Intervista a Stefania Limiti

Sebbene sia nelle librerie da poche settimane, numerosi nostri lettori conosceranno già “Doppio livello – come si organizza la destabilizzazione in Italia”, l’ultimo libro di Stefania Limiti, uscito per Chiarelettere. Certamente molti saranno anche coloro che hanno letto altre opere dell’autrice, come L’Anello della Repubblica, Il complotto (sull’omicidio di John Fitzgerald Kennedy) o quelle rigurdanti il conflitto israelo-palestinese, I fantasmi di Sharon e Mi hanno ucciso a Roma.
Facendo tesoro della propria preparazione nel campo della storia politica internazionale e mediterranea, Stefania Limiti a nostro avviso oggi può proporre un testo di primaria importanza e assoluto interesse. Doppio livello ha infatti il pregio di inserire le vicende italiane in uno scacchiere geopolitico che viene delineato, nonostante la sua enorme complessità, in modo chiaro e preciso. In seconda battuta riconosciamo all’autrice il merito di proporre una tesi interpretativa netta, certamente coraggiosa, ma allo stesso tempo adeguatamente argomentata da varietà di fonti e di riferimenti.
Quella de Il doppio livello è una chiave di lettura lineare, sebbene non semplicistica (tutt’altro), che individua un filo conduttore tra numerose vicende lontane nel tempo e nello spazio. L’indagine si estende a tutto il nostro dopoguerra, fino alla nascita della “seconda Repubblica”. Come prevedibile, una tesi così forte non ha trovato solo estimatori, ma anche delle resistenze. Ci riferiamo alla polemica con il procuratore Nico Gozzo (ecco il suo intervento e la replica di Stefania Limiti).

Il suo libro sta facendo molto discutere ed è stato oggetto di attacchi anche piuttosto pesanti. A chi non piace la sua lettura dei fatti e perché?

Non so, forse a chi aveva il compito di chiarirci le idee sullo stragismo e non lo ha fatto o lo ha fatto male, litigando con i compagni di strada e perdendo di vista il nemico. La perdita di verità, e non mi riferisco solo a quella giudiziaria, è stata pagata da tutto il Paese con una intollerabile confusione sui protagonisti e i motivi della destabilizzazione. Il libro, comunque, è stato accolto molto bene dai lettori.

Quella del “doppio livello” è una tesi piuttosto forte, per certi versi avvicinabile a quella del “doppio Stato”, per altri a quella del “grande vecchio”. Ci sono tuttavia anche delle considerevoli differenze. Può spiegare ai nostri lettori quali elementi di novità presenta la sua interpretazione rispetto a quelle di Giannuli-Cuchiarelli e Barbacetto?


“Doppio livello” entra nel merito dei meccanismi di funzionamento della destabilizzazione. La tesi del Doppio Stato resta sullo sfondo ma il mio obiettivo non era quello di rivisitare quella teoria, del resto ampiamente descritta da storici, ricercatori e giornalisti autorevoli, ma di cercare di raccontare la regia occulta di molti avvenimenti cruciali per il nostro Paese: dalla Rete di agenti atlantici operativa tra gli anni ’60 e 70’ fino alla strage di Capaci.
Dunque la novità, semmai, è la chiave di lettura di avvenimenti in parte anche noti, rivisti alla luce del doppio livello e delle operazioni ‘sotto false bandiere’: accanto agli autori delle stragi e del terrorismo c’è sempre stata, se non una regia occulta, una telecamera ben puntata sulle organizzazioni criminali o politiche manipolate e usate da ignoti ‘concorrenti esterni’ che avevano il compito di creare il caos nel nostro paese.     

Nel suo libro vengono ricostruiti i rapporti di Junio Valerio Borghese con gli ambienti spionistici internazionali, Ordine nuovo viene definito “un servizio segreto clandestino”, Stefano Delle Chiaie viene associato al ministero degli Interni e a Licio Gelli, infine lo stesso “spontaneismo armato” è presentato come la creatura di ambienti spionistici. Dobbiamo dedurre che il neofascismo italiano, nelle varie forme che ha assunto negli anni, non è mai stato altro che una falsa bandiera?

Visto che mi concede il paradosso, affermiamolo pure….Voglio dire che le generalizzazioni sono sempre pericolose ma, indubbiamente, secondo la mia analisi e secondo i fatti che racconto gli ambienti neofascisti si sono prestati alle manipolazioni. Il peccato originale risale ai primissimi anni dopo il conflitto, quando l’Oss (il servizio segreto Usa, progenitore della Cia) architettò il reclutamento degli ex fascisti per usarli in funzione anticomunista e per impedire che i protagonisti della Resistenza innervassero le istituzioni. In quel momento hanno venduto la loro anima, impedendo la ricostruzione di una destra portatrice di un suo autentico e autonomo progetto politico. L’Italia ha perso invece l’opportunità di una completa rinascita.     

Anche la mafia, nella sua analisi, non si configura come un’entità esterna e contrapposta allo Stato, quanto piuttosto come uno degli elementi che hanno partecipato alla gestione del potere sin dalla nascita della Repubblica. Non pensa che la trattativa, di cui molto si parla negli ultimi tempi, vada fatta risalire all’epoca dello sbarco americano in Sicilia?

La trattativa tra lo Stato e la mafia, cioè uno dei poteri criminali e economici più potenti del nostro Paese è un dato acquisito: è ampiamente documentato il ruolo dei boss nello sbarco dei soldati americani e nella scelta dei sindaci quando furono poi convocate le elezioni nell’isola, dopo la liberazione. E’ un terreno di ricerca storica e politica molto importante ma io vorrei sapere soprattutto di un’altra trattativa: ad esempio quella per ammazzare Falcone con una azione di tipo stragista estranea alle capacità militari di Cosa nostra. Chi trattò con Totò Riina per organizzare lo scenario che poi si è tragicamente verificato il 23 maggio del 1992? Dare un nome a quegli uomini potrebbe svelare una delle trame più complesse della strategia della tensione.

La lotta armata condotta dalle formazioni della sinistra rivoluzionaria non trova le sue radici in quel “magma” dal quale hanno preso forma i fenomeni di destabilizzazione da lei analizzati. Sono tuttavia numerosi gli episodi, oltre al caso Moro (da lei stessa più volte citato) in cui aleggiano le ombre di condizionamenti esterni nell’attività di questi gruppi. Quali sono le vicende e le personalità, attive in quegli ambienti, che la lasciano più perplessa?

Sicuramente tutte quelle che ruotano attorno all’operazione Moro che secondo i maggiori esperti si caratterizza come una delle più complesse azioni sotto falsa bandiera realizzate in Italia. Ricordo che Paolo Taviani, per 9 anni (dal ‘ 62 al ‘ 68 e dal ‘ 73 al ‘ 74) ministro dell’Interno, disse in commissione Stragi che la fuga di Prospero Gallinari dal carcere di  Treviso (1977, insieme a lui scapparono altri 12 detenuti) fu una evasione pilotata all’insaputa dell’interessato: a rivelarglielo personalmente fu il generale Dalla Chiesa. Gallinari avrebbe dovuto condurre gli investigatori alla cattura dei suoi compagni ma pochi mesi dopo sarebbe stato uno dei carcerieri di Moro. Dal momento della cattura di via Fani, dove un‘auto dei servizi era parcheggiata per impedire una via di fuga alla 130 su cui viaggiava il presidente della Dc, fino agli ultimi momenti della riconsegna del cadavere di Moro le Br non furono le sole protagoniste della scena: nessuno di loro ha mai voluto dare elementi utili per capire che avesse concorso alla realizzazione del delitto politico più importante del 900 italiano.

L’elenco di magistrati uccisi da organizzazioni mafiose o terroristiche è lungo e tristemente noto. In alcuni casi sono state tuttavia le più alte sfere della magistratura e della politica ad intervenire, interrompendo indagini che si stavano spingendo troppo in là. Non trova una sinistra quanto sconfortante analogia tra i casi Dini-Roberti da un lato, e Salvini-Giraudo dall’altro?

Si’ è vero, è proprio sinistra quella coincidenza. Io ho tentato di rappresentarla, senza dare un giudizio di tipo politico ma facendo parlare i fatti. Quelle due inchieste sono entrate più di altre nel doppio livello dello stragismo e sono state oggettivamente bloccate: se avessero avuto una prosecuzione naturale, oggi sapremmo molto di più sul ruolo e la natura dell’operazione Gladio e sulla manipolazione dei gruppi neofascisti. Si tratta di un patrimonio di informazioni che potevano farci fare un balzo in avanti nella consapevolezza delle forze occulte che hanno agito nel nostro Paese. 

Ha dedicato un intero capitolo a Giulio Andreotti, definito l’ “uomo del doppio livello”, il cui sistema di potere era comunque già venuto meno da diversi anni. In seguito alla sua recente scomparsa certe verità potranno essere più facilmente attingibili, o al contrario dobbiamo essere ancora più pessimisti?

Secondo me nessuno ci regalerà la verità, né un testimone d’eccellenza né un archivio. Non esistono cassetti da aprire che non siano già stati svuotati. Dobbiamo conquistarci la verità attraverso un meticoloso lavoro di ricostruzione nel quale ognuno deve mettere a disposizione le sue competenze e le sue conoscenze.

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Scheda del libro e recensioni
Intervista di Simona Zecchi sul sito www.nottecriminale.it
Raccolta degli articoli di Stefania Limiti sul sito www.cadoinpiedi.it

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