Intervista a Lucio Dell’Accio

 “Scene di una strage”, il documentario sulla strage di piazza della Loggia


Biofilmografia di Lucio Dell’Accio

Scheda del film

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Recensioni:

Dal sito cronaca-nera.it
Dal sito della Fondazione Cipriani

 

 

 

Abbiamo il piacere di inaugurare questa sezione con un ospite d’onore, Lucio Dell’Accio, regista di “Scene di una strage”. Un’opera monumentale la sua, della durata di quasi tre ore, che raccomandiamo senza riserve a tutti i nostri visitatori. Il lavoro si avvale di un’enorme mole documentaria, composta da decine e decine di interviste, testimonianze dirette, atti processuali, documenti audio e video inediti. Già questo sarebbe un motivo valido per consigliarne la visione e l’acquisto. Ma si sa che nella ricostruzione storica la raccolta del materiale non è che il primo passo, al quale devono far seguito la rielaborazione, la formulazione di una chiave interpretativa, l’abilità, infine, di trasmettere il proprio messaggio al pubblico. Quando si ha a che fare, poi, con un argomento così complesso e delicato (da tutti i punti di vista: emotivo, giudiziario, storico e politico), le cose si fanno estremamente difficili. Ed è proprio in questo che il film si dimostra straordinario: facendo parlare immagini, persone e registrazioni audio, Dell’Accio ci regala una narrazione serrata ma lineare, meticolosa, puntualissima, ma allo stesso priva di cali di tensione ed estremamente chiara.
Questa presentazione era doverosa, ma non sottraiamo ulteriore spazio alle parole del nostro ospite.

Gentile sig. Dell’Accio, “Scene di una strage” è il suo primo film che riguarda gli argomenti trattati da questo sito?

Scene di una strage” è il mio primo film che narra quel famigerato periodo della storia italiana denominato “strategia della tensione”. Il documentario racconta la storia della strage di piazza della Loggia, accaduta a Brescia il 28 maggio 1974 – ne ripercorre gli eventi, le dinamiche politiche e giudiziarie, partendo dal dolore persistente nelle vite dei familiari delle otto persone perdute a causa di quella strage. Un film impegnativo ma appassionante da realizzare. Tra letture degli atti processuali e ricerche di archivio, e poi ricerca dei finanziamenti, realizzazione e distribuzione ho impiegato circa otto anni. Un tempo abbastanza normale per un film indipendente e a basso costo, la cui produzione solitamente si svolge (a causa degli esigui finanziamenti) in uno stato di insicurezza permanente. Ho raccontato questa avventura in forma di “note di lavoro” nel libro “Brescia: piazza Loggia”, uscito insieme al dvd del film nelle edizioni Ediesse. Lo scritto si intitola “Appunti per un film sulla strage di piazza della Loggia” e racconta i primi anni di pre-produzione del film. L’ultimo appunto risale all’autunno 2005, poco tempo prima di iniziare la lavorazione.

Solitamente, coloro che coltivano la memoria di casi del genere sono persone legate al territorio nel quale si sono verificate le tragedie, o che comunque sono state in qualche modo coinvolte a livello personale. Da dove nasce la volontà di fare un film sulla strage di piazza della Loggia per Lei, che è pugliese, e ha sempre vissuto lontano da Brescia?

I motivi sono molteplici, non tutti chiaramente identificabili. Le ragioni per cui si decide di girare un film in gran parte appartengono alla dimensione dell’anima, che in questo film si è accostata “al luogo dove dimorano le vaste schiere dei morti” – per dirla con Joyce. Credo che in generale girare un film sia un modo per mettersi in viaggio verso un altrove, alla ricerca dell’alterità. Almeno per me questo “movimento” è essenziale per fare un film. Quella del viaggio è un’estetica in cui mi trovo maggiormente a mio agio quando racconto una storia. Non a caso “Scene di una strage” è costruito come un road-movie. C’è poi un motivo più diretto. La settima vittima della strage di piazza della Loggia era pugliese, foggiano: Luigi Pinto, un insegnante venticinquenne, sindacalista della Cgil Scuola. Gravemente ferito, morì in ospedale quattro giorni dopo la strage. Dopo il matrimonio con Ada Bardini nel settembre 1973, si era trasferito a Brescia per insegnare in una scuola di Montisola, sul Lago d’Iseo. Io all’epoca ero un adolescente, andavo a scuola con il fratello di Luigi Pinto, Lorenzo. Spesso studiavamo insieme a casa sua, e Luigi lo conoscevo. Questo è stato il punto di partenza, la spinta emotiva per mettermi in viaggio. Poi, nel corso delle ricerche, ho conosciuto alcuni degli altri parenti, come Manlio Milani – Presidente dell’Associazione dei familiari dei caduti della strage di piazza Loggia – che perse sua moglie, Livia Bottardi; e Lucia Calzari – che perse sua sorella Clementina e suo cognato Alberto Trebeschi, e fu a sua volta gravemente ferita. Il film è andato costruendosi grazie a degli incontri avvenuti nel corso di un viaggio nel frastagliatissimo arcipelago dello stragismo italiano, e su un bisogno di sapere che ho sentito sempre più necessario. Ed è stato come attraversare la linea d’ombra della storia nazionale.

Nel cercare contributi per la produzione del suo film, ha trovato più entusiasmi, perplessità o resistenze? Da cosa sono dipesi i ritardi con cui il lavoro è uscito sul mercato?

I ritardi nel cinema sono quasi sempre legati a problemi finanziari, e in questo senso il mio non è un’ eccezione. Quando sono partito con la lavorazione avevo poco meno di un terzo del budget ipotizzato, che copriva appena le riprese del film. Ero molto in dubbio se iniziare, ma la materia e le persone coinvolte non consentivano l’attesa della copertura economica totale del progetto, che si annunciava lunga e molto incerta. Così ho deciso di iniziare la lavorazione con il budget di cui disponevo, riservandomi di finanziare per fasi progressive il film. Ho realizzato le riprese ed ho cercato successivamente i finanziamenti per la post-produzione. Ero conscio che ciò significava
assumermi il rischio di dover anche attendere tempi lunghi per trovare gli altri soldi per finire il film, come in effetti è avvenuto. È una modalità produttiva che non ripeterei, ma che era necessaria per questo film. Bisogna anche dire che, mentre lavoravo al montaggio si è chiusa a Brescia l’ultima istruttoria (la quinta) ed è iniziato il nuovo processo (terminato di recente, com’è noto, con l’assoluzione di tutti gli imputati e con la condanna delle Parti Civili al pagamento delle spese processuali). A quel punto mi è stato consigliato e chiesto espressamente di aspettare la fine del processo per poterne montare nel film almeno le parti più rilevanti, e soprattutto di poter riportare l’ultima sentenza. Cosa che ha giovato al film arricchendolo certamente, ma che ha significato rinviare l’uscita di altri tre anni. Quanto alle resistenze, ce ne sono state molte, sarebbe lungo e tutto sommato inutile raccontarle. Il più delle volte non sono mai state apertamente dichiarate. Alcune decisamente strane, frutto di autentica stupidità. Ma le reticenze più impreviste sono state quelle che provenivano da ambienti che avrebbero dovuto interessarsi naturalmente a un film come questo, e non lo hanno fatto. Sorpresi per l’impegno, magari anche vagamente solidali, ma niente di più. Il resto era silenzio, come direbbe il bardo. È stata una cosa difficile da capire fino in fondo, ma ormai non ha più tanta importanza. Gli entusiasmi sono quello che resta, entusiasmi di istituzioni e persone che hanno creduto immediatamente e senza riserve al progetto ed hanno fatto tutto il possibile per aiutarmi. Il film in fondo lo devo a questi compagni di viaggio. Innanzitutto l’Associazione dei parenti dei caduti della strage di piazza della Loggia e la Casa della Memoria di Brescia; gli amministratori degli Enti locali di Brescia e di Foggia; il mondo sindacale bresciano, la Camera del lavoro, Spi e Flc Cgil; la Fondazione Luigi Cipriani e l’Apulia Film Commission. E poi singole persone il cui aiuto è stato prezioso, che sarebbe lungo riportare qui, ma sono tutte menzionate nei titoli del film. Non parlo solo del sostegno economico, ma anche delle ricerche. Determinante, per esempio, è stato l’apporto dell’”Archivio sonoro di Radio Radicale”, dell’Archivio Storico della Camera del Lavoro di Brescia “Bigio Savoldi – Livia Bottardi Milani”, dell’ Archivio della Casa della Memoria e del Museo Ken Damy di Brescia. Il film si è avvalso poi di collaborazioni artistiche pregevoli, come quella di Franca Rame (che nel film recita il “Romanzo delle stragi” di Pier Paolo Pasolini), e di musicisti come Ludovico Einaudi, Brian Eno, Claudio Lolli e Claudio Rocchi.

Lei insegna nelle scuole. A suo parere i giovani sono sufficientemente informati su queste tematiche? Per lo meno, dimostrano un certo interesse?

Le occasioni di sapere, per chiunque, non solo per i giovani, e di sapere in modo appropriato – che significa approfondito e composito, come l’argomento delle stragi esige – purtroppo non sono moltissime. Credo, però, che la questione precipua non sia tanto quella di quanta conoscenza del fenomeno stragista abbiano i giovani, ma quanto e cosa si vuole che sappiano su quegli anni tremendi della nostra storia. La sensazione è che la coscienza del fenomeno stragista (e direi, più in generale, del terrore globale che ha caratterizzato il secondo Novecento) sia molto ben sorvegliata. E’ stata prodotta una sorta di cartografia ufficiale del fenomeno che produce un’impressione di verità, ma è tutt’altro. Qui davvero la mappa non è il territorio. È innegabile che la conoscenza esatta e la comprensione profonda di quelle efferate dinamiche storico-politiche ed economiche sia perturbante per l’epoca attuale, in cui le strategie di dominio si sono raffinate.

Uno dei pregi del suo documentario risiede nell’equilibrio tra il coinvolgimento emotivo e la ricostruzione storica, in quanto viene dato il giusto peso sia al dolore nella sua dimensione privata, che all’evento storico nella sua importanza pubblica. A nostro avviso, quando nelle trasmissioni televisive si trattano questi temi, troppo spesso il rapporto tra la memoria e la storia viene stravolto a vantaggio della prima e a discapito della seconda. E’ d’accordo?

Credo che molto dipenda dall’uso pubblico che si fa della memoria. Talvolta sorge il dubbio che la memoria delle stragi e le emozioni su cui quella memoria si regge (che sono sapere, disvelamento di verità, come ci racconta la Recherche proustiana) siano usate più per dissimulare ciò che è realmente accaduto, servano a velare più che a svelare, con il paradossale risultato di mettere a tacere la memoria attraverso se stessa, determinando un inevitabile cortocircuito della storia. Quando questo pericoloso fenomeno si manifesta, si sente spesso invocare, e insistentemente, la categoria del “mistero”, il cui etimo non a caso rimanda all’”ammutolire”, al “chiudere la bocca”. Ne scaturisce un sorta di “memoria senza storia”, che genera un’ irritante sensazione di opacità, di mancanza di chiarezza, di rimozione o, nei casi peggiori, di occultamento della verità storica. Nel mio film ho cercato di creare un reciproco nutrimento tra memoria e storia, ho voluto che la narrazione dei fatti storici si impregnasse delle emozioni dei narratori, nel tentativo di raccontare come le bombe condizionano ancora la nostra vita, che è un intreccio di emozioni intime e storia generale. Ho provato a narrare questo nesso sottile e non sempre visibile delle cose, a farne un “movimento” che desse vita alle immagini e fluisse nella scrittura del film.

In una delle prima apparizioni nel film, il compianto Valerio Marchi afferma: “Chi oggi pensa di poter ricondurre tutto semplicemente a settori deviati dello Stato fa un’operazione che non porta da nessuna parte”. Si sente di condividere questa frase che, di fatto, riassume in sé una precisa chiave interpretativa?

Sì, decisamente. Anche se fin dal primo momento ho cercato di evitare di fare un “film a tesi”. Ho narrato soprattutto fatti documentati e flagranti, azioni significative elaborate in una forma drammaturgica da dare alla visione dello spettatore, rispettando la sua intelligenza e la sua capacità critica. Vediamone solo uno di questi molteplici eventi che giustificano l’affermazione di Marchi. Subito dopo lo scoppio della bomba in piazza della Loggia, la Celere carica gli operai e i
sindacalisti che sono in piazza, che sgomenti stanno organizzando i soccorsi. L’attacco viene subito contrastato da gruppi di operai organizzati da un sindacalista della Cisl (come racconta nel film Franco Torri, che all’epoca era segretario della Camera del lavoro di Brescia). Intervengono anche altri sindacalisti e così viene dato l’ordine al reparto della Celere di ritirarsi. Che senso ha un’operazione simile? Qualcosa evidentemente non funziona, se non altro logicamente. Ognuno può giudicarlo da sé se in quel momento c’è un “apparato deviato” dello Stato che sta agendo, e perché agisce in quel modo. Ed è solo un fatto (il più contraddittorio, almeno in apparenza), nella densa e sconcertante sequenza di eventi accaduti quella orrenda mattina in piazza della Loggia. Molti dei discorsi sulle stragi e sulla “strategia della tensione”, quelli più invalsi, si impongono come una “visione forte” delle cose, che si avverte come un’implicita “necessità d’ordine”, che di fatto opera come una pratica di interdizione del passato e di esclusione della verità. Si usano in modo ridondante parole che sembrano ordinare il silenzio di altre parole, più prossime alla verità. Una locuzione molto abusata è “servizi segreti deviati”, che è già in sé una tautologia. La storia dei “servizi segreti deviati” molti la raccontano, ma nessuno la spiega fino in fondo. È una di quelle espressioni autoreferenziali, la cui legittimazione avviene solo per effetto di ridondanza. Ma in realtà è una fallacia, e sembra appartenere al paradigma della “nobile menzogna” del filosofo Leo Strauss (maestro di molti neoconservatori). I servizi segreti sono tout court una deviazione rispetto allo stato di diritto, e servono per compiere reati, per questo sono protetti dal dispositivo del segreto di Stato. Questo non lo dico io, ma Francesco Cossiga. È l’ex Presidente della Repubblica che ci ha spiegato che non esiste servizio segreto che non sia illegale, anche se a suo parere l’illegalità del servizio è giustificata dalla sua conformità alla legittimità, cioè a ciò che attiene alla natura degli interessi costitutivi dello Stato (la “legittimità dei fini” viene a prevalere sulla “legalità dei mezzi” – ha specificato più volte Francesco Cossiga). Credo che più chiari di così non si possa essere. La storia degli “apparati deviati” non giova all’intelligenza di nessuno, e produce solo un grave stallo della verità. L’immagine invece è di una evidenza senza pari, e ricorda la potente allegoria dell’”uovo del serpente” creata da Ingmar Bergman nel suo film, cupo e bellissimo, ambientato nella Berlino pre-hitleriana: attraverso la sottile membrana esterna si riesce a discernere il rettile perfettamente formato.

Come nel caso di piazza della Loggia, troppi eventi legati alla strategia della tensione in Italia sono rimasti impuniti. Cosa deve cambiare in questo Paese perché si possa avere una verità giudiziaria coincidente con quella storica?

L’Italia si è ammalata gravemente con le stragi. Il passato porta la maschera di uno spettro, e gli effetti venefici della “strategia della tensione” continuiamo ad avvertirli. Forse solo oggi possiamo vedere con chiarezza quali erano gli scopi ultimi delle bombe. L’obiettivo di breve termine era flagrante: in breve, combattere il comunismo. Nel lungo termine, però, il vero fine della crociata anticomunista forse era un altro, credo fosse quello di “deviare” (qui sì che il termine ha senso) la nostra democrazia verso forme autoritarie (assolutamente discordanti con la nostra carta costituzionale). Direi che si è trattato di una mutazione della sovranità democratica, di un suo rovesciamento. Così, come nella famosa poesia di Brecht, il popolo può essere spesso sciolto a proprio gradimento per eleggerne un altro. La cosa è meno paradossale di quanto possa sembrare se si pensa ai fatti del G8 di Genova 2001, all’inquietante monito che ci viene dalla morte di Carlo Giuliani, dall’assalto alla Diaz e dalle sinistre detenzioni di Bolzaneto. Fare un film sulla strage di Brescia ha significato per me anche ripensare ad un’antica questione nazionale, che Piero Gobetti chiamava “assenza di una vita libera”. Quell’assenza di cui parlava Gobetti si adatta perfettamente al vuoto tragico lasciato dalle bombe, un vuoto che può essere colmato solo dalla verità. Da nient’altro. Ma la verità sembra trovarsi in uno stato rimozione perpetua, e assomiglia più a una nevrosi collettiva. Occorre soprattutto una nuova volontà politica che nasca da un’esigenza etica di verità. Una sorta di cura contro menzogne e oblio. Temo però che i “terapeuti” non nasceranno tanto presto. Durante le riprese spesso ripetevo, tra il serio e il faceto, alle persone intervistate di raccontare pensando più alle generazioni non ancora nate. Sintomaticamente capivano l’implicita allusione, e, tutti con lo stesso sorriso, sono stati al gioco.

La realizzazione dell’opera deve essere stata, anche per lei, un’esperienza molto emozionante: ha conosciuto e intervistato, tra i tanti, i parenti delle vittime, il già citato Valerio Marchi, personalità  carismatiche come Giovanni Pellegrino e singolari come Vincenzo Vinciguerra. Cosa lascia la realizzazione di un film come questo?

Girare questo film è stata un’esperienza particolarmente emozionante, forse irripetibile. Sono nate nuove e forti amicizie che mi hanno arricchito moltissimo – è anche per questo motivo che avverto come difficile la separazione da questo film, che sembra esigere una complessa cerimonia degli adii, molto diversa da quella degli altri film realizzati o che spero potrò realizzare. Restano anche dubbi amari, linee di ricerca non percorse, narrazioni che non è stato possibile sviluppare come avrei voluto. E domande a cui non ho trovato risposte.

Siamo giunti alla fine della nostra intervista. Salutiamo e ringraziamo Lucio Dell’Accio per la cortesia e disponibilità, augurandoci di poterlo nuovamente ospitare su queste pagine in futuro.
Non ci resta quindi che invitare i nostri lettori ad acquistare il suo “Scene di una strage”. Lo trovate in vendita qui, allegato al libro “Brescia: piazza della Loggia”, curato da Carlo Ghezzi. Quest’ultimo è un’interessantissima raccolta di saggi, documenti e testimonianze, tra le quali compare, tra gli altri, un contributo dello stesso Dell’Accio. Due lavori, insomma, di altissima qualità, che vengono oltretutto venduti assieme ad un prezzo molto contenuto.

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