Quarantaquattro anni dopo: 20 domande a Fortunato Zinni

Il 12 dicembre 1969, l’impiegato Fortunato Zinni si trovava al lavoro all’interno della Banca nazionale dell’agricoltura di piazza Fontana a Milano, quando esplose la bomba che uccise 17 persone. Nei 44 anni successivi non ha mai rinunciato a cercare la verità e a pretendere quelle risposte che il nostro Paese non ha ancora mai avuto. Orgogliosi di poter ospitare la sua straordinaria testimonianza, lo ringraziamo di cuore per averci concesso l’intervista che segue.

nessuno è stato
1. Cominciamo dall’episodio più recente.
Nel corso della commemorazione del 44° anniversario della strage di piazza Fontana, il Presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime, Carlo Arnoldi e gli altri oratori hanno criticato duramente la decisione del gip Fabrizio D’Arcangelo, di confermare la richiesta di archiviazione dei pubblici ministeri della Procura di Milano, delle indagini imperniate su quattro filoni investigativi segnalati dall’avvocato Federico Sinicato, nel 2009, a nome delle famiglie delle vittime. Dopo questa archiviazione ha prevalso lo sconforto o la rabbia?

Né l’uno, né l’altra, ma se possibile un rinnovato e più convinto impegno a continuare la nostra battaglia.
Ad ogni condanna, assoluzione, avocazione, annullamento, archiviazione, il labirinto paranoico di dispute giuridiche e dottrinarie, che da 44 anni accompagna il più ignobile laboratorio di impunità giudiziaria mai concepito dalla democrazia si fa sempre più aggrovigliato ed incomprensibile.
Il gioco è fin troppo scoperto, ed è, ormai chiaro a tutti, che a renderlo inestricabile sono proprio quelli che dovrebbero districarlo.
Generali felloni e spioni di stato, instancabili nel tessere e disfare , una tela di Penelope logora e consunta, una opinione pubblica distratta ed assente e una stampa connivente con i potenti di turno, hanno consentito, nel corso degli anni, ad una magistratura ossequiente, di costruire, negli anni, una mostruosità giuridica che, tra emozioni, speranze, dolori e certezze ha prodotto e continua a produrre sabbia e nuova sabbia ancora. Il sangue della storia asciuga in fretta e la sabbia è quella che in ogni caso serve ad asciugare.
Per quasi mezzo secolo, depistaggi e pesanti ingerenze della Suprema Corte, fedele interprete degli interessi delle classi dominanti, hanno scandito il percorso dei processi di piazza Fontana e hanno generato: bombaroli che diventano opinionisti, legali che passano dalla difesa delle vittime a quella degli imputati, poliziotti capaci per alcune procure, inconcludenti e pericolosi per altre, feroci lotte intestine tra procure e tra magistrati, con gli immancabili corifei della stampa schierati per gli e per gli altri. Un museo degli orrori senza fine.

2. Cosa non la convince nella sentenza del gip D’Arcangelo?
Il tono infastidito, un esplicito invito a piantarla con la verità giudiziaria e di accettare il verdetto tombale della Cassazione.
I magistrati milanesi potevano risparmiare alle famiglie delle vittime, già umiliate dalla ingiusta giustizia e dalla condanna al pagamento delle spese processuali della Cassazione, questa supponente lezione di procedura penale inutile, saccente e non richiesta,
Si chiedeva un esame di alcuni spunti investigativi, bastava una sobria e rispettosa risposta, anche negativa, ma nel merito. .
Come sindaco ho fatto parte delle istituzioni ed ho un profondo rispetto per la magistratura e le sentenze.
Ad alcuni magistrati coraggiosi ho dedicato il mio libro “Piazza Fontana nessuno è Stato” e sono consapevole delle difficoltà che gli inquirenti e gli organi giudicanti hanno dovuto affrontare per districarsi tra una marea di carte .
Non sono tra quelli che cercano colpevoli da condannare a tutti i costi.
Si può e si deve accettare la sconfitta nel processo, ma per piazza Fontana il fallimento della giustizia è principalmente colpa dello Stato che non ha saputo, potuto, voluto processare se stesso.
Di questo, purtroppo nella sentenza del gip D’Arcangelo non c’è alcuna traccia.
I magistrati della procura di Milano sanno meglio di me che i delitti per stragi sono imperscrittibili, l’azione penale è obbligatoria e l’impegno a continuare a cercare la verità deve essere incessante fino a quando esiste un frammento di verità inesplorata..
Nel suo provvedimento, di una novantina di pagine, il gip ha illustrato i motivi per i quali ha accolto la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura di Milano, nel mese di maggio 2012, In linea con i pubblici ministeri Grazia Pradella, Maurizio Romanelli e con l’ex procuratore Armando Spataro, il gip ha ritenuto che nei quattro spunti investigativi, non vi siano indizi e prove sufficienti per riaprire le indagini ed arrivare ad individuare nuovi responsabili di quella strage.
“Invece – ha commentato, a nome delle famiglie delle vittime, l’avvocato Federico Sinicato – c’erano importanti elementi di novità che, secondo noi aprivano delle concrete possibilità di indagine. Non smetteremo di cercare la verità e continueremo a raccogliere altri elementi per arrivare a scoprire i responsabili”
“Il giudice – ha scritto il gip nella sentenza – non può usare lo strumento del processo per fare lo storico, scambiando per «indizi» quelli che sono solo «meri sospetti», e nemmeno può fare lo psicologo di massa che con indagini esplorative lenisca nell’opinione pubblica «la generale insoddisfazione giuridica e sociale» per il fatto «che, a distanza di oltre 40 anni e dopo la celebrazione di vari processi, per la strage di piazza Fontana non ci sia alcun colpevole punito.

3. Si perpetua ancora una volta, l’onnipresente equivoco tra la verità giudiziaria e quella storica. Non basta quest’ultima?
Certo in uno Stato di diritto, la verità processuale, è determinata dalle prove esibite durante il processo.
Occorre prendere doverosamente atto che l’ultima indagine non ha dato luogo ad alcun nuovo processo perché – rileva il gip- “non può costituire una ragione sufficiente per protrarre all’infinito indagini prive di serio fondamento, specie se nei confronti di persone decedute o già giudicate», o su «possibili modalità di esecuzione della strage irrilevanti o fantasiose».
Lo sconcerto nasce dalla constatazione, rilevata peraltro, da tutti gli osservatori, che a differenza dei magistrati bresciani, la Procura di Milano ha voluto anche far percepire altro.
Le “indagini prive di fondamento” sono gli “spunti investigativi “ contenuti in un dossier depositato nel 2009, presso le Procure di Milano e di Brescia, dal tenente colonnello dei carabinieri Massimo Giraudo. del Comando Unità Mobili e Specializzate Carabinieri “Palidoro E’ piuttosto raro vedere dei magistrati mettere pubblicamente alla berlina un investigatore, che peraltro, ha indagato per decenni su molte vicende italiane e sta tuttora conducendo indagini sullo stragismo e sulla mafia, Massimo Giraudo era stato il principale collaboratore di Guido Salvini, nella prima fase dell’istruttoria milanese , poi con il nuovo rito, le risultanze delle sue indagini erano state trasferite ai pubblici ministeri Pradella e Meroni, che avevano chiesto il rinvio a giudizio di Zorzi, Maggi e Rognoni.
E’ risaputo che all’interno della Procura di Milano, dopo la riapertura delle nuove indagini sulla strage di piazza Fontana, agli inizi degli anni ’90, non tutti avessero remato nella stessa direzione.
Lo stesso giudice istruttore Guido Salvini nella sua richiesta di rinvio a giudizio del febbraio 1998, con parole amare, sottolineò lo «scarsissimo sostegno dei dirigenti del Tribunale di Milano», in «silenzio» a fronte di sollecitazioni e «decine di segnalazioni scritte», come se «l’istruttoria non esistesse».
In Commissione stragi, negli anni 90, i dirigenti della Procura sollevarono dure contestazioni verso le risultanze emerse nel corso dell’inchiesta, sostenendo, tra l’altro, l’infondatezza di qualsiasi collegamento con i Servizi Segreti stranieri, circa la strage.
Sempre il gip Fabrizio D’Arcangelo ci ricorda anche che il giudice non può usare lo strumento del processo per fare lo storico…..
Per 36 anni, con i suoi discussi e reiterati interventi. è stata la Cassazione a scrivere la Storia. Il 28 aprile 2005, nella sua requisitoria, davanti alla seconda sezione penale della Cassazione, il procuratore generale, sia pure «con rammarico» e parlando di «sconfitta investigativa», chiede che siano confermate le assoluzioni. «Mi dolgo di occuparmi ora, a così tanti anni di distanza dal fatto, della strage di Piazza Fontana perché non ritengo che la Cassazione sia la sede più adatta per accertare la verità, quando la verità non è stata accertata nelle fasi precedenti di giudizio. E che la luce sulla verità dei fatti sia mancata mi pare evidente, tant’è che abbiamo avuto due verdetti di merito completamente opposti».
Se non è un pesante giudizio storico questo, che cos’è?
C’è un fermo immagine straniante che ben illumina la distanza siderale tra le speranze di giustizia delle vittime e dei cittadini di questo Paese e la burocratica insofferenza delle sue istituzioni verso la ricerca della verità giudiziaria su quei tragici anni che hanno insanguinato il paese e della sua consolidata tendenza a rifugiarsi nella comoda e onnicomprensiva verità storica,
All’inizio del dibattimento, il rappresentante della pubblica accusa, si alza dal suo scranno per affermare, in pochi minuti d’imbarazzata requisitoria, di essere stato incaricato di quel fondamentale ruolo, solo pochi giorni prima, in sostituzione di un altro magistrato, e di scusarsi di non poter sufficientemente approfondire i temi del processo essendosi, tuttavia, convinto dell’impossibilità di raggiungere una sufficiente certezza giuridica sulla responsabilità di quegli imputati.
E’ legittimo il sospetto che la magistratura italiana non abbia alcuna voglia di riaprire la vicenda processuale della madre di tutte le stragi e di chiudere con un salvifico “no contest” le altre ancora aperte..
Un sospetto di fatto avvalorato dai silenzi omertosi dello Stato che, non ha fatto e non sta facendo nulla per spalancare gli armadi, aprire gli archivi , avere il coraggio di processare se stesso, ammettere le sue responsabilità e restituire al paese una memoria condivisa sulla stagione delle stragi.
«La strage di Piazza Fontana dopo 36 anni non ha un colpevole – riconosce il PG della Cassazione, concludendo la sua requisitoria – «e purtroppo con i limiti del giudizio di legittimità non si può concludere diversamente. Ma non si può nemmeno sostenere, come ha fatto il procuratore di Milano nel ricorso, che due persone assolte con sentenza passata in giudicato – Freda e Ventura – siano i responsabili di un reato».
Al danno di dichiarare ufficialmente impunita la strage, la Suprema Corte aggiunge la beffa di condannare i familiari delle vittime a pagare le spese processuali.
Secondo la Cassazione non furono i tre neofascisti a mettere la bomba che devastò un venerdì pomeriggio la sede della Banca dell’Agricoltura.
Non furono loro, in combutta con i “servizi deviati” e con spezzoni della Cia a trafugare l’esplosivo e a infilare l’esplosivo in una borsa, piazzata sotto un tavolo della banca.
Si sa tutto, ogni minimo dettaglio della strage, delle coperture, delle complicità, che diedero avvio alla cosiddetta “strategia della tensione”.
Tutto tranne i colpevoli».
Eh già, i colpevoli non ci sono, ma le vittime sì, quelle sono certe e quindi, visto che nel dibattimento i loro rappresentanti hanno perso, paghino.
Assieme a loro paghino tutte le altre parti civili: Presidenza del Consiglio, Ministero dell’Interno, Comune e Provincia di Milano, Provincia di Lodi.
La verità giudiziaria non si esaurisce sempre nella condanna dei singoli responsabili.
“I giudici non possono scrivere la storia né lenire l’insoddisfazione del’opinione pubblica” senza elementi probanti, ma sono state le sentenze con i loro dispositivi a costruire la verità storica (con buona pace di D’Arcangelo) e a stabilire la matrice nazifascista della strage.
Insomma, dice l’ultima sentenza della Cassazione del 3 maggio 2005, i colpevoli ci sono, sono ben individuati, sono quelli di Ordine Nuovo, solo che non si possono condannare perche la stessa Cassazione, in precedenza, li ha assolti.
Giustizia è fatta.

4. Il fascicolo redatto dal Tenente Colonnello Massimo Giraudo suggeriva, tra le alte cose di riconsiderare il ruolo di Pietro Valpreda. Cosa pensa in merito e che opinione ha del libro di Cucchiarelli, che tra le altre cose sostiene che Valpreda non fosse completamente estraneo alla vicenda?
La ricostruzione del giornalista – la cui posizione è stata archiviata, dopo essere stato indagato per non aver svelato il nome di una misteriosa persona da lui intervistata nel libro, per il gip è “una libera ricostruzione degli eventi che condussero alla strage, sfornita di utilità in sede processuale in quanto fondata su tesi e asserti non documentati e non documentabili”.
A differenza di certe stroncature considero interessante e frutto di un attento lavoro di ricerca e di analisi, gran parte del libro di Paolo Cucchiarelli.
Dissento totalmente dalla tesi della doppia bomba.
Quel venerdì di quarantaquattro anni fa, ero in banca ed ho sentito un solo scoppio e poi alla Banca Commerciale di piazza della Scala la seconda bomba che fine ha fatto?
No, resto convinto che anziché Valpreda ed altri ingenui anarchici sia stato proprio il giornalista (a mio giudizio in buona fede) ad essere caduto nella trappola di vecchi marpioni golpisti, stragisti ed imbroglioni, a partire da Russomanno per finire al fantomatico Mister X .
Paolo Cucchiarelli, sostiene che la testimonianza del suo misterioso informatore non è determinante ai fini processuali e nel rispetto della sua etica professionale ne protegge la fonte.
Le rivelazioni, ha detto ai giudici, peraltro, servivano solo a confermare la sua ricostruzione logica degli eventi
In realtà “ricostruzioni” e “rivelazioni” non aggiungono nulla al lavoro svolto da Emilio Alessandrini, dai magistrati di Catanzaro e in parte da Guido Salvini, che avevano esaminato la possibilità della doppia bomba e l’avevano accantonata perché priva di riscontri convincenti.
L’autore de “Il segreto di piazza Fontana” si rammarica che i riscontri siano stati fatti sparire subito dagli attentatori. Francamente non mi sembra una grande “ricostruzione logica”.
Gli anarchici furono le vittime sacrificali di inquirenti e magistrati al servizio dei burattinai politici, dei piduisti, dei militari golpisti e dei loro reggicoda del Sisde, del Sid, dell’Ufficio Affari Riservati e delle Questure di Milano e Roma.
Ora a distanza di quasi mezzo secolo, affidarsi ad ardite ricostruzioni autodefinite “logiche” e farle avallare da un misterioso e fantomatico fascista romano mi sembra poco credibile.
Se poi,“ Mister X”, lo si dovesse cercare nella lista degli otto nomi indicati da Giraudo, si scade nell’irrazionale e si rischia di vanificare anche gli spunti di indagine interessanti che pure ci sono tra quelli indicati dall’avvocato Federico Sinicato e nello stesso libro di Cucchiarelli.

5. Quali a suo parere, tra gli elementi elencati da Giraudo, meritavano di essere fatti oggetto di indagine approfondita? Quali invece, i punti deboli del duo documento?
Tra i punti deboli sicuramente annovero le dichiarazioni rese da Alfredo Virgillito, peraltro parzialmente non verbalizzate e rese da persona con gravi turbe psichiche.
Altro punto debole è la tesi della doppia bomba, rilanciata dal film «Romanzo di una strage» (per Cucchiarelli una anarchica e l’altra fascista, per Marco Tullio Giordana, una fascista e una dei servizi), valutata come assolutamente inverosimile e «palesemente prive di fondamento» nella sentenza del gip.
Ho già detto le ragioni che mi portano a condividere questa valutazione.
La perizia sull’esplosivo e sulla sua tipologia, se letta con la professionalità dei periti, lasciava aperta la possibilità di un’ulteriore pista che sembrava riunire in un’unica matrice molte delle vicende di quegli anni, non solo Piazza della Loggia ma anche gli attentati sui treni dell’aprile e agosto ’69.

6. Tesi che controbattono altre tesi?
Certo, ma proprio per questo tutte rispettabili, e non mi spiego perché la Procura di Milano non abbia ritenuto di approfondire questo ulteriore indizio che a mio avviso avrebbe meritato maggiore attenzione.
Come faccio fatica a capire perché i magistrati di Brescia hanno ritenuto utili alle indagini le dichiarazioni di Gianni Casalini e Giampaolo Stimmamiglio e il gip e i pubblici ministeri di Milano le hanno liquidate con giudizi sferzanti.

7. A distanza di tanti anni dai fatti, ci sembra che tutti gli apparati dello Stato (servizi segreti militari e civili, strutture dell’esercito e delle questure, infine gli organi giudiziari) si siano mobilitati per tenere nascosta la verità. Spiegare tutto questo come opera di elementi deviati o infedeli vuol dire negare, a nostro parere, la sistematicità di tale operazione e la responsabilità dei vertici. È d’accordo?
Lo stragismo non fu certo riconducibile al delirio di una banda di disperati, ma un disegno nato nel cuore stesso della politica, e che un quotidiano inglese: The Guardian per primo chiamò strategia della tensione.
Nel testo teatrale scritto con Silvio Da Ru, “ Segreto di Stato” Maingraf Edizioni, ne ho parlato a lungo con il giudice Guido Salvini.
Quello che è avvenuto è il punto terminale di una grande operazione, frutto dell’acutizzarsi delle tensioni internazionali degli anni ’60, quando era netta la sensazione che lo scontro con il blocco orientale fosse arrivato al suo culmine, e che il nostro paese – occidentale, di confine, con un partito comunista molto forte – potesse essere un teatro decisivo della battaglia per il predominio sull’intera Europa.
Il vero scopo di questa strategia, nel nostro paese, era quello di destabilizzare la situazione politica interna, rendendo così instabile il sistema democratico e favorendo l’instaurazione di un regime autoritario, mediante azioni concertate tra servizi segreti italiani e stranieri, di infiltrazione in gruppi terroristici, di modo da spingerli a compiere azioni tali da creare allarme e terrore nell’opinione pubblica.
In questo modo si sarebbero giustificate reazioni estreme come l’instaurazione di uno stato di polizia, o si sarebbe destabilizzata la posizione dell’Italia nelle sue alleanze.
Un altro sistema era il confezionamento di attentati stragisti congegnati in modo tale da farli apparire ideati ed eseguiti da membri di organizzazioni dell’estrema sinistra o dell’estrema destra, o tramite lo sfruttamento mediatico di attentati effettuati da normali terroristi.
Venne costituita con un protocollo d’intesa tra il Servizio italiano e quello statunitense. il 26 novembre 1956, una organizzazione clandestina, chiamata Gladio, promossa dalla NATO per contrastare un’eventuale invasione sovietica dell’Europa occidentale. Dopo che fu chiaro che non ci sarebbe mai stata un’invasione sovietica, e di fronte al crescere delle proteste e delle lotte operaie e studentesche degli anni 60, la struttura partecipò al coordinamento delle varie stragi per evitare che anche internamente il paese si spostasse troppo a sinistra. I finanziamenti dell’organizzazione provenivano dalla CIA, prova ne fu la base operativa a capo Marrargiu, in Sardegna, che venne realizzata grazie a fondi statunitensi.

8.  La strategia della tensione riuscì a centrare i suoi obiettivi?
Vi sono tre teorie al riguardo. La prima è che tale strategia non andò a segno, perché la risposta del paese di fronte all’efferatezza delle stragi, più che di paura fu di richiesta di giustizia. La seconda teoria è che qualcuno ritiene che invece la strategia ebbe una parziale vittoria, dato che a seguito degli attentati lo stato emanò leggi repressive, le cosiddette leggi speciali.
La terza è una dichiarazione contenuta in un’intervista di Licio Gelli rilasciata a La Repubblica il 28 settembre del 2003, il quale dice, cito testualmente: “Ho una vecchiaia serena. Tutte le mattine parlo con le voci della mia coscienza, ed è un dialogo che mi quieta. Guardo il paese, leggo i giornali e penso: ecco qua che tutto si realizza poco a poco, pezzo a pezzo. Forse sì, dovrei avere i diritti d’autore. La giustizia, la tv, l’ordine pubblico. Ho scritto tutto trent’anni fa in 53 punti”.
Com’è ormai noto a tutti il 17 marzo del 1981 i giudici istruttori Gherardo Colombo e Giuliano Turone, nell’ambito dell’inchiesta sul rapimento dell’avvocato e uomo d’affari siciliano Michele Sindona, fecero perquisire la villa di Gelli ad Arezzo e la fabbrica di sua proprietà. L’operazione, eseguita dalla sezione del colonnello Bianchi della Guardia di Finanza, scoprì fra gli archivi di Gelli una lista di quasi mille iscritti alla loggia massonica P2, e un programma, denominato “Piano di rinascita democratica” strutturato in 53 punti. Mi pare superfluo ricordare i nomi degli iscritti alla P2, così come in cosa consistesse il programma di Gelli. Al riguardo esiste una sterminata bibliografia, oltre a trovare tutto ciò che si vuole su internet. Invece, rispetto al nostro caso, dato che molti dei protagonisti della strage di Piazza Fontana erano iscritti alla lista della loggia P2, come il Generale Maletti e il capitano La Bruna, che come ormai sappiamo erano in rapporto con le cellule eversive dell’estrema destra di Freda e Ventura, se le parole di Gelli fossero vere significa che la strategia della tensione era uno dei tanti strumenti utilizzati dal potere occulto, per raggiungere il suo obiettivo: ossia l’instaurazione di un governo che attuasse il “Piano di rinascita democratica”.
Preferisco credere alla prima delle teorie, nella speranza che quella richiesta civile di giustizia, unitamente al dolore, la sofferenza, la rabbia e lo sdegno di chi purtroppo ha vissuto in prima persona le stragi del dopoguerra, possano servire da monito per le generazioni future, a che certi avvenimenti non si ripetano.”

9. Che senso ha continuare a ricercare i colpevoli dopo tutti questi anni? A cosa serve continuare a spendere risorse visto che una verità storica è stata acquisita?
La risposta mi sembra di una facilità persino banale: ad avere finalmente giustizia. Dietro i materiali esecutori di queste stragi c’era qualcuno cui faceva comodo venissero fatte, qualcuno che ancora oggi non può permettere di essere smascherato. Qualcuno che a sua volta non era un mandante solitario ma il rappresentante di un progetto politico finalizzato a far sì che il Paese subisse una svolta autoritaria per neutralizzare conquiste dei lavoratori e degli studenti.
In alcuni Paesi furono scatenati dei colpi di stato (Grecia, Cile…). In Italia , la strategia della tensione e le bombe avevano lo stesso obiettivo ma trecentomila milanesi fecero subito capire che il disegno eversivo era destinato a fallire.
Sul piano giudiziario invece la strage di Piazza Fontana non ha colpevoli, così come non ne hanno altre stragi; non sono bastati anni ed anni di indagini, studi, ricerche, interrogatori, udienze, un lavoro immane portato avanti, spesso tra mille difficoltà, depistaggi, interferenze che hanno vanificato gli sforzi e il lavoro di inquirenti e magistrati coraggiosi.
Certo non è facile destreggiarsi nella mole di documentazione prodotta dalle inchieste portate in aula.
A distanza di tanti anni, quando tra l’altro molti dei protagonisti sono passati a miglior vita, ottenere giustizia in un’aula di Tribunale diventa sempre più difficile. Quindi, nel dubbio, è giusto assolvere.
La legge lo prevede. Ma…
Ma la memoria storica non basta.
Mi sembra di averlo già detto ma ripeterlo aiuta a capire meglio, non è vero che il sangue della storia asciuga in fretta.
Le vittime innocenti della strage hanno diritto alla giustizia.
Il Presidente della Camera, Laura Boldrini, in Piazza Duomo A Milano lo scorso 25 aprile, e il Presidente del Senato Pietro Grasso, a Brescia nel 31° anniversario di Piazza della Loggia, si sono impegnati ad insediare una Commissione parlamentare sulle tante stragi irrisolte, anche per una maggiore comprensione della storia del paese. Ad oggi quella proposta non ha avuto alcun seguito e si è aggiunta alle tante promesse non onorate dalle istituzioni democratiche nel dopoguerra.

10. E oltre a mantenere viva la memoria e il ricordo di ciò che è stato ?
Non smettere di continuare ad andare nelle scuole per convincere i giovani a porsi delle domande. Mentre i grandi giornali e i maggiori network hanno, per anni, assecondato la volontà dei potenti, per fortuna, in tutti questi anni c’è anche chi, ha lavorato per conservare la memoria di tutte le tappe processuali.
Tanti artisti a titolo individuale hanno dimostrato maggiore sensibilità attraverso la musica e le canzoni.
All’inizio di ogni capitolo del mio libro ho voluto rendere omaggio ad alcuni di questi artisti pubblicando alcuni versi dei testi di quelle più note .
Le inchieste di controinformazione, a cominciare da “La strage di Stato”, “Una finestra sulla strage” di Camilla Cederna, “Piazza Fontana” di Boatti, “Il bombarolo” di Nozza e perché no, il discusso libro di Paolo Cucchiarelli, “Il segreto di Piazza Fontana”. Tra le trasmissioni televisive: Corrado Stajano e Marco Fini, “La forza della democrazia”. Sergio Zavoli, “La notte della Repubblica”. “La strage di Piazza Fontana”, puntata della serie “Blu notte” di Carlo Lucarelli.
Voglio citare anche “Ti ricordi di Piazza Fontana?”, tre volumi, contenuti in un cofanetto, dedicati alla strage, pubblicato a Bari nel 1987. Frutto del paziente lavoro di due magistrati, Nicola Magrone e Giulia Pavese, che non fanno né una controinchiesta, né una ricapitolazione, ma raccolgono e mettono in fila con meticolosa precisione gli “atti di un lunghissimo interminabile processo giudiziario sorto dalle (e attorno alle) bombe del ’69”.

11. Il 12 dicembre 1969 anche Roma fu sconvolta da una serie di attentati terroristici. Nessuna sentenza ha mai dimostrato tuttavia che dietro i fatti di Milano e della capitale si nascondesse un’unica regia. A suo parere questa regia c’era? In tal caso, che strategia perseguiva?
Basta riannodare il filo della memoria. Fin dalle prime ore dopo la strage, l’istruttoria fu scippata a Milano, si diedero subito in pasto all’opinione pubblica i mostri anarchici, salvo poi costringere il Parlamento nel dicembre 1972 ad approvare la legge Valpreda, per farlo uscire dal carcere dopo oltre tre anni di detenzione preventiva.
Con incredibile e intollerabile pervicacia, la Cassazione condiziona pesantemente i tempi, le procedure e l’iter giudiziario nei vari gradi di giudizio.
Da Roma, nel 1972, le carte tornano a Milano ma il capo della Procura della Repubblica, Enrico De Peppo, chiede la remissione ad altra sede per motivi di ordine pubblico e legittimo sospetto.
In una nota del Prefetto di Milano, Libero Mazza, che avrebbe fruttato al solerte funzionario il laticlavio al Senato per la DC si afferma che in città sono presenti “ventimila sovversivi”, dunque non vi sarebbe potuto essere serenità di giudizio.
Chi sono i ventimila sovversivi?
Gli studenti e i lavoratori che legittimamente manifestano per denunciare la matrice reazionaria della strage, chiedono il processo subito, rivendicano le riforme della scuola e migliori condizioni sociali.
Nel corso di quegli anni, a Milano, alcuni di quei giovani venivano uccisi da bande fasciste e dalla polizia: Saltarelli, Franceschi, Brasili, Varalli, Zibecchi. Perdevano la vita gli agenti Custra e Marino. A destra cadevano, vittime di agguati di estremisti di sinistra, Ramelli e Pedenovi.
L’etichetta di sovversivi rimarrà però appiccicata per sempre solo ai giovani di sinistra.
Nel frattempo, alcuni magistrati milanesi, avevano aperto un’istruttoria a carico della cellula neofascista veneta degli ordinovisti Freda e Ventura, in seguito alle indagini avviate dai giudici di Treviso, Stiz e Calogero.
Mentre, con la copertura della classe politica, i vari Damato, Catenacci, Henke, Miceli, Maletti e Labruna continuavano a depistare, i servizi segreti aiutavano gli imputati neofascisti a riparare all’estero e parte della magistratura frenava le indagini.
La Cassazione, negando di fatto, nell’indifferenza dei più, ai familiari delle vittime, di essere presenti al dibattimento con il loro carico di dolore, assegnava il processo, nell’ottobre del 1972, al Tribunale di Catanzaro, sottraendolo al suo giudice naturale e alla città di Milano, umiliata e offesa, nella sua coscienza civile.
La nuova sede del processo era stata individuata a 1300 km di distanza, nella Regione dove, nell’agosto del 1970 c’erano stati 6 morti per le bombe sulla Freccia del Sud, presso Gioia Tauro, mentre era in corso la rivolta dei “Boia chi molla” a Reggio Calabria, proprio contro la scelta di Catanzaro come capoluogo di Regione.
Il quarto processo decollerà solo nel febbraio del 1977. Il primo processo era iniziato nel febbraio del 1972 a Roma, subito interrotto e rinviato per competenza a Milano, nel gennaio del 1974 a Catanzaro, unici imputati gli anarchici,(pista rossa) il secondo processo veniva sospeso per accorpare l’istruttoria dei giudici milanesi con il rinvio a giudizio dei neofascisti veneti,(pista nera) il terzo processo riprende all’inizio del 1975, anche questo subito sospeso per l’incriminazione di Giannettini e degli uomini del Sid (strage di Stato).
L’ho fatto tante volte quel viaggio. Allora per raggiungere Catanzaro ci volevano 17 ore di treno e di pullman. Si scendeva a Vibo Valentia e si prendeva la corriera per andare a Catanzaro; una corriera piccola, che sbandava ad ogni curva e nella quale si viaggiava in piedi perché non c’erano posti a sedere sufficienti.
Una volta arrivati a Catanzaro, dall’autostazione delle corriere per salire in collina, dove era situata l’aula del carcere minorile nella quale si teneva il dibattimento, bisognava prendere i taxi, che però erano pochi e inoltre i tassisti, anziché i familiari delle vittime, caricavano i giornalisti dicendo “Questi sono nostri clienti, vengono anche la settimana prossima, e l’altra settimana ancora!”.
Così i famigliari delle vittime dovevano salire a piedi, inerpicandosi sulla collina dove c’era l’aula bunker.
Mi ricordo che una volta con noi c’era la signora De Cubernatis, la vedova di Corsini, una delle vittime, aveva settantadue anni, soffriva di un difetto di circolazione alle gambe. Quando è arrivata al culmine della collina era esausta e l’abbiamo dovuta portare a braccia nell’aula del processo. Il Presidente Scuderi, un anziano gentiluomo meridionale, si è alzato dal suo scranno, è andato ad abbracciare la signora e l’ha fatta accomodare in una poltrona, mentre nel recinto degli imputati c’era Freda che sghignazzava e rideva.
Di fronte all’aula bunker c’era una grande parete bianca dove i catanzaresi ogni tanto scrivevano slogan. Spesso la parete veniva pulita per ospitare nuove scritte, perché quel muro veniva sempre inquadrato dalle telecamere delle televisioni che seguivano il processo.
Una frase, in particolare continuava a campeggiare e ad essere riscritta: “sono stati quei puzzoni del Nord”. Siccome l’istruttoria milanese aveva indicato come colpevoli della strage i neofascisti veneti, noi pensavamo che la scritta si riferisse a quello. In realtà il processo non aveva nulla a che fare con quella frase: i colpevoli citati erano infatti i tifosi del Verona calcio, responsabili di aver mandato il Catanzaro in serie B!
Questo era il clima di quegli anni.
Ai potenti faceva comodo che fossero processati tanto i fascisti che gli anarchici, in quanto il loro primo e vero obiettivo era avvalorare la tesi degli opposti estremismi.
Quando emerge il coinvolgimento di alcuni politici, che alla sbarra balbettano penosi “non ricordo” ecco che la Cassazione chiede di stralciarne le posizioni, per approdare poi alla definitiva archiviazione. Il Parlamento non concede l’autorizzazione per il rinvio a giudizio dei ministri reticenti.
Il tempo passa e finalmente si arriva a sentenza e, contrariamente a quanto avevano in mente tutti i grandi “manovratori”, la Corte d’Assise di Catanzaro condanna all’ergastolo la cellula neo fascista veneta: Freda, Ventura, Giannettini e Pozzan, i quali durante le udienze erano solitamente in aula dentro la gabbia degli imputati. Forse non tutti ricordano che al momento della lettura della sentenza alcuni di loro in quella gabbia non ci sono più. Non ci sono perché i servizi segreti li hanno prelevati a uno a uno per condurli all’estero, a nostre spese. Non sto raccontando una storia fantasiosa da Repubblica delle banane, sto raccontando la storia del nostro paese o, per meglio dire quella parte di storia che ho vissuto sulla mia pelle, di cui sono testimone diretto: la mia vita, da quel 12 dicembre 1969 è profondamente cambiata.
I colpevoli sono stati dotati di documenti falsi dagli uomini del SID, fatti fuggire: Ventura in Argentina, Freda in Costa Rica, Giannettini a Parigi, Pozzan in Spagna. Successivamente tornati in Italia sono stati assolti dalla Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro, nel 1981.
Per essere più precisi: assolti per l’accusa relativa a Piazza Fontana, perché la Corte d’Appello assolve gli anarchici e pronuncia una condanna a quindici anni nei confronti di Freda e Ventura per alcuni attentati i compiuti nel 1969 presso la Fiera e la Stazione Centrale di Milano. Per questi due episodi, guarda caso, era stata arrestata una coppia di anarchici, i coniugi Corradini, due signori di mezza età che non c’entravano niente e che tuttavia erano finiti in galera, grazie al fatto che, appena succedeva qualcosa, andavano a cercare tra gli anarchici.
A Catanzaro, in appello era stato assolto per insufficienza di prove Guido Giannettini che si era scoperto essere al soldo dello Stato. Ma per i burattinai non basta.
Puntuale la Cassazione annulla la sentenza d’appello di Catanzaro e sposta il processo a Bari. Quando, il 1° agosto 1985 mentre il Paese è in ferie, viene pronunciato il verdetto di generale assoluzione di tutti gli imputati, molti baresi neanche sapevano che nella loro città si stava celebrando un processo così importante.
Non che al Nord in quegli anni, la memoria sia migliore. Vengono fatte interviste alla gente comune, agli studenti delle scuole superiori, ai giovani e le risposte sono molto confuse: c’è chi pensa che siano state le Brigate Rosse, chi addirittura parla di un attentato alla fontana della piazza, quella firmata dal Piermarini e ingentilita dalle sirenette del Franchi.
Il rischio dunque che tutto sia dimenticato è forte e concreto. Per fortuna c’è anche chi, in quel contesto, ha lavorato per conservare la memoria di tutti quei lunghi anni di indagine.
Anche l’anarchico Valpreda, il mostro, subito sbattuto in prima pagina nel frattempo era uscito di scena e in pochi ricordavano le parole del questore Guida, quello che aveva dichiarato “Pinelli si è buttato giù perché oramai aveva capito che li avevamo incastrati”.

12. Nel corso degli anni Novanta il processo torna a Milano. In quali circostanze, non c’era stata l’assoluzione della corte d’Appello di Bari del 1985 e la conferma della Cassazione del 1987?
Il merito è di Guido Salvini.
Dopo l’istruttoria Ledonne con le assoluzioni, sempre a Catanzaro, di Delle Chiaie e Fachini nei primi due gradi di giudizio e la rinuncia al ricorso in Cassazione, la vicenda giudiziaria di piazza Fontana sembrava ormai avviata all’oblio.
Il merito del ritorno del processo a Milano è principalmente di Guido Salvini, con la collaborazione dell’allora capitano dei carabinieri Massimo Giraudio. Dopo la riforma del Codice penale le carte passano ai pubblici ministeri Grazia Pradella e Massimo Meroni che chiedono il rinvio a giudizio di Delfo Zorzi, Giancarlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni. Richiesta confermata dal gip Clementina Forleo.
Il dibattimento inizia nel 2000, trent’anni dopo, la strage, anche qui, come a Catanzaro nell’aula appositamente allestita di un carcere minorile.
L’Associazione dei familiari delle vittime, la Provincia di Milano e la Provincia di Lodi, si costituiscono parte civile e sono rappresentati dall’Avvocato Federico Sinicato, il Comune di Milano si costituisce tramite l’Avvocato Corso Bovio, anche la Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Ministero dell’Interno si affiancano alla parte civile con un collegio di legali , tra i quali il Prof: Franco Coppi. Uno dei legali di Delfo Zorzi è Gaetano Pecorella.
A questo punto una riflessione va fatta anche sugli avvocati. A partire dall’avvilente spettacolo di Catanzaro, tutte le volte che il Presidente Scuderi doveva fissare la data delle nuove udienze. Sventolando le loro agende, molti legali, rivendicavano gli impegni già fissati dai loro studi di Milano e di Roma, relegando alle calende greche la ripresa del processo. Succedevano anche altre cose strane. Un bel giorno si scopre che i lavoratori della banca sono difesi da un consigliere comunale di Crotone. Cosa era successo? L’avvocato della Banca Nazionale dell’Agricoltura e dei lavoratori Claudio Gargiulo, quando era assente si faceva sostituire da Luigi Li Gotti, a cui era legato da rapporti famigliari. Ma Li Gotti era anche consigliere comunale a Crotone del MSI. I lavoratori della banca avevano ritirato la costituzione parte civile contro gli anarchici e mantenuta solo quella contro la cellula neofascista veneta. Dopo aver ricusato Gargiulo e Li Gotti (la Direzione della banca non condivise la rinuncia alla costituzione parte civile contro gli anarchici), i lavoratori affidarono l’incarico a Marcello Gentili, avvocato della famiglia Pinelli al processo Calabresi-Lotta Continua. Si trattava di un gesto politico rilevante, all’epoca. Giuseppe Prisco, potente presidente dell’Ordine degli Avvocati di Milano, dalle colonne della prima pagina de “Il Giornale” denunciava un intollerabile “Oltraggio alla toga”, riferendosi alla decisione di sostituire Gargiulo e Li Gotti con Gentili. Sempre in quella circostanza su suggerimento dell’avvocato della Camera del Lavoro a Gentili, professionista molto competente, ma compassato e con un garbo da gentiluomo d’altri tempi, si decise di affiancare Gaetano Pecorella. L’avvocato della Camera del Lavoro era Pietro Ichino.
La Corte d’Assise di Milano, nel giugno 2001, condanna all’ergastolo Zorzi, Maggi e Rognoni. In Appello, nel 2004, a sostenere l’accusa c’era Laura Bertolè Viale, che era stata compagna di scuola di Emilio Alessandrini, a Pescara, e raccogliendone il testimone sostenne con passione la tesi d’accusa. Ma i due testi principali, Digilio e Siciliano, non furono ritenuti credibili, spianando così la strada ad una sentenza di assoluzione. Ultima tappa: la Cassazione che il 3 maggio 2005 emise il suo verdetto tombale. Tutti finiscono assolti, ad eccezione di Digilio che, ironia della sorte, muore proprio il 12 dicembre 2005.

13. Come si sono comportato i media, le istituzioni, la società civile, in tutti questi anni?
Francamente non mi sento di esprimere un giudizio positivo sul comportamento della stampa, in particolare Piazza Fontana, ed in generale sulla stagione delle stragi, ovviamente con le dovute eccezioni.
A questo proposito voglio raccontare un aneddoto.
I lavoratori della Banca Nazionale dell’Agricoltura della filiale di Milano, già in un’Assemblea tenuta sabato 13 dicembre all’indomani della strage, avevano deciso all’unanimità, di devolvere ai figli minori delle vittime il corrispettivo delle prestazioni straordinarie per riaprire la banca dopo la strage. Dopo la morte di Pinelli i riflettori si accesero sulla sua famiglia. L’attenzione non risparmiò neanche le sue figlie, Silvia e Claudia ancora adolescenti. Una sera al telegiornale misero in onda un servizio da Milano. Una anziana Signora, la mamma di Pino accompagnava a scuola le due bambine, ad attenderle davanti al portone un gruppo di giornalisti e un operatore della televisione di Stato. La nonna si tolse lo scialle dalle spalle per coprire i volti delle nipoti, ma non riuscì ad impedire che il un cronista allungasse il microfono davanti alle bambine: ”Silvia, Claudia, cosa si prova ad essere figlie di un mostro?” Solo il brusco intervento di una insegnante mise fine all’assalto dei giornalisti. Rimasi sconvolto. Il mattino dopo, convocai un’altra Assemblea per aggiungere ai minori beneficiari delle retribuzioni per le prestazioni straordinarie anche le figlie di Pinelli. Questa volta la mia proposta fu bocciata per otto voti. I lavoratori che votarono contro, anziché esprimere il voto con la tradizionale alzata di mano sventolarono le prime pagine dei giornali che titolavano “Gli anarchici, responsabili della strage”. E se non basta questo aneddoto, potrei aggiungere il generale coro di invettive sul “mostro Valpreda”, il silenzio sul trasferimento dei processi, la supina adesione alle veline dei Servizi, fino alla decisione, poco più di un anno fa, del quotidiano milanese Libero, di affidare a Franco Freda il provocatorio ruolo di editorialista.
Dopo la ferma risposta dei milanesi, sul sagrato del Duomo, il giorno dei funerali, la partecipazione della città, il 12 dicembre accanto ai familiari delle vittime nel corteo ed in Piazza Fontana non ha più visto la stessa intensità ad eccezione dei cortei degli studenti e della sinistra antagonista.
Quando il processo è stato trasferito a Catanzaro, la Cassazione ha continuato a condizionare l’avvio del dibattimento, le sentenze venivano stravolte, la città è apparsa distratta e con essa, la stampa e l’opinione pubblica dell’intero paese. Anche la presenza delle massime autorità cittadine, territoriali e dello Stato si sono via via diradate.
Diversamente da quanto è avvenuto per Piazza della Loggia o per la Stazione di Bologna, nessun Presidente della Repubblica, Presidente del Consiglio o ministro, ha mai preso la parola, in tutti questi anni, in Piazza Fontana per riconoscere di fronte ai familiari delle vittime e al popolo italiano la responsabilità dello Stato per il fallimento della giustizia.
La memoria dei fatti di piazza Fontana, per quello che ha rappresentato nella storia recente del nostro paese, dovrebbe essere un patrimonio collettivo nelle coscienze e nei cuori di tutti gli italiani, soprattutto tra i più giovani. non possono essere addebitati solo e sempre a imprecisati poteri occulti ma chiamano in causa le pesanti responsabilità delle Istituzioni.
”Opponendo il segreto politico militare – mi ripeteva fino allo sfinimento Gaetano Pecorella – alla fine degli anni 70, si vogliono interrompere i collegamenti tra Giannettini e i vertici politici e militari”. Lo stesso legale, trent’anni dopo, era il legale dell’ex esponente di Ordine Nuovo, Delfo Zorzi o Roy Hagen san, come preferisce farsi chiamare oggi.
Ma fummo lasciati soli, come lavoratori della Banca, anche da parte di quel pezzo fondamentale dello Stato rappresentata dalla società civile, stampa, partiti, opinione pubblica, mentre eravamo chiamati a prendere decisioni difficili e complicate e confrontarci, in solitudine, con le certezze politiche di Pecorella sulla “Strage di Stato”, ampiamente documentate dalla stampa dell’epoca.
Il mio comune ha dedicato l’aula consigliare alle vittime di Piazza Fontana ed ha assegnato la massima onorificenza cittadina a Luigi Passera e Francesca Dendena per il loro impegno come Presidenti dell’Associazione familiari delle vittime nella lotta per l’accertamento della verità.

14. Com’è oggi la memoria della strage? Ritiene sia ben radicata o vede dei rischi di oblio?
Qualcuno ha definito la strage di Piazza Fontana, il simbolo della perdita dell’innocenza del nostro paese. La considero una definizione di comodo che mira a fornire un alibi morale, ai criminali assassini degli anni di piombo e ai terroristi della lotta armata. Si tratta di un inaccettabile falso storico.
Il Paese ha perso l’innocenza per aver subito la dittatura fascista, le crudeli repressioni naziste, la strage di Portella delle Ginestre e quelle di: Avola, Battipaglia, Reggio Emilia, il degrado morale attraverso la corruzione e la connivenza tra Mafia e Politica.
Con Piazza Fontana semmai c’è una svolta di qualità, perché s’incrina pericolosamente l’attendibilità dello Stato e il suo diretto coinvolgimento nella strategia della tensione nel cinico ricorso alla manovalanza neo fascista e nazista attraverso le trame di servizi segreti nostrani e stranieri.
Poi arriveranno le Brigate Rosse con la loro follia sanguinaria e omicida nei confronti d’inermi cittadini e di servitori dello Stato.
Oggi come ieri il rischio maggiore è l’indifferenza.
Fino a quando su queste vicende non ci sarà la necessaria chiarezza, le conseguenze, i rischi conseguenti alla mancata verità su Piazza Fontana restano più che mai attuali.

15. Quali sono gli strumenti più idonei per garantire che questa strage non sia dimenticata?
In questi quarantaquattro anni abbiamo assistito a un’allucinante e incredibile parodia della giustizia, che, di volta in volta, ha scoperto: la certezza d’impunità dei burattinai del massacro, il cinismo di una classe politica imbelle e complice, la reiterata disponibilità della Suprema Corte ad assecondare il potere, il servilismo di una stampa pronta a credere alle verità.
Oggi le vittime innocenti senza giustizia, l’ultima archiviazione, le due assurde lapidi in ricordo di Pinelli racchiudono tutta l’insoddisfazione, e l’indignazione dell’opinione pubblica, incarnata da quella stessa piazza simbolo. Prendendo a spunto le inevitabili contestazioni ai rappresentanti delle istituzioni e bollando le commemorazioni come stanchi e inutili riti, i soliti intellettuali in servizio permanente effettivo, in occasione degli anniversari delle stragi, ci esortano a prendere atto del fallimento della giustizia e ci invitano a smetterla con la ricerca della verità.
E questo ci riporta alla recente sentenza di archiviazione. Aver istituito un giorno dedicato alla memoria delle vittime del terrorismo e di mafia, è importantissimo, non solo per non dimenticare e sostenere i familiari delle vittime e tenere desta la coscienza collettiva per la ricerca della verità e della giustizia, ma soprattutto per condannare senza appello la violenza gratuita, priva di logica, alimentata da progetti eversivi ed evitare che simili manifestazioni di violenza politica e simbolica non abbiano mai più a ripetersi.
Questo è un paese che dimentica facilmente. La storia della stagione delle stragi, del terrorismo e degli anni di piombo andrebbe divulgata nelle scuole, fa parte della nostra cultura e della nostra storia, e quindi deve essere insegnata e ricordata dalle giovani generazioni. Aiutando le persone che lottano per contrastare le mafie e il terrorismo evitando di contrastarli in vita e poi osannarle dopo la morte. Occorre tenere vigile la guardia, nel mondo del lavoro e nelle istituzioni oltre che nella società, isolare il fanatismo, l’integralismo, l’odio per i diversi, l’idiosincrasia per il confronto con le altre opinioni veri germi del terrorismo a tutte le latitudini. Il Capo dello Stato, nel suo messaggio, che ho letto dal palco di Piazza Fontana, in occasione del 40° anniversario della strage ed incontrando i familiari delle vittime, il 7 dicembre 2009 presso la Prefettura di Milano aveva espresso apprezzamento per le nostre battaglie: “la passione civile, l’impegno dimostrato per alimentare la memoria collettiva e la riflessione, due cose alle quali l’Italia e la coscienza nazionale non possono abdicare (…)” ed una implicita ammissione delle responsabilità delle istituzioni: “quello che avete vissuto voi mi auguro diventi parte della coscienza nazionale, comprendo il peso che la verità negata rappresenta per ciascuno di voi, un peso che lo Stato italiano porta su di sé (…) La riflessione è necessaria perché ciò che è avvenuto nella nostra società non è del tutto chiaro e limpido e non è del tutto stato maturato. Continuate a operare per recuperare ogni elemento di verità”.
Per i familiari delle vittime e per tanti, tanti giovani che incontro nelle scuole questa conclusione è intollerabile.
Che cosa dovremmo fare? Rassegnarci e dare ragione a chi ha puntato sull’oblio?
E quelle vite barbaramente troncate dal tritolo delle bombe neofasciste, ancora lì in attesa di giustizia?
Il nostro compito non è solo quello di mantenere viva la memoria, ma soprattutto è quello di continuare a cercare la verità. Ci sarà un giudice a Berlino anche per piazza Fontana?

16. Nel dare lettura complessiva del decennio apertosi alla BNA e conclusosi alla stazione di Bologna, storici e analisti si sono divisi tra quanti individuano nel fenomeno stragista un’unica matrice organizzativa e quanti invece, attribuiscono un responsabile diverso a ciascun episodio. Lei che opinione si è fatto in merito?
Se per quasi mezzo secolo, la Cassazione ha irriso il diritto dei familiari a seguire il dibattimento spostandolo a centinaia di chilometri dal luogo dell’eccidio.
Se la prima sentenza è stata pronunciata dopo dieci anni e quella tombale dopo quasi trentasei anni.
Se agli ergastoli sono sempre seguite le assoluzioni e i processi sono divenuti via via una formalità giudiziaria destinata agli archivi.
Se non sono stati individuati i colpevoli e la coscienza popolare è venuta meno.
Se “Nessuno è Stato”, vuol dire che: gli strateghi del terrore e i loro complici erano dentro lo Stato democratico e non solo schegge deviate, erano conniventi e succubi delle centrali dei Servizi di paesi più potenti ed organizzati; sono riusciti con il tempo ad affievolire la rabbia sacrosanta ed a spegnere nell’oblio dei più la sete di verità.
Se Licio Gelli rivendica i diritti d’autore del suo “ Piano di Rinascita” oggi largamente attuato è difficile non parlare di fallimento della giustizia programmato proprio da chi ha accuratamente evitato di processare se stesso.
E questo vale anche per le altre stragi ancora impunite.

17. Per finire qualche domanda sulla sua vicenda umana.
Nel 2007 lei ha deciso di scrivere il saggio “Piazza Fontana, Nessuno è Stato”. Cosa l’ha spinta a questa decisione e quali riscontri ha ottenuto?
All’indomani dell’ultima sentenza della Cassazione, i familiari delle vittime della strage di Piazza Fontana hanno rivolto un appello alla città “Il 3 maggio 2005 – si leggeva nell’appello – con una generale sentenza di assoluzione la Corte di Cassazione ha messo definitivamente la parola “fine” a ogni possibile verità giudiziaria sulla Strage del 12 dicembre 1969 in Piazza Fontana.
La città di Milano e l’intero Paese ne sono usciti feriti e umiliati. Con quell’attentato criminale, si compì anche il tentativo, forse più pericoloso nella storia del dopoguerra, di precipitare l’Italia, verso svolte di tipo autoritario e cancellare conquiste di libertà, ottenute al prezzo di grandi sacrifici. Il ricordo e la memoria di quanto avvenuto, a maggior ragione, non possono riguardare solo i familiari delle vittime. La grande solidarietà mostrata dai milanesi in tutti questi anni, e ancora nella partecipata manifestazione di Milano convocata immediatamente dopo la sentenza della Cassazione, ci induce a continuare la battaglia in favore della verità e della giustizia. Vogliamo mettere a disposizione dei cittadini e soprattutto dei giovani delle scuole, i documenti ed il materiale nel tempo accumulato, gli atti giudiziari e la nostra stessa storia, impedendo che negli anni a venire di questa vicenda si parli solo al passato, non dando la possibilità alle nuove generazioni di conoscere e sapere ciò che in realtà significò per l’Italia la strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura”.
Aderendo a questo appello decisi di scrivere “Piazza Fontana: nessuno è Stato”. Per lunghi anni avevo vissuto dall’interno della banca il tormentato percorso giudiziario, avevo la possibilità di avvalermi di una inedita fonte, formata dalla documentazione conservata nei locali della banca, dal Consiglio d’Azienda. Tutte le Istituzioni territoriali che si erano costituite parte civile al processo della quinta istruttoria e i Comuni del Nord Milano, aderirono non solo alla richiesta di patrocinio del libro ma anche alla proposta di favorire la diffusione e la promozione nelle scuole, nelle biblioteche pubbliche, nei circoli culturali e istituzionali. Alcuni operatori economici privati, si fecero carico dei costi per la stampa: il libro non è mai stato posto in vendita, e ancora oggi è distribuito gratuitamente. Attingendo ai miei ricordi, agli appunti che avevo conservato nel corso degli anni e alle dichiarazioni raccolte direttamente dai protagonisti, il libro vuole testimoniare la tenacia dei familiari delle vittime e il ruolo svolto dai lavoratori della banca, durante il lungo e tormentato iter giudiziario.
Ho letto ottocentomila pagine di atti processuali, visionato molti documenti e ho rovistato nei faldoni contenenti, l’inedita corrispondenza dei difficili rapporti con gli avvocati, ritagli di giornali e risoluzioni sindacali.
Una preziosa ed interessante documentazione, raccolta fin dall’indomani della strage, conservata e custodita con cura e passione dal Sindacato aziendale, che ha costituito la fonte primaria dell’impegno che ha ispirato e guidato questo mio lavoro
Nel libro racconto una straordinaria esperienza umana.
Senza averlo chiesto, anzi ne avrei volentieri fatto a meno, mi sono ritrovato, dopo lo scoppio della bomba, come dirigente sindacale, ad assumere responsabilità inimmaginabili fino ad allora, a prendere decisioni, a discutere con gli avvocati Gargiulo, Pecorella e Gentili, linee e strategie processuali.
Le decisioni che, come lavoratori e Consiglio d’Azienda eravamo chiamati a prendere, spesso erano difficili e complicate. Da ultimo come Sindaco della mia città ho continuato all’interno delle istituzioni il mio impegno.
Il libro ha raccolto consensi e suscitato interesse soprattutto tra i giovani. Era questa la sua finalità.
Spero di aver contribuito a non far cadere nell’oblio la memoria delle vittime innocenti della strage.

18. Insieme a Silvio Da Rù, ha realizzato lo spettacolo teatrale “Segreto di Stato”, presentato durante le commemorazioni a Bresso nel 2009 e a Milano nel 2012. Ci può parlare delle finalità di quest’opera?
L’opera si propone di far conoscere al grande pubblico alcuni diversi aspetti di questa tragica vicenda: dal dolore di chi perse improvvisamente i propri cari, alla complessità e l’intrico di alcuni snodi processuali; dal disegno oscuro che fece da fondo alla strategia della tensione, ai silenzi che ancora oggi stendono veli omertosi sempre più spessi ed impenetrabili, per coprire chi decise la strage, tanto da giustificare appunto il “Segreto di Stato”.

19. Cosa ricorda di quel 12 dicembre?
La chiusura al pubblico degli sportelli bancari è fissata alle 15.45.
Solo il salone centrale della Filiale di Milano, della Banca Nazionale dell’Agricoltura, in Piazza Fontana, rimane aperto fino a sera inoltrata per consentire lo svolgimento del Mercato settimanale degli agricoltori.
È un venerdì, durante il Mercato, abbandono la mia postazione allo sportello “Riscontro” dietro il bancone e mi unisco agli agricoltori che stazionano nel salone per assisterli nelle contrattazioni.
Discutono, contrattano e quando raggiungono l’accordo, si scambiano la classica stretta di mano; con la mia mano destra a taglio metto fine alla contrattazione e la registro sul modulo interno della banca.
Ho appena concluso questa operazione con due anziani agricoltori, quando dei colleghi della Commissione interna, di cui sono il Presidente, mi sollecitano a raggiungerli nella saletta dell’ammezzato che si affaccia sul salone.
Manca solo la mia firma, al comunicato sindacale, sull’ipotesi d’accordo per il rinnovo del contratto dei bancari, approvato dall’assemblea dei lavoratori della filiale, la sera precedente, dopo 80 ore di sciopero.
Sono appena arrivato, quando l’edificio viene scosso da un tremendo boato. Lo spostamento d’aria mi scaraventa a terra.
Mi rialzo a fatica; nel l buio avverto dapprima un silenzio opprimente, poi poco a poco, lamenti soffocati, ombre che si muovono e grida concitate.
Cerco di guadagnare l’uscita, ma giunto al piano terra la batteria dei telefoni sul ripiano di marmo della portineria suona all’impazzata; istintivamente alzo una cornetta.
E’ la Questura dove è scattato il segnale di allarme. L’agente mi chiede della caldaia.
Sono frastornato, mi lamento del buio. Ma poi alle insistenze del mio interlocutore all’altro capo del telefono rispondo che il locale della caldaia si trova in tutta altra parte dello stabile.
“Vicino a lei cosa vede?”
“un pezzo di braccio….”.
Non termino la frase, inorridito mi rendo conto che è successo qualcosa di terribile. Spaventato metto giù la cornetta. I miei colleghi dei piani superiori passandomi accanto mi strattonano e mi invitano a uscire insieme a loro.
Come un automa, convinto nel mio inconscio di dover consegnare la ricevuta ai due anziani agricoltori mi dirigo verso il salone.
Faccio pochi passi per accedere al corridoio d’ingresso, qualcuno da terra mi si aggrappa ai pantaloni, “Mi aiuti, la prego..”.
Mi inginocchio e cerco in qualche modo di prestargli soccorso.
Ha una brutta ferita alla gamba e si trascina in un lago di sangue, si aggrappa alle mie braccia, la paura mi assale, tremo e cerco di divincolarmi ma l’uomo mi dice cosa fare.
Non so quanto tempo è passato, uno dei primi soccorritori mi aiuta a rialzarmi, sono sporco di sangue.
”Al ferito ci pensiamo noi – guarda il sangue sui mie vestiti – fuori ci sono le ambulanze.”
Devo aver rimosso dalla memoria quei terribili momenti.
Un paio di mesi dopo, la stessa persona, con le stampelle e con una gamba amputata, entra in salone e mi consegna un pacchetto, dentro c’è la mia cinghia dei pantaloni, con la quale, a suo dire, avevo fermato l’emorragia.
Ancora oggi sono convinto di non essere stato io.
I due clienti…la ricevuta…
Entro in salone.
Sicuramente non ho rimosso il ricordo di quel fotogramma. Rimarrà per sempre impresso nei miei occhi e nella mia memoria: il buco dove c’era la bomba, una sedia miracolosamente intatta, le vetrate attorno all’emiciclo, andate in mille pezzi, le schegge del grande tavolo ottagonale distrutto, il bancone dov’erano le casse e gli sportelli sventrato, con la parte più consistente dei cadaveri e dei feriti nei pressi e…. l’odore acre della carne bruciata con l’ancestrale ricordo del sapore di mandorle amare della povere esplosiva dei bombardamenti sulle rive del Sangro.
“Una bomba.. Dio mio..”
Un sacerdote benedice informi fagotti, disseminati sul pavimento.
Un cassiere con la pistola in dotazione in pugno, continua a ripetere . “Non toccate niente.. devo quadrare”.
Anch’io… continuo a cercare i due clienti per la ricevuta.
Finalmente li trovo…uno è morto e l’altro muore tra le mie braccia.
Ora c’è tanta confusione, le sirene delle ambulanze, i flash dei fotografi, il cardinale Colombo, il sindaco Aniasi, le altre autorità, i vigili del vicino Comando e altri uomini in divisa.
Il Direttore della Filiale mi abbraccia “Sta bene, e questo sangue?…”
Lo rassicuro, imbarazzato mi chiede, di stilare un primo elenco dei morti e dei feriti.
“Mi dispiace, ma lei è l’unico che li conosce tutti. Dobbiamo avvertire le famiglie”.
Comincio a capire che la mia vita non sarà più quella di prima.
Nella tarda serata ci poniamo il problema della riapertura della banca. Consultiamo la Direzione milanese della Banca d’Italia, la nostra Direzione Generale a Roma e il giudice di turno che si occupa delle indagini.
Come Presidente della Commissione Interna propongo di convocare una Assemblea per il mattino dopo sabato 13 dicembre.
L’assemblea decide all’unanimità di fare turni straordinari (le retribuzioni saranno devolute ai figli minori delle vittime) di 24 ore su 24, per riaprire la banca non appena la magistratura ce lo consentirà.
Nella giornata di sabato, dalla Procura della Repubblica, ci fanno sapere che sono in corso fermi e arresti, che sono stati individuati i colpevoli; la domenica ci restituiscono i locali.
Lunedì 15 dicembre la banca riapre.

20. Come ha reagito la città il giorno dei funerali?
Fin dalle prime ore del mattino tanta gente sosta in piazza Fontana.
Non ci sono le tradizionali luminarie natalizie. Le difficoltà economiche dell’autunno caldo hanno indotto l’Amministrazione Comunale a rinunciarvi. L’illuminazione pubblica resta accesa per la pesante cappa di smog e per la nebbia. Le vetrine con addobbi luminosi sono rade.
E’ una giornata buia e uggiosa, davanti alla banca c’è chi prega, qualcuno piange, non manca neppure chi si affaccia nel salone e chiede timidamente di aprire un conto corrente per testimoniare la sua vicinanza. Il buco della bomba è recintato da un cordone, ci sono due carabinieri in alta uniforme e alcuni mazzi di fiori.
Alle nove il cancello d’ingresso viene chiuso; tutti i lavoratori della banca si uniscono al fiume di gente per raggiungere il sagrato del duomo e partecipare ai funerali delle vittime della strage.
Con i famigliari delle vittime, seguo le bare sul sagrato, percorrendo il corridoio umano formato da una folla imponente e silenziosa. Fino all’ingresso della chiesa.
Non ci sono bandiere, striscioni, simboli di partito o di associazioni.
Volti impietriti, occhi lucidi e persone, solo persone.
Trecentomila milanesi sono accorsi per esprimere solidarietà e nello stesso tempo erigere una barriera insormontabile contro coloro che vogliono terrorizzare il Paese e trascinarlo in un’avventura reazionaria.
In chiesa ci sono le massime autorità dello Stato, tutti ci promettono una rapida giustizia.
Li ho rivisti 10 anni dopo a Catanzaro, balbettare una lunga litania di “non ricordo”.
Quando le bare escono dal Duomo, non ci sono applausi; non usa ancora spettacolarizzare il dolore, ma l’urlo che si leva dalla folla verso il cielo, giunge ai burattinai del terrore alto e chiaro, più assordante di mille bombe.
Tanto più assordante perché….muto.

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