Non avere paura di uccidere

 

Opera, 2008

II titolo del libro scritto da Giancarlo Umani Ronchi e Antonella Stocco rivela già tutta l’amarezza dei due autori dinanzi ad una ve­rità sconvolgente qual’è quella di una giustizia e di un apparato in­vestigativo e medico-legale incapaci ed impotenti dinanzi al delitto più efferato: l’omicidio.
Sommersi e storditi da una propaganda che vuole la giustizia italia­na perennemente in crisi per la carenza di organico, la lentezza dei procedimenti penali e civili, la mancanza di adeguati finanziamenti, scopriamo ora, leggendo questo libro di appassionata denuncia, che c’è ben altro, di gran lunga peggiore: che la vita dei cittadini è affi­data al caso, perché l’imponente apparato poliziesco e giudiziario ita­liano è incapace di reprimere il delitto e, quindi, di prevenirlo,
“Non avere paura di uccidere! Il delitto perfetto brilla all’alba del terzo millennio – scrivono i due autori – complici il declino dei sistemi investigativi e il rituale tutto italiano del ‘post mortem’,’im­mobile nei secoli tra moduli, certificati ed inutili formalità”. (G. Umani Ronchi, A. Stocco, Non avere paura di uccidere, Edizioni libreria Cortina, Torino 2008, p.5).
Il pessimismo dei due autorevoli autori è confermato, in modo magi­strale, dall’accurata disanima dei fatti e delle procedure, corredata da esempi significativi che, insieme, eliminano ogni dubbio sulla vali­dità e la veridicità di una denuncia che non può e non deve essere igno­rata, nonostante i corposi interessi che lede.
In forma leggera, spesso ironica, comprensibile a tutti i cittadini nonostante la materia, il libro di Giancarlo Umani Ronchi e Antonella Stocco lancia l’allarme sulle carenze – da tutti fino ad oggi taciute – di un sistema investigativo e giudiziario che lascia i cittadini in balia di tutti coloro che portano nel loro patrimonio genetico l’impron­ta di Caino.
Non rassicura più, dopo aver letto queste pagine avvincenti, l’immagi­ne televisiva dei Ris dei carabinieri o dei Nuclei di polizia scientifi­ca che ci fanno vedere con le loro tute bianche mentre lavorano sulla scena del crimine.
Crolla la certezza sull’efficienza delle analisi scientifiche, sul “Luminol”, il dna, le impronte digitali, ecc. perché si scopre che, dietro tutto questo, c’è il vuoto normativo e professionale di giudici ed inve­stigatori.
Prendiamo dolorosamente atto, per merito del coraggio e della sete di giustizia, di uno scienziato e di una giornalista investigativa, che la crisi della giustizia italiana non è sanabile con l’aumento degli organici dei magistrati, l’accelerazione dei processi e maggiori finanziamenti, bensì la modifica radicale delle procedure e la creazione di figure di giudici ed investigatori professionalmente in grado di indagare sui de­litti, senza affidarsi al caso, alla “soffiata”, alla rivelazione di un pentito (spesso tardiva) e alla fortuna.
Silenzioso come un tumore che corrode, senza sintomi apparenti, un or­ganismo un tempo sano, l’incompetenza congiunta all’approssimazione ha reso agonizzante il sistema investigativo italiano affidato a pubblici ministeri, spesso privi di esperienza, che si barcamenano come possono nella conduzione delle indagini utilizzando a loro insindacabile giudi­zio gli organi della Polizia giudiziaria.
Il risultato è che in questo Paese non si conosce nemmeno il numero degli omicidi che vengono compiuti nell’arco di ogni anno.
“Sul vasto orizzonte delle morti in bilico – scrivono i due autori -tra incidente, omicidio, suicidio e cause naturali s’indaga soltanto se c’è una denuncia, o se arriva una segnalazione alle forze dell’ordi­ne, a volta con grande ritardo (per esempio dai collaboratori di giusti­zia, o la solita soffiata). Le migliaia di persone scomparse nel nulla, negli anni, come vengono classificate? Sono ancora vive per l’anagrafe? Quante sono le morti presunte? E gli omicidi?…”(lbidem – p.6)
Non esistono meccanismi che, automaticamente, si mettono in moto per accertare se veramente un suicidio è tale e non un omicidio mascherato, se un incidente stradale è frutto di una fatalità e non di una volontà omicidiaria, se un salto nel vuoto da una finestra o da un ponte è sta­to determinato da qualcuno e non dalla volontà del presunto suicida.
Tutto riposa sulla segnalazione di qualcuno che sa o sospetta, suscetti­bile di determinare un approfondimento di indagini frettolosamente chiuse. Se questa viene a mancare, il caso è archiviato per sempre complice un certificato medico redatto da un sanitario che non ha la volontà e la com­petenza per porsi domande.
Vero, terribilmente vero quanto scrivono e denunciano Giancarlo Umani Ronchi e Antonella Stocco, tanto da farci porre una domanda, a nostra volta: quanti sono i detenuti morti in carcere nell’arco di un trentennio per infarto, “fibrillazione cardiaca”, impiccagione, ritenuti vittime di malori e del malessere derivato dallo stato di detenzione?
Eppure, le “voci” del carcere, in numerosi casi, hanno detto il contra­rio: che si può morire a causa di veleni volatili che provocano l’infar­to o la fibrillazione cardiaca o si può essere appesi ad una corda, rudi­mentale e lasciati morire’.
Nessuno ha mai fatto una perizia tossicologica o un esame necroscopico accurato perché mancava la “segnalazione”, il “fondato sospetto”, per cui magistrati e medici hanno scrollato le spalle e attribuito a fatalità e depressione quello che, a volte, era il frutto di un omicidio premedita­to.
E se tanto è possibile in un ambiente come quello carcerario dove il “so­spetto” sarebbe doveroso, che cosa succede fuori dall’universo detentivo?
Il libro di Giancarlo Umani Ronchi e Antonella Stocco ci fornisce la ri­sposta agghiacciante, e, insieme, la speranza del loro impegno perché tutto si modifichi:
“E’ anche l’omicidio misconosciuto che noi vogliamo indagare, lo specchio scuro del moltiplicarsi di azioni penali che in parte sfumano nel nulla e in parte vengono archiviate. Nel caos dei dati non si riesce a decifrare il numero reale dei delitti di autore ignoto e non ci sono quelli rimasti irrisolti. E’ invece chiara la percentuale dei reati complessivi che re­stano irrisolti: più o meno l’80%. Il numero reale degli omicidi è un’opinione? Magari fosse così» è molto peggio”.(id – p. 6)
“Dimostreremo – scrivono i due autori -che ciascuno di noi può diventa­re un assassino senza castigo o una vittima senza giustizia. Osserviamo il delitto perfetto nel suo cupo splendore”.(Id – p. 6).
Hanno mantenuto la promessa, pagina dopo pagina di un libro che si legge d’un fiato e che mozza il fiato a chi comprende, grazie al loro lavoro, che i problemi della giustizia in Italia non sono solo strutturali e finanziari, ma molto più estesi e profondi perché intaccano l’essenza stessa del concetto di giustizia che vuole e pretende verità perché ognuno abbia il suo, carnefice o vittima.
E’ un libro che scuote e che sprona tutti coloro che hanno a cuore le sorti di questo Paese, perché nessun Paese sopravvive senza giustizia. Un libro da porre a fondamento per una battaglia politica che punti sul rinnovamento della giustizia che necessita di professionalità e competen­za, prima ancora che di finanziamenti; che restituisca alle forze di po­lizia la libertà di indagare e di consegnare al giudice i risultati del­le sue investigazioni per il necessario vaglio giudiziario; che elimini la figura del giudice “padreterno” che tutto sa e tutto comanda, senza averne le capacità e la preparazione.
Un libro, questo scritto da Giancarlo Umano Ronchi e Antonella Stocco, che deve essere letto, ponderato, perché esso ci fa male e, nel contempo, ci indica la via da percorrere perché nessun carnefice rimanga senza castigo e nessuna vittima senza giustizia.

Vincenzo Vinciguerra

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