Intervista a Gabriele Donato

Nonostante la sua giovane età, lo storico friulano Gabriele Donato va già considerato un grande esperto della storia del movimento operaio italiano del XX secolo, di cui ha studiato in particolare le componenti cospirative e rivoluzionarie. Questa primavera ha pubblicato un testo intitolato “La lotta è armata. Estrema sinistra e violenza: gli anni dell’apprendistato 1969-1972“, nel quale ha analizzato la “fase di incubazione” del terrorismo in Italia: i primi anni Settanta, quando nella sinistra extraparlamentare il dibattito sull’uso della violenza cominciò a farsi insistente e sorsero i primi gruppi che ne teorizzarono l’uso sistematico.
Un processo non certo semplice né lineare, che l’autore ricompone in tutta la sua complessità e tortuosità, riuscendo tuttavia a mantenere un’esposizione chiara e lineare. Oltre alla pubblicistica dell’epoca, Donato ha fatto ampio ricorso alle testimonianze dei protagonisti, per comprendere le motivazioni che mossero numerosi militanti ad intraprendere la strada della lotta armata. L’analisi sociologica tuttavia non va a discapito della ricostruzione storica, ed è proprio l’equilibrio che l’autore mantiene tra questi due piani a rappresentare, a nostro parere, il maggior pregio dell’opera.
Ma passiamo alle domande.

Cominciamo da Giangiacomo Feltrinelli. In un certo senso la sua scelta di adottare la lotta armata sarebbe stata dettata dall’aspirazione a difendere il sistema politico, piuttosto che cambiarlo; paradossalmente, le sue posizioni non furono per alcuni aspetti troppo lontane da quelle del PCI. La trova un’affermazione condivisibile?

Fra quanti animavano l’attività dei gruppi della sinistra extra-parlamentare, Feltrinelli era certamente uno dei più attenti a quel che succedeva nel Pci: mantenne un’interlocuzione aperta con Secchia e altri esponenti della sua area e concepì la strategia dei Gap anche in funzione dell’esigenza di trascinare progressivamente i comunisti su un terreno rivoluzionario. Dal suo punto di vista, l’inevitabile deriva autoritaria cui andava incontro il paese avrebbe creato le condizioni per la collaborazione fra il Pci e i gruppi nell’opera dell’indispensabile contrasto; si spese personalmente per tenere aperti almeno alcuni canali d’interlocuzione, anche nei momenti in cui il resto dell’estrema sinistra attaccava i partiti della sinistra tradizionale con più veemenza di quella utilizzata contro la destra.  Nel suo progetto, i Gap avrebbero dovuto essere qualcosa di simile al Mir cileno: un’organizzazione guevarista impegnata a convincere con azioni di tipo “fochista” tutte le forze di sinistra dell’inevitabilità della lotta armata contro i piani della destra reazionaria.

La strage di piazza Fontana, il mito della “Resistenza tradita”, il timore di un colpo di stato militare, il fallimento della rivoluzione del 1968: quale fattore ha fatto più presa su quei militanti che decisero di intraprendere la strada della lotta armata?

Posto che i fattori che concorsero a creare le condizioni per la legittimazione della lotta armata a sinistra furono parecchi, credo che decisivo sia stato l’esito del cosiddetto nuovo biennio rosso 1968-69. Nell’autunno caldo del 1969, infatti, si concentrarono tutte le attese rivoluzionarie che avevano preso forma nelle lotte dei due anni precedenti: in tantissimi a sinistra si convinsero dell’imminenza della trasformazione generale attesa per tanto tempo. La vertenza dei metalmeccanici, che secondo l’estrema sinistra altro non era che il prologo di una vera e propria rivoluzione operaia, si concluse invece con un’intesa fra padroni e sindacati. Questo esito imprevisto gettò i gruppi extra-parlamentari nella confusione: come avevano fatto i sindacalisti a riprendere il controllo della classe operaia? Proprio questo, tuttavia, era quello che era successo: l’esplosione rivoluzionaria non era avvenuta. Nel corso del 1970 la violenza iniziò ad apparire ad alcuni di quei gruppi come lo strumento indispensabile per provocare quel processo insurrezionale che la spontaneità della lotta operaia non era riuscita a scatenare.

Operaismo, lotta contro la repressione e riformismo sembrano essere le parole d’ordine dei gruppi che per primi si confrontano con la tematica della violenza. Il linguaggio dell’antifascismo militante appare, almeno inizialmente, completamente assente. A quali gruppi, persone o eventi va ascritta la sua successiva comparsa?

Se non completamente assente, l’antifascismo non era certamente il nucleo fondamentale dei discorsi della sinistra rivoluzionaria alla fine degli anni Sessanta, tanto più che in pochi immaginavano come probabile una vera e propria fascistizzazione del paese. Nella seconda parte del 1970, tuttavia, la polemica contro il neofascismo inizia a essere martellante (in contemporanea, d’altro canto, con un’intensificazione notevole della violenza squadristica): è Lotta Continua l’organizzazione che con maggior insistenza enfatizza l’importanza dello scontro con l’estrema destra. Quest’enfasi appare coerente con l’esigenza di allargare il raggio d’azione del gruppo: l’intervento politico non avrebbe più dovuto concentrarsi prevalentemente nelle fabbriche. La “gogna” pubblica a cui furono sottoposti (per iniziativa di militanti di LC) due missini a Trento alla fine di luglio, d’altra parte, aveva avuto un impatto importante sull’immaginario della sinistra più estrema, costretta spesso a far fronte all’aggressività dei neofascisti: venne commentata entusiasticamente anche da “Sinistra Proletaria”, la rivista redatta da quanti stavano costruendo le Brigate Rosse. Da allora in poi la determinazione con cui veniva messo in pratica l’antifascismo militante divenne motivo di competizione fra i gruppi: una sorta di indispensabile “palestra” per imparare a fare efficacemente uso della violenza contro gli avversari, sia in funzione difensiva che in funzione offensiva.

Le analisi elaborate dai gruppi dai lei studiati si muovono entro gli schemi concettuali del conflitto di classe e dell’ineluttabilità della rivoluzione comunista, mentre appaiono poco interessate alla comprensione delle dinamiche geopolitiche proprie della Guerra Fredda. Non crede che questo sia stato un limite, e che abbia influito negativamente sulla loro capacità di comprendere appieno la situazione politica dell’Italia di quegli anni?

La maggior parte dei gruppi della sinistra rivoluzionaria protagonisti della battaglia politica di quegli anni può contare su legami molto limitati con altre organizzazioni analoghe attive in altri paesi: a differenza delle correnti storiche del movimento comunista, le nuove organizzazioni che si formano tendono ad avere una configurazione nazionale (quando non esclusivamente locale). Questo aspetto condizionò le loro elaborazioni, schiacciandole su analisi che si riferivano a contesti tutto sommato ristretti. Era forte l’effetto di fascinazione per le rivoluzioni che si sviluppavano altrove, ma le analisi erano segnate da un evidente impressionismo. Tanto furono significative, in alcuni casi, le riflessioni sulla cosiddetta composizione di classe in Italia, quanto sbrigative furono le valutazioni sulla politica internazionale. Parliamo, d’altro canto, di organizzazioni che durarono relativamente poco – nelle migliori delle ipotesi una decina d’anni – e che bruciarono le loro energie in un attivismo tanto energico quanto caotico: l’attenzione che dedicarono al contesto internazionale si rivelò, pertanto, il più delle volte episodica, e in tanti casi superficiale.

Che cosa consentì ai sindacati e ai partiti riformisti di conquistare quelle masse operaie che i gruppi armati – sebbene con tempi e modalità diverse – ambivano a portare dalla propria parte?

I sindacati seppero indubbiamente “cavalcare la tigre” del conflitto operaio, come si diceva allora, e per farlo utilizzarono uno strumento che si dimostrò estremamente efficace: i Consigli di fabbrica. Questi organismi di rappresentanza operaia si diffusero a partire dal 1970, e funzionarono come gli spazi all’interno dei quali prendeva forma il nuovo protagonismo sindacale dentro le fabbriche: inizialmente i gruppi extra-parlamentari cercarono di boicottarli (in nome dei comitati di base e delle assemblee autonome), ma si trattò di un’opposizione quasi sempre inefficace. Grazie ai Consigli di fabbrica le organizzazioni sindacali superarono di slancio le difficoltà che avevano registrato fra il 1968 e il 1969.
I gruppi armati sorsero anche per contrastare, con azioni di tipo terroristico, la logica delle azioni sindacali, ma da questo punto di vista non ottennero mai risultati significativi. D’altra parte, la scelta stessa della clandestinità (o comunque della segretezza) limitava le possibilità che avevano di estendere i loro consensi, senza contare che l’estremismo ideologico per cui si caratterizzavano mal si conciliava con le varie aspirazioni di tanti degli operai che in quegli anni iniziarono a impegnarsi. Contò, infine, l’ostinazione con cui i gruppi armati contrastavano le riforme per cui si battevano sindacati e forze di sinistra: per quanto non stessero rivoluzionando il paese, esse lo stavano (faticosamente) cambiando; questa dinamica, tuttavia, rimaneva un libro chiuso per l’estremismo di sinistra, incapace di entrare in connessione con le larghe masse, e non solo con le minoranze più agguerrite.

A pagina 159 afferma che le autorità milanesi erano ben informate sui nascenti gruppi armati (in particolare le BR), eppure non ne contrastarono l’attività, preferendo che gli attentati da loro organizzati allarmassero l’opinione pubblica. Cita quindi operazioni di infiltrazione e provocazione, come l’incendio del deposito della Pirelli in viale Sarca, che vennero alternati a fasi repressive. Considerando anche la fase successiva a quella da lei qui analizzata, qual è il suo giudizio complessivo sulle modalità adottate dallo Stato contro queste formazioni?

La mia impressione è che in seno allo Stato convissero a lungo più convinzioni relative ai modi con cui affrontare il fenomeno della lotta armata; a coloro che credevano in una linea decisamente repressiva si affiancavano quanti propendevano per un altro approccio: lasciar fare per poter destabilizzare. A lungo prevalse quest’ultimo orientamento, che in tante epoche si era rivelato efficace: non si contano, infatti, le volte in cui i piccoli gruppi rivoluzionari (soprattutto quelli impegnati in attività di tipo terroristico) sono stati utilizzati dal potere in funzione di destabilizzazione. La stessa logica cospirativa che le formazioni armate fecero propria le rendeva vulnerabili a manovre di questo genere: quando un’organizzazione smette di fare politica alla luce del sole i rischi di “inquinamento” non possono che crescere. Non possiamo trascurare, infine, il fatto che quanti animavano queste formazioni erano spesso giovanissimi: rivoluzionari “improvvisati”, dotati magari delle intenzioni più sincere, ma poco attrezzati a fare i conti con le manovre insidiose che gli apparati dello Stato sapevano realizzare.

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