Il lato oscuro

 

Opera, 26 ottobre 2015

Il convincimento generale, rafforzato dalla propaganda assillante dei mezzi di comunicazione di massa, che la verità sulla strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 non potrà mai essere pienamente affermata è del tutto errato.
A distanza di 46 anni dal massacro di Milano sono pochi i tasselli che ancora mancano per completare il mosaico della verità.
L’inchiesta condotta dal giudice istruttore Guido Salvini ha, difatti, determinato quella svolta nella ricostruzione dei fatti che i giudici che l’avevano preceduto non avevano voluto compiere per interessi che con la giustizia nulla avevano a che fare.
Dopo il fallimento della pista anarchica, imposta dal riconoscimento imprevisto ed imprevedibile del taxista comunista Cornelio Rolandi di Pietro Valpreda, l’unica pista ritenuta valida e perseguita per anni è stata quella “nera” sulla quale si era posto fin dall’inizio il giudice di Treviso, Giancarlo Stiz, amico personale di Giulio Andreotti.
Le due piste, la “rossa” e la “nera” avevano in comune il grande vantaggio di consentire alla magistratura di definire la strage della Banca dell’Agricoltura di Milano come un atto di eversione, poco importa appunto se “rossa” o se “nera”, contro lo Stato.
Con totale disprezzo verso la verità, i giudici avevano ignorato quanto pure emergeva dalle loro stesse indagini, e cioè che tutti gli “eversori”, anarchici o neri, che via via indiziavano di reato e perseguivano erano in realtà collegati ai servizi segreti dello Stato, militari e civili.
Sempre gli stessi magistrati, quando non avevano potuto spiegare i comportamenti omissivi dei funzionari di polizia e degli uomini del Sid, si trinceravano dietro la favola dei servizi segreti “deviati” di cui nessuno di loro ha mai accertato l’esistenza per la ovvia ragione che non sono mai esistite deviazioni.
In questo modo anche quella minima parte della verità che pure era emersa (la responsabilità dei Freda e dei Ventura) veniva oscurata da grottesche quanto opportune per lo Stato assoluzioni per insufficienza di prove sul piano giudiziario e della presentazione, sul piano mediatico, dei protagonisti come “nazisti” che si nutrivano di odio nei confronti della democrazia.
Sappiamo, viceversa, che i due erano informatori del servizio segreto militare, che uno dei due era perfino sul libro paga della divisione Affari riservati del ministero degli Interni e dell’ufficio politico della Questura di Padova.
Il 3 agosto 1985, “Il Mattino” di Napoli pubblica un’intervista concessa dal procuratore generale di Bari, Umberto Toscani, il quale dopo la lettura della sentenza che assolveva Franco Freda e Giovanni Ventura per insufficienza di prove dall’accusa di concorso nella strage di piazza Fontana si era rivolto ai loro avvocati dicendo “avete fatto un miracolo”.
Alla domanda del giornalista sul significato della sua affermazione, Toscani risponde:
“I miracoli li hanno fatti i difensori, ma questo non esclude che siano stati possibili grazie alle superprotezioni di cui gode l’imputato”, cioè il “nazista” Franco Freda.
Non sarà l’unico imputato nel processo per il massacro di Milano, Franco Freda, a godere di “superprotezioni” nell’arco di 46 anni a conferma, se serve, che la loro impunità rientra nella difesa degli interessi e dei segreti di questo Stato.
Il 6 maggio 1985, dinanzi al giudice istruttore di Brescia, Giampaolo Zorzi, dichiaravo:
“Ben chiara è l’area a cui vanno riferite le scelte e le operazioni di strage, compresa quella di Brescia. Per quanto a mia conoscenza, tale area va individuata… nel gruppo Ordine nuovo collegato con ambienti di potere e apparati dello Stato; area che vedeva nella strage lo strumento per cercare la punta massima di disordine al fine di ristabilire l’ordine”.
Dovranno passare quasi dieci anni da quella data perché le concomitanti inchieste di Milano sulla strage di piazza Fontana e su quella di via Fatebenefratelli del 17 maggio 1973, e su quella di Brescia del 28 maggio 1974 circoscrivessero l’area stragista a quel gruppo di Ordine nuovo che faceva capo a Pino Rauti con complicità a Roma e in Toscana.
Ne dovranno passare altri 20 perché, dopo la condanna del militante di Ordine nuovo e agente della Cia in Veneto Carlo Digilio per concorso nella strage di piazza Fontana, giunga anche quella di Carlo Maria Maggi, ispettore triveneto di Ordine nuovo, per l’eccidio di Brescia del 28 maggio 1974 che si somma a quella pronunziata a carico dei suoi sodali Marcello Soffiati e ancora Carlo Digilio, ormai deceduti.
Ma la battaglia per la verità è lungi dall’essere conclusa perché altre responsabilità vanno individuate, alcune già emerse ma negate sul piano giudiziario, altre del tutto inedite.
Va ascritto alla competenza e all’onestà intellettuale del giornalista e storico Paolo Cucchiarelli il merito di aver notato – e il coraggio di averlo affermato – il collegamento operativo fra anarchici e neofascisti a Roma, nella primavera del 1969, nel compimento di alcuni attentati.
Per la prima volta è possibile, quindi, intravedere una probabile alleanza tattica fra gruppi di anarchici e “neofascisti” di servizio (segreto) in un’operazione di destabilizzazione dell’ordine pubblico che si prefigge lo scopo di stabilizzare l’ordine politico sbarrando la strada al Partito comunista italiano proteso a stabilire un collegamento con ambienti socialisti e democristiani “progressisti” per giungere all’affermazione di un regime clerico-marxista.
Abbiamo ricostruito in altri documenti i rapporti fra l’ “anarchico” Pietro Valpreda e i suoi colleghi di “Avanguardia nazionale”, primo Mario Merlino.
Non ci sono state smentite, perché non è possibile farne.
Pietro Valpreda si reca, i 31 agosto 1968, al congresso anarchico di Carrara in compagnia dei militanti di “Avanguardia nazionale” Pietro “Gregorio” Manlorico, Luciano Paulon, Augusto De Amicis, Aldo Pennisi, Alfredo Sestili e Mario Merlino.
Il 15 ottobre 1968, Pietro “Gregorio” Manlorico viene arrestato, con altri militanti di “Avanguardia nazionale”, per aver compiuto un attentato contro la sezione del Pci del Quadraro, a Roma.
Pietro Valpreda non batte ciglio.
Nel mese di gennaio del 1970, l’“anarchico” Alfredo Sestili vuota il sacco e racconta con dovizia di dettagli la trasferta a Carrara, al congresso anarchico, del 31 agosto 1968 aggiungendo che i soldi per la benzina glieli aveva dati Guido Paglia, vicepresidente di “Avanguardia nazionale”.
Pietro Valpreda non batte ciglio.
L’11 agosto 1977, la polizia arresta a Roma Silvio Paulon, con la sorella e il cognato, perché trovato in possesso di documenti di Stefano Delle Chiaie.
Silvio Paulon, noto anche come Luciano, è un altro degli “anarchici” che hanno accompagnato Pietro Valpreda a Carrara il 31 agosto 1968. L’arresto suscita subito clamore, ne parlano giornali e telegiornali.
Pietro Valpreda non batte ciglio.
L’“anarchico” Pietro Valpreda non s’indigna, non denuncia l’inganno di cui sarebbe stato vittima, non accusa come “infame” Mario Merlino, al contrario tace e si reca a pranzo con lo stesso Merlino nel medesimo albergo in cui alloggiano i giornalisti.
Nella motivazione della sentenza emessa dalla Corte di assise di Catanzaro il 23 febbraio 1979, i giudici scriveranno che “le prime mosse della polizia indicano eloquentemente che il fermo del Merlino ebbe, in realtà, la sostanza della sollecita convocazione di un informatore” il quale, notano sempre i giudici, “più che preoccuparsi della sua difesa” si prodiga nel “rivolger accusa verso i suoi compagni del circolo anarchico facendo riferimento all’esplosivo interrato presso la via Tiburtina e ad attività preparatorie sospette del Valpreda e del Borghese alla viglia degli attentati” del 12 dicembre 1969.
Ai giudici sfugge, però, che l’accusato Pietro Valpreda si allinea con le tesi del suo accusatore Mario Merlino, conferma l’esistenza del deposito di via Tiburtina, chiama in causa Ivo Della Savia, si inventa un sosia maniaco di esplosivi e detonatori che fa identificare nell’anarchico Tommaso Gino Liverani.
I due, Merlino e Valpreda, recitano l’identico copione scritto da altri rimasti da sempre nell’ombra.
Mentre gli informatori di Questura della destra indirizzano le indagini sugli anarchici, un democristiano veneto sposta l’attenzione dei giudici sui “nazisti” padovani, Franco Freda e Giovanni Ventura.
È il gioco delle parti.
Anarchici e “neri” sul banco degli imputati consentono di occultare la matrice dell’operazione che nel 1969, a partire dal mese di febbraio, si doveva concludere il 14 dicembre passando per la strage di piazza Fontana e quella mancata a Roma della Banca nazionale del lavoro.
I burattinai sanno che i loro burattini, a destra come a sinistra, non avranno mai il coraggio di denunciare quanto conoscono perché dovrebbero pagare prezzi umani troppo elevati.
I burattini potranno difendersi sul piano processuale dalle accuse di magistrati che li ritengono nemici della democrazia e dello Stato, sovversivi ed eversori da neutralizzare ad ogni costo, senza andare oltre perché le regole del gioco impongono di proteggere per essere, a propria volta, protetti in modo occulto, pubblicamente inavvertito, ma efficace.
Il primo segreto da proteggere è quello dell’alleanza operativa fra militanti di destra e anarchici.
L’operazione di depistaggio delle indagini sugli attentati del 12 dicembre 1969 inizia proprio dall’imposizione della scelta dei colpevoli fra gli uni o gli altri, fra gli anarchici o i “neofascisti”.
Non è un caso che le due mancate stragi di Milano del 25 aprile 1969, alla Fiera campionaria e all’ufficio cambi della Stazione ferroviaria, hanno avuto come imputati prima gli anarchici, successivamente assolti, poi gli informatori del Sid di Padova Franco Freda e Giovanni Ventura, condannati.
O gli uni o gli altri.
A rileggere gli atti di quell’inchiesta, invece, appare evidente che anche in questo caso sono stati gli uni e gli altri.
La domanda che bisogna porsi, senza ora reiterare quanto abbiamo scritto in precedenza in altri documenti sui rapporti fra anarchici e “neofascisti”, è una sola: chi ha potuto in quegli anni favorire un’alleanza, sia pure tattica e contingente, fra due schieramenti ideologicamente opposti come anarchici e “neofascisti”?
Per tanti anni i “persuasori occulti” sono riusciti a tenere fuori dalle indagini il “Fronte nazionale” diretto da Junio Valerio Borghese fingendo di non sapere che in questa organizzazione militavano i Merlino e i Delle Chiaie e non in “Avanguardia nazionale” che era stata ufficialmente disciolta nel 1965.
Ma, anche se oggi la partecipazione del “Fronte nazionale” al tentato golpe del 1969, attentati del 12 dicembre compresa, è riconosciuta sul piano storico, si può pacificamente escludere che a determinare l’avvicinamento fra anarchici e militanti di destra sia stato Junio Valerio Borghese.
Non aveva alcun titolo, Borghese, per accreditarsi presso gli anarchici, per rivolgersi a loro con un discorso politico ed un programma operativo in grado di attirare il loro interesse ed ottenere la loro fiducia fino al punto di indurli ad agire insieme ai “neofascisti”.
Chi altri poteva farlo?
Chi poteva rivolgersi ai “fascisti” e agli antifascisti, ai chierichetti di destra e anticlericali di sinistra che avevano come unico denominatore comune l’anticomunismo?
Un uomo solo: Randolfo Pacciardi.
Repubblicano, antifascista da sempre, Randolfo Pacciardi agli occhi degli anarchici aveva il merito di aver combattuto durante la guerra civile spagnola contro le truppe del generale Francisco Franco de Bahamondes e di condividere con loro l’avversione ed il disprezzo verso i comunisti che proprio in terra iberica si erano macchiati del sangue degli anarchici. E il suo fanatico ed intransigente anticomunismo lo aveva reso benemerito nell’ambiente dell’estrema destra che con lui, inoltre, condivideva la necessità di creare una Repubblica presidenziale nella quale non ci sarebbe stato posto per i “sovversivi”.
Randolfo Pacciardi, per finire, aveva ricoperto la carica di ministro della Difesa e, in questa veste, insieme al ministro degli Interni Mario Scelba, aveva consentito agli ufficiali che avevano prestato servizio nella Repubblica sociale italiana di rientrare nei ranghi delle Forze armate come della polizia, contribuendo in maniera determinante alla creazione di una struttura di comando parallela a quella ufficiale.
La vocazione “golpista” di Randolfo Pacciardi è di vecchia data, di gran lunga antecedente a quella di Junio Valerio Borghese, Edgardo Sogno e quanti altri ritenevano che una democrazia autoritaria fosse la sola risposta all’avanzata elettorale della “quinta colonna sovietica” in Italia.
Il 4 febbraio 1964, Randolfo Pacciardi conferisce con i funzionari dell’ambasciata americana a Roma ai quali preannuncia la nascita di un movimento politico da lui diretto, l’ “Unione democratica per la nuova repubblica” (Udr), ed indica fra i suoi sostenitori l’ex comunista Eugenio Reale e l’ex capo di Stato maggiore dell’esercito, l’israelita Giorgio Liuzzi.
Il 10 febbraio 1964, una nota dell’ambasciata americana inviata al Dipartimento di stato chiarisce le intenzioni di Randolfo Pacciardi:
“Pacciardi sembra essere troppo ottimista sul richiamo che il suo movimento avrà nel Paese. Il sostegno a Pacciardi deriva probabilmente dalle amicizie personali tra gli ufficiali di alto livello che egli si è fatto durante la sua permanenza al Ministero della difesa.
Si ritiene tuttavia che queste connessioni non siano sufficientemente numerose per consentire a Pacciardi di fare un colpo di Stato nell’immediato futuro”.
È troppo presto per il “golpe”.
Intanto, Randolfo Pacciardi s’impegna nell’attività di proselitismo e nella ricerca di appoggi anche finanziari che, il 1° marzo 1964, gli consentono di iniziare la pubblicazione del periodico “La Folla”, organo di stampa dell’Udr.
Il 10 aprile 1964, una nota redatta dal colonnello Renzo Rocca del Sifar comunica:
“Fonte attendibile riferisce che l’Unione popolare democratica per la nuova repubblica, fondata dall’onorevole Randolfo Pacciardi, è sovvenzionata dal Partito repubblicano statunitense, tramite l’ex ambasciatore degli Usa a Roma signora Luce.
Sempre dalla stessa fonte di apprende che l’onorevole Pacciardi avrebbe in progetto un prossimo viaggio negli Stati uniti per incontrarsi con vari esponenti del partito repubblicano statunitense”.
I “colpi di Stato” in Italia, come sa Pacciardi, si fanno con il consenso ed il sostegno del padrone americano.
L’11 maggio 1964, il colonnello Renzo Rocca, responsabile dell’ufficio Rei del Sifar, interlocutore privilegiato di Randolfo Pacciardi segnala che costui “chiede a quel galantuomo del presidente della Repubblica, come egli lo ha definito, un governo di emergenza, costituito da veri italiani”.
Eccola, pronunciata per la prima volta, la formula magica che indica la soluzione del problema italiano rappresentata dall’inarrestabile avanzata del Partito comunista: “governo di emergenza”, il vero “colpo di Stato” possibile in modo legale e legalitario, senza violare le regole della democrazia, in grado di riportare l’ordine nel Paese e ridimensionare, se non mettere fuori legge, il Pci.
Randolfo Pacciardi non è Charles De Gaulle, tantomeno Benito Mussolini, e gli americani lo sanno come segnala una loro scettica nota del 28 maggio 1964, che è molto interessante non per lo scetticismo che esprime nei confronti dell’Udr e del suo fondatore ma perché segnale che costui attira “persone troppo diverse; tutti quelli che erano contro la repubblica attuale, dall’estrema destra all’estrema sinistra. Questo eterogeneo gruppo di persone non ha coesione politica e ideologica; il comune denominatore è la disaffezione verso lo status quo”.
Si raccoglie attorno a Randolfo Pacciardi uno schieramento eterogeneo che dall’estrema destra all’estrema sinistra, non certo quella comunista ma sicuramente quella anarchica e anticomunista.
Sui rapporti fra il movimento d Pacciardi e l’estrema destra il primo riscontro giunge da una nota del 7 luglio 1964 della Questura di Firenze che segnala che la sera del 20 giugno Stefano Delle Chiaie, Cataldo Strippoli, Giorgio Bullo e Igino Noero, si sono incontrati con esponenti dell’Udr e hanno concordato la diffusione di volantini a favore della stessa.
I rapporti tra i “neofascisti” di regime e Randolfo Pacciardi non sono sporadici ed episodici, sono, viceversa, solidi e stabili consacrati dalla nomina, il 20 marzo 1966, di Giano Accame alla direzione di “Nuova Repubblica”, organo di stampa dell’Udr.
L’italo-israeliano Giano Accame, da anni in ottimi rapporti con il partito di Manachem Begin il più spietato fra i dirigenti ebraici, è ufficialmente anch’egli un “neofascista”, anzi un “nazista”, come lo ha definito, ridendo compiaciuto, Yves Guerin Serac nel corso di una conversazione con me.
È Giano Accame che rappresenta ufficialmente la “cinghia di trasmissione” con quel mondo di estrema destra che è ormai proteso a servire il potere democristiano nella speranza che questo trovi la capacità e la volontà di procedere ad una svolta autoritaria nel Paese.
Non sarà, quello di Giano Accame, il solo personaggio pesantemente implicato nella “strategia della tensione”, infatti una singolare nota della Questura di Roma del 30 marzo 1967 segnala alla divisione Affari riservati in merito all’Udr:
“A proposito dei contatti con altre formazioni politiche, va rilevato però che, negli ultimi tempi, Pacciardi avrebbe tollerato, o addirittura sostenuto, alcune iniziative in tal senso prese da alcuni dei suoi collaboratori, al fine di raccogliere anche semplici appoggi in situazioni contingenti.
In tale quadro – prosegue la nota – si inseriscono certi contatti avuti, di recente, da esponenti dell’ ‘Agenzia radicale’ col giornalista pacciardiano Giano Accame e l’iniziativa del noto Enzo Dantini di avvicinarsi ad alcuni gruppi comunisti ‘cinesi’…”.
Il “pacciardiano” Enzo Maria Dantini, il cui nominativo comparirà anche nelle liste dei “gladiatori”, avrà un ruolo di primo paio nella strategia della destabilizzazione strumentale del Paese fino alla fine degli anni Settanta.
La nota è, però, rilevante anche perché rivela come Randolfo Pacciardi e i suoi uomini cercassero sostegni, consensi ed appoggi anche a sinistra per giungere alla creazione di un fronte eterogeneo che riunisse uomini e gruppi diversi fra di loro, anche ideologicamente, ma decisamente anticomunisti.
Non è solo una soluzione politica quella che cerca Randolfo Pacciardi, come dimostra quanto afferma, il 15 novembre 1967, ad un diplomatico americano.
A costui, Pacciardi dice che la maniera più idonea per bloccare l’avanzata del Pci è che si crei “un momento come lo scoppio di una guerra o un grave incidente internazionale”, aggiungendo che “il presidente Segni aveva pensato di fare così nell’estate del 1964”.
È la proclamazione dello stato di emergenza l’assillo di Randolfo Pacciardi e dei suoi adepti. Per giungere a questo, però, può bastare un “incidente nazionale” e un presidente della Repubblica disponibile a sollecitarlo e un presidente del Consiglio pronto a dichiararlo.
La via per raggiungere l’obiettivo è ormai tracciata. Nel 1967 la strategia della tensione è una realtà consolidata nella quale sono immersi tutti i “salvatori” della Patria dai “nazisti” di Questura ai “fascisti” del Sifar, agli antifascisti di varia estrazione dai socialdemocratici a certi socialisti nenniani, dai democristiani ai liberali, dai “cinesi” agli anarchici.
Per tutti costoro il nemico da battere è uno solo: il comunismo sovietico e, in Italia, la sua “quinta colonna”, il Partito comunista.
Nel 1968 si è costituito il “Fronte nazionale” diretto da Junio Valerio Borghese, anch’esso favorevole a compiere quello che una nota dei servizi segreti definirà “un colpo d’ordine”, cioè il ristabilimento dell’ordine in Italia per mezzo di un “colpo di Stato” che, poi, è attuabile per la solita proclamazione dello “stato di emergenza”.
Il “Fronte nazionale” si affianca all’Unione democratica per la nuova repubblica di Randolfo Pacciardi per favorire l’operazione che deve “salvare” l’Italia dal comunismo.
La contrapposizione fra fascismo ed antifascismo viene mantenuta in vita dai dirigenti del Movimento sociale italiano e dei gruppi collegati solo per i giovanissimi che ancora credono di far parte di un mondo in cui la fedeltà alle idee e al passato e onore siano ancora presenti.
Sbagliano, ma pochissimi in futuro avranno il coraggio di riconoscerlo.
Il 7 agosto 1969, la rivista “Panorama” pubblica una lettera di Randolfo Pacciardi sotto il significativo titolo di “Colpo di stato”. In questa Pacciardi ricorda come al presidente della Repubblica Giuseppe Saragat “l’art. 92 della Costituzione dà il diritto di nominare i ministri. Non solo – scrive – lo può fare, ma lo deve fare. E se questo governo non ottenesse il voto di fiducia, il Presidente ha la facoltà di sciogliere le Camere. È grottesco – conclude Pacciardi – ritenere che questo sia un ‘colpo di Stato’ e chi lo ritenesse tale, insorgendo, si metterebbe fuori legge”.
C’è qui la speranza non solo pacciardiana delle sommosse di piazza organizzate dal Pci come nel mese di luglio del 1960. Quella volta, furono i Moro e i Fanfani a bloccare Ferdinando Tambroni, questa volta potrà andare diversamente.
Nell’Europa atlantica, per motivi che potranno essere chiariti solo fra molti anni, c’è una sola Nazione che tenta di bloccare l’operazione che deve favorire in Italia una “svolta autoritaria” capace di creare “uno Stato forte contro la sovversione rossa”, come recitavano i volantini riproducenti un plotone di esecuzione stilizzato fatti distribuire da Pino Rauti dinanzi alle caserme militari, ed è la Gran Bretagna.
Inglese è l’iniziativa di svelare i rapporti che intercorrono fra l’estrema destra italiana e il regime dei colonnelli greci, facendo anche riferimento ad un signor “P” che manterrebbe i collegamenti.
Una nota del ministero degli Interni del 9 dicembre 1969 conferma che, in effetti, Randolfo Pacciardi si è incontrato con il ministro degli Esteri greco Pipinelis al quale ha richiesto finanziamenti per l’Unione democratica per la nuova repubblica.
La nota segnala anche il viaggio che ha fatto Giano Accame ad Atene, “evidentemente – aggiunge l’estensore – in stretto collegamento col suo principale Pacciardi”.
Ma, involontariamente, fornisce una preziosa indicazione per la ricostruzione dell’operazione che porta a piazza Fontana, definendo Giano Accame “molto vicino alla corrente politica del Borghese”.
È la conferma che Randolfo Pacciardi e Junio Valerio Borghese agiscono all’unisono utilizzando Giano Accame come agente di collegamento.
Del resto rientra nella logica che un’operazione che deve determinare una svolta autoritaria nel Paese a guida democristiana e con l’alto patrocinio del presidente della Repubblica, il socialdemocratico Giuseppe Saragat, debba coinvolgere uno schieramento eterogeneo di gruppi politici anche ideologicamente contrapposti ma determinati a fermare l’avanzata del Partito comunista che, in quel 1969, ha ai suoi vertici uno dei massacratori degli anarchici in Spagna: Luigi Longo.
Se Junio Valerio Borghese, in sintonia con Giorgio Almirante e Pino Rauti, è in grado di monopolizzare i gruppi dell’estrema destra, Randolfo Pacciardi per il suo anticomunismo rappresenta un punto di riferimento per quegli anarchici che nel Pci vedono, giustamente, il braccio di Mosca e non hanno dimenticato l’eccidio dei propri compagni in terra iberica.
È sul passato ed il presente che si determina quell’alleanza tattica e contingente tra “neofascisti” e anarchici che invano si cerca ancora oggi di negare: è il comune ricordo dei propri morti, uccisi dai comunisti in Italia ed in Spagna, e la necessità di scongiurare il pericolo che il Pci possa divenire forza di governo.
Sarà il generale Siro Rossetti, ex comandante del Sios esercito, iscritto alla loggia P2, ben addentro ai segreti italiani, a confermare il ruolo di Randolfo Pacciardi come aspirante “golpista” e lucido “destabilizzatore” dell’ordine pubblico.
Il 23 maggio 1985, difatti, Rossetti dichiara che Randolfo Pacciardi, a metà degli anni Sessanta, “mi chiese esplicitamente di quale forza avrei potuto disporre in caso che si fosse posto in atto un intervento militare per normalizzare la situazione politica italiana” e, inoltre, “mi disse che non era tanto importante la quantità delle forze disponibili poiché erano sufficienti poche decine di uomini per innescare una reazione adeguata”.
Per compiere gli attentati che hanno scosso l’Italia dal 28 febbraio 1969 al 12 dicembre 1969 non hanno operato più di poche decine di persone che, con le loro azioni, hanno ottenuta la “reazione adeguata”.
Sarà, difatti, il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat a chiedere la sera del 12 dicembre 1969 la proclamazione dello stato di pericolo pubblico, esattamente quello che prefiggevano i fautori della svolta autoritaria.
L’obiettivo venne quindi raggiunto, meglio quasi raggiunto perché il presidente del Consiglio Mariano Rumor non ebbe il coraggio di compiere il passo decisivo e, per questa ragione, il 17 maggio 1973 l’ “anarchico” del Sid venuto da Israele cercò di saldargli il conto dinanzi alla Questura di Milano.
Sull’attività di “golpista” dell’ex ministro della Difesa Randolfo Pacciardi indagherà a metà degli anni Settanta Luciano Violante, destinato a fare una brillante carriera politica nei ranghi del Partito comunista, che comporterà a suo carico l’emissione di un avviso di reato, puntualmente cancellato dallo scontato proscioglimento da ogni accusa.
La storia della strage di piazza Fontana è quella di un’operazione condotta da forze nazionali ed internazionali che, in quegli anni, erano impegnate, per supplire all’incapacità della classe dirigente, a mantenere l’Italia all’interno dell’alleanza atlantica tenendo lontani i comunisti dall’area governativa.
Un’operazione, come altre, difensiva nei fini ed eversiva nei metodi perché governi in carica, in Italia, potevano proclamare lo stato di emergenza solo per ristabilire l’ordine e tutelare la sicurezza dei cittadini.
Per giungere a questo risultato, però, l’ordine doveva essere violato e la sicurezza dei cittadini pesantemente minacciata con attentati stragisti in luoghi pubblici e contro i mezzi di trasporto.
È quanto hanno fatto a partire dal 1969 uomini al servizio dello Stato, sotto le mentite spoglie di “neofascisti” e, nel 1969, di anarchici in parte autentici e strumentalizzati in parte infiltrati come Pietro Valpreda.
La verità non si è ancora raggiunta perché ad essa non si sono opposti solo i dirigenti politici e i servizi segreti ma la magistratura che avrebbe dovuto accertarla.
E questa sordida opposizione giudiziaria è ancora in corso.
La procura della Repubblica di Milano continua ancora oggi a riporre nei cassetti le informazioni che le provengono da altro ufficio giudiziario sulla strage del 12 dicembre 1969.
È grottesco che questa procura si ostini a non prendere atto che, dopo la condanna di Carlo Maria Maggi per la strage di Brescia del 28 maggio 1974, ha il dovere di rivalutare il ruolo di quest’ultimo nella strage di piazza Fontana.
Difatti, a Milano come a Brescia risulta condannato quel Carlo Digilio, militante di Ordine nuovo a Venezia, agente della Cia, che era subalterno di Carlo Maria Maggi.
Il tradimento della sinistra che ha ritenuto opportuno coprire le responsabilità degli ex avversari per accreditarsi come forza disponibile per gli Stati uniti, Israele e la Nato, è determinante oggi nel favorire il comportamento omissivo di magistrati decisi a difendere la menzogna storica affermata da uno Stato che non può consentirsi di far passare la vera verità.
Oggi, al potere c’è la sinistra delle banche e degli istituti di credito che ha dimenticato le fabbriche e i proletari, e tanto esalta il senso di impunità di una magistratura che delega a giornalisti servili ed opportunisti il compito di rappresentarla come impegnata a fare giustizia ad ogni costo.
E poi, in silenzio, archivia prove, indizi e testimonianze su eventi storici che, se conosciuti dagli italiani, sarebbero in grado di determinare la svolta nei rapporti con Paesi che si dicono amici ed alleati ma, in realtà, sono solo padroni di un’Italia che dopo 70 anni dalla sconfitta militare non trova la forza ed il coraggio di rialzarsi.
La contrapposizione fra politica e magistratura si dissolve, rivelando la sua falsità, dinanzi alla realtà di cui parliamo e viene anche fisicamente smentita dalla presenza in Senato di quel Felice Casson che ha il solo “merito” di aver fatto il possibile  e l’impossibile, insieme ai suoi colleghi della procura della Repubblica di Milano, per bloccare l’inchiesta del giudice istruttore Guido Salvini, la sola che ha aperto uno squarcio decisivo nel mistero che ancora avvolgeva la strage di piazza Fontana.
Politica e magistratura, con qualche rara eccezione individuale, sono sempre uniti contro la verità.
Manca nella controparte, in coloro cioè che la verità vogliono, la lucidità di comprendere che è necessario unirsi a loro volta per fare fronte comune, a prescindere dal passato e dalle ideologie, contro questa politica e questa magistratura perché divisi si perde, uniti si può vincere questa battaglia di verità e di giustizia.
Non è ancora troppo tardi.

Vincenzo Vinciguerra

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