Intervista a Mimmo Franzinelli

In virtù della sua produzione ventennale, Mimmo Franzinelli è uno storico che per gli studiosi e gli appassionati non ha bisogno di presentazioni. Per chi non lo conoscesse, ci limitiamo a dire che nel corso della sua carriera si è interessato al fascismo, alla Seconda Guerra Mondiale e all’Italia del dopoguerra, argomenti che ha affrontato prestando particolare attenzione allo spionaggio politico e militare. Ma Franzinelli non è solo questo, dato che le sue competenze si estendono anche ad altri campi, come ad esempio la musica. Invitiamo quindi i lettori a vistare il suo sito, per avere ulteriori informazioni sui libri che ha scritto e i numerosi premi che ha vinto.
Il suo ultimo lavoro si intitola Il prigioniero di Salò. Mussolini e il dramma italiano 1943-45.
Edito da Mondadori, è in procinto di uscire nelle librerie. In attesa di poterlo leggere, abbiamo contattato l’autore, che ci ha gentilmente concesso l’intervista che segue.

Cominciamo, molto banalmente, dal titolo. Perché Mussolini sarebbe stato “prigioniero di Salò”?

Nella mia interpretazione si tratta di una duplice prigionia: controllato strettamente dai tedeschi e ingabbiato dal proprio passato che gli impedisce di uscire dalla subalternità alle strategie d’occupazione naziste. La pesantissima tutela germanica è documentata, nel libro, dai dispacci inediti inviati dai plenipotenziari hitleriani in Italia ai loro referenti berlinesi: in essi si parla con scarso rispetto del capo del fascismo, descritto come un uomo del passato. Mussolini è consapevole di essere controllato, spiato, condizionato. A un certo punto ha il terrore di subire il destino del maresciallo Pétain, internato nel Reich e ridotto all’impotenza. Vi è poi la questione dell’autoprigionia: il duce, pur consapevole del disastro imminente e immanente, non vuole smarcarsi dal suo passato e i richiami di matrice repubblicana e socializzatrice non sono che la scelta obbligata, per essere stato scaricato dalla monarchia e dai grandi industriali.

Che tipo di fonti ha utilizzato nella stesura del suo nuovo lavoro e quali problemi ha incontrato nel corso della ricerca?

Una pluralità di fonti, spesso inesplorate o comunque poco conosciute. Per la seconda metà del 1943, il periodo contrassegnato dalla deposizione, dalla prigionia, dalla liberazione per mano tedesca e dalla nascita della Repubblica sociale italiana, mi sono servito anche di preziose comunicazioni a Berlino da parte dei protagonisti della diplomazia, della politica e della presenza militare nazista in Italia. Ho poi utilizzato l’epistolario con Claretta Petacci e il cospicuo materiale d’agenzia e di stampa che il duce inviava all’amante, con interessanti sottolineature, commenti e postille. Vi sono inoltre i preziosi Notiziari redatti dal Comando della Guardia Nazionale Repubblicana per Mussolini, i rapporti dei capi-provincia (che erano pure comandanti delle Brigate nere), Dall’analisi di questo materiale credo ne scaturisca un approccio significativo e innovativo alla personalità e alla politica del vecchio dittatore, giunto oramai – e di ciò ne era convinto – all’ultimo atto della sua vita e della sua esperienza di statista.

Non è, questo, il primo studio che dedica alla figura di Mussolini, su cui si è già soffermato in occasione de Il duce proibito e del più recente Autopsia di un falso. Quali sono gli aspetti della sua personalità che la interessano di più? Crede che ci siano ancora zone d’ombra che la ricerca storica dovrebbe indagare sulla sua vita e il suo operato?

Premesso che la storia di Mussolini è la storia del suo rapporto con il potere, e più precisamente con il potere assoluto, i passaggi dalla causa della rivoluzione a quella della reazione, da sovversivo a dittatore, lo rendono un soggetto di studio assai interessante sia sul piano psicologico sia per l’analisi del ruolo delle personalità nella storia. La straordinaria longevità del mito del duce (ben rappresentata, ad esempio, dal film Mio fratello è figlio unico, girato da Daniele Luchetti nel 2007) rappresenta un fattore di stimolo agli studi su Mussolini. Tenuto conto che buona parte dei libri su Mussolini è inficiata da intenti apologetici o manca di un solido riscontro archivistico-documentario, credo vi sia ancora spazio per monografie rivolte a particolari aspetti della sua figura, che ha dominato un trentennio di storia italiana (e non solo).

Lei alterna da anni la produzione di libri sul fascismo ad altri sull’Italia del dopoguerra. Più che nei contenuti, la continuità nei suoi lavori è data – mi corregga se sbaglio – dall’interesse per l’attività dei servizi segreti, siano essi l’Ovra, il Sifar di De Lorenzo, la Cia. E’ presente questo aspetto anche ne “Il prigioniero di Salò”?

Il lato oscuro del potere, tra dittatura e democrazia, rappresenta per gli storici un argomento seducente e denso di richiamo. In effetti anche questo nuovo libro analizza i meccanismi segreti del potere, il che – durante la RSI – equivale a mettere a nudo la parvenza di comando rimasta a Mussolini, privo di reale autonomia. E quei meccanismi, combinati con l’abile gestione delle tecniche della propaganda, ottennero il risultato di indurre migliaia e migliaia di persone, in maggioranza giovani, a battersi per una causa liberticida, in una dimensione collaborazionistica. É un compito affascinante quello di indagare dietro la facciata degli eventi, per scoprire e spiegare razionalmente i giochi del potere, le strategie di manipolazione e di strumentalizzazione delle persone.

La Repubblica di Salò è sempre stata un punto di riferimento per gli esponenti della destra radicale e neofascista, secondo i quali gli aderenti alla Rsi avrebbero avuto il merito di restare fedeli al fascismo anche dopo il tradimento del re.  
Negli ambienti della destra moderata, ma non solo, si parla invece della “Salò tricolore”: si sostiene, cioè, che molti giovani si sarebbero uniti alla Rsi nel nome del patriottismo (magari erroneamente inteso), non perché convintamente fascisti. A suo parere, fra coloro che fecero quella scelta, prevalse l’elemento patriottico o quello ideologico?

La destra radicale si richiama più ai 20 mesi della guerra civile e del collaborazionismo coi nazisti che non ai 20 anni di gestione mussoliniana del potere. I giovani che nell’autunno 1943 si trovarono a un bivio decisivo erano stati educati nei valori del regime, che identificava Patria e Fascismo. E che attribuiva alla guerra un valore fondante, come banco di prova della vitalità dei popoli. La triade programmatica “Credere Obbedire Combattere” ben sintetizza lo spirito della dittatura mussoliniana, e esprime una linea rimasta inalterata nella Rsi. La convinzione soggettiva di operare per finalità patriottiche era contraddetta – come spiego nel libro con nuovi documenti provenienti dalle carte del duce – dalla consapevolezza che l’alleato tedesco avesse già, di fatto se non di diritto, annesso al Reich l’Alto Adige e la Venezia Giulia. Un fattore rilevante è l’attaccamento, dovuto anche a una questione di sopravvivenza, dei fascisti ai nazisti, che era insieme il portato di valutazioni ideologiche ed uno stato di necessità.

Se mettiamo a confronto i reparti al servizio della Repubblica Sociale, ne troviamo alcuni, coma la Legione Autonoma Mobile Ettore Muti, nei quali la connotazione ideologica era molto marcata, e altri, come la Decima Mas di Borghese, praticamente apolitici. Possiamo parlare di diverse anime all’interno della Rsi e delle sue forze armate? 

In effetti la Rsi non era un monolite, ma in essa convivevano e configgevano personalità e correnti di orientamento diverso e disparato. La sostanziale debolezza di Mussolini alimentava questa pluralità di posizioni, all’origine di una pluralità di organi di polizia che erano bande armate in parte fuori dal controllo di Salò. Nel libro illustro questa apparente contraddizione con una serie di esempi, uno dei quali riguarda la frustrazione del duce per i giudizi talvolta non lusinghieri pubblicati sul suo conto dai giornali stampati nel territorio sottoposto nominalmente alla sua giurisdizione.

Concludiamo con una domanda sulla destra italiana nel dopoguerra, che lei ha studiato in passato. Il Msi, sin dalla sua nascita, sottolineò la propria continuità ideale e politica con la Repubblica Sociale, ma allo stesso tempo cercò di conciliare quest’ultima con il pensiero reazionario di Evola e con una politica estera apertamente filo-atlantica. Verrebbe da dire che il richiamo alla Rsi si sia fermato ad un aspetto esteriore, e che le scelte politiche del partito di Michelini e Almirante, nel corso della sua storia, siano state dettate dall’anticomunismo, non da velleità restauratrici. E’ d’accordo?

Individuerei nell’alleanza tra missini e monarchici l’emblema del “tradimento” delle radici ideologiche e politiche della RSI: nel 1943-45 era inimmaginabile per il dopoguerra un orizzonte di convivenza e collaborazione tra Badoglio e Graziani, Almirante e Falcone Lucifero… sennonché il rimescolamento di carte della guerra fredda riposizionò la destra in un ampio fronte anticomunista, dentro il quale i neofascisti rinunciarono alla loro specificità e funsero da punta di diamante di un oltranzismo. É dunque avvenuta, nel giro di pochi anni, la riconciliazione tra gli eredi della repubblica fascista e quelli della monarchia sabauda, il che può spiegarsi in due modi: 1) la prevalenza del collante anticomunista su ogni altra valutazione politico-ideologica; 2) l’adozione di un doppio binario, con una linea moderata cui corrispondeva l’intenzione di tornare, appena le circostanze lo consentissero, alle tradizioni violente dello squadrismo; si tratta della strategia del doppiopetto e del manganello.

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