Il femminicidio

 

 

Opera, 30 novembre 2015

Si è da poco conclusa la giornata dedicata alla difesa delle donne ovvero alla lotta contro la violenza sulle donne.
Nel Paese del femminicidio, del pestaggio sistematico delle donne all’interno delle case, degli stupri, delle molestie sessuali, l’accento è posto sulla condizione delle donne nei Paesi islamici alle quali è impedito di girare in minigonna, scollate e disponibili secondo il modello occidentale che, però, non è poi in grado di proteggerle ritenendo che, in fondo, le violenze se le sono cercate.
In un Paese senza giustizia, la prevenzione non esiste e la repressione è grottesca.
Le leggi ci sarebbero.
L’omicidio volontario va da 21 anni di reclusione all’ergastolo, ma la pena che, di solito, viene comminata non supera mai i 24 anni dai quali vanno detratti 8 anni per il rito abbreviato e, di conseguenza, la condanna finale non supera i 16 anni, tanto vale in Italia la vita di una donna.
Poi, in carcere, c’è la liberazione anticipata che consente una diminuzione della pena di tre mesi ogni anno, così che dopo sei anni di carcere il condannato può usufruire dei permessi premiali e dopo 8 anni ha concluso in pratica l’espiazione (si fa per dire) della pena perché può ottenere l’affidamento in prova al servizio sociale, magari dopo essere già stato ammesso alla semi-libertà.
Quanti sono coloro che dinanzi alla prospettiva si pagare (si fa sempre per dire) 8-9 anni di carcere per l’omicidio di una donna se ne astengono?
Nell’Italia della malavita politici, magistrati, giornalisti, giuristi, preti, esperti ecc. ecc. fanno a gara per predicare la prevenzione che, a loro avviso, deve prevalere sulla repressione, così che si ingegnano a garantire pene lievi agli uccisori di donne ai quali quasi sempre non sono contestate le aggravanti e sono concesse le attenuanti generiche.
In questa Italia delinquenziale e grottesca, i telegiornali hanno recentemente denunciato come ennesimo “orrore” del Califfato islamico l’uccisione di una ragazza austriaca a martellate.
La notizia ha tutta l’aria di essere una “bufala” rifilata agli italiani per accrescere il loro sdegno nei confronti dei combattenti islamici, ma è giusto richiamarla perché dobbiamo ricordare che Chiara Poggi a Garlasco è stata uccisa a martellate e al suo massacratore i giudici italiani hanno comminato una condanna a 16 anni di reclusione escludendo l’aggravante della crudeltà.
Ben altro comportamento hanno tenuto politici e magistrati quando si è trattato di reprimere i sequestri di persona che colpivano di solito appartenenti ai ceti sociali elevati e che, a differenza di Silvio Berlusconi, non avevano la possibilità di rivolgersi alla mafia palermitana per farsi proteggere dietro adeguato compenso.
In quel caso, il Parlamento approvò una legge che comportava una condanna da 25 a 30 anni per i sequestratori, che giungeva all’ergastolo se il rapito moriva o era un minore, con l’esclusione di ogni beneficio di legge se gli autori non avessero collaborato con la giustizia.
Il femminicidio, viceversa, imperversa nei ceti sociali più bassi, quindi interessa poco o punto la sua repressione preferendo la politica organizzare balli e manifestazioni con esibizioni di “scarpette rosse” da buttare al macero.
I magistrati italiani, con qualche rara eccezione, si distinguono per comprensione, buonismo e pietismo nei confronti degli uccisori di donne ed è, di conseguenza, necessario varare una legge che li obblighi ad emettere sentenze adeguate alla gravità dei loro comportamenti omicidiari.
Sarebbe sufficiente escludere costoro dall’ammissione al rito abbreviato che comporta lo sconto di un terzo della pena e l’esclusione dai benefici di legge per giungere ad una condanna minima di 24 anni di reclusione, la pena massima per il reato di omicidio volontario.
Se il prezzo da pagare diviene congruo saranno tanti i codardi che preferiranno rinunciare ai loro propositi di vendetta contro donne che li hanno lasciati e di loro non vogliono più saperne.
I vigliacchi vivono nella paura e su questa, non sull’educazione e sulla propaganda, bisogna fare leva per indurli a rispettare la vita delle donne.
Una raccolta di firme per obbligare il Parlamento a farne una legge adeguata alla gravità dei delitti, potrebbe forse bastare per ristabilire il diritto alla vita delle donne italiane.
In un Paese come il nostro sarebbe un atto di civiltà, il primo dei tanti che oggi sarebbero necessari per poterlo considerare civile.

Vincenzo Vinciguerra

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