amintore Fanfani, nel quale, fra l’altro, suggerisce di “ripetere la posizione ame­ricana che continuiamo a favorire misure severe ed efficaci con­tro lo spionaggio e la sovversione comunista e che l’apertura a sinistra renderebbe quelle misure ancora più importanti”.
Il centro-sinistra non è quindi considerato un momento della crescita democratica dell’Italia, ma è solo un espediente, fra i tanti, per contrastare il Partito comunista e, nel contempo, per garantire alla Democrazia cristiana la possibilità di governare senza doversi appoggiare ad alleati che, sul piano elettorale, hanno poco da offrire.
In caso di fallimento della politica di centro-sinistra, ci so­no le Forze armate a garantire la governabilità del Paese con il consenso dei dirigenti democristiani o in dissenso da essi.
Gli anni Sessanta rappresentano il decennio più “caldo” della “guerra fredda”: la Francia sotto attacco da parte della Nato con l’organizzazione clandestina, formata da militari, dell’Oas; il colpo di Stato in Grecia; la guerra dei sei giorni in Medio Oriente che divamperà fino all’armistizio dell’agosto 1970 con l’afflusso in Egitto di migliaia di consiglieri militari sovie­tici; la flotta russa che schiera fino a cinquanta navi nel Me­diterraneo; la destabilizzazione dell’Italia.
In questo panorama, anche in quei Paesi laddove è possibile occultare la guerra dietro il paravento di una pace inesistente, le Forze armate divengono un elemento fondamentale e decisivo della lotta politica.
La destra politica italiana inizia a guardare alle Forze armate come lo scudo contro il comunismo, in grado di usare con efficacia la spada per la controffensiva definitiva.
Lo Stato maggiore della Difesa, da parte sua, non rimane indif­ferente né in attesa di ordini politici per predisporre gli stru­menti necessari per prendere parte, con un ruolo predominante, al­la battaglia contro il “nemico interno”.
Crea, come vedremo, strutture clandestine, addestra uomini, ela­bora dottrine, affina concetti, allarga l’attività informativa dei reparti addetti alla sicurezza.
È vero che la circolare del reparto “D” del Sifar che dispone la schedatura di “tutte le personalità che possono assurgere ad alte cariche o comunque inserirsi o essere interessate alle prin­cipali attività della, vita nazionale, in qualsiasi campo”, risale al 26 febbraio 1959, dieci giorni dopo l’insediamento al ministero della Difesa di Giulio Andreotti, ma è altrettanto vero che il Si­far è alle dipendenze dello Stato maggiore della difesa che non può, pertanto, essere considerato estraneo o addirittura ignaro di que­sta attività di illecita e generalizzata schedatura.
La situazione politica è attentamente monitorata dagli Stati maggiori, come dimostra la nota informativa che l’ufficio “I” del Comiliter di Firenze trasmette, il 29 gennaio 1964, al generale di brigata Edoardo Formisano, responsabile del Sios Esercito, nel­la quale è possibile leggere che nei confronti del centrosinistra, negli ambienti industriali e commerciali, l’orientamento prevalente sembra “sfumare dalla primitiva posizione di assoluto con­trasto…ad una cauta attesa e di generico consenso”.
Non risulta che il Sios esercito, e quelli delle altre Armi, ab­biano l’autorità di svolgere indagini di carattere politico ed è certo, viceversa, che sono stati utilizzati per fini esclusivamente politici.
La politica di guerra globale al comunismo decisa da John F. Kennedy investe in pieno l’Italia.
Se Aldo Moro vede nel centro-sinistra una mossa astuta per garan­tire la governabilità, la Cia ci vede uno strumento di lotta contro il Partito comunista, ma gli americani prendono in esame anche al­tre opzioni.
Il 19 gennaio 1961, il National security council emana la direttiva 6014/1 nella quale si stabilisce che “se i gruppi comunisti o del fronte comunista dovessero significativamente aumentare la loro influenza sul governo italiano, e specialmente se la deter­minazione anticomunista dovesse scemare, gli Stati uniti dovranno prendere in considerazione ogni possibile azione non militare (omissis) sia da soli sia in cooperazione con altre nazioni alleate, per appoggiare qualsiasi resistenza italiana contro queste tendenze”.
In Italia, è lo Stato maggiore della difesa a predisporre le necessarie contromisure per garantirsi la possibilità d’intervenire nel caso di cedimento da parte della Democrazia cristiana nei con­fronti del Pci.
Il 27 febbraio 1961, in un appunto per il direttore del Sifar, generale Giovanni De Lorenzo, sono presi in esame i problemi ine­renti al coordinamento tra un’organizzazione paramilitare (la cui costituzione è stata suggerita dal comando designato 3ˆ Armata), una organizzazione militare palese con scopi occulti (già allo studio dello Stato maggiore esercito) e una organizzazione clan­destina già a disposizione del Sifar.
Nell’appunto si afferma, fra l’altro, che “nella indicazione dei compiti si è omesso – tra i compiti che il Sifar ha assegnato al­le sue organizzazioni – quello dell’intervento in caso di sovver­timento interno. Tale particolare compito configura in maniera an­cora più evidente il carattere globale dell’operazione di emergen­za predisposta dal Sifar, avente cioè scopi e riflessi non soltan­to nel settore militare, bensì sull’intero piano nazionale”.
Per comprendere appieno che la storia del contrasto del comuni­smo in Italia è storia militare, non solo politica, bisogna fare il punto sui servizi segreti militari che un’accorta campagna di disinformazione portata avanti dai mestieranti senza scrupoli del giornalismo italiano e da giudici interessati alla carriera (e, a volte, anche quella politica), ha presentato come un istituzione dipendente esclusivamente dalla politica, autonomo e incline a deviazioni.
I servizi segreti militari sono, viceversa, un reparto delle Forze armate che rispondono del proprio operato allo Stato mag­giore della difesa.
Il 30 marzo 1949, con dispaccio n. 365/S, il ministro della Di­fesa Randolfo Pacciardi dispone che l’Ufficio I dell’Esercito, il Sis della Marina e il Sia dell’Aeronautica confluiscano, con de­correnza 5 aprile 1949, nel Sifar unificato, alle dirette dipenden­ze del capo di Stato maggiore della difesa.
Nello stesso dispaccio, inoltre, si riconosce il presidente del Consiglio come “autorità per la sicurezza nazionale”, titolare del segreto di Stato.
Il 1° settembre 1949, diviene operativo il Servizio informazio­ni della Forze armate che assume la denominazione di Sifar, e vie­ne posto al comando del generale Giancarlo Re, che già dirigeva l’Ufficio informazioni dell’esercito dal 31 ottobre 1947, e cesserà dall’incarico il 21 marzo 1951.
Nessun dubbio, pertanto, sulla diretta dipendenza del servizio segreto militare dallo Stato maggiore della Difesa, la cui autori­tà sul reparto viene riconfermata il 28 luglio 1950, quando viene istituito il Consiglio di difesa presso il quale il capo di Stato maggiore della difesa svolge funzioni tecniche.
La legge n. 624 che istituisce il Consiglio di difesa stabili­sce, difatti, che “il Capo di SMD sovraintende al Servizio unifi­cato informazioni militari e attua per prevenire azione dannosa al potenziale difensivo del Paese”.
Il 18 novembre 1965, con dpr n. 1478 si ridefiniscono i compiti del Sifar che continua a dipendere dallo Stato maggiore della difesa al quale sono assegnati i ruoli di “sovraintendenza” ed “ispettivo”, riconfermati con la circolare del 25 giugno 1966, emanata dal ministro della Difesa, Roberto Tremelloni, che modifi­ca la denominazione del servizio segreto da Sifar a Sid (Servizio informazioni difesa), con decorrenza dal 1° luglio 1966.
La cortina fumogena callidamente creata intorno alla dipenden­za dei servizi segreti militari dallo Stato maggiore difesa si è rivelata funzionale alla copertura delle responsabilità di questo ultimo.
Ma, accanto ai servizi segreti militari ci sono i Sios delle tre Armi che dipendono dai rispettivi Stati maggiori e fanno capo al­lo Stato maggiore della Difesa.
Il 24 luglio 1991, a Johannesburg (Sud Africa), il generale Gianadelio Maletti, ex responsabile dell’ufficio “D” del Sid, dichia­ra ai magistrati che lo interrogano:
“Non ho mai prestato servizio all’interno del V Corpo d’Armata di Vittorio Veneto. So però che da sempre tra i suoi compiti rien­trava quello di organizzare una resistenza nel caso di invasione a opera delle Forze armate dell’Est europeo.
Si trattava di un’attività di resistenza che doveva essere po­sta in essere da personale non militare. Ritengo che dipendesse dal SIOS dell’Esercito”.
A parte la reticenza del generale Maletti che gli suggerisce di escludere la partecipazione di reparti militari d’élite alla eventuale guerra di guerriglia contro gli improbabili invasori sovieti­ci, è significativo che stabilisca un rapporto di dipendenza del­la struttura “Gladio” dal Sios esercito che, a sua volta, rispon­de al capo di Stato maggiore dell’esercito.
La conferma, fra altre, giunge da una riunione svoltasi il 3 marzo 1964 fra il comandante del Sios esercito, il capo dell’uffi­cio “R” del Sifar e il responsabile della sezione Sad (“Gladio”) sull’impegno degli ufficiali “I”. Si decide che l’attività addestrativa inizi in autunno e si stabilisce di trovare una denominazione di copertura per meglio garantire la sicurezza dell’operazione.
Il Sios esercito, alle dirette dipendenze dello Stato maggiore dell’esercito, interviene quindi nella battaglia politica contro il comunismo ed il lassismo democristiano nei confronti di quest’ul­timo.
A definitiva conferma che “Gladio” non s’identifica con il solo servizio segreto militare, c’è il fatto che, il 20 gennaio 1970, è il responsabile del Sios-esercito, generale Vito Miceli, ad invia­re una nota sulle “Stay-behind” al nuovo capo di Stato maggiore della difesa, generale Enzo Marchesi.
Cosa abbia rappresentato “Gladio” nella battaglia contro il co­munismo è fatto storicamente provato ma qui interessa far rileva­re che la sua attività politica non derivò dal fatto di essere una struttura ufficialmente inserita nel servizio segreto militare, ben­sì dagli ordini che provenivano dai vertici della Forze armate, incredibilmente rimasti estranei sul piano giudiziario e su quello storico.
Ufficiali del Sios esercito li troviamo implicati nelle vicende oscure e tragiche degli anni cosiddetti di “piombo”, da Amos Spiazzi, plurinquisito, al colonnello Cosimo Pace ed al capitano Pietro Cangioli inseriti nell’organigramma dei “congiurati” del “golpe Bor­ghese”, e nella direzione del servizio di spionaggio illegale or­ganizzato dalla Fiat troviamo ufficiali del Sios Aeronautica.
In quest’ultimo caso si potrebbe eccepire che l’azienda torine­se fabbrica anche armi, aerei, blindati ecc. e che, quindi, è nor­male che il suo servizio di sicurezza interna fosse diretto da uo­mini dei servizi segreti.
Però, le schedature della Fiat non riguardavano i possibili vio­latori dei segreti militari né tendevano ad individuare eventuali sabotatori, perché erano finalizzate al controllo politico delle maestranze e dei loro familiari, e non solo.
Il 18 settembre 1950, l’illegale struttura informativa della Fiat redige una scheda sul conto di Sergio Garavini, definito “capo ufficio informazioni della Federazione” del Pci, il quale “ha riunito sabato sera gli agenti di informazione ai quali ha impartito disposizione per intensificare la propaganda in seno all’eser­cito. Ha raccomandato di estendere la maggiore attività fra gli ufficiali in s.p.e. e di tenersi in continuo collegamento con le cellule ufficiali di complemento. Particolare raccomandazione ha rivol­to all’attivista F. E. capocellula presso il Distretto militare con il quale si è compiaciuto per il lavoro fin qui svolto”.
Sergio Garavini, dirigente del Partito comunista, non ha alcun rapporto diretto od indiretto con la Fiat.
Il 24 gennaio 1955, il servizio segreto della Fiat stila un rap­porto informativo sul conto di M.D. ex “staffetta partigiana” e militante del Partito d’azione, di cui ora si sospetta che svolga, in realtà, attività politica a favore del Pci.
M.D. non ha alcun rapporto, diretto od indiretto, con la Fiat.
La prova che lo Stato maggiore della Difesa, tramite lo Stato mag­giore dell’Aeronautica che ha utilizzato il proprio Sios, ha costi­tuito nel dopoguerra un servizio di spionaggio illegale in campo industriale, non per proteggere segreti ma per controllare le mae­stranze e quanti altri cittadini avevano la ventura di attirarne l’attenzione, viene da un telegramma inviato dall’amministratore delegato della Fiat, il 6 settembre 1954, all’ambasciatrice ame­ricana Clara Booth Luce:
“1) Da gennaio ad agosto abbiamo sospeso o licenziato 687 inde­siderabili, oltre ai 700 precedenti e ve ne abbiamo comunicato i nomi. 2) D’accordo col ‘country team’ abbiamo intensificato gli sforzi per la fusione degli indipendenti con la Cisl e la Uil a danno della Cgil. 3) Ci siamo anche accordati sulla istituzione di una entità di sicurezza composta da esponenti dell’aeronautica italiana, dell’ambasciata americana e della Fiat. 4) Stiamo contat­tando altre società, la Om, la Magneti Marelli, la Borletti, perché seguano il nostro esempio”.
Non ci sono, pertanto, dubbi: la Fiat ha utilizzato per tutto il dopoguerra un servizio segreto proprio, diretto da personale del Sios Aeronautica e coordinato con esponenti dei servizi segreti americani.
Anche in questo caso, la presenza della Forze armate nello svol­gimento di un’attività spionistica illegale ai danni di cittadini italiani, organizzata dal capitalismo privato indigeno, è fuori discussione.
L’amministratore delegato della Fiat, Vittorio Valletta, il 22 agosto 1950, ad Egidio Ortona aveva confessato:
“Non possiamo fare che una sola politica: quella dell’America per l’America”.
Alla stessa conclusione sono giunti, fin dall’8 settembre 1943, i vertici militari italiani.
Come abbiamo visto, nell’appunto del Sifar del 27 febbraio 1961 si fa riferimento ad una organizzazione paramilitare “la cui co­stituzione è stata suggerita dal comando designato 3ˆ Armata”.
Il 30 dicembre 1997, il generale Vittorio Emanuele Borsi di Par­ma dichiara al giudice istruttore di Venezia, Carlo Mastelloni:
“Sapevamo dal Sifar dell’esistenza di un’organizzazione parami­litare di estrema destra chiamata Ordine Nuovo sorretta dai servizi di sicurezza della Nato che aveva compiti di guerriglia, e di informazione in caso di invasione.
Si trattava di civili e militari che, all’emergenza, dovevano comunicare alla nostra Armata (la III con sede a Padova – Ndr) i movimenti del nemico. Si trattava di un’organizzazione tipicamente americana munita di armamento e di attrezzature radio”.
Se consideriamo i rapporti privilegiati intercorsi fra Pino Rauti, giornalista del quotidiano “Il Tempo” di Roma, e capo di “Ordi­ne nuovo” spacciata per organizzazione “neonazista”, ed il capo di Stato maggiore dell’esercito Giuseppe Aloja; se leggiamo la scheda di adesione ad “Ordine nuovo”; se ripercorriamo la carrie­ra dello stesso Rauti, non dobbiamo fare molta fatica a collegare l’organizzazione paramilitare di cui si parla nell’appunto del 27 febbraio 1961 a quella descritta dal generale Borsi di Parma (che ne fa esplicitamente il nome) che ha il suo gruppo più forte nel Triveneto.
I vertici militari agiscono, quindi, operando su più piani, oc­culti e palesi, dando inizio, in prima persona, ad una campagna propagandistica che deve denunciare la “guerra rivoluzionaria” comunista e, nel contempo, la necessità di riconoscere alle For­ze armate, cioè a sé stessi, la responsabilità di combatterla.
Dal 18 al 21 novembre 1961, a Roma, si svolge il secondo conve­gno sulla “guerra rivoluzionaria dei Soviet”, al quale, insieme ai politici, prendono parte decine di alti ufficiali.
Il convegno del 3-5 maggio 1965, a Roma, organizzato ufficial­mente dall’istituto di studi militari “A. Pollio”, sul tema solito, “La guerra rivoluzionaria”, è stato voluto dal capo di Stato mag­giore dell’esercito, Giuseppe Aloja, e finanziato con i fondi del servizio segreto militare.
Il 20 giugno 1969, a Roma, si svolge un convegno organizzato dal­l’istituto di studi militari “N. Marselli” sul tema “La difesa civi­le in Italia”, al quale prende parte il ministro della Difesa, Lui­gi Gui.
Il 14 marzo 1971, a Roma, si svolge una manifestazione organizzata dall’associazione “Amici delle Forze armate”.
Due mesi più tardi, sempre a Roma, dal 24 al 26 giugno 1971, si svolge il convegno sul tema “Guerra non ortodossa e difesa”, orga­nizzato, anche in questa occasione, dall’istituto di studi milita­ri “N. Marselli”, al termine del quale si auspica che “le Forze ar­mate abbiano più peso nella vita della Nazione e siano presenti là dove si fanno grandi scelte nazionali, per esempio nella programma­zione” .
Le Forze armate non si offrono più come servitori dello Stato, ma vogliono essere esse stesse lo Stato.
Nell’estate del 1964, le gerarchie militari avevano sostenuto la Democrazia cristiana impegnata a riportare all’ordire il Par­tito socialista, spaventandolo con il “tintinnio delle sciabole”.
La gazzarra scatenata dalla sinistra italiana contro il generale Giovanni De Lorenzo, fantasiosamente accusato di voler fare un “colpo di Stato” utilizzando la sola Arma dei carabinieri di cui è comandante, ha messo opportunamente in ombra che dal presidente del­la Repubblica, Antonio Segni, si è recato, su convocazione, anche il capo di Stato maggiore della difesa, generale Aldo Rossi.
Mentre naufraga nel ridicolo la pretesa che l’Arma dei carabinieri possa, con le sue sole forze, compiere un “colpo di Stato” in Italia prescindendo dalla volontà e dal concorso delle altre Armi, dei loro Stati maggiori e dello Stato maggiore della Difesa.
Non esiste nella storia dei colpi di Stato del XX secolo un so­lo esempio di azione portata innanzi da una parte delle Forze ar­mate, in assenza o addirittura in contrasto con le altre.
Il tentativo fatto dai generali francesi, il 22 aprile 1961, di abbattere il presidente della Repubblica, Charles De Gaulle, è un esempio di come una parte delle Forze armate non possa prevalere sulle altre.
In linea teorica, un colpo di Stato militare può essere fatto dal solo esercito, senza il concorso della Marina e dell’Aeronau­tica, non certo da una parte di esso.
E l’Arma dei carabinieri era parte integrante dell’Esercito, non la più numerosa né la meglio armata.
Tanto non vuole dire che le Forze armate siano sempre rimaste compatte nella loro azione politica e di contrasto del comunismo nazionale.
La “guerra dei generali” che ha visto la contrapposizione fra il capo di Stato maggiore dell’esercito, Giovanni De Lorenzo, e quello della Difesa, Giuseppe Aloja, ne è una eloquente riprova.
L’ex segretario amministrativo del Sifar e dell’Arma dei cara­binieri, colonnello Luigi Tagliamonte, ebbe a dire un giorno che il generale De Lorenzo è stato defenestrato perché non aveva vo­luto accettare la “strategia della tensione”.
Un fatto è certo. Il 20 aprile 1966, il capo di Stato maggiore della difesa, Giuseppe Aloja, emana una direttiva in cui racco­manda “l’educazione morale e civica” per “immunizzare il combat­tente dalla propaganda sovversiva tendente alla disgregazione del­la compagine militare”, e contestualmente preannuncia “una specifica normativa sull’arma psicologica”.
Il giorno successivo, con una tempestività fulminea, il capo di Stato maggiore dell’esercito, Giovanni De Lorenzo, emana a sua vol­ta una direttiva nella quale ribadisce l’apoliticità delle Forze armate ed impone di eliminare “nella trattazione degli argomenti qualsiasi riferimento che possa – anche vagamente – far pensare ad una visione di parte”.
Non c’è uno scontro solo personale fra i due massimi esponenti delle Forze armate, ma una diversa ed opposta concezione della lotta al comunismo.
Fa riflettere che la destituzione del generale Giovanni De Lo­renzo, il 15 aprile 1967, sia avvenuta per imposizione di Giusep­pe Saragat, ora presidente della Repubblica, nell’imminenza del­l’avvio sul piano operativo dell’operazione “Chaos”, varata dal­la Cia e che ha avuto, per l’Italia, conseguenze tragiche.
Anche la morte, avvenuta in un incidente stradale dalla dinami­ca sospetta, del generale Carlo Ciglieri, ex comandante generale dell’Arma dei carabinieri ed in quel momento a capo del comando designato della 3ˆ armata, a Bassano del Grappa il 27 aprile 1969, induce a pensare che ci siano state delle resistenze forti, al­l’interno delle più alte gerarchie militari, alle operazioni clan­destine condotte dagli americani sul nostro territorio.
Eliminati, in un modo o nell’altro, i dissensi interni, le Forze armate si pongono ora come l’ago della precaria bilancia poli­tica italiana.
Adulate dalla destra, da parte dei democristiani, ritenute dai socialdemocratici e dagli uomini di Pietro Nenni le sole in grado di risolvere la situazione interna e di liquidare il Partito comu­nista, le gerarchie militari si calano nei panni dei pretoriani che scelgono i loro imperatori.
A partire dall’estate del 1967 e fino all’autunno del 1974, le Forze armate assolveranno il compito di condizionare la politica democristiana, ritenuta troppo arrendevole nei confronti del Pci, sostenendo i socialdemocratici considerati i “duri” dello schiera­mento politico anticomunista e facendo balenare, ora in modo palese ora in modo criptico, la loro disponibilità ad intervenire per porre fine al disordine pubblico e sventare la minaccia rappresen­tata dall’avvicinamento del Pci all’area governativa.
Non hanno mai ipotizzato le pavide gerarchie militari italiane un colpo di Stato alla cilena o alla greca, perché nessun esponen­te militare ha mai avuto sufficiente carisma per proporsi – ed es­sere accettato – come il capo indiscusso di una eventuale Giunta militare.
Inoltre, ancora più dei politici, i militari mantenevano uno stretto rapporto di sudditanza con i loro colleghi dell’Alleanza atlantica e degli Stati uniti.
E gli americani non hanno mai preso in considerazione la possi­bilità di agire come in Cile ed in Grecia, di imporre cioè agli italiani un governo militare.
Hanno, invece, cercato il “pretesto” per dare ad un governo civi­le, sostenuto dalle Forze armate, la possibilità di proclamare lo “stato di emergenza”, di sospendere temporaneamente le garanzie costituzionali o, in subordine, per applicare quegli articoli del codice penale che avrebbero consentito di trasformare i dirigenti del Partito comunista in imputati in stato di detenzione.
In entrambi i casi, il ruolo dei militari sarebbe stato fondamentale perché erano i soli in grado di garantire l’ordine pubbli­co sull’intero territorio nazionale anche facendo uso delle armi.
Quando questo Paese sarà liberato dal liquame giornalistico e storico della sinistra, si potrà riconoscere in Junio Valerio Bor­ghese un esponente dell’establishment militare interno ed internazionale e, con esso, che si potrà riconoscere che tutta la sua azio­ne politica è stata ispirata e concordata con i vertici militari, italiani e stranieri.
Sarà, quindi, possibile riconoscere nell’operazione che ha por­tato agli attentati del 12 dicembre 1969 il “pretesto” che avreb­be giustificato la proclamazione dello “stato di emergenza” e avrebbe consentito a Giuseppe Saragat ed ai socialdemocratici di assumere una posizione di preminenza anche nei confronti dei demo­cristiani perché a loro, e non ai secondi, guardavano le gerarchie militari per giungere alla costituzione di quello Stato forte che auspicavano.
In nota informativa della divisione Affari riservati del ministe­ro degli Interni del 23 febbraio 1971, riferito al Fronte nazionale di Junio Valerio Borghese, è scritto:
“Fn è inserito in un gioco di industriali, Cia, Psu, militari, al fine di favorire non tanto un colpo di Stato, ma un colpo d’or­dine” .
La Medaglia d’oro al V.M. Junio Valerio Borghese rappresentava gli interessi e le aspirazioni dei “poteri forti”, primo fra tutti quello militare.
Il presunto, per il liquame giornalistico e storico di sinistra, “principe nero” aveva in realtà in mente di fare un governo “bianco” riconosciuto da Israele, Stati uniti, Germania federale ecc. soste­nuto dalle baionette delle Forze armate, per fare piazza pulita dei “rossi” usando le leggi ordinarie.
Lo stesso, identico fine si proponeva il liberale, partigiano, Edgardo Sogno che, come Junio Valerio Borghese, faceva leva sui militari e fra questi ultimi contava il sostegno necessario per pervenire, anch’esso, alla formazione di un governo civile che avesse la forza derivante dal sostegno militare per mettere fuori legge il Pci e le organizzazioni dell’estrema sinistra.
Il partigiano Edgardo Sogno gode dell’appoggio degli ufficiali provenienti dalle file del movimento partigiano, tanto che il 23 marzo 1971, a Milano, nello studio di un notaio, deposita il giura­mento sottoscritto da una ventina di ufficiali superiori con il quale costoro s’impegnano a “compiere personalmente l’esecuzione capi­tale degli esponenti politici dei partiti democratici responsabi­li di collaborazionismo con i nemici della democrazia e di tradi­mento verso le libere istituzioni”.
La scomparsa del giuramento con le loro firme autografe dalle carte processuali del giudice istruttore Luciano Violante, ripagato per tanta sfortuna con una fortunata carriera politica, non ha consentito di registrare, sul piano storico, i nomi degli ufficia­li superiori delle Forze armate che lo avevano sottoscritto, ma questa omissione nulla toglie alla verità storica che vede le gerarchie militari impegnate in quegli anni in una sordida lotta politica per supplire all’incapacità dei democristiani e mantene­re, ad ogni costo, l’Italia all’interno del blocco occidentale, a disposizione degli Stati uniti d’America.
Dopo il fallimento dell’operazione del 12-14 dicembre 1969, la Democrazia cristiana impegna con le gerarchie militari una batta­glia occulta finalizzata, da un lato, a rassicurarle sulla sua “te­nuta” contro il Partito comunista, dall’altro, a neutralizzare gli “estremisti” in divisa.
L’inchiesta sulla strage di piazza Fontana, abilmente pilotata verso gli ambienti di destra da personaggi democristiani, e quel­la sul “golpe Borghese” fatta iniziare nel mese di marzo del 1971, e più ancora quelle sulla “Rosa dei venti” e il “golpe bianco” di Edgardo Sogno, partite dopo le rivelazioni del segretario nazionale del Msi Giorgio Almirante, ad Arnaldo Forlani e, da quest’ul­timo, poste alla base del suo discorso a La Spezia il 5 novembre 1972, danno l’idea della percezione del pericolo corso dai diri­genti democristiani resisi conto di essere stati scavalcati dai socialdemocratici, postisi alla guida di un mondo politico etero­geneo, in nome dell’anticomunismo e degli interessi della Nato e degli Stati uniti.
Utilizzando la magistratura come il pongo, i democristiani han­no fatto dell’uso politico delle inchieste giudiziarie un’arma temibile perché ha consentito loro di minacciare ambienti ed in­teressi contrastanti con i loro, con la certezza pacifica che i malleabili magistrati italiani avrebbero compreso quando e su quali soglie fermarsi a tempo per non provocare danni irreparabi­li all’intero sistema.
Lo scontro dura fino all’autunno del 1974, quando la mutata politica degli Stati uniti e, di conseguenza, della Nato che porta alla caduta dei regimi autoritari greco e portoghese comporta un diverso approccio alla questione comunista che non contempla più atti di forza diretti contro il Pci.
Per gli oltranzisti atlantici che ancora non hanno compreso la diversa realtà internazionale in cui vivono, il momento di rien­trare nei ranghi scatta nel mese di marzo del 1981 con l’indagine sulla loggia massonica Propaganda due, ufficialmente diretta da Licio Gelli.
Se gli anni Sessanta sono stati quelli della “destabilizzazio­ne”, gli anni Settanta, superato il momento di maggior pericolo, con l’ultima guerra arabo-israeliana dell’ottobre del 1973, sono quelli della stabilizzazione dell’area Mediterranea.
La minaccia militare sovietica in Europa è ormai un fantasma, al quale credono solo gli agit-prop di destra, quindi le Forze armate iniziano a spostare i reparti al sud d’Italia; la solidità dei regimi comunisti europei comincia ad incrinarsi, soprattutto in Polonia; gli americani riescono a trascinare l’Unione sovietica nella guerra in Afghanistan e si avvicina il momento del dialogo fra le due superpotenze che prelude al crollo finale dell’impero comunista.
In Italia, la Democrazia cristiana ed i suoi alleati accettano il dialogo con il Partito comunista, troppo forte elettoralmente per essere ancora emarginato, troppo legato a Mosca perché cada il veto americano sul suo ingresso nel governo.
Viene meno la necessità dello scontro frontale con i comunisti, ai quali l’imbecillità di ben individuati militanti di destra ha regalato, con le stragi, centinaia di migliaia di voti e accresciu­to la loro influenza politica, mentre alla loro sinistra prende forza il loro nemico più insidioso e temibile: le Brigate rosse.
Ma non rientra nell’economia di questo lavoro parlare delle ori­gini e delle finalità delle Brigate rosse e di altre organizzazio­ni come “Autonomia operaia” che entrano a pieno titolo nella storia dell’anticomunismo e nei manuali delle metodologie occulte con le quali i reparti specializzati delle Forze armate ed i servizi segreti civili liquidano i loro nemici.
Il coinvolgimento delle Forze armate nella guerra politica è una certezza data dal numero, dai nomi, dal grado degli ufficiali coin­volti e dalla quantità e qualità delle organizzazioni fiancheggiatrici che sono state costituite per sostenerne l’impegno politico dalla fine degli anni Cinquanta fino alla metà degli anni Settanta.
La guerra al comunismo è stata la loro guerra, prima ancora che quella dei politici, perché alle Forze armate spetta indiscutibil­mente il compito di combattere i nemici esterni e quelli interni, anche se essa non è convenzionale e non richiede lo spiegamento di mezzi corazzati e reggimenti di fanteria nelle strade.
È stata un guerra che ha avuto più volti e più nomi, da quello di “guerra psicologica” a quello di “guerra non ortodossa” per ap­prodare infine a quello di “guerra a bassa intensità”.
Vediamo, ora, come l’hanno combattuta e vinta facendone pagare i costi ed il prezzo al popolo che, viceversa, dovevano protegge­re e tutelare.

QUALE GUERRA?
Prima di parlare della guerra, è necessario identificare il ne­mico e scoprire con quali armi esso combatte.
Il Partito comunista italiano non è solo portatore di un’ideolo­gia totalitaria che vuole imporre la dittatura di una classe sul­le altre, ma è soprattutto lo strumento politico e militare all’in­terno della Nazione in cui opera di uno Stato estero, l’Unione so­vietica, che non occulta le sue mire espansionistiche da raggiun­gere anche attraverso l’uso spregiudicato dell’arma ideologica.
Il militante comunista, da non confondere con chi si limita a votare per il partito, è uno straniero in Patria che agisce per favorire gli interessi della sola Patria che riconosce come pro­pria, l’Unione sovietica.
Fino al momento in cui l’Unione sovietica affianca come alleate le potenze anglo-sassoni nella guerra contro la Germania nazional­socialista, i comunisti italiani si vedono obbligati a comportarsi di conseguenza, a combattere cioè con gli alleati e per gli allea­ti, con qualche sanguinosa eccezione come a Porzus dove, dal 7 al 18 febbraio 1945, liquidano fisicamente i partigiani “bianchi” del­la divisione “Osoppo” che non accettano la pretesa del compagno ju­goslavo Josip Broz, detto “Tito”, di annettersi Trieste, Gorizia, e buona parte del Friuli Venezia Giulia.
Alla fine della Seconda guerra mondiale, forti del numero e del­la disciplina delle loro formazioni partigiane, i comunisti non nascondono la loro speranza di giungere al potere in Italia, anche con la forza delle armi.
La liquidazione fisica dei loro avversari politici, compiuta man mano che le truppe alleate avanzano verso nord, non giova alla lo­ro causa, ma ci vorrà tempo prima che i dirigenti nazionali del Pci riescano a farlo comprendere ai compagni di base.
Intanto, ammazzano possidenti terrieri, partigiani cattolici, sacerdoti e, ovviamente, fascisti.
In Italia, forse solo Palmiro Togliatti funzionario dell’appara­to sovietico, comprende come la fine del conflitto con la Germania non segna l’inizio della pace ma quello di un’altra guerra, quella fra comunismo e capitalismo, e che in Italia c’è un altro avversario altrettanto temibile dei banchieri americani, la Chiesa catto­lica apostolica romana.
La percezione dell’anticomunismo politico e militare, fondata sull’aggressività non solo verbale dei comunisti e sulla ferocia dei numerosi omicidi commessi, che il Pci non escluda il ricorso all’insurrezione per giungere al potere o, almeno, per ottenere il controllo della parte più industrializzata del Paese, il cen­tro-nord, non è del tutto errata.
Fra i tanti, fantasiosi rapporti finalizzati a denunciare il “pericolo rosso”, uno dei più seri che fotografa, almeno in parte, la realtà in cui si muove il Partito comunista in quel periodo è re­datto dall’agente americano Johnny Negrelli che, l’8 marzo 1946, scrive:
“Nei piani dell’esecutivo comunista, piani notoriamente redatti o vistati da Mosca, vi è la geniale idea di conquistare l’Italia con un grandissimo cavallo di Troia, in questo caso un cavallo democratico foraggiato e allevato con l’ingenuo concorso dei paesi democratici anglosassoni…Occorre interpretare il tutto alla lu­ce della rete clandestina del Pci, che dispone di un’organizza­zione militare con uffici di reclutamento, bande armate, di ser­vizi di staffetta, di collegamenti radio-telegrafici, di depositi d’armi e di centri logistici nel Trentino, nella Venezia Giulia e in Romagna.
Il partito – prosegue Negrelli – trasferisce i suoi militanti a Trieste e in Istria, cerca adesioni fra i membri delle forze armate con incarichi speciali (ad esempio, i radiotelegrafisti), ope­ra in stretto contatto con le missioni militari russe e con gli elementi slavi che hanno costituito una rete di osservatori e di organizzazioni politico militari in alta Italia.
Promuove infine una cauta propaganda mirante a convincere i suoi iscritti che gli obiettivi saranno presto raggiunti. Tutto porta a pensare che il Pci si prepari seriamente a sferrare al momento opportuno, un grandioso colpo di mano per la conquista del potere…Le formazioni militari comuniste avrebbero il compito di agi­re nelle retrovie alleate (con compiti analoghi a quelli dei com­mandos e dei paracadutisti), con il vantaggio di trovarsi già or­ganizzate sul terreno e favorite dall’elemento sorpresa…I comu­nisti cercheranno quindi di aprire il passo alle forze che premo­no da Oriente”.
Non ci sono orde mongole e tartare pronte ad invadere l’Italia, ma i comunisti italiani potrebbero essere appoggiati dalle armate del maresciallo Josip Broz, detto “Tito”, ancora in buoni rapporti con Mosca.
L’ala dura del Pci, capeggiata da Pietro Secchia, non rinuncia all’idea di usare la forza, così nel corso della riunione della direzione nazionale del partito, il 1° dicembre 1947, in prossimi­tà del ritiro delle truppe americane dalla penisola, prevale la tesi, contrastata da Palmiro Togliatti, che sia personalmente Josip Stalin a decidere quale dovrà essere la politica futura del Pci in modo specifico sulla possibilità di passare ad una fase insur­rezionale .
La risposta del dittatore sovietico è data, il 14 dicembre successivo, allo stesso Pietro Secchia, inviato dalla direzione nazionale del Pci nella capitale sovietica per porre il quesito e chiedere, contestualmente, un aiuto finanziario di 600 mila dollari per so­stenere le spese della campagna elettorale che si svolgerà in primavera.
Stalin concede l’aiuto finanziario e, in quanto all’insurrezio­ne, comunica a Secchia che “noi riteniamo che adesso non si debba adottare la linea dell’insurrezione”, ma che bisogna “essere pron­ti, nel caso che il nemico attacchi”.
Consiglia, quindi, di “rafforzare le organizzazioni dei parti­giani italiani, accumulare più armi”, costituire un “servizio d’informazioni che possa procurare notizie sui piani del nemico”, creare una guardia d’élite “perché l’avversario tenterà di uccidere i migliori dirigenti del partito”, dalla quale “in seguito potrà svilupparsi una forza armata, se sarà necessario”, introdurre infine “propri uomini nelle forze armate del governo e nella polizia”.
La direttiva di Josip Stalin è chiara ma non sufficiente a far rinunciare definitivamente ai propositi dell’uso della forza agli estremisti del Pci.
Ancora il 16 marzo 1948, nel corso di una conversazione con l’am­basciatore sovietico Mikhail Kostylev, Secchia fa presente che “se non ci sarà un’iniziativa americana i lavoratori armati riusciran­no a prendere nelle loro mani quasi tutto il territorio dell’Ita­lia del nord e del centro, mentre le forze reazionarie manterran­no Roma e il territorio a sud di Roma”.
Il 23 marzo 1948, fuori dalla sede dell’ambasciata sovietica per ragioni precauzionali, il segretario nazionale del Pci, Palmiro To­gliatti, incontra l’ambasciatore sovietico, Mikhail Kostylev, per un colloquio il cui contenuto il diplomatico sintetizza in un rap­porto al ministro degli Esteri, Mikhail Molotov:
“In maniera pacata e equilibrata Togliatti mi chiede di passare agli amici di Mosca la sua domanda: se si deve, nel caso di una o più provocazioni da parte dei democristiani o di altri reazionari, iniziare l’insurrezione armata del Fronte democratico popolare per prendere il potere”.
Togliatti, dopo aver premesso che il partito sta preparando le masse all’eventualità di questa reazione, specie nel Nord del Paese, “notava inoltre che in quel caso non poteva escludere che la reazione armata del Fronte popolare potesse portare a una gran­de guerra, alla quale in qualche modo avrebbero partecipato non soltanto i paesi europei, cioè da parte del Fronte popolare la Jugoslavia e gli altri paesi della nuova democrazia e, dalla par­te opposta, gli Usa, l’Inghilterra, la Francia ed altri”.
Kostylev, come suo commento, aggiunge che i comunisti italiani avrebbero potuto ottenere il controllo dell’Italia del nord da so­li ma, in caso di intervento degli Stati uniti, sarebbe necessario “un immediato aiuto militare esterno, in primo luogo dagli jugoslavi”.
Palmiro Togliatti sa perfettamente che l’Unione sovietica, non è in grado di sostenere una nuova guerra mondiale contro un nemi­co che ha il controllo totale degli Oceani e possiede, inoltre, l’arma nucleare; sa anche che i rapporti fra la Jugoslavia di Tito, la sola che potrebbe inviare rinforzi militari ai comunisti ita­liani, e l’Unione sovietica sono giunti al punto di rottura, quin­di la sua è una domanda retorica posta, probabilmente, per evitare in futuro possibili critiche e rafforzare la sua autorità sul par­tito all’interno del quale Pietro Secchia insidia la sua leadership.
Il 26 marzo 1948, il ministro degli Esteri sovietico, Mikhail Mo­lotov, risponde ai quesiti posti da Palmiro Togliatti, tramite l’am­basciatore Mikhail Kostylev, comunicando le decisioni del comitato centrale del Pcus:
“I comunisti italiani possono reagire con le armi solo se sa­ranno attaccate le sedi del Pci e i rappresentanti sovietici. Per quanto riguarda la presa del potere attraverso un’insurrezione armata consideriamo che il Pci in questo momento non può attuarla in alcun modo”.
Da questo momento, e per tutti gli anni a venire, la possibili­tà già remota che i comunisti italiani possano impadronirsi del potere con un atto di forza, svanisce per sempre.
I tumulti del 14-16 luglio 1948, poi, daranno la definitiva con­ferma della impossibilità da parte del Pci di organizzare un’in­surrezione generale. E di questa realtà, come abbiamo visto, ne prendono atto sia il governo italiano che quello americano.
Quale sarà, quindi, il tipo di conflitto che le Forze armate italiane saranno chiamate a combattere contro il comunismo?
Il 3 gennaio 1948, l’ambasciatore italiano a Mosca, Manlio Brosio, che dal 1964 al 1971 sarà segretario generale della Nato, an­nota nel suo diario:
“Segnalo queste parole di T. A. Taraconzic (autore di ‘War and peace in Soviet diplomacy’ – New York, McMillan, 1940 – Ndr) perché sono una più esatta formulazione della mia tesi: i sovietici alla difensiva strategica ed alla offensiva ideologica-politica. Per i sovietici pace e guerra internazionali non sono due fenomeni diametralmente opposti e mutualmente esclusivi, ma due mezzi ugual­mente importanti che si appoggiano l’un l’altro nell’avanzata comunista verso la loro meta rivoluzionaria finale…”.
La tattica del comunismo internazionale, quella che appare esse­re la sua arma vincente è la perfetta fusione fra pace e guerra, ovvero una rivoluzione permanente che ha definitivamente cancella­to il concetto di pace, è quella che gli uomini della Nato, inqua­drati nell’Oas, definiranno nel loro manifesto del 1961, la “guer­ra rivoluzionaria,”.
La stessa sulla quale si soffermeranno i relatori del convegno, svoltosi a Roma dal 24 al 26 giugno 1971, sul tema “Guerra non ortodossa e difesa”, per chiedere più potere per le Forze armate:
“È stato ribadito il concetto che la Difesa va intesa in senso molto più ampio di quanto lo era alla fine della II Guerra Mondia­le. La realtà odierna richiede riflessi difensivi, i quali oltre ad essere molto agili, sono anche molto più complessi, si debbono estendere in profondità ed orizzontalmente a tutta la vita nazionale, onde poter neutralizzare non soltanto la minaccia di un attac­co militare caratterizzato contro il territorio nazionale, ma an­che per neutralizzare quel tipo di minaccia più estesa, che va sotto la denominazione di ’guerra rivoluzionaria’ oppure, secondo la dizione occidentale, di ‘guerra non ortodossa’. Si tratta di una minaccia più incisiva perché continua, strisciante e multiforme che mira in primo luogo alla disgregazione dello Stato e delle sue strutture…”.
All’inizio, però, gli strateghi militari occidentali la chiama­rono “guerra psicologica” e ne assunsero la direzione.
L’8 marzo 1948, il britannico Ernest Bevin, in un memorandum in­viato a Washington, aveva sostenuto che “il problema del momento non è più tanto essere pronti a un’aggressione esterna, quanto essere pronti all’interno, contro una quinta colonna sostenuta da una potenza straniera”.
Ma già il 4 gennaio dello stesso anno, a Londra, Bevin aveva preannunciato la costituzione dell’Information research department (Ird), destinato a contrastare la propaganda sovietica.
Sul pericolo rappresentato dalla “quinta colonna” sovietica e dalla sovversione interna, concorda anche Pio XII, come riferisce il direttore della Cia, ammiraglio Roscoe H. Hillenkoetter, il 14 febbraio 1949, al presidente Harry Truman in una relazione che riassume il contenuto di una conversazione avuta con Pio XII:
“Il Pontefice ritiene che l’obiettivo dei russi sia rendere la vita difficile ai regimi dei paesi liberi. Minare le loro struttu­re sociali ed economiche, obbligandoli se possibile ad ammettere simpatizzanti comunisti nei loro governi…Potrebbe venirsi a creare una situazione in cui i sovietici non avrebbero che da sfonda­re una porta aperta. L’Urss farà quindi in modo che una minoranza di sinistra ottenga e si assicuri il possesso dell’esecutivo con tutte le conseguenze del caso… Sull’attività della ‘quinta colonna comunista’ in gran parte dei paesi del mondo, il Papa – prose­gue Hillenkoetter – ha manifestato grande apprensione, insistendo particolarmente sulla sua pericolosità. Ha poi aggiunto che l’Urss sembra avere l’intenzione di perseguire i suoi scopi con strumen­ti ‘obliqui’ di cui abbiamo detto piuttosto che con l’azione mili­tare” .
Anche gli Stati uniti predispongono gli strumenti necessari per contrastare la minaccia all’interno dei Paesi colonizzati, così nel mese di marzo del 1949, a Washington, il National security council elabora un rapporto dal titolo “Overt Psychological Warfare”, che sancisce la nascita, della “Interagency foreign information Organization” con compiti informativi e di propaganda sotto la dire­zione del Dipartimento di stato e con la collaborazione del mini­stero della Difesa, della Cia e del Joint Chief of staff. Dopo al­cuni mesi, l’organismo passerà nelle dirette dipendenze del mini­stero della Difesa.
Perché l’arma della guerra psicologica, affidata ai militari, è la propaganda.
Quest’ultima è così definita in una direttiva del National se­curity council del 10 luglio 1950:
“Ogni sforzo o movimento organizzato per diffondere informazio­ni o una particolare concezione mediante notizie, prese di posizio­ni o appelli, pensati per influire sul pensiero e sulle azioni di un determinato gruppo”.
Ma la propaganda non è un’arma da utilizzare in maniera lecita, leale, aperta, per esaltare i pregi della propria politica e denun­ciare i difetti di quella nemica, dichiarando le proprie fonti ed i propri obiettivi.
Il 16 maggio 1946, il Secret intelligence americano aveva invia­to a tutti i capi area un “Manuale di intelligence per la propagan­da occulta”, sul conto della quale aveva scritto:
“La propaganda occulta è uno dei mezzi più efficaci a disposizio­ne di un governo, di un’organizzazione o di un gruppo per l’eserci­zio di pressioni segrete che possono assumere forme politiche, eco­nomiche o militari, in patria o all’estero.
Dal momento che non agisce alla luce del sole, la propaganda oc­culta viene spesso individuata solo in seguito al raggiungimento dei suoi obiettivi. Tra questi, la fomentazione di disordini, di rivolte e di forme di resistenza, i cambiamenti politici, lo spionaggio commerciale o economico, l’infiacchimento del morale di un esercito o di un popolo.
L’esperienza dimostra che la propaganda occulta costituisce un’ar­ma internazionale sia in tempo di pace che in tempo di guerra. La sua diffusione è sviluppata e sostenuta da interessi così potenti da rendere la sua individuazione un’attività specialistica. Ogni metodo di copertura in grado di utilizzare l’applicazione della più avanzata psicologia è utile alla manipolazione delle opinioni e dei comportamenti delle persone, senza che queste ne abbiano co­scienza o possano esprimere la loro volontà in proposito”.
La “guerra psicologica” è, quindi, essenzialmente guerra di pro­paganda che può essere “bianca” quando afferma in modo ufficiale ciò che rappresenta e si propone; “grigia”, quando si ammanta di “oggettività”, come quella esercitata dai quotidiani cosiddetti “indipendenti”; “nera”, quando proviene in apparenza dal campo nemico ed afferma propositi, idee ed obiettivi che, in realtà, non gli appartengono ma che hanno il compito di metterlo in cattiva luce dinanzi all’opinione pubblica e di screditarlo.
Gli esempi non mancano.
Nel giugno del 1952, a Roma, è distribuito gratuitamente un quindi­cinale, “Il Garofano rosso”, edito dalla “Lega internazionale per la difesa dei diritti dell’uomo”, con sede a Parigi, ma in realtà stampato a Milano da Leo Longanesi con la collaborazione di Gio­vanni Ansaldo, Giorgio Torelli e Gaetano Afeltra, per svolgere propaganda anticomunista fra gli operai sotto l’apparenza di un giornale socialista.
Leo Longanesi scriverà a Giovanni Ansaldo che “Il Garofano ros­so” è “pagato in blocco da certi miei amici, i quali giustamente hanno molta paura dell’avvenire”.
Nel mese di gennaio del 1966, i militanti di “Avanguardia nazio­nale”, per conto della divisione Affari riservati del ministero degli Interni, provvederanno ad affiggere in alcune città mani­festi che, negli intendimenti dei promotori, dovranno favorire la nascita di una sinistra extraparlamentare “cinese”, in grado di contrapporsi al Partito comunista.
Il 7 gennaio 1971, a Milano, gli uomini del Mar guidati dal par­tigiano anticomunista Carlo Fumagalli, compiono un attentato in­cendiario nel deposito della Pirelli a seguito del quale, nel cor­so dell’opera di spegnimento delle fiamme, perde la vita l’operaio Gianfranco Carminati.
L’attentato è rivendicato a nome delle “Brigate rosse” sulle qua­li ricade la responsabilità della morte di un operaio.
Informazione e disinformazione, propaganda “bianca”, “grigia” e “nera”, “diversioni strategiche”, sono i mezzi di una guerra senza esclusione di colpi per condurre la quale vengono istituiti apposi­ti organismi destinati a dirigere negli anni successivi l’azione anticomunista in tutto il mondo cosiddetto libero.
Il 1° aprile 1951, a Washington, i capi di Stato maggiore riuni­ti inviano una raccomandazione segretissima che sollecita l’avvio di una crociata propagandistica, basata su un “programma di vasta scala di guerra psicologica comprendente operazioni speciali comparabile, nelle proporzioni dello sforzo, al progetto ‘Manhattan’ della seconda guerra mondiale” .
Tre giorni dopo, il 4 aprile 1951, il presidente Harry Truman istituisce con una direttiva segreta, il Psychological Strategy Board (Psb), organismo delegato a “pianificare, coordinare e di­rigere le operazioni psicologiche”.
Il Psb passerà successivamente, al pari del gruppo speciale ”Panel 10/2″, sotto il controllo del Nsc, del sottosegretario di Stato, del segretario alla Difesa e del direttore della Cia. Il primo documento emanato da questo organismo, il “Psb D-33/2″ è ancora og­gi coperto dal segreto.
Degno di interesse è il commento, ad uso interno, che su questo documento redige Charles Burton Marshall, funzionario dello stesso Psb, che scrive:
“Come (può) un governo adottare un proprio sistema dottrinale tanto esteso senza assumere lineamenti totalitari? Il documento non lo indica. In realtà, propone l’uniformità al posto della di­versità. Postula un sistema che prevede ‘un tipo particolare di concezione e struttura sociale’, che comprende ‘un complesso di principi per le aspirazioni umane’ e abbraccia ‘tutti i campi del pensiero umano’, ‘tutti i campi d’interesse intellettuale, dall’an­tropologia alle creazioni artistiche, alla sociologia, alla metodo­logia scientifica”.
È un sistema totalitario che ci contrappone ad un altro e lo combatte usando gli stessi mezzi.
Ed è proprio il Psb, il 6 luglio 1951, ad occuparsi delle misu­re da prendere in Italia contro i Partiti comunista e socialista, fra le quali “il rifiuto di trattare con le organizzazioni filo-comuniste, il divieto di fornire finanziamenti pubblici ai sindacati controllati dai comunisti, la limitazione dei loro diritti politi­ci e la proibizione di trattare anch’essi con le organizzazioni sindacali comuniste; nonché la confisca degli edifici, delle tipografie e del materiale di cui il Pci e  il Psi sono venuti in possesso al termine del conflitto, il blocco infine dei finanziamen­ti alla stampa comunista e socialista.
Tutti provvedimenti che i governi italiani adotteranno in momenti successivi.
In Italia, il compito della propaganda e della contropropagan­da è demandato per legge al ministero degli Interni con compiti difensivi affidati al servizio segreto civile che s’identifica con il controspionaggio.
Come abbiamo visto, però, la conduzione della “guerra psicologi­ca” è affidata agli Stati maggiori delle Forze armate americane ed alleate, compresi di conseguenza quelli italiani.
Il servizio segreto militare, organismo non politico ma dipen­dente dallo Stato maggiore della difesa, il 28 febbraio 1950 re­dige un rapporto di 137 pagine su “L’apparato paramilitare comu­nista”, che sarebbe guidato da Luigi Longo, per il Pci; Alessandro Pertini, per il Psi; Emilio Lussu, per gli azionisti; e dall’ex prefetto di Milano, Ettore Troilo.
Ma l’interesse per lo scritto del Sifar non è riservato alla de­scrizione dell’apparato comunista, al numero di coloro che ne fa­rebbero parte (oltre 120 mila) e ai capi regionali (Gian Carlo Pajetta, Ilio Barontini, fra gli altri), ma alla nota che lo ac­compagna, redatta dal maggiore Giancarlo Carboni, capo dell’Ufficio D (sicurezza interna) che non rispecchia la personale opinio­ne dell’ufficiale ma il convincimento dei vertici militari che resterà immutato fino al crollo dell’impero sovietico.
“L’apparato – scrive Carboni – oggi deve essere considerato al­la stregua di un’organizzazione militare nemica occulta permanen­temente dislocata nello Stato italiano (quinta colonna) e pertan­to nei suoi riguardi debbono essere sviluppate le attività di carattere informativo, offensivo e difensivo che sono normalmente esercitate in tempo di guerra contro le formazioni militari avversarie”.
I militari non avevano torto nell’individuare nella dirigenza del Partito comunista un corpo estraneo e nemico alla Nazione, e tale lo hanno considerato e trattato nel corso degli anni.
Dal 15 al 24 aprile 1966, in Friuli, si svolge l’operazione “Delfino”, una esercitazione degli appartenenti alla struttura clandestina “Gladio” che, fra l’altro, prevede anche l’attacco ad una sede del Partito comunista considerata una base del nemi­co.
Nel settembre 1970, la minaccia viene riproposta in un lungo saggio dal titolo emblematico, “Le ultime 100 ore di libertà”, pubblicato, come inserto, dalla rivista “Aviazione & Marina”, che prevede l’invasione della Jugoslavia dopo la morte del ma­resciallo Josip Broz, “Tito”, un successo elettorale del Pci in Italia, una serie di attentati compiuti da elementi di destra e dai servizi segreti, una infiltrazione massiccia di agenti so­vietici in Italia e, infine, a Ferragosto, una vera e propria invasione militare.
Quando non si pongono in evidenza le minacce militare e sovver­siva, rimane sempre, costante ed immutata nel tempo, quella poli­tica, relativa alla posizione dell’Italia nell’Alleanza atlantica, che “sarebbero stati lesi”, recita un telegramma del Dipartimento di stato americano all’ambasciatore a Roma, Richard N. Gardner, “nel caso che i comunisti acquisissero maggior potere nei meccanismi decisionali del governo”.
In una guerra che aumenta, progressivamente, d’intensità nel tem­po, fino a raggiungere il suo apice sul finire degli anni Sessanta, la disinformazione gioca un ruolo fondamentale.
Nei primi anni del dopoguerra, si crea la psicosi del “pericolo rosso”, della minaccia dell’insurrezione comunista ventilata an­che da fonti autorevoli come il capo della polizia, Luigi Ferrari, il 2 ottobre 1945 che denuncia l’esistenza in seno al Pci di “un’or­ganizzazione denominata ‘L’ Apparato’ (Comitato di agitazione) che avrebbe il compito di preparare gli scioperi e l’azione rivoluzio­naria” .
L’anno successivo, il 18 agosto 1946, lo stesso capo della polizia conferma al ministro degli Interni, Mario Scelba, “l’esistenza di un piano insurrezionale preparato e diretto da un organismo che ha ben chiara la visione degli obiettivi che deve perseguire”, e consiglia la revisione dei rapporti fra le forze di polizie e militari per ottenere “nei casi di emergenza un solido e agile orga­nismo di tutte le forze della Ps, carabinieri, finanza ed eserci­to” .
Il 31 maggio 1947, dopo l’estromissione dei comunisti dal gover­no, la direzione nazionale del Pci è obbligata ad emettere un comunicato per smentire le voci “diffuse fra le forze di polizia e nei quadri dell’esercito… circa pretesi e assurdi propositi di ricor­so alla violenza e forme di lotta insurrezionali che esisterebbero nel Pci in seguito alla soluzione antidemocratica data alla crisi di governo”.
Il 31 marzo 1948, è personalmente il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, a sostenere, in un colloquio con l’ambasciato­re britannico Victor Mallet, che i partiti comunisti hanno scelto di seguire la via rivoluzionaria:
“Il piano Marshall – afferma De Gasperi – ha costretto il gover­no sovietico ad accelerare il programma di diffusione del comunismo rivoluzionario attraverso tutta l’Europa occidentale, in quanto ha reso evidente che l’unica chance era quella di creare la rivolu­zione prima che la ripresa indotta dagli americani divenisse un fatto compiuto”.
Italiani ed americani si alternano nello scambio reciproco di in­formazioni che amplificano la minaccia comunista e delineano per l’Italia un fosco prossimo futuro di guerra civile o di gravissi­mi turbamenti dell’ordine pubblico.
I vertici politici e militari di entrambi gli Stati sono certi che, per quanto forti sul piano organizzativo ed elettorale, i co­munisti non possono illudersi di giungere nel breve periodo al go­verno di un Paese dove l’anticomunismo cattolico può mobilitare le masse e, come i fatti dimostreranno, vincere nettamente i confron­ti elettorali, tant’è che, il 10 settembre 1946, in un loro rapporto, i servizi segreti americani scriveranno:
“I comunisti hanno la sola prospettiva  della presa violenta del potere, ma la cosa è altamente improbabile”.
Sul piano pubblico, però, ciò che è “improbabile” viene presen­tato come possibile, addirittura certo.
Abbiamo visto come cessato il pericolo “militare”, cioè l’eventua­lità di un’insurrezione comunista per assumere il controllo dell’I­talia, si passa con estrema disinvoltura alla denuncia dei mezzi insidiosi utilizzati dalla “quinta colonna” comunista per giunge­re al governo con mezzi legali.
Fra le armi utilizzate per contrastarla ci sono anche le “diver­sioni strategiche”.
È un termine militare che indica una mossa tattica per trarre in inganno il nemico ed indurlo a commettere errori.
Una nota informativa del 10 marzo 1947, redatta dai servizi stra­tegici americani, segnala che fra “i movimenti più recenti di ispi­razione reazionaria organizzati in Italia” ci sono il “Partito na­zionale popolare: finge di essere a sinistra, in realtà ha tenden­ze filo-monarchiche. Leader: il conte Battaglia… Partito comunista indipendente di Paolo Orlando… Pur spaccian­dosi per organizzatore comunista è in realtà finanziato dalla de­stra e ha come compito l’inquinamento della propaganda comunista. Orlando è il fondatore della Spes socialista (Studi politici e sin­dacali). Collabora con il ‘Rome Daily American’…”
Non resteranno gli unici.
Nel 1967, saranno creati, con i fondi della Cia, anche gruppi mar­xisti-leninisti che avranno il compito di alimentare il dissenso alla sinistra del Pci ed il disordine nel Paese da attribuire al­la “sovversione rossa”.
Il caso più eclatante di “diversione strategica”, anche se non è stato ancora riconosciuto come tale, è rappresentato dal circolo “22 marzo”, fondato nel mese di ottobre del 1969, a Roma, dal­l’avanguardista Mario Merlino, per conto del servizio segreto ci­vile, per inquinare il movimento anarchico e renderlo responsabi­le di attentati compiuti dai militanti di destra.
L’ingresso dell’Italia nell’Alleanza atlantica, l’ufficiale ri­costituzione dei servizi segreti militari, la riorganizzazione del servizio segreto civile, comportano come prima conseguenza la scom­parsa delle formazioni paramilitari che il potenziamento, in nume­ro e mezzi, delle Forze armate e delle forze di polizia rendono inutili.
Una scomparsa parziale perché, in realtà, si tratta di un travaso di uomini che vengono posti alle dipendenze dei servizi di si­curezza in qualità di informatori e, se necessario, di operativi per azioni che non devono compromettere lo Stato ed i suoi appa­rati.
Sul confine orientale rimane operante il raggruppamento milita­re clandestino denominato “Volontari difesa confini italiani 8°”, che il 6 aprile 1950 assume per decisione dello Stato maggiore del­l’esercito, la denominazione di “Organizzazione O”, forte di 256 ufficiali, 496 sottufficiali e 5.728 uomini di truppa, suddivisi in quattro gruppi al comando del colonnello Olivieri e dipendenti per l’armamento dall’8 reggimento alpini.
Non ci sono solo i servizi segreti italiani.
Ogni apparato segreto alleato crea una propria rete spionistica, dai britannici agli israeliani, ai francesi e, successivamente, ai tedeschi della Germania federale. In prima fila ci sono gli americani.
Sono questi ultimi a controllare e, quasi sempre a finanziare, i gruppi clandestini anticomunisti senza fare sottili distinzio­ni fra quelli composti in prevalenza da reduci della Rsi o da partigiani liberali, monarchici e democristiani.
Oltre a sovrintendere e dirigere dall’alto del loro potere di vincitori i servizi segreti italiani, gli americani li controlla­no anche trasversalmente e dal basso proprio attraverso i loro uomini infiltrati nelle organizzazioni paramilitari e politiche.
Lo rivela James Jesus Angleton che, in un rapporto del 18 mar­zo 1946, scrive:
“La lotta politica in Italia si svolge soprattutto tra le forze rivoluzionarie e l’estrema destra, che è fanaticamente monarchi­ca, anticomunista, militarista e, per molti versi, neofascista.
Dal momento che essa vanta tra le sue fila esponenti delle forze armate italiane, gode quindi del totale appoggio da parte dei ser­vizi di intelligence: il Sis, il Sia e il Sim. È attraverso questi servizi che la destra organizza le sue segrete manovre politi­che. Di conseguenza, la loro infiltrazione (tramite l’X-2) ci con­sente di svelare i piani politici occulti delle forze reazionarie. Per contro la penetrazione nei movimenti neofascisti ci permette di conoscere i nominativi dei loro agenti e le future azioni dei servizi informativi italiani”.
Una conferma sul fatto che i neofascisti – che già il 26 aprile 1945 hanno ripudiato la “Salò nera”, ideologicamente definita, per dichiararsi eredi della “Salò tricolore”, militare ed ideologica­mente eterogenea – si avviano a costituire la destra estrema dello schieramento politico, sopravvivono con il sostegno dei servizi segreti italiani ed alleati e lavorano intensamente per loro e con loro.
Nell’ambito delle operazioni politiche suggerite dalla necessi­tà di ricomporre l’unità delle Forze armate italiane, riunendo i reduci di entrambi gli schieramenti, il repubblicano ed il monar­chico, va inserita la costituzione del Movimento sociale italiano.
Nel mese di ottobre, a Roma, nello studio di Arturo Michelini, che non ha aderito alla Rsi, si era svolta una riunione per esa­minare la possibilità di dare vita ad un movimento non politico ma finalizzato a fiancheggiare le Forze armate e la Democrazia cristiana nello sforzo di ricomporre l’unità del Paese e favori­re la riconciliazione fra le parti, in primo luogo in ambito mi­litare.
Vi avevano preso parte, fra gli altri, Jacques Guiglia, capo dell’ufficio stampa della Confindustria; Bruno Puccioni, amico personale di Pino Romualdi; Nino Buttazzoni, in rappresentanza di Junio Valerio Borghese; il generale Muratori; il principe Valerio Pignatelli; Biagio Pace.
Tutti sono in rapporti con i servizi segreti americani, meno Pa­ce che, però, ha lavorato contro i fascisti della Rsi in qualità di informatore, dall’8 settembre 1943 al 6 giugno 1944, per la struttura clandestina dei reali carabinieri.
Anche il Movimento sociale italiano, con nome e simbolo mutuati dall’omonimo partito politico francese, ufficialmente costituito il 26 dicembre 1946 quando l’Italia è ancora formalmente sotto il regime di occupazione anglo-americana (il Trattato di pace sarà firmato il 10 febbraio 1947), fa parte dell’apparato politico-militare che i governi democristiani, gli Stati maggiori e gli americani stanno creando per neutralizzare negli anni a venire la mi­naccia comunista.
È per questa ragione che il serbatoio umano dal quale i servi­zi segreti italiani e le strutture clandestine militari e paramili­tari create fino agli anni Sessanta trarranno il maggior numero di elementi sarà rappresentato da quel mondo che è ancora oggi, nonostante tutte le evidenze contrarie, definito “neofascista” o, addirittura, fascista.
I servizi segreti americani agiscono in maniera autonoma, con la consapevolezza di operare in un Paese i cui governi hanno ri­nunciato alla rivendicazione della sovranità nazionale.
Il 21 marzo 1949, a Verona, il locale Centro di controspionag­gio informa che Joseph Luongo, capo del Cic a Linz (Austria), sta compilando elenchi di “elementi comunisti giudicati pericolosi per la sicurezza nel caso di torbidi o di guerra”, non limitando le ricerche al solo Alto Adige, ma estendendole all’Italia centrale, a Veneto, Emilia e Lombardia.
Non si fa nulla per opporsi a questa attività illegale compiuta da personale straniero sul nostro territorio, e di cui i servizi segreti militari e civili sono parzialmente a conoscenza.
Si cerca, invece, la sola strada ritenuta praticabile per non ir­ritare il potente alleato americano: collaborare con esso, fingen­do che il nostro ingresso nell’Alleanza atlantica giustifichi la presenza di apparati misti controllati da uno Stato straniero che utilizza per scopi politici, militari e spionistici cittadini ita­liani per i propri esclusivi interessi.
L’8 ottobre 1951, il direttore del Sifar, generale Umberto Broccoli, invia al capo di Stato maggiore della Difesa, generale Efisio Marras, una lettera con la quale richiede la necessaria auto­rizzazione per creare una rete anti-invasione, in modo da precede­re gli americani che ne stanno costituendo una per conto loro.
Broccoli, difatti, scrive che gli “S. u. a. [Stati uniti d’America] dopo aver tentato di organizzare a nostra insaputa qualcosa del genere in Italia set­tentrionale, hanno poi offerto di collaborare attivamente alla nostra organizzazione con apporto di persone, di materiale e forse di fondi”.
Inizia, quindi, la creazione della struttura Stay-behind che ricoprirà un ruolo drammatico nella storia italiana degli anni Sessanta e Settanta.
Si è cercato – ed il tentativo è ancora attuale – di presentare la struttura “Gladio” come dipendente, dal punto di vista gerarchi­co, dal solo direttore del servizio segreto militare, in quanto occultata presso la sezione “R” del Sid (spionaggio).
Si insiste, inoltre, nel presentarla come una struttura predi­sposta a condurre una guerra di guerriglia contro gli invasori so­vietici, verità parziale perché “Gladio” ha partecipato attivamente alla guerra politica in ogni sua fase e in ogni campo.
Tanto più che gli uomini in grado di condurre una guerra di guer­riglia contro l’Armata rossa in Italia non potevano che provenire dai reparti d’élite delle Forze armate (paracadutisti, sabotatori, alpini paracadutisti, lagunari ecc.) il cui impiego può essere di­sposto dallo Stato maggiore della difesa e non certo dal direttore del servizio segreto militare.
Una struttura, “Gladio”, avente una duplice finalità: quella di operare se si fosse verificata un’invasione militare, rimasta come mera ipotesi; e quella di agire contro il nemico interno, cioè il Partito comunista ed organizzazioni collegate perfino in campo sin­dacale, che è stata condotta sul terreno con le metodologie occul­te tipiche di una struttura clandestina, provvista anche di un pro­prio, autonomo, servizio informativo.
D’altronde, se “Gladio” smantella agli inizi degli anni Settan­ta i depositi di armi al Nord e si sposta verso il Sud seguendo, lo­gicamente, il nuovo dispiegamento delle Forze armate; se giunge a creare a Trapani il centro “Scorpione”, se si predispone a svolge­re, addirittura, azione di contrasto delle organizzazioni mafiose, visto che non si è mai ventilata l’ipotesi di un’invasione libica o tunisina dell’Italia favorita da una “quinta colonna” mafiosa, si deve convenire che la struttura ha assolto compiti diversi da quelli ufficialmente dichiarati.
Gli Stati uniti hanno sempre guardato con sospetto i dirigenti politici democristiani ed hanno sempre tenuto in considerazione la possibilità di intervenire in Italia, se non contro di loro, alme­no senza di loro.
Il 21 aprile 1950, a Washington, il National security council suggerisce al presidente Harry Truman che, qualora il Pci fosse entrato nel governo italiano o il governo “avesse smesso di mostrar­si deciso a opporsi alle minacce comuniste, interne o dall’estero …gli Usa dovrebbero prendere misure… intese a prevenire la domi­nazione comunista e a riesaminare la determinazione italiana, di contrastare il comunismo…”.
S’intravedono in queste parole le intenzioni degli Stati uniti di assumere in prima persona, in Italia, la direzione della lotta contro il comunismo e, contestualmente, quella eventuale contro coloro che, a prescindere dagli incarichi che ricoprono, non si mo­strano determinati a contrastare il Pci o si mostrino inclini al compromesso con il “nemico interno”.
In altre parole, gli Stati uniti decidono di istituire un orga­nismo di vigilanza, incaricato di monitorare la politica del gover­no e, se necessario, di intervenire contro di esso per prevenire cedimenti nei confronti del Partito comunista.
Un organismo siffatto, magari frazionato in più strutture e coordinato da una sola centrale, può svolgere un’attività di condizionamento dei governi o passare direttamente all’azione facendo le­va sui politici più affidabili per formare esso stesso governi in grado di affrontare la lotta al comunismo nei modi ritenuti più idonei dagli Stati uniti e dai loro alleati.
Si profila la creazione all’interno del Paese di una “guardia pretoriana” che, da un lato, garantisce la stabilità politica e tutela la classe dirigente e, dall’altro, è in grado di intervenire per imporre alla guida dell’Italia gli uomini che essa sceglie sulla base della fermezza nella battaglia contro il comunismo.
Il 18 aprile 1952, a Washington, nel corso di una riunione alla quale prendono parte l’ambasciatore americano a Roma, Bunker, l’ad­detto all’ ”Italian desk” del Dipartimento di stato William Knight, e il colonnello Richard Hirsch del Psb, viene espressa insoddisfa­zione per le iniziative adottate dal governo italiano contro il comunismo, ritenuto “meno ricettivo alle pressioni politiche (americane) rispetto agli anni passati”, e si stabilisce di adottare anche nel caso italiano le misure di “contro-infiltrazione” effet­tuate con successo in Francia.
Fra queste ultime, con assoluta certezza, vi è il piano “Demagnetize”, il cui varo è stato deciso dal Psb il 21 febbraio 1952.
A Roma, il 4 gennaio 1985, l’allora presidente del Consiglio, Bettino Craxi, nel suo intervento dinanzi al Comitato parlamenta­re di controllo sui servizi segreti, affermò che non sono mai esi­stiti il piano Demagnetize “o altri piani che ponessero i nostri servizi in posizione di subordinazione rispetto ai servizi di al­tri Paesi”.
Craxi mentiva con la consapevolezza di poter contare sulla com­plicità dell’intera classe politica italiana, comunisti compresi, perché l’esistenza del piano in questione era nota da almeno una decina di anni.
Il piano doveva essere applicato con la collaborazione dei di­partimenti e delle agenzie operanti nel campo in Italia e negli Stati uniti, del Dipartimento della difesa, dell’Esercito, della Marina e dell’ambasciata americana a Roma con funzioni informative, di coordinamento e di collegamento con il governo italiano.
“Demagnetize” non è un piano difensivo. In un memorandum del 7 maggio 1952, S. Berger chiarisce che esso si allontana “dall’assun­to che il potere del Pci alla fine sarebbe stato ridotto dai nostri sforzi per innalzare il tenore di vita…e si concentra sulla ne­cessità di un attacco coordinato contro il potere organizzato dell’apparato comunista”.
Il 14 maggio 1952, il comitato dei capi di Stato maggiore appro­va il memorandum che regola l’applicazione del piano “Demagnetize” (che viene tenuto segreto anche al Saceur perché “limitativo della sovranità” di Italia e Francia), stabilendo anche che l’”Ambascia­tore può richiedere, ma non dirigere, le azioni militari che si rendessero necessarie a sostegno del piano”.
Il 20 maggio 1952, è inviata al comandante in capo delle Forze armate americane in Europa la direttiva per l’attuazione del pia­no. Al punto a) si legge:
“La riduzione del potere comunista in Francia e in Italia costi­tuisce un obiettivo di primaria importanza; va perseguito con ogni mezzo compatibile con gli scopi degli Stati uniti”.
Il 25 aprile 1947, in un memorandum inviato al Congresso, Al­len Dulles era stato esplicito nel rivendicare agli Stati uniti il diritto di guidare la battaglia contro il comunismo senza condizionamenti esterni:
“Noi non possiamo ragionevolmente limitare la nostra reazione – aveva scritto il futuro capo della Cia – contro la strategia comunista ai casi in cui siamo invitati dal governo al potere. Dobbiamo essere noi a decidere quando, come e dove agire”.
Gli Stati uniti assumono la leadership di una battaglia glo­bale contro l’Unione sovietica ed il comunismo, affidandone la direzione alle proprie Forze armate, non ai servizi segreti civi­li che sono chiamati a svolgere il loro ruolo ma non sono quelli che conducono la guerra.
L’Alleanza atlantica non può certo restare ai margini della “guerra psicologica” perché in Europa la minaccia è rappresentata dalla “sovversione” interna non dall’Armata rossa.
La Nato è un’alleanza militare diretta puntualmente da un gene­rale americano, nata per difendere gli Stati uniti e condurre la sua guerra.
L’articolo 5 del Trattato del nord Atlantico impegna i contraen­ti ad intervenire nel caso che uno o più di essi venga attaccato, comprendendo la risposta anche “l’impiego delle forze armate per ristabilire e mantenere la sicurezza della zona dell’Atlantico set­tentrionale”, ma la formulazione è ambigua perché sfumate sono le mo­dalità della guerra che conducono le Forze armate occidentali.
Più esplicito è l’art. 6 del Patto di Rio de Janeiro, al quale si rifà l’art. 5 del Trattato del nord Atlantico, il quale recita:
“Se l’inviolabilità e l’integrità del territorio, la sovranità e l’indipendenza politica di qualsiasi stato americano saranno mes­si in pericolo da una aggressione che non sia un attacco armato o da un conflitto extracontinentale, o da qualsiasi altro fatto o situazione che possa mettere in pericolo la pace dell’America, l’Organo di consultazione si riunirà immediatamente al fine di definire le misure che in caso di aggressione devono essere prese per soccorrere le vittime dell’aggressione o, in ogni caso, quelle che converrà prendere per la difesa comune e per il mantenimen­to della pace e della sicurezza continentale”.
E sulla base di questo articolo che i litigiosi Stati sudameri­cani daranno il via al “piano Condor”, in funzione anti-sovversiva, la cui esistenza è stata svelata da chi scrive nella speranza, ri­velatasi fallace, che qualcuno comprendesse come questo piano fos­se interconnesso con quelli attuati dalla Nato in Europa, perché la condanna dei regimi militari sudamericani restava confinata al piano politico senza mai avere riflesso alcuno su quello mili­tare e anti-sovversivo.
La diffidenza americana nei confronti dei politici democristia­ni e dei loro alleati nel governo aumenta con il passare del tem­po.
L’11 aprile 1961, a Washington, il Dipartimento di stato redige un documento relativo a “Raccomandazioni politiche sulla situazio­ne in Italia”, nel quale si analizza la situazione politica e, in particolare, il comportamento del Partito socialista.
Nel documento si afferma:
“È necessario sottolineare che la tremenda forza e influenza del Pci si spiega con il fatto che la lotta al comunismo non figuri tra le priorità di chi oggi detiene il potere”.
Dopo 15 anni di strategie difensive, prima quella del “conteni­mento” che, il 25 luglio 1947, George Kennan aveva definito come “l’accorta e vigile applicazione di controforze in una serie di punti geografici e politici che si spostano continuamente…dovun­que essi (i sovietici) mostrino di aver l’intenzione di intrometter­si negli interessi di un mondo pacifico e stabile”, dopo quella del­la cosiddetta “rappresaglia massiccia”, ufficialmente annunciata dal segretario di Stato, John Foster Dulles, il 12 gennaio 1954, che prevede una risposta immediata e distruttiva ad ogni atto osti­le da parte sovietica, con John F. Kennedy alla presidenza gli Sta­ti uniti passano all’offensiva con la strategia della “risposta flessibile” che prevede l’impegno delle Forze armate americane in qualsiasi situazione si profili, “anche solo potenzialmente una qualsiasi forma d’insorgenza” , come recita il “National security act memorandum n. 24″ del 18 gennaio 1962.
E, in Italia, il pericolo non è solo potenziale . Difatti, gli americani, come dimostra un documento dell’ottobre del 1962, prendono in considerazione di intervenire, in Italia, per proprio conto con o senza l’accordo del governo in carica.
Su quali alleati interni possono contare gli americani e i Pae­si della Nato nel caso che si profili la necessità di intervenire in Italia, senza un preventivo accordo con il governo in carica?
La risposta è una sola: le Forze armate.
È vero che l’Italia pullula di organizzazioni segrete e clandesti­ne, tutte votate con i finanziamenti americani, tedeschi, industria­li, alla lotta contro il comunismo ma né isolatamente né unendo le loro forze queste potrebbero determinare una svolta autoritaria nel Paese se non altro perché più che di guerrieri sono composte da spioni.
Il solo strumento che gli americani e la Nato dispongono nel Pae­se per condizionare, ricattare e, se del caso, utilizzare per favo­rire un ricambio di uomini ai vertici della politica italiana, so­no le Forze armate, ben più potenti del ministero degli Interni.
Non c’è una sola iniziativa assunta in funzione della battaglia contro il comunismo che veda estranee le Forze armate, gli Stati maggiori delle tre Armi e della Difesa, l’Arma dei carabinieri nella sua duplice veste di arma combattente e corpo di polizia, i loro reparti preposti alla tutela della sicurezza interna con la attività informativa e quella operativa clandestinamente condotta mediante uomini e gruppi dell’estremismo anticomunista.
Dove non compaiono ufficiali in servizio attivo, ci sono quelli in congedo, dove non si registra la presenza palese di uomini dei servizi segreti ci sono, in loro vece, informatori e collaboratori civili.
Se l’organizzazione “O” agisce solo in Friuli Venezia Giulia, per poi essere assorbita dalla struttura “Gladio”, “Pace e libertà” opera sull’intero territorio nazionale, seguita da “Pace e lavoro” di Luigi Cavallo, affiancate dal servizio informativo industriale che agisce sotto la direzione del Sios Aeronautica, e via via in un crescendo turbinoso negli anni Sessanta, con “Ordine nuovo” il cui capo è un dipendente del generale Giuseppe Aloja, capo di Sta­to maggiore dell’esercito e poi della difesa, con il “Fronte nazio­nale” di Junio Valerio Borghese, simbolo e vanto della Marina mili­tare, l’Ordine del combattentismo attivo del generale Mastragostino, le associazioni dei reduci e d’arma, “Europa civiltà” che ha per interlocutore il generale Giuseppe Pièche, “Avanguardia nazionale” con i suoi rapporti con l’Arma dei carabinieri e con il ministero degli Interni, per proseguire con il comitato di “Resistenza demo­cratica” di Edgardo Sogno, la “Rosa dei venti” che si rifà sfaccia­tamente al simbolo dell’Alleanza atlantica.
Lo Stato maggiore dell’esercito perde, nel tempo, ogni ritegno tanto da autorizzare, l’11 agosto 1970, lo svolgimento di campo di “parasoccorso” con mezzi militari affidato alla direzione di Sandro Saccucci, squalificata figura dell’estremismo di destra, mentre, nel­lo stesso periodo, organizza altri corsi come quello svoltosi in Friuli nei pressi del lago di Cavazzo.
Le Forze armate s’incaricano di dirigere la “guerra psicologica”, poi denominata “non ortodossa” e, infine, la “guerra a bassa inten­sità” perché sono le uniche a possedere l’organizzazione e la com­petenza tecnica per poterlo fare.
I politici democristiani anche di alto livello come Aldo Moro, Paolo Emilio Taviani, Amintore Fanfani, Giulio Andreotti ed, in seguito, Arnaldo Forlani e Francesco Cossiga sono preparati in altri campi, non in quello militare.
E, a partire dal 12 dicembre 1969, si rendono conto che i mili­tari italiani puntano sui socialdemocratici di Giuseppe Saragat e Mario Tanassi per risolvere una volta per tutte il problema rappre­sentato dal Partito comunista e dalla sua inesorabile crescita elettorale che l’infimo livello morale dei democristiani, ormai sa­crificati parzialmente dalla politica di apertura verso l’Est euro­peo del Vaticano, non riesce ad arrestare.
I socialdemocratici sono laici, non clericali, e hanno sempre goduto delle simpatie degli americani ai quali i baciapile democristia­ni sono sempre stati indigesti, quindi possono rappresentare l’alter­nativa al governo non, almeno inizialmente, per mezzo delle elezio­ni perché Giuseppe Saragat ed i suoi compagni sono poco più di quattro gatti elettoralmente parlando, ma con un governo di emergenza favo­rito dalle Forze armate.
Il “pericolo di destra” denunciato da Arnaldo Forlani, informato da Giorgio Almirante nel mese di ottobre del 1972 – dopo aver appre­so che la matrice dell’attentato di Peteano di Sagrado del 31 mag­gio 1972 non era di sinistra ma fascista, ritenuto un gesto di pro­vocazione contro il Movimento sociale italiano con conseguenze di gravità assoluta per lo stesso e per la sua persona – non era un pericolo “fascista” come, pochi mesi dopo, nella primavera del 1973 inizieranno a dire Paolo Emilio Taviani ed Aldo Moro, ma militare.
Il 29 aprile 1973, sul quotidiano milanese “Il Giorno”, in un articolo a sua firma, Aldo Moro scrive:
“Si è rifatta in questi ultimi tempi evidente la minaccia fasci­sta come per un organico disegno di provocazione rivolto a condi­zionare le libere scelte del Parlamento italiano. Non c’è dubbio che quest’altro segnale di allarme deve essere preso estremamen­te sul serio”.
Il mese successivo, Aldo Moro concede un’intervista al settima­nale “Tempo” al quale rilascia una dichiarazione criptica:
“La vera destra è sempre pericolosa per la sua carica reaziona­ria, per la minaccia che reca inevitabilmente all’ordine democra­tico. Il suo peso è di gran lunga maggiore di quello che risulta dalla consistenza dello schieramento politico e parlamentare che ad essa si richiama. Non si tratta di dichiarazioni, ma di dati politici di fondo”.
A chi si riferisce il politico democristiano? Non al Movimento sociale italiano, il cui segretario nazionale Giorgio Almirante ha dato prova di lealtà “democristiana” informando Arnaldo Forla­ni dell’esistenza di una “congiura internazionale”, tantomeno ai neofascisti di servizio segreto di Ordine nuovo e Avanguardia nazio­nale, bensì al “quarto partito” ed al suo alleato militare.
Il complesso militare-industriale è la sola forza in grado di “condizionare le libere scelte del Parlamento italiano”, contan­do sulle sue complicità internazionali, la forza del denaro e del­le armi.
Il “tintinnare delle sciabole” che, nel 1964, aveva riportato all’ordine Pietro Nenni ora suona sinistro per ammonire i democristia­ni a non procedere sulla strada del compromesso e dell’apertura al Pci.
Il tentativo di uccidere Mariano Rumor, ministro degli Interni, il 17 maggio 1973, dinanzi alla Questura di Milano, da parte di uomini perfettamente integrati nell’apparato bellico anticomuni­sta rafforza nei democristiani il convincimento di essere nel mirino e di dover organizzare la propria difesa per mantenere un po­tere che, per la prima volta dal 10 dicembre 1945, appare seriamen­te minacciato non dai comunisti ma dagli anticomunisti.
Dopo il colloquio segretissimo fra Giorgio Almirante e Arnaldo Forlani dell’ottobre del 1972, il discorso di quest’ultimo a La Spezia del 5 novembre 1972, il 16 gennaio 1973 l’ufficio “D” del Sid al comando del generale Gianadelio Maletti inizia l’indagine sul “golpe Borghese”, incaricando il capitano Antonio Labruna di registrare il suo colloquio con Remo Orlandini, braccio destro di Borghese, informatore del servizio con il criptonimo di “Furiosino”, il quale non si fa pregare per fare i nomi dei militari coin­volti fra i quali spicca quello del generale Francesco Mereu, capo di Stato maggiore dell’esercito.
Inizia una partita pericolosa, fatta di ricatti reciproci, di rivelazioni giornalistiche pilotate, di indagini giudiziarie per­sonalmente dirette, come nel caso del “golpe Borghese”, da Giulio Andreotti tramite il generale Maletti sul piano investigativo e il sostituto procuratore della Repubblica, Claudio Vitalone, su quello processuale.
La controffensiva democristiana è facilitata da quanto avviene negli Stati uniti dove, il 29 agosto 1973, è decretata la cessa­zione dell’operazione “Chaos”, la stella del potentissimo capo del controspionaggio della Cia, James Jesus Angleton, si avvia al tramonto ed inizia una furibonda lotta sia all’interno che all’esterno della stessa Central intelligence agency, fra le varie agen­zie di spionaggio e controspionaggio americane che si ripercuote sui servizi segreti italiani militari e civili.
L’attentato a Mariano Rumor innesca la risposta democristiana che, dopo l’inchiesta sul “golpe Borghese”, si concretizza in quel­la sulla “Rosa dei venti” sul conto della quale la Questura di Pa­dova stila, il 18 luglio 1973, il primo rapporto.
Le inchieste giudiziarie non sono promosse per ingraziarsi il Partito comunista, ma per salvaguardare il sistema di potere del­la Democrazia cristiana messo in serio pericolo dall’assedio militare.
Tre inchieste, a Roma sul “golpe Borghese”, a Padova sulla “Ro­sa dei venti”, a Torino sul “golpe Sogno”, puntano diritte sulle Forze armate, anche se ufficialmente i magistrati sono impegnati a svelare le “trame nere” e a salvare la democrazia dalla congiu­ra fascista.
Il tintinnio delle sciabole si fa, però, minaccioso: nel mese di dicembre del 1973, a Bergamo, si svolge un’esercitazione militare con pattuglie motorizzate che simulano, nel corso della notte, la occupazione della Prefettura, del Municipio e di altri centri vi­tali nonché la ricerca delle abitazioni di amministratori locali, politici, sindacalisti cronometrando il tempo necessario per accom­pagnarli al comando.
Bergamo non è Bologna la rossa, quindi difficilmente si può ipo­tizzare che la simulazione di un’operazione golpista (ordinata da chi?) sia rivolta come minaccia al Partito comunista. È più logico ritenere che l’avvertimento sia diretto al governo ed ai democri­stiani che stanno manovrando a loro piacimento la magistratura, sfiorando santuari intoccabili come le strutture della Nato.
Del resto, a confermare la lungimiranza di Arnaldo Forlani che aveva lanciato il suo avvertimento mafioso da La Spezia, è proprio da questa città che giunge l’impulso decisivo per l’inchiesta sulla “Rosa dei venti” con le dichiarazioni di Giampaolo Porta Casucci, accusato da Carlo Maria Maggi, peraltro non coinvolto nelle inda­gini, di essere un “mitomane”.
Il 21 gennaio 1974, è emesso un mandato di cattura a carico del generale della riserva Francesco Nardella, già responsabile del re­parto di “guerra psicologica” che faceva capo alla Nato.
Due giorni più tardi, il 23 gennaio, scatta l’allarme nelle ca­serme del Friuli Venezia Giulia, Milano, Pavia, Brescia, Monza, Ce­sena, Bologna, Pisa e nelle basi della Nato del centro-nord.
Non saranno mai date spiegazioni sull’episodio, come non ne sa­ranno date sulla destituzione, il 31 gennaio 1974, del capo di Sta­to maggiore dell’Aeronautica, generale Vincenzo Lucertini.
Il 1974 è l’anno di due stragi, ma è anche quello in cui la fi­brillazione nel mondo militare giunge al culmine e in cui si giun­ge alla resa dei conti all’interno del Sid e fra quest’ultimo e la divisione Affari riservati del ministero degli Interni.
Il Sid liquida il Movimento di azione rivoluzionaria, diretto da Carlo Fumagalli, da sempre braccio operativo del servizio segreto civile, e contestualmente fa circolare la voce che “Ordine nero” è una provocazione del ministero degli Interni.
All’interno del servizio segreto militare si scontrano sul “gol­pe Borghese”, il direttore del Sid, Vito Miceli, e il responsabile della “sicurezza interna” Gianadelio Maletti.
A sgomberare il campo da ogni grottesca ipotesi sul “pericolo fa­scista” che stava allestendo “golpe” per distruggere la democra­zia, giunge la riunione che il 14 luglio 1974 si svolge presso il centro studi Lazio per esaminare il rapporto preparato dal reparto “D” del Sid sul “golpe Borghese”.
La riunione è presieduta dal ministro della Difesa, Giulio Andreotti, e vi prendono parte il capo di Stato maggiore della dife­sa, ammiraglio Eugenio Henke, il comandante dell’Arma dei carabinie­ri, generale Enrico Mino, il comandante della Guardia di finanza, generale Emanuele Borsi di Parma, il direttore del Sid, generale Vito Miceli, e il capo dell’ufficio “D” del servizio segreto mili­tare, generale Gianadelio Maletti.
La singolarità è rappresentata dal fatto che il ministro della Difesa e i vertici militari non si riuniscono nella sede propria, al ministero della Difesa, ma per ragioni di sicurezza in quella del centro studi Lazio.
Cosa teme Giulio Andreotti? Non certo l’arrivo del “Caccola” con “er panza” e il “pippone”!
Se la percezione della minaccia giunge al punto da obbligare i massimi vertici militari ed il ministro della Difesa a riunirsi in un luogo diverso da quello istituzionalmente preposto, vuol dire che questa proviene da forze molto potenti, nazionali ed in­ternazionali, che agiscono nell’ambito dell’Alleanza atlantica e non fuori di essa.
La minaccia militare nei confronti della Democrazia cristiana è presente anche in un memorandum che il segretario di Stato, Hen­ry Kissinger, invia il 6 maggio 1974, al presidente Richard Nixon:
“Elementi delle forze armate italiane – scrive Kissinger – sono probabilmente preoccupati della maggiore influenza potenziale dei comunisti, ma per il momento non sembrano avere piani concreti di azione. Questa situazione tuttavia può cambiare se si ritiene che i comunisti siano sul punto di avere un ruolo maggiore di gover­no nell’immediato futuro”.
Questa volta, però, l’obiettivo, a differenza del luglio 1960, non è il Partito comunista ma la classe dirigente democristiana che un poco alla volta gli apre le porte per entrare nella maggioranza di governo.
Forse, se Richard Nixon fosse stato saldo al potere le cose in Italia nell’estate-autunno del 1974 avrebbero potuto prendere un corso diverso, ma per il presidente americano l’ora dell’abbando­no del potere era prossima, travolto dallo scandalo Watergate e, senza il protettore, i “soldati perduti” italiani non sono stati in grado di portare a termine quanto avevano in animo di fare.
L’arma giudiziaria si rivela decisiva per riportare all’ordine i riottosi militari italiani per i quali la carriera e la pensio­ne rimangono gli obiettivi prioritari di una vita.
La tragedia si volge in  farsa quando la governativa magistratura italiana dopo aver tuonato contro gli ufficiali “infedeli”, i servizi “deviati”, i traditori in divisa che hanno complottato con le orde nazifasciste per abbattere la democrazia, assolve tutti i militari, perfino Amos Spiazzi che ha confessato di aver partecipa­to a tutti i complotti, dal “golpe Borghese” alla “Rosa dei venti”, salvo concludere la sua carriera non in galera ma con il grado di generale di brigata e la pensione assicurata.
Rimangono le ferite della guerra “psicologica”, “non ortodossa”, “a bassa intensità”, che lo Stato maggiore della difesa, coadiuva­to dagli Stati maggiori delle tre Armi, ha condotto in Italia per oltre mezzo secolo.
Le Forze armate sono riuscite sempre a restare ai margini delle ricostruzioni storiche che, quasi sempre, si sono basate sulle ricostruzioni, spesso farsesche, della magistratura, ma è giunto il momento di citarle dinanzi al Tribunale della storia.

CONCLUSIONI
Non si ricostruisce la storia tragica del dopoguerra italiano senza porre l’accento sul ruolo che in esso hanno ricoperto le For­ze armate.
Divise dagli eventi politici dell’8 settembre 1943, le Forze ar­mate hanno ricostituito la loro unità scoprendo la necessità di porsi al servizio della potenza egemone, gli Stati uniti d’Ameri­ca.
Sconfitte in una guerra convenzionale, hanno ottenuto la rivin­cita partecipando ad una guerra politica che, via via, si è tra­sformata con il loro concorso determinante in una nuova guerra civile, questa volta fra comunisti ed anticomunisti.
Sradicato in nome dell’antifascismo il senso di appartenenza ad una Nazione, per la cui sconfitta militare si opera in nome di ideologie astratte e di corposi e concreti interessi stranieri, l’Ita­lia “rossa” fa decidere a Josip Stalin e al comitato centrale del Pcus se iniziare o meno una guerra civile nella penisola, e quella anticomunista la conduce agli ordini del National security council americano.
Dalle Forze armate sarebbe state lecito attendersi un’azione tesa ad arginare la frattura politico-ideologica all’interno del Paese, viceversa saranno proprio le gerarchie militari a solleci­tare la classe dirigente democristiana ad alimentare lo scontro con i comunisti.
Questi ultimi, i cui dirigenti erano certamente al servizio esclusivo dell’Unione sovietica, hanno rappresentato una minaccia solo perché i loro avversari hanno curato il loro interesse di mantenere ad ogni costo il potere ponendosi, anch’essi, al ser­vizio di un ‘altra potenza straniera, gli Stati uniti.
Non c’è traccia di italianità nella politica degli uni e degli altri.
L’Italia è un mezzo per i politici di entrambi gli schieramenti, mai il fine.
Se questa è stata la scelta dei dirigenti politici al potere, la casta militare ha giocato la carta antinazionale della partecipazione al nuovo conflitto mondiale fra le due potenze vincitri­ci della Seconda guerra mondiale, alimentando la paura fisica e politica dei democristiani ai quali si è presentata, come l’unica for­za in grado di fermare la marcia della “quinta colonna” sovietica nel Paese.
L’anticomunismo militare ha ottenuto, con la sua intransigenza e determinazione, di non finire alla sbarra per le sue gravissime responsabilità nella conduzione della guerra, di ricostituire la propria unità, di collocarsi come la garanzia per gli Stati uniti e la Nato che l’Italia sarebbe rimasta sempre al loro fianco, a prescindere dalle scelte dei governi.
La garanzia militare ha dato, sul piano interno, fiducia alla classe politica democristiana e laica anticomunista e, nello stes­so tempo, ha rassicurato gli alleati internazionali che su di essa hanno contato per impedire ai codardi politici di cedere al Parti­to comunista uno spazio politico sempre maggiore.
La scelta americana di affrontare lo scontro con l’Unione sovie­tica sul piano militare ha trasformato il mondo in un campo di bat­taglia in cui gli eserciti hanno assunto, nel tempo, un’importanza sempre maggiore e, spesso, decisiva.
Sono le Forze armate ad aver garantito agli Stati uniti la tenu­ta dell’America latina contro il progredire del comunismo, così co­me in Asia, in Africa, e nella stessa Europa meridionale, quella che la nascita dello Stato di Israele ed il conflitto medio-orien­tale che ne è seguito ha portato in prima linea.
La Turchia, ha sempre visto le Forze armate imporre con la for­za le ragioni americane e dell’Alleanza atlantica; la Grecia ha conosciuto il colpo di Stato del 21 aprile 1967; la Francia, ha visto il pronunciamento militare del 13 maggio 1958; la Spagna ed il Portogallo hanno avuto regimi autoritari sostenuti dalle proprie Forze armate.
In Italia, le Forze armate, nel dopoguerra, in particolare a partire dagli anni Sessanta quando si è raggiunto l’apice del pericolo, hanno sempre oscillato fra la speranza di poter ripetere il 25 luglio 1943, il “colpo di Stato istituzionale” con un presiden­te della Repubblica o del Consiglio al posto di Vittorio Emanuele III, e la tentazione di imitare i loro colleghi francesi che, il 13 maggio 1958, da Algeri avevano imposto alla Francia il loro candidato alla presidenza della Repubblica, Charles De Gaulle.
In un Paese in cui i dirigenti politici sono mezze calzette e un De Gaulle non c’era, la speranza di ripetere il 25 luglio è svani­ta il 12 dicembre 1969, il resto è stata una lotta sorda e sordi­da per mantenere sotto pressione la Democrazia cristiana facendo intravedere la possibilità di giungere alla formazione di governi diversi da quelli formati dagli uomini dello scudocrociato, magari con un atto di forza, ma nel rispetto della legalità costituziona­le.
Se si vorrà, infine, accettare la realtà di un Paese che stato obbligato a vivere in uno stato di guerra permanente, allora sarà necessario riscrivere la storia delle Forze armate italiane nel dopoguerra per inserirle a pieno titolo fra i protagonisti della tragedia che la Nazione ha vissuto e di cui, ancora oggi, paga le conseguenze.
In un Paese in cui la classe politica dominante e la casta mili­tare, teoricamente alle sue dipendenze, si sono in realtà contese la fiducia del potente alleato-padrone americano sulla pelle degli italiani, la magistratura, nel suo complesso, non può esistere co­me potere indipendente.
La governativa magistratura italiana ha, quindi, partecipato al rapporto amore-odio fra la dirigenza politica democristiana e la casta militare facendo quello che pretendeva la prima senza lede­re gli interessi della seconda.
Non è mai stato redatto un elenco di ufficiali delle Forze armate inquisiti – e poi regolarmente assolti o prosciolti con varie formule – per i fatti “eversivi” degli anni Sessanta e Settanta, ed è dovero­so ricordarne qui alcuni, insieme ad altri che non sono mai entra­ti ufficialmente nelle inchieste giudiziarie perché ritenuti di grado troppo elevato per essere infastiditi dai piccoli impiegati del codice penale, notoriamente fortissimi con i deboli e debolissimi con i forti.
Si nota subito come i massimi vertici militari, se in Italia ci fosse stato un vago sentore di giustizia, avrebbero dovuto essere chiamati alla sbarra.
Difatti, compaiono nelle cronache giudiziarie i nomi di Francesco Mereu, capo di Stato maggiore dell’Esercito ; Duilio Fanali, capo di Stato maggiore dell’Aeronautica; Eugenio Henke, capo di Stato mag­giore della Difesa ed ex direttore del Sid; Giovanni Torrisi, capo di Stato maggiore della Difesa; Giovanni De Lorenzo, capo di Stato maggiore dell’esercito, già direttore del Sifar e comandante gene­rale dell’Arma dei carabinieri; Luigi Forlenza, comandante genera­le dell’Arma dei carabinieri; Giuseppe Rosselli Lorenzini, capo di Stato maggiore della Marina.
Inoltre, sono da segnalare i nomi dei generali Ugo Ricci, Luigi Salatiello, Antonino Giglio, Giulio Macrì, Filippo Stefani, Cacciò, Zavattaro Ardizzi, Giovanbattista Palumbo, l’ammiraglio Antonio Mondaini, il tenente generale del Genio navale Dario Paglia, l’ammira­glio Gino Birindelli, il generale di Squadra aerea Giulio Cesare Graziani, il generale Arnaldo Ferrara.
A partire dal generale Giovanni Allavena sono stati inquisiti nel corso degli anni tutti i direttori del servizio segreto mili­tare per fatti attinenti alla guerra politica: Vito Miceli, Mario Casardi, Giuseppe Santovito, Fulvio Martini.
Lunghissimo è, poi, l’elenco degli ufficiali di grado inferiore che sono passati, man mano, per gli uffici giudiziari e per le au­le dei tribunali.
Le accuse rivolte a tutti costoro variano dalla partecipazione a presunti “colpi di Stato” (Borghese, Rosa dei venti, Sogno) a depistaggi, a progettazioni perfino di attentati stragisti come quello di Trento del 18 gennaio 1971, alla tutela degli interessi stranieri come nel caso dell’abbattimento dell’aereo “Argo 16″ nel cielo di Marghera il 22 novembre 1973, o del Dc-9 Itavia ad Ustica il 27 giugno 1980.
Sono le pagine del disonore militare che una forsennata ed inte­ressata propaganda svolta da tutte le forze politiche, tramite i loro giornalisti, ha cercato invano di cancellare.
Accanto alle poche ma significative condanne passate in giudica­to, ci sono tante assoluzioni e proscioglimenti che anche un profa­no della materia processuale nota che sono stati dettati dalla ra­gion di Stato e dalla pavidità di chi ritiene che la giustizia sia una parola vana.
Nella ricostruzione della guerra politica italiana non si può fingere che ci siano stati “incidenti di percorso”, “deviazioni” ed “infedeltà”.
I nomi dei protagonisti militari sono agli atti, l’elenco delle organizzazioni create dalla Forze armate, da esse ispirate, ad esse fiancheggiatrici è stato redatto.
È paradossale che si sia preteso fino ad oggi che una guerra definita, inizialmente, “psicologica”, poi “non ortodossa”, infi­ne divenuta “a bassa intensità”, che ha provocato centinaia di vit­time, migliaia di feriti e decine di migliaia di incarcerati e con­dannati, sia stato solo un affare politico e non militare, nel quale al limite sono stati coinvolti i soli servizi segreti militari e civili e i corpi di polizia, Pubblica sicurezza e carabinieri, dimenticando che questi ultimi sono sempre stati parte integran­te della Forze armate.
La guerra politica in Italia non è stata diretta da politici tecnicamente sprovveduti, da mestatori ed affaristi, da neofascisti di scarso livello intellettivo ed infimo livello morale, da avven­turieri alla Sogno o alla Pacciardi, ma da professionisti della guerra che hanno ritenuto funzionale, ad un certo momento, riven­dicare quel peso politico che il loro ruolo ed i loro “meriti” rendevano non più procrastinabile nel tempo.
È amaro constatare come l’Arma dei carabinieri sia stata ele­vata con il concorso determinante degli ex comunisti a quarta Ar­ma delle Forze armate, quando viceversa avrebbe dovuto essere ri­dimensionata per il ruolo tragico ricoperto nella guerra civile italiana del secondo dopoguerra.
Oggi, è l’Arma dei carabinieri a ricattare i politici imponendo con totale ed ostentato disprezzo verso la popolazione e la giu­stizia che un suo generale, condannato a 14 anni di reclusione per traffico internazionale di stupefacenti, rimanga al suo posto di comando.
Ci sono voluti venti e più anni per assolvere tutti gli ufficia­li dell’Aeronautica finiti alla sbarra per la tragedia di Ustica, ma alla fine anche quest’Arma ha avuto la sua soddisfazione.
L’intreccio fra politica e militari, fatto di reciproci ricatti, non permette che sia fatta luce né giustizia, su una guerra che ci si ostina ancora a negare, spacciandola per “terrorismo”.
Per negare alle Forze armate italiane nate dalla sconfitta mi­litare, da una guerra civile, dal bagno di sangue della primavera del 1945, la qualifica di “italianità”, per additarle come ne­miche della Nazione e del nostro popolo, non contiamo sulle parole ma sui fatti, non quelli descritti negli atti processuali e nei documenti di archivio, ma quelli iscritti sulle lapidi dei tanti italiani che sono rimasti uccisi per gli interessi di una potenza straniera tutelati da una classe politica e da una casta militare mercenarie.

Vincenzo Vinciguerra

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Alamari e stella di David

 

Opera, 2 maggio 2010

Da mezzo secolo si indaga e si discute sulla guerra a bassa intensità scatenata in Italia, a partire dai primi anni Sessanta, inserendola nel contesto della ‘guerra fredda’ fra le due superpotenze, Unione sovietica e Stati uniti.
Tanti nomi sono stati fatti, a proposito e a sproposito, ma non quello del generale Arnaldo Ferrara, capo di Stato maggiore dell’Arma dei carabinieri dal 1° novembre 1967 al 26 luglio 1977, per quasi dieci anni.
A puntare un fascio di luce sulla figura di questo ufficiale, per la prima volta in mezzo secolo, sono i giornalisti Andrea Sceresini, Nicola Palma, Maria Elena Scandaliato che di lui chiedono al generale Gianadelio Maletti nel corso dell’intervista, ora pubblicata nel libro “Piazza Fontana. Noi sapevamo”, edito da Aliberti.
Maletti non si sbilancia, ma quel poco che dice è raggelante, perché lo inserisce nella ristrettissima cerchia delle “eminenze grigie” che hanno dominato il Paese in quegli anni.
Intrattenendosi sulla figura di Michele Sindona, Maletti testualmente afferma che era un uomo “così importante da classificarlo come eminenza grigia sovranazionale”, e prosegue:
“Un pò come Arnaldo Ferrara, l’ex capo di Stato maggiore dei carabinieri. In molti l’hanno dimenticato. Anche lui, però, può essere inserito nella ristrettissima cerchia delle eminenze grigie” (p. 225).
Per comprendere l’eccezionale gravità della dichiarazione del generale Gianadelio Maletti (ed anche la sua prudenza) bisogna tornare indietro nel tempo, nel 1967.
Il 22 maggio 1967, si svolge una riunione ristretta fra il ministro degli Esteri Amintore Fanfani, il presidente del Consiglio Aldo Moro, il vice presidente del Consiglio Pietro Nenni e il ministro della Giustizia Oronzo Reale, per decidere la linea politica del governo nell’imminenza del conflitto arabo-israeliano che appare inevitabile.
L’anomalia della riunione è rappresentata dalla presenza del repubblicano Oronzo Reale che, come ministro della Giustizia, non ha alcun titolo per prendere parte ad un incontro al vertice sulla politica estera del Paese.
La presenza di Oronzo Reale si spiega con la posizione di “quinta colonna” israeliana in Italia, rappresentata dal Partito repubblicano che è in grado di imporre la presenza di un suo rappresentante ad una riunione che tratta di argomenti che sono estranei alla sua funzione di ministro della Giustizia.
La premessa è necessaria per comprendere quello che accade qualche mese più tardi.
Inizia e finisce, in sei giorni, la guerra arabo-israeliana. Il 9 giugno tutti i paesi comunisti europei, meno la Romania, rompono i rapporti diplomatici con Israele. Nel mese di luglio, il colonnello dei carabinieri, Arnaldo Ferrara, è designato capo di Stato maggiore dell’Arma dei carabinieri.
Perché proprio lui?
La risposta risiede nel fatto che Ferrara è fratello di un parlamentare repubblicano e, soprattutto, è di religione ebraica.
La nomina di un israelita al vertice dell’Arma dei carabinieri in un momento in cui appare evidente che lo scontro arabo-israeliano si allargherà all’Europa per l’azione della guerriglia palestinese, rappresenta una garanzia data dai vertici politici e militari italiani allo Stato d’Israele.
I capi di Stato maggiore dell’Arma dei carabinieri si alternano, a rotazione, ogni due anni, poi passano ad un comando operativo e quindi vengono promossi al grado superiore. Il colonnello Arnaldo Ferrara, viceversa, resta al suo posto per dieci anni, passando al grado di generale di brigata, poi di divisione senza mai schiodarsi dalla poltrona di capo di Stato maggiore.
Nel luglio del 1977, il generale comandante dell’Arma dei carabinieri, Enrico Mino, decide la sua rimozione che appare, ictu oculi, collegata ancora una volta ad Israele ed alla comunità ebraica, questa volta in senso negativo.
Si è creata, difatti, una situazione che vede l’Italia in ginocchio, disperatamente bisognosa dell’aiuto finanziario della Germania occidentale che però, fra le condizioni poste al governo italiano per concedere il prestito di cui necessita, vi è quella della restituzione del tenente colonnello Herbert Kappler, condannato all’ergastolo per la fucilazione di alcuni ostaggi alle Fosse Ardeatine, il 24 marzo 1944, in numero eccedente a quello stabilito dalle convenzioni internazionali.
Herbert Kappler è, in realtà, libero perché gli è stata concessa la liberazione condizionale come prova di buona volontà da parte del governo italiano, ma è ricoverato all’ospedale militare del Celio perché malato terminale di tumore.
Il governo italiano non ha la forza di sfidare la rabbia israeliana permettendo a Kappler di andare a morire in Germania, quindi organizza furbescamente la sua “fuga”.
L’ospedale militare del Celio è sorvegliato dai carabinieri, ma per consentire a Kappler di “fuggire” bisogna rimuovere l’ostacolo rappresentato dall’israeliano generale Arnaldo Ferrara il quale mai si sarebbe prestato a compiere questa operazione considerata una gravissima offesa nei confronti della comunità ebraica romana e dello Stato di Israele.
Così, Ferrara viene alfine rimosso, il 26 luglio 1977. L’8 agosto assume l’incarico di capo di Stato maggiore dell’Arma dei carabinieri il generale De Sena, il 15 agosto 1977, Kappler è portato via dagli uomini di una struttura segreta, denominata “L’Anello”.
La reazione di Ferrara è rabbiosa, ma ormai inutile. Il sospetto che Israele non abbia gradito l’affronto, in un momento in cui al governo vie era Menachem Begin, sul cui fanatismo e sulla cui ferocia è inutile soffermarsi, induce a riflettere sul fatto che, nel mese di ottobre del 1977, le Brigate rosse, per felice coincidenza, iniziano a pedinare Aldo Moro, vero regista, della “fuga” di Kappler e che, sempre in quel mese, il 31 ottobre, per altra straordinaria coincidenza, l’elicottero sul quale viaggia, insieme ad altri ufficiali, il comandante generale dell’Arma dei carabinieri, Enrico Mino, esplode in volo sul cielo della Sila.
Il conto ad Aldo Moro sarà saldato il 9 maggio 1978. E’ lecito chiedersi se sia dovuto al caso che i due principali protagonisti, uno sul piano colitico, Aldo Moro, l’altro su quello militare, Enrico Mino, della “fuga” del tenente colonnello Herbert Kappler siano morti ammazzati a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro?
Non pretendiamo di avere la risposta. Ci limitiamo doverosamente a porre la domanda.
E Ferrara? Diverrà vicecomandante dell’Arma dei carabinieri e, poi, consigliere militare per la sicurezza del presidente della Repubblica Alessandro Pertini.
Certo, è scritto nella storia d’Italia il ruolo che l’Arma dei carabinieri ha ricoperto nelle pagine più oscure della “strategia della tensione”, ma nessuno ha mai osato chiedersi se questo derivava anche dal fatto di avere al vertice un amico di Israele e dei suoi servizi di sicurezza.
Come si conviene ad una potentissima “eminenza grigia”, Ferrara è passato inosservato, senza che nessuno abbia mai osato citarlo e, tantomeno, chiedere spiegazioni sulla sua permanenza per dieci anni a capo di Stato maggiore dell’Arma dei carabinieri, gli anni delle stragi, dei depistaggi, del “terrorismo nero” di marca israeliana ed americana.
Ora che, grazie al coraggio di tre giovani giornalisti, il muro di omertà intorno alla figura ed all’operato del generale Arnaldo Ferrara è caduto, è augurabile che altri vogliano approfondire l’argomento, andando al di là di quella pur pesantissima affermazione del generale Gianadelio Maletti che lo ha inquadrato come una “eminenza grigia” potente, potentissima.
Altri occulti detentori di un potere che valicava i confini nazionali sono caduti, da Michele Sindona, “suicida” nel carcere di Voghera, a Licio Gelli, travolto dallo scandalo della P2, a Giulio Andreotti riconosciuto come colluso con la mafia.
Non Arnaldo Ferrara, forse ancora oggi in vita, ancora troppo potente per i tanti segreti che detiene da fare paura.

Vincenzo Vinciguerra

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