Bologna 2 agosto 1980: strage di Stato

 

Opera, 22 agosto 2012

A 32 anni di distanza dal massacro del 2 agosto 1980 alla stazione ferroviaria di Bologna, la destra reazionaria e conservatrice che ancora oggi pretende di rappresentarsi come erede del fascismo e, di conseguenza, come neofascismo non cessa nel tentativo di introdurre sempre nuovi elementi di confusione in una vicenda che, per quanto incredibile possa apparire in questo Paese, è processualmente definita, almeno per quanto riguarda gli esecutori materiali.
Il fatto che due degli stragisti siano ormai in libertà per avere interamente scontato la condanna all’ergastolo ed uno si trovi in semi-linertà, non attenua il furore polemico di persone che si sentono in dovere di provare la loro innocenza e di dimostrare che quella strage non è “fascista”.
A parte la considerazione che i tre stragisti possono essere definiti “neofascisti” da quanti il fascismo non sanno cosa sia, che due di costoro in un momento di sincerità si sono definiti “criminali recuperati alla società”, appare evidente che il fascismo e i fascisti con l’eccidio di Bologna del 2 agosto 1980 non hanno nulla a che vedere.
Ciarlieri e fantasiosi pseudo-storici, esperti in “fascisterie” varie, e grotteschi e quanto mai presunti “ultime raffiche” sparate in una guerra che da parte loro non è mai stata fatta, sono alla ricerca di “colpevoli” che, furbescamente, collocano all’estero: libici, palestinesi, ora anche israeliani, questi ultimi sulla base di “ragionamenti logici” in base ai quali chiunque potrebbe ipotizzare una responsabilità dei cannibali della Nuova Papuasia o degli aborigeni australiani, per quello che essi valgono.
La destra di servizio (segreto) finge di cercare una verità che, in ogni caso, salvaguardi il suo padrone di sempre, lo Stato.
La strage di Bologna non risponde, ovviamente, alla logica di quelle che l’hanno preceduta da piazza Fontana, il 12 dicembre 1969, in avanti, ma la sua motivazione è egualmente politica ed interessa lo Stato italiano ed i suoi alleati americani ed atlantici.
Per comprenderne la logica e le motivazioni, dobbiamo necessariamente soffermarci sull’abbattimento del DC-9 Itavia sul cielo di Ustica del 27 giugno 1980.
Su cosa sia accaduto quella sera del 27 giugno 1980 nel cielo di Ustica, crediamo che nessuno dubiti sul fatto che il Dc-9 Itavia sia stato abbattuto da un missile aria-aria sparato da un aereo militare che Francesco Cossiga ha indicato di nazionalità francese.
Francese, italiano, americano che sia stato quel velivolo è ormai certo che il nostro Dc-9 Itavia è stato colpito nel corso di un’operazione militare mantenuta ancora oggi segretissima alla quale hanno concorso le Aeronautiche di almeno tre Paesi: Italia, Francia e Stati Uniti.
Quel massacro, che vogliamo sperare sia stato involontario, provoca la reazione tipica di uno Stato e di un’Alleanza atlantica che hanno gli strumenti per depistare nell’immediatezza del fatto le indagini e sviare l’attenzione dell’opinione pubblica, secondo uno schema ampiamente collaudato fin dai tempi della strage di Portella della Ginestra del 1° maggio 1947.
Lo Stato depista le indagini quando deve difendere un segreto inconfessabile che, se conosciuto, è suscettibile di provocare gravi conseguenze sul piano politico.
Ustica non fa eccezione.
L’interesse del governo italiano del tempo, e dei suoi alleati della nato, nel coprire ad ogni costo (anche eliminando fisicamente nel tempo alcuni dei testimoni) le proprie responsabilità nella strage di Ustica risiede nella situazione politica in cui si trovava il Paese nell’estate del 1980.
Nelle elezioni politiche anticipate del 3 giugno 1979, il Partito comunista aveva subito una flessione rispetto al 1976, ma contava egualmente sul 30, 4 per cento dei voti e 201 seggi alla Camera dei deputati, e sul 31,5 per cento dei voti e 109 seggi in Senato.
Una forza che lo collocava al secondo posto fra i partiti politici e che gli garantiva, insieme alla sua nota capacità di mobilitare le masse, la possibilità di mettere in seria difficoltà la casta politica anticomunista ed i suoi alleati internazionali nel caso fosse emersa la responsabilità dell’Alleanza atlantica nel massacro di Ustica.
Inoltre, in quell’estate del 1980, il Partito comunista era in netta difficoltà per l’invasione militare sovietica dell’Afghanistan, iniziata il 27 dicembre 1979, che aveva comportato perfino uno “strappo” con il Partito comunista sovietico da parte del gruppo dirigente comunista guidato da Enrico Berlinguer.
La verità sull’eccidio di Ustica avrebbe pareggiato i conti, perché il partito comunista italiano e l’Unione sovietica non avrebbero avuto scrupolo alcuno a sfruttare al massimo il tragico evento per mettere a loro volta in difficoltà la Democrazia cristiana ed i suoi alleati, all’interno, il governo italiano e la Nato sul piano internazionale.
Non è ipotizzabile che Francesco Cossiga, il governo italiano, l’ambasciata americana e la Nato concedessero al Pci l’uso di una arma che poteva far traballare il potere anticomunista e mettere in discussione perfino la partecipazione italiana alla Nato.
Ma non c’era solo la minaccia politica rappresentata dal Pci dell’Unione sovietica, perché in quel 1980 era ancora viva la guerriglia condotta dai gruppi armati della sinistra.
Fino al 27 giugno 1980, a partire dal 1° gennaio di quell’anno, i guerriglieri di sinistra avevano ucciso quindici persone, fra le quali un colonnello dei carabinieri a Genova, il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura a Roma, tre magistrati rispettivamente a Salerno, Roma e Milano.
Come avrebbero reagito dinanzi al massacro di 81 cittadini italiani innocenti per mano di aerei militari dell’Alleanza atlantica?
E l’opinione pubblica italiana non sarebbe rimasta sconvolta dalla strage e dalla morte lenta, straziante, di uomini, donne, bambini rinchiusi in quella che era stata la loro tomba che lentamente s’inabissava nel Tirreno?
Per il governo italiano, presieduto da Francesco Cossiga, la sola possibilità di evitare una crisi politica devastante dalla quale l’unico a trarre vantaggio sarebbe stato il Partito comunista, e una sequela di omicidi da parte della guerriglia armata che avrebbero incontrato, se non il favore, almeno la comprensione dell’opinione pubblica, era quella di avviare il depistaggio.
E questo inizia in due direzioni, affidato a quegli apparati statali che sono preposti al controllo dell’informazione per scopi difensivi ed offensivi.
In questo caso, l’esigenza difensiva per lo Stato italiano e la Nato era lampante.
Così, il 28 giugno 1980, con una telefonata al “Corriere della sera”, utilizzando la sigla dei Nar e il nome di un confidente di Questura, Marco Affatigato, si avvia il primo depistaggio, quello che pretende che il Dc-9 Itavia sia esploso per la deflagrazione al suo interno di una bomba trasportata dal “terrorista” dei Nar.
In seconda battuta, i manipolatori dell’informazione lanciano un attacco devastante ai responsabili della società aerea “Itavia”, accusandoli di far volare aerei obsoleti, in precarie condizioni di sicurezza, affermando esplicitamente che il Dc-9 è caduto per un cedimento strutturale.
Il risultato è che la società aerea Itavia deve chiudere per fallimento, e la pista della bomba regge per oltre dieci anni, anzi ancora oggi c’è qualche cialtrone politico che la ripropone.
Nessuno, vogliamo sperare, vorrà affermare che i depistaggi possano essere stati ordinati ed attuati dai libici, dai palestinesi, dagli israeliani o dai cannibali della Nuova Papuasia.
I servizi segreti sono organi esecutivi e depistano perché ricevono l’ ordine di farlo dai loro superiori gerarchici (il presidente del Consiglio Francesco Cossiga).
Nel primo depistaggio appare la figura del colonnello Federigo Mannucci Benincasa, capo centro del Sismi di Firenze, al quale molti “neofascisti” devono gratitudine e riconoscenza a cominciare da Augusto Cauchi, Mario Tuti, ecc.
Non sappiamo da dove è stata fatta (e da chi) la telefonata alla redazione del quotidiano “Il Corriere della sera” il 28 giugno 1980, ma il suo contenuto ci permette di affermare che il Sismi ha interessato la cellula spionistica veneta.
Difatti, il riferimento all’orologio “Baume & Mercier” che il confidente di polizia Marco Affatigato avrebbe portato al polso sul Dc-9 Itavia è un particolare veritiero che poteva conoscere solo Marcello Soffiati.
Informatore da sempre dei servizi segreti americani ed italiani, nel 1980 confidente del Sisde con il criptonimo di “Eolo”, Marcello Soffiati alcune settimane prima della strage di Ustica si era recato a Nizza per incontrare proprio il collega Marco Affatigato al quale aveva chiesto in regalo l’orologio che portava al polso, un “Baume & Mercier”, ottenendo però un rifiuto.
Buontempone sanguinario e vendicativo, Soffiati aveva suggerito l’inserimento nella telefonata, per renderla più credibile, del nome del collega Marco Affatigato e del dettaglio del suo orologio da polso, un “Baume & Mercier”.
A fine giugno, primi di luglio del 1980 è quindi in corso una operazione di disinformazione difensiva, finalizzata cioè ad impedire che il Partito comunista, l’estrema sinistra politica ed armata possano sfruttare la strage di Ustica contro il governo e la Nato.
Il compito di “addormentare” l’inchiesta fingendo per almeno 10 anni di non riuscire a comprendere se il Dc-9 Itavia era stato abbattuto da un missili o era esploso per una bomba al suo interno, il governo l’affida ai magistrati romani che sono i “corazzieri” giudiziari del potere italiano, non palestinese, ecc. ecc.
In quei giorni, però, qualcuno avverte come prioritaria l’esigenza di distrarre l’opinione pubblica dalla tragedia di Ustica, compiendo un gesto ancora più clamoroso, tale da farla dimenticare e, contestualmente, da avvalorare l’ipotesi della bomba “fascista” portata sul Dc-9 Itavia da un “terrorista nero” di cui l’opinione pubblica ignora la qualità di confidente della Questura.
Il rilancio dello “stragismo fascista” appare, di conseguenza, funzionale alla difesa dello Stato e del suo segreto ignobile ed inconfessabile.
Non si tratta di mere congetture, basate su ragionamenti “logici”, ma di dati di fatto concreti ed incontrovertibili, perché il 10 luglio 1980, dal carcere di Padova, un ex militante missino, Pierluigi Presilio Vettore, preannuncia al magistrato di sorveglianza un attentato di “eccezionale gravità”.
A Padova non ci sono basi di guerriglieri palestinesi, di tedeschi della Raf, di uomini di Carlos, ma i “neofascisti di servizio segreto” dal cui interno è giunta a Pierluigi Presilio Vettore, detenuto, l’informazione che stanno predisponendo un nuovo massacro.
Il delatore non fornisce le motivazioni dell’attentato di “eccezionale gravità” che i suoi colleghi stanno preparando, perché queste non si possono dire in quanto non si possono giustificare politicamente: non è possibile, infatti, affermare che la nuova strage serva ai “colonnelli” per prendere il potere in Italia.
Nelle ricostruzioni giudiziarie e giornalistiche della strage di Bologna esiste un “buco nero”, relativo all’attentato compiuto alle ore 01,55 del 30 luglio 1980, a Milano, con un’autobomba fatta esplodere in coincidenza con la conclusione della seduta del consiglio comunale, con l’intento di falciare gli spettatori ed i consiglieri comunali che uscivano dal palazzo comunale.
La strage viene rivendicata con un volantino dattiloscritto firmato dai “Gruppi armati per il contropotere territoriale”, una sigla di sinistra apparsa a Roma in occasione di un singolare attentato a Paolo Signorelli, che Paolo Aleandri e Sergio Calore dichiareranno falso, cioè organizzato dallo stesso informatore dell’Arma dei carabinieri.
Nel mirino della magistratura milanese finiranno in veste di indiziati di reato, con altri, Egidio Giuliani, Benito Allatta e Gilberto Cavallini perché la macchina imbottita di esplosivo è stata rubata a Roma, l’esplosivo proviene da Roma, e a Roma è stata usata per la prima e unica volta la sigla utilizzata per la rivendicazione.
Gilberto Cavallini, però, vive in quel periodo in Veneto insieme a Francesca Mambro, Valerio Fioravanti e Luigi Ciavardini.
La strage del 30 luglio 1980, a Milano, fallisce per una manciata di minuti, è rivendicata con una sigla di sinistra ma, al solito, è compiuta da militanti di destra operanti a Roma e nel Veneto.
Come sempre, quando si tratta di fare indagini sul mondo di destra la magistratura milanese, con la sola eccezione del giudice Guido Salvini, si smarrisce, non comprende, non trova prove, ritiene insufficienti gli indizi, non riesce ad infrangere il muro di complicità ed omertà, naviga in mezzo alla nebbia fino all’immancabile naufragio.
Però, quel poco che è riuscita d accertare consente di attribuire al rapinatore Gilberto Cavallini, presunto spontaneista dei Nar, il dubbio onore di essere stato indiziato di reato per due stragi, quella fallita a Milano il 30 luglio 1980 e quella riuscita a Bologna il 2 agosto 19080, tre giorni più tardi.
Cavallini è un nemico degli orefici, non dello Stato, quindi è un personaggio che non ci interessa, ma il duplice indizio di reato lo collega a due stragi, una mancata l’altra compiuta, avvenute nel brevissimo arco temporale di tre giorni, una a Milano l’altra a Bologna, nessuna delle quali ha una motivazione politica individuabile sia pure per ipotesi.
Perché la destra di servizio segreto sente la necessità nel mese di luglio del 1980 di uccidere, con l’arma della strage indiscriminata?
E perché ci si ostina a non fare il collegamento fra Milano e Bologna?
Eppure, per la mancata strage di Milano sono stati indiziati di reato Egidio Giuliani, Benito Allatta e Gilberto Cavallini: per la strage di Bologna del 2 agosto 1980 sono stati condannati Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, e indiziato di reato Gilberto Cavallini.
Il collegamento fra i due episodi è nei fatti (stragi), nel tempo di esecuzione (tre giorni), nei nomi tutti riferiti all’ambiente di servizio segreto di Roma e al milanese Gilberto cavallini da tempo aggregato alla banda capitolina.
I due attentati stragisti di Milano e di Bologna si differenziano solo nel fatto che il primo ha necessitato una preparazione (il furto della macchina a Roma, la verifica delle date delle sedute del consiglio comunale di Milano, quella degli orari della loro conclusione) mentre il secondo, a Bologna, non ne ha richiesta alcuna.
Perché per deporre un ordigno all’interno di una stazione ferroviaria, serve solo la volontà e la disponibilità degli esecutori materiali, e niente altro.
Non a caso, al strage di Bologna del 2 agosto 1980 richiama alla memoria quella fallita a Verona il 28 agosto 1970, compiuta all’interno della stazione ferroviaria, con le stesse modalità.
Se si vuole la verità sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980, bisogna soffermarsi su quella fallita a Milano nella notte del 30 luglio 1980, e chiedersi se la seconda non sia motivata proprio dal fallimento della prima.
Senza la strage non si distrae l’attenzione dell’opinione pubblica dal massacro di Ustica, non si contribuisce al depistaggio in atto da parte dei servizi segreti per conto dell’autorità politica.
Il massacro di Bologna del 2 agosto 1980 coglie l’obiettivo, che quello tentato tre giorni prima a Milano aveva mancato.
Quando la sinistra italiana si deciderà ad affermare, con onestà intellettuale, che sono esistite organizzazioni di estrema destra, come Ordine nuovo, che in realtà sono state al servizio dello Stato e dei suoi apparati di sicurezza, la verità sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980, e non solo, si potrà affermare fino in fondo.
La cellula veneta non era “fascista” o “nazifascista”, era semplicemente spionistica, composta da elementi che svolgevano ruoli informativi ed operativi per conto dei servizi segreti italiani, americani (militari e civili), israeliani.
Carlo Digilio, il tecnico delle stragi, era figlio di Michelangelo Digilio, ufficiale della Guardia di finanza che aveva tradito il Paese in guerra nel 1942, quando prestava servizio a Creta, ponendosi al servizio degli inglesi.
Michelangelo Digilio aveva sempre lavorato per i servizi segreti italiani, esattamente come farà suo figlio Carlo, intruppato in “Ordine nuovo” che veniva utilizzata come organizzazione di copertura dei servizi segreti.
La malafede, la disonestà intellettuale, la necessità di continuare a sostenere i depistaggi dei servizi segreti, alimentando la strategia della confusione, da parte di numerosi elementi di destra, pseudo-storici e grotteschi combattenti di guerre inesistenti, non permette a tanti giovani di individuare nel gruppo veneto, missino ed ordinovista, un struttura sotto copertura degli apparati segreti e clandestini dello Stato.
“Erodoto” (Digilio), “Eolo” (Soffiati), “Attinia” (Spiazzi), Zorzi, Maggi, Fachini, Freda, Ventura, non sono stati militanti politici neofascisti ma informatori dei servizi segreti, non solo italiani, per conto dei quali hanno politicamente lavorato a destra.
La differenza è fondamentale.
Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Gilberto Cavallini, Luigi Ciavardini hanno trovato in Veneto il sostegno logistico della cellula spionistica ivi operante, per conto della quale hanno agito e preventivato di agire.
L’attacco al distretto militare di Padova del 30 marzo 1980, rivendicato a nome delle Brigate Rosse, il progettato omicidio del giudice Giancarlo Stiz per vendicare il confidente del Sid Franco Freda, la stessa mancata strage del 30 luglio a Milano rivendicata con una sigla di sinistra, ridicolizzano la pretesa di quanti ancora oggi si ostinano ad affermare l’esistenza dello “spontaneismo armato”.
Del resto, insieme ai veneti, a Paolo Signorelli, ai fratelli De Felice, Fioravanti e complici la strage l’avevano cercata anche a Roma nel mese di maggio del 1979, quando avevano piazzato bombe che solo per un caso fortuito non hanno provocato morti rivendicate a nome del “Movimento rivoluzionario popolare” per contribuire alla “lotta contro il fascismo”.
I presunti “spontaneisti” non rifuggivano dall’uso dell’arma della strage indiscriminata a Roma, come a Milano e a Bologna.
La telefonata del 28 giugno al “Corriere della sera”, con il riferimento al confidente di polizia Marco Affatigato e al suo orologio da polso “Baume & Mercier”, conferma il coinvolgimento della cellula spionistica veneta nel depistaggio delle indagini sulla strage di Ustica.
La segnalazione di Pier Luigi Presilio Vettore al magistrato di sorveglianza di Padova del 10 luglio 1980, tredici giorni dopo la tragedia di Ustica, prova che all’interno della cellula veneta si era già programmata una strage come diversivo.
L’attentato con finalità stragiste del 30 luglio 1980, a Milano, pacificamente attribuibile ad elementi della destra romano-veneta, conferma l’esattezza delle dichiarazioni di Vettore.
La strage di Bologna del 2 agosto 1980 rimedia al fallimento di quella del 30 luglio e raggiunge il fine di distrarre l’opinione pubblica dalla tragedia di Ustica.
La motivazione politica della strage di Bologna, e di quella fallita di Milano, risiede nella necessità di impedire che si faccia pressante la richiesta di verità su Ustica, che si ipotizzi la possibilità dei vertici politici e militari di Paesi aderenti all’Alleanza atlantica e che si conceda al Partito comunista ed alla sinistra politica ed armata la possibilità di mettere sotto accusa il governo italiano, presieduto da Francesco Cossiga, e la Nato.
E’ la ragioni di Stato, la motivazione della strage di Bologna del 2 agosto 1980.
La ricerca di altre e diverse motivazioni come quella di colpevoli che non siano quelli condannati con sentenza passata in giudicato e ormai liberi per aver espiato con venti anni 6 o 7 ergastoli è solo un espediente per continuare a negare le responsabilità dello Stato italiano e dell’Alleanza atlantica in una tragedia che avrebbe dovuto essere evitata se i vertici politici e militari italiani avessero avuto quel senso della sovranità e della dignità nazionale che invece non hanno.
Il pretesto di affermare l’innocenza di personaggi pluricondannati all’ergastolo ma, caso unico nella storia giudiziaria europea e mondiale, già liberi nasconde la volontà di proseguire il depistaggio della verità a tempo indeterminato.
I tre non sono stati condannati per farne i capro espiatorio perché “fascisti”, ma perché non hanno portato un alibi, si sono contraddetti a vicenda, hanno taciuto sulla presenza di Luigi Ciavardini, hanno insomma dimostrato di non sapersi difendere dall’accusa infamante per chiunque ma non per loro.
Il fascismo è finito il 28 aprile 1945, i fascisti sono finiti dinanzi ai plotoni di esecuzione dello Stato e delle formazioni partigiane, così che definire “fascisti” i componenti della famiglia Adams è un’offesa non solo alla verità ma al fascismo.
A di là di ciarle e ciarlatani, c’è l’istituto della revisione del processo che personaggi che hanno goduto del sostegno dei servizi segreti militari e di quasi tutta l’Italia politica, giornalistica e in parte giudiziaria avrebbero dovuto utilizzare.
Non lo hanno fatto perché nulla di nuovo e di concreto possono portare in un’aula di Tribunale.
“Carlos” ha detto che a fare la strage di Bologna è stata la Cia: Carlo Digilio lavorava con la Cia e il 2 agosto 1980, secondo Valerio Fioravanti e Francesca Mambro era a Padova per incontrarsi con Gilberto Cavallini.
Sono stati gli israeliani? Le prove dei rapporti fra la cellula spionistica veneta e i servizi segreti israeliani sono agli atti dell’istruttoria di Guido Salvini.
Forse, è ora che i ciarlatani si mettano a tacere.
La strage di Bologna del 2 agosto 1980 non è “fascista” ma di Stato, fatta da persone che hanno sempre lavorato per lo Stato e nell’interesse dello Stato che no le ha abbandonate alla loro sorte se ancora infestano le strade di Roma, trovando simpatizzanti e sostenitori.
Per altro ci richiamiamo a quanto scritto nel documento “L’asse stragista”, pubblicato su questo stesso sito.
Le stragi italiane non sono un mistero e, soprattutto, non sono ideologicamente definibili come “fasciste”.
Portella della Ginestra, affidata la mafioso Salvatore Giuliano, è riferibile a settori della Democrazia cristiana, Partito liberale e monarchici; quella di piazza Fontana doveva servire, insieme ai sanguinosi incidenti che sarebbero seguiti alla manifestazione indetta dal Msi a Roma il 14 dicembre 1969, a far proclamare dal governo presieduto da Mariano Rumor lo stato di emergenza; la strage compiuta dal confidente del Sid Gianfranco Bertoli il 17 maggio 1973, a Milano, aveva come obiettivo il “traditore” Mariano Rumor; quelle di Brescia (28 maggio 1974), dell’Italicus (4 agosto 1974) e di Savona (20 novembre 1974) sono derivate dallo scontro durissimo e feroce all’interno dell’anticomunismo italiano ed internazionale.
La strage di Ustica, impossibile da spiegare all’opinione pubblica perché un aereo civile delle dimensioni di un Dc-9 non si può confondere con un minuscolo caccia militare, era in grado di destabilizzare sia l’ordine pubblico che quello politico.
Indirizzare lo sdegno della popolazione nei confronti dello “stragismo fascista” è stato il modo, ritenuto più idoneo, per neutralizzare il pericolo.
Non sono stati i libici, i palestinesi, gli israeliani a dare il via a due depistaggi nell’immediatezza dell’eccidio di Ustica (bomba e cedimento strutturale) né ad impartire l’ordine ai giudici romani di insabbiare le indagini sul Mig libico rinvenuto sulla Sila il 18 luglio 1980, e di fingere di non capire, non vedere e non sentire quando l’evidenza del fatto provava al di là di ogni ragionevole dubbio.
Non sono stati stranieri gli esecutori materiali degli omicidi di diversi testimoni militari della strage di Ustica.
La destra di servizio che continua ad avere voce in capitolo sia pure circoscritta a pochi ma ciarlieri individui di infimo livello intellettivo e morale non spiega perché lo Stato maggiore dell’Aeronautica è finito sotto processo per aver occultato le prove dell’eccidio di Ustica, se questo non fosse stato riferibile alle responsabilità politiche e militari italiani ed atlantiche, non solo francesi.
La strage di Bologna, spostando l’attenzione pubblica sullo “stragismo fascista”, ha consentito di guadagnare tempo, di far lavorare in relativa tranquillità i depistatori militari ed i giudici romani chiamati a paralizzare le indagini sull’abbattimento del Dc-9 ad Ustica, ha avvalorato infine la tesi della bomba che, non a caso, è quella che ha retto per più tempo in contrapposizione a quella del missile.
Nessuno ha spiegato mai la logica della tentata strage a Milano il 30 luglio 1980, anche se una logica doveva averla perché non poteva essere frutto della follia di uno o più individui.
L’organizzazione, l’esecuzione materiale di questa fallita strage sono riferibili a personaggi della destra romana collegati ai veneti dalla figura di Gilberto Cavallini.
Se il 30 luglio 1980, la destra di servizio ha cercato la strage, senza raggiungere il suo obiettivo, la pretesa che tre giorni dopo a Bologna siano giunti i palestinesi, i libici, i tedeschi e gli israeliani, a turno, per compiere un eccidio si commenta da sola.
La verità sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980 passa anche per la spiegazione che nessuno ha mai voluto dare dell’attivismo stragista del gruppo veneto denunciato da Pieluigi Presilio Vettore il 10 luglio 1980, puntualmente confermata dalla tentata strage a Milano del 30 luglio 1980.
Perché mai, subito dopo l’eccidio nato di Ustica, la destra veneta ha sentito il bisogno di compiere un attentato di “eccezionale gravità”?
Cercare una logica politica di opposizione al sistema parlamentare in una strage è grottesco perché questa è un’arma che favorisce chi detiene il potere. Come nel passato anche nell’estate del 1980 la strage di Bologna non poteva – né doveva – destabilizzare l’ordine pubblico e quello politico ma stabilizzarli al prezzo di 85 morti e 200 feriti.
L’eccidio del 2 agosto 1980 ha colto anche questo obiettivo, favorendo l’unità nazionale che la verità su Ustica avrebbe mandato in frantumi.
Il governo italiano, presieduto da Francesco Cossiga, e la Nato avevano un’emergenza in quell’estate del 1980 derivante dal massacro di 81 cittadini italiani sul cielo di Ustica, che la strage di Bologna del 2 agosto ha risolto brillantemente, al prezzo di altri 85 morti e 200 feriti.
Gli israeliani?
E’ il caso, per concludere, di dire che lo “stragismo fascista” ha fatto la felicità del Mossad israeliano per il quale buttare fango sul fascismo è un dovere al quale Israele non rinuncia.
Ma, sul banco degli imputati per le stragi italiane, ancora oggi definite “fasciste”, ci sono finiti tutti personaggi che con i servizi segreti israeliani hanno sempre intrattenuto ottimi rapporti.
Non a caso a proclamare l’innocenza dei “fascisti” Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, è sceso in campo tutto il mondo politico e giornalistico italo-israeliano, che pretende oggi di affermare che l’eccidio del 2 agosto 1980 sia stato compiuto dai palestinesi e non più dai “fascisti”, nemici ormai passati di moda.
Bologna non è un mistero italiano, è una strage italiana, come le altre che l’hanno preceduta, non fascista ma di Stato.
Diciamolo, non per i vivi ma per rispettare i morti.

Vincenzo Vinciguerra

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